La solitudine delle nazioni prime

Lo sgarbo di Putin a Guterres: lo fa attendere per ore, niente stretta di mano e tenuto a distanza con il “tavolone”. Nonostante il sorriso con cui lo ha invitato a sedere, l’avvio del vertice a Mosca tra Guterres e Putin non è iniziato con segnali di apertura. Il presidente russo ha fatto fare anticamera per alcune ore al segretario generale dell’Onu, poi al momento dell’incontro non lo ha accolto con una stretta di mano, anzi lo ha tenuto a distanza con il famigerato “tavolone” già visto in altri incontri, una forma di distacco e (a quanto dicono gli esperti) diffidenza di Putin verso i suoi interlocutori, compresi i suoi ministri (La Stampa).

La prima tentazione sarebbe quella di mandare Putin all’inferno: prima o poi, se va avanti così, sprofonderà in esso senza bisogno di spinte da parte nostra. Invece è giusto e opportuno ingoiare il rospo e dialogare nonostante tutto. Questa è la potente arma da usare! Sono sicurissimo che alla lunga vinca.

Se in questi ormai due mesi di guerra anziché insultare, sanzionare ed esorcizzare Putin lo si fosse messo alle strette in senso dialogico, prospettandogli tutte le conseguenze del suo folle comportamento e offrendogli qualche via d’uscita dal tunnel in cui si è cacciato, non dico che avremmo interrotto la spirale bellica, ma messo qualche dubbio in lui e soprattutto nella popolazione russa, togliendogli qualche possibilità di continuare a disinformare la sua gente.

Guterres non è un uomo di potere e questo apparentemente lo indebolisce: credo invece che la sua autorità morale possa scalfire la scorza protettiva costruita attorno a Putin. Non bisogna lasciarlo solo, mandarlo allo sbaraglio, guardare alle sue mosse con la riserva mentale del “va’ avanti ti ch’am scapa da rìddor”. Potrebbe essere una versione politica dello scontro biblico fra Davide e Golia: da una parte la forza bruta della guerra dall’altra la forte debolezza delle ragioni di pace.

Non intendo fare del romanticismo pacifista, ma quella del dialogo mi sembra l’unica strada alternativa: per dirla con papa Francesco, l’adozione dello schema di pace in sostituzione di quello bellico di cui siamo prigionieri. Non vedo sinceramente altra soluzione se non la testarda ricerca del dialogo, che geopoliticamente parlando si chiama diplomazia.

Mio padre si poneva la domanda retorica del perché per fare una guerra ci si trovi tutti immediatamente d’accordo, mentre per vivere in pace ci siano mille ostacoli da superare: l’irrazionalità della politica e della vita umana.

Giordano Stabile su La Stampa scrive che ormai è svelato il vero piano degli Stati Uniti dietro il conflitto in Ucraina: annientare la Russia fornendo armi all’Ucraina in modo tale che Putin non possa minacciare almeno per un decennio rappresaglie contro altri Paesi. É questo uno dei piani degli Stati Uniti che trapela dalle dichiarazioni di ieri del segretario della difesa degli Usa Lloyd Austin. Un progetto che sembra non poter essere scalfito neppure dalle minacce di Sergej Viktorovič Lavrov ovvero quello di scatenare un Terza guerra mondiale nel caso in cui continuasse l’armamento delle forze ucraine.

Se è così, occorrerebbe innanzitutto che l’Europa, il più compattamente possibile, chiarisse con gli Usa che questa strategia è incompatibile con gli interessi europei: non è infatti accettabile che il nostro continente diventi il cortile in cui ci si esercita alla guerra, in cui si fanno le prove alla ricerca di nuovi equilibri di potere graditi agli Usa. C’è un primo livello di dialogo tra i Paesi europei, per poi arrivare al confronto con gli americani: prima di dialogare col “nemico” bisognerebbe trovare un po’ di accordo fra gli “amici”.

In seconda o terza battuta bisognerebbe dialogare con la Cina snidando i suoi inconfessabili progetti di “annessione” della Russia: dove vuole parare la Cina? Mentre la Russia si affida all’uomo forte, la Cina si affida al partito forte, l’Occidente si dovrebbe affidare alla democrazia: il condizionale è d’obbligo. È certamente difficile confrontarsi tra soggetti che adottano schemi statuali completamente diversi, forte è la tentazione di rinunciare o di bilanciare i rapporti solo in chiave di vomitevoli tornaconti.

Difficile non vuol dire impossibile! Soprattutto non vuol dire rinunciare fin dall’inizio, dando per scontata la guerra e usando solo il linguaggio delle armi. Provare, riprovare, a costo di prendere l’uscio sul muso. Prova oggi, riprova domani, chissà che qualcosa possa succedere. Non sarà comunque tempo perso.

 

 

 

 

Dubbi di piazza e certezze di palazzo

Il loggione antifascista ha ruggito. Forse non aspettava altro, ma non ha tutti i torti. ‘Letta servo della Nato”, ‘Fuori i servi della Nato dal corteo”, “Fuori l’Italia dalla Nato”, “Pd partito guerrafondaio”, “Niente soldi alle armi”, “Niente tagli a scuola e sanità”. Sono gli slogan che alcuni manifestanti hanno urlato lungo il corteo del 25 aprile a Milano.

In passato ho partecipato a diverse manifestazioni pubbliche svoltesi per celebrare la festa della Liberazione e della Resistenza: portavo con me un’educazione alla politica ricevuta nel segno dell’antifascismo, una tradizione famigliare e parentale ricca di esperienze resistenziali, una religiosità sposata all’impegno nel cattolicesimo democratico, una profonda coscienza libertaria e aperta al sociale, un dialogo vissuto con tutte le forze politiche antifasciste. Anche allora c’era chi scalpitava sul piano ideologico e cercava pretesti divisivi con la scusa di mantenere immacolata un’eredità storica. Interpretavo, allora come oggi, queste intemperanze come una spina nel fianco alla democrazia, volta a non tradire un passato fulgido con un presente defilato e compromesso. Non si rompe l’unità se qualcuno alza la mano e chiede conto di certe scelte per verificare se siano o meno coerenti con lo spirito resistenziale di un tempo.

Ecco perché non mi sono scandalizzato di certi slogan: me li aspettavo in un momento storico in cui gli eventi bellici portano tutti a radicalizzare i propri sentimenti e ad estremizzare le proprie sacrosante opzioni.

Riporto di seguito le retoriche, esagerate e piccate reazioni alle contestazioni così come riportato in cronaca dall’Ansa.

