Le finte guerre fanno da schermo a quella vera

Come ha scritto Giordano Stabile del quotidiano “la Stampa”, i diplomatici russi vengono espulsi da decine di Paesi, mentre le sanzioni sono arrivate al limite: si chiede quindi cosa rimanga da fare per sconfiggere Putin.

Le espulsioni di diplomatici russi, decise dai Paesi europei in segno di protesta per la guerra in Ucraina, sono “mosse poco lungimiranti”. Lo ha detto il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, aggiungendo che tali decisioni “complicheranno ulteriormente la comunicazione fra noi, che è necessaria per trovare una soluzione”. Qualcuno si scandalizzerà, ma mi permetto di essere d’accordo con Peskov. Bisogna infatti, una volta per tutte, prendere una strada: quella diplomatica o quella della prosecuzione della guerra. Qualcuno sostiene che non siano in contrasto, vale a dire che si possa proseguire nella resistenza armata ucraina, appoggiata dall’Occidente, per fiaccare l’impegno militare russo e quindi trattare con un Putin indebolito e costretto a più miti consigli: più schema di guerra di questo… A parte il prezzo umano che si pagherebbe, chi garantisce che alla trattativa non giungano più stanchi l’Ucraina e i suoi sostenitori rispetto all’inossidabile dittatore, che non esita a dare la carne ucraina in pasto al suo esercito sempre più affamato, sbandato, mercenario e raccogliticcio?

Non sono del parere che la diplomazia debba arrivare solo in un secondo momento rispetto alla consumazione della guerra sul campo: non ha alcun senso. Finirebbe tutto in una guerra cristallizzata e continuativa su cui si scaricherebbero tutte le tensioni passate, presenti e future: una sorta di ring, su cui far svolgere un infinito match con i potenti a bordo ring a insultarsi reciprocamente e le genti ad assistere, più o meno urlanti, alla sfida, in nome di fantomatici principi e valori.

È scoppiata cioè la finta guerra delle espulsioni, una valvola di sfogo diplomatico in attesa di tempi peggiori. Già non si capisce cosa facciano i funzionari delle varie ambasciate, ma farli tornare a casa è l’ennesimo passo falso dopo gli inconcludenti attacchi verbali, messi in atto soprattutto dagli Usa. Gli Europei preferiscono telefonare: meno deviante, ma ugualmente stucchevole al limite del ridicolo.

Dall’altra parte c’è la guerra delle sanzioni che sembra giunta al limite. Non sono in grado di stabilire se finora abbia fatto solo il solletico a Putin, anche perché l’Europa non è in grado di portarla fino in fondo, alle prese con il diverso impatto che le sanzioni di tipo energetico avrebbero sui singoli Stati membri, ed è incapace di spartire equamente la torta dei sacrifici, che, manco a farlo apposta, toccherebbero soprattutto all’Italia (si ripete il solito refrain, quello delle immigrazioni).

In buona sostanza si stanno combattendo a latere della guerra vera e propria due finte guerre, quella economica e quella diplomatica. Saranno scaramucce utili alle parti per saggiare i propri muscoli e quelli dell’avversario? Attenzione, perché non vorrei che succedesse come durante certe partite di calcio, dove gli allenatori fanno scaldare i rincalzi e, quando giunge il momento di impiegarli sul campo, la partita è già compromessa.

C’è però una grande differenza: la guerra russo/ucraina si gioca militarmente sul campo, mentre la vera partita è quella che si gioca a scacchi fra gli attuali imperi che intendono dominare il mondo, vale a dire Stati Uniti, Russia e Cina. Ne prendo in considerazione solo tre dal momento che l’Europa per mancanza di coesione, per difformità strategiche e per debolezza intrinseca non ha la capacità di sedersi al tavolo se non per interposta persona, facendo cioè, come dice Massimo Cacciari in modo colorito e tranchant, marchette agli Usa nel postribolo della Nato (quest’ultimo particolare lo aggiungo io). I tre “grandi” al momento non hanno alcun interesse a chiudere la partita, ma intendono tenerla aperta per meglio posizionarsi in vista di un ridisegno globale degli equilibri internazionali.

Partiamo dalla Russia, che ha aperto i giochi e si trova assai imbarazzata per diversi motivi: una forza militare poco tecnologica per sbarazzarsi del nemico a tavolino, poco consistente per affrontarlo sul campo, poco calcolata rispetto alla capacità reattiva, diretta e indiretta, dell’aggredito. Probabilmente Putin, come ormai ammettono quasi tutti gli esperti di geopolitica, è stato male informato dai suoi capi militari, che gli hanno prospettato una passeggiata in Ucraina, mentre invece non stanno mancando gli intoppi a livello di resistenza popolare e militare. Forse non era conosciuto l’arsenale ucraino, forse non si pensava che l’Occidente fosse così reattivo da mandare all’Ucraina armi in abbondanza, forse tatticamente si sono sprecate bombe per catturare i moscerini del Donbas e della Crimea, forse l’obiettivo iniziale, quello del ripristino dell’impero zarista, era troppo ambizioso e strada facendo è stato ridimensionato e/o rinviato a data da destinarsi. In conclusione Putin e la sua cricca hanno bisogno di rivedere i piani, di attestarsi meglio sul territorio, di riassettare l’esercito e di sferrare l’attacco definitivo senza troppa fretta. Fanno finta di trattare su tavoli improbabili, ma in realtà vogliono continuare il gioco per rifarsi dalle provvisorie sconfitte rimediate sul campo.

Alla Cina non pare vero di cogliere le debolezze russe, finge di andare in soccorso del nemico/amico (vedi voti all’Onu e acquisti mercantili a protezione dalle sanzioni), ma in realtà punta a ricattarlo sempre più sul piano economico in modo da farne una sorta di dependance da cui succhiare materie prime (petrolio, gas, frumento, etc.), sostenendo l’attuale dittatore in attesa di sostituirlo, direttamente o indirettamente, in uno stretto filo di collegamento geopolitico, trasformando la Russia da autarchia/oligarchia in un regime capital/comunista a propria immagine e somiglianza (ho rubato parzialmente queste idee all’acuto analista geopolitico Dario Fabbri).

Anche gli Usa considerano la Russia un inciampo da rimuovere, un diversivo da togliere di mezzo, per concentrarsi sullo scontro globale con la Cina, il vero antagonista presente e futuro. E allora conviene logorare Putin armando l’Ucraina, rinserrare le fila a livello Nato, porre uno stringente argine alle smanie di potere russe, mantenendogli una robusta spina nel fianco. Prima o poi la Russia se la giocheranno alla roulette con la Cina: una succosa posta in palio.

Dell’Europa ho già detto anche troppo: il nulla strategico, il niente tattico, il solito balletto filoamericano agevolato dalla brexit, il persistente nazionalismo un po’ di tutti gli Stati membri insaporito da una punta di populismo che non fa mai male. Si pensava che la politica (?) di Biden tendesse a recuperare un serio rapporto di partenariato con la Ue, invece la solfa è più o meno ancora quella trumpiana: un menefreghismo antieuropeo, meglio sarebbe dire “aeuropeo”, ora ingentilito da stucchevoli strette di mano.

In conclusione siamo in pausa etica, geopolitica, dialogica e culturale. Non possono che continuare a tintinnare le armi. Una sanzione economica di qua, un ritiro dell’ambasciatore di là, una sparata demagogica ed elettoralistica di qua, una telefonata di là, un crimine di guerra di qua, una condanna di là, un’accusa di neonazismo di qua, un sos di là, mentre gli ucraini muoiono, le loro donne e i loro bambini vengono in aggiunta violentati, chi non muore scappa alla disperata. É la guerra, stupido!

Il pianista che suona senza piano

“Ci chiediamo se il prezzo del gas possa essere scambiato con la pace. Preferiamo la pace o stare con il condizionatore d’aria acceso? Questa è la domanda che ci dobbiamo porre”. É il quesito, fra il sibillino e il retorico, che Mario Draghi ha posto agli italiani durante la conferenza stampa di presentazione del Def, il documento di economia e finanza all’interno del quale vengono messe per iscritto tutte le politiche economiche e finanziarie selezionate, decise e proposte dal governo.

