I trucchi ci sono e si vedono

La vendita dell’agenzia di stampa Agi sarà messa a bando di gara da Eni. La protesta dei giornalisti contro l’acquisizione da parte del gruppo Angelucci, proprietario di Libero, Il Tempo e Il Giornale ha portato alla decisione di seguire un percorso più trasparente da parte della partecipata di Stato. Angelucci è, secondo l’opposizione che ha fatto diverse interrogazioni, in conflitto di interesse perché parlamentare della Lega. Ed è leghista il ministro dell’Economia Giorgetti, che durante il question time la settimana scorsa aveva chiesto «la massimizzazione del profitto economico in caso di un’eventuale alienazione» dell’agenzia di stampa per soddisfare «i requisiti di trasparenza, competitività e garanzia dei livelli occupazionali». (dal sito del quotidiano “La Stampa”)

Questo fatto, ancora in divenire, racchiude in sé tutte le contraddizioni possibili a livello di sistema. Si parte con la privatizzazione di un’agenzia di stampa di proprietà sostanzialmente pubblica: prospettiva a dir poco inopportuna, che toglie questo importantissimo strumento informativo dalle pur relative garanzie di obiettività per buttarlo nel tritacarne del mercato già in preda alla schizofrenia di malcelati interessi meramente speculativi se non faziosamente politici.

Si passa attraverso la dichiarazione di interesse da parte di un soggetto in odore di monopolio, già proprietario di numerose testate editoriali, col rischio di inserire l’agenzia Agi in una logica distorsiva del mercato dell’informazione.

Oltre tutto questo soggetto essendo un parlamentare è in conflitto di interessi attuale e concreto a causa di una interferenza tra la sfera istituzionale e quella personale di un soggetto portatore di un interesse privato confliggente con l’interesse pubblico.

Che poi un ministro della Repubblica auspichi la massimizzazione del profitto nella vendita di un bene a funzione così delicata mi sembra cosa a dir poco discutibile sul piano istituzionale e inopportuna sul piano politico.

Infine non mi sembra sufficiente il soddisfacimento dei requisiti di trasparenza, competitività e garanzia dei livelli occupazionali per rendere opportuna una simile operazione. La si metta come si vuole, ma che un Ente di Stato decida di fare inopinatamente cassa alienando una prestigiosa agenzia di stampa non sta né in cielo né in terra se non in una brutale logica di asservimento dell’informazione al potere economico e, tramite questo, agli interessi del potere politico in combutta con quelli economici di parte. La somma di due interessi particolari non farà mai un piacere all’interesse pubblico.

Si sta cercando di mettere una pezza di stoffa concorrenziale nuova sopra un vestito politico-affaristico vecchio. Era molto meglio la sfrontatezza berlusconiana della ipocrisia meloniana.

È molto evidente che l’attuale governo sta affrancandosi direttamente o indirettamente dai vari meccanismi di controllo, si chiamino Parlamento, Presidenza della Repubblica, Magistratura, Corte dei Conti e Libera Stampa. Il potere esecutivo non gradisce i contrappesi previsti dalla Costituzione italiana, non vuole governare ma spadroneggiare. Finché il popolo glielo consentirà magari con elezioni truccate dal premierato.

 

I degasperiani fasulli

La testimonianza di De Gasperi “ci insegna la grande lezione di un cristiano, di un uomo di fede, un uomo di altri tempi. Un uomo che ha sempre saputo distinguere quello che significa un partito di ispirazione cristiana dalla inevitabile laicità dei comportamenti politici che un uomo di governo ha. Non è mai stato clericale. Non è mai stato succube delle indicazioni della Chiesa. Un uomo che ha difeso la dignità la politica con una vocazione spirituale fortissima”: così il senatore Pier Ferdinando Casini, presidente del gruppo italiano all’Unione Interparlamentare, a margine del convegno “De Gasperi, politico cristiano” alle Biblioteca Vallicelliana a Roma. “Sull’Europa De Gasperi ha detto prima di morire tutto quello che dovevamo fare nei 70 anni successivi e non abbiamo ancora fatto: la politica di difesa comune europea e la politica estera comune. Un vademecum da cui attingere in vista delle elezioni europee”, ha aggiunto. (Roma, 3 aprile 2024 – askanews)

La predica è molto buona, ma il pulpito è molto discutibile. Cedo la parola a mia sorella Lucia che di cattolici impegnati in politica se ne intendeva molto.

Al fumoso e galleggiante doroteo, Pierferdinando Casini, acutamente e impietosamente soprannominato Pierfurby, mia sorella avrebbe saputo come rivolgersi (lo ammetteva lei stessa), dal momento che  lo conosceva bene e le friggeva la lingua: “Forlani aveva in tribunale la bava alla bocca, è stato condannato a due anni e quattro mesi di reclusione per finanziamento illecito ed affidato in prova al servizio sociale presso la Caritas di Roma…mentre tu, che ne eri il portaborse, sei ancora in pista a blaterare, a ricoprire incarichi prestigiosi e non hai il buon gusto di andartene a casa…”.

Mia sorella Lucia era implacabilmente severa nei confronti dei cattolici nel loro approccio alla politica: sintetizzava il giudizio con una espressione colorita, esagerata e disinibita come era nel suo carattere. Non andava per il sottile e li definiva “cattolici di merda” (l’epiteto calza a pennello a Pier Ferdinando Casini n.d.r.). Diffidava degli integralismi cattolici: quello di chi pensa di poter fare politica come si usa fare in sagrestia, bisbigliando calunnie e ostentando un insopportabile e stucchevole perbenismo; quello di chi ritiene di fare peccato scendendo a compromessi e negando quindi il senso stesso della politica per rifugiarsi nella difesa aprioristica, teorica per non dire astratta dei principi religiosi; quello di chi ritiene la politica qualcosa di demoniaco da esorcizzare, lavandosene le mani e finendo col lasciare campo ancor più libero a chi intende la politica come l’arte dei propri affari; quello di chi pensa di coniugare al meglio fede e politica confabulando con i preti, difendendo il potere della Chiesa e assicurandosi succulente fette di consenso elettorale; quello di chi pensa che i cattolici siano i migliori fichi del bigoncio e quindi li ritiene per ciò stesso i più adatti a ricoprire le cariche pubbliche.

Sondaggi politici, il 37% degli italiani vorrebbe un partito cattolico. Soprattutto gli elettori di FdI e Forza Italia. Questo secondo la rilevazione Quorum per Demos, il soggetto politico che orbita nel centrosinistra vicino alla comunità di Sant’Egidio. Più di un italiano su tre è convinto che in Italia manchi un partito che si ispiri espressamente ai valori del cattolicesimo. Un po’ come era la Dc nella Prima repubblica: grande contenitore politico, trasversale e popolare. Una platea elettorale ancora oggi per nulla trascurabile, ma poco rappresentata: per il 27 per cento degli elettori nessun partito si fa carico delle istanze cristiane. (dal quotidiano “La Repubblica”)

Mi auguro che questo pur interessante anche se ermetico sentimento filocattolico degli elettori italiani non trovi corrispondenza e rappresentanza in personaggi come Pier Ferdinando Casini e nei tanto chiacchierati rigurgiti centristi di cui lui potrebbe essere un (in)degno interprete.

