La saccarina nel gas

In molti avranno notato come si comportano certe persone con alto tasso glicemico nel sangue: mangiano a volontà pane, pasta, dolciumi etc., al termine del pranzo, quando arriva il caffè, tirano fuori dalla tasca il contenitore della saccarina e ne mettono una pasticchina nella tazza, così mettono a posto tutto…

Inoltre perché non ricordarsi di quel tale che mise ben undici cucchiaini di zucchero in una tazza di caffelatte. L’amico, che gli faceva compagnia, disse scherzando: “Perché non ne metti dodici? Dicono che porti fortuna…”. Rispose l’altro: “No, il caffelatte mi piace un po’ amaro…”.

Questi episodietti, più volte da me citati (l’arteriosclerosi incombe…), calzano alla perfezione per chi fino a ieri ha fatto autentiche scorpacciate di putinismo economico e anche politico e ora si scandalizza di andare a mendicare il gas da Paesi istituzionalmente e democraticamente impresentabili come Egitto, Arabia Saudita, Venezuela, etc. etc. Ironia del destino: le fonti energetiche sono nella disponibilità di dittatori e bisogna rassegnarsi ad entrare in rapporti d’affari con essi.

Si sono svegliati un po’ tutti, anche il dormiglione Enrico Letta: con l’Egitto non si può, ce lo chiede Giulio Regeni, massacrato dalle spie egiziane, mentre le istituzioni di questo Paese da anni ci stanno prendendo per il sedere negandoci uno straccio di riparazione giudiziaria.

Non si può essere più realisti del re per poi improvvisamente scoprire che il re è nudo. Ho i miei dubbi sulla giustezza ed efficacia delle sanzioni economiche verso la Russia e non torno sull’argomento. Se le sanzioni hanno da essere, dove andiamo a prendere il gas? In questo atteggiamento puritano sono accomunati gli ex-amici sotterranei di Putin, gli ecologisti della domenica, gli ex-comunisti sempre più pentiti e i politici in cerca d’autore. Se aspettiamo di raggiungere l’autosufficienza energetica tramite le fonti alternative, rischiamo di morire tutti di freddo, di caldo e di fame. Per cortesia non facciamo i demagoghi: tutti allineati e coperti quando si tratta di riarmarsi, poi, quando giunge il momento di partire, molti si defilano nascondendosi dietro questioni di principio adottate a corrente alternata.

La principale questione rimane quella delle armi e della guerra: abbiamo dribblato bellamente la Costituzione, ce ne freghiamo altamente del Vangelo, facciamo orecchie da mercante con papa Francesco. Poi, improvvisamente ci svegliamo dal sonno guerrafondaio e facciamo gli intransigenti democratici con i Paesi produttori di gas. Ma fatemi il piacere…

Mario Draghi ha scodellato una battuta infelice quando ha detto “preferite la pace o i condizionatori accesi”. Gli italiani sembrano tuttavia dargli retta. L’invasione della Russia in Ucraina ne ha concentrato l’attenzione: più di nove cittadini su dieci, come mostra il sondaggio di Demos per l’Atlante Politco di Repubblica, si dicono preoccupati. E proprio per questo si dicono disposti a ridurre i consumi di riscaldamento o aria condizionata per mettere fine al conflitto. Due su tre preferiscono «la pace al condizionatore», per usare l’espressione del presidente del Consiglio Mario Draghi.

La domanda è una “cagata pazzesca”, le risposte le tengono dietro. È la solita solfa del “scusi, lei è favorevole o contrario”. Ragionare non serve a niente, meglio rimanere in bilico referendario. Sarebbe sgradevole che agli italiani venisse posta la domanda: “preferite la giustizia per Giulio Regeni o il gas egiziano per alimentare i condizionatori?”. Di bene in meglio. Evviva i demagoghi del cavolo.

Al di là di tutto bisogna considerare come la vita sia strana e riservi sorprese, che vanno al di là delle nostre pur giuste aspirazioni e convinzioni. Mia sorella condensava questa filosofia in una battuta dialettale: “as fa cme as pól e miga cme as vól” (si fa come si può e non come si vuole). Bisognerebbe fare innanzitutto ciò che si può per evitare le guerre e per farle cessare (e non si dica che non si può fare, perché si deve fare!). Solo dopo aver fatto tutto ciò ci si può anche rassegnare ed “inalare” il compromettente gas egiziano. Noi abbiamo saltato il passaggio fondamentale e adesso, con la coscienza sporca, diventiamo allergici all’Egitto e vogliamo disquisire sulla provenienza del gas.  Che razza di ipocriti…

 

 

 

 

Il digiuno transalpino

Mi sono chiesto: se fossi un cittadino francese, come avrei votato alla recente consultazione elettorale per la nomina dell’inquilino dell’Eliseo? Senza grande spinta mi sarei con ogni probabilità orientato su Jean-Luc Mélenchon – fondatore nel 2008 del Partito di Sinistra e attuale leader de La France Insoumise (“La Francia Indomita”), il principale gruppo politico di sinistra – più per istintiva nostalgia a rischio populismo che per ragionata convinzione a rischio moderatismo.

Emmanuel Macron è stato il candidato più votato al primo turno delle presidenziali francesi. Nei risultati definitivi, il presidente uscente ha il 27,85% mentre Marine Le Pen il 23,15%. Il 24 aprile i due contendenti si sfideranno di nuovo, come nel 2017, per la conquista dell’Eliseo.

Terzo è l’ex socialista di sinistra Jean-Luc Mèlenchon, leader di La France Insoumise, con il 21,95%. Viva la delusione al quartier generale di Mélenchon, che puntava davvero al secondo turno. Come spesso mi è capitato nelle mie scelte politiche, avrei perso di brutto.

Si va quindi al ballottaggio e Macron risulta in testa anche nei sondaggi per il secondo turno, che danno risultati piuttosto diversi: Ifop-Fiducial dà Macron al 51% e Le Pen al 49%, un testa a testa molto incerto; Ipsos Sopra-Steria e OpinionWay, invece, danno il presidente uscente al 54% e la candidata della destra radicale al 46%. Il margine d’errore è del 3%.

Qui, per me, verrebbe il bello. Cosa fare come ipotetico elettore francese? Turarmi il naso e votare Macron per scongiurare il peggio incarnato dalla Le Pen? Da parecchio tempo i francesi sono costretti a votare a denti stretti pur di sbarrare la strada all’estrema destra. Successe anni fa con Chirac preferito a Le Pen padre, succederà oggi con Macron preferibile a Le Pen figlia.

Si potrebbe anche non disturbare le narici e lasciare che vinca il peggiore: a volte può servire toccare il fondo per risalire. Sì, forse farei così, anche perché Emmanuel Macron, visto da lontano, mi sembra molto deludente: malato di protagonismo come i suoi concittadini, non mi ispira più quel barlume di fiducia che gli avevo concesso alla sua prima elezione.