La costituzione, l’antifascismo sono casa nostra”: è quanto ha detto il segretario del Pd rispondendo a una domanda sulle critiche al partito ricevute da altri manifestanti con uno sparuto numero che ha chiesto di far uscire il Pd dal corteo. “Il 25 aprile è la festa dell’unità del Paese contro tutti i fascismi” ed è “là dove dobbiamo tutti essere”, ha aggiunto Letta che ha richiamato le parole del presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “C’è voglia di lottare per il popolo ucraino contro l’invasore”. Sulla presenza o meno di bandiere Nato in manifestazione ha detto che “le polemiche sono superate. Conta l’unità”. ‘La resistenza è fondamentale per la nostra storia e per il nostro presente per resistere alla violenza”, ha aggiunto.

“Per me la contestazione alla Nato è assolutamente folle”. Lo ha detto il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, parlando delle contestazioni alla Nato annunciate in occasione della manifestazione per celebrare i 77 anni dalla Liberazione che si terrà oggi a Milano. “Non capisco quelli che cercano dei distinguo, come se i 70 anni di storia del nostro Paese non dimostrassero che noi apparteniamo a quella alleanza atlantica – ha aggiunto a margine della deposizione delle corone davanti al Comune -, che ci riconosciamo nei valori dell’Occidente e della Nato. Per me è una contestazione folle”. In merito alla proposta della Brigata Ebraica di Roma di sfilare in corteo portando le bandiere della Nato Sala ha aggiunto che “io sono dell’idea che il 25 aprile è il corteo della gente al di là delle bandiere, poi ognuno faccia quello che vuole. Credo che ognuno di noi debba portare se stesso più che la bandiera”.

“È un grave errore perché queste cose il 25 aprile non servono mai. Anche quando ci sono posizioni diverse bisogna evitare che su singoli fatti si perda la bussola di una posizione unitaria”. Così il presidente di Anpi nazionale Gianfranco Pagliarulo, ha commentato le contestazioni al Pd durante il corteo del 25 aprile a Milano. “Perché non può essere che comune l’obiettivo della pace in una situazione così grave come quella dell’Ucraina e dell’Europa”, ha concluso.

“Purtroppo vedo ancora troppa ideologia, troppo estremismo che guarda a un estremismo di sinistra e che vuole dividere questa giornata”, facendo “un torto a chi ha resistito e a chi ci ha consegnato un Paese democratico”. Lo ha detto il Presidente del Friuli Venezia Giulia e della Conferenza Regioni Fedriga, a margine della cerimonia alla Risiera. “Il 25 aprile è un valore di tutti, non di qualcuno che pensa di appropriarsene oltretutto utilizzando l’intolleranza verso chi non è dalla loro parte politica, negando i valori del 25 aprile stesso. Dobbiamo superare insieme queste divisioni, il 25 aprile non può essere ridotto a una lotta fra bandiere”.

Rispetto queste prese di posizione, non le prendo per oro colato, mi permetto di reagire a modo mio alle contestazioni. Le critiche alla Nato – le cui bandiere non capisco cosa ci facessero dal momento che l’Alleanza Atlantica non è né un partito, né un’associazione, né uno Stato, ma un’alleanza militare – sono più che pertinenti: il cammino della Nato è costellato di tragici errori, di scelte sbagliate e di intenti poco chiari e poco democratici. Criticare è non solo legittimo, ma anche opportuno. Si ha l’impressione che le strategie della Nato passino sopra la testa dei Paesi aderenti ad essa e che spesso non corrispondano a logiche democratiche e pacifiche. Ammetterlo è cosa onesta senza per questo voler mettere in discussione scelte storiche, che, pur mantenendo la loro validità, dovrebbero essere comunque soggette a revisione alla luce dei tempi. Per stare all’argomento che frulla in testa a tutti in questo periodo, siamo sicuri che la Nato abbia fatto e stia facendo tutto il possibile per prevenire, evitare e interrompere le guerre in atto? Siamo sicuri che la Nato non sia sempre più strumento inquadrabile nella mera strategia statunitense? Siamo sicuri che al di sotto della Nato non ci siano intenti espansionistici più che scopi difensivi?

Enrico Letta anziché fare la lumaca con il Pd ridotto a cassa di risonanza draghiana, farebbe meglio a porsi certe domande, senza bisogno di stracciarsi le vesti, anche perché sotto quelle vesti non c’è rimasto niente. Letta non è servo della Nato, è servo del suo nulla. Quando gli si imputa una miope e subìta politica riarmista a scapito di una irrinunciabile vocazione alla pace e di una doverosa attenzione ai problemi sociali, si mette il dito in una piaga che rischia di diventare puzzolente.

Siamo sicuri che rientri in una politica di sinistra spendere soldi in armi per preparare la guerra che non garantirà mai e poi mai la pace? Non si può ridurre queste domande di fondo a mero e fazioso vaneggiamento ideologico. A slogan che esprimono vere e proprie crisi di coscienza non si deve rispondere con altri slogan che esprimono un realismo politico che fa a pugni con le idealità basilari della nostra democrazia.

Siamo sicuri di tenere un comportamento coerente con la nostra Costituzione inviando armi all’Ucraina e non facendo nulla per favorire veramente un dialogo con la scusa che tutto sia inutile e che debba necessariamente prevalere la logica delle armi? Sono dubbi che nutro in coscienza e non accetto che alcuno me li cacci in gola in nome della Resistenza e dell’unità democratica.

Siamo sicuri che l’Italia stia perseguendo un europeismo degno del manifesto di Ventotene e della lungimiranza degasperiana? Siamo sicuri che il nostro Paese stia rispettando il suo storico, sofferto e costruttivo atteggiamento di adesione critica all’Alleanza Atlantica? Siamo sicuri che gli interessi Usa non stiano prevaricando quelli dei Paesi europei?  Mi fermo perché i dubbi potrebbero diventare troppi e persino paralizzanti e/o fuorvianti.  Concludo affermando che non mi scandalizzo dei dubbi miei e di chi osa contestare, ma delle fantomatiche certezze dei politici di turno. Sarà forse vero che dalla mia parte ci stanno i capaci di niente, ma attenzione perché dall’altra ci sono in agguato i “capaci di tutto”.

 

 

Le ballerine francesi e i nani italiani

Per commentare la rielezione di Macron alla presidenza francese riporto di seguito integralmente l’esauriente pezzo di Daniele Zappalà, apparso su Avvenire.it.

Una vittoria molto netta ma senza trionfalismi, ieri, per il presidente francese 44enne Emmanuel Macron, confermato all’Eliseo per 5 anni. Con il 58,5% al ballottaggio, ha battuto senza appello la sfidante ultranazionalista 53enne Marine Le Pen, fermatasi a quota 41,5% e pronta a riconoscere subito la sconfitta.

