Il matto della steppa

Un ricovero d’urgenza e un intervento per Vladimir Putin a causa del cancro. Con diversi testimoni che raccontano di un deterioramento della salute del presidente della Russia. Visibile anche durante la parata del 9 maggio, quando secondo le fonti si poteva notare «il trascinare la gamba, il braccio storto, il viso pallido». A parlarne su La Stampa, citato da Open, è Francesco Semprini, che riporta così un nuovo capitolo sulle condizioni di salute di Putin dopo le voci su una presunta malattia del marzo scorso e quelle sul cancro di aprile. L’ultimo a parlare pubblicamente del suo stato di salute precario è stato il capo dell’intelligence ucraina Kyrylo Budanov in un’intervista a Sky News.

Le indiscrezioni si susseguono ormai da settimane.  Secondo Buganov in Russia sarebbe già in corso un golpe per rimuovere Putin. Già agli inizi di marzo vari media internazionali riportavano che Putin era malato, alla luce dei suoi comportamenti sempre più erratici e di scatti d’ira continui, quasi certamente dovuti – secondo le tesi circolate che non hanno mai trovato finora riscontro – ai farmaci che assume per curarsi, probabilmente un trattamento a base di steroidi. Cure aggressive che gli causerebbero quel pallore e quel gonfiore sospetto soprattutto del collo e del viso.

Vladimir Putin, ricorda Open, è «molto malato, ha un tumore al sangue», aveva detto pochi giorni fa un oligarca vicino al Cremlino nel corso di una telefonata registrata segretamente, di cui New Lines Magazine è entrato in possesso e rilanciata da diversi media internazionali. Putin «ha rovinato l’economia russa, quella dell’Ucraina e altri Paesi. Il problema è nella sua testa. Un uomo pazzo può capovolgere il mondo», dice l’oligarca intercettato, di cui non viene mai fornito il nome, parlando – secondo quanto riporta il New York Post – con un «venture capitalist occidentale». 

Poi si ricorda l’inchiesta di The Project sulla salute dello zar in cui si raccontava delle 35 volte in cui Putin sarebbe stato visitato dall’oncologo Evgeny Selivanov e dei 166 giorni che il chirurgo avrebbe passato a curarlo negli ultimi quattro anni. Il giornale russo ricorda anche che nel 2017 Putin è sparito dall’8 al 16 agosto durante la sua permanenza ufficiale a Sochi, sua residenza di villeggiatura, ricordando che in quel periodo sei medici, tra cui Selivanov, erano in compagnia del presidente. E sostiene che Putin è diventato paranoico sulla sua salute, tanto da sottoporsi a un presunto rituale che consisterebbe in un bagno nel sangue di cervo. 

Nell’inchiesta sulle condizioni di salute dello zar si parla anche di un ricovero e di un’operazione chirurgica fissata tra l’una e le due di notte con personale medico già all’opera da quattro giorni, formato da specialisti russi che hanno superato una serie di controlli. Per coprire l’assenza del presidente durante la convalescenza sarebbero anche pronti alcuni sosia e dei video preregistrati. Invece a sostituirlo nelle decisioni sarebbe Nicolai Patrushev, ex capo della polizia federale. 

Da una parte queste indiscrezioni sulla salute di Putin, che risentono senza dubbio di un certo accanimento mediatico e di romanzesca fantasia, rischiano di banalizzare il discorso della Russia, riducendolo a mera follia patologica di un capo. Dall’altra ritengo comunque sia pericoloso non prestare la dovuta attenzione a queste notizie, nascondendosi dietro sussiegosi e presuntuosi atteggiamenti, non tanto per gufare ma per considerare come certi comportamenti possano derivare anche dalla disperazione di un uomo senza principi e senza futuro. Conversando con un’amica nei giorni scorsi osservavo come il mondo fosse purtroppo nelle mani di un gruppo di pazzi (e/o di incapaci, se non è zuppa è pan bagnato) che si supportano e si giustificano a vicenda. Putin infatti non è l’unico anche se è sicuramente il caso più eclatante.

“Chi schiva ‘n matt fa ‘na bón’na giornäda”: così recita un noto detto parmigiano. Mi sembra che, anziché sforzarsi di ignorarlo nella peggiore delle ipotesi e di interpellarlo nel migliore dei casi, si stia facendo di tutto per disturbarlo e istigarlo, mettendolo non tanto con le spalle politiche al muro, ma spingendolo alle folli performance che sono sotto gli occhi di tutti.

“Trèr èl prêt intla mèrda”, (letteralmente “buttare il prete nella merda”) ha il significato di rompere gli indugi, prendere una decisione drastica, come dire “o la va o la spacca”.… Putin sta facendo così, con la piccola diversità che nella merda ci sta buttando il mondo; probabilmente cerca, nella sua mente malata di salvare il salvabile, costi quel che costi: se ne deve tenere conto, anziché assecondarlo indirettamente in questa deriva. I casi sono due: o si ha la forza di eliminarlo fisicamente o di brigare politicamente per destituirlo, correndo il rischio che morto un Putin se ne faccia un altro magari ancor peggiore, diversamente si devono evitare molestie e attacchi che potrebbero incallirlo in questa pazzesca strategia del “muoia Sansone con tutti i filistei”, sperando che la situazione possa decantare, mettendo in campo la pazienza del “coi dementi spesso giova simular”.

Purtroppo invece si gioca al “pazzo scaccia pazzo”: c’è la pazzia da ospedale psichiatrico, c’è quella da osteria, c’è quella da rassegnata accondiscendenza. Erasmo da Rotterdam andrebbe a nozze, avrebbe da fare molti elogi della follia.

 

Siete ridicoli…siete ridicoli…

“Ucraina. Draghi punta sulla diplomazia, ma via libera al terzo decreto per inviare armi”. In questo titolo di un articolo del quotidiano Avvenire è clamorosamente contenuta la contraddizione della politica di fronte alla guerra di invasione che si sta via via trasformando in una guerra di contrapposizione globale.