Mia madre di calcio non capiva una mazza, ma, pur di stare in mia compagnia, guardava le partite e poneva simpatici interrogativi che alla fine avevano più un contenuto etico che sportivo. Anche allora si faceva un gran parlare di centrocampisti e lei ne aveva un concetto molto limitato: pensava che fossero i giocatori costretti a stazionare nel cerchio di centrocampo (per dirla alla parmigiana di pistapòcci, alla faccia di quanti sostengono che le partite di calcio si vincono a centrocampo).

Ebbene anche in politica si fa continuamente un gran parlare di centro, in questi giorni di vigilia elettorale europea il discorso si è intensificato, stando ai giornali, soprattutto nell’area cattolica, insoddisfatta della linea politica del PD, considerato un partito radicale di massa, e lontana dalle logiche della destra e dei partiti dell’attuale centro destra.

Riguardo ai centrocampisti cattolici alla Casini, che rischiano di infoltire il centrocampo senza dare sbocchi ad azioni di attacco, in base ad una vecchia, simpatica anche se un tantino triviale, rima dialettale parmigiana, potrei esprimermi così: “Al céntorcampista  l’é vón che primma al la fa e po’ al la pista”.

Per andare verso una “Camaldoli europea”, invito fatto a più riprese dal cardinale Matteo Zuppi, «il primo passo, urgente e necessario, per favorire la pace è riprendere il sogno di Alcide De Gasperi, svanito 70 anni fa, di una difesa comune», dice Pier Ferdinando Casini. Parlamentare di lungo corso, con 11 legislature alle spalle, fermatosi a un passo dal Colle, è oggi senatore eletto come indipendente nelle liste del Pd. Ma qui l’ex presidente della Camera ed ex segretario dell’Udc parla con l’occhio lungo di ex presidente della commissione Esteri, e attuale presidente del gruppo italiano dell’Unione Interparlamentare, incarico che fu già di Giulio Andreotti e in seguito di Antonio Martino. (dal quotidiano “Avvenire”)

Sarebbe interessante aggiungere tutti i giri di valzer compiuti da Casini nello schieramento politico italiano: da Forlani a Berlusconi il passo era molto lungo, ma per Casini fu molto breve. Ebbene oggi ce lo ritroviamo a sinistra, senatore eletto nelle file del PD nella Bologna rossa (in questo caso rossa di vergogna), a blaterare opportunisticamente in vista di non so quale futura carica politica da ricoprire (all’ultima nomina del Presidente della Repubblica l’abbiamo scampata bella, temo che al prossimo colpo rispunti Pierfurby: sarebbe una beffa colossale). L’abilità dialettica non gli manca, per la coerenza e la credibilità rivolgersi a chi conosce bene i suoi trascorsi. Certo nel piattume politico attuale un personaggio come Casini può anche permettersi il lusso di pontificare, di dare lezioni di europeismo, di farsi portatore dell’eredità degasperiana, di scherzare coi santi lasciando stare i fanti. Questa gente però assomiglia a De Gasperi, al massimo, nel pisciare (mi scuso per l’eloquente trivialità…).

In estrema sintesi: evviva i De Gasperi, abbasso i Casini!!!

 

E vo gridando unità

In realtà, al di là delle punzecchiature dialettiche più o meno velenose, le divisioni sono molto più di sostanza di quanto non appaia. E riguardano la natura stessa del sindacato, i limiti e obiettivi del suo agire. La Cgil di Landini ha scelto da tempo una linea movimentista e di impegno fortemente “politico” della confederazione. Costruendo una rete di alleanze con il mondo associativo – non solo di sinistra ma anche cattolico – sui temi della pace, della difesa della Costituzione e l’impegno su tutti i campi di politica sociale: dalla sanità (una manifestazione nazionale è già in programma per sabato 20) alla scuola passando per la precarietà e il lavoro. Fino alla scelta di promuovere quattro referendum contro il contratto a tutele crescenti, i contratti a termine, gli appalti e annunciarne altri due contro l’autonomia differenziata e il premierato se verranno approvati. Un programma “politico” – che non significa partitico – a tutto tondo, con la Cgil intenzionata a condizionare e di fatto guidare una nuova sinistra unita in opposizione all’attuale maggioranza di Governo.

La Cisl, invece, ha programmi certamente più aderenti alla tradizionale azione sindacale: contrattare tutto a tutti i livelli. E spingere per cambiare il sistema economico dal basso verso un modello partecipativo, che superi la dicotomia conflittuale tra capitale e lavoro.

Passando per un confronto “laico” con la maggioranza politica di turno. Ora, però, la confederazione di via Po rischia di scontare un isolamento e di essere percepita come troppo accondiscendente alle politiche delle forze di centrodestra. E finire divisa al proprio interno, ad esempio, tra un Nord che vede di buon occhio l’autonomia differenziata e un Sud che la teme.

Di per sé le due strade di Cgil e Cisl possono scorrere parallele senza scontrarsi pericolosamente. A meno che – a furia di dichiarazioni forti – non riprendano gli assalti alle sedi della Cisl e le intimidazioni ai suoi dirigenti, che si sono già visti purtroppo in passato. E che se si ripetessero non produrrebbero nulla di buono. Mentre i lavoratori per essere meglio tutelati – e festeggiare insieme – hanno bisogno innanzitutto di avvertire rispetto e stima reciproca tra le confederazioni. (dal quotidiano “Avvenire” – Francesco Riccardi)

“Sit a pòst coi sindacät?”: era un modo di dire per significare la durezza dello scontro con i sindacati dei lavoratori e la loro intransigenza nella difesa dei lavoratori stessi. La storia è ricca di contrasti nella strategia sindacale fra una linea diciamo pure “politica” e una linea diciamo pure “contrattuale”. Non sempre questa dicotomia ha coinciso con le sigle sindacali: a volte in passato la CISL, tradizionalmente più moderata, ha superato la CGIL. C’è stata poi l’epoca dell’unità sindacale su cui mi permetto di essere tuttora convintamente e culturalmente attestato. Fra i due modelli che sembrano riprendere corpo introdurrei il terzo modello, quello appunto dell’unità sindacale in un periodo caratterizzato dalla virulenza delle problematiche economico-sociali, dalla debolezza della politica e dalla deriva del tutti contro tutti.