Se devo essere sincero non mi piace la provocatoria e un tantino (?) presuntuosa verve del nostro premier, anche se a provocare male spesso ci si azzecca. Cosa vuole dire Draghi? Prendendo spunto dalla questione dei rifornimenti di gas provenienti dalla Russia, peraltro essenziali per la nostra vita, siamo disposti ad aderire al blocco dell’importazione di questo bene rientrante nelle sanzioni economiche da applicare al Paese, che, dopo avere aggredito l’Ucraina, si sta macchiando di orrendi crimini di guerra? Detto in altro modo, siamo disposti a fare sacrifici pur di mettere in braghe di tela l’economia russa in modo da indurre Putin a più miti consigli sul piano militare?

Se posso continuare con la mia imbarazzante schiettezza, prima di rispondere vorrei ragionare sulle sanzioni economiche, sulla loro ammissibilità etica, sulla loro efficacia, il tutto in un’economia globalizzata come quella in cui viviamo.

Sul piano etico è corretto far pagare al popolo russo gli errori di un dittatore che, come ha recentemente detto lo scrittore Gianrico Carofiglio, commette “errori catastrofici in un misto di narcisismo e propaganda, incapace di distinguere lo scenario oggettivo dalle ambizioni personali e addirittura patologiche”? Il popolo russo verrà indotto a comprendere e rifiutare i disastri commessi dal suo capo o ripiegherà sul vittimismo nazionalista ed autarchico tipico delle dittature in tutti i tempi e luoghi?

Le sanzioni economiche rientrano in una logica di risoluzione pacifica del conflitto o non piuttosto in un mascherato schema di guerra che finisce col perpetuare la guerra aumentandone ancor più i danni alle popolazioni? Siamo sicuri che, come sostiene il direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, le sanzioni economiche «non siano come bombardamenti: non pieghino i regimi, ma piaghino i popoli, si blocca il grano in Russia e si muore di fame in Nord Africa»?

Venendo a ragionamenti più pragmatici, siamo sicuri che Putin non riesca a surrogare il mancato introito dell’esportazione di gas in Europa ed in Italia, vendendo questo appetibile bene ad altre nazioni con lui più tolleranti, quali la Cina, l’India e tutte quelle che hanno squallidi debiti di riconoscenza verso la sua politica internazionale?

Chi è in grado di stabilire se la guerra delle sanzioni, che sembra giunta al limite, abbia finora fatto solo il solletico a Putin o abbia sortito qualche significativo effetto? Si ha l’impressione che l’Europa non sia in grado di reggerla e di portarla fino alle estreme conseguenze, considerati i diversi interessi nazionali da sintetizzare, anche alla luce del diverso impatto che le sanzioni di tipo energetico avrebbero sui singoli Stati membri, e sia incapace, come al solito, di spartire equamente la torta dei sacrifici, che, manco a farlo apposta, dovrebbe ingoiare soprattutto l’Italia. Anche la guerra delle sanzioni avverrebbe infatti all’insegna del famoso detto, riveduto e corretto per l’occasione, “sanzioniamolo e partite”. La Germania nella sua storia, dal 1946 in avanti, dopo avere ottenuto aiuti enormi (si pensi al condono dei debiti di guerra, si pensi alla riunificazione, etc. etc.) si erge a rigorosa ed intransigente paladina dei sacrifici da imporre solo agli altri (vedi Grecia massacrata per salvare le banche tedesche dal default), salvo evitarli accuratamente quando la riguardano direttamente. E la ostpolitik di Willy Brandt dove è finita? Roba d’altri tempi. E gli scheletri nell’armadio di Angela Merkel: questa pur abile signora è diventata muta? Meglio lasciar perdere. Avevo auspicato all’inizio della pandemia un abbinamento europeistico fra Merkel e Draghi: una si è istituzionalmente e politicamente defilata, l’altro galleggia. Forse mi ero sbagliato. La Francia ha sempre avuto un rapporto molto particolare con l’Unione sovietica prima e con la Russia poi: Macron fa molte telefonate a Putin. Lasciamo perdere gli Stati dell’ex Unione sovietica, Ungheria in primis, che lasciano intravedere un disgustoso doppio gioco nei confronti di Putin. Nei giorni scorsi ha provato anche Draghi a comunicare direttamente con Putin (non è con le telefonate che si cerca la pace…).

In questo panorama europeo piuttosto squallido ci vogliamo improvvisare primi della classe in funzione antiputiniana? Mi sia consentito di proseguire in modo positivamente scettico. Il gioco delle sanzioni vale veramente la candelona dell’Ucraina? L’Italia ha la forza e la convinzione per fare da traino ad un’Europa impegnata nel ridisegnare nuovi equilibri politici ed economici a livello mondiale? Con Draghi o mai più? Il nostro premier ci faccia capire se vuole volare così in alto, possibilmente con l’accortezza di non portare se stesso e gli italiani a fare la fine di Icaro. D’altra parte lo stesso Draghi frena quando afferma che l’Italia, per quanto concerne il gas russo si rimette alle decisioni della Ue. Gli Italiani dovrebbero fare i kamikaze della pace, mentre in Europa tutti fanno i cazzi loro? Non riesco a vedere qual è la politica del governo italiano e ancor meno quella europea. Rischio di non capirci più niente!

Ammesso e non concesso che le sanzioni economiche siano ammissibili ed utili, quali sono i piani per sostituire le fonti energetiche attuali: quali sono i tempi, i modi e i costi del tardivo ricorso alle fonti alternative? Quale sarebbe l’impatto concreto della chiusura dei rubinetti russi sulla nostra economia? Quali sarebbero i fornitori che potrebbero rimpiazzare la Russia? Recentemente Romano Prodi ha fatto un’affermazione inquietante, ammettendo che gli era sempre stato detto dagli esperti in materia come la Russia fosse un partner commerciale molto più affidabile rispetto ad altri Paesi produttori di gas e petrolio: rischiamo cioè di cadere dalla padella putiniana alla brace degli esportatori di altri continenti? La Spagna sarà in grado di affittarci i suoi impianti di gassificazione di cui noi siamo quasi totalmente sprovvisti, in modo da poter comprare e utilizzare il gas promesso dagli Usa? La Ue è in grado di avviare una politica comune in campo energetico o l’Italia deve arrangiarsi per proprio conto? E via di questo passo.

Invece di indire un comodo e surreale referendum in sede di conferenza stampa, Mario Draghi farebbe meglio ad approfondire il discorso delle sanzioni economiche e del blocco delle importazioni del gas russo, spiegandolo agli italiani in tutti i suoi aspetti e in tutte le sue prospettive a breve, medio e lungo termine, a chiarire quale linea intende portare avanti a livello europeo e quali iniziative di pace propone fra atlantismo “riarmista”, europeismo “sanzionista” e interventismo telefonico. Gli allenatori di calcio, quando la loro squadra è in difficoltà, fanno l’appello ai loro calciatori affinché “tirino fuori gli attributi”. Ho l’impressione che Draghi stia facendo alle forze politiche ed agli italiani, seppure sotto metafora, un analogo e perentorio invito. Mi permetto di rovesciare la medaglia: da grande esperto di economia qual è, provi lui a “tirare fuori le palle” e a non girare intorno ai pur gravissimi ed enormi problemi.

In cauda venenum: provate a pensare se la domanda “preferiamo la pace o stare con il condizionatore d’aria acceso?” l’avesse rivolta agli italiani Giuseppe Conte durante una delle sue infinite conferenze stampa. L’avrebbero, come minimo, crocifisso seduta stante. Avrebbero sparato a raffica su di lui. Invece, su Draghi che vedo un po’ passino (diminutivo dialettale di floscio) e che oltre tutto ha sfornato un def reticente, generico e contraddittorio, non si può sparare. É un “pianista” col quale non è possibile prendersela.  Anche se i suoi “piani” fanno acqua?