“Se vuoi la pace, prepara la guerra”: il detto latino “Si vis pacem, para bellum” è ricavato per condensazione dalla frase di Vegezio “Igitur qui desiderat pacem, praeparet bellum”, letteralmente “Dunque chi aspira alla pace, prepari la guerra”. Ci stiamo comportando proprio così.

Il nostro governo trova il modo di ricompattare la propria maggioranza con un disonorevole compromesso. Il premier italiano sembra finalmente spingere l’Europa e persino gli Usa verso un difficile percorso di pace basato sugli sforzi diplomatici. Senonché mette come presupposto per le trattative una ulteriore scorpacciata di armi. Suona ridicola la precisazione del sottosegretario alla difesa Mulè: senza «armi tremende come i carri armati».

“Rovinato tutto”, direbbe un mio grande insegnante di lettere, il quale amava interrogare gli allievi impostando con essi un ragionamento e allorché uno di questi andava fuori strada veniva appunto ripreso con lo sconsolato rimprovero di cui sopra.

È pur vero che in politica due più due non fa quattro, ma non riesco a convincermi che dalle armi possa uscire una seria prospettiva di pace. Anche la bacchetta magica di Draghi non avrà purtroppo questo strapotere.

Le rape sono un ottimo alimento e, lasciando stare cucina e dieta, sono oggetto del modo di dire che recita ‘cavar sangue dalle rape’; il significato di questa espressione è dato dal carattere della pianta in questione, infatti è impossibile far uscire sangue da una rapa e quindi il ‘cavar sangue dalle rape’ significa tentare di fare qualcosa di impossibile, essere convinti di riuscire in una impresa non reale, chiedere a qualcuno una cosa che non possiede o che – per qualche motivo – non può elargirci. Nel nostro caso le rape sono le armi da cui pretendiamo di cavare la pace.

L’unico risultato che stiamo ottenendo è quello di allargare la guerra come se allargandola si stemperassero le sue conseguenze fino magari a farla decantare. Siamo veramente (quasi) tutti pazzi. O diamo per scontato che i conflitti armati siano l’unica via di soluzione ai problemi, convinzione cinica a cui mi rifiuto categoricamente di aderire, oppure siamo in una tremenda contraddizione in termini.

È simpatica la barzelletta di quel tale che si reca in farmacia e chiede provocatoriamente e scherzosamente al farmacista un flacone di “spirito di contraddizione”. Alquanto stupito si sente rispondere positivamente alla richiesta: il farmacista chiama infatti in causa la moglie capace di dispensare a piene mani questo strano intruglio. Bisognerebbe forse cambiare il finale della storiella con il farmacista che risponde all’esigentissimo cliente: “Cal guärda la television quand i pärlon ad päza da fär con gli ärmi, pu spirit ‘d contradisión ad còl…”. A meno che il governo italiano sia in vena di scherzare e intenda mandare in Ucraina armi giocattolo. C’è infatti chi insiste nell’ipotizzare la differenza tra armi difensive e offensive. Adesso il sottosegretario alla difesa introduce la differenza fra armi tremende e armi sopportabili.

I tifosi della curva, quando vogliono benevolmente irridere ai loro antagonisti situati nell’altra curva dello stadio, gridano: “Siete ridicoli!”. Lo faccio anch’io rivolgendomi così ai fini dicitori della politica di guerra camuffata da pace e viceversa.

 

 

 

C’è nato (North Atlantic Treaty Organization) e nato (Gesù da Maria)

In un lungo tweet, in cui lo si vede anche ritratto in preghiera davanti all’immagine mariana, papa Francesco ha rivolto la sua invocazione di pace alla Madonna di Fatima, di cui ricorreva il 13 maggio la memoria liturgica.

 “Santa Maria, Madonna di Fatima, ci affidiamo al tuo cuore noi, i tuoi cari figli che in ogni tempo non ti stanchi di visitare e invitare alla conversione. Tu sai come sciogliere i grovigli del nostro cuore e i nodi del nostro tempo. Riponiamo la nostra fiducia in te. Madre nostra, Madonna di Fatima, attraverso di te si riversi sulla Terra la divina misericordia, e il dolce battito della pace torni a scandire le nostre giornate. Riporta tra noi l’armonia di Dio. Fa’ di noi degli artigiani di comunione. Guidaci sui sentieri della pace”. Firmato ‘Franciscus’, con accanto gli hashtag #PreghiamoInsieme e #Pace.

Il libro di Massimo Cacciari su Maria Vergine intitolato “Generare Dio” è stato presentato qualche anno fa in un bellissimo dialogo televisivo tra Corrado Augias e l’autore stesso: un invito a riflettere sulla maternità di Maria e sulla nascita di Gesù. Cacciari, perfettamente in linea col cardinal Martini, ritiene infatti che il fatto fondamentale per credenti e non credenti sia sapere mettere in discussione la propria fede o la propria non-fede. Era il presupposto della “cattedra dei non credenti”, istituita dal cardinal Martini e di cui Cacciari fu, se non erro, il primo autorevole esponente.

Augias in quella occasione sostenne che questo libro rompesse l’atteggiamento tranchant di Cacciari, dando finalmente ad esso un senso “affettuoso”. Cacciari non del tutto d’accordo sottolineò come il suo “affetto” fosse tutto indirizzato a Maria e non agli uomini, compresi i politici e gli uomini di Chiesa. Augias concordò e chiese provocatoriamente a Cacciari perché quindi perdesse tempo con la politica e non la snobbasse a vantaggio delle figure religiose più importanti, Maria in primis. Il filosofo sorrise compiaciuto ma non rispose niente.

In questo periodo ho notato la sua scarsa presenza mediatica nei dibattiti sulla guerra e mi sono chiesto: forse preferirà rivolgere la sua attenzione alla Madonna e alla “Natività” di Maria piuttosto che ascoltare il penoso coro monocorde di elogi alla “Nato”.

Se è così, mi metto in buona compagnia con papa Francesco e Massimo Cacciari: il primo prega Maria, il secondo riflette su di essa. Il cardinal Martini, ormai in fin di vita, incontrò Eugenio Scalfari promettendogli di pregare per lui. Al che l’illustre giornalista non credente rispose: “Io penserò a lei…”. Il cardinale concluse da par suo: “È la stessa cosa!”. Per non sbagliare comunque cercherò di pregare Maria e di riflettere sulla sua vita, sicuro che serva più questo alla causa della pace della visione delle interminabili trasmissioni televisive che peraltro finiscono sempre col giustificare la guerra.

