Un Brindisi a Lavrov

Nel corso di un colloquio telefonico avuto con il primo ministro israeliano, Naftali Bennett, il presidente russo, Vladimir Putin, si è scusato per le frasi sulle origini ebraiche di Hitler pronunciate dal ministro degli Esteri, Sergei Lavrov. Lo ha riferito l’ufficio di Bennett, secondo quanto riportano i media israeliani: il premier ha accettato le scuse e ha ringraziato Putin per aver chiarito le sue posizioni riguardo al popolo ebraico e la memoria dell’Olocausto.

Lasciamo stare le code di paglia di Israele e quindi la sua reazione stizzita molto comprensibile, volta a difendere e celebrare il tormentoso ricordo della “shoah”, mai sufficientemente rivisitata e condannata, che tuttavia non copre il presente assai discutibile dei comportamenti israeliani nei rapporti coi palestinesi e con tutto il resto del mondo (Russia compresa, sopportata quale male minore negli equilibri mediorientali).

È stata così archiviata in fretta e furia per motivi di reciproca realpolitik, la “cazzata” lavroviana, forse da considerare come un semplice artifizio dialettico studiato per distrare l’attenzione dai veri ed autentici misfatti russi già compiuti, che si stanno ancora compiendo e solo Dio sa quando mai potranno finire. I fantasmi di un tremendo passato possono paradossalmente alleggerire la realtà presente.

Tutta la vicenda dell’intervista a Lavrov è stata l’occasione per discutere del sesso degli angeli: era opportuno che una televisione occidentale facesse questo inutile scoop?  è corretto in piena bagarre bellicosa dare clamorosamente voce al “nemico”? c’erano dei secondi fini in questa estemporanea iniziativa editoriale: Berlusconi con una sua Tv allunga ancora la mano all’amico di un tempo ed a quale inconfessabile scopo? quali sono le regole di un giornalismo corretto? viene prima la gallina che dovrebbe fare le uova di un’informazione obiettiva o l’uovo di un’informazione spregiudicata che rischia di essere fine a se stessa? quando si intervista un qualsiasi personaggio politico bisogna fare l’eco delle sue idee o bisogna criticarle anche aspramente?

Si è scatenata questa stucchevole tempesta nel bicchiere Retequattro/Lavrov/Brindisi, che è servita soltanto a chiacchierare retoricamente del più e del meno, dimenticando il gran busillis della guerra in atto o, se volete, della pace da ricercare come ago nel pagliaio della guerra.

Più o meno tutti i media, con qualche rara e ammirevole eccezione, stanno sprecando ore di trasmissione per spiegare quanto brutta e sporca sia la guerra, dedicando poco spazio alla individuazione delle sue cause prossime e remote e ancor meno spazio alle prospettive di pace, preferendo appiattirsi sulla rassegnazione bellica e sul pedissequo e manicheo schierarsi dalla parte del più debole (Ucraina) peraltro aiutato dal più forte (Nato).

Così come la scena pandemica era ed è occupata dai virologi, quella bellica è occupata dagli analisti geo-politici, mentre tuttora si continua a morire di covid e mentre muoiono civili e militari in una guerra che riassume in sé tutte le assurdità di tutte le guerre di tutti i tempi. Se qualcuno si permette di alzare il ditino o la manina per introdurre qualche dubbio atroce sulla inevitabilità di questa situazione viene immediatamente tacitato come amico del giaguaro (Putin), come ingenuo ed illuso pacifista (vedi papa Franceso, lo si pensa anche se non si ha il coraggio di dirlo), come smidollato ed egoista partigiano del nulla (traditore dello spirito resistenziale di un tempo).

Se la maggioranza degli italiani si permette, stando ad un recente sondaggio, di essere contraria all’invio di armi all’Ucraina, parte immediatamente la contraerea dei costituzionalisti del piffero, che ricordano come in Italia viga un regime democratico rappresentativo e parlamentare in cui le decisioni non spettano direttamente al popolo (con la piccola dimenticanza che in questa vicenda anche la coscienza dei parlamentari è bellamente tacitata dalla realpolitik bellicista del governo), la scandalizzata reazione di chi liquida il pensiero della gente come uno sfogo egocentrico di un popolo assurdamente ripiegato su se stesso (che preferirebbe, secondo l’infelice proposizione draghiana, i condizionatori accesi alla pace), la presuntuosa rassegnazione di chi si arrende alla guerra, illudendosi di mettere a posto la coscienza di tutti tifando per la parte debole (la cosiddetta guerra per procura).

Da tempo immemorabile in Russia vige il pensiero unico, che emerge in questi giorni clamorosamente e vomitevolmente dagli interventi sui media dei pretoriani giornalistici di Putin: quanta pena fa questa gente che lega l’asino dove vuole il padrone e racconta che i morti e le distruzioni sono l’inevitabile conseguenza del nazifascismo ucraino o ancor peggio dell’illusionismo teatrale degli ucraini.

Dopo un primo momento di doverosa e istintiva reazione alle falsità, sorge un dubbio: siamo sicuri che a noi occidentali la guerra venga raccontata con verità ed obiettività in tutti i suoi aspetti?  La narrazione che ci viene propinata è quella giusta? Soprattutto perché si sorvola su tutti gli errori commessi nel passato con la comoda scusa che quel che è stato è stato e ora bisogna reagire con la forza delle armi all’invasione russa? Il papa ha usato un inquietante termine per definire l’atteggiamento e il comportamento dell’Occidente: “abbaiare”. Lui si è limitato a pensare con ammirevole sarcasmo all’abbaiata della Nato alle porte della Russia, io allargo l’abbaiata a trecentosessanta gradi, un’abbaiata assordante, che ci sta investendo e che copre i rumori di una guerra pazzesca a cui ci stiamo abituando ed a cui stiamo facendo il callo.

Mia sorella, davanti alla troppa disinvoltura con cui tanti medici affrontano le patologie dei loro pazienti era solita sparare un’ironica battuta: “Lôr is preòcupon miga, tant, mäl ch’la vaga, in móron miga lôr…”. Temo che gli ucraini stiano diventando la carne da cannone per le smanie zariste di Putin e per quelle imperialiste della Nato. Con Zelensky a fare la parte obbligata dell’eroico paraninfo dell’Occidente (questo personaggio non mi convince fino in fondo, anche se da lui non si può pretendere l’impossibile).

Un mio simpatico amico, dopo avere incontrato occasionalmente per strada il suo direttore accompagnato dalla moglie, si era chiesto amleticamente: “Saroi stè pòch complimentôz con la mojéra dal dotôr?”.  Certamente io non lo sono con l’Occidente, con la Nato e con i loro pifferai. Anche perché sono sempre stato implacabile nei confronti di Putin, considerandolo, ben prima di Biden, uno dei più grandi macellai della storia, e non ho quindi bisogno di rifarmi una verginità e preferisco guardare criticamente dalla mia (?) parte.

Concludo con una barzellettina. Che differenza c’è fra Brindisi e Taranto? Che a Brindisi si può fare un brindisi, mentre a Taranto non si può fare un taranto. Facciamo quindi un brindisi alla salute di Giuseppe Brindisi, giornalista televisivo che ha intervistato il ministro degli esteri russo Lavrov, ospitandone un po’ troppo comodamente le orrende cazzate che ha sparato. Preferisco, come si sarà capito, un altro giornalismo, altri ministri e altri approcci ai discorsi di guerra che imperversano e ci stanno frastornando.