 

 

L’Onu messo in Buĉa

Come ho già avuto modo di scrivere, mi vanto di avere, politicamente parlando, una mentalità laica, rifuggente da ogni e qualsiasi integralismo, cattolicesimo compreso. Anche quando militavo nella Democrazia Cristiana ho sempre ritenuto che questo partito dovesse liberamente ispirarsi ai principi cristiani, senza per questo esserne l’automatica trasposizione politica alla luce degli insegnamenti ecclesiastici.

Questa brevissima precisazione, che potrebbe sembrare una “excusatio non petita”, vuole spiegare il mio insistito ricorso ai messaggi papali durante questo periodo in cui siamo letteralmente sprofondati in un clima di guerra. Solo la voce dei pontefici, da Giovanni XXXIII a Paolo VI per arrivare fino a Francesco può illuminare il buio in cui brancolano non solo i potenti della terra, ma anche coloro che interpretano i fatti di guerra.

Il 4 ottobre 1965 Paolo VI alle Nazioni Unite gridava il suo “Mai più la guerra”. Riporto di seguito un paio di passaggi di questo storico discorso rimasto purtroppo assai inascoltato. In quel consesso diede ai rappresentanti politici di tutta l’umanità la più credibile delle lezioni.

Voi esistete ed operate per unire le Nazioni, per collegare gli Stati; diciamo questa seconda formula: per mettere insieme gli uni con gli altri. Siete una Associazione. Siete un ponte fra i Popoli. Siete una rete di rapporti fra gli Stati. Staremmo per dire che la vostra caratteristica riflette in qualche modo nel campo temporale ciò che la Nostra Chiesa cattolica vuol essere nel campo spirituale: unica ed universale. Non v’è nulla di superiore sul piano naturale nella costruzione ideologica dell’umanità. La vostra vocazione è quella di affratellare non solo alcuni, ma tutti i Popoli. Difficile impresa? Senza dubbio. Ma questa è l’impresa; questa la vostra nobilissima impresa. Chi non vede il bisogno di giungere così, progressivamente, a instaurare un’autorità mondiale, capace di agire con efficacia sul piano giuridico e politico? 

Anche a questo riguardo ripetiamo il Nostro voto: perseverate. Diremo di più: procurate di richiamare fra voi chi da voi si fosse staccato, e studiate il modo per chiamare, con onore e con lealtà, al vostro patto di fratellanza chi ancora non lo condivide. Fate che chi ancora è rimasto fuori desideri e meriti la comune fiducia; e poi siate generosi nell’accordarla. E voi, che avete la fortuna e l’onore di sedere in questo consesso della pacifica convivenza, ascoltateci: fate che non mai la reciproca fiducia, che qui vi unisce e vi consente di operare cose buone e grandi. sia insidiata o tradita. (….) 

E allora il Nostro messaggio raggiunge il suo vertice; il vertice negativo. Voi attendete da Noi questa parola, che non può svestirsi di gravità e di solennità: non gli uni contro gli altri, non più, non mai! A questo scopo principalmente è sorta l’Organizzazione delle Nazioni Unite; contro la guerra e per la pace! Ascoltate le chiare parole d’un grande scomparso, di John Kennedy, che quattro anni or sono proclamava: “L’umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all’umanità”. Non occorrono molte parole per proclamare questo sommo fine di questa istituzione. Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità! 

Giustamente il presidente ucraino Zelensky, anche alla luce degli orrori vieppiù emergenti, di cui sono vittime i civili del suo popolo, si è appellato un po’ “sgarbatamente” all’Onu impastoiato nei suoi equilibrismi globali e incapace di svolgere un’azione concreta almeno di deterrenza verso le guerre e i loro catastrofici effetti.  Purtroppo l’Onu non può che rispondere picche, non riesce a distinguere aggressori ed aggrediti, carnefici e vittime: è come “il gallo della Checca”, che tutti segue, tutti becca, e non conclude nulla.

Non si dovrebbe trattare di una sorta di tribunale internazionale con sentenze e scomuniche che lasciano il tempo che trovano, ma della sede ideale per esplicare autorevolmente e pressantemente gli sforzi diplomatici volti a risolvere i conflitti, facendosi poi garante degli eventuali ed auspicabili accordi di pace.

Siamo alla frutta e davanti alla colpevole ed egoistica inerzia delle Nazioni, ci mettiamo a posto la coscienza con l’attesa di un intervento papale, che possa sbloccare una situazione sempre più drammatica. Riporto un altro breve passaggio della conferenza stampa di Papa Francesco di ritorno da Malta.

Jordi Antelo Barcia (RNE)

Buona sera, Santità. Oggi ci hanno colpito le immagini arrivate da Bucha, un paese vicino a Kiev, abbandonato dall’esercito russo dove gli ucraini hanno trovato decine di cadaveri buttati per strada, alcuni con le mani legate, come se fossero stati “giustiziati”. Sembra che oggi la Sua presenza in quella zona sia sempre più necessaria. Pensa che un viaggio come questo sia fattibile? E quali condizioni dovrebbero darsi affinché Lei possa andare là?

Papa Francesco

Grazie per dirmi questa notizia di oggi che non conoscevo. Sempre la guerra è una crudeltà, una cosa inumana e va contro lo spirito umano, non dico cristiano, umano. È lo spirito di Caino. Io sono disposto a fare tutto quello che si possa fare; e la Santa Sede, soprattutto la parte diplomatica, il Cardinale Parolin, Monsignor Gallagher, stanno facendo di tutto, di tutto; non si può pubblicare tutto quello che fanno, per prudenza, per riservatezza, ma siamo al limite del lavoro. Fra le possibilità c’è il viaggio. Ci sono due viaggi possibili: uno, me lo ha chiesto il Presidente della Polonia, di inviare il Cardinale Krajewski a visitare gli ucraini che sono stati ricevuti in Polonia. Lui è andato già due volte, portando due ambulanze, ed è rimasto lì con loro ma lo farà un’altra volta, è disposto a farlo. L’altro viaggio che qualcuno mi ha domandato, più di uno: io ho detto con sincerità che avevo in mente di andarci, ho detto che la disponibilità sempre c’è, non c’è un “no” a priori, sono disponibile.

Contiamo sulle ferme parole del papa e sulle sue traballanti gambe. Se aspettiamo che si muova l’Onu o la Ue, gli ucraini fanno in tempo a sparire dalla faccia della terra. Il diritto di veto dei singoli Stati paralizza sul nascere ogni intervento pacificatore: prevalgono gli interessi nazionali e dietro di essi quelli che papa Francesco ha definito “gli schemi di guerra”.

«Nell’attuale guerra in Ucraina, assistiamo all’impotenza delle Organizzazioni delle Nazioni Unite». Così Papa Francesco durante l’Udienza Generale incentrata sul viaggio apostolico a Malta. «Oggi si parla spesso di ‘geopolitica’, ma purtroppo la logica dominante è quella delle strategie degli Stati più potenti per affermare i propri interessi estendendo l’area di influenza economica, ideologica e militare», ha sottolineato il Pontefice che ha aggiunto: «Lo stiamo vedendo con la guerra».

E allora non so se sia eticamente corretto “pretendere” dagli ucraini una resistenza ad oltranza, aiutandoli in questa battaglia impari, cercando di colmare con ulteriori aiuti militari le loro ovvie e pur coraggiose debolezze, ben sapendo che la carneficina tende a proseguire nonostante i nostri farisaici anatemi e i nostri coccodrilleschi pianti sul latte versato in battaglia e oltre.

Non rimane che puntare in fretta e furia sull’avvio di una maxi-trattativa di carattere imperiale: i tre imperi (Usa, Russia e Cina) più uno (Ue). Non voglio sembrare irriverente e sarcastico: siamo al supermercato della pace (o della guerra?), l’offerta speciale è questa. Prendere o lasciare. A meno che il papa non abbia altre “armi” al suo arco pacificatore. Lui ne sa certamente una più del diavolo…

 

 

Nel buio profondo degli schemi di guerra

Mio padre, di ritorno dalla toccante visita al sacrario di Redipuglia si illudeva di convertire tutti al pacifismo, portando in quel luogo soprattutto quanti osavano scherzare con nuovi impulsi bellicosi. «A chi gh’à vója ‘d fär dil guéri, bizògnariss portärol a Redipuglia: agh va via la vója sùbbit…». Pensava che ne sarebbero usciti purificati per sempre. Purtroppo non è così semplice.