 

 

 

 

Smettiamo di abbaiare alla luna russa

Mio padre raccontava un episodio vissuto in prima persona nella sua qualità di imbianchino: stava alacremente lavorando in tutta tranquillità alla sommità di una lunga scala a pioli, quando senza motivo gli capitò di abbassare lo sguardo e di avvertire che un pezzo di scala non era correttamente incastrato: il momento del brivido, all’acrobata avevano tolto improvvisamente la rete ed il gioco si faceva molto duro.

Raccontò di non avere retto l’impatto e di essere sceso con insolita e meticolosa prudenza, fischiettando timidamente per alleggerire la tensione, e di avere raggiunto terra con il sudore sulla fronte ed una tremarella insolita nelle gambe. Ma per lui l’aspetto singolare era quello di avere retto la situazione per molto tempo inconsapevolmente, come se niente fosse e di esser crollato psicologicamente non appena reso edotto della situazione abnorme e del precario equilibrio garantito da una scala non correttamente montata. Voleva dire che la paura è un fatto psicologico e come tale va evitata e combattuta: buono a dirsi, quanto a riuscirci…

E proprio per vincere la battaglia, dopo aver sistemato la scala, risalì immediatamente e riprese il lavoro regolarmente: guai a restare sui colpi, sarebbe la fine, concludeva tra il serio ed il faceto. Un’altra regola psicologica, o meglio una piccola sua teoria, in materia, diremmo oggi, di rischio professionale, recitava più o meno così: il grado di attenzione è inversamente proporzionale al livello di protezione. Io l’ho formulata in modo canonico, mio padre la esponeva alla sua maniera, dicendo soprattutto che era più facile precipitare da una impalcatura che da un’asse sporgente da una finestra.

La paura di mio padre in un certo senso assomiglia molto a quella di Svedesi e Finlandesi, fino a qualche mese fa attestati su una ammirevole posizione di neutralità a livello internazionale. Poi si sono resi conto di un pericolo latente proveniente dalle smanie invadenti della Russia di Putin e, temendo di fare la fine dell’Ucraina, hanno avviato la procedura di adesione alla Nato. La loro posizione è indubbiamente scomoda ai confini con la Russia, la quale da parte sua ritiene questo riposizionamento di Svezia e Finlandia come una insopportabile e grave minaccia alla propria integrità territoriale.

Il premier britannico Boris Johnson ha bruciato le tappe. Il patto militare firmato dal Regno Unito con la Finlandia, come l’analoga dichiarazione solenne sottoscritta con la Svezia, prevede la possibilità di assistenza militare britannica diretta nel caso di un ipotetico attacco della Russia.

Lo ha chiarito il premier Boris Johnson a Helsinki durante una conferenza stampa congiunta con il presidente finlandese Sauli Niinisto, rispondendo alla domanda se l’impegno garantisca ‘British boots on the ground’. “Nell’eventualità di un disastro, di un attacco a uno dei nostri Paesi, ciascuno interverrebbe per dare assistenza all’altro: assistenza militare inclusa”, se “richiesta”.

L’adesione della Finlandia alla Nato non sarebbe “contro nessuno”, ha affermato oggi il presidente finlandese Sauli Niinistö, dopo che Mosca ha avvertito Helsinki delle “conseguenze” in caso di candidatura. “L’adesione alla Nato non sarebbe contro nessuno”, ha affermato il presidente Niinistö, firmando una dichiarazione di mutua assistenza con il Regno Unito a Helsinki. “Se la Finlandia aumenta la sua sicurezza, non è a spese di nessun altro”, ha detto, insieme al primo ministro britannico Boris Johnson.

Non v’è dubbio che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia abbia sconvolto gli equilibri a livello internazionale, ma è altrettanto vero che le reazioni a questo gravissimo atto sono piuttosto schizofreniche: Biden si è lasciato più volte andare a una verbosità da osteria con la quale ha coperto peraltro la voglia di dare una solenne lezione a Putin; Johnson le sta sparando sempre più grosse, vittima del solito protagonismo bellico inglese; la Nato, per dirla con papa Francesco, continua, direttamente e indirettamente, ad abbaiare alle porte della Russia. Il papa usando questo termine ha centrato in pieno la questione: mi risulta che i cani abbaino più per paura che per aggressività ed infatti un po’ tutti i protagonisti del panorama internazionale reagiscono alla paura preparandosi alla guerra, senza capire che lo schema di guerra non può che incutere paura, che paura chiama paura, che un clima di reciproca paura non può rimanere freddamente nervoso ma porta inevitabilmente alla bollente e interminabile guerra.  Un gatto con gli anfibi che si morde la coda.

O si riesce a recuperare un minimo di razionalità, tenendo i nervi a posto, o, altrimenti, una frittata chiamerà un’altra frittata e via di questo passo. Non è il momento di allargare la Nato, ma quello di mantenere e garantire la neutralità di Paesi come la Svezia e la Finlandia a cui si potrebbe aggiungere l’Ucraina.

Non bisogna assolutamente fornire a Putin alibi e pretesti. Non è il caso di mostrare i muscoli nell’impazzimento generale che si è scatenato. L’Europa dovrebbe avere il compito di sdrammatizzare la situazione riportando tutti alla ragione, se non altro perché in questa rissa globale i Paesi europei hanno tutto da perdere.

Joe Biden ha riconosciuto, più per convenienza e piaggeria che per sincera convinzione, a Mario Draghi la capacità di tenere unita la baracca europea e di metterla in rapporto corretto e leale con gli Usa. Ci speravo anch’io. Purtroppo il carisma draghiano non arriva a tanto. Per la verità non ci sta nemmeno provando: ha paura di scottarsi le dita. Provi almeno a fare ragionare tutti: con Johnson sarà tempo perso (guardategli la faccia…, direbbe Indro Montanelli), con Macron e Scholz ci si può, anzi ci si deve tentare. Le ragioni europee forti potranno convincere anche i più refrattari: l’unanimità dei Paesi ragionevoli. I non ragionevoli vadano per la loro strada, andranno poco lontano…

 

 

Le carinerie italo-americane

Nei giorni scorsi, leggendo le timide ma interessanti parole di (quasi) pace del cugino Emmanuel Macron, mi sono detto ingenuamente: se tanto mi dà tanto, se mio cugino balbetta bene, mio fratello Mario Draghi parlerà con sicurezza e franchezza in quel di Washington a colloquio con Joe Biden.