Fin dal mattino, la giornata è stata offuscata dalla tragica notizia dell’accoltellamento selvaggio a Nizza di un prete 57enne, padre Krzyzstof, di origine polacca, e del ferimento più lieve di una religiosa 72enne, suor Marie-Claude, ricoverati entrambi. Il sacerdote resta in gravi condizioni, ma non in pericolo di vita. Teatro dell’agguato una chiesa in pieno centro, Saint-Pierre-d’Arène. L’autore dell’assalto è stato arrestato e sarebbe un ventenne «squilibrato», secondo il sindaco Christian Estrosi. Nella città e in tutto il Paese, in ogni caso, si è risvegliato il ricordo della stagione degli attentati.

Anche tenendo conto di questo contesto, oltre che del livello record d’astensionismo (28%), Macron si è presentato in serata ai piedi della Tour Eiffel, davanti a migliaia di sostenitori, senza esibire affatto i toni trionfalistici della prima vittoria del 2017. All’epoca, era giunto sul palco da solo, mentre ieri ha preferito farsi accompagnare dalla moglie e da un gruppo di bambini.
Il nuovo mandato «non sarà nella continuità di quello che si chiude», ha promesso. Fra i primi capi di Stato a complimentare Macron, anche l’omologo ucraino Volodymyr Zelensky, che l’ha definito «un vero amico dell’Ucraina». Sul fronte interno, sempre in serata, Le Pen ma pure il leader della sinistra radicale, Jean-Luc Mélenchon (terzo classificato al primo turno del 10 aprile), hanno chiesto di fermare fra due mesi la corsa di Macron, negandogli una maggioranza parlamentare in occasione delle elezioni legislative di giugno: il cosiddetto «terzo turno», come lo chiamano gli oppositori.

Per il presidente rieletto, in effetti, comincia oggi la sfida di costituire un governo credibile da proporre anche agli elettori di quello scrutinio, in grado di scombinare ancora i piani del capo dell’Eliseo. La Francia è molto inquieta, dopo tre crisi in successione: quella interna dei gilet gialli, prima della pandemia, seguita adesso dagli effetti della guerra in Ucraina.
Macron guida un Paese pieno di spaccature e tensioni, come hanno mostrato pure i disordini notturni registrati in diversi angoli di Francia, talora dietro lo slogan: «Né Le Pen, né Macron». Nelle ultime settimane, ci sono state pure occupazioni a singhiozzo di licei e facoltà universitarie.
Per rassicurare, il presidente promette ora di allargare al massimo il ventaglio della coloritura politica dei membri dell’esecutivo, probabilmente con l’arrivo di personalità della società civile, ma anche dai ranghi ambientalisti. Macron prospetta proprio un secondo mandato segnato da misure emblematiche per l’ambiente, come la possibilità di prendere in leasing una vettura elettrica per meno di 100 euro al mese. Ma per una delle riforme più importanti che il presidente vorrebbe far giungere in porto, quella pensionistica, si prevedono già forti resistenze e agitazioni.

Aggiungo poche riflessioni personali. Niente grandeur ed è già molto. La Le Pen se ne torna a casa ed è cosa buona e giusta. “Né Le Pen né Macron” non era e non è solo un mio sfizio dialettico se riflette un clima di spaccature e tensioni, con i giovani studenti francesi, che hanno trovato un po’ di verve per uscire dall’imbuto del “meno peggio”.   Emmanuel Macron vuole aprire alla società civile ed agli ambientalisti: un passettino avanti che mi auguro non sia la solita promessa da marinaretto. Giusto mettergli un po’ di strizza in vista delle elezioni legislative di giugno, che potrebbero rimettere in discussione l’assetto politico francese basato su un paradossale sistema istituzionale. È risuonato il beethoveniano inno alla gioia per riaffermare la vocazione europeistica della Francia: non sono troppo convinto anche se spero di essere smentito dai fatti futuri.

Se Roma piange, certo Parigi non ride, mentre l’Europa va a farsi friggere nel frusto bollente olio bideniano. Proviamo ad azzardare un piccolo e impossibile parallelismo con la situazione politica italiana. Se fra un anno si scontrassero per la presidenza Carlo Calenda e Giorgia Meloni: tutto sommato sono entrambi migliori dei presunti omologhi francesi. Non ho idea di chi la spunterebbe e non ho nemmeno idea di chi potrei votare. Tutto sommato meglio il nostro sistema che consente la battaglia politica fra tanti nani piuttosto dell’architettura istituzionale francese che restringe il campo a due ballerine.

La guerra di liberazione dalla guerra

Ritengo inutile e fuorviante celebrare la resistenza al nazi-fascismo facendo improvvisati parallelismi con la situazione ucraina. La storia non si ripete, almeno non riproponendo le stesse situazione e non potendo fornire quindi le medesime indicazioni. Bisogna sforzarsi di andare al nocciolo valoriale della resistenza italiana e da questa trarre qualche utile insegnamento per il presente.

L’antifascismo fu inizialmente una battaglia d’élite o quanto meno di pochi coraggiosi per poi diventare, strada facendo, un fatto di popolo, una vera e propria guerra di liberazione dalla guerra. Mi piace considerare la sostanza resistenziale quale riscossa democratica, costretta ad usare anche le armi, ma basata sul ritorno alla libertà e alla pace.

Come mi ha insegnato mio padre l’antifascismo è parte integrante e fondamentale della vita di una persona, a livello etico, culturale, storico, esperienziale, umano prima che politico. Su questo non si può discutere: quando mia madre timidamente osava affermare che però Mussolini aveva fatto anche qualcosa di buono, mio padre non negava, ma riportava il male alla radice e quando la radice è malata c’è poco da fare.

In secondo luogo  resistenza (nel cuore e  nel cervello), costituzione (alla mano), repubblica (nell’urna) impongono una scelta di campo imprescindibile e indiscutibile: sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole voltare pagina, non capendo che coi vuoti di memoria occorre stare molto e poi molto attenti e che (come direbbe mio padre) “  in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “.

Sinceramente non so se si possa prefigurare un collegamento con la coraggiosa difesa messa in atto dagli ucraini contro l’invasore russo: non conosco i sentimenti di questo popolo, la sua sensibilità politica, i suoi valori di riferimento. Per fare una vera e propria resistenza non bastano le armi con le quali far valere il sacrosanto diritto a difendersi dall’invasore.  Non so se la storia di questo popolo fornisca le armi politiche in aggiunta a quelle militari.

Invece di esercitarsi nella stucchevole, retorica e prematura celebrazione della resistenza ucraina, fornendo ad essa autentiche valanghe di armi, sarebbe molto più costruttivo aiutarla a maturare una convinzione democratica.