Sono saltati tutti gli schemi, anche quelli partecipativi, e quindi è perfettamente inutile dividersi sui vecchi schemi superati dalla realtà dei fatti e nella mentalità della gente. La tentazione di scendere in piazza è forte (personalmente ci vivrei giorno e notte), ma probabilmente non risponde più alla sensibilità di chi vuol far valere le proprie sacrosante ragioni. L’arma dello sciopero è spuntata in una società liquida se non addirittura polverizzata. I bracci di ferro non portano da nessuna parte, a volte risultano addirittura controproducenti.

Ho grande stima ed ammirazione per Maurizio Landini, l’unico personaggio che evidenzia una passione coinvolgente, ma temo che rischi di sprecarla nell’impazienza della protesta, su cui la sinistra politica è assai carente, e nella smania di scalfire la scorza dura del conformismo, che si sta formando intorno alla destra.

Non dico di ripiegare su un comportamento corporativo e contrattualistico, sarebbe un perfetto assist a chi vuole fare a fette la società; ma nemmeno di puntare in modo velleitario sulla lotta politica, candidandosi ad un ruolo marginale e anacronistico di “lotta delle masse”.  Il sindacato fra l’altro ha molti equivoci alla base dei suoi iscritti e non deve solo tenere calda la partecipazione all’interno scaricando le tensioni nelle piazze. Così come non deve dividersi sul metodo trascurando il merito.

È un momento storico molto delicato e difficile, bisogna ricostruire (quasi) tutto: l’unità sindacale dovrebbe essere uno dei punti fondamentali di questa ricostruzione. Ho l’impressione che i lavoratori non credano più nel sindacato così come non credono più ai partiti. Le cosiddette forze intermedie hanno perso ruolo e consenso. Nessuno ha in tasca ricette facili: i partiti non devono snobbare i sindacati (considerandoli un male necessario) e i sindacati non devono rubare il mestiere ai partiti (pungolarli sì, ma non illudersi di sostituirli).

Gli scioperi (spesso più divisivi che generali) mi sembrano tentativi di recuperare fiducia dai lavoratori piuttosto che di incidere nel tessuto economico-sociale e nelle sue clamorose ingiustizie.

L’unica strada percorribile penso sia quella di individuare alcuni valori fondamentali e alcuni conseguenti obiettivi politici per costruire attorno ad essi condivisione e partecipazione, senza fughe in avanti e senza freni a mano tirati. La sanità e la sicurezza sul lavoro sono probabilmente i punti caldi da cui partire, che toccano tutti mettendo tutti a nudo nelle loro assolute necessità. Poi vengono anche l’occupazione, i salari, le pensioni, etc. etc. Partiamo in prima e non in quarta e viaggiamo insieme con molta pazienza (che non vuol dire arrendevole debolezza) e un pizzico di fantasia (per evitare schemi logori e superati).

 

I generosi del o nel pallone

Lorenzo Contucci, noto tifoso romanista, oltre che avvocato penalista ed esperto della difesa processuale dei tifosi, ha lanciato ieri una raccolta fondi per pagare la multa comminata dal Giudice Sportivo a Gianluca Mancini, pari a 5.000 euro “per avere sventolato un vessillo offensivo nei confronti della tifoseria della squadra avversaria durante i festeggiamenti post-gara sotto la propria curva”.

OLTRE 5.000 EURO IN MENO DI 12 ORE – Dopo 11 ore dall’inizio della raccolta fondi, sono stati già raccolti 5.885 euro, superando quindi la somma prevista. Questo il messaggio su Facebook di Lorenzo Contucci, con cui veniva presentata la raccolta fondi.

LA MULTA A MANCINI LA PAGHIAMO NOI!

Molti tifosi della Roma, di Curva e non solo, hanno chiesto di fare qualcosa per la multa di 5000 euro che il Giudice Sportivo ha dato a Mancini per aver sventolato la bandiera con il sorcio alla fine di Roma/Lazio 1-0.

Riteniamo che il derby di Roma sia anche feroce goliardia e becero sfottò e per questo, al di là del giudizio dei moralisti buffoni, diciamo a questi ultimi una sola cosa:

LA MULTA A MANCINI LA PAGHIAMO NOI!

Quindi, come da titolo, si invitano i tifosi romanisti che si rispecchiano in quello che ha fatto Mancini a versare un’offerta libera per arrivare all’importo di cui sopra per pagargli la multa.

Qualora il nostro Mancio non voglia o non possa ricevere l’importo che raccoglieremo, l’intera somma verrà data in beneficenza, come già fatto in passato per le mascherine con il logo ASR (per chi non si dovesse ricordare, l’intero ricavato venne devoluto al Bambin Gesù e ad un’altra associazione di volontariato sociale).

Naturalmente vi terrò personalmente aggiornati sull’andamento e sull’esito della raccolta.

IL ROMANISMO TRIONFERÀ SUL MORALISMO!

 (da “VOCE GIALLO ROSSA”)

Se devo essere sincero, da tanti anni non seguo il Parma calcio con interesse e partecipazione: il ritorno di Nevio Scala mi aveva illuso, ma purtroppo non è andata come avrei sperato. Ho smesso di seguire il Parma, quando era in auge sotto la cappella “tanziana”. Durante una combattutissima partita casalinga con la Lazio mi ritrovai a soffrire troppo e mi chiesi: ma cosa c’azzecco io col Parma di Tanzi, soffra lui… Fui facile “autoprofeta” e da allora non ho più messo piede allo stadio Tardini.

Mentre io rifiuto categoricamente di far parte di qualsiasi tifoseria, c’è chi del tifo calcistico fa (quasi) uno scopo di vita. Questione di gusti? No, questione di valori! Mi chiedo malignamente: se ai tifosi sfegatati della Roma un immigrato in gravi difficoltà allungasse una mano per chiedere aiuto, cosa direbbero e farebbero i “generosi” del pallone. Molto meglio aiutare chi ha ingaggi da nababbo (salvandosi in corner con la beneficenza di risulta) e oltre tutto si comporta da cafone qualsiasi per far piacere ad un consistente gruppo di scalmanati.

Su questo argomento mi permetto di sfoderare il pennello, ricevuto quale testimone da mio padre (io improbabile pittore voglio cimentarmi a dipingere la nostra società, perché, se è vero che da papà non ho ereditato la vena pittorica ed artistica, ho comunque imparato a sferzare i costumi contemporanei senza troppa pietà), e di intingerlo (facendo anche riferimento ad analisi socio-politiche di  alcuni pensatori)  nella cosiddetta “società liquida”, quella odierna senza riferimenti  culturali, sociali e politici, che tende a sciogliere valori ed ideali in un liquido asettico,  inodoro e insaporo, su cui galleggiare mollemente e pigramente, dove le persone vagano senza meta e senza storia (come pecore senza pastore).

Quella società liquida che mia madre originalmente, involontariamente, spontaneamente, superficialmente e matusamente (da matusa) ricostruirebbe a suo modo dicendo: “J giòvvon i vólon fär i generôz coi siòr e i traton da can i povrètt. Podral andär bén al mond?”.

