Le contraddizioni in armi

(Ansa) – New York, 24 maggio 2022 – “Sono stanco, dobbiamo agire” sulle armi. Lo afferma Joe Biden rivolgendosi agli americani dopo la strage nella scuola elementare del Texas, dove un 18enne ha ucciso 18 bambini.

“L’idea che un 18enne possa entrare in un negozio e acquistare un fucile è sbagliata”, aggiunge Biden con a fianco la First Lady Jill Biden. “Perché queste sparatorie non accadono in altre parti del mondo? Perché – si interroga il presidente Usa – vogliamo vivere con queste carneficine? É il momento di trasformare il dolore in azione e agire sulle armi”.
Per Biden, sulle armi “possiamo fare di più e dobbiamo fare di più. Quando per l’amor del cielo affronteremo la lobby delle armi?”. Da vicepresidente Biden aveva vissuto in prima persona il massacro alla scuola elementare di Sandy Hook definendolo allora uno dei periodi più bui degli otto anni di presidenza Obama. “Speravo quando sono diventato presidente di non dover fare questo ancora una volta”, aggiunge Biden chiedendo leggi sulle armi di buon senso di fronte a una lobby che ha trascorso due decenni a promuovere aggressivamente armi d’assalto. “Perché vogliamo viere con questa carneficina? Perché continuiamo a consentire che questo accada? Per l’amor del cielo dov’è la nostra spina dorsale?”. (ANSA).

 

(Sole 24 ore) – 28 aprile 2022 – Ucraina: Biden chiede al Congresso altri 33 miliardi in aiuti, oltre 20 in armi. Il presidente Usa spinge per un nuovo maxi-pacchetto di sostegno all’Ucraina, con fondi per armamenti, assistenza economica e umanitaria

Il presidente statunitense Joe Biden ha chiesto al Congresso di stanziare 33 miliardi di dollari in aiuti militari, economici e umanitari all’Ucraina, oltre a concedergli maggiori poteri per sequestrare e rivendere i beni degli oligarchi russi. «Ci serve questo provvedimento – ha detto Biden – per sostenere l’Ucraina e la sua lotta per la libertà». Gli Usa, ha aggiunto, devono contribuire con «armi, finanziamenti, munizioni e il supporto economico per far sì che il loro coraggio e il loro sacrificio abbiano un senso».

Il grosso del pacchetto andrebbe alle armi, con una quota di 20,4 miliardi di dollari destinati all’assistenza militare e di sicurezza all’Ucraina. Il resto della cifra si spartisce fra 8,5 miliardi di dollari in assistenza economica a favore del governo di Kiev e 3 miliardi di dollari per la assistenza umanitaria e la sicurezza alimentare globale, oggi minacciata dal blocco delle esportazioni di materia prime in arrivo da Ucraina e Russia. La Casa Bianca, a quanto scrive l’agenzia Bloomberg, ritiene che il pacchetto possa coprire i costi dell’Ucraina fino al 30 settembre, data che coincide con il termine dell’anno fiscale.

 

Ho imparato fin troppo bene il mestiere del provocatore. So di essere irritante e talvolta demagogo, ma leggendo la prima notizia riportata sopra (quella della strage nella scuola texana) ho fatto il trito e ritrito ragionamento di buon senso sulla facilità con cui gli americani hanno accesso alle armi. Il presidente Usa ha reagito in modo umanamente apprezzabile. Credibile? Poco o niente. Basta leggere la seconda notizia messa volutamente e maliziosamente a confronto con la prima. È inutile nasconderlo, l’economia americana, come del resto quelle di tutto il mondo, si reggono sulla produzione di armi. Dopo di che le armi vengono inevitabilmente usate e creano morte e distruzione. Non è il caso di fare gli ipocriti: questa è la realtà.