Come non detto. Stando alle cronache mediatiche al di là dello scontato e stucchevole scambio di carinerie non c’è stato niente di veramente interessante. Si sono incontrati due vecchi amici, si sono fatti tanti complimenti, le strette di mano si sono sprecate: sembrava che nel mondo andasse tutto a meraviglia per merito di questa storica e rinnovata amicizia italo-americana. Parole “blizgoze” davanti alle telecamere, poi non si sa, ma il clima artificioso dei colloqui non poteva portare ai chiarimenti necessari e a serie prospettive di pace. I giornali riportano una sequela di frasi fatte: il niente ben incartato e presentato.

Tutto come da copione, con l’esercito dei leccaculo mediatici a intonare gli osanna e a sparare elogi incrociati. Intanto la guerra va avanti ed è servita a rafforzare i buoni rapporti se mai fossero stati incrinati dall’esperienza trumpiana.

Mi auguro che, a tu per tu, Draghi abbia detto qualcosa di più rispetto al nulla trapelato. Una cosa l’ho ascoltata: ha detto che in Italia e in Europa si punta alla pace. Potrebbe sembrare una frase scontata, ma non è così. Evidentemente se Draghi si è sentito in dovere di affermare una simile ovvietà vuol dire che ha dato per scontato che negli Usa non ci sia una chiara e costruttiva volontà di pace. Non voglio però esagerare e intravedere nel verbo draghiano ciò che non c’è.

La soporifera conferenza stampa del giorno dopo tenuta dal premier italiano è stata più descrittiva dello status quo che non indicativa di scelte precise rientranti in uno schema di pace. L’ho seguita con trepidante attenzione, ma ne sono uscito molto deluso. In campo calcistico esistono due atteggiamenti tattici assai diversi: il pressing, vale a dire un’azione continua e pressante; la melina, cioè una tattica di gioco consistente nel perder tempo. Non voglio esagerare, ma mi è parso che il governo italiano sia bloccato su una tattica temporeggiatrice, traccheggiatrice, nonostante non ci sia più nemmeno un minuto da perdere. Draghi dimostra di avere ben presenti i problemi, ma di non avere il coraggio di proporre soluzioni concrete per avviare un cammino di pace: quasi avesse il timore di sbilanciarsi rispetto ai partner europei e di prendere le distanze da certe rissose e unilaterali posizioni americane. Si intravvede come abbia idee interessanti, ma le accenna soltanto, probabilmente teme di bruciare le proprie carte in un contesto infuocato.

Qualcuno sostiene che sotto la sua guida l’Italia sia perfettamente in linea con gli atteggiamenti storicamente tenuti nei confronti dell’alleato americano. Ho molti seri dubbi al riguardo. Penso solo ad Aldo Moro che ebbe il coraggio di perseguire una politica di dialogo coi comunisti, nonostante fosse vista come il fumo negli occhi da parte americana e da parte dei brigatisti. Pagò a caro prezzo.

Quando Draghi è stato sollecitato ad un maggior protagonismo sulla scena se l’è cavata con una delle solite battute: non bisogna puntare al protagonismo, ma alla pace. Se tutti aspettano le mosse altrui, la pace sarà una chimera: non ci sarà o sarà finta.

Non intendo fare il disfattista, ma resto perplesso davanti ad un sostanziale assordante silenzio più omertoso che diplomatico. Ci si rallegra della concordia nella famiglia italo-americana mentre nel palazzo del continente europeo c’è guerra aperta. Chi si contenta gode. Io non mi accontento affatto e non godo. Non avrei mai più pensato di dover fare riferimento alla Francia per trovare qualche spiraglio diplomatico, qualche rigurgito di autonomia, qualche ficcante segnale di europeismo.

C’era un mio conoscente che aveva soprannominato sua moglie in modo strano e provocatorio: la chiamava “Francia” sull’onda delle sue continue scaramucce matrimoniali. Oggi, secondo il mio acume, dovrebbe cambiare il soprannome. Non rimane infatti che sperare amaramente in Macron.

Vedendo le immagini dell’incontro fra Draghi e Biden mi è venuto spontaneo pensare a quello dell’opera verdiana fra Falstaff e Ford: una pantomima assurda, che culmina nei due che si danno reciprocamente la precedenza e finiscono col passare insieme incastrandosi nella porta.

Falstaff: Prima voi.

Ford: Prima voi.

Falstaff: No, sono in casa mia. Passate.

Ford: Prego…

Falstaff: É tardi. L’appuntamento preme.

Ford: Non fate complimenti…

Falstaff: Ebben; passiamo insieme.

 

La risposta alla “natizzazione” strisciante

La nuova Europa di Emmanuel Macron. Con un filo invisibile che collega la difesa dell’Ucraina e la necessità che “la Russia non vinca” alla riforma dei Trattati. Dall’esigenza di abbandonare l’unanimità e di rispettare l’urgenza dell'”efficacia” alla istituzione di una “Confederazione” che unisca non solo i 27 ma anche il resto del Continente a cominciare dalla stessa Ucraina.

Nell’intervento alla cerimonia di chiusura della Conferenza per il futuro dell’Europa nell’aula del Parlamento europeo, il presidente francese lancia un vero e proprio progetto per una nuova Unione. Prova a dare un respiro a istituzioni che nell’ultimo periodo si mostravano asfittiche. L’occasione del resto è stata data da un esperimento innovativo: coinvolgere i cittadini nel tentativo di riforma l’Unione europea. Il dialogo con essi diventa così un progetto politico. L’inquilino dell’Eliseo tratteggia una visione e una prospettiva che raramente si affaccia negli interventi svolti nell’assemblea di Strasburgo.