Quanta ansiosa nostalgia, quanta graffiante ironia, quanta spietata critica e quanta inconsapevole ingenuità ci siano in queste immaginarie (non più di tanto) parole di mia madre è cosa difficile da calcolare; le ho buttate lì tanto per dire, anche per divertirmi un po’.

 

Galeotta la patatina e chi l’ha pubblicizzata

Il comitato di controllo dell’Istituto dell’autodisciplina pubblicitaria ha bloccato la diffusione, in tutte le versioni e su tutti i canali, dei contestati spot di Amica chips in cui le ostie consacrate venivano sostituite dalle patatine. La decisione è stata assunta d’urgenza per le «numerose richieste di chiarimenti e proteste» arrivate allo Iap, ha spiegato il segretario generale Vincenzo Guggino, tra cui in particolare il ricorso presentato dall’Aiart, l’associazione degli ascoltatori di radio e televisione, di ispirazione cattolica. Più precisamente il comitato dell’Istituto di autodisciplina «ha ingiunto alle parti di desistere dalla diffusione» della pubblicità «su tutti canali e con ogni mezzo». La decisione è appellabile nei prossimi 7 giorni. Nel caso di appello, a decidere sarebbe poi il Giurì dell’Istituto di autodisciplina quale giudice terzo.

Lo Iap ricorda in un comunicato che «la campagna pubblicitaria, ambientata in un convento e con sottofondo musicale l’Ave Maria di Schubert, mostra un gruppo di suore novizie dirigersi verso l’altare della chiesa per prendere la comunione. Non appena la prima novizia della fila riceve dal sacerdote l’ostia (nella versione web una patatina) si sente un sonoro scrocchio riecheggiare nella chiesa. Stupita e imbarazzata di poter essere la causa di quell’imprevista emissione, la novizia si volta verso la sagrestia dove una altra suora sta sgranocchiando le croccanti patatine pubblicizzate, prendendole dal sacchetto. Il video si conclude con le immagini del prodotto e il claim “Amica chips il divino quotidiano”». (dal quotidiano “Avvenire”)

Non ho visto questo spot pubblicitario e non posso quindi valutarne l’impatto emotivo sullo spettatore e capire se veramente urti il senso religioso e manchi di rispetto alla fede religiosa. Tutto infatti dovrebbe avere un limite, ma sappiamo bene purtroppo che in tutto e per tutto il limite è dettato dall’interesse economico.

La pubblicità, oltre che essere l’anima del commercio, è lo specchio deformato della cultura corrente e quindi non mi scandalizzo affatto di queste stupide boutade, che riempiono il vuoto pneumatico della nostra mentalità corrente.

Mio padre, che non era certo un bigotto ma semmai un diversamente credente, quando vedeva simili immagini diceva di non ridere, né piangere, ma di provare una profonda pena. Mi sembra la reazione azzeccata. Personalmente non avrei inoltrato alcun ricorso allo Iap: nella nostra società bisogna paradossalmente utilizzare le sciocchezze per far capire a quale punto di imbecillità siamo arrivati a prescindere da eventuali offese al senso comune religioso. Si tratta di attentato al buon senso e al buon gusto.

E poi ricordiamoci che la pubblicità deve stupire, non importa come, per ottenere il suo risultato; il messaggio in questione è riuscito nell’intento, favorito anche dalle reazioni spropositate dei benpensanti. Bisogna infatti stare bene attenti a non fare involontariamente il gioco di chi vuole subdolamente speculare su tutto pur di ottenere un effetto economico.

Quando si discute di influenza negativa dei media e di quanto in essi è contenuto, mi sovviene sempre ciò che monsignor Riboldi, battagliero vescovo di Acerra, durante un convegno tenuto nell’Aula dei Filosofi dell’Università di Parma (non ricordo l’argomento di questo convegno), raccontò di aver detto alle suore della sua diocesi, creando volutamente un certo scandalo, vale a dire di preferire la pornografia pura a certi spettacoli televisivi ammantati di perbenismo.

Applicando il condivisibile e provocatorio metro di giudizio riboldiano, non saprei dove collocare lo spot delle patatine: nel perbenismo commerciale televisivo o nella (quasi) profanazione mercantile? Credo si tratti della versione perbenista del vuoto valoriale della società consumistica. E allora preferisco la satira a contenuto chiaramente blasfemo, da quella mi difendo meglio.

A proposito di pubblicità, devo togliermi un sassolino dalla scarpa, che da tempo tormenta il mio piede di navigatore nel sito internet di “Avvenire”.  Pur apprezzando in modo critico i contenuti del sito (a cui spesso e volentieri attingo come spunto per i miei commenti giornalieri) e il fatto di poterli leggere senza pagare (come avviene per tutti gli altri siti collegati ai giornali quotidiani), noto che da qualche tempo la presenza pubblicitaria è tale da compromettere la navigazione al limite dell’induzione alla rinuncia.

Il coatto bagno pubblicitario nella piscina di “Avvenire” fa il paio con quello nel palinsesto delle tv a contenuto religioso (ne seguo due: TV 2000 e padre Pio TV): ci manca poco che gli spot vadano in onda fra un mistero e l’altro del Rosario e prima o dopo le parti fondamentali della Messa.

Due riflessioni piuttosto acide: 1) chi è senza peccato pubblicitario scagli la prima pietra; 2) viviamo in una società consumistica e…bisogna pur campare.

Parafrasando il grande Enzo Biagi, la pubblicità è negativa, ma solo un pochettino, cioè quando non serve per un fine più elevato. E chi stabilisce lo scopo che rende veniale il peccato di fornicazione pubblicitaria?

 

Esame di coscienza per chi ha la coscienza

“Estirpiamo cacicchi e capibastone!”. Il 12 marzo 2023 Elly Schlein guidava la sua prima assemblea da leader del Pd, colpendo tutti per quel richiamo contro i ras, i porta-voti, i partiti nel partito che spesso controllano voti, nomine e consiglieri nella loro fetta di influenza. Un anno più tardi, la promessa è lontana dall’essere mantenuta. […] (da “Il Fatto Quotidiano”)

Mentre a Bari non si scioglie lo stallo tra i due candidati sostenuti da Pd e M5S, nonostante lo sforzo dei pontieri, da Torino arriva un’altra tegola sul fronte giallorosso. Non solo i 5S hanno ufficializzato ieri la loro candidata alle regionali di giugno, Sarah Disabato, uno delle più agguerrite contro il Pd, ma Chiara Appendino mette il dito nella piaga di un’inchiesta che riguarda Salvatore Gallo, padre di un consigliere regionale Pd. Anche qui, come per l’ex assessora pugliese Anita Maurodinoia, l’accusa è voto di scambio. «Che ci fossero dei problemi politici ad oggi irrisolti nel Pd torinese penso fosse una cosa nota a tutti». Altra bordata: «Dall’inchiesta della procura di Torino emerge un quadro desolante della politica, spero che non si voglia nascondere la testa sotto la sabbia».