La convivenza degli italiani con i cugini francesi e viceversa non è mai stata troppo facile e serena: ci si odia cordialmente. Ricordo come mia sorella, nella sua solita schiettezza di giudizio, una volta si lasciò andare e parlò di “quegli stronzoni di Francesi”: forse non sbagliava di molto.   Un conto è essere superiori su basi oggettive, un conto è ritenersi aprioristicamente migliori. Sono convinto che la Francia, come del resto l’Italia, abbia parecchi scheletri nell’armadio da nascondere e invece di cercare l’alleanza con i Paesi più simili, con cui instaurare collaborazioni e solidarietà, e di puntare su un europeismo genuino e convinto, ha preferito la fuga in avanti verso la Germania o addirittura la Russia: della serie “è meglio leccare i piedi ai tedeschi” e strizzare l’occhio a Putin che sopportare “la puzza dei piedi” degli italiani e appiattirsi su Ue, Usa e Nato. Se non è nazionalismo questo…

Non ci mancava che il macroniano e penoso protagonismo telefonico durante la vicenda russo-ucraina a copertura della storica ma sempre torbida strategia francese. Devo ammettere di avere inizialmente sopravvalutato Macron per poi, strada facendo, ridimensionarlo. Mia sorella, per certi versi più netta di me nei giudizi, direbbe, “da lu a niént da sén’na…”. Ai francesi quindi non rimane che votare il meno russofilo dei candidati all’Eliseo, considerata la smaccata anche se imbarazzata preferenza verso il populismo putiniano da parte di Marine Le Pen, e quindi scegliere tra la, più autoctona che moderata, cena offerta da Macron e la indigesta scorpacciata destrorsa della sua competitor. Sarei portato a rifiutare un simile ballottaggio sulla base di un ragionamento molto terra terra: “Putost che nient (Macron o Le Pen) l’è mej putost” (l’astensione dal voto).

La frase «Se non hanno più pane, che mangino brioche» (in francese S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche) è tradizionalmente attribuita a Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, che l’avrebbe pronunciata riferendosi al popolo affamato, durante una rivolta dovuta alla mancanza di pane. Vai a capire dove stia il pane mancante (forse dal fornaio Macron) e dove si trovino le brioches di fantasia (forse dalla pasticcera Le Pen).  A quel punto, se francese fossi, proclamerei un digiuno.

 

 

 

 

I cannoni di Johnson

Il mio impegno politico è storicamente fatto di sfide coraggiose al limite del paradosso, regolarmente perse in casa: militavo infatti nella Democrazia cristiana aderendo all’ala progressista, per la precisione alla corrente di matrice sindacal-aclista. Una gara dura anche se, per certi versi, affascinante. Ero segretario di sezione e durante un dibattito congressuale mi permisi di sostenere l’idea del disarmo della polizia nei conflitti di lavoro: era un periodo caldo a livello di protesta e contestazione studentesca e operaia. La mia provocatoria proposta, che peraltro faceva riferimento ad un disegno di legge, presentato in Parlamento da un esponente della sinistra D.C. (se non erro l’onorevole Foschi) e mai approvato, fece andare su tutte le furie alcuni iscritti, in particolare uno che gridò: “I canòn a la polisìa”. Fu la mia caporetto, da quel momento ebbi vita dura e in poco tempo mi spodestarono democraticamente (?) da segretario.

Il premier britannico Boris Johnson non è lontano dai cannoni del mio contraddittore degli anni sessanta del secolo scorso se è vero come è vero che ha formalizzato la decisione di affidare alla Marina militare il pattugliamento del canale della Manica per frenare l’impennata di sbarchi di migranti. L’annuncio è stato fatto durante un discorso tenuto sulla costa inglese del Kent; il primo ministro Tory ha illustrato il già preannunciato piano draconiano definito dal suo governo per dare una stretta all’immigrazione. Il piano prevede fra l’altro il controverso trasferimento di alcuni richiedenti asilo in Ruanda, in attesa della verifica dell’iter sulla loro eventuale ammissione nel Regno Unito.

Johnson spiega nel dettaglio la finalità del piano: “il Regno Unito da ora sarà in grado di perseguire i migranti che arrivano illegalmente nel Paese, mentre per gli scafisti che pilotano i barchini o i gommoni attraverso la Manica è previsto il carcere a vita”.

Ma la stretta repressiva non finisce qua. “Stiamo espandendo le nostre strutture di detenzione per migranti”, ha aggiunto Johnson. L’obiettivo è “accelerare il processo di espulsione di quanti non hanno diritto a rimanere nel Paese”. Rispetto alla opzione che prevede il controverso trasferimento di alcuni richiedenti asilo in Ruanda, Johnson ha sottolineato che “nel tempo fungerà da grande deterrente” per chi vuole tentare il passaggio della Manica.

Il primo ministro Tory ha promesso comunque che chi “fugge da Assad o da Putin” sarà accolto, “l’importante è che il processo avvenga in modo legale e ufficiale, non tramite i trafficanti di essere umani”, ha concluso Johnson.

Ebbene Boris Johnson sta facendo il giro del bullo guerrafondaio, gioca a spararle ancora più grosse di Biden (ed è tutto dire), poi, quando si arriva al dunque fatto di ospitalità nei confronti di chi scappa dalla guerra, da tutte le guerre, e dalla fame, si erge a difensore della legalità e della sicurezza, nascondendosi dietro la sacrosanta ostilità verso i cosiddetti scafisti. È facile e comodo spingere gli altri alla guerra armata di resistenza, aiutarli con le armi, purché stiano a casa loro. Mi sembra questa la filosofia di Johnson.

Mi diventa più che mai spontaneo fare riferimento al criterio sbrigativo suggerito dal grande giornalista Indro Montanelli per giudicare le persone: “guardategli la faccia…”. Si attaglia perfettamente a quella di Boris Johnson, il premier britannico. Mia sorella non ha fatto in tempo a visionarlo, ma sono sicuro che, se fosse ancora in vita, non esiterebbe a sentenziare: «Che facia da stuppid!». Siccome, se e quando uno è stupido, lo è sempre, Johnson si lascia sfuggire parecchie stupidate. Il clima di guerra, che si è scatenato, lo porta ancor più a fare e dire autentiche puttanate.

Non voglio infierire, ma il primo ministro britannico, come ha rivelato un portavoce di Downing Street, sarà multato per lo scandalo PartyGate, ossia le feste e le sbevazzate proibite a Downing Street durante i lockdown anti Covid che il governo aveva imposto ai cittadini durante i mesi più duri della pandemia. Non c’è che dire: un maestro di coerenza.

Parecchio tempo fa per esprimere il mio scetticismo verso certe perbenistiche iniziative in difesa delle ragazze vittime di violenza sessuale, affermai sarcasticamente che, se fossi stato una di quelle donne, avrei preferito farmi difendere da Piero Pacciani, il presunto mostro di Firenze.