La prima parte è quindi dedicata alla guerra in Ucraina che rappresenta – purtroppo – un tassello dell’edificio europeo da rinnovare: “Continuiamo a sostenere Kiev. L’obiettivo è la pace prima possibile ma impedendo alla Russia di vincere. E bisogna evitare anche qualsiasi escalation”. Macron sottolinea, per segnare una distanza dagli Usa, che l’Europa “non è in guerra contro Mosca” ma a favore della “sovranità ucraina”. Da difendere allontanando la “tentazione dell’umiliazione o della vendetta”. Per raggiungere la pace, però, spetta solo a Kiev “stabilire le condizioni del negoziato con la Russia”.

Ma tutto questo non è indifferente rispetto alla necessità che l’Europa cambi e si aggiorni. Due i concetti fondamentali da perseguire: “Indipendenza” e “efficacia”. L’indipendenza significa allora “difesa” anche militare, in particolare dei confini orientali. Ma indipendenza anche dal petrolio e dal gas di Mosca. E dai prodotti alimentari. La forma che l’autarchia può assumere nel XXI secolo. Efficacia, invece, vuol dire poter “rispondere velocemente alle crisi” perché il Covid e la guerra hanno messo in evidenza le “nostre vulnerabilità”. Per superarle è indispensabile modificare i Trattati studiati “decenni fa”.

Ho riportato quanto scrive Claudio Tito su “La Repubblica”. Nei giorni scorsi, spinto dal parolaio stress bellico a cui siamo sottoposti, mi ero ripromesso di porre attenzione e ascolto solo ed esclusivamente a parole di pace. Ebbene, ne ho colte alcune provenienti dalla Francia. Evidentemente ci lasciamo fare la lezione dai cugini d’oltralpe: ben venga al di là di ogni e qualsiasi residua vena di incompatibilità nazionalistica.

Si colgono tre piccole, timide, razionali, moderate ed equilibrate parole di pace. Sostenere e difendere la sovranità dell’Ucraina non tanto in una infinita e pilotata contrapposizione con la Russia, ma in un negoziato in cui sia protagonista l’Ucraina stessa. È la risposta alla strisciante “natizzazione” del conflitto, portata avanti dagli Usa, cavalcata dalla Gran Bretagna, accettata più per necessità che per convinzione da Zelensky e subita obtorto collo dalla Ue. Sempre meglio l’irritante storico protagonismo francese dell’attuale omertoso filoamericanismo italiano e dell’ondeggiante ed egoistico posizionamento dei Paesi ex Urss.

Viene poi la via dell’indipendenza europea che vuol dire difesa comune, militare ed economica, che non significa corsa al riarmo e nemmeno sanzionamento tout court della Russia, ma semmai esercito europeo e ricerca di assetti produttivi e commerciali concordati all’interno e allargati all’esterno.

Terzo punto l’efficacia, vale a dire la capacità europea di affrontare le crisi rimuovendo i blocchi costituzionale e statutario, rafforzando la leadership comunitaria e inserendo strategicamente la Ue in un virtuoso circuito di sviluppo equilibrato e solidale.

Diamo a Macron quel che è di Macron: forse è uscito dalla penosa logica telefonica per tentarne una veramente dialogica. Forse anche le lunghe telefonate possono essere servite a tenere accesa una fiammella? Se è così, evviva le videoconferenze franco-russe!

Adesso tocca a noi. Un primo passettino è stato fatto dal ringalluzzito presidente francese. Non facciamo i difficili, mettiamoci in scia, cominciamo un difficile gioco di squadra a livello europeo e stiamo attenti a non cadere nel trappolone americano.

 

 

 

Nostalgia canaglia

Mio padre era fermamente contrario ad ogni e qualsiasi adunata che avesse comunque il sapore di un certo qual militarismo. Aveva fatto il servizio militare con spirito molto utilitaristico (per mangiare perché a casa sua si faceva fatica), cercando di evitare il più possibile tutto ciò che aveva a che fare con le armi (esercitazioni, guardie, tiri, etc.) a costo di scegliere la “carriera” da attendente, valorizzando i rapporti umani con i commilitoni e con i superiori, mettendo a frutto le sue doti di comicità e simpatia, rispettando e pretendendo rispetto al di là del signorsì o del signornò. Raccontava molti succosi aneddoti soprattutto relativamente ai rapporti con il tenente cui prestava servizio. Aveva vissuto quel periodo come una parentesi nella sua vita e come tale l’aveva accettato, seppure con molta fatica. Mio padre era estraneo alla mentalità militare, ne rifiutava la rigida disciplina, era allergico a tutte le divise, non sopportava le sfilate, le parate etc., era visceralmente contrario ad esse, le riteneva un vuoto sfogo di nostalgici in cerca d’autore. L’attualità gli dà ragione a giudicare dalle cronache di questi giorni.

L’adunata degli alpini per tre giorni ha riempito con oltre 400mila persone Rimini e la riviera romagnola. Ma il grande evento si lascia dietro uno strascico: il gruppo riminese di “Non Una di Meno”, che da anni si batte contro la violenza di genere, ha invitato a denunciare le molestie sessuali ricevute. Sono centinaia le persone, soprattutto giovani donne, bariste e cameriere, che hanno raccontato la propria esperienza dichiarando di aver subito molestie verbali e fisiche, spesso da uomini alterati dal massiccio consumo di alcol. Fischi, urla, proposte oscene, con molti uomini che sono arrivati ai palpeggiamenti e alle molestie fisiche. “Abbiamo iniziato a raccogliere e condividere le loro testimonianze e la risposta è stata altissima tanto quanto sconvolgente per il numero e l’intensità delle molestie ricevute”, scrive “Non una di meno”. “Fischi, cat-calling, minacce e vere e proprie molestie hanno colpito diverse persone colpevoli solo di voler vivere la propria città. Molestie mascherate da goliardia e tradizione che in realtà sono figlie di una cultura patriarcale che vuole donne, persone trans e gender non conforming assoggettate al potere e alla paura, al ricatto e alle minacce in caso di rifiuto”.