Al 40° giorno di conflitto, mentre si intensifica l’offensiva russa nel Sud dell’Ucraina, l’orrore della guerra mostra il suo volto più crudo con il massacro dei civili compiuto a Bucha, nella regione di Kiev, da cui sono emerse centinaia di cadaveri. Nella strada Ivan Franko i miliziani hanno fatto irruzione nelle case, portato via risparmi, cibo e donne. Le trentenni venivano usate per cucinare ed eseguire gli ordini in quelle case diventate il quartier generale di militari russi. In alcune di queste, nelle camere delle torture, sono stati trovati corpi senza vita di civili con le mani legate. All’Adnkronos Sergiy Prylucki, residente di Bucha nei pressi dell’aeroporto, testimonia: “Ho visto i carri armati ed altri veicoli russi entrare a Bucha, stazionare vicino alle nostre abitazioni; aerei bombardare le nostre case; i corpi dei miei concittadini morti nelle loro auto; ho raccolto le testimonianze di chi ha subito le razzie dei ceceni ubriachi nei negozi, le loro gozzoviglie nelle case e le torture e le uccisioni. Vicino a casa mia hanno torturato e ucciso in un summer camp per bambini chi si trovava lì. Hanno ucciso civili dentro le loro case. Hanno saccheggiato abitazioni private. So che sono entrati anche nella mia”.

L’alto Commissario per i Diritti Umani, Michelle Bachelet, ha affermato di essere “inorridita” dalle immagini dei corpi trovati a Bucha, dopo che i soldati russi si sono ritirati, e parla di “possibili crimini di guerra”. Il presidente ucraino Zelensky, che ha visitato l’ospedale di Bucha, ha definito le forze russe “assassini, torturatori e stupratori”, ma assicura che i colloqui di pace vanno avanti.

Il presidente americano Joe Biden ha chiesto l’avvio di “un processo per crimini di guerra” nei confronti del presidente russo Vladimir Putin in relazione a “quello che sta accadendo a Bucha”. Definendo Putin “un criminale di guerra”, un uomo “brutale”, Biden ha aggiunto che “tutti hanno visto quello che sta accadendo a Bucha”.

Se gli americani vogliono investigare i crimini di guerra, “che comincino con i bombardamenti sulla Jugoslavia e l’occupazione dell’Iraq” ha detto la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova. “Non appena finiscono, possono passare ai bombardamenti nucleari sul Giappone”, ha aggiunto.

Ho ripreso le notizie sull’autentico e “fresco” museo degli orrori emergente dalla guerra in Ucraina così come sintetizzate dal quotidiano Avvenire. Rimanere colpiti è poco, anche se la guerra è l’occasione per gli uomini di scatenare gli istinti bestiali che regnano in essi: l’occasione fa l’uomo diabolico. La maggiore responsabilità incombe su chi crea e offre agli uomini simili occasioni. Non ho il coraggio di continuare la riflessione, perché rischierei di perdere la calma e di spararle troppo grosse a trecentosessanta gradi. Preferisco cedere la parola a papa Francesco di ritorno dal suo viaggio a Malta, riprendendo testualmente il passaggio finale della sua breve, ma più che esauriente, conferenza stampa tenuta sull’aereo.

Gerry O’Connell: «Ma quale sarebbe il Suo messaggio al presidente Putin, se avesse la possibilità di parlargli?».

«Il messaggio che ho dato a tutte le Autorità è quello che faccio pubblicamente. Non faccio un doppio linguaggio. È sempre lo stesso. Credo che sotto la sua domanda c’è anche un dubbio sulle guerre giuste o le guerre ingiuste. Ogni guerra nasce da un’ingiustizia, sempre. Perché è lo schema di guerra, non è lo schema di pace. Per esempio, fare investimenti per comprare le armi. Mi dicono: ma ne abbiamo bisogno per difenderci. E questo è lo schema di guerra. Quando finì la Seconda Guerra Mondiale, tutti hanno respirato e detto “mai più la guerra: la pace!”, ed è incominciata un’ondata di lavoro per la pace, anche con la buona volontà di non fare le armi, tutte, anche le armi atomiche, in quel momento, dopo Hiroshima e Nagasaki. Era una grande buona volontà. Settant’anni dopo, ottant’anni dopo abbiamo dimenticato tutto questo. È così: lo schema della guerra si impone. Tante speranze nel lavoro delle Nazioni Unite, in quel momento. Ma lo schema della guerra si è imposto un’altra volta. Noi non possiamo non siamo capaci di pensare un altro schema, perché non siamo più abituati a pensare con lo schema della pace. Ci sono stati dei grandi: Ghandi e tanti altri, che menziono alla fine di Fratelli tutti, che hanno scommesso sullo schema della pace. Ma noi siamo testardi! Siamo testardi come umanità. Siamo innamorati delle guerre, dello spirito di Caino. Non a caso all’inizio della Bibbia c’è questo problema: lo spirito “cainista” di uccidere, invece dello spirito di pace. “Padre, non si può!…”. Vi dico una cosa personale: quando sono andato nel 2014 a Redipuglia e ho visto i nomi, ho pianto. Davvero, ho pianto, con amarezza. Uno o due anni dopo, per il giorno dei Defunti sono andato a celebrare ad Anzio, e anche lì ho visto i ragazzi che nello sbarco di Anzio sono caduti: c’erano i nomi, tutti giovani. E anche lì ho pianto. Davvero. Non capivo. Bisogna piangere sulle tombe. Io rispetto, perché c’è un problema politico, ma quando c’è stata la commemorazione dello sbarco in Normandia i Capi di governo si sono riuniti per commemorarlo; ma non ricordo che qualcuno abbia parlato dei trentamila soldati giovani che sono rimasti sulle spiagge. Si aprivano le barche, uscivano ed erano mitragliati lì, sulle spiagge. La gioventù non importa? Questo mi fa pensare e mi fa dolore. Io sono addolorato per questo che succede oggi. Non impariamo. Che il Signore abbia pietà di noi, di tutti noi. Tutti siamo colpevoli!».

Curioso il parallelismo fra quanto affermava mio padre e quanto afferma il papa: il sacrario di Redipuglia è il trait d’union. Quando la situazione diventa tragica, bisogna rifarsi agli insegnamenti paterni fino ad arrivare al Padre Eterno, l’unico che può perdonarci e riscattarci nella Croce del suo Figlio. A volte penso: non poteva esserci un modo meno cruento per ottenerci la salvezza? Evidentemente no, a giudicare da quello che riusciamo a combinare. Non ci resta che sperare nella clemenza divina. Davanti a tanto orrore, vale più che mai quanto dice Gesù: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno!”.

 

 

 

La marmellata russa e le dita leghiste

Mani pulite è il nome giornalistico dato a una serie d’inchieste giudiziarie, condotte in Italia nella prima metà degli anni novanta da parte di varie procure giudiziarie, che rivelarono un sistema fraudolento ovvero corrotto che coinvolgeva in maniera collusa la politica e l’imprenditoria italiana.  Mia madre non si capacitava (forse fingeva di non capacitarsi) del fatto che questa operazione giudiziaria fosse stata denominata “mani pulite”. “I gan tùtti il man spòrchi ètor che pulìdi…”, così commentava a modo suo quanto emergeva dalle latrine partitiche.

Un mio amico, comunista tutto d’un pezzo, mi incontrò occasionalmente durante quel periodo e mi confessò, realpolitikamente, di non essere affatto sorpreso e scandalizzato: “Si è sempre saputo che i partiti di governo, in primis la Democrazia cristiana, prendevano i soldi dagli industriali, mentre il Partito comunista li prendeva soprattutto dalla Russia…”. Non potei che dargli ragione, aggiungendo però che il sistema partitico forse era andato in corto circuito, perché il partito socialista aveva craxianamente esagerato. Sull’antisocialismo ci trovammo perfettamente d’accordo.