Dalle Alpi al Tavoliere l’assedio di Giuseppe Conte a Schlein sulla questione morale si fa sempre più incalzante: con l’obiettivo, neppure troppo nascosto, di accorciare le distanze in vista delle europee. Dal Pd il deputato romano Andrea Casu accusa Conte di agitare una «questione morale double face che serve solo ad aiutare la destra». E cita la condanna a 8 anni per lo stadio della Roma dell’ex presidente del consiglio comunale di Roma Marcello De Vito, all’epoca grillino e poi fuoriuscito: «Come minimo ci aspettiamo che Conte ritiri la tessera di Virginia Raggi. Altrimenti significa che per lui la legalità non solo è negoziabile ma è una questione da agitare a là carte solo contro il Pd». (da “Il manifesto”)

Non so se sia scoppiata una tempesta nel bicchiere del partito democratico o se stia emergendo un maltempo diffuso e profondo nella cantina dell’intera politica italiana. Spira indubbiamente un’aria di polemica strumentale a colpi bassi tra PD e M5S: il primo sta offrendo al secondo su un piatto d’argento la possibilità di sfoggiare il suo principale cavallo di battaglia (l’anticorruzione) in vista delle elezioni europee ed amministrative in modo da raccogliere il consenso proveniente dagli scontenti piddini e capovolgere i rapporti di forza all’interno del centro-sinistra. Tuttavia il PD è nell’occhio del ciclone e si vede spuntata l’arma che stava brandendo verso la destra inguaiata dagli indagati di lusso fino ad ora spudoratamente protetti. È in agguato il “così fan tutti”, che soddisfa l’elettorato di destra e scandalizza quello di sinistra.

Certamente si tratta di un ulteriore assist all’astensionismo e alla sfiducia verso l’intera classe politica. Non so se siano più gravi l’inadeguatezza, l’impreparazione, l’inesperienza e l’incapacità che i partiti stanno abbondantemente esibendo oppure il mancato rispetto di valori e prerequisiti che dovrebbero stare alla base del fare politica.

Bisogna essere però attenti a non fare di ogni erba un fascio, anche se diventa difficile operare distinzioni: in un clima problematicamente devastante troviamo le bassezze di una cucina politica paradossalmente dedita a ricette affaristiche e partitistiche. Il peggio del peggio!

Per il partito democratico potrebbe essere l’occasione buona per liberarsi di certe abbondanti scorie del passato e del presente. Onestamente non so se Elly Schlein sia in grado di fare questa pulizia e se troverà gli aiuti necessari al riguardo. Paradossalmente potrebbe essere la sua carta vincente anche perché sul piano squisitamente personale sembra avere credibilità e moralità almeno sufficienti alla bisogna.

Il discorso però è molto complesso e non credo possano bastare le provocazioni pentastellate e le stilettate della destra a indurre il PD ad una profonda revisione di vita e ad un coraggioso ricambio di classe dirigente. Penso che la sinistra debba fare una grossa riflessione sul proprio passato per giungere a proposte credibili per il presente e a visioni convincenti per il futuro. Non saprei dire molto di più, se non auguri di vero cuore!

 

 

Caratteracciolo senza speranza

Posso essere stanco della mancanza dei politici? Per balordi che siano non possono infatti essere sostituiti dai giornalisti e/o dai magistrati. Si fanno perennemente i conti senza l’oste con la conseguenza che vince l’oste col vino peggiore. Si viaggia fra l’insensata incensazione coordinata e continuativa della Rai nei confronti del centro-destra e la pur accattivante ma insufficiente critica de La 7. I politici restano sullo sfondo per essere osannati o sbeffeggiati. È un gioco al massacro che non mi piace. Da una parte l’entusiasmo sul nulla, dall’altra la teorizzazione del nulla, con il Parlamento sostituito dagli studi televisivi.

Volete un autorevolissimo esempio? Lo prendo dalla incessante e poco mirata presenza mediatica dell’esperto di geo-politica, nonché direttore dell’autorevole rivista “Limes”, Lucio Caracciolo, al quale va peraltro tutta la mia stima ed ammirazione.

Questo illustre signore viaggia a tutto campo dalla politica interna alla politica estera. Parte da una considerazione tendente allo zero nei confronti dei cittadini italiani, considerati sociologicamente e culturalmente di centro-destra, vocati a scegliere a vanvera, creduloni in campagna elettorale, sensibili ai condoni, ottusi sui propri bisogni sanitari, rassegnati ad un clima di guerra permanente.

Mia sorella Lucia sarebbe forse d’accordo in quanto spietatamente realista nel giudicare gli italiani “ancora fascisti”: la cosa è vergognosamente imbarazzante, anche perché, tutto sommato, aveva ragione. La impietosa analisi, che faceva delle magagne del popolo italiano, la portava a concludere che siamo rimasti fascisti con tutto quel che segue. Sosteneva che gli italiani sono affascinati dall’ «uomo forte». Lei lo diceva con la sua solita schiettezza e in modo poco aulico ed elegante, ma molto efficace: «Gli italiani sono rimasti fascisti».

Caracciolo non dice proprio così, ma quasi. Dopo di che viene il bello. Che fare? Rassegnarsi? Rinunciare alla politica sommersa dai debiti e dalle guerre? Piegarsi alla ragion del nulla? Mettere sullo stesso piano una destra ridicola e una sinistra assurda? Se non si fa intervenire l’opinione dei politici, per debole che sia, si va dritti-dritti nel qualunquismo e nell’astensionismo. Pericolosissimo!

Passiamo all’Europa secondo Caracciolo: un’accozzaglia di Stati incapaci di avviare ogni e qualsiasi processo politico: impossibile la difesa comune (chi comanderebbe l’esercito? chi sgancerebbe i quattrini?), impensabile una presenza internazionale di peso (si scarica tutto sulla Nato), assurda una politica finanziaria (dominata dai debiti e dalle convenienze nazionaliste e sovraniste).

Torno ancora a mia sorella che, in un certo senso batteva pari rispetto a Caracciolo: lasciava perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del trumpismo, del populismo e del sovranismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.  Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi.

Anche in campo europeo però non ci si può rassegnare, la strada è obbligata e occorrerebbe costringere i politici anche in vista delle prossime elezioni a venire giù dal pero nazionale per proporre uno straccio di Europa del futuro. Non è compito di Caracciolo, ma anziché predicare scientifica rassegnazione, varrebbe la pena almeno auspicare qualcosa di europeo in senso proprio.

Termino con gli assetti bellicisti mondiali. Secondo Caracciolo Israele andrà fino in fondo nella sua strategia, non ci sarà modo di fermarlo. Gli Usa sono prigionieri di loro stessi, delle loro contraddizioni (armi e aiuti), della loro crisi imperiale (non determinano più gli equilibri mondiali), rischiano la pelle democratica (il prossimo responso elettorale sarà comunque messo in discussione se non contestato violentemente).