«Chi parla della pace spesso non è attendibile, perché il proliferare degli armamenti conduce in senso contrario. Sarebbe un’assurda contraddizione parlare di pace, negoziare la pace e, al tempo stesso, promuovere o permettere il commercio delle armi» (Papa Francesco ai diplomatici, 15 maggio 2014)

«Perché armi mortali sono vendute a coloro che pianificano di infliggere indicibili sofferenze a individui e intere società? Purtroppo la risposta, come tutti sappiamo, è semplicemente per denaro: denaro che è intriso di sangue, spesso del sangue innocente. Davanti a questo vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il problema e fermare il commercio di armi» (Papa Francesco, discorso all’Assemblea plenaria del Congresso degli Stati Uniti d’America)

«Lancio un appello a tutti quelli che usano ingiustamente le armi di questo mondo: deponete questi strumenti di morte. Armatevi piuttosto della giustizia, dell’amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace» (Papa Francesco, viaggio in Centrafrica)

«Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (Papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari)

Penso possa bastare!!!

 

 

 

 

 

Vomito da geopolitica

Biden è pronto a usare la forza contro la Cina. Il presidente americano ha detto di essere pronto a ricorrere alla forza militare in caso di attacco cinese a Taiwan. Ha però aggiunto di non ritenere probabile un’invasione, anche se la Cina “sta giocando con il pericolo” volando vicino all’isola. Alla domanda della stampa, durante la sua visita in Giappone, se gli Stati Uniti siano disposti a un coinvolgimento militare per difendere Taiwan, il presidente americano ha risposto: “Sì”, sottolineando che “questo è l’impegno che abbiamo preso”.

I consiglieri di Biden sono stati presi in contropiede dai commenti su Taiwan.  I consiglieri più vicini sono stati “colti di sorpresa” dalle dichiarazioni del presidente americano sul fatto che gli Stati Uniti interverrebbero a difesa di Taiwan in caso di attacco da parte della Cina. Lo riferiscono fonti della Casa Bianca alla Cnn, precisando che lo staff del presidente è già al lavoro per far uscire un comunicato che chiarisca la posizione degli Usa.

Per quanto io possa capire di geopolitica sono rimasto stupito da questa ennesima boutade guerrafondaia: non riesco a capirne il senso. Inguaribile gaffeur o incontenibile bellicista? Ho pensato immediatamente alle reazioni cinesi che non si sono fatte attendere. Pechino ha ribadito infatti “la ferma volontà e la forte capacità del popolo cinese di difendere i propri interessi, la sovranità nazionale e l’integrità territoriale”. La Cina è pronta a difendere i suoi interessi nazionali su Taiwan in risposta all’impegno espresso a Tokyo da Joe Biden sulla difesa dell’isola contro qualsiasi invasione da parte della Cina. L’avvertimento di Pechino è esplicito: gli Stati Uniti “stanno giocando con il fuoco usando la carta Taiwan per contenere la Cina e ne resteranno bruciati”. “Nessuno dovrebbe sottovalutare la decisa determinazione, la ferma volontà e la forte capacità del popolo cinese di difendere la sovranità nazionale e l’integrità territoriale “, ha detto il portavoce del ministero degli Esteri Wang Wenbin, nel corso del briefing quotidiano.

Che i cinesi, all’ombra dell’invasione russa dell’Ucraina, abbiano fatto un pensierino a Taiwan è molto probabile, che nella crisi russso-ucraina essi tengano un atteggiamento a dir poco equivoco, influenzato dalla riserva mentale di mettere le mani sull’isola di Formosa è altrettanto ipotizzabile, che puntino ad appoggiare la Russia in attesa del suo passaggio cadaverico sulla sponda del fiume per poterne fare una loro dependance rientra in una strategia nascosta ma facilmente intuibile.

Di qui a buttarla in caciara come sta facendo Biden la distanza non è breve. Vorrei capire a cosa servano queste smargiassate americane se non a complicare ancor più il quadro internazionale già abbastanza incasinato. Provo di seguito a formulare qualche ipotesi al riguardo.