A proposito del Partito socialista riporto, a senso, lo scambio di battute fra Indro Montanelli e Fernando Santi (un socialista di antico e ammirevole stampo) avvenuto agli albori del centro-sinistra. «Ma perché, onorevole, chiese Montanelli, lei è così ostile a questo nuovo equilibrio politico-governativo?». «Lei non li conosce i miei compagni, rispose Santi, una volta entrati nelle stanze del potere sarà un finimondo…».

Non è il caso di continuare sulla storia della corruzione politica in Italia, che col tempo non si è affatto allentata, ma si è personalizzata diventando forse ancora più grave: un tempo si rubava per il partito, successivamente si è cominciato a rubare in proprio con la scusa del partito.

Il discorso però è tornato di moda con i rapporti Lega-Russia: nel recente passato un’interrogazione leghista sarebbe stata pagata 20 mila euro dai russi. Il settimanale “L’espresso” ha pubblicato un’inchiesta sui documenti ottenuti dal quotidiano tedesco Suddeutsche Zeitung sul fronte sovranista internazionale a sostegno di Putin. Ed è spuntato il suggerimento ad un senatore leghista di presentare una interrogazione per chiedere al governo italiano di sospendere le sanzioni contro la Russia varate dopo l’annessione illegale della Crimea. Atto parlamentare poi depositato. L’invito arrivava da una collaboratrice del milionario russo putiniano Konstantin Malofeev con in calce l’indicazione della somma di denaro.

L’interpretazione politica è la seguente: l’estrema destra europea che tratta con i russi. Un fronte sovranista internazionale, che va dalla Lega Nord di Matteo Salvini ai partiti nazionalisti e xenofobi della Germania, Austria, Olanda e altri paesi della Ue, che cerca appoggi e organizza incontri da tenere segreti con la cerchia degli oligarchi che sostengono Vladimir Putin. E poi un messaggio, con quello che appare come un programma di lavoro, un suggerimento destinato a un parlamentare italiano, un senatore leghista.

Non ho riportato il nome del destinatario di queste sporche attenzioni putiniane, perché non è mai giusti infierire, ma anche perché i fatti non sono assodati e non so se siano giudizialmente rilevanti e/o provati.  Ho inoltre l’impressione che, ammesso e non concesso che la Lega abbia messo le dita nella marmellata putiniana, certi suoi peccati non siano isolati e che probabilmente non siano da inquadrare in una vera e propria congiura politica destrorsa, ma nel solito appetito finanziario dei partiti. Non voglio scetticamente minimizzare, ma non credo che queste scaramucce internazionali abbiano valore di veri e propri disegni strategici anti-occidentali e possano rientrare in veri e propri attentati verso gli equilibri democratici internazionali. Se abbiamo paura di Salvini e delle sue cazzate dirette o indirette, poveri noi…

La Lega in passato è stata foraggiata da Silvio Berlusconi che la teneva al guinzaglio. Rotto questo rapporto, mutata radicalmente la prospettiva politica di questo movimento (da federalista a nazionalista, da liberista a populista, da nordista a sovranista), impostato un disegno strategico molto impegnativo per arrivare al potere, bisognava trovare i fondi necessari per sostenere un baraccone al quale forse non bastano i legami territoriali e sociali consolidati nel tempo (Lombardia, Veneto, imprenditori del Nord-Italia) a garantire  un adeguato flusso di risorse finanziarie per le casse del partito.

Siamo sempre al discorso difensivo di Bettino Craxi, il “così fan tutti”: i partiti hanno bisogno di soldi e li vanno a cercare dove sono. Certo che andare a battere cassa dalla Russia non è il massimo della linearità e coerenza politiche. L’imbarazzo leghista è palpabile e porta persino a sfiorare certi discorsi pacifisti per farsi perdonare i peccati di gioventù, che si dovrebbero pagare in vecchiaia (campa cavallo…). Dall’eventuale incasso di certe cambiali rilasciate alla o dalla Russia si passa alla (quasi) crisi di coscienza per le armi all’Ucraina e a discutere al ribasso di spese militari. Se non ci fosse di mezzo una smaccata strumentalità politica, si potrebbe gridare al miracolo di una conversione sulla via di Kiev con Zelensky che dice a Salvini: “Matteo, Matteo perché mi perseguiti?”.

 

 

Gli alberi della guerra e la foresta della pace

Il governo ucraino ha promesso “indagini immediate” dopo che è stato diffuso su Telegram un video la cui autenticità è tutta da verificare. Nelle riprese si vedono quelli che sembrano essere soldati ucraini, i quali sparano alle ginocchia di uomini apparentemente prigionieri russi, durante un’operazione nella regione di Kharkiv. Così ha ricostruito la vicenda la tv statunitense Cnn.

Nel video di quasi sei minuti, che l’emittente Usa non pubblica limitandosi a descriverlo, quelli che sembrano soldati ucraini affermano di aver catturato un gruppo di ricognizione russo basato a Olkhovka, una cittadina vicino a Kharkiv a una trentina di chilometri dal confine russo. Restano forti dubbi sulla veridicità del video: e alcuni esperti e debunker su Twitter fanno notare anche che il sangue non si trova dove dovrebbe dopo gli spari, facendo presupporre che i prigionieri potessero essere feriti già prima. Ci sono anche dubbi sulle fasce blu e bianche che identificherebbero i soldati ucraini. Stando alla Cnn, non è chiaro quale unità ucraina possa essere stata coinvolta. I soldati sembra che parlino in un misto di ucraino e russo con accenti ucraini.

Mentre da parte ucraina si prendono le distanze da questo episodio, di cui peraltro si mette in discussione l’attendibilità, si promettono indagini immediate e si dichiara fedeltà ai principi previsti dalla Convenzione di Ginevra per quanto concerne il trattamento dei prigionieri, alla Russia non pare vero di definire mostruose le immagini di torture, riservandosi di valutarle legalmente per porre in atto azioni legali contro i responsabili. Siamo in presenza di un goffo tentativo russo di sviare l’attenzione dalle proprie orrende e colossali malefatte.

Bombe sugli ospedali, stupri di massa. A Mariupol è in corso un genocidio. In questa città, dove vivevano un milione di persone e che non esiste più, neanche la Croce rossa internazionale riesce a entrare. Dietro alle rovine ci sono combattenti, in cima agli edifici i cecchini. Piovono missili e granate a qualunque ora del giorno. Almeno 100mila persone sono intrappolate. Non arriva cibo, non c’è acqua potabile, la temperatura si abbassa sotto lo zero di notte ma non c’è gas da riscaldamento e neanche elettricità. E accendere un fuoco, di notte, vuol dire diventare un bersaglio.

Secondo la procuratrice generale dell’Ucraina, Iryna Venediktova, «quello che sta accadendo a Mariupol non è più un crimine di guerra. La guerra ha delle regole, ma qui non ci sono regole. Penso che si possa parlare di genocidio quando l’intera città è tenuta in ostaggio, dove non c’è possibilità di andarsene. Dove vengono prese a fucilate colonne di sfollati che cercano di partire. Dove viene distrutto un ospedale per la maternità», ha detto Venediktova.

Dalla città martire che Putin ha ordinato di prendere ad ogni costo per completare la cerniera costiera dal Donbass alla Crimea, arrivano solo i racconti del sottosuolo. I vivi parlano solo dei morti. Gli uni e gli altri nascosti in qualche cavità aspettando il miracolo della pace o un convoglio che li porti via.

Questa è la guerra in Ucraina, né più né meno di tutte le guerre: faccio fatica a individuare il confine tra atti e crimini di guerra. La guerra è un crimine di per se stessa, anzi, come dice papa Francesco, è un sacrilegio.

Scrive Nello Scavo su Avvenire, quotidiano dal quale ho attinto le note di cui sopra: “Succede che in guerra, come in ogni guerra, il nemico braccato talvolta non si presenti con la faccia feroce del combattente, ma mostri i connotati mesti del figlio sperduto. Come Radislav, il soldato russo che in una fattoria ucraina viene nascosto da una coppia di agricoltori di mezza età. Non se la sono sentita di consegnarlo alla polizia. Per i russi è un disertore. Per i militari di Kiev un invasore. Non è il solo. A Mosca sono terrorizzati dalle fughe di notizie.