 

La resistente giacca di Mattarella

Dal momento che le parole del presidente Mattarella pronunciate indirettamente o direttamente in materia di guerra russo-ucraina hanno dato adito a critiche e discussioni, considerati il rispetto e la stima che nutro per lui, mi sono preso la briga di rileggere parola per parola i suoi due ultimi interventi: quello in occasione della celebrazione del 77° anniversario della Festa della Liberazione e quello all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.

L’interpretazione prevalente e piuttosto strumentale delle parole del Capo dello Stato è la seguente: Mattarella dà pieno sostegno alla linea dura del governo e anticipa la disponibilità dell’Italia a sostenere un nuovo pacchetto di sanzioni nei confronti della Russia. Indubbia anche la necessità di sostenere la resistenza ucraina.

Dopo aver letto e riletto più volte i discorsi non mi sembra che Mattarella abbia sposato nessuna linea dura se non quella di considerare irrinunciabili i diritti umani e dei popoli, di riconoscere i torti clamorosi e incontestabili della Russia e le ragioni della resistenza ucraina. Il discorso delle sanzioni è peraltro contenuto in un botta e risposta successivo all’intervento davanti all’Assemblea parlamentare. C’è, a mio giudizio, in atto una forzatura, una sorta di tirata di giacca al Presidente: chi lo giudica troppo accondiscendente verso la strategia molto statunitense e poco europea, chi lo desidererebbe schierato, senza se e senza ma, nella risposta bellicista verso la Russia.

Devo ammettere che, fidandomi dei resoconti e dei commenti giornalistici, il primo discorso, quello di Acerra del 25 aprile, aveva suscitato anche in me qualche perplessità intravedendo nelle parole di Mattarella uno sbrigativo e più sentimentale che politico collegamento fra la Resistenza Italiana e quella Ucraina. Riporto di seguito questo passaggio finale del testo.

“Oggi, in questa imprevedibile e drammatica stagione che stiamo attraversando in Europa, il valore della Resistenza all’aggressione, all’odio, alle stragi, alla barbarie contro i civili supera i suoi stessi limiti temporali e geografici.

Nelle prime ore del mattino dello scorso 24 febbraio siamo stati tutti raggiunti dalla notizia che le Forze armate della Federazione Russa avevano invaso l’Ucraina, entrando nel suo territorio da molti punti diversi, in direzione di Kiev, di Karkiv, di Donetsk, di Mariupol, di Odessa.

Come tutti, quel giorno, ho avvertito un pesante senso di allarme, di tristezza, di indignazione.

A questi sentimenti si è subito affiancato il pensiero agli ucraini svegliati dalle bombe e dal rumore dei carri armati. E, pensando a loro, mi sono venute in mente – come alla senatrice Liliana Segre – le parole: “Questa mattina mi sono svegliato e ho trovato l’invasor”. Sappiamo tutti da dove sono tratte queste parole. Sono le prime di “Bella ciao”.

Questo tornare indietro della storia rappresenta un pericolo non soltanto per l’Ucraina ma per tutti gli europei, per l’intera comunità internazionale. Come ho sottolineato tre giorni fa davanti alle Associazioni partigiane, combattentistiche e d’arma, avvertiamo l’esigenza di fermare subito, con determinazione, questa deriva di guerra prima che possa ulteriormente disarticolare la convivenza internazionale, prima che possa drammaticamente estendersi.

Questo è il percorso per la pace, per ripristinarla; perché possa tornare ad essere il cardine della vita d’Europa. Per questo diciamo convintamente: viva la libertà, ovunque. Particolarmente dove viene minacciata o conculcata.

Rileggendo non trovo nulla da eccepire, non vedo nessun placet all’invio di armi all’Ucraina e men che meno un gradimento alla prospettiva di aumentare gli investimenti a livello militare. Mattarella si è giustamente tenuto lontano dalla bagarre politico-mediatica del “lei è favorevole o contrario a inviare armi all’Ucraina”: ha volato alto parlando di esigenza di fermare la guerra e di ripristinare la pace. Le forzature del suo pensiero sembrano oltre modo fuori luogo. Se possibile, il Presidente lo ha chiarito ancor meglio davanti all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa. Questo discorso merita di essere riportato nei punti salienti.

“Quanto la guerra ha la pretesa di essere lampo – e non le riesce – tanto la pace è frutto del paziente e inarrestabile fluire dello spirito e della pratica di collaborazione tra i popoli, della capacità di passare dallo scontro e dalla corsa agli armamenti, al dialogo, al controllo e alla riduzione bilanciata delle armi di aggressione.

É una costruzione laboriosa, fatta di comportamenti e di scelte coerenti e continuative, non di un atto isolato. Il frutto di una ostinata fiducia verso l’umanità e di senso di responsabilità nei suoi confronti. Come ci ricordava Robert Schuman “la pace non potrà essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano. Se perseguiamo obiettivi comuni, per “vincere” non è più necessario che qualcun altro debba perdere. Vinciamo tutti insieme.

(…)

Di fronte a un’Europa sconvolta dalla guerra nessun equivoco, nessuna incertezza è possibile. La Federazione Russa, con l’atroce invasione dell’Ucraina, ha scelto di collocarsi fuori dalle regole a cui aveva liberamente aderito, contribuendo ad applicarle.

La deliberazione di questa Assemblea parlamentare – del Consiglio d’Europa – di prendere atto della rottura intervenuta è coerente con i valori alla base dello Statuto dell’organizzazione, che indica la strada di una unione più stretta delle aspirazioni comuni dei popoli europei.

La responsabilità della sanzione adottata ricade interamente sul Governo della Federazione Russa. Desidero aggiungere: non sul popolo russo, la cui cultura fa parte del patrimonio europeo e che si cerca colpevolmente di tenere all’oscuro di quanto realmente avviene in Ucraina.

Non si può arretrare dalla trincea della difesa dei diritti umani e dei popoli. Si tratta di principi che hanno saputo incarnarsi nella storia della seconda metà del ‘900 e, a maggior ragione, devono sapersi consolidare oggi.

La ferma e attiva solidarietà nei confronti del popolo ucraino e l’appello al Governo della Federazione Russa perché sappia fermarsi, ritirare le proprie truppe, contribuire alla ricostruzione di una terra che ha devastato, è conseguenza di queste semplici considerazioni.

Alla comunità internazionale tocca un compito: ottenere il cessate il fuoco e ripartire con la costruzione di un quadro internazionale rispettoso e condiviso che conduca alla pace.

Un grande intellettuale, Paul Valery – passato attraverso le due guerre mondiali – richiamava i concittadini europei a prendere coscienza di vivere in un mondo “finito”. “Non c’è più terra libera” – scriveva – nessun lembo del globo è più da scoprire.

(…)

Mentre il conflitto ha ulteriormente indebolito il sistema internazionale di regole condivise – e il mondo, come conseguenza, è divenuto assai più insicuro – la via di uscita appare, senza tema di smentita, soltanto quella della cooperazione e del ricorso alle istituzioni multilaterali.