Se Volodymyr Zelensky per la riscossa resistenziale e democratica dell’Ucraina si affida a personaggi occidentali come Boris Johnson sta proprio fresco. Gli consiglierei di cambiare inopinatamente interlocutore, di dare l’opportunistica preferenza addirittura al tanto vituperato Gerhard Schröder, ex cancelliere tedesco, un venduto di altissimo bordo, un convertito all’oligarchia, che con Putin potrebbe metterci una buona parola. Pèrs par pèrs…sémpor mej fogärs in-t-al mär grand…

 

 

Kirill, il grande inquisitore

Se, anziché di fede, discorso molto serio, parlassimo di religione, vale a dire del complicato e spesso artificioso complesso di norme, regole, prescrizioni, precetti e comandi, purtroppo il discorso si farebbe complicato e imbarazzante. Ci sono state le guerre di religione, in nome della religione si è perseguitato e ucciso, in nome della religione si è (s)governato, in nome della religione si è perseguitato, torturato, massacrato, bombardato, ammazzato.  Si trattava di alibi? Di coperture? Di paraventi? Senza dubbio!

Molti, con una certa improvvisazione e superficialità, sostengono che tutte le religioni monoteiste portano in sé un radicalismo ed un integralismo proveniente dall’idea di un Dio vendicativo e geloso. Non conosco affatto il Corano e non sono un biblista, tuttavia davanti a certe pagine della Bibbia, resto indifferente se non addirittura irritato per la loro affabulatoria portata narrativa (si pensi alla creazione e non solo) o per la loro sconvolgente violenza (si pensi agli interventi vendicativi di un Dio a uso e consumo del popolo ebreo). Posso essere provocatorio e forse poco interreligioso? Se togliamo la chiave interpretativa ed esistenziale di Gesù di Nàzaret, rischiamo, a mio incompetente e discutibilissimo giudizio, di pestare l’acqua nel mortaio. Ho sentito o letto una giornalista affermare che anche Gesù cadde nella trappola della violenza religiosa quando disse: “Non sono venuto a portare pace, ma una spada” (Mt 10,34). Se mai qualche equivoco avesse potuto ingenerare questa espressione, finalizzata peraltro solo ad evitare una comoda religione di tipo esteriore, Gesù stesso li ha fugati rimproverando aspramente Pietro, che aveva sguainato la spada per proteggere velleitariamente il maestro all’atto del suo arresto, e dicendogli: “Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada…” (Mt 26,52). Mi dispiace ma Gesù non lo si può prendere in castagna, a Gesù non si può fare alcun appunto di tal genere. Ai cristiani sì, a Gesù no!

I cristiani ortodossi – almeno uno dei loro autorevoli capi e chi lo segue – stanno dando pessima prova di sé in occasione della crisi bellica dell’Ucraina aggredita dalla Russia. È una storia vecchia, mi riferisco ai deplorevoli compromessi della Chiesa ortodossa col potere, ma tutto dovrebbe avere un limite, invece…È pur vero che, quando vedo certi filmati dell’epoca fascista in cui il fior fiore della gerarchia cattolica si schiera a sostegno di Benito Mussolini, accontentandosi del piatto di lenticchie (?) del Concordato e sacrificando la vita di sacerdoti e laici antifascisti, mi si accappona la pelle e quindi…anche il cattolicesimo non è da prendere a scatola chiusa.

Ammetto di nutrire da sempre un certo scetticismo riguardo alle prospettive di unificazione, o per lo meno di dialogo, fra le diverse confessioni cristiane: mantengo intatta, nonostante i tentativi anche sinceri, l’impressione che si tratti di divisioni dottrinali molto influenzate da questioni di potere. Gesù, pur non essendo un prete dell’epoca, conosceva molto bene i “suoi polli” e, pur aborrendole con nettezza, le commistioni tra religioni e potere: in fin dei conti la sua morte può essere fatta risalire proprio al timore, da parte dei capi religiosi, di perdere il controllo della situazione. Per questo pregò con intensità ed insistenza affinché i suoi discepoli potessero rimanere uniti nel suo nome, senza cadere nella tentazione del frazionismo o del settarismo al fine di difendere i loro “orticelli clericaloidi”.

Si sono scatenate guerre, persecuzioni, lotte, conflitti in nome della purezza evangelica, ma in realtà soprattutto per motivi di esercizio dell’importante e determinante potere religioso, temporale e non. Il peso della storia e della politica ha inoltre sovrapposto consistenti incrostazioni alle divergenze teologiche e il consolidamento degli schemi divisori ha portato alla radicalizzazione delle differenze, chiudendo i cristiani in veri e propri fortini. L’evidente dimostrazione di tutto ciò sta nell’assurdo, quasi paradossale, appoggio dato da Kirill alle sporche manovre belliche del potere russo.

Come bene sintetizza Riccardo Maccioni su “Avvenire”, malgrado le sollecitazioni “ecumeniche” a prendere le distanze da Putin, a dispetto di una critica interna che pur timidamente cresce, Kirill non cambia strategia. Anzi ribadisce la legittimità dell’azione armata contro l’Ucraina, nel segno di un legittimo meccanismo di difesa della Russia a suo dire minacciata nella propria sicurezza. Molto chiaro in proposito il sermone tenuto nella Chiesa dell’Intercessione in Fili: il patriarca di Mosca e di tutte le Russie ha richiamato i fedeli all’unità. «In questo periodo difficile per la nostra patria – ha detto Kirill – possa il Signore aiutare ognuno di noi a unirci, anche attorno al potere. Così – ha continuato – emergerà la vera solidarietà nel nostro popolo, così come la capacità di respingere i nemici esterni e interni e di costruire una vita con più bene, verità e amore».

Una posizione in linea con i precedenti interventi, a partire dall’omelia del 6 marzo quando Kirill aveva evocato una natura metafisica della lotta contro l’occidente delle false libertà e del peccato ridotto a semplice variazione del comportamento umano, come dimostrano «le parate gay». Dichiarazioni che hanno creato sconcerto anche all’interno del mondo ortodosso legato a Mosca.

Sì, perché gli ortodossi sono molto divisi al loro interno. Il fattore religioso è uno dei temi roventi del conflitto in Ucraina. Nel Paese le due chiese ortodosse, una autocefala con circa 7 mila parrocchie, nata ufficialmente nel 2018 è separata dalla più ampia e potente Chiesa ortodossa ucraina dipendente dal patriarcato di Mosca, che conta quasi 12 mila parrocchie. La scissione tra le due Chiese è avvenuta sull’onda dell’invasione russa della Crimea e del Donbass nel 2014, ma ha radici più antiche e profonde ed è stata formalizzata dal riconoscimento dell’autocefalia da parte del patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo, quattro anni dopo (chi ci capisce qualcosa è bravo…).