Ma i casi di diserzione si stanno moltiplicando, mentre molti soldati a contratto si sono dimessi. «Eravamo in Bielorussia, ci avevano detto che era un’esercitazione come le altre. Hanno mentito. In Ucraina ci venivo in vacanza, a trovare i parenti, adesso mi chiedono di ucciderli», ha spiegato Radislav. Fuggiaschi e disertori. Per necessità e per scelta. Attraverso svariate fonti in Europa, in Ucraina e in Russia siamo entrati in contatto con alcune delle famiglie russe, preoccupate per la sorte dei militari mandati allo sbaraglio all’assalto di Kiev. Il morale è ai minimi e le voci di ammutinamento non sono più solo «calunnie del nemico». Il colonnello russo Yuri Medvedev, comandante della 37esima brigata fucilieri motorizzati è stato deliberatamente travolto da uno dei suoi carri armati.

Una rappresaglia interna motivata dall’aver mandato a morte centinaia di ragazzi. Sui social sono state diffuse le immagini dell’ufficiale gravemente ferito e portato in Bielorussia, dove sarebbe morto. Radislav è stato fortunato, ma non c’è modo di sapere come se la caverà. È stata la contadina che lo ha accolto a rassicurare la madre del soldato, in Russia. L’ha rincuorata e ha promesso che faranno in modo che nessuno gli faccia del male. Il giovanissimo carrista non aveva con sé né documenti né armi. In un filmato si vede la colonna di corazzati cadere in una imboscata”.

Una piccola riscossa di umanità che ci fa dire che non tutto è perduto. Alle stragi, agli stupri, alle torture, alle vendette, alle macerie materiali e umane fa riscontro qualche episodio di solidarietà, di ribellione, di obiezione di coscienza: forse non siamo così cattivi come la guerra ci impone di essere… Forse fanno più rumore gli alberi bellicosi che cadono della foresta pacifica che (nonostante tutto) cresce.

 

 

I rampini dell’Occidente

Mi sono permesso di criticare in questi giorni il pensiero, se non unico, dominante, che emerge a commento dell’invasione dell’Ucraina, pensiero che non esito a definire “bellicista”. Dal momento che la miglior difesa è l’attacco ecco quello dotto e argomentato di Federico Rampini nel suo ultimo libro “Suicidio occidentale”.

In estrema sintesi la tesi in esso contenuta e questa: “Se un attacco nel cuore dell’Europa ci ha colto impreparati, è perché eravamo impegnati nella nostra autodistruzione. Il disarmo strategico dell’Occidente era stato preceduto per anni da un disarmo culturale. L’ideologia dominante, quella che le élite diffondono nelle università, nei media, nella cultura di massa e nello spettacolo, ci impone di demolire ogni autostima, colpevolizzarci, flagellarci. Secondo questa dittatura ideologica non abbiamo più valori da proporre al mondo e alle nuove generazioni, abbiamo solo crimini da espiare. Questo è il suicidio occidentale. L’aggressione di Putin all’Ucraina, spalleggiato da Xi Jinping, è anche la conseguenza di questo: gli autocrati delle nuove potenze imperiali sanno che ci sabotiamo da soli”.

Avrei due “timide” obiezioni da rivolgere a questo importante e impegnato scrittore di cose internazionali. La prima riguarda la sottovalutazione del pericolo russo, che non è avvenuta per una sorta di complesso culturale di inferiorità da parte del mondo occidentale, ma per presuntuosa e dominante volontà affaristica, che da anni ha steso un velo di pietoso silenzio sulle malefatte del regime russo. Non ci siamo disinteressati degli attacchi alla democrazia da parte degli attuali due “imperi del male”, Russia e Cina, per i sensi di colpa che ci condizionano, ma per gli interessi economici che ci guidano.

Trump, nella sua paranoica realpolitik, arrivava ad ammirare Putin, bypassando o disturbando l’Unione europea. Ora che gli Usa, con Biden, hanno ripreso a ragionare (?) e attaccano a spron battuto e talora sconsideratamente il macellaio Putin, la Ue si fa trovare debole, disunita e sparpagliata, anche se tatticamente e precariamente ricompattata di fronte alla contingenza devastante di una guerra alle porte di casa. Non è questione di autodistruzione culturale occidentale, ma di riduzione della politica internazionale a mero affarismo globale salvo poi svegliarsi dal sonno utilitaristico quando è tardi.

Il secondo discorso è relativo alla mancanza di autostima occidentale. La nostra democrazia, anche se, come diceva Churchill, è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate fino ad ora, non è certo esente da colpe e limiti gravissimi, così come l’equilibrio internazionale perseguito fino ad oggi grida vendetta al cospetto di Dio. Scontiamo i nostri clamorosi errori e non è proprio il caso di sentirsi primi della classe: l’autocritica è sempre e comunque positiva senza paura di ammettere i propri errori e le proprie manchevolezze. Abbiamo purtroppo anche crimini da espiare, guerre assurde da farci perdonare, esami di coscienza da fare.

Nel corso della trasmissione di “L’aria che tira”, un programma in onda su La7, durante un acceso confronto sull’aumento delle spese militari e sul conflitto fra Russia e Ucraina, il giornalista del Corriere della Sera Federico Rampini, l’autore del libro di cui sto criticando la tesi di fondo, ha attaccato Tarquinio – per il quale le sanzioni economiche «sono come bombardamenti: non piegano i regimi, ma piagano i popoli, si blocca il grano in Russia e si muore di fame in Nord Africa» – ritenendo «ignobile» il «mettere sullo stesso piano sanzioni e bombardamenti» e accusando Tarquinio di essere «uno dei tanti che lavorano per Putin».
In difesa del direttore di Avvenire si sono espressi esponenti politici di diverso orientamento, di rappresentanti dell’associazionismo, di personalità della cultura, dello sport e di “semplici” lettori. «Un abbraccio di solidarietà e stima» è arrivato dal direttore di Civiltà Cattolica, padre Antonio Spadaro, convinto che «quanto accaduto a Marco Tarquinio su La7tv dimostra il “conformismo bellico”».

Mi compiaccio degli attestati di solidarietà inviati a Marco Tarquinio a cui aggiungo il mio, anche se sarebbe meglio avere il coraggio di esprimere idee e sostenere tesi in contro-tendenza e non aspettare che i pochi coraggiosi vengano sbrigativamente e strumentalmente tacciati di putinismo.

Posso essere d’accordo che l’attuale momento non sia il più indicato per una revisione democratica, ma nemmeno per un colpo di spugna sul passato remoto e recente e per non vedere gli errori del presente di cui Marco Tarquinio si fa obiettivo, coerente e credibile censore. Pensiamo soltanto agli egoismi da cui ci siamo fatti guidare, alle ingiustizie che abbiamo costruito, alle porcherie che abbiamo sparso per il mondo.

Il fatto di avere a che fare con le travi dei comunismi riveduti e scorretti di Putin e Xi Jinping non ci esime dal togliere le travi dagli occhi occidentali. Forse sono proprio queste nostre travi che non ci hanno permesso non dico di rimuovere, ma nemmeno di vedere le travi dei due imperi di Russia e Cina.

Il democratico pensiero unico bellicista

Giorno dopo giorno ci si accorge sempre più di quanto sia divisivo il discorso della guerra in generale e di quella in Ucraina in particolare. Le diverse opinioni si pongono a tutti i livelli e in tutti i campi. Ragion per cui, secondo l’andazzo pseudo-culturale, bisogna difendersi dal pericoloso confronto, mettendo in campo il cosiddetto pensiero unico bellicista.