Sembrano giungere a questa conclusione anche quei Paesi che, pur avendo rifiutato sin qui di riconoscere la giurisdizione della Corte Penale Internazionale, ne invocano, invece, oggi, l’intervento, affinché vengano istruiti processi a carico dei responsabili di crimini, innegabili e orribili, contro l’umanità, quali quelli di cui si è resa colpevole la Federazione Russa in Ucraina, riconoscendo in tal modo il ruolo necessario di quella Corte.

Se la voce delle Nazioni Unite è apparsa chiara nella denuncia e nella condanna ma, purtroppo, inefficace sul terreno, questo significa che la loro azione va rafforzata, non indebolita. Significa che iniziative, come quella promossa dal Liechtenstein e da altri 15 Paesi, per evitare la paralisi del Consiglio di Sicurezza dell’Onu vanno prese in seria considerazione.

La guerra è un mostro vorace, mai sazio. La tentazione di moltiplicare i conflitti è sullo sfondo dell’avventura bellicista intrapresa da Mosca. La devastazione apportata alle regole della comunità internazionale potrebbe propagare i suoi effetti se non si riuscisse a fermare subito questa deriva. Dobbiamo saper scongiurare il pericolo dell’accrescersi di avventure belliche di cui, l’esperienza insegna, sarebbe poi difficile contenere i confini.

Dobbiamo saper opporre a tutto questo la decisa volontà della pace. Diversamente ne saremo travolti. Per un attimo, esercitiamoci – prendendole a prestito dal linguaggio della cosiddetta “guerra fredda” – a compitare insieme parole che credevamo cadute ormai in disuso, per vedere se ci possono aiutare a riprendere un cammino, per faticoso che sia. Distensione: per interrompere le ostilità. Ripudio della guerra: per tornare allo statu quo ante. Coesistenza pacifica, tra i popoli e tra gli Stati. Democrazia – come ci insegna il prezioso lavoro della Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa – come condizione per il rispetto della dignità di ciascuno. Infine, Helsinki e non Jalta: dialogo, non prove di forza tra grandi potenze che devono comprendere di essere sempre meno tali.

Prospettare una sede internazionale che rinnovi radici alla pace, che restituisca dignità a un quadro di sicurezza e di cooperazione, sull’esempio di quella Conferenza di Helsinki che portò, nel 1975, a un Atto finale foriero di sviluppi positivi. E di cui fu figlia la Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Si tratta di affermare con forza il rifiuto di una politica basata su sfere di influenza, su diritti affievoliti per alcuni popoli e Paesi e, invece, proclamare, nello spirito di Helsinki, la parità di diritti, la uguaglianza per i popoli e per le persone. Secondo una nuova architettura delle relazioni internazionali, in Europa e nel mondo, condivisa, coinvolgente, senza posizioni pregiudizialmente privilegiate. La sicurezza, la pace – è la grande lezione emersa dal secondo dopoguerra – non può essere affidata a rapporti bilaterali – Mosca versus Kiev -. Tanto più se questo avviene tra diseguali, tra Stati grandi e Stati più piccoli.

Garantire la sicurezza e la pace è responsabilità dell’intera comunità internazionale. Questa, tutta intera, può e deve essere la garante di una nuova pace.

Ancora una volta si può concludere che abbiamo un capo dello Stato capace di rappresentare e interpretare l’unità nazionale e il positivo sentimento comune del popolo italiano.  In un momento in cui le parole hanno più che mai un peso, lui le usa con sobrietà, equilibrio e coerenza costituzionale. Potrebbe o dovrebbe fare qualcosa di più? Ho fiducia che lo faccia nei giusti momenti e nelle giuste sedi istituzionali. In parole povere mi auguro che dia una svegliata al governo al fine di assumere iniziative appropriate in campo europeo a favore della pace e in autonomia rispetto alle scorciatoie americane. Sia chiaro è solo un mio auspicio e non una delle tante forzature in atto.

 

 

Il gattone frettoloso

ll presidente del Consiglio ha detto che il bonus edilizio del 110% “toglie l’incentivo alla trattativa sul prezzo”. Per questo “il costo di efficientamento” e i costi “degli investimenti necessari per le ristrutturazioni” sono più che triplicati. Tra gli altri nodi i meccanismi di cessione del credito e il problema dei controlli sulle truffe. Si tratta di un provvedimento su cui le opinioni divergono e Draghi va in Europa a spiattellare i contrasti politici italiani.

La norma sul termovalorizzatore di Roma per conferire poteri speciali al sindaco Gualtieri, necessari per realizzare gli impianti, è stata varata in Consiglio dei ministri, contenuta all’interno del decreto aiuti, un pacchetto di misure dedicato a famiglie e imprese. Il M5S però non ha partecipato al voto. Una protesta contro il passaggio del testo. Più volte l’ex premier e leader 5S Giuseppe Conte si è schierato contro l’ipotesi dell’inceneritore. Mentre il ministro pentastellato Stefano Patuanelli ha commentato: “È sbagliato sporcare le idee politiche del Movimento con norme sugli inceneritori, che nulla hanno a che spartire con un decreto aiuti per famiglie e imprese. Per questo motivo abbiamo deciso di non partecipare al voto”.

Sono arcinote le perplessità di alcune forze politiche facenti parte del governo sul reiterato invio di armi all’Ucraina e su tutta la linea governativa in merito agli atteggiamenti da tenere sulla guerra in Ucraina, che sta rapidamente evolvendo in una vera e propria guerra tra Nato e Russia. Non solo il premier Draghi è restio a presentarsi in Parlamento per illustrare e discutere la complessiva posizione italiana, ma va al Parlamento europeo enfatizzandola e dandola per scontata.

Sono tutti evidenti segnali, che, a prescindere dal contenuto delle questioni in ballo, dimostrano la pretesa da parte di Mario Draghi di andare avanti per la propria strada in barba ai limitatissimi poteri che la Costituzione assegna al presidente del consiglio e soprattutto forzando esageratamente la mano ai partiti di governo insofferenti verso il metodo e il contenuto di importanti scelte.

Non credo che a Draghi sfuggano i pericoli latenti dell’apertura di una crisi politica in piene emergenze e allora purtroppo i casi sono due: o i limiti politici del premier stanno diventando clamorosi al punto da non riuscire ad affrontare i nodi che vengono al pettine né dal punto di vista istituzionale né sul piano dei rapporti con le forze politiche di maggioranza, oppure la sua dottrina tecnica tende a prevalere sul ruolo politico assegnatogli. In parole povere: o non è capace o se ne frega altamente.

Il tutto nonostante che il Presidente Mattarella all’atto del suo reinsediamento al Quirinale abbia invitato espressamente il governo a rispettare rigorosamente le prerogative parlamentari, nonostante che le difficoltà dei partiti siano sempre più evidenti e profonde e tali da non poter essere snobbate bellamente, nonostante che sulla questione guerra e armi il popolo italiano, stando ai sondaggi, abbia parecchie perplessità su una linea di piatto coinvolgimento bellico dell’Italia.

Come ho già avuto modo di osservare, è noto che, mentre le dittature con le guerre si rafforzano, le democrazie vanno in crisi. Pericolosissimo quindi bypassare il Parlamento e andare avanti lancia in resta nelle scelte strategiche e tattiche e nei rapporti con Ue, Usa etc. etc.