Se da una parte abbiamo Putin in odore di patologica follia tumorale, dall’altra potremmo avere Biden in preda a delirio di onnipotenza di stampo trumpiano. Forse il presidente Usa sa che buona parte degli americani si sentono vedovi dello stile del suo predecessore e cerca goffamente di imitarlo per mantenere un consenso piuttosto precario in vista delle prossime elezioni di midterm. In questo caso, di patologie incrociate fra i potenti della terra, sarebbe opportuno deferire le questioni internazionali non tanto all’Onu ma alla Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità).

Ci potrebbe essere un’altra ipotesi: questi scontri verbali, molto avvinazzati e poco diplomatici, rappresenterebbero una recita di fronte ad una platea mondiale assetata di sangue, mentre nel retropalco si svolgerebbero i veri e seri confronti/scontri alla ricerca di nuovi equilibri di potere. Saremmo cioè davanti ad una parodia geopolitica che non dovrebbe spaventare più di tanto in attesa dei verdetti effettivi della storia. E chi, a causa di questi spettacolari “braccio di ferro”, muore, resta senza casa, è costretto ad emigrare? C’è sempre un cinico rovescio della medaglia, un prezzo masochistico da pagare per il “bene” futuro.

C’è una terza ipotesi, in un certo senso riveduta e scorretta rispetto a quella precedente: che Usa e Cina stiano facendo un po’ di teatro, ma che, sotto-sotto, stiano tentando il più pacificamente possibile, di spartirsi il dopo-Putin alla faccia di tutto il resto del mondo al quale appartengono anche l’Italia e l’Europa, declassati a puri padrini di un duello cino-americano.

Volendo si potrebbe anche fare un pout-pourri, mettendo insieme un fondo di casseruola a base di follia, alcune bistecche di leone da cuocere a fuoco vivo, impanate però con farina diplomatica: roba da vomitare!

 

 

 

La democratura nella zuppiera

In questi giorni ho ascoltato ripetutamente, a livello omiletico, l’elogio dell’impostazione gerarchica e centralistica emergente dagli Atti degli Apostoli fin dal sorgere delle prime comunità cristiane. Non sono del tutto convinto che Gesù per la sua Chiesa avesse in mente un simile canovaccio: il tanto enfatizzato primato di Pietro mi sembra fosse più una provocatoria e precaria investitura che una traccia di assetto per i secoli a venire.

Un mio carissimo amico mi confidò come le sue perplessità sulla Chiesa potessero essere risolte soltanto chiamando i cristiani ad eleggere democraticamente il proprio vescovo, prassi peraltro in vigore durante certi periodi in cui il vescovo veniva non tanto eletto a scrutinio segreto secondo i crismi oggi in vigore nelle società democratiche, ma addirittura acclamato dalla comunità in una sorta di assemblearismo di stampo sessantottino. Forse l’elezione diretta del vescovo non cambierebbe tutto, ma potrebbe indubbiamente segnare una novità di stile e di partecipazione per le comunità cristiane, chiamate attualmente soltanto a fare il tifo per il papa e per i vescovi nominati dall’alto.

Non mi stanco mai di ripensare ad una eloquente e gustosa barzelletta. Dicono piacesse molto a papa Giovanni Paolo ll. “Dio Padre osserva, con attenzione, venata da una punta di scetticismo, l’attivismo dei cardinali di Santa Romana Chiesa, ma non riesce a capire fino in fondo lo scopo della loro missione. Con qualche preoccupazione decide di interpellare Dio Figlio in quanto, essendosi recato in terra, dovrebbe avere maggiore dimestichezza con questi importanti personaggi a capo della Chiesa da Lui fondata. Dio Figlio però non fornisce risposte plausibili, sa che sono vestiti con tonache di colore rosso porpora a significare l’impegno alla fedeltà fino a spargere il proprio sangue, constata la loro erudizione teologica, la loro capacità diplomatica, la loro abilità dialettica, ma il tutto non risulta troppo convincente e soprattutto rispondente alle indicazioni date ai discepoli prima di salire al cielo.  Anche Dio Figlio non è convinto e quindi, di comune accordo, decidono di acquisire il parere autorevole di Dio Spirito Santo, Lui che ha proprio il compito di sovrintendere alla Chiesa.  Di fronte alla domanda precisa anche la Terza Persona dimostra di non avere le idee chiare, di stare un po’ troppo sulle sue ed allora il Padre insiste esigendo elementi precisi di valutazione, minacciando un intervento diretto piuttosto brusco e doloroso. A quel punto lo Spirito Santo si vede costretto a dire la verità ed afferma: «Se devo essere sincero, anch’io non ho capito fino in fondo cosa facciano questi signori cardinali, sono in tanti, ostentano studio, predica e preghiera. Pregano soprattutto me affinché vada in loro soccorso quando devono prendere decisioni importanti. Io li ascolto, mi precipito, ma immancabilmente, quando arrivo col mio parere, devo curiosamente constatare che hanno già deciso tutto!»”