Partiamo dalla politica, intendo riferirmi soprattutto ai partiti e ai loro esponenti. Nei giorni scorsi ho salutato con grande favore le dichiarazioni pacifiste di Graziano Delrio, il quale per la verità non ha nascosto onestamente che nel suo partito, il Pd, ci siano tante sensibilità anche sul discorso guerra/pace. Infatti, a poche ore di distanza dall’intervista di Delrio, è intervenuto il ministro piddino della difesa, Lorenzo Guerini, per ribadire, più o meno, che nel rispetto dell’obiettivo del raggiungimento delle spese militari pari al 2% del Pil l’Italia si gioca la propria credibilità internazionale. Anch’io ho il sacrosanto diritto di vergognarmi e lo faccio immediatamente. È possibile vomitare una tale sciocchezza da parte di un ministro, che oltretutto proviene da una forza politica di sinistra come dovrebbe essere il Pd? L’Italia se vuole dimostrare di essere un grande Paese non lo deve fare spendendo e spandendo in armi, ma perseguendo obiettivi di sviluppo a livello interno ed internazionale e contribuendo ad instaurare un clima di dialogo e di pace. Non mi scandalizzo delle diversità esistenti nel Pd, ma dovrò pur tenerne conto se e quando deciderò di recarmi alle urne per esprimere un voto.

Discorso analogo, anche se molto più scopertamente strumentale, si può applicare al M5S: le posizioni di Giuseppe Conte e Luigi Di Maio sono divergenti sull’atteggiamento dell’Italia al riguardo delle spese militari e di tutta la tattica, se non addirittura la strategia, da adottare negli equilibri internazionali. Conte sembra essere “pacifista”, mentre Di Maio è governista (un mero e poco dignitoso ventriloquo di Draghi).

Non so fino a che punto il governo Draghi soffrirà a causa di queste divisioni, resta il fatto che esistono e vanno obiettivamente considerate, valutate e discusse. Il pensiero unico non lo consente e chi non si schiera pedissequamente dalla parte del “se vuoi la pace prepara la guerra” è considerato un ingenuo o ancor peggio un cretino o peggio ancora un amico del giaguaro Putin.

Cosa si intende per pensiero unico? La rischiosissima assenza di differenziazione nell’ambito delle concezioni e delle idee politiche, economiche e sociali. Il pensiero unico non concede dubbi, non lascia spazio e arriva addirittura ad un vero e proprio ostracismo nei confronti dei dissenzienti. Sta succedendo ad esempio nei confronti dello storico Alessandro Orsini a cui sono state chiuse le porte della Rai, perché osa teorizzare che non bisogna criminalizzare, delegittimare e sputtanare il nemico in quanto così facendo si chiude ogni e qualsiasi spazio di dialogo. Il docente di Sociologia del terrorismo ha collaborato anche con il governo. Oggi attribuisce alla Nato le responsabilità dell’invasione russa. E la Rai gli ha cancellato il contratto da duemila euro a puntata per “Cartabianca”: proprio il Pd avrebbe una sorta di particolare antipatia verso questo esperto e si sarebbe fatto promotore di questa censura.

Come leggo sul sito di Nicola Porro, fa specie che un Partito come quello Democratico, che si presenta continuamente (ipocritamente?) come campione di atlantismo e occidentalismo, disponga un’interrogazione parlamentare in Commissione di Vigilanza (e che la Rai prontamente ubbidisca) in cui si contesta un contratto stipulato dal sociologo Alessandro Orsini, definendo “assolutamente inaccettabile che le risorse del servizio pubblico radiotelevisivo vengano utilizzate per finanziare i pifferai della propaganda di Putin”. Forse improvvisamente sono diventati tutti “risparmiosi” in una Rai che spreca a tutta canna? Ci puzza di pensiero unico lontano mille miglia.

Qualcuno ritiene che anche nei confronti di papa Francesco ci sia in atto un morbido ostracismo, fatto di scarsissima attenzione ai suoi messaggi di pace, che sconvolgono le menti degli strateghi, non solo russi, ma anche occidentali. Quando ho letto il commento papale alla prospettiva di investire quote aggiuntive di fondi pubblici in spese militari, mi sono detto che un simile missile avrebbe scombussolato il mondo. Mi sono sbagliato: i media gli hanno messo la sordina e i politici hanno ridotto le parole del papa a mera timbratura del cartellino da parte della Chiesa Cattolica.

Si pensi – così annota con grande correttezza ed obiettività Marco Tarquinio, direttore di “Avvenire”, dialogando col direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano – ad “un commento eccessivo ed avventato, come quello incredibilmente offerto ai telespettatori da una conduttrice della pur ottima e sempre puntuale Rainews24: «Il Papa potrebbe anche tacere, in questo momento…», ha protestato con gran cipiglio in dialogo con una collega direttrice di giornale. Per qualcuno e qualcuna oggi, mentre si fa guerra aperta in Europa, è disdicevole “disturbare i manovratori”, parlando di pace e della follia di riempire l’Europa e il mondo di armi… Perciò il Papa dovrebbe star zitto. Un’enormità? Sì. O se si vuole una stridente opinione “censoria” in un altro bel tg Rai – anzi, come si dice, in un canale all-news – che come e più del tuo Tg ha correttamente dato subito conto di tutto”.

Quindi anche sul piano etico-culturale esistono le divisioni, ma non si vuole ammetterle. E questa sarebbe libertà d’informazione, democrazia a livello culturale e politico? Solo il quotidiano “Avvenire” ha il coraggio di reagire ad “un impressionante conformismo bellico e ad una sfrontata propaganda per la produzione e il commercio delle armi”, di ospitare opinioni in contro-tendenza e di occuparsi dei risvolti più impegnativi e imbarazzanti della fuga dall’Ucraina: i bambini rischiano di cadere dalla padella dell’aggressione russa alla brace dello sfruttamento sessuale, del traffico di organi e finanche delle adozioni purchessia; i rom provenienti dall’Ucraina non li vuole nessuno alla faccia del buonismo occidentale. Cosa succederà in prospettiva di fronte a flussi migratori pazzeschi ed incontenibili, senza considerare il problema delle differenze di atteggiamento a seconda della provenienza dei migranti stessi? Non se ne deve parlare.

Il problema è armi sì, armi no, anzi armi sì e armi sì. Il di più, venisse anche dal papa, viene dal maligno.

 

 

Elogio (graduale) della follia

Il grande Enzo Biagi citava spesso un aneddoto in cui una madre premurosa e perbenista, di fronte alla giovanissima e nubile figlia incinta, ammette con la gente: “Sì, è incinta, ma solo un pochettino…”.

Ebbene il governo italiano aumenterà le spese militari, ma con gradualità: l’obiettivo del 2% del Pil è stato rinviato di quattro anni al 2028. Draghi recupera la fiducia del M5S sulla base dello slittamento della scadenza proposto dal ministro della Difesa, Lorenzo Guerini.

L’esecutivo cominciava a scricchiolare, “non intendiamo fare passi indietro” sul no all’aumento delle spese militari entro il 2024, prometteva Giuseppe Conte. Alla fine il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini, sia per conto del Pd che per quello del governo, si fa carico di indicare una mediazione. L’aumento concordato nel 2014 con la Nato, arrivando cioè al 2 per cento del Pil, slitterà al 2028. La folle corsa agli armamenti viene solo diluita nel tempo.

Il solito compromesso all’italiana con una mediazione ai livelli più bassi. Si dirà: meglio di niente. Non sono d’accordo. Su un argomento di tale portata ognuno si doveva prendere le proprie responsabilità a costo di mettere in discussione, non necessariamente in crisi, il governo. Andare in crisi su un simile argomento mi sembra quasi doveroso, una crisi di coscienza prima che politica. Invece proseguirà l’equivoco: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Sì, ma intanto prepara le armi per fare la guerra. Difensiva? Vai a capire quando una guerra è difensiva…

Tutto il male etico non viene per nuocere: si sono infatti scoperti gli altarini della querelle politica. Il M5S, con il suo improvvisato leader Giuseppe Conte, ha fatto la faccia dura solo ed esclusivamente per recuperare un po’ di credibilità nei confronti di un elettorato ormai piuttosto gracile e disorientato ed anche per trovare un minimo di unità all’interno della propria armata Brancaleone. È bastata una piccolissima minaccia di Draghi a far rientrare tutto.