Giorno dopo giorno capisco come la politica sia imprescindibile e non possa essere snobbata o ridotta ai minimi termini anche dal più grande dei tecnici. Il vuoto politico non può essere colmato dalle competenze tecniche così come la politica deve tenere conto della scienza e della tecnica.

Posso essere sincero? Quasi triviale? Così come mi infastidivano le conferenze stampa di Giuseppe Conte piene solo di aria più o meno fritta, mi stanno stufando quelle di Mario Draghi piene solo di numeri, di percentuali, di proiezioni e di calcoli mentre il Paese, l’Europa e il mondo stanno andando a puttane.

 

 

 

 

 

Un papa molto evangelico e poco diplomatico

Vedere un Papa in Russia sarebbe un avvenimento storico. Vederlo lì nelle attuali circostanze avrebbe già dell’incredibile. Eppure, Francesco non demorde e annuncia di essere pronto non per andare a Kiev, come si mormora da tempo, ma per raggiungere a Mosca Vladimir Putin.

«A Kiev per ora non vado», spiega il Pontefice in un colloquio con il Corriere della Sera. «Ho inviato il cardinale Michael Czerny, (prefetto del Dicastero per la Promozione dello Sviluppo umano integrale) e il cardinale Konrad Krajewski, (elemosiniere del Papa) che si è recato lì per la quarta volta. Ma io sento che non devo andare. Io prima devo andare a Mosca, prima devo incontrare Putin. Ma anche io sono un prete, che cosa posso fare? Faccio quello che posso. Se Putin aprisse la porta…».

Jorge Mario Bergoglio, però, si spinge oltre e dà una sua visione di che cosa possa avere scatenato la guerra in Ucraina. Secondo Papa Francesco, forse «l’abbaiare della Nato alla porta della Russia» ha indotto il capo del Cremlino a reagire male e a scatenare il conflitto. «Un’ira che non so dire se sia stata provocata – riflette – ma facilitata forse sì».

«Non so rispondere, sono troppo lontano, all’interrogativo se sia giusto rifornire gli ucraini – ragiona -. La cosa chiara è che in quella terra si stanno provando le armi. I russi adesso sanno che i carri armati servono a poco e stanno pensando ad altre cose. Le guerre si fanno per questo: per provare le armi che abbiamo prodotto. Così avvenne nella guerra civile spagnola prima del secondo conflitto mondiale. Il commercio degli armamenti è uno scandalo, pochi lo contrastano. Due o tre anni fa a Genova è arrivata una nave carica di armi che dovevano essere trasferite su un grande cargo per trasportarle nello Yemen. I lavoratori del porto non hanno voluto farlo. Hanno detto: pensiamo ai bambini dello Yemen. È una cosa piccola, ma un bel gesto. Ce ne dovrebbero essere tanti così».

Quanto ai suoi rapporti con il Patriarca ortodosso Kirill, che all’inizio del conflitto aveva spinto i russi ad appoggiare Putin, Francesco svela: «Ho parlato con Kirill 40 minuti via Zoom. I primi venti con una carta in mano mi ha letto tutte le giustificazioni alla guerra. Ho ascoltato e gli ho detto: di questo non capisco nulla. Fratello, noi non siamo chierici di Stato, non possiamo utilizzare il linguaggio della politica, ma quello di Gesù. Siamo pastori dello stesso santo popolo di Dio. Per questo dobbiamo cercare vie di pace, far cessare il fuoco delle armi. Il Patriarca non può trasformarsi nel chierichetto di Putin. Io avevo un incontro fissato con lui a Gerusalemme il 14 giugno. Sarebbe stato il nostro secondo faccia a faccia, niente a che vedere con la guerra. Ma adesso – conclude Bergoglio – anche lui è d’accordo: fermiamoci, potrebbe essere un segnale ambiguo».

Abbiamo un papa in splendida forma. Mi piace il suo modo coerente di porsi di fronte alla guerra. Non è un diplomatico anche se non è certo uno sprovveduto, ha il coraggio di prendere, come si suole dire, il toro per le corna, di parlare come glielo impone il Vangelo, di andare contro corrente. Il concetto più ardito che ha espresso non è tanto l’insistente volontà di recarsi in visita da Putin, ma la probabilità che le posizioni rigide della Nato abbiano favorito (e stiano favorendo, aggiungo io) un clima di scontro propedeutico allo scatenamento e al rinfocolamento del conflitto. Gli errori della Nato sono tanti: passati, presenti e probabilmente anche futuri. Chi lo dice è, secondo la vulgata unica mediatica, amico di Putin o, nella migliore delle ipotesi, amico del giaguaro. Sarebbe ora di finirla con queste semplificazioni anti-storiche, anti-democratiche, aculturali e amorali. A quanto pare il Papa non sceglie il vangelo secondo l’Occidente (a differenza di Kirill che snocciola quello secondo l’Oriente, o meglio secondo le convenienze della Chiesa ortodossa).

Notevole anche l’insistente (pur se temperata dall’autoproclamata lontananza rispetto alle questioni politiche) condanna delle armi. Parole coraggiose e profetiche. Bene ha fatto a rilasciare questa intervista ad un giornale laico: vale il doppio. Spero che nessuno abbia la faccia tosta di criticare il Corriere della sera per aver ospitato questa autorevolissima voce fuori dal coro e che nessuno abbia il cattivo gusto di strumentalizzare le affermazioni e le intenzioni di papa Francesco.

Qualcuno (Michele Santoro) sostiene che il dibattito sia sordomuto rispetto al pensiero critico, qualcun altro (Alan Friedman) pensa che troppo e confuso spazio si dia alle opinioni critiche. La critica è il sale della democrazia e in questo caso è una sana premessa di pace. Il papa ha scelto costruttivamente di schierarsi nel campo della critica alla guerra, di qualunque guerra.

La politica, a tutti i livelli e in tutto il mondo ha di che riflettere.  Se Francesco avrà modo di sbattere in faccia a Putin la verità evangelica (lui che è abituato a sentirsela canticchiare da certa gerarchia compiacente), sarà cosa buona e giusta. La lezione ha anche una valenza riguardante la moralità della politica: la verità viene prima delle convenienze personali e di stato e va testimoniata partendo, senza settarismi e preconcetti, proprio da chi la sta apertamente violando. Ognuno però dovrà smetterla con le proprie menzogne: si intuisce un simile invito dietro le semplici ma pesanti parole del papa. Una seria ricerca della pace deve infatti partire dalla verità, altrimenti che pace è: sarà una semplice tregua armatissima in attesa della prossima guerra. Si dirà: meglio una tregua armata che una guerra continua. D’accordo, ma non è mestiere da papa, è mestiere da diplomatici, che non può portare ad autentici obiettivi evangelici.