Le due Chiese ucraine sono divise da una contesa politico-ecclesiastica, ma entrambe sono compatte nella resistenza contro l’invasore russo, a sua volta appoggiato dalla chiesa ortodossa di Mosca. Una guerra fratricida, che, come si legge sul mensile “Jesus” rischia di lasciare sotto le macerie l’intero cristianesimo slavo.

Proprio nel momento in cui la fede cristiana avrebbe potuto alzare la propria voce di fratellanza e pace è stata invece messa in campo per giustificare da una parte sacrilegamente l’aggressione russa, dall’altra per difendere l’integrità territoriale e resistere al novello Caino Putin. L’incredibile mossa tattica di Kirill ha infatti ricompattato le due Chiese ucraine almeno per fare fronte comune contro l’invasore. Kirill rischia di imitare Putin anche per quanto riguarda l’isolamento in cui si sta cacciando. Fortissime contestazioni dal clero e dai fedeli ucraini, in particolare un gruppo di sacerdoti della Chiesa ucraina rimasta fedele (fino ad ora) al patriarcato russo, vorrebbe intentare causa contro il patriarca presso il Consiglio dei primati delle antiche Chiese orientali. Al momento, secondo l’agenzia l’Ukrainska Pravda, l’appello sarebbe stato sottoscritto da 191 presbiteri ma il numero è destinato a crescere. Caldo anche il fronte del “no interconfessionale” in cui avanza l’ipotesi di un’espulsione del Patriarcato di Mosca dal Consiglio ecumenico delle Chiese (Cec), organismo di cui fanno parte 349 membri, in particolare di tradizione protestante, anglicana e ortodossa.

Non c’è che dire: un casino pazzesco da tutti i punti di vista. Non ho idea cosa potrà sortire un eventuale incontro al vertice fra papa Francesco e il patriarca Kirill. Personalmente lo lascerei bollire nel suo brodo, anche se il dialogo può sempre portare qualche frutto. Gli ucraini non hanno nemmeno un punto di riferimento preciso e saldo in materia religiosa: in balia della barbarie criminale di Putin e Kirill, costretti a fidarsi dell’inaffidabile Occidente, possono solo pregare quel Gesù Cristo in cui credono e che viene assai maltrattato dalle loro sparpagliate gerarchie ecclesiastiche. Non è un caso che il mensile “Jesus”, da cui ho tratto il quadro della situazione religiosa, annoti: “Le invocazioni più potenti sono quelle delle madri che pregano per i figli che si sono arruolati, ma in tanti inneggiano anche alla pace”.

Chiudo queste amare riflessioni pensando al sacrificio di Cristo, che stiamo rivivendo nella Pasqua, ma aggiungo una citazione di carattere artistico, che mi sembra abbastanza pertinente per storicizzare la folle dottrina kirilliana a supporto delle smanie di potere putiniane.

Si tratta del don Carlo, una mirabile sintesi del genio creativo di Friedrich Schiller (poema drammatico Don Carlos, infant von Spanien) e dell’estro musicale di Giuseppe Verdi, con la collaborazione dei librettisti François-Joseph Mèry e Camille Du Locle.

Siamo in Spagna nel sedicesimo secolo, il re Filippo II, un despota appoggiato dalla Chiesa, deve fare i conti con il figlio ribelle che, oltre ad essere innamorato della Regina matrigna, sposa la causa libertaria delle Fiandre. Chiede aiuto al grande Inquisitore, la massima autorità religiosa.

 FILIPPO
Se il figlio a morte invio,
M’assolve la tua mano?

L’INQUISITORE
La pace dell’impero i di val d’un ribelle.

FILIPPO
Posso il figlio immolar al mondo
io cristian?

L’INQUISITORE
Per riscattarci Iddio il suo sacrificò.

FILIPPO
Ma tu puoi dar vigor a legge si severa?

L’INQUISITORE
Ovunque avrà vigor,
se sul Calvario l’ebbe.

FILIPPO
La natura,
l’amor tacer potranno in me?

L’INQUISITORE
Tutto tacer dovrà per esaltar la fè.

FILIPPO
Stà ben.

 

Crescendo bideniano e diminuendo zelenskiano

Gli attacchi a Putin da parte del presidente statunitense Biden si sprecano: macellaio, criminale, dittatore da abbattere etc. etc. Probabilmente siamo arrivati al culmine: Putin autore di un vero e proprio genocidio in Ucraina. Inizialmente sembravano gaffe con tanto di alleggerimento successivo da parte dello staff della Casa Bianca, poi l’insistenza verbale si è fatta travolgente e incontenibile e si è pensato che il tutto rientrasse in una tattica per la verità vecchia come il cucco, quella cioè di attaccare l’avversario per fiaccarlo e costringerlo a più miti consigli. L’accusa di genocidio però è tale da spostare il discorso da un livello meramente tattico ad una rottura irrimediabile e di tipo strategico.

Non entro nel merito di questi giudizi perché ho da sempre ritenuto Vladimir Putin uno degli uomini peggiori della storia: ha sintetizzato in sé il peggior comunismo (essendo di esso un arnese di lusso quale annoso capo del Kgb sovietico) con il peggior liberismo (avendo impostato un vero e proprio sistema capitalistico-mafioso) e con la peggior politica (una autocrazia senza se e senza ma). Mi sono quindi sempre stupito (?) delle aperture di credito occidentali nei suoi confronti, motivate evidentemente dalla più bieca realpolitik.

Quando ci si tira in casa un delinquente – o perché conviene o perché ci sono già parecchi delinquenti e uno in più non crea particolare disturbo – prima o poi non può che finire male. Ora gli Usa, e non solo loro, per vergogna etico-tattica o per convenienza strategica lo vorrebbero mettere sgarbatamente alla porta, ma non è facile: i patti, espressi o taciti che siano, non tengono più, l’ospite puzza assai e allora bisogna cominciare a dire la verità, sperando che il mondo creda a proprie spese in questa virata nei rapporti e cercando di fargli molto male al punto da farlo impazzire totalmente, isolarlo e mandarlo in malora.

Putin nel suo delirio di onnipotenza ha offerto ai nemici-amici l’occasione propizia per regolare i conti una volta per tutte, l’ha fatta talmente grossa da indispettire e scandalizzare (quasi) tutti. Qualcuno però deve pagare il conto di questo cambiamento di rotta, di strategia e di equilibri di potere. Biden tenta di scaricarlo sulle spalle dell’Europa, sia dal punto di vista economico (il prezzo delle sanzioni e dello scombussolamento generale nei rapporti commerciali pesa soprattutto sui Paesi europei alquanto esposti verso la Russia), sia sul piano politico (il disorientamento geo-politico è notevole e tocca in modo particolare un’Europa, disunita al limite della conflittualità).

L’alleato degli Usa in questa opera di pulizia internazionale è Volodymyr Zelenski con la sua Ucraina: lo stanno trattando come vittima sacrificale di un rito volto a recuperare credibilità per il volto sfregiato di una democrazia auto-deturpata e per ridisegnare gli equilibri di potere a livello mondiale. Anche Putin aveva e ha la macabra intenzione di usare l’Ucraina quale pedina per battere i suoi colpi sullo scacchiere europeo se non addirittura mondiale (vedi problematica alleanza con la Cina).