A volte sento teorizzare che la liberazione dal nazifascismo sia stato frutto dell’impegno bellico degli Usa, il resto sarebbe stato un mero contorno sociale. Non è vero. Rifiuto categoricamente questa versione minimalista. Così come rifiuto l’idea che solo la guerra possa far finire la guerra. La resistenza ebbe proprio la funzione di tradurre sul piano socio-politico la vertenza bellica, ponendola in una peraltro mai definitiva prospettiva democratica.

Temo che in Ucraina al di là della disperazione contingente (che dovrebbe scuoterci tutti) manchi questo pathos democratico da parte della gente e da parte di chi la dovrebbe rappresentare. Vediamo di esportare assieme alle armi un po’ di amore per la democrazia. Può sembrare un discorso provocatoriamente e paradossalmente omertoso. Se devo essere sincero fino in fondo, mi preoccupa molto il dopo-invasione. Non vorrei che gli ucraini passassero dalla padella bollente putiniana a quella a fuoco basso e lento dell’occidente. Sono consapevole di spararla grossa, ma Zelensky sarà in grado di guidare un processo di ricostruzione da tutti i punti di vista o si accontenterà di fare il foraggiato burattino nelle mani dei suoi alleati americani?

Se il buon giorno si vede dal mattino, non c’è da stare molto tranquilli. Sapranno gli Ucraini scrivere una Costituzione che valorizzi la loro resistenza e ponga le basi di uno Stato veramente democratico? Questa è l’incompiuta ma virtuosa storia italiana, che mi sento di celebrare con convinzione e commozione e semmai di proporre all’attenzione degli Ucraini.

 

 

Il sogno concreto della pace

Rispetto, ascolto e ammiro gli esperti di geopolitica che analizzano la situazione di guerra fra Russia ed Ucraina, anche se mi danno un pericoloso senso di inadeguatezza e di rassegnazione: la guerra purtroppo continuerà a lungo.

Se questa prospettiva mi intimorisce in bocca agli studiosi, mi indispettisce in bocca ai politici investiti di alte funzioni di governo. Per favorire la fine di un conflitto armato innanzitutto occorre credere alla forza della pace per poi perseguirla con tenacia, coraggio e coerenza.

Si è parlato di tregua per alcuni giorni al fine di favorire soprattutto l’istituzione di corridoi umanitari, ma anche per congelare la situazione in vista dell’avvio di qualche seria trattativa. Stando alle notizie giornalistiche l’avrebbe chiesta a Putin il presidente del Consiglio europeo Charles Michel: se pervenuta, la proposta è stata immediatamente respinta al mittente.

Non so sinceramente con quale credibilità e carisma sia stata inviata: pochi giorni prima il presidente del Consiglio europeo Charles Michel, in visita a Kiev, aveva garantito che l’Ue farà “tutto il possibile” per fare in modo che l’Ucraina “vinca la guerra” contro la Russia. “Non siete soli, noi siamo con voi e faremo tutto quanto possiamo per sostenervi e fare in modo che l’Ucraina vinca la guerra”, aveva detto nel corso di una conferenza stampa congiunta con Volodymyr Zelensky.

Ma che razza di diplomazia è questa? Si continua a insultare l’aggressore (vedi gli Usa), si aizza apertamente l’aggredito (vedi Ue) per poi pietire un atto di buona volontà dalle parti in guerra. Si tratta di un macabro balletto, di un (non) innocuo gioco per bambini (?) scemi.

Mi si dirà che questa è solo la facciata e che dietro ad essa devono lavorare i diplomatici per giungere a qualche compromesso da far ingoiare alle parti: sarebbe un gioco al massacro che non porta da nessuna parte, una tattica di logoramento sulla pelle delle potenziali vittime.

La pace ha bisogno di vero e convinto dialogo. Se si dà per scontato che una delle parti non la vuole nel modo più assoluto, casca tutto. Bisogna insistere! Offrire vie d’uscita, costruire ipotesi alternative, mettersi su un altro piano. Parola d’ordine: non arrendersi alla guerra. Mai e poi mai!

Sarò un poeta: così mi definisce una mia simpatica coinquilina alle prese con la mia testarda volontà di dialogo a livello condominiale. Da poeta mi sono “illuso” che di fronte al pur depotenziato ONU e al pur disarmato PAPA Francesco, che chiedevano all’unisono una tregua pasquale, ci potesse essere qualche minimo riscontro pacifico. Mi sto sbagliando. Il segretario generale delle Nazioni Unite non ha purtroppo in mano carte politiche efficaci al di là del prestigio personale e di quello dell’Istituzione che rappresenta.

Per il Papa il discorso è molto diverso. Egli così spiega il lavoro di mediazione vaticano: “Ci sono sempre procedure. Il Vaticano non riposa mai. Non posso dirvi i dettagli perché cesserebbero di essere sforzi diplomatici. Ma i tentativi non si fermeranno mai”. Il Papa spiega anche il significato del gesto, compiuto il primo giorno della guerra, di recarsi a visitare l’ambasciatore russo presso la Santa Sede: “Sono andato da solo. Non volevo che nessuno mi accompagnasse. Era una mia responsabilità personale. È stata una decisione che ho preso in una notte di veglia pensando all’Ucraina. È chiaro, a coloro che lo vogliono vedere bene, che stavo segnalando al governo che può porre fine alla guerra in un attimo. Ad essere onesto, mi piacerebbe fare qualcosa in modo che non ci fosse un solo morto di più in Ucraina. Non uno di più. E sono disposto a fare tutto”.

Ebbene la forza del Papa sta nella sua concreta, oserei dire testarda, adesione ai principi evangelici (purtroppo è solo persino nella casa cristiana), ma, come ebbe a dire tanti anni fa Giovanni Bianchi ex presidente delle Acli e parlamentare del partito popolare, anche nell’esercito di “vecchiette” che pregano per la pace senza magari sapere chi siano Putin e Zelensky. Giorgio La Pira andava a colloquio con i “grandi” a mani nude, armato solo delle preghiere delle suore di clausura. Lo ammise apertamente di fronte ad un attonito politburo dell’Urss. La pace ha bisogno di sognatori più che di raffinati ed inconcludenti governanti ed ambasciatori: i sogni infatti possono diventare belle realtà, le brutte realtà lasciate a loro stesse restano immutabili per sempre.

 

 

 

La Turchia lancia segnali di fumo

Pur essendo, dal punto di vista della fede cristiana, credente e praticante, non amo le pratiche devozionali, soprattutto quelle consistenti nel recarsi collettivamente o individualmente a un luogo sacro per compiervi speciali atti di preghiera, specialmente a scopo votivo o penitenziale. Sono cioè piuttosto allergico ai pellegrinaggi, anche se rispetto e ammiro chi compie questi viaggi con sentimenti e propositi di pietà o venerazione.