Il nudismo universale

Giorgia Meloni aprendo la conferenza programmatico di FdI ha lanciato un messaggio a Biden dopo essersi schierata apertamente, pur con notevoli distinguo storici, culturali e politici, nel campo delle democrazie occidentali. Ha detto: “Tuttavia la scelta occidentale non dev’essere una scelta di sudditanza. Vogliamo essere alleati e non sudditi ma questo ha un costo. Chiediamo forme di compensazione per le nazioni più colpite dalle sanzioni”. Meloni ha ricordato le parole del Presidente Usa Joe Biden che sostiene che le sanzioni alla Russia avranno un impatto “minimo” sugli americani. “Presidente Biden su di noi le sanzioni avranno un impatto massimo”, ha incalzato. “Non vogliamo essere i muli da soma dell’Occidente”, ha quindi aggiunto tra gli applausi.

Devo essere sincero: sono d’accordo con questa posizione, pur grossolanamente esposta, banalmente argomentata, semplicisticamente motivata e strumentalmente lanciata. Mi sono quindi chiesto: cosa sta succedendo a me, che dicevo di non andare a destra nemmeno se la sinistra candidasse un redivivo Hitler? La guerra, lo sostengo da due mesi, sta scoprendo le magagne di tutti: di fronte ad essa siamo tutti nudi come politica ci fece.

È nudo Draghi con la sua formazione mentale e culturale filoamericana; è nudo Enrico Letta che, per non sbagliare, sta dalla parte del manico, rischiando di portare il suo partito alla catastrofe elettorale sull’onda di un acritico e aprioristico appoggio al governo Draghi (e alla Nato); è nudo chi confonde la Resistenza italiana al nazifascismo con la resistenza ucraina al putinismo; è nudo chi si accorge di esserlo e va alla disperata ricerca di una foglia di fico chiamata “armi difensive”; è nudo chi ha gli armadi pieni di scheletri e non trova più abiti da indossare; è nudo chi era amico o interlocutore di Putin e si trova clamorosamente e vergognosamente spiazzato; è nudo chi ha paura di indossare la biancheria pacifista in quanto potrebbe coprire gli attributi che servono nelle guerre “giuste”; è nudo chi è di sinistra, ma solo se non si toccano i massimi sistemi del capitalismo; è nudo chi è di destra, ma non vuole la tuta mimetica; è nudo chi è filoamericano a prescindere; è nudo chi è filoeuropeo a denti stretti; è nudo chi vuole la pace, ma giustifica la guerra considerandola inevitabile; è nudo chi inorridisce di fronte alle brutture della guerra e chiude gli occhi di fronte ai migranti delle guerre.

Il nudismo bellico fa male perché rischia di creare confusione, ma può fare anche bene, perché costringe tutti a ragionare con la propria testa al di là degli schemi preconfezionati e arrugginiti dalla storia. Davanti al revisionismo meloniano in molti si chiedono se si tratti di esercitazioni in vista del futuro esame elettorale o se siamo veramente di fronte ad una conversione ad u. Propendo decisamente per la prima ipotesi. Mi intriga molto di più la domanda sul presente e sul futuro della sinistra: la sua assenza sta regalando praterie di pur superficiali consensi alla destra pronta a coprire questi spazi. Se è vero che la maggioranza degli italiani è contraria all’invio di armi all’Ucraina, anziché fare i fini dicitori anti-sondaggisti, anziché buttarsi a capofitto nella demagogia anti-tutto, anziché cavarsela imbrattando il pacifismo di ingenuo putinismo, sarebbe importante ragionare di pace. Lo vogliono gli italiani forse non per convinzione, ma nemmeno per egoismo, ma per sana stanchezza, per sfinimento.

Tornando a Giorgia Meloni, il mio voto non lo avrà mai. Non farò però come quel marito dispettoso, anche perché la Meloni non è mia moglie politica e io sono disposto a tagliarmi solo una mano per non votarla.

 

La Pasqua a rovescio del patriarca Kirputin

Nelle immagini della partecipazione di Putin ai riti della Pasqua ortodossa era contenuto una sorta di “Bignami” degli errori storici delle religioni in combutta col potere. Tutte le religioni hanno questi scheletri negli armadi delle loro sacristie. Per i cristiani sarebbe come se Gesù, anziché essere messo in Croce dal potere religioso e da quello politico, avesse chiesto la protezione di Erode per sconfiggere Pilato e così diventare il messia-capo dell’ebraismo.

Non mi stupisce e scandalizza tanto il “baciapilismo putiniano” (l’Ucraina val bene una veglia pasquale), bensì il simoniaco e sacrilego atteggiamento ortodosso (è meglio che muoiano gli ucraini e non perisca la grande Russia ad opera dell’impero del male occidentale)

È vergognoso questo ripiegamento pseudo-religioso delle ragioni di Dio sulle ragioni mondane. Non so se agli occhi del Padre Eterno sia più colpevole Putin o il Patriarca Kirill: una gara infernale.  La buona fede non vale né per l’uno né per l’altro. Kirill con la sua follia sporcacciona si è preso una enorme responsabilità. Proviamo a pensare se Putin non avesse l’appoggio ufficiale della chiesa Ortodossa: la sua posizione sarebbe molto più debole con enormi vantaggi per tutti gli uomini amati dal Signore. Invece può contare su questo impensabile e incredibile assist. Si sa che alla posizione della più alta gerarchia non fa riscontro quella di tutto il clero e della gente di fede ortodossa: è stato così anche in Italia col fascismo.

Anche l’ecumenismo prende una gran brutta botta.  Riporto di seguito quanto scrivevo qualche anno fa nell’introduzione al bel libro dell’amico don Luciano Scaccaglia sull’ecumenismo “Da fratelli separati a Chiese sorelle”.

“Ammetto di nutrire da sempre un certo scetticismo riguardo alle prospettive di unificazione, o per lo meno di dialogo, fra le diverse confessioni cristiane: mantengo intatta, nonostante i tentativi anche sinceri, l’impressione che si tratti di divisioni dottrinali molto influenzate da questioni di potere. Gesù, pur non essendo un prete dell’epoca, conosceva molto bene i “suoi polli” e, pur aborrendole con nettezza, le commistioni tra religioni e potere: in fin dei conti la sua morte può essere fatta risalire proprio al timore, da parte dei capi religiosi, di perdere il controllo della situazione. Per questo pregò con intensità ed insistenza affinché i suoi discepoli potessero rimanere uniti nel suo nome, senza cadere nella tentazione del frazionismo o del settarismo al fine di difendere i loro “orticelli clericaloidi”.

Si sono scatenate guerre, persecuzioni, lotte, conflitti in nome della purezza evangelica, ma in realtà soprattutto per motivi di esercizio dell’importante e determinante potere religioso, temporale e non. Il peso della storia e della politica ha inoltre sovrapposto consistenti incrostazioni alle divergenze teologiche e il consolidamento degli schemi divisori ha portato alla radicalizzazione delle differenze, chiudendo i cristiani in veri e propri fortini.

Da qualche tempo fortunatamente certe barriere sono saltate e un dialogo, seppure troppo accademico, si è sviluppato, senza tuttavia produrre risultati eclatanti, ma ottenendo qualche significativo passo avanti. Molto curiosa e affascinante l’affermazione di un personaggio notevole (non ricordo chi sia…), protagonista della scena ecumenica, il quale consigliava di relegare le dispute teologiche assieme ai loro protagonisti su un’isola liberando il dialogo e la collaborazione dalla zavorra dogmatica per lasciarsi condurre dalla carità evangelica”.