Mi auguro che Zelensky, che mi sembra al momento solo un abile comunicatore e un coraggioso kamikaze, non sia in realtà uno statista dilettante che cade in un gioco più grande di lui. Sta esagerando e mentre munge la vacca statunitense e della Nato, sta schierandosi troppo al fianco degli Usa ed isolandosi dall’Europa, non comprendendo bene i rischi che sta correndo: finire con l’essere un fantoccio degli americani dimenticando cultura, storia, arte e geografia del proprio Paese per diventare la testa di ponte americana in una Europa spiazzata e indebolita.

Il tacito rifiuto della visita a Kiev del presidente tedesco Steinmeier la dice lunga sulle perplessità di Zelensky verso il Pese più forte dell’Europa, probabilmente memore di una ostpolitik, che parte in buona fede da Willy Brandt per proseguire tortuosamente con Angela Merkel per finire col tradimento del (quasi) oligarca ex-cancelliere Schroeder, finito a giocare nella squadra di Putin. Anche la Francia, che storicamente ha sempre avuto un occhio di riguardo alla Russia più per contenere lo strapotere americano che per simpatia verso i regimi, sovietico prima e russo poi, non ha il pedigree in ordine agli occhi di Zelensky, che sta peraltro bussando vigorosamente alle porte dell’Ue, mettendone paradossalmente in discussione i più forti e consolidati abitanti.

Forse il giro di propaganda operato in Europa con i video messaggi ai parlamenti così come i contatti avuti con i vari leader europei non hanno dato gli effetti sperati al di là delle virtuali e paternalistiche pacche sulle spalle e delle promesse da marinaio. Invece che insistere su questa strada, si è sbilanciato decisamente verso gli Usa, disposti a fornire armi sempre più potenti e relativi istruttori, e sta coinvolgendo nella sua causa i Paesi europei di frontiera, quasi a segnare una linea rossa di confine verso la Russia e la sua invadenza, arginabile militarmente dalla Nato sempre più a controllo Usa. Zelensky è ormai inserito a pieno titolo in una logica di guerra che fa gioco a Biden e un po’ meno gioco alla Ue. Anche la mossa della richiesta di uno scambio fra il prigioniero Medvedchuk, oligarca filorusso in odore di presidenza collaborazionista nel caso in cui l’invasione fosse sboccata in un cambio della guardia a Kiev, e un certo numero di prigionieri ucraini deportati in Russia, la dice lunga sul clima irreversibile di guerra in cui si sta sprofondando.

Non so se il presidente ucraino sia veramente e democraticamente rappresentativo della volontà del suo popolo o se stia andando al di là degli interessi e dei desideri della gente fiaccata da una guerra tremenda. Ho l’impressione che si muova con una certa abilità, ma senza un disegno preciso in testa (cosa peraltro assai difficile). Forse si fida troppo degli Usa (e di chi si dovrebbe fidare…), forse si fida troppo poco dei Paesi europei (e chi non dubiterebbe di quest’armata brancaleone chiamata Ue…), forse rischia di finire becco e bastonato, prima bastonato che becco. Non so perché, ma non vedo in lui né la stoffa di un eroe, né quella di un uomo di stato, né quella di un vero e proprio leader.  In mezzo allo squallido panorama dei personaggi investiti di potere ci può stare anche lui, con una piccola (?) differenza: lui è nell’occhio del ciclone assieme al suo popolo che sta soffrendo e morendo. Uno straccio di pace potrebbe interessargli comunque, anche a costo di farsi da parte.

 

 

 

Maestre vittime del “pedagogically correct”

Quattro anni fa aveva sgridato gli alunni di una quinta elementare, dopo che questi avevano imbrattato i bagni di feci e si erano mostrati irrequieti durante la sua ora. Era stata denunciata dai genitori e il Tribunale di Parma l’ha condannata a un mese e 20 giorni per abuso di mezzi di correzione nei confronti dei ragazzi, che in lacrime avevano raccontato a famigliari e insegnanti degli insulti e strattonamenti ricevuti. Accuse sempre respinte dalla supplente. Ma nelle motivazioni della sentenza, la giudice parla di versioni «coerenti e reiterate» rese dagli studenti. E spiega che, subito dopo l’accaduto, i fatti erano stati segnalati al Preside della scuola con una lettera di alcune colleghe, messe al corrente dei fatti, e che la docente era stata convocata dal dirigente per una sanzione disciplinare.

Ad una educatrice della scuola Whitefield Primary Academy di Luton, a nord di Londra, lo slancio d’affetto avuto nei confronti di un suo alunno, quattro anni, con difficoltà di apprendimento, è costato il licenziamento. La donna, accusata di aver «abusato» della fiducia conferitagli dal ruolo per accogliere tra le braccia il piccolo, in evidente stato confusionale, ha contestato la decisione della presidenza al tribunale del lavoro di Watford. Dopo più di un anno di udienze il giudice le ha dato ragione: quell’abbraccio non era così grave da giustificare l’allontanamento dal lavoro.

Mi hanno incuriosito i suddetti fatti contraddittori nella loro “diseducativa” esagerazione giudiziaria: da una parte l’abuso di correzione, dall’altra l’abuso d’affetto. In mezzo mi sia consentito di aggiungere l’assenza della genitorialità.

Può darsi che all’insegnante di Fornovo siano saltati i nervi di fronte ad un fatto così riprovevole e all’omertoso atteggiamento della scolaresca: non ci vedo niente di grave, tanto meno di penalmente rilevante. Cosa doveva fare questa maestra? Passarci sopra? Ridurre l’atto ad una delle solite innocue ragazzate? Lavarsene le mani rimettendo la questione al Preside della scuola? La prossima volta farà così e tutto andrà bene. In questa società l’importante è non rompere le scatole a nessuno, voltarsi dall’altra parte. Se a me da bambino fosse successo un fatto simile, dopo i rimproveri più o meno violenti della maestra, mi sarei preso quelli ancor più forti dei miei genitori, che avrebbero elogiato la maestra per il suo comportamento, certificandolo con qualche ceffone a mio carico.

Ancor più assurda la vicenda giudiziaria della maestra inglese, troppo materna e affettuosa. Avrebbe dovuto mantenere le distanze? Avrebbe dovuto adottare il freddo aplomb inglese? Ma fatemi il piacere. Un supplemento di affetto non ha mai fatto male a nessuno, anzi. L’insegnante non è un robot, ma una persona che accosta l’alunno e cerca di educarlo con le nozioni ma soprattutto con le emozioni.