Anche mia sorella la pensava così al punto da confessare al nostro parroco questa “colpevole” allergia devozionale. Lui non fece neanche una piega, la tranquillizzò e le consigliò, qualora avesse tempo, voglia e denaro, di riconciliarsi con i pellegrinaggi facendo un salto in Terra Santa: lì il discorso si fa diverso. Così fece e ne tornò entusiasta anche se non mancava di rammentare con ironia la scena della visita all’Orto del Getsemani, momento di grande intensità emotiva e di forte impatto religioso. Un paio di donne ruppero l’incantesimo con un ingenuo quanto fastidioso richiamo alla bellezza delle petunie coltivate nel giardino, dove presumibilmente duemila anni prima Gesù sudava sangue…

I capi di Stato occidentali (e non solo loro) non vanno troppo per il sottile e si stanno recando in pellegrinaggio a Kiev per rendere più omaggi che aiuti a Volodymyr Zelensky, il presidente dell’Ucraina, il tormentato Paese invaso proditoriamente dalla Russia di Putin. Quando osservo in televisione le relative immagini mi chiedo: cosa penserà Zelensky? Lui ha fatto il pellegrinaggio mediatico nei parlamenti democratici, certamente però non si fa illusioni tanto che non manca mai di andare al sodo e di chiedere aiuti, soprattutto armi. E di queste l’Ucraina deve essere piena zeppa. Persino il Papa sta valutando la possibilità di recarsi a Kiev con ben altri sentimenti e scopi.

In questo pellegrinaggio geopolitico non trovo niente di interessante e di positivo: è solo una (s)comoda passerella dei big in cerca di onore e di posizionamento (pre) bellico. Fa certamente più notizia chi non si reca a Kiev per scelta o per rifiuto da parte del destinatario (vedi il caso del presidente tedesco Steinmeier). Tutti promettono appoggi ed aiuti senza valutarne i rischi e le concrete possibilità. Zelensky ha capito l’antifona ed ha preferito stare, come si suole dire, nei primi danni: si è messo dalla parte di Biden (lui non bada a spese), ben capendo che ciò significa diventare carne da cannone per sempre. Perso per perso, meglio succhiare l’osso degli americani che mangiare la carne avvelenata dei Russi e persino la carne assai magra dell’Europa.

Mario Draghi non si è ancora recato in pellegrinaggio a Kiev. Qualcuno ricama sul fatto. Si vorrà tenere le mani libere per inserirsi in una trattativa al di fuori degli schemi sempre più consolidati di una guerra ad oltranza? Magari fosse così…Temo invece che si tratti del solito atteggiamento italiano di chi aspetta il profilo del vincitore per saltarvi sul carro. Anche perché purtroppo Draghi non ha “le palle” per distinguersi e prendere le distanze dalla strategia folle degli Usa (dovrebbe essere facile capire che gli interessi Usa non collimano con quelli europei, invece rimaniamo bloccati e imprigionati nella nostra peraltro giusta opzione storica) e per guidare l’Unione europea in una problematica autonoma azione di pace. A meno che, udite-udite, la Turchia non faccia un miracolo al di fuori del pellegrinaggio di cui sopra.

Come scrive Ilaria Lombardo sul quotidiano “La stampa”, il ministro degli Esteri di Ankara ha detto in un’intervista a Cnn Turk: «Durante il vertice tra ministri degli Esteri Nato ho avuto l’impressione che ci siano alcuni membri Nato che vogliono che il conflitto prosegua. Vogliono che la Russia diventi più debole». Il riferimento è ovvio: per la Turchia, Paese membro dell’Alleanza atlantica, l’atteggiamento di Stati Uniti e Regno Unito non aiuta a cercare una strada per arrivare alla pace e complica il lavoro della diplomazia. Di più: i turchi si stanno convincendo che il presidente americano Joe Biden e il premier inglese Boris Johnson stiano lavorando soprattutto a ottenere un regime change, secondo uno schema preciso che deve portare alla demolizione della Russia e alla caduta di Vladimir Putin.

Mi permetto di essere d’accordo col ministro turco: sono arrivato a questo punto…La realtà è quella delineata da Ankara (sic!). Ma proseguo con quanto scrive Ilaria Lombardo.

L’Italia si trova in una posizione difficile. Come spiegano da Palazzo Chigi, «l’indiscutibile» posizione di chiaro filoatlantismo non ha impedito a Draghi di insistere ripetutamente sulla ricerca della pace. Anche la fornitura di armi, dicono le fonti della presidenza del Consiglio, non è certo in contrasto con questo obiettivo. Le pressioni della diplomazia sono arrivate fino a Draghi. Dopo un’iniziale smentita sull’agenda, e la pressione che indirettamente c’è per la visita, già avvenuta o già prevista, degli altri leader europei, a Palazzo Chigi non escludono che anche il premier possa volare a Kiev. Sarebbe l’occasione per discutere faccia a faccia con il presidente Volodymyr Zelensky delle reali volontà degli ucraini e di quali margini concreti lasciare alle trattative. Secondo Draghi, il prerequisito per ragionare seriamente di pace «non può che essere il cessate il fuoco». Ed è Putin che deve dare questo segnale. I turchi si sarebbero convinti che una strada, quella che fino al 29 marzo secondo Cavusoglu era stata tracciata, c’è e chiedono all’Italia di fare sponda per concentrare su questo ogni sforzo dell’Unione europea, anche a costo di sganciarsi da Washington e Londra, come ha fatto Olaf Scholz in Germania. Il presidente turco Recep Tayyip Erdogan punta a una «conferenza di pace», un formato dove accanto a ucraini e russi siedano altri importanti attori.

Non credo ai miei occhi e alle mie orecchie: mi devo attaccare alle analisi e alle proposte della Turchia, un Paese a quasi dittatura come ebbe a dire Draghi stesso con un clamoroso scivolone diplomatico. Qualche tempo fa, durante una conferenza stampa, Draghi aveva parlato di Erdoğan dicendo che è “un dittatore” di cui “però si ha bisogno”. Draghi stava commentando l’incidente diplomatico avvenuto ad Ankara, durante un incontro ufficiale fra Unione Europea e governo turco. All’inizio dell’incontro, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, era rimasta senza un posto dove sedersi, dato che le uniche due sedie disponibili erano state occupate dal presidente del Consiglio Europeo, Charles Michel, e dal presidente turco, Recep Tayyip Erdoğan.

«Non condivido assolutamente le posizioni del presidente Erdoğan, credo che non sia stato un comportamento appropriato, mi è dispiaciuto moltissimo per l’umiliazione che la presidente della Commissione Von der Leyen ha dovuto subire», aveva detto Draghi. Dopodiché aveva aggiunto che «con questi, diciamo, chiamiamoli per quel che sono, dittatori» di cui però «si ha bisogno» è necessario «trovare l’equilibrio giusto»: «Uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute, di opinioni, di comportamenti, di visioni della società», e deve essere anche «pronto a cooperare, più che collaborare, per assicurare gli interessi del proprio Paese».