Purtroppo il dialogo troverà non pochi inciampi dopo l’assurda e paradossale benedizione a Putin per un più o meno succulento piatto di lenticchie. Tutto il mal non vien per nuocere se servirà a capire che potere e fede cristiana non possono andare d’accordo. Come scrive su Avvenire Mauro Magatti sociologo ed economista, Vladimir Putin in chiesa col cero acceso durante la messa di Pasqua è un’immagine potentissima e gravida di conseguenze drammatiche: un duro colpo alle speranze di pace – la benedizione della Chiesa ortodossa rafforza il consenso interno del leader russo – ma anche alla stessa legittimazione della religione: se di fronte ai massacri più disumani non ha nulla da dire, che senso ha una Chiesa che si dichiara fondata sul Vangelo? Poniamoci questa domanda drammatica dopo aver celebrato la Pasqua che ha anche il significato di porre un limite invalicabile nei rapporti tra Stato e Chiesa, checché ne pensi Kirputin o Putkirill come dir si voglia.

 

Il “gascasino” europeo

Mentre gli Stati Uniti, tramite il suo vignettistico Presidente e il governo da lui guidato (?), fanno gli sbruffoni facendosi belli con l’Ucraina, ma facendo ricadere gli effetti negativi delle loro posizioni sull’Europa, la Ue non ha di meglio che fare il pesce in barile oscillando fra pacche sulle spalle a Zelensky e difesa del proprio portafoglio energetico.

Il punto dolente dei rapporti tra Russia e paesi Europei, Italia in primis, è quello delle forniture di gas, che sono indubbiamente una prevedibile arma di ricatto in mano a Putin, ma che costituiscono anche un crocevia delicato e pericoloso per i rapporti all’interno della Unione Europea.

Cosa sta succedendo? Una vera e propria guerra energetica! La Russia, per ovvi motivi valutari, chiede ai clienti europei di pagare il gas in rubli pena l’immediata e drastica interruzione delle forniture. Il ricatto russo, minacciato per settimane, è diventato realtà. Gazprom ha chiuso i rubinetti del gas a Polonia e Bulgaria perché si sono rifiutate di pagare le consegne in rubli. Lo ha confermato il gigante di Stato russo, spiegando in una nota ufficiale di aver «completamente sospeso le forniture a Bulgargaz e PGNiG», le due compagnie nazionali del gas.

Non tutte le società europee del gas però si stanno comportando come le sorelle polacca e bulgara: quattro società pagano in rubli e dieci società, tra le quali anche Eni, starebbero decidendo di pagare in euro sulla Gazprom Bank con possibilità per quest’ultima di convertire in rubli, un modo per aggirare l’ostacolo alla faccia delle sanzioni economiche contro la Russia.

La commissione europea con un documento emesso il 21 aprile scorso vieta il pagamento in rubli, ma non dice nulla sul convenzionamento con Gazprom bank, salvando la faccia dura delle sanzioni per poi chiudere un occhio sull’escamotage escogitato per dribblarle. Un’ambiguità che la dice lunga su questa sporca guerra, sull’inconcludenza dell’Europa, sull’(in)efficacia delle sanzioni economiche, sulla divergenza insanabile di interessi fra Usa e Ue. Inoltre ogni Paese europeo, in ordine sparso, sta facendo la questua del gas, rivolgendosi a paesi arabi e africani, che non hanno niente da invidiare alla Russia in materia di violazione dei diritti umani e di promozione bellica. L’ipocrisia la fa da padrona!

Evidentemente la Ue e i suoi membri non vogliono o non possono permettersi il lusso di essere autonomi rispetto agli Usa e quindi vanno a letto alla domenica con Zelenski, i giorni feriali pari con Biden e i giorni dispari con Gazprom. È la dimostrazione che l’Unione Europea non esiste e fa solo finta di esistere. Le difficoltà spesso sono paradossalmente utili a compattare le unioni più difficili e problematiche. Non è il caso europeo. La Ue è uscita malconcia dalla pandemia (che non è ancora finita): tutti ricordiamo i contrati stipulati alla “cazzo di cane” con le aziende farmaceutiche fornitrici dei vaccini. La guerra sta divaricando ancor più le posizioni rendendo incapace l’Europa di ogni e qualsiasi iniziativa di contrasto alla guerra e di promozione della pace.

E l’europeista Draghi, che negli auspici (anche miei) avrebbe dovuto dare impulso all’Europa e al ruolo italiano al suo interno? Prima se l’è cavata con l’ormai storica battuta del cavolo (‘Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?’), poi assente per Covid! Auguri vivissimi di pronta guarigione. Il silenzio di Draghi è di vile metallo e purtroppo va ben oltre le velleitarie e assurde pretese di chi vorrebbe rendere pubblico l’elenco delle armi da inviare all’Ucraina. Il problema sta nel fatto che non si capisce quale sia il disegno di Draghi a livello internazionale, europeo e forse anche nazionale, in un momento in cui ci sarebbe bisogno di guardare avanti coinvolgendo le istituzioni, di volare alto in favore della pace e di governare basso alle prese con i problemi concreti della gente (forse non esiste alcun disegno oltre l’elegante e tecnocratica gestione dell’esistente). Non è solo un deficit a livello comunicativo, si tratta di carenze a livello di sensibilità politica e sociale.

E Mattarella che lo ha collocato a Palazzo Chigi? Stanco di tutto e di tutti, costretto a rimanere in sella nonostante tutto. Buon lavoro per giungere al meritatissimo riposo.

Una partita a tresette coi morti

Due forti esplosioni sono state udite a Kiev e una colonna di fumo si è alzata sulla città mentre si stava concludendo la conferenza stampa del presidente ucraino Zelensky e del segretario generale dell’Onu Guterres. Uno dei missili ha colpito un edificio residenziale al piano terra e ha “causato vittime”, secondo le prime testimonianze. Si tratta di tre feriti. Guterres si è detto “sconvolto, non perché ci fossi io, ma perché Kiev è una città sacra sia per gli ucraini che per i russi”. Il presidente Zelensky ha aggiunto che si è trattato di un raid russo mirato “a umiliare l’Onu”.

Un segnale pessimo non solo per Guterres, che è giunto in Ucraina e ha visitato i sobborghi di Borodianka e Bucha, martoriati dai bombardamenti: “La guerra è un’assurdità nel XXI secolo”, ha detto. Nella successiva conferenza stampa, Guterres ha ammesso che il Consiglio di sicurezza dell’Onu ha fallito, non riuscendo a prevenire e a porre fine alla guerra in Ucraina. Il segretario ha anche confermato che l’Onu sta facendo il possibile per evacuare i civili dall’acciaieria Azovstal, dove ieri è stato colpito anche un ospedale da campo. Che qualcosa stia per accadere lo si spera anche da un movimento di alcune forze russe, intercettato dalla Difesa americana, che stanno lasciando Mariupol e muovendo verso nordovest.