L’Associazione nazionale alpini ha diffuso una nota nella quale ha condannato e stigmatizzato questi episodi, “che certo non appartengono a tradizioni e valori che da sempre custodisce e porta avanti”, scrivono. Ma al tempo stesso hanno sottolineato “che, dopo gli opportuni accertamenti, risulta che alle Forze dell’ordine non sia stata presentata alcuna denuncia; rileva poi che quando si concentrano in una sola località centinaia di migliaia di persone per festeggiare è quasi fisiologico che possano verificarsi episodi di maleducazione, che però non possono certo inficiare il valore dei messaggi di pace, fratellanza, solidarietà e amore per la Patria che sono veicolati da oltre un secolo proprio dall’Adunata”. La dichiarazione ha creato ancora più rabbia tra le associazioni e le ragazze che hanno subito molestie, insieme alla mancata condanna dell’accaduto di molti esponenti istituzionali che in questi giorni hanno partecipato o parlato dell’adunata degli alpini. Non è la prima volta che i raduni degli alpini finiscono alla ribalta per le molestie e l’ubriachezza molesta dei partecipanti. Come riporta Il Post, già nel 2018 a Trento moltissime donne avevano denunciato di aver ricevuto molestie dai partecipanti all’adunata. In quel caso, l’Ana aveva espresso solidarietà in un comunicato alle donne vittime di violenza, dissociandosi da simili comportamenti.

Goliardia, maleducazione, ubriachezza molesta? Le solite mele marce?  Si tratta di comodi paraventi dietro cui nascondere il perpetuo maschilismo in cerca dell’occasione propizia per esprimersi. Si dice che gli ultras degli stadi non rovinino il genuino e simpatico tifo calcistico; si vorrebbe ricondurre a stupidi ultras della nostalgia gli alpini protagonisti di molestie sessuali variamente perpetrate. Non voglio enfatizzare, ma nemmeno sminuire la gravità dei fatti.

“Un evento straordinario e unico – lo ha definito il primo cittadino – Questi sono stati tra i migliori giorni della vita di Rimini e dei riminesi”. Consiglierei al sindaco di Rimini un po’ di cautela. Cosa dirà alle sue concittadine molestate? In realtà il contorno ha rovinato il piatto. Cade miseramente la generalizzata e retorica narrazione dei bravi alpini sempre pronti a fare del bene. Il corpo degli alpini è glorioso fino a mezzogiorno, così come tutte le categorie sociali di questo mondo.

È inutile nasconderlo: una punta (?) di militarismo e di maschilismo (spesso vanno di comune accordo), emerge da queste adunate oceaniche, che non ho capito a cosa servano.  Mio padre era fin troppo buono nel giudicare. Si limitava infatti a sentenziare: “Ien di nostàlgic…”. Va bene finché la nostalgia non scantona e non degenera. È noto come non si possa parlar male della mamma e degli alpini. Mia madre però non aveva proprio niente da spartire con gli alpini, soprattutto con quelli che hanno gozzovigliato in quel di Rimini.

La fiera delle pompe funebri

L’economista Thomas Robert Malthus affermava che mentre la crescita della popolazione è geometrica, quella dei mezzi di sussistenza è solo aritmetica. Una tale diversa progressione condurrebbe a uno squilibrio tra risorse disponibili, in particolar modo quelle alimentari, e capacità di soddisfare una sempre maggiore crescita demografica. La produzione delle risorse non potrà sostenere la crescita della popolazione: una sempre maggiore presenza di esseri umani produrrà, proporzionalmente, una sempre minore disponibilità di risorse sufficienti a sfamarli. Tutto ciò può portare, secondo Malthus, a un progressivo immiserimento della popolazione. Per prevenire tale povertà possono essere efficaci freni “preventivi” (ovvero freni che agiscono ex ante prevenendo l’abnorme sviluppo demografico) che pongano impedimenti alla riproduzione (controllo delle nascite), oppure freni repressivi (come guerre, carestie e epidemie).

Siamo pienamente dentro i cinici scenari prefigurati da Malthus: la pandemia ha toccato tutto il mondo, la guerra è presente in tutto il mondo, quella in Ucraina riporta d’attualità prospettive di carestie e di fame. Il chiodo bellico ha scacciato quello pandemico nel nostro piccolo cervello. Ormai riteniamo che il covid sia diventato un ospite obbligato del nostro vivere e morire: le cifre dei contagiati e soprattutto dei morti continuano ad essere drammatiche, ma noi ci consoliamo con le elucubrazioni scientifiche (che ci vogliono tutti maggiorenni e vaccinati) e della politica (che prima ci dice che tutto va bene e poi aggiunge che però bisogna stare bene attenti).

Oltre due anni di autentica presa per i fondelli. Le preoccupazioni sono state due. La prima è stata ed è quella di non mettere in crisi l’economia, sacrificando sul suo altare le vite umane dei cittadini. Della serie l’importante non è tanto vivere quanto produrre e consumare. La seconda riguarda il mantenimento dello status quo del sistema sanitario andato letteralmente in crisi con l’esplosione del virus: sarebbe interessante sapere quanti morti sono da far risalire più alla impreparazione ed inefficienza delle strutture sanitarie che alla gravità della malattia. Il sistema sanitario deve la sua relativa resistenza allo spirito di sacrificio degli operatori e alle vittime silenziose e abbandonate a loro stesse. Il punto di tolleranza marginale pandemica quindi non è tanto misurato sul numero delle vittime (che rimane tuttora altissimo), ma sulla resistenza del sistema sanitario a cui in oltre due anni non si è riusciti ad apportare alcun miglioramento significativo. Le cose vanno meglio non tanto perché non si muore o si muore meno di covid, ma perché gli ospedali reggono all’urto (non perché siano stati potenziati, non perché la malattia sia diventata meno importante, ma perché le strutture si sono auto-assestate): d’altra parte anche il colorato balletto regionale era scandito su questo parametro. L’obiettivo era ed è fine a se stesso e punta ad occultare le manchevolezze di un sistema malato che non è in grado di affrontare le emergenze.

La riforma sistemica più veloce possibile era la lezione che non si è voluta umilmente imparare e concretamente applicare, preferendo blaterare per bocca del, peraltro insopportabile, contraddittorio e vanesio, protagonismo scientifico.