Magari Draghi è stato sgarbato e incauto, ma anche un po’ profeta, almeno speriamolo. L’invito all’Italia a svolgere un ruolo particolare potrebbe essere una raffinata vendetta turca nei confronti del nostro premier. Tutto è possibile. In questo momento, lo ammetto a malincuore, meglio giocare di sponda con Erdogan che appiattirsi sul gioco di Biden e Johnson, anche perché sul piatto non c’è solo l’Ucraina, ma l’equilibrio bellico o pacifico mondiale. Se le cose dovessero andare così come delineato dalla Turchia, d’ora in poi dovremmo dire “mamma li Turchi” con ben altro significato rispetto a quello solito.

 

L’ingombrante armadio del “russiagate”

Come più volte ho avuto modi di dire e scrivere, io situo qualsiasi discorso sui servizi segreti fra due confini, uno faceto e uno serio, che comunque arrivano grosso modo alla stessa sconsolata e rassegnata conclusione.

Sono tentato cioè di circoscrivere l’argomento aiutandomi con quanto sostenevano due personaggi del secolo scorso: Guglielmo Zucconi, un giornalista sagace e brillante prestato per un certo periodo alla politica; Aldo Moro, uno statista prestato alla Democrazia Cristiana.  Entrambi mettevano le mani avanti per non cadere nella tragicomica fossa di quella che oggi si chiama intelligence, che di intelligente ha poco o niente, ma che di sporco ha (quasi) tutto.

Il primo introduceva un simpatico ossimoro ed osservava argutamente come in Italia si pretenderebbero i servizi segreti pubblici: vorremmo cioè che l’intelligence operasse alla luce del sole, senza sotterfugi, con tutti i crismi della legalità. Il modo di essere dei servizi segreti è l’esatto contrario, la deviazione non è l’eccezione ma la regola, il tradimento è all’ordine del giorno in entrata e in uscita, le matasse vengono ingarbugliate ad arte e si finisce inevitabilmente per rimanere prigionieri nel labirinto dello spionaggio e del contro-spionaggio.

Aldo Moro – mi risulta da fonti attendibili anche se non ufficiali – affrontava questo argomento con distacco e scetticismo e osservava con estremo disincanto: «Da che mondo è mondo le spie sono sempre state le peggiori persone esistenti…». Lasciava cioè intendere che si trattasse di una realtà malefica, ma necessaria e per certi versi irredimibile. La filastrocca infantile la dice lunga al riguardo: “Chi fa la spia non è figlio di Maria, non è figlio di Gesù, quando muore va laggiù, va laggiù da quell’ometto che si chiama diavoletto”.

Fanno quindi sorridere i giornalisti che si affannano a voler scandagliare questo mondo parallelo, così come fanno pena i politici che pretendono di averne il controllo democratico. È un po’ quanto sta succedendo in questi giorni in cui si pretende di rovistare negli armadi per trovarvi i cadaveri del cosiddetto “russiagate”.

Secondo le ricostruzioni del quotidiano “La Repubblica”, gli Usa avrebbero voluto informazioni, sullo scandalo delle presunte interferenze russe nelle presidenziali Usa del 2016 per portare Trump alla Casa Bianca e sapere se non fosse stato confezionato in Italia, dai servizi guidati dall’allora premier Renzi insieme ad agenti ostili dell’Fbi, per danneggiare il tycoon e far vincere Hillary Clinton.  La ricostruzione arriva ad ipotizzare una “cena segreta”, che si sarebbe tenuta a Roma nel 2019 tra l’allora capo dei servizi italiani Gennaro Vecchione e il segretario americano alla Giustizia di Donald Trump, Bill Barr: quell’incontro nel ristorante romano sarebbe la prova di un “uso politico borderline” che l’ex premier Giuseppe Conte avrebbe fatto dell’intelligence, allo scopo di compiacere Trump ed ottenere l’appoggio alla formazione del suo secondo governo giallorosso.

Giuseppe Conte afferma che quell’incontro non nascondeva niente di losco: “Barr voleva uno scambio di informazioni, la cosa è secretata, non posso dire quali fossero, ma erano informazioni che non riguardavano autorità italiane. Al secondo incontro c’è stato il reale confronto tra Barr e i servizi segreti: i nostri si sono limitati allo stretto necessario, non gli hanno aperto l’archivio. A quell’incontro c’è stato poi un seguito colloquiale ad un noto ristorante romano, ma questo non mi sembra un clamoroso scoop…”.

I giornalisti de La repubblica e del Corriere della sera invitano Giuseppe Conte a non fare la parte della scimmietta, che non vede, non sente e non parla e quindi a chiarire cosa sia successo, anche perché l’allora premier aveva il diretto controllo dei servizi segreti.

Matteo Renzi, chiamato in causa nella vicenda, definisce tutta la questione “una follia” e accusa inoltre Conte “di aver mentito al Copasir perché ha detto che non c’erano stati incontri fuori dalle sedi istituzionali, che non era vero”.

Faccio molta fatica a raccapezzarmi. D’altra parte non è forse vero che persino i film in questa pur affascinante materia finiscono con l’essere incomprensibili: più sono incasinati e più sono belli e probabilmente rispondenti alla realtà.

Paradossalmente parlando, se Matteo Renzi avesse brigato per far fuori Donald Trump e favorire la Clinton, avrebbe fatto non solo l’interesse nazionale, ma addirittura quello mondiale. Certo, il fine non giustificherebbe il mezzo. Se Giuseppe Conte avesse brigato per compiacere Trump ed ottenerne l’appoggio (Trump offrì un prezioso assist a Conte affibbiandogli lo storico e amichevole nomignolo di “Giuseppi”), avrebbe fatto una cazzata pazzesca, anzi due cazzate in una: compiacere Trump e utilizzare i rapporti segreti con gli Usa per scopi politici di parte.

Forse la questione ritirata in ballo dai media non c’entra più di tanto con i rapporti internazionali messi a nudo dall’invasione Russa dell’Ucraina. La guerra scopre tutti gli altarini, mette tutti col culo sporco per terra. I servizi segreti invece vanno a nozze con le guerre e le complicano.  In questi anni non siamo stati governati da personaggi di grande spessore e si vede. Con Draghi abbiamo voltato pagina? Da un certo punto di vista sì: abbiamo un premier di livello che non ci fa certo sfigurare. Però, per stare ai discorsi internazionali, è un po’ troppo amico degli Usa, rischia di schiacciarsi su di essi, è un europeista fino al mezzogiorno delle burocrazie e non fino alla sera dei pionieri. Quando critico Draghi, una mia carissima amica mi risponde che comunque è il migliore. Sì, ma dovrebbe dimostrarlo. Renzi gli fa il panegirico continuato, Conte cerca di creargli qualche disturbetto, Letta lo dà per scontato. Nani e ballerine intorno ad un mostro sacro?