Se Putin, dopo aver accolto freddamente Guterres a Mosca, ha risposto calando un carico di due missili effettivi, Biden non è stato da meno con un discorso, a base di missili verbali, andato in onda contemporaneamente rispetto alla conferenza stampa a Kiev del segretario generale dell’Onu che, con molta umiltà e diplomazia stava tentando di snocciolare qualche parola di pace in un tragico e crescente contesto di guerra. Finalmente, mi sono detto. Sempre meglio deboli discorsi di pace piuttosto che forti parole di guerra. Non l’avessi mai detto o pensato…

Gli Stati Uniti non stanno attaccando la Russia, stanno difendendo l’Ucraina: lo ha detto dalla Casa Bianca il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, denunciando quella che chiama “l’inquietante retorica” di Mosca. Biden ha aggiunto, nel suo discorso, che gli Usa hanno già consegnato a Kiev “dieci sistemi anticarro per ogni carro armato russo; dieci a uno”. Inoltre ha sottolineato che “non lasceremo che la Russia cerchi di intimidire o ricattare” i paesi europei “per aggirare le sanzioni. Non permetteremo che usino petrolio e gas per evitare le conseguenze della loro aggressione”.

Posso essere banale? Delle recenti dichiarazioni del presidente statunitense mi ha colpito la tronfia e triviale dimostrazione di forza: dieci a uno. Sono certamente molto preoccupato di un carro armato russo, ma lo sono anche per i dieci sistemi anticarro americani. Non so dove mi porta questa spirale bellicista. Non mi rassicura lo strapotere militare Usa anche perché viene esibito in modo provocatorio, oserei dire da osteria.

Le risposte dei potenti non si sono quindi fatte attendere quasi a voler chiudere fin dall’inizio ogni e qualsiasi tentativo di dialogo, in spregio alle Nazioni Unite, che purtroppo contano come il due di picche: a Guterres glielo hanno voluto dire fuori dai denti. Un’umiliazione non tanto per lui, ma per tutto il mondo che vorrebbe vivere in pace sotto l’ombrello dell’Onu.

I casi sono due: o siamo nelle mani di pazzi più o meno scatenati, che giocano sulla nostra pelle, quella degli ucraini in primis, ma in prospettiva anche quella di altri, oppure abbiamo due ragionamenti (?), uno russo e uno americano, che si sovrappongono. Cosa voglio dire?

Putin forse è alla frutta e sta alzando sempre più la posta per salvare se stesso e la sua mafia di potere: il suo comportamento è un autentico delirio di debolezza spacciata per onnipotenza. Dall’altra parte gli Usa, probabilmente in possesso anche di informazioni segrete, hanno capito che la Russia sta traballando e intendono sfruttare il momento per assestarle un colpo pressoché definitivo. Conseguenza: una guerra che non finirà mai, anche perché la Cina non accetterà la fine ingloriosa della Russia proprio mentre sta puntando ad assorbirla nella propria orbita.

Mentre da Putin mi aspettavo questo ed altro, su Biden nutrivo qualche speranza, vale a dire quella che la sua vittoria elettorale non fosse soltanto una reazione alle disfatte trumpiane (in particolare quella relativa alla gestione vergognosa della pandemia), ma una seppur timida riscoperta valoriale della tradizione democratica statunitense. A giudicare dai comportamenti di Biden penso di essermi sbagliato di grosso. Il grande giornalista Furio Colombo fa risalire le follie politiche di Biden alla sofferta e nefasta eredità culturale di Trump, che ho lasciato un segno, una ferita difficilmente rimarginabile: l’egoismo, la menzogna e l’aggressività istituzionalizzati e fatti penetrare profondamente nel tessuto americano. Non basta per assolvere i democratici statunitensi e soprattutto per giustificare la deriva bellicista imboccata dall’attuale presidente Usa.

Qualcuno, l’ex presidente in primis, sostiene però che, in presenza di Trump, Putin non si sarebbe permesso di fare quel che sta facendo: avrebbe temuto i contraccolpi e soprattutto non avrebbe avuto alcun interesse a mettere in discussione l’equilibrio cercato e trovato fra due “delinquenti” che sotto sotto se la intendevano parecchio. Non ho idea e non mi interessa più di tanto fantasticare su questi ipotetici scenari. La storia non si fa con i se e dobbiamo prendere atto che si sta profilando un lungo duello, senza esclusione di colpi, inganni e menzogne, fra le due potenze, con la Cina che fa da padrino a Putin, l’Europa che rischia di fare da padrino a Biden e l’Ucraina a fare da palio.

Nell’opera “Fanciulla del West” di Giacomo Puccini, lo sceriffo Jack Rance e i minatori avvertono Minnie che Dick Johnson e Ramerrez sono la stessa persona, e che il bandito – giunto alla “Polka” per depredare l’oro dei minatori – sembra essersi nascosto nei dintorni. Sdegnata, Minnie costringe Dick Johnson ad abbandonare la capanna ma, sulla porta, egli viene ferito da un colpo di pistola dello sceriffo, che insospettito si era nascosto nei pressi. Minnie allora, impietosita ed innamorata nonostante il disinganno, fa rientrare il giovane e lo nasconde nel solaio. Jack Rance entra nella capanna, alla ricerca del bandito, ma non riesce a trovarlo, finché una goccia di sangue, caduta dall’alto, ne rivela la presenza. Minnie propone allora un patto allo sceriffo: giocheranno a poker e se Jack Rance vincerà avrà la ragazza e il bandito. Minnie bara e vince la partita: il suo uomo è salvo.

Ognuno assegni come vuole le parti in commedia: una buona occasione per rivisitare il capolavoro dell’arte pucciniana, per (s)drammatizzare la situazione e per riflettere sugli assetti geopolitici che si stanno profilando in conseguenza dell’invasione russa dell’Ucraina.

 

 

 

La spada che vince lo spirito

“Niente soldi alle armi”, “Niente tagli a scuola e sanità”: sono slogan urlati durante il corteo per la celebrazione del 25 aprile. Qualcuno (quasi tutti) ha fatto finta di niente, qualcuno l’ha considerata la solita menata dei pacifisti o degli irriducibili protestatari, qualcuno si è spinto a ritenerla un attentato all’unità resistenziale ed antifascista. Enrico Letta, a cui erano soprattutto rivolti questi “caldi” inviti”, ha risposto picche rifugiandosi nella retorica.

Se posso permettermi di giudicare, il signor Enrico Letta non ha capito niente del mondo ingiusto in cui viviamo. È significativo che sia stato proprio lui oggetto della contestazione: guida (forse fa finta di guidare) una forza politica di sinistra (o sbaglio!?) e la gente si aspetterebbe una certa sensibilità verso i temi bollenti della pace e della giustizia. Invece…

Francesco Palmas su Avvenire riporta e commenta il rapporto Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, fondato nel 1966 per commemorare i 150 anni di pace ininterrotta in Svezia, che si occupa di peace studies: “Per le spese militari nel mondo un’inquietante crescita senza fine”. Nel 2021 le varie potenze mondiali hanno dilapidato in armi ed eserciti la cifra record di 2.113 miliardi di dollari, il 2,2% della ricchezza globale.

Scrive Palmas: Sono passati più di 1.600 anni da quando Vegezio coniò il motto bellicoso «se vuoi la pace, prepara la guerra». Sembra che il mondo continui imperterrito a dargli ragione, nonostante i tanti moniti di papa Francesco. Il Pontefice ha più volte espresso la sua contrarietà all’aumento delle spese militari, guerra in Ucraina o meno. Le tensioni sui bilanci della difesa sono una vera ‘pazzia’ per il Papa. Eppure tutto sembra già preludere al peggio. Nel 2021, le varie potenze mondiali hanno dilapidato in armi ed eserciti la cifra record di 2.113 miliardi di dollari, il 2,2% della ricchezza mondiale.