Tutti gli slogan coniati all’inizio si sono rivelati penosamente illusori e fuorvianti: andrà tutto bene, e dopo oltre due anni siamo sempre allo stesso punto e sta andando tutto male; niente sarà più come prima, e invece tutto è come prima e peggio di prima; il mondo dovrà rivedere schemi ed equilibri, al contrario gli stessi schemi ed equilibri stanno continuando a rovinare il mondo.

Di pandemia non si parla più, chi si becca il covid se lo tiene e per chi muore pace all’anima sua. È offerto più come postulato che come ipotesi verificata sul campo il fatto che i soggetti vaccinati piglino il virus in forma leggera: una delle tante forzature propinate per giustificare il comodo totem della vaccinazione. Non è vero che il covid si stia trasformando in una semplice influenza: altra bugia pietosa (?), perché le conseguenze ci sono eccome e col tempo se ne vedranno altre. Così come le controindicazioni e gli effetti indesiderati del vaccino.  La parola d’ordine fin dall’inizio non è stata la verità, ma la sdrammatizzazione se non addirittura la copertura della peraltro scarsa verità conosciuta sulla malattia e sui suoi andamenti. Le balle bisogna saperle raccontare e l’unica cosa di cui siamo capaci è questa: raccontare e credere alle balle, che dovrebbero stare in poco posto e invece continuano a imperversare.

La gente respira meglio senza mascherine col rischio di non respirare più. L’importante è poter andare al bar, al ristorante, in vacanza, il resto non conta. Se l’economia tira va tutto bene: l’operazione è riuscita anche se ci ammaliamo e moriamo. Si parla di vaccinazioni a ripetizione e tutti cominciano a dubitare della loro efficacia. D’altra parte non c’è altra arma di difesa. Almeno così dicono gli esperti e i governanti.

La distrazione di massa è paradossalmente la guerra in Ucraina. «Parlèmma ‘d robi alégri» intimarono gli amici di mio padre alla compagnia in vena di discorsi penosi: uno di loro, accettando il perentorio invito, rispose: «Co’ costarala ‘na càsa da mòrt?».

 

 

Lingua e orecchie (solo) per parole di pace

Il segretario generale della Nato è più duro del presidente dell’Ucraina riguardo alle prospettive di pace. “I membri della Nato non accetteranno mai l’annessione illegale della Crimea. Ci siamo anche sempre opposti al controllo russo su parti del Donbass nell’Ucraina orientale”, ha detto Jens Stoltenberg in un’intervista al quotidiano tedesco Welt, riportata da Ukrinform. Stoltenberg ha sottolineato che “l’Ucraina deve vincere questa guerra perché difende il suo Paese”. Eppure, è stato lo stesso Volodymyr Zelensky, solo il giorno prima, ad aprire ad un accordo di pace che non preveda la restituzione della Crimea.

Il presidente ucraino, infatti, ha detto che “riportare la situazione come era il 23 febbraio”, giorno prima dell’invasione, è un prerequisito per i colloqui. “In quella situazione potremmo iniziare a discutere normalmente” e l’Ucraina potrebbe usare “canali diplomatici” per riprendere il suo territorio. E la presa russa della Crimea risale al 2014.

 Il governo britannico, alleato chiave dell’Ucraina, ha affermato invece che l’esercito russo deve essere cacciato da tutta l’Ucraina, inclusa la Crimea. Nonostante l’intensificarsi dell’attacco della Russia alla regione orientale del Donbass in Ucraina, Zelensky ha affermato che c’è ancora spazio per la diplomazia. “Non tutti i ponti sono ancora distrutti”. (Dal quotidiano “Il tempo”).

Se qualcuno nutriva ancora qualche dubbio sulla metamorfosi della guerra in atto è servito: dalla resistenza ucraina all’invasione russa siamo passati al contrattacco Nato verso la Russia. Non è una piccola differenza! Chi in Italia vuole ridiscutere in Parlamento il quadro delle misure fin qui adottate ha perfettamente ragione a prescindere dalle motivazioni strumentali che può nascondere.

Zelensky è stato “brutalmente” tacitato perché ha osato avanzare una seppur piccola ipotesi di compromesso. E gli ucraini cosa diranno? Sarebbe interessante saperlo al di là della retorica sul loro coraggio. Preferisco l’eventuale arrendevolezza delle potenziali vittime alla fermezza “dell’armiamoci e morite”.

C’è qualcuno che ha preso la guerra al balzo e ci sta costruendo sopra il nuovo assetto mondiale: Usa e Cina, pur partendo da mire contrapposte, hanno tutto l’interesse a spazzare via la Russia dallo scacchiere internazionale. I primi affondano i colpi seppure per interposta nazione, i secondi aspettano il cadavere russo per spartirne le spoglie e in subordine, qualora la Russia si salvasse per il rotto della cuffia, per avere un “buon” motivo di aggredire Taiwan e risolvere una volta per tutte l’anomalia asiatica. L’Europa è il convitato di pietra, prigioniera delle sue divisioni, delle sue penose leadership, del suo storico filoamericanismo riveduto e scorretto.

E io dovrei tapparmi il naso, chiudermi gli occhi ed aprire la bocca per dichiarare da che parte sto o meglio per accodarmi al coro della guerra inevitabile (sinonimo di giusta). Non ci sto! Di fronte alla guerra non ci sono parole politiche che tengano. Le donne afgane devono indossare il burqa: copertura totale (solitamente di colore nero), guanti compresi, con feritoia per gli occhi. Io invece dovrei coprirmi il cervello per venderlo all’ammasso dei guerrafondai orientali e occidentali? D’ora in poi darò ascolto solo ed esclusivamente a parole di pace a costo di isolarmi, autoemarginarmi, astenermi dal voto: tutto sceglierò in funzione della pace. Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?