Il partito democratico è ormai smidollato (“guardate la faccia di Enrico Letta”, direbbe il grande Indro Montanelli) e appiattito sullo status quo: ha solo ed esclusivamente la preoccupazione di salvare Draghi e il suo governo, anche se facesse cose dell’altro mondo. Il M5S è un partito (?) di lotta e di governo e, come tale, sbanda in continuazione; il Pd è un partito di governo e chissenefrega della lotta, della piazza, della gente, delle spese militari, della pace etc. etc. Gli altri attori politici non meritano nemmeno di essere presi in considerazione, salvo qualche rara eccezione che conferma la regola.

Una drammatica occasione sprecata per arrivare a quei contenuti, che tutti dicono di voler privilegiare. Sono tutti rimasti inchiodati al pur onorevole e rispettabile nastro di partenza draghiano. Di questa corsa tuttavia non si vede il traguardo.

Era la volta buona per essere veramente europeisti e non solo filo-atlantici, per puntare ad un concetto di difesa europea, che dovrebbe fare risparmiare risorse e non richiederne delle nuove, per guardare ad un esercito europeo che desse una bella sforbiciata agli eserciti nazionali, alle loro inefficienze ed ai loro sperperi.

Per l’ennesima volta dell’Europa non frega niente a nessuno: tutti, più o meno, hanno preoccupazioni elettorali e fanno credere di avere il controllo della situazione con le armi. In fin dei conti dell’Ucraina e di eventuali future Ucraine non frega niente a nessuno. Non c’è nessun esponente politico che abbia un minimo di visione a lungo termine. Nessun statista! Meglio ripiegare su statisti al telefono. È una pena! Non so sinceramente se essere più addolorato per il disastro umano dell’Ucraina o per il disastro politico interno ed internazionale. Non sono mai stato un integralista cattolico, ma in questo momento mi attacco alla candida veste di papa Francesco.

 

 

Le trombe del bellicismo e le campane del pacifismo

In mezzo ad uno stentoreo coro bellicista presto volentieri ascolto ad un solista pacifista. Ho grande stima ed ammirazione per un personaggio politico fin troppo schivo al limite del rinunciatario, fin troppo serio al limite del sofferto.

Mi riferisco a Graziano Delrio, ex ministro ed ex capogruppo Pd, che non nasconde la sua angoscia per i tempi che stiamo vivendo. «Dopo due anni di questa lunghissima pandemia che ancora non finisce, adesso la guerra nel cuore dell’Europa. Credo sia proprio questo il momento in cui la politica deve utilizzare parole di speranza, indicare una prospettiva non solo militare ma di pace duratura. Non possiamo lasciare che a parlare siano solo le armi, dobbiamo rassicurare, mostrare un orizzonte, far percepire un impegno concreto della politica e dell’Italia per la pace e la sicurezza».

Ho letto quasi con commozione la sua intervista al Manifesto di cui riporto integralmente alcuni passaggi.

L’Italia con altri paesi Ue ha deciso di inviare armi all’Ucraina. È la strada giusta?

Ho votato a favore con tormento. Sono un pacifista convinto, consapevole che le armi lasciano sempre dietro di loro tragedie, non mi lascio sedurre dall’idea della corsa agli armamenti, della deterrenza come strada per costruire la pace. Ma questo è un avvenimento eccezionale, la prima volta che i confini di un paese europeo vengono aggrediti dopo la seconda guerra mondiale, e non possiamo invocare il diritto alla resa. La legittima difesa degli ucraini va aiutata, le armi possono servire a rallentare l’invasione e ad aprire trattative su una base più dignitosa per l’Ucraina.

Condivide questo paragone storico? Tra il 1943 e il 1945 era in corso una guerra mondiale.

In comune c’è il diritto di resistere a una aggressione così palese, il concetto stesso di resistenza. Lo prevede anche l’Onu. Io avrei scelto un altro tipo di resistenza, ma era nostro dovere dare una mano: questo non significa che la diplomazia debba stare ferma. L’Europa deve parlare di pace, e farlo subito. E la pace si fa col nemico. Come fece Moro nel 1975 con gli accordi di Helsinki tra Russia ed Europa. Era un momento di contrapposizione frontale, eppure ha funzionato. Sono molto preoccupato da una logica bellicista, la scelta della Germania di investire 100 miliardi nella difesa non è una buona notizia.

Lei si è astenuto, con altre due deputate Pd, sull’odg di maggioranza che aumenta le spese militari.

Gli investimenti possono servire se si ragiona su una difesa comune europea, che permette anche di razionalizzare la spesa. Non condivido la logica degli aumenti indiscriminati. Vedo in molti animi quello che Giovanni XXIII definì «una psicosi bellica».

Eppure l’Italia prevede un aumento di 13 miliardi.

Non basta un ordine del giorno, di queste cose bisogna discutere seriamente. Su cosa investiamo? Sulla cyber sicurezza? Certamente. Ma la Francia ha già 300 testate nucleari, non credo proprio che ne servano altre in Europa. La decisione del Parlamento mi pare più figlia di un riflesso automatico che di un ragionamento.

Anche Macron annuncia il riarmo.

Si invocano le armi quando la politica è latitante. Arrendersi alla logica bellica vuol dire negare il principio spesso su cui abbiamo costruito l’Europa. Putin a un certo punto, col suo paese in ginocchio, avrà bisogno di una via d’uscita. Sì, parlare di riduzione delle spese militari in questa fase non è solo utopia. In momenti ancora più difficili si sono firmati trattati per la riduzione delle armi nucleari. Se ci arrendiamo alla logica di Putin siamo noi gli sconfitti. Ora più che mai serve un nuovo trattato per la sicurezza in Europa, Russia compresa. E lo capiranno anche loro. Come diceva Tolstoj, la grandezza della Russia è un fine che si sarebbe potuto perseguire anche senza guerre.

Anche in questa crisi l’Ue è eccessivamente a ruota degli interessi americani?

La colpa è nostra, non possiamo lamentarci del protagonismo degli Usa o della Cina se non siamo in grado di esprimere una politica estera comune. Mi auguro che questa sia l’occasione perché l’Italia, con Francia, Germania e Spagna, avvii una cooperazione rafforzata in tema di difesa.

Come valuta il dibattito italiano di questi giorni? C’è una psicosi bellicista?

Nella nostra società il no alla guerra è un sentimento molto radicato, l’articolo 11 della Costituzione non è stato scritto a caso.

Il governo e il Pd hanno toni troppo bellicisti?

Giusto che l’Europa abbia risposto in modo compatto all’aggressione. E che anche l’Italia sia stata unita. Ma dopo tre settimane questa unità va usata nell’azione diplomatica. Il tempo di parlare di pace è adesso.

Nel Pd si è sentito isolato?

No. Nel Pd ci sono tante sensibilità ma tutti concordiamo sul primato della politica e della diplomazia. E nel rapporto con la Russia noi non abbiamo retropensieri o scheletri nell’armadio.

Finalmente una voce che mi riconcilia con la politica. L’ex ministra Fornero, qualche tempo fa, ebbe a dire che Delrio è l’unico politico serio sulla scena italiana. Sono d’accordo. Anche la esemplare correttezza con cui parla del suo partito ne è la dimostrazione. Quando una persona è troppo brava rischia però di essere emarginata se non addirittura defenestrata. Il segretario del Pd Enrico Letta, appena seduto sulla poltrona, non ha trovato di meglio che tagliare fuori Delrio dalla carica di capo-gruppo parlamentare, sbandierando un’assurda scelta femminista. Nel governo Draghi avrebbe potuto essere inserito come ministro: non c’era che l’imbarazzo della scelta per il dicastero. Un po’ di cuore e di idealità in un governo tutto cifre e razionalità non avrebbe guastato. Non voglio esagerare, ma sarebbe stato anche un ottimo presidente della Repubblica, perfettamente in linea con l’eredità mattarelliana.  Quando mai la politica recupererà il suo vero ruolo di interprete dei valori e delle aspirazioni della gente, soprattutto di quella che soffre? Non ho idea, so che sarà sempre e comunque tardi. Per fortuna che nel frattempo c’è Delrio.