Vado alle opinioni di mia sorella. Di ritorno da un viaggio a livello turistico-religioso in Terra Santa, disse: “Gli ebrei sono tremendi e trattano i palestinesi come pezze da piedi. Questi ultimi purtroppo non capiscono niente e si fanno abbindolare dagli Stati arabi. Tutto ciò sta succedendo a monte e a valle dell’attuale guerra di Israele contro Hamas, che sta spazzando via dalla faccia della terra i palestinesi.

Anche nel contesto mondiale non ci si può fermare a questo punto, aspettando magari che scoppi una bomba atomica. La politica dovrebbe avere un ruolo, anche a livello italiano ed europeo. Caracciolo parla bene e la politica razzola male, ma finirla così è un non senso etico prima e più che politico. Anche mia sorella era spietata, ma dopo si faceva su le maniche nell’impegno politico che faticosamente portava avanti: osservava e denunciava il negativo, ma proponeva ed operava il positivo.

Me la sono presa (forse) ingiustamente con suocera perché nuora intenda. Attenzione comunque ai tuttologi specialisti in scetticismo che ci trascinano o ci inducono in tentazioni qualunquiste, che non offrono vie d’uscita e non danno speranza. Alla fine chi lucra su un simile monco dibattito è la destra: se non si può fare niente, tanto vale conservare o addirittura tornare indietro. Non è un caso che, in uno degli ultimi appuntamenti di Otto e mezzo su La 7, alle impietose analisi senza speranza alcuna di Lucio Caracciolo facesse buon viso Mario Sechi, direttore di Libero, giornalista che di libero ha solo il titolo della testata per cui lavora: come volevasi dimostrare. Non illudiamoci di mettere in vacanza la politica, perché rischiamo una palude totale in cui guazzano i pesci più sporchi del mondo e nel mondo, i capaci di tutto dell’attuale governo e i buoni a nulla dell’attuale opposizione.

 

 

 

 

 

La contea di sinistra e il marchesato del Grillo

Stretta nella morsa di Giuseppe Conte, Elly Schlein vola a Bari decisa a reagire in prima persona all’attacco del leader di M5S. Il programma prevedeva il comizio a sostegno di Vito Leccese, che avrebbe dovuto contendersi con le primarie la candidatura a sindaco con Michele Laforgia (sostenuto dai pentastellati) e la segretaria del Pd non si lascia cambiare l’agenda. Un segnale chiaro all’ex premier: «Siamo qui a confermarti la nostra fiducia e il nostro supporto», dice a Leccese dal palco, al fianco del governatore Emiliano, di Angelo Bonelli e Antonio Decaro.

La leader del Pd nasconde la rabbia ma non la delusione. Non rinnega di aver lavorato «sempre per l’unità» che «altri hanno rotto» e anche stavolta avrebbe optato per una soluzione terza, che Conte ha respinto. La decisione dell’ex premier di sfilarsi dalle primarie insinuando sospetti sui dem comunque non le va giù. E lei è disposta a tollerare attacchi alla sua persona, «ma non alla nostra comunità». E ancora più chiara: «Forse chi ha iniziato a far politica direttamente da Palazzo Chigi non ha dimestichezza con il lavoro e lo sforzo collettivo della comunità, ma si deve avere rispetto, e far saltare le primarie a tre giorni dal voto è una sberla a chi si stava preparando per queste primarie, alle persone perbene che volevano andare a votare. Non è accettabile» anche perché «aiuta la destra», dice Schlein, che ringrazia Emiliano e Decaro per il loro lavoro in Puglia. (dal quotidiano “Avvenire” – Roberta D’Angelo)

È decisamente insopportabile questo continuo tira e molla tra PD e M5S. Non voglio fare l’equidistante a tutti i costi, ma vorrei evidenziare come questo stucchevole duello parta da presupposti sbagliati.

Comincio dal partito democratico, perché è un partito: ha una storia, ha, o dovrebbe avere, una sua identità, una sua base sociale di riferimento, dei presupposti culturali abbastanza precisi. Ragion per cui dovrebbe finalmente scegliere fra due atteggiamenti evangelici (apparentemente in contrasto far di loro), quello del “chi non è contro di me è con me” e quello del “chi non è con me è contro di me”.

A volte sembra prevalere l’uno, a volte l’altro. Non si può fare! O il PD ritiene che il M5S, nonostante tutto, sia un interlocutore valido e allora porta pazienza ad oltranza, perché una coalizione non è una “cotta” pregiudiziale e infinita, ma un rapporto di collaborazione tutto da costruire giorno per giorno, partendo da una base comune di valori, oppure considera i pentastellati un alleato tattico da prendere o lasciare a seconda dei casi e delle situazioni. Emerge invece un miscuglio di atteggiamenti con una continua drammatizzazione delle emergenze, una sorta di amore-odio, che non è bello proprio perché è “litigarello”, che disorienta gli elettori potenzialmente di sinistra e li spinge all’astensione.

Ma come succede in tutte le umane convivenze, i torti e le ragioni si intersecano e sono spesso ascrivibili a entrambe le parti. Vengo quindi al M5S, che non è un partito, che ha un leader piuttosto improvvisato, che pesca negli “anti” che stanno in poco posto e durano l’espace d’un matin. I pentastellati hanno la innata vocazione a rubare voti a destra e manca, ma finiscono purtroppo per rubarli solo a sinistra (soprattutto al PD) e per perderli in casa (?) propria. Sprecano intuizioni e posizioni interessanti (in materia di disarmo, di lotta alla povertà, di anti-corruzione etc.) sull’altare di un’ impossibile e improponibile egemonia pseudo-culturale che assomiglia molto a faziosità elettorale.

Ci sono i valori comuni da cui iniziare il discorso? A sinistra occorrono, pena il naufragio. A volte sembra di sì, a volte sembra di no. Se non si parte da questa ricerca non si va da nessuna parte. Ha perfettamente ragione Elly Schlein ad imputare ai cinque stelle una leadership proveniente da un’esperienza ondivaga di governo, peraltro molto discutibile nei presupposti e nei risultati. Dovrebbe però avere il coraggio di ammettere che anche la sua leadership non è molto radicata, preparata e storicizzata.

Da una parte il PD veda di rispondere alle provocazioni politico-programmatiche provenienti dal M5S e dall’altra parte il M5S veda di rispettare la comunità piddina dal punto di vista culturale, storico e territoriale. Su tutto incombe un certo non so che di precario e posticcio.

Siamo nel pieno di una competizione elettorale proporzionale, che sembra fatta apposta per spingere le forze politiche all’isolamento, oscillante fra la strumentalità propagandistica e la spinta alla finta identità. Il discorso europeo dovrebbe fare da collante invece finisce col fare da specchietto per le allodole.