Vale sempre quanto diceva il famoso e simpatico critico musicale Rodolfo Celletti sul loggione di Parma che ogni tanto ruggiva: ammetteva di godere, sotto sotto, allorquando i parmigiani spazzolavano qualche mostro sacro del bel canto. Però aggiungeva: «Ho la sensazione che a voi parmigiani piacciano un po’ troppo gli acuti sparati alla viva il parroco…». Io, sotto sotto, godo quando qualcuno ha il coraggio di spazzolare Draghi, aspettando qualche suo acuto politico che tarda ad arrivare. Spazzolare Conte è troppo facile e non serve a niente, forse solo a Renzi che in questa fase politica vive solo di polemiche, anche spionistiche.

 

 

La prepotenza a binario unico

Ricordo un episodio capitato al mio indimenticabile amico sacerdote e parroco don Sergio Sacchi. Invitò una persona con problemi psichiatrici ad unirsi ad una comitiva in gita parrocchiale. Il fatto fu accolto con buona disponibilità. Al termine della gita, quando era ora di tornare a casa, prima di partire si fece il controllo dei presenti: all’appello mancava purtroppo quella persona psicolabile, che evidentemente se ne era andata per i fatti suoi. Lamentele a non finire, ci volle del bello e del buono a recuperarla. Finalmente poterono prendere la strada del ritorno, ma don Sacchi fece a tutti una bella ramanzina: è inutile accettare i diversi a parole, sperando che nei fatti non interferiscano con il nostro squallido status quo. I diversi sono diversi e bisogna accoglierli in quanto diversi, senza pretendere che non occupino i posti a loro preclusi secondo una mentalità di stampo razzista.

Un gruppo di 27 ragazzi disabili saliti sul regionale 3075 che da Genova Porta Principe doveva riportarli a Milano e sul quale erano stati prenotati i posti è stato costretto a scendere perché i turisti saliti sul treno prima di loro hanno occupato i posti riservati e si sono rifiutati categoricamente di farli sedere. Un episodio vergognoso, gravissimo che ha costretto Trenitalia a allestire in fretta un pullman dedicato per poter portare i ragazzi disabili e i loro accompagnatori a Milano.

Non solo i viaggiatori di quel treno erano disturbati dalla presenza di quelle persone, ma addirittura le hanno private di un diritto acquisito in nome di una propria volgare e presunta superiorità, che è diventata vera e propria discriminazione.

Siamo pieni di comprensione e di accoglienza verso coloro che fuggono dalla guerra in Ucraina: non so fino a quando durerà il nostro buon cuore. Mi sorge un dubbio atroce: se non siamo capaci di rispettare i disabili di casa nostra, riusciremo ad ospitare i migranti ucraini che si aggiungono ai tanti già presenti sul nostro territorio?

Non scandalizziamoci di Putin, perché siamo tutti un po’ dei Putin all’italiana. Quei 27 ragazzi avevano diritto a viaggiare, avevano prenotato il posto, ma erano “diversi” e quindi ci si poteva sbarazzare di loro. Non mi convince il fatto che Trenitalia abbia offerto ad essi un viaggio alternativo: dovevano intervenire le forze dell’ordine per ripristinare la legalità e difendere i diritti dei più deboli (?) dall’arroganza dei più forti (?). Se non si fa così e ci si piega indirettamente alla volontà dei prepotenti…

Ho iniziato con un episodio capitato ad un amico, termino con un episodio capitato a me. Il caso vuole che ci sia di mezzo la città di Genova, dove era ricoverata per una grave malattia la figlia di una mia carissima amica che abitava a Roma. Organizzai il viaggio Genova-Roma un sabato mattina su un treno rapido a posti prenotati. Partimmo con tanta speranza, ma con altrettanta ansia per la salute di una giovane ragazza e per le sue problematiche prospettive di vita. In treno incontrammo immediatamente una difficoltà: la solita persona “furba” non voleva lasciare libero il posto da noi regolarmente prenotato. Fortunatamente si sedettero subito le due donne ed io rimasi momentaneamente in piedi, aspettando che la persona in questione si decidesse a rispettare le regole. L’attesa rischiava di durare tutto il viaggio, allorquando la mia amica reagì in modo violento, facendo notare la nostra situazione e gridando la propria protesta. Solo dopo questa scenata potemmo proseguire un già angoscioso viaggio in relativa scioltezza.

La vita è una battaglia in cui molti giocano sporco: non bisogna rassegnarsi. Diversamente la battaglia diventa guerra totale: lo stiamo verificando in questo periodo. Se non si interviene per tempo con ragionevolezza, fermezza e piglio non violento ma deciso, le situazioni si compromettono in modo irrecuperabile. Cosa facciamo per i disabili? Organizziamo in pianta stabile mezzi di trasporto alternativi a loro dedicati? Sarà meglio che facciamo loro posto accanto a noi. Forse sarebbe addirittura più giusto auspicare che siano loro a fare posto a noi. In nome dell’uguaglianza e della Costituzione che recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Vogliamo mettercelo bene in testa?

 

La TV nel Giletti pensiero

Parole d’ordine: “andiamo in pubblicità”. È il ritornello in voga in tutte le emittenti televisive, pubbliche e private: un’autentica tortura, che non conosce limiti etici e di buongusto. Tv 2000, la televisione di emanazione Cei, manda pubblicità prima e dopo le funzioni religiose: il sacerdote non fa nemmeno in tempo a impartire la benedizione finale che scatta l’esaltazione della “poltrona principessa”. Su La7, canale televisivo privato di proprietà del gruppo “Cairo Communication”, tra un bollettino di guerra e l’altro entra in campo una sequela di spot pubblicitari: illustri ospiti in studio vengono messi in attesa, le notizie più drammatiche vengono momentaneamente accantonate per dare spazio alla pubblicità, i ragionamenti più impegnati e profondi vengono sospesi per lanciare messaggi di propaganda consumistica. Anche la Rai non è da meno. Se durante la pausa pubblicitaria si tenta disperatamente di sottrarsi alla morsa facendo zapping sul telecomando, ci si imbatte in altrettanta pubblicità: un tacito accordo ai danni del povero telespettatore, costretto a bere sempre e comunque i consigli inutili propinati a bizzeffe.