Stupisce in questi casi l’atteggiamento falsamente protettivo e veramente assenteista dei genitori.  Mia sorella, acuta ed appassionata osservatrice dei problemi sociali, nonché politicamente impegnata a cercare, umilmente ma “testardamente”, di affrontarli, di fronte ai comportamenti strani, drammatici al limite della tragedia, degli adolescenti era solita porsi un inquietante e provocatorio interrogativo: «Dove sono i genitori di questi ragazzi? Possibile che non si accorgano mai del vulcano che ribolle sotto la imperturbabile crosta della loro vita famigliare?». Di fronte ai clamorosi fatti di devianza minorile, andava subito alla fonte, vale a dire ai genitori ed alle famiglie: dove sono, si chiedeva, cosa fanno, possibile che non si accorgano di niente? Aveva perfettamente ragione. Chissà cosa direbbe di fronte agli episodi suddetti.

Capisco come esercitare il “mestiere” di genitori non sia facile ed agevole: di qui a fregarsene altamente o addirittura ad ostacolare gli insegnanti dei propri figli, che osano intromettersi nella finta pax famigliare, passa molta, troppa strada.

 

La fiducia è una cosa seria e si dà alle cose serie

Hanno fatto molto scalpore le coraggiose prese di posizione di Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, sulla guerra in corso fra Russia e Ucraina. Ha avuto parole dure, anche se rispettose, nei confronti del vicesegretario generale della Nato Geoana e dell’ambasciatore Sessa: «Non mi fido e non vi credo». I giorni successivi ha così titolato la rubrica delle lettere al direttore: “Occhi e cuore per chi soffre e muore. (Al resto non credete e non fidatevi)”. Bisogna cioè “ascoltare la realtà, con infinito dolore e infinita pietà per ogni soldato e ogni civile che viene precipitato nella fornace atroce e ancora alimentata della guerra”. Il Papa, che si sforza di proporre schemi di pace in alternativa agli schemi di guerra di cui siamo prigionieri, viene bellamente snobbato e quasi ridicolizzato in nome del necessario (sic!) “riarmismo” dilagante.

Quale credibilità può avere la Nato che da strumento di difesa si è vieppiù trasformato in strumento di guerra? Quante operazioni belliche sbagliate sono state compiute in nome e per conto della Nato! Ci sarebbe molto da discutere anche sulla passata guerra nel Kosovo.

Quale affidabilità può avere una diplomazia fatta da dilettanti allo sbaraglio o addirittura da figli di buona donna (leggi servizi segreti)? Gli Usa magari stanno cercando un fantoccio qualsiasi da mettere al posto di Putin: di simili operazioni se ne intendono anche se non ne hanno azzeccata una… La diplomazia odierna coniuga l’insipienza di chi non è capace di niente con la spregiudicatezza di chi è capace di tutto.

Quale fiducia meritano i nostri attuali governanti, privi di coraggio, di fantasia e di strategia? Siamo in pessime mani. Gli Usa sobillano gli Ucraini, tanto, come diceva mia sorella dei pazienti di medici irresponsabili, muoiono loro e non gli americani. Gli europei puntano sempre più sulle sanzioni economiche, tanto soffrono i poveri dell’Europa e del mondo. I cinesi con i russi fanno il gioco sporco dei ladri di Pisa.

Mi è rimasta molto impressa l’espressione usata da Romano Prodi per fotografare l’attuale situazione geopolitica: trionfa la “muta ferocia”. E io dovrei ascoltare tutti i giorni e senza battere ciglio, dal mattino alla sera, gente che mi vuol far credere che Gesù Cristo è morto di freddo ai piedi? Stiamo sprofondando in un mare di violenza e di guerra. Oltre tutto solo ora ci accorgiamo di tutti i focolai di guerra presenti nel mondo, solo perché l’Ucraina ci è geograficamente vicina. A chi mi chiede provocatoriamente “e allora” rispondo di non fare il furbo, perché una seria ricerca della pace sarebbe possibilissima pur di volerla. Nessuno, giunti a questo punto, la vuole…

I preti salesiani, che ogni giorno salvano vite dai russi sul confine della prima linea in Donbass, confessano: “Portiamo via i civili dalle bombe e loro ci chiedono armi”. “Mandateci elicotteri e carri armati per difenderci”, ci fredda una volontaria”. Siamo arrivati a questo punto. Capisco la disperazione degli Ucraini che pensano di non affogare attaccandosi a qualsiasi ciambella di salvataggio, anche la più illusoria come quella delle armi. Arrivo persino a concedere armi agli ucraini per riconoscere il loro diritto alla difesa, poi sento che ci si vuole riarmare in tutto l’Occidente, poi sento che si vuole consolidare questa guerra che servirebbe alle potenze per giocare sulla pelle della gente, poi vedo il balletto diplomatico dei telefoni, dei viaggi, degli incontri, degli applausi e delle invettive. E allora divento sempre più scettico.

Ho sentito un giornalista attestarsi sul più bieco ed irridente pragmatismo e chiedere: “Allora cosa mandiamo agli Ucraini? Dei fiori?”. Continuiamo pure con le armi: magari, dopo la guerra difensiva contro la Russia, quelle armi serviranno ad una guerra civile in un Paese devastato da tutti i punti di vista. Anche a me, vedendo i massacri viene la tentazione di reagire con inaudita violenza. Ma chi fa la guerra vuole proprio questo: inserire tutti in una perversa spirale da cui non si può uscire.

Le false certezze della politica e i veri dubbi della coscienza

Mentre piovono le bombe, muore la gente, crollano gli edifici, si accumulano le macerie, si cancellano le città, si distruggono le case, si lacerano gli animi, si perpetrano stragi e torture, si fugge con disperazione dal territorio Ucraino, il dibattito culturale e politico si avvita, in modo surreale, su questioni di principio e di strategia politico-militare. E si litiga, ci si scambiano accuse pesanti, si lanciano scomuniche verso chi osa dissentire dall’ortodossia bellicista a cui tutto, gira e rigira, si riconduce. Mi sono ripromesso di fare di seguito una breve sintesi dei punti controversi attorno ai quali girano le analisi e le discussioni in ordine alle cause ed alle prospettive della situazione ucraina inserita nel contesto europeo e mondiale, facendomi guidare soprattutto dalle (in)certezze della mia coscienza.

Data per scontata la condanna, senza se e senza ma, dell’invasione russa (chi tentenna non è chi interroga la propria coscienza, ma chi oggi spara cannonate dopo avere fino a ieri portato fiori al grande dittatore russo), è giusto sostenere la resistenza ucraina sul piano militare? La Nato aveva imbottito di armi l’Ucraina ben prima dell’invasione (qualcuno arriva a sostenere che l’Ucraina sia militarmente più forte della Russia), trascurando quelli che potevano essere i margini per il raggiungimento di accordi diplomatici per una collocazione pacifica e condivisa di questo Paese nel contesto internazionale ed europeo e nel rispetto della sua giovane e contraddittoria democrazia. Effettivamente ora è tardi per assentarsi dall’obbligo morale e politico della difesa dell’aggredito, al contempo non può sfuggire il rischio di cristallizzare una vertenza militare tendente all’infinito. Forse potrebbe valere ed essere applicato il famoso detto di Confucio: “Se in riva al fiume vedi qualcuno che ha fame non regalargli un pesce…ma insegnagli a pescare”. “Se vedi un Paese aggredito non limitarti a regalargli delle armi con cui difendersi…ma cerca di aiutarlo affinché in futuro non abbia bisogno di armi, ma di pacifica democrazia”.