Nello stesso anno, le spese globali per l’aiuto allo sviluppo hanno rappresentato non più di 179 miliardi di dollari, un ammontare senza precedenti per munificenza. Il che è tutto dire. Già nel 2021, il Sipri aveva notato che, a dispetto della crisi economica pandemica, le spese militari mondiali nel 2020 erano cresciute fino a raggiungere la cifra mostruosa di 1.981 miliardi di dollari. Un aumento reale del 2,6% in un anno, che ha sottratto risorse alle spese sociali e sanitarie. Il Sipri si interrogava all’epoca se il trend sarebbe continuato anche durante il secondo anno di pandemia. E i dati del 2022 confermano la tendenza”.

Consiglio a tutti di leggere integralmente il succitato articolo, soprattutto ad Enrico Letta (non mi permetterei mai di rivolgere un simile consiglio a Mario Draghi: è troppo preso da altri problemi “tecnici” per fermarsi a riflettere su questi dati “politici”), che riserva un assordante silenzio all’argomento, preferendo appiattirsi sull’illusione di battere le nefandezze di Putin con le “cazzate” americane e le “puttanate” europee, aprendo gli ombrelli della Nato e riparandosi dietro la retorica resistenziale.

Al di là dell’indifferenza lettiana rimane il problema enorme della deriva bellicista e riarmista mondiale: siamo in mano a una manica di pazzi scatenati. La parola che trovo più adeguata ad esprimere un giudizio è, come dice Alessandro Orsini, “disprezzo”.

Francesco Palmas chiude il suo pezzo con questa amarissima e paradossale constatazione: “Intanto, si annunciano anni amari, perché le spese militari stanno aumentando pure in Africa. Nella fascia subsahariana sono in corso 11 guerre. Un dramma nel dramma, perché la brama delle armi sembra contagiare un po’ tutti e non fa che alimentare i 21 conflitti maggiori di questa terza guerra mondiale a pezzetti, denunciata più volte da papa Francesco. Il cammino per debellare la guerra pare ancora lungo”.

In Italia, tanto e solo per distinguersi, c’è qualcuno che teorizza la differenza fra armi offensive e difensive: un’autentica stronzata! Mio padre ammetteva come arma solo i “bastón ‘d pàn francez”.

La solitudine delle nazioni prime

Lo sgarbo di Putin a Guterres: lo fa attendere per ore, niente stretta di mano e tenuto a distanza con il “tavolone”. Nonostante il sorriso con cui lo ha invitato a sedere, l’avvio del vertice a Mosca tra Guterres e Putin non è iniziato con segnali di apertura. Il presidente russo ha fatto fare anticamera per alcune ore al segretario generale dell’Onu, poi al momento dell’incontro non lo ha accolto con una stretta di mano, anzi lo ha tenuto a distanza con il famigerato “tavolone” già visto in altri incontri, una forma di distacco e (a quanto dicono gli esperti) diffidenza di Putin verso i suoi interlocutori, compresi i suoi ministri (La Stampa).

La prima tentazione sarebbe quella di mandare Putin all’inferno: prima o poi, se va avanti così, sprofonderà in esso senza bisogno di spinte da parte nostra. Invece è giusto e opportuno ingoiare il rospo e dialogare nonostante tutto. Questa è la potente arma da usare! Sono sicurissimo che alla lunga vinca.

Se in questi ormai due mesi di guerra anziché insultare, sanzionare ed esorcizzare Putin lo si fosse messo alle strette in senso dialogico, prospettandogli tutte le conseguenze del suo folle comportamento e offrendogli qualche via d’uscita dal tunnel in cui si è cacciato, non dico che avremmo interrotto la spirale bellica, ma messo qualche dubbio in lui e soprattutto nella popolazione russa, togliendogli qualche possibilità di continuare a disinformare la sua gente.

Guterres non è un uomo di potere e questo apparentemente lo indebolisce: credo invece che la sua autorità morale possa scalfire la scorza protettiva costruita attorno a Putin. Non bisogna lasciarlo solo, mandarlo allo sbaraglio, guardare alle sue mosse con la riserva mentale del “va’ avanti ti ch’am scapa da rìddor”. Potrebbe essere una versione politica dello scontro biblico fra Davide e Golia: da una parte la forza bruta della guerra dall’altra la forte debolezza delle ragioni di pace.

Non intendo fare del romanticismo pacifista, ma quella del dialogo mi sembra l’unica strada alternativa: per dirla con papa Francesco, l’adozione dello schema di pace in sostituzione di quello bellico di cui siamo prigionieri. Non vedo sinceramente altra soluzione se non la testarda ricerca del dialogo, che geopoliticamente parlando si chiama diplomazia.

Mio padre si poneva la domanda retorica del perché per fare una guerra ci si trovi tutti immediatamente d’accordo, mentre per vivere in pace ci siano mille ostacoli da superare: l’irrazionalità della politica e della vita umana.

Giordano Stabile su La Stampa scrive che ormai è svelato il vero piano degli Stati Uniti dietro il conflitto in Ucraina: annientare la Russia fornendo armi all’Ucraina in modo tale che Putin non possa minacciare almeno per un decennio rappresaglie contro altri Paesi. É questo uno dei piani degli Stati Uniti che trapela dalle dichiarazioni di ieri del segretario della difesa degli Usa Lloyd Austin. Un progetto che sembra non poter essere scalfito neppure dalle minacce di Sergej Viktorovič Lavrov ovvero quello di scatenare un Terza guerra mondiale nel caso in cui continuasse l’armamento delle forze ucraine.

Se è così, occorrerebbe innanzitutto che l’Europa, il più compattamente possibile, chiarisse con gli Usa che questa strategia è incompatibile con gli interessi europei: non è infatti accettabile che il nostro continente diventi il cortile in cui ci si esercita alla guerra, in cui si fanno le prove alla ricerca di nuovi equilibri di potere graditi agli Usa. C’è un primo livello di dialogo tra i Paesi europei, per poi arrivare al confronto con gli americani: prima di dialogare col “nemico” bisognerebbe trovare un po’ di accordo fra gli “amici”.

In seconda o terza battuta bisognerebbe dialogare con la Cina snidando i suoi inconfessabili progetti di “annessione” della Russia: dove vuole parare la Cina? Mentre la Russia si affida all’uomo forte, la Cina si affida al partito forte, l’Occidente si dovrebbe affidare alla democrazia: il condizionale è d’obbligo. È certamente difficile confrontarsi tra soggetti che adottano schemi statuali completamente diversi, forte è la tentazione di rinunciare o di bilanciare i rapporti solo in chiave di vomitevoli tornaconti.

Difficile non vuol dire impossibile! Soprattutto non vuol dire rinunciare fin dall’inizio, dando per scontata la guerra e usando solo il linguaggio delle armi. Provare, riprovare, a costo di prendere l’uscio sul muso. Prova oggi, riprova domani, chissà che qualcosa possa succedere. Non sarà comunque tempo perso.