Ci si divide bellamente sul territorio, laddove il PD si sente più forte (e lo è veramente) e il M5S soffre un evidente complesso di inferiorità sfogato a casaccio e spesso pretestuosamente.

Il partito democratico purtroppo si intende di fusione a freddo. Il M5S è specialista nella pesca di granchi politici.  Non vorrei che l’accordo finisse in una raffazzonata e litigiosa combinazione tiepida vomitata dagli elettori.

 

 

 

 

 

 

A destra un fischio di trombona, a sinistra un sibilo di trombetta

Come da copione, è stato il Pd a fare il primo passo chiedendo a Elly Schlein di candidarsi alle europee. Mentre Giorgia Meloni e Fdi si tengono stretto il vantaggio di potersi esprimere solo quando la prima forza di opposizione, e tutti gli altri, avranno fatto la loro scelta. Ma ormai la chiave che accende il motore del corpo a corpo tra le due leader è stata girata, ed è sempre più difficile che la presidente del Consiglio, a sua volta pressata dal proprio partito, si sfili.

Il fatto del giorno, innanzitutto. Tra malumori e obiezioni eccellenti, come quella espressa da Romano Prodi in tempi non sospetti, l’ipotesi di una candidatura di Schlein alle Europee, «con diverse sfumature», è stata ufficialmente avanzata durante la riunione della segreteria dem di ieri. Le proverbiali “fonti vicine” al Pd, direttamente riferibili alla segretaria, raccontano che «tutti» i componenti dell’organismo di partito «le hanno chiesto di candidarsi». Qualcuno spingendo per la formula tradizionale, ovvero da capolista in tutte le circoscrizioni. Altri chiedendole di essere sì presente ovunque, ma guidando la lista solo nella circoscrizione Nord-orientale, e mettendosi a servizio di altri nomi forti, anche esterni al partito, negli altri territori. Più cauti gli esponenti della minoranza dem, preoccupata sia dall’eccesso di “civismo” sia dall’eventualità che la segretaria «penalizzi altre candidature femminili». Tuttavia, la leader ha «preso atto» dell’invito, precisando che «prima di esprimersi» sarà necessario avere chiaro «l’impianto generale» delle liste. (dal quotidiano “Avvenire” – Marco Iasevoli e Matteo Marcelli)

Da tempo lo scontro elettorale in vista della consultazione europea è impropriamente e scriteriatamente incentrato sull’eventuale contrapposizione fra le candidature pigliatutto di Giorgia Meloni ed Elly Schlein. Sono quasi sicuro che andrà a finire così: purtroppo l’aria politica che tira è questa, vale a dire la più spinta delle personalizzazioni alla faccia dei contenuti, dei programmi e persino del rispetto dei ruoli istituzionali.

Giorgia Meloni non vede l’ora di “soubrettare” in Italia per sgambettare in Europa e viceversa: fiuta l’aria a suo favore e tende a sfruttarla al massimo, vuole incassare il dividendo maturato prima che sia tardi. Nel centro-destra non ha rivali, si colloca tra “niént pighè in t’na cärta” (Antonio Tajani) e “da lu a niént da sén’na…” (Matteo Salvini). Putost che niént (i suoi alleati di governo) è mej putost (la sua bella faccia tosta).

Per dirla con Norberto Bobbio, mentre la destra può limitarsi a fare discorsi di mera convenienza rispondente alla combinazione di interessi che la sostengono, la sinistra non può prescindere dai valori di riferimento fra cui spicca la partecipazione.

Cosa voglio dire? Al potenziale elettorato di destra non importa che Giorgia Meloni svolga il ruolo di parlamentare europeo con tutto quel che ne consegue a livello di equilibri politici, gli basta che riesca a “manellare” per difendere gli interessi dell’Italia in sede europea. Tra filo-europeismo ed euro-scetticismo a destra vince la mera difesa degli interessi nazionali a prescindere dal processo di integrazione europea. Non è un caso che, a livello di propaganda elettorale, di Europa parli solo (e male) Matteo Salvini, mentre Tajani si nasconde nel Ppe e la Meloni balla un po’ con tutti, cimentandosi in tutti i balli. Del Parlamento europeo non frega niente a nessuno: meno lavorerà, meno conterà e meglio sarà. Non è un caso che Giorgia Meloni guardi agli equilibri nella Commissione europea, disposta a flirtare con tutti, e si disinteressi di quelli parlamentari, aspettando di vedere cosa succederà per infilarsi nella combinazione giusta al momento giusto.

La sinistra non può permettersi questo lusso, ha un patrimonio ideale europeista da difendere e sviluppare, deve portare validi rappresentanti in Parlamento, deve proporre una visione e garantire un’azione conseguente. Ecco perché la candidatura onnipresente e sfuggente di Elly Schlein lascia il tempo che trova e rischia addirittura di essere controproducente di fronte ad un elettorato che chiede impegno nel palazzo e non chiacchiere di facciata.

Quanto al duello tra le due donne, dico la verità, non credo che interessi più di tanto al popolo della sinistra, sensibile alla soluzione dei problemi, per dirla in gergo operistico, alla musica e al canto e non allo scontro fra primedonne (ammesso e non concesso che le siano e che non le facciano soltanto).

Consiglierei quindi molta attenzione a non cadere nella trappola dei leaderismi a confronto. Oltre tutto, mentre Giorgia Meloni è purtroppo leader indiscussa del centro-destra, Elly Schlein non può considerarsi tale da nessun punto di vista. Il fatto che stia acquisendo attenzione e consensi non significa che incarni in modo convincente le aspettative di un elettorato molto critico e scettico. Credo che mantenga un suo spessore etico e politico l’obiezione ad una candidatura fine a se stessa e sganciata dall’effettiva partecipazione in prima persona alla vita istituzionale europea. A sinistra ho sempre sentito e visto molte perplessità sulle giravolte nelle candidature: mi sembra che prevalga a tutti i livelli la concretezza di chi esige impegno nel ruolo ricoperto senza sgattaiolare su altri ruoli da ricoprire.

Sono quasi certo di non votare il partito democratico alle prossime elezioni europee (mai dire mai…), tuttavia mi interessa come questo partito approcci l’Unione europea per i prossimi anni. O Elly Schlein è in grado di farsi promotrice di proposte, impersonificandole fino in fondo, sui punti cardine della politica europea, vale a dire ecologia, migrazione, pace, lotta alle povertà, difesa dei diritti delle persone, integrazione federale, etc. etc., spostando il suo raggio d’azione dall’Italia all’Europa, rinunciando al ruolo di segretaria e di parlamentare nazionale, altrimenti meglio che voli basso  e cerchi di scegliere programmi e candidature valide per l’Europa, lasciando perdere l’inutile sfida a Giorgia Meloni.