Resta tuttavia il punto su cui molti si impantanano: si deve sostenere ad oltranza l’eroica resistenza del popolo ucraino, che appare convinta, compatta, coraggiosa e pronta a tutto, oppure sarebbe meglio consigliare all’Ucraina una resa che metta fine alla carneficina a cui questo popolo sembra destinato? Non voglio fare il benaltrista, ma ritengo che possa e debba esserci una via d’uscita: un onorevole compromesso patrocinato e garantito dalle cosiddette grandi potenze, che sarà certamente duro da digerire soprattutto per chi sta sacrificando la vita per difendere la patria, ma che costituirà una base di partenza per la rinascita dell’Ucraina, ma anche per iniziare a disegnare nuovi equilibri geopolitici in un mondo lacerato e strutturato in veri e propri imperi globali. Purtroppo l’Europa appare troppo disunita per sedersi a questo tavolo con voce in capitolo, salvo un orgoglioso ed abile colpo di reni: l’Ue deve mettersi in gioco per poter giocare un ruolo positivo e costruttivo.

Diversamente la guerra tra Russia ed Ucraina rischia di diventare lo status quo nei rapporti tra Oriente ed Occidente e lo specchietto per le allodole dello scontro tra democrazia occidentale e dittatura russo-cinese. La democrazia non si difende con le bombe, ma con il buon esempio delle libertà praticate a tutti i livelli ed in tutti i sensi, con la solidarietà economico-sociale vero i deboli, con le vie diplomatiche, con il dialogo, con il sostegno alla dissidenza culturale e politica verso i regimi dittatoriali.

Riguardo alla dissidenza interna alla Russia v’è chi la considera decisiva per abbattere il regime putiniano e chi la considera ancora troppo debole per un simile rivoluzionario disegno. E allora ecco emergere l’illusione ottica americana di poter sfruttare l’occasione per affondare i colpi, mettere in discussione la leadership di Putin e uscire dalla guerra solo dopo avere in qualche modo rimosso il dittatore/nemico.

Anche sulle sanzioni economiche alla Russia non c’è uniformità di vedute: chi le considera l’arma decisiva per mettere in crisi l’economia di quel Paese e per ridurre gli aggressori a più miti consigli e chi le considera ingiuste perché finiscono con l’affamare i popoli (soprattutto quelli economicamente fragili), contraddittorie perché si ritorcono contro chi le ha imposte e comportano il rischio di solleticare rigurgiti nazionalisti ed autarchici, inutili perché esistono mille modi per aggirarle in modo furbesco e ridurle a pantomima economica sulla pelle dei Paesi sotto-sviluppati.

Sul come puntare nel breve termine a far finire o comunque a interrompere, magari anche solo gradualmente, questo pazzesco focolaio di guerra si intravedono due linee. Quella europeista (almeno condivisa dal nocciolo duro dei  Paesi europei) sarebbe volta ad offrire una via d’uscita diplomatica alle parti in guerra, trattando al giusto livello (e non dando la palla in mano ad ulteriori autocrati (Erdogan) con un Putin messo possibilmente all’angolo anche tramite una triangolazione con la Cina: il pericolo è evidentemente quello di dare una qualche legittimazione alla tattica putiniana del fatto compiuto, meglio così che incancrenire un conflitto senza capo né coda. Quella statunitense e filo-americana (la potremmo titolare con una azzeccata espressione prodiana, quella della “muta ferocia”) punta a spodestare Putin o comunque a tenerlo sulla graticola, ritorcendo contro di lui questa guerra da lui inventata e dichiarata, finendo con l’usare i tanto vezzeggiati ucraini come carne da cannone: avrebbe il pregio della schematica chiarezza al limite del manicheismo, il difetto di una guerra mondiale dietro l’angolo seppur combattuta per interposto Paese.

Le linee tattiche di cui sopra vengono però giocate, in modo infantile e insulso, o sul filo del telefono o sulla spinta di improvvide sparate demagogiche. Entrambe oltre tutto risentono smaccatamente di preoccupazioni elettoralistiche. L’ex premier Romano Prodi rimpiange paradossalmente il clima della guerra fredda, che pur aveva qualche regola, a fronte di un pantano in cui i potenti stanno trascinando il mondo con la loro insipienza e pigrizia.  Si potrebbe dire: meglio la guerra fredda di una pace bollente in cui ci stiamo scottando tutti.

Il rischio è che possa prevalere la linea americana con una Ue ridotta, come sempre, a ruota di scorta ed appiattita su un filo-americanismo sempre più inconcludente e disperato. Se l’Europa esiste deve, come già detto, battere un colpo, facendo significativi e coraggiosi passi in avanti sulla strada di un vero europeismo convinto, concreto e fattivo.

La strada europea è anche quella che dovrebbe consentire di risolvere il gran busillis delle spese militari che, per la verità, non c’entrano niente con l’invasione dell’Ucraina, ma che rischiano di avvitare i Paesi europei in una folle corsa al riarmo, sostanzialmente utile solo a chi produce le armi stesse, eticamente inaccettabile e politicamente insensata: una irrinunciabile e doverosa difesa comune snellita, moderna ed efficiente, che porterebbe non ulteriori spese ma risparmi di spesa.

Ho trascurato volutamente lo spettro atomico, perché se da una parte dovrebbe indurre tutti a più miti consigli, dall’altra può finire col condizionare le azioni diplomatiche, riducendole a mere sceneggiate, a puri diversivi basati su equilibri della paura e del terrore: così non si costruisce certo la pace, ma solo la pace dei sepolcri.

 

 

Pacifisti di giorno e bellicisti di notte

Pier Ferdinando Casini, incalzato da Mirta Merlino durante la trasmissione “L’aria che tira” su La7, ha espresso la sua posizione sul riarmo alla luce degli indirizzi papali (cito a senso): “Sono d’accordo con Papa Francesco, ma ammetto le spese militari se sono finalizzate alla difesa. Papa Giovanni Paolo II era contrario ai missili della Nato, che però si sono rivelati un valido strumento di coesistenza pacifica”.

Caro Pierfurbi è ora di finirla con le furberie. D’altra parte Casini era ed è schierato a spada tratta a favore dell’unità della famiglia, talmente favorevole da averne fatte più d’una: un po’ come quel prevosto, che aggirava l’ostacolo della perpetua ultraquarantenne, assumendone due di venti anni cadauna.