 

 

Sant’Alcide aiutaci tu

“Joe Biden e Mario Draghi parleranno dei costi da imporre alla Russia per la sua guerra in Ucraina”. Lo ha detto la portavoce della Casa Bianca in un briefing con la stampa sull’Air Force One delineando la visita del premier italiano a Washington. I due leader, ha aggiunto, parleranno anche delle relazioni bilaterali Italia-Usa e della collaborazione in diversi settori, tra cui i cambiamenti climatici. (Ansa)

Il 10 maggio prossimo ci sarà questo importante appuntamento internazionale: un incontro fra il nostro premier e il presidente Usa in un momento caldissimo per i rapporti internazionali. Ammetto di guardare con un certo scetticismo a questo evento relazionale anche se mi sforzo di sperare in un miracolo di Sant’Alcide De Gasperi.

In questi giorni ho letto la lunga intervista a Maria Romana De Gasperi, figlia di tanto padre, morta un mese fa. Un piatto davvero succulento nel penoso panorama culinario italiano, europeo e mondiale. Per chi volesse approfittare segnalo che la si può leggere su dellaportaeditori.it/marginalia/intervista a maria romana de gasperi.

Ne ho fatto un’autentica scorpacciata e ne sono uscito commosso, ammirato, pieno di nostalgia, con il “magone”: la politica che non esiste più…  É perfettamente inutile che Draghi si voglia rifare il trucco usando il fondotinta degasperiano: non ne ha la levatura morale, la sensibilità politica e la base culturale. Non gliene faccio una colpa. Tuttavia rilegga la storia e legga l’intervista di cui sopra, ne trarrà benefiche indicazioni. Lui è provvisto di tanta esperienza e competenza tecnica: per non appiattirsi su schemi burocratici di alto bordo ha bisogno di schemi politici di grande cuore. Tolga, almeno per un attimo, la mano dal portafoglio e se la metta sul cuore, così come sapeva fare De Gasperi. Col cuore italiano conquistò il portafoglio americano. Costringa Biden ad ascoltare e adottare parole di pace nonostante i venti di guerra, così come De Gasperi, rappresentante di una nazione sconfitta ed umiliata, riuscì a farsi ascoltare in nome della pace dai vincitori della seconda guerra mondiale.

Credo che l’intervista alla figlia di De Gasperi a cui faccio riferimento sia una lezione di storia, umanità e religione, peraltro attualissima su punti delicatissimi (i superlativi ci stanno): come si fa ad essere riconoscenti alleati/amici degli americani senza perdere autonomia e dignità; come si fa ad essere europeisti senza guardare solo ai conti della spesa.

Mi sono presuntuosamente messo nei panni di Draghi, immaginando cosa direi a Biden e sono arrivato a stendere un breve promemoria, fatto di pochi concetti terra-terra, anche perché non so se Biden sia in grado di affrontare discorsi molto complessi. Volendo semplificare la problematica, ci sono in ballo due scelte adottate per fronteggiare l’invasione dell’Ucraina e per esorcizzare l’invadenza russa: le sanzioni economiche e la difesa armata. Ecco di seguito cosa mi sentirei di dire umilmente, ma decisamente al potente interlocutore d’oltre-atlantico.

“1) Gli Usa tengano conto che la politica delle sanzioni mette in difficoltà più l’Europa (in modo del tutto particolare l’Italia) che Putin. La storia insegna che la scelta delle sanzioni finisce col creare più problemi alle democrazie che le impongono che alle dittature che le subiscono. In democrazia infatti ci si pongono salutari dubbi, mentre nei regimi dittatoriali si somministrano solo perfide certezze. Quale senso può avere per gli Usa indebolire economicamente i Paesi europei? Ammesso e non concesso che abbia valide motivazioni l’escalation bellica scelta dagli Usa e dalla Nato per contrastare e indebolire a morte lo zarismo putiniano, c’è il gravissimo rischio di buttare il bambino europeo assieme all’acqua sporca russa. Non ha senso nemmeno per Zelensky, diventato la testa di ponte americana per la cruenta ricerca di nuovi equilibri internazionali: quale aiuto potrà avere per la ricostruzione del suo Paese da nazioni sprofondate in una crisi economica devastante? L’Ucraina, ammesso e non concesso che l’esito del conflitto in corso la metta in condizione di effettuare libere scelte di campo, dovrà inserirsi nel contesto europeo e non accontentarsi di rimanere un semplice avamposto di frontiera per gli Usa e quindi la forza economica dell’Europa cui appoggiarsi le sarà essenziale. Il discorso delle sanzioni va quindi calibrato nei modi e nei tempi altrimenti diventa un boomerang.

2) La fornitura di armi all’Ucraina ed ancor più le prospettive di un riarmo da parte dei Paesi Nato sollevano parecchi dubbi nella popolazione e nelle forze politiche italiane legate da profondi sentimenti di amicizia e riconoscenza verso gli Usa, ma sempre più propense alla ricerca paziente della pace. Anche la Nato non può prescindere da tutto ciò andando avanti lancia in resta. Fermiamoci dunque, discutiamo, promuoviamo iniziative pacifiche, scegliamo difficili e complessi schemi di pace piuttosto che semplicistici e brutali schemi di guerra. Ne guadagneremo tutti. Gli Usa si sforzino ci capire che in questo momento storico gli interessi statunitensi ed europei non collimano e quindi prima di partire con reazioni contingenti, tattiche di breve periodo e strategie di lungo termine bisogna discutere e trovare punti di convergenza. Gli americani non possono illudersi di dettare legge, l’Ue non può permettersi il lusso di prescindere da un rapporto di leale collaborazione con gli Stati Uniti”.

Alcide De Gasperi subito dopo la guerra andò in visita negli Usa e portò a casa un enorme assegno, che costituì un imprescindibile aiuto alla ricostruzione italiana. Spero che Draghi possa tornare dall’America senza assegni, ma con un serio e costruttivo rispetto per le ragioni italiane ed europee e soprattutto con speranze concrete verso una politica di pace.

Alcide De Gasperi, assieme ai colleghi Schumann e Adenauer ideò e avviò l’Unione Europea anche in senso militare. Il suo lavoro rimase purtroppo incompiuto. Mi auguro che Draghi possa riprendere questo disegno. L’attuale terzetto, Draghi- Macron-Scholz è di ben altro livello, ma cerchiamo comunque di fare le nozze europee coi fichi secchi di cui disponiamo.