La rete più infarcita di pubblicità è sicuramente La7, specializzata nell’informazione e nell’approfondimento di carattere politico, collocati da mattina a sera in una successione di programmi piuttosto accattivanti proposti senza soluzione di continuità. A quanto pare la ricetta funziona: durante il periodo dell’elezione del presidente della Repubblica ho contato oltre cento committenti pubblicitari ad intervallare le chiacchiere intorno all’avvenimento; un’autentica scorpacciata consumistica a danni di chi si interessa di politica e deve mangiare questa minestra se non vuol saltare dalla finestra del qualunquismo.

Il sistema è questo! Tra la rassegnazione e l’autocelebrazione vi è però una certa differenza. Massimo Giletti, uno dei “maître a non penser” de La7, in questi giorni di incassi pubblicitari favolosi, giustificati dalla notevole attenzione riservata agli eventi bellici, si è lasciato andare ad una vomitevole leccata di regime: “La pubblicità fa la Tv libera”: una battuta che fa tranquillamente il paio con le fandonie a cui devono piegarsi i giornalisti russi. In Russia si trasmette quel che fa comodo a Putin, in Italia quel che fa comodo all’economia di un finto mercato. Non saprei cosa scegliere.

Un tempo si diceva che “la pubblicità è l’anima del commercio”, oggi, andando a prestito dalla sociologia gilettiana, si potrebbe dire che “la pubblicità è l’anima di un’informazione drogata”. La pubblicità fa bene a chi la vende, ma fa molto male a chi la beve e la confonde con l’informazione.

Facciamo pure lo sconto su Giletti: lo ritengo un personaggio televisivo vuoto come una calza, che lascia intendere di essere bello e bravo, capace solo di recitare a soggetto, che non sa un cazzo, ma lo fa dire bene agli altri. Una mia attenta ed intelligente amica mi ha detto recentemente: “Giletti? Non lo reggo!”. Credo però sia l’interprete sbracato dell’orgoglio pubblicitario televisivo.

All’inizio del verdiano Otello, il moro, di ritorno da una dura battaglia navale contro i turchi, declama il famoso “Esultate! L’orgoglio musulmano sepolto è in mar. Nostra e del ciel è gloria! Dopo l’armi lo vinse l’uragano!”. Si riuscirà mai a seppellire l’orgoglio pubblicitario per poter esultare della libertà di comprare quel che si vuole? Anche a livello dell’informazione?

 

La saccarina nel gas

In molti avranno notato come si comportano certe persone con alto tasso glicemico nel sangue: mangiano a volontà pane, pasta, dolciumi etc., al termine del pranzo, quando arriva il caffè, tirano fuori dalla tasca il contenitore della saccarina e ne mettono una pasticchina nella tazza, così mettono a posto tutto…

Inoltre perché non ricordarsi di quel tale che mise ben undici cucchiaini di zucchero in una tazza di caffelatte. L’amico, che gli faceva compagnia, disse scherzando: “Perché non ne metti dodici? Dicono che porti fortuna…”. Rispose l’altro: “No, il caffelatte mi piace un po’ amaro…”.

Questi episodietti, più volte da me citati (l’arteriosclerosi incombe…), calzano alla perfezione per chi fino a ieri ha fatto autentiche scorpacciate di putinismo economico e anche politico e ora si scandalizza di andare a mendicare il gas da Paesi istituzionalmente e democraticamente impresentabili come Egitto, Arabia Saudita, Venezuela, etc. etc. Ironia del destino: le fonti energetiche sono nella disponibilità di dittatori e bisogna rassegnarsi ad entrare in rapporti d’affari con essi.

Si sono svegliati un po’ tutti, anche il dormiglione Enrico Letta: con l’Egitto non si può, ce lo chiede Giulio Regeni, massacrato dalle spie egiziane, mentre le istituzioni di questo Paese da anni ci stanno prendendo per il sedere negandoci uno straccio di riparazione giudiziaria.

Non si può essere più realisti del re per poi improvvisamente scoprire che il re è nudo. Ho i miei dubbi sulla giustezza ed efficacia delle sanzioni economiche verso la Russia e non torno sull’argomento. Se le sanzioni hanno da essere, dove andiamo a prendere il gas? In questo atteggiamento puritano sono accomunati gli ex-amici sotterranei di Putin, gli ecologisti della domenica, gli ex-comunisti sempre più pentiti e i politici in cerca d’autore. Se aspettiamo di raggiungere l’autosufficienza energetica tramite le fonti alternative, rischiamo di morire tutti di freddo, di caldo e di fame. Per cortesia non facciamo i demagoghi: tutti allineati e coperti quando si tratta di riarmarsi, poi, quando giunge il momento di partire, molti si defilano nascondendosi dietro questioni di principio adottate a corrente alternata.

La principale questione rimane quella delle armi e della guerra: abbiamo dribblato bellamente la Costituzione, ce ne freghiamo altamente del Vangelo, facciamo orecchie da mercante con papa Francesco. Poi, improvvisamente ci svegliamo dal sonno guerrafondaio e facciamo gli intransigenti democratici con i Paesi produttori di gas. Ma fatemi il piacere…

Mario Draghi ha scodellato una battuta infelice quando ha detto “preferite la pace o i condizionatori accesi”. Gli italiani sembrano tuttavia dargli retta. L’invasione della Russia in Ucraina ne ha concentrato l’attenzione: più di nove cittadini su dieci, come mostra il sondaggio di Demos per l’Atlante Politco di Repubblica, si dicono preoccupati. E proprio per questo si dicono disposti a ridurre i consumi di riscaldamento o aria condizionata per mettere fine al conflitto. Due su tre preferiscono «la pace al condizionatore», per usare l’espressione del presidente del Consiglio Mario Draghi.

La domanda è una “cagata pazzesca”, le risposte le tengono dietro. È la solita solfa del “scusi, lei è favorevole o contrario”. Ragionare non serve a niente, meglio rimanere in bilico referendario. Sarebbe sgradevole che agli italiani venisse posta la domanda: “preferite la giustizia per Giulio Regeni o il gas egiziano per alimentare i condizionatori?”. Di bene in meglio. Evviva i demagoghi del cavolo.

Al di là di tutto bisogna considerare come la vita sia strana e riservi sorprese, che vanno al di là delle nostre pur giuste aspirazioni e convinzioni. Mia sorella condensava questa filosofia in una battuta dialettale: “as fa cme as pól e miga cme as vól” (si fa come si può e non come si vuole). Bisognerebbe fare innanzitutto ciò che si può per evitare le guerre e per farle cessare (e non si dica che non si può fare, perché si deve fare!). Solo dopo aver fatto tutto ciò ci si può anche rassegnare ed “inalare” il compromettente gas egiziano. Noi abbiamo saltato il passaggio fondamentale e adesso, con la coscienza sporca, diventiamo allergici all’Egitto e vogliamo disquisire sulla provenienza del gas.  Che razza di ipocriti…