Mai un papa era stato così fermamente evangelico, senza se e senza ma, usando il linguaggio del sì-sì no-no, perché il di più viene dal maligno. Francesco non è un politico. Forse che Gesù lo era? Della politica se ne fregava altamente, andava dritto per la sua strada a costo di farsi tanti nemici.

Il ragionamento perbenista di Casini rientra nel solito “schema di guerra”, che non ha portato e non porta da nessuna parte.  Ha però aggiunto di non avere alcuna intenzione di insegnare al papa il suo mestiere (mancava solo questo…), lasciando intendere che forse anche il papa non dovrebbe permettersi di insegnare il mestiere ai politici. A tanta subdola sfrontatezza rispondo con sincera schiettezza: mai come in questo periodo i politici – e Casini non fa certo eccezione, anzi – hanno bisogno di imparare il loro mestiere da maestri e testimoni di altissimo livello come è certamente papa Francesco, perché non sono capaci di niente, non sanno e non combinano un cazzo, ma lo dicono bene…

Per tornare al merito delle scelte in materia di guerra/pace è finito il tempo delle ambiguità, l’attuale guerra mette a nudo tutte le contraddizioni e le tartufesche posizioni. Non si può essere d’accordo col papa e poi assumere atteggiamenti che vanno in tutt’altra direzione. Si abbia il coraggio di manifestare apertamente un dissenso. Parecchie volte a me è capitato di non essere d’accordo con gli indirizzi della gerarchia cattolica in diverse materie: dalla sessualità alla bioetica, dalla politica ai diritti civili etc. etc. Ho sempre avuto il coraggio di manifestare apertamente e direttamente il mio dissenso, pagando, nel mio piccolo, di persona. Certo che dissentire dalle parole del papa sulla guerra è qualcosa di clamorosamente anti-evangelico, ma ci può stare… Non si può essere papisti fino a mezzogiorno, realpoliticisti nel pomeriggio e addirittura bellicisti di notte.

 

 

L’inaccettabile rassegnazione alla guerra

Ucraina. Anche Kiev compra gas russo, ma dai vicini europei questo il titolo di un articolo di Pietro Saccò sul quotidiano “Avvenire”. L’Ucraina dal 2015 è riuscita a non comprare più il gas di Gazprom direttamente. Con il sistema del “flusso inverso” e del “backhaul” gli Stati Ue glielo mandano indietro. Ma non durerà. È uno dei paradossi di questa guerra: l’Ucraina anche in queste settimane continua a comprare gas russo, anche se non dalla Russia, e contribuisce così indirettamente a finanziare le spese militari dell’invasione voluta da Vladimir Putin.

I paradossi continuano. Sarebbe sacrosanto che Putin e la sua cricca venissero processati dalla Corte Internazionale penale dell’Aia, a cui compete il giudizio sui crimini più gravi che interessano l’intera comunità internazionale: il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra. Poi, approfondendo il discorso, si scopre che la giurisdizione di questa Corte è subordinata all’adesione ad un apposito statuto: non vi aderiscono Russia, Stati Uniti e Ucraina. Su questo piano coloro che si stanno macchiando di colpe al limite dell’incredibile durante la guerra in atto fra Russia e Ucraina possono stare tranquilli. Resta da chiedersi il perché della mancata adesione al giudizio di questo tribunale: evidentemente molti hanno scheletri negli armadi, che potrebbero complicare maledettamente il quadro complessivo. Gli attuali peccati della Russia non sono gli unici, e allora…

Se all’Onu non esistesse il famigerato diritto di veto per le cosiddette grandi potenze uscite vittoriose dalla seconda guerra mondiale, con ogni probabilità l’Organizzazione delle Nazioni Unite avrebbe già potuto intervenire in Ucraina, inviando i “Caschi blu” (dal colore dell’elmetto), vale a dire i militari delle forze internazionali di pace dell’ONU, con compiti di controllo finalizzati al ripristino della normalità politica e civile nel Paese in cui operano. Sarebbe oltremodo problematico per la Russia sparare contro i caschi blu… Anziché inviare armi agli Ucraini con la quasi certezza di perpetuare una guerra militare, che potrebbe addirittura sfociare in guerra civile, si avrebbe l’alternativa valida di cercare, pur con armi al di sopra delle parti, una pacificazione della martoriata Ucraina.

Se in sede europea non vigesse l’obbligo di assumere le decisioni principali all’unanimità degli Stati membri, la Ue potrebbe intervenire nella situazione ucraina con maggiore forza e convinzione, tentando di porsi alla pari rispetto alle superpotenze che la fanno da padrone sui destini del mondo, uscendo così dalla inconcludente telefonite acuta e dai tira e molla, che suonano effettivamente come presa in giro non solo per gli Europei, ma anche per gli Ucraini, smettendo di dare alla Russia pretesti riguardanti le accuse di passato collaborazionista e di presente complottista.

Il professor Sabino Cassese, giurista e accademico italiano, già ministro per la funzione pubblica nel governo Ciampi e giudice della Corte costituzionale, è intervenuto durante la trasmissione mattutina de “L’aria che tira”, in onda su La7 e, fra interminabili pause pubblicitarie – a detta dei giornalisti di quella pur guardabile rete televisiva la pubblicità fa la Tv libera (un paradosso tira l’altro…) – ha esposto una teoria storica molto interessante: i conflitti fra le Nazioni sono sempre stati risolti da “spada, feluca e toga”.

Applicando questo principio alla guerra in Ucraina, per “toga” si può fare riferimento alle entità sovranazionali di cui sopra, vale a dire Corte dell’Aia e Onu: non possono intervenite. Per “feluca” si deve intendere l’alta diplomazia, capace di dirimere i conflitti con trattative, magari estenuanti, ma comunque capaci di raggiungere onorevoli compromessi di pace: apparentemente la diplomazia non esiste più, osserviamo solo strane manovre di dilettanti allo sbaraglio, capaci solo di gridare offese reciproche.  Può darsi che esista una diplomazia molto sotterranea, consegnata più alla sporcizia dei servizi segreti che all’abilità degli ambasciatori. Se una vera e propria diplomazia esistesse ancora, la guerra in Ucraina sarebbe stata preventivamente evitata. Non è un caso che Harry Kissinger, un diplomatico di razza, forse l’ultimo dei giusti a tale livello, fin dal 2014 avesse delineato il problematico quadro dei rapporti russo-ucraini, suggerendo alcune linee tuttora valide per giungere al compromesso internazionale.

Resta sconsolatamente “la spada”, che vuol dire guerra a tutti i costi: in questo tunnel siamo colpevolmente e disperatamente infilati e sosteniamo penosamente che alla guerra non c’è alternativa. Il mio medico di base, anche di fronte alle situazioni di salute fisica più compromesse, non si rassegnava e diceva che “c’era sempre qualcosa da fare”. Vale anche per la malattia-guerra: c’è sempre qualcosa da fare per prevenirla e, nella peggiore delle ipotesi, per guarirla.