Ricordo che Valter Veltroni era arrivato a non nominare invano il suo competitor (Silvio Berlusconi): faccia altrettanto, lasci perdere, giochi in proprio, vinca o perda con la storia e nella storia della sinistra. Meglio perdere a sinistra che vincere scopiazzando la destra.

 

 

 

 

 

La gatta israeliana e il lardo globale

Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha approvato lunedì la sua prima risoluzione per chiedere un immediato cessate il fuoco nella Striscia di Gaza. La risoluzione è stata approvata dopo mesi in cui i veti incrociati nel Consiglio, soprattutto di Stati Uniti, Russia e Cina, avevano bloccato qualsiasi decisione al riguardo.

La risoluzione ha ottenuto 14 voti a favore, tra cui quelli dei governi di Cina e Russia. La cosa più rilevante è stata però l’astensione degli Stati Uniti, il cui appoggio a Israele si era già indebolito nelle ultime settimane (tutti e tre i paesi, insieme a Regno Unito e Francia, sono membri permanenti del Consiglio di Sicurezza con potere di veto: significa che possono bloccare qualsiasi risoluzione).

A più di cinque mesi dall’inizio della guerra nella Striscia di Gaza, gli Stati Uniti hanno infatti cominciato a criticare con sempre maggior forza il modo in cui Israele sta conducendo la guerra, e soprattutto l’operato del primo ministro Benjamin Netanyahu, considerato uno dei principali ostacoli al raggiungimento di un cessate il fuoco nella Striscia. È una cosa rilevante perché fino a poco tempo fa il governo statunitense aveva sostenuto in maniera quasi incondizionata il governo israeliano.

Il Consiglio di Sicurezza è l’unico organo internazionale che può prendere decisioni che teoricamente sono vincolanti per tutti i paesi membri, Israele compreso. L’ufficio di Netanyahu ha criticato l’approvazione della risoluzione e in particolare l’astensione degli Stati Uniti, sostenendo che in questo modo verranno compromessi gli sforzi di Israele per liberare gli ostaggi trattenuti da Hamas. L’ufficio del primo ministro israeliano ha anche fatto sapere di aver cancellato la visita di una delegazione israeliana prevista per i prossimi giorni a Washington DC, negli Stati Uniti.

La risoluzione prevede un cessate il fuoco per il periodo del Ramadan, la ricorrenza più importante per le comunità musulmane nel mondo, che è cominciato tra domenica 10 e lunedì 11 marzo e si concluderà tra il 9 e il 10 aprile. Prevede anche la liberazione immediata di tutti gli ostaggi tenuti da Hamas nella Striscia di Gaza e invita Israele a fare di più per facilitare l’ingresso di aiuti umanitari nel territorio, dove ormai da settimane la crisi umanitaria in corso a causa della guerra è gravissima.

La risoluzione in teoria è vincolante: significa che, almeno sulla carta, Israele è obbligato a rispettarla. È comunque difficile che il governo di Netanyahu, che finora ha resistito a qualsiasi pressione per ridurre l’intensità della guerra a Gaza, possa effettivamente rispettarla.

Il testo era stato presentato dai dieci membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza (che ovviamente non hanno potere di veto), dopo che ne era stata respinta una proposta dagli Stati Uniti che chiedeva un «cessate il fuoco immediato e duraturo». In precedenza il governo americano aveva posto il veto per tre volte sulla richiesta di un cessate il fuoco umanitario, immediato e definitivo nella Striscia di Gaza. Secondo alcuni diplomatici sentiti dal New York Times, gli Stati Uniti avevano proposto un emendamento al testo definitivo per sostituire «cessate il fuoco permanente» con «cessate il fuoco duraturo»: una formulazione più vaga e meno impegnativa per Israele, che però non è passata.

Le tre volte precedenti gli Stati Uniti si erano opposti a simili risoluzioni sostenendo che le richieste non rispettassero il diritto di Israele di difendersi. Lunedì la rappresentante degli Stati Uniti all’ONU, Linda Thomas-Greenfield, ha detto che quella approvata è in linea con gli sforzi diplomatici portati avanti dagli Stati Uniti, che però a suo dire si sono astenuti perché non in accordo con altre parti del testo: tra queste ci sarebbe il fatto che nella decisione non vengono condannati esplicitamente gli attacchi compiuti da Hamas lo scorso 7 ottobre. (da “Il Post”)

La risoluzione Onu non ha sortito alcun effetto, anzi. Israele ha continuato imperterrito la sua escalation bellica con azioni a vanvera, disgustose, meramente vendicative, al limite e forse oltre il limite del vero e proprio genocidio, volte proditoriamente e scriteriatamente all’allargamento del conflitto. Un dato emerge con estrema chiarezza: Israele è isolato nel suo testardo approccio alla pur difficile situazione venutasi a creare.

Che Benjamin Netanyahu sia vittima del proprio delirio di onnipotenza è sotto gli occhi di tutti. Altrettanto innegabile è che il premier israeliano abbia il pieno appoggio dell’establishment religioso. L’opposizione politica interna sembrava forte ed agguerrita a livello popolare, ma si sta affievolendo, così come anche quella etica degli israeliani sparsi nel mondo. Che il potere israeliano sia forte e possa esercitare ricatti nei confronti del mondo occidentale è cosa risaputa. Resta tuttavia alquanto difficile capire dove Netanyahu voglia parare chiudendosi in questo splendido (?) isolamento, che si sta sempre più verificando non solo a livello politico ma anche a livello etico e culturale.

Molto probabilmente vuole prendere disperatamente due piccioni con una fava: salvare e rafforzare la propria incerta leadership, collegandola alla storica e forse irripetibile chance di chiudere una volta per tutte la questione in senso drastico e punitivo nei confronti dei palestinesi, usando verso l’Occidente l’arma del ricatto economico-finanziario e sfruttando le distrazioni occidentali dovute alla guerra russo-ucraina. Se per Putin il conflitto israelo-palestinese serve a rimettersi in qualche modo in gioco (cosa che sta succedendo anche in conseguenza del rigurgito terroristico dell’Isis), per Netanyahu può essere l’occasione per sgattaiolare fuori dai giochi internazionali, regolando i conti non solo con Hamas ma con i palestinesi stessi.

C’è una variabile che potrebbe impazzire da un momento all’altro, buttando all’aria i subdoli piani israeliani: il mondo arabo. Se si dovesse mai legare una sorta di cordone tra Occidente, Stati arabi, Russia e Cina (magari favorito dal rientro di Trump alla Casa Bianca), Israele sarebbe veramente spacciato e costretto a ben più miti consigli. Tanto va la gatta al lardo che ci lascia lo zampino. Ed è un’ipotesi che indebolirebbe anche la posizione dell’Ucraina ben più isolata di quanto non lo sia oggi. Sarebbe il peggior modo per ristabilire il (dis) ordine a livello mondiale. Israele e l’Ucraina lo mettano comunque in conto e non tirino troppo la corda.