È tornata d’attualità nella contingenza della nomina del nuovo presidente della CEI, Conferenza Episcopale Italiana, in sostituzione del cardinale Gualtiero Bassetti, messo a riposo per raggiunti limiti di età, prassi piuttosto sbrigativa che nel caso ha sollevato qualche dubbio con argomenti più da bar-vaticano che da serio vaticanismo. L’assemblea dei vescovi italiani non è chiamata ad eleggere il proprio presidente, ma a limitarsi alla proposizione di una terna di nomi al papa, che sceglierà fra questi colui che guiderà la Cei per cinque anni.

Durante il lungo conclave  per l’elezione del papa che sfociò nell’elezione di Roncalli quale Giovanni XXXIII, nel caffè frequentato da mio padre dal televisore si poteva assistere, con molto scetticismo ed una vena di irresistibile anticlericalismo, al lungo susseguirsi di fumate nere e qualche furbetto non trovò di meglio che chiedere provocatoriamente a mio padre, di cui era noto il legame, parentale e non, con il mondo clericale (un cognato sacerdote, una cognata suora, amici e conoscenti preti etc….): “Ti ch’a te t’ intend s’ in gh’la cävon miga a mèttros d’acordi cme vala a fnir “.  Ci sarebbe stato da rispondere con un trattato di diritto canonico, ma mio padre molto astutamente preferì rispondere alla sua maniera: “I fan cme in Russia, igh dan la scheda dal sì e basta! “.

La Chiesa cattolica è più democratica di certi regimi, ma non mi basta. Oggi, senza alcun intento polemico (?), mi chiedo perché l’elezione del “primate” italiano della Chiesa cattolica debba sottostare ad una procedura che puzza di burocratico lontano un miglio e che taglia fuori non solo i cattolici italiani, ma persino i vescovi del nostro Paese, ritenuti minorenni e incapaci di scegliere il loro capo, che verrà inappellabilmente nominato dal Papa. È chiaro che la terna risentirà al suo sbocciare degli umori e delle preferenze papali: un modo curialesco per camuffare da democrazia una scelta prettamente anti-democratica. Qualcuno penserà che il Papa (peraltro vescovo di Roma) abbia diritto-dovere di scegliere per l’Italia un interprete autorevole perfettamente in linea con la sua impostazione pastorale e che quindi ben possa venire un vescovo (addirittura un cardinale per dargli ancora più peso canonico) che comporti l’adesione italiana allo stile di papa Francesco.

Pur considerando il valore relativo delle categorie politiche applicate alla vita ecclesiale, quello di cui sopra mi sembra (da progressista quale mi considero) uno strano modo di essere progressisti: quello di tifare aprioristicamente per un papa progressista che la faccia da padrone in senso progressista. Preferirei correre il rischio di un presidente Cei conservatore, ma eletto con un minimo di democrazia, anche perché se il conservatorismo fosse maggioritario (ed è così!) rispunterebbe sotto traccia e sarebbe ancor più difficile da contrastare. Meglio affrontare la realtà che occultarla in senso papale. L’opposizione a Bergoglio è (purtroppo) viva e vegeta e non la si combatte certo con le barriere burocratiche.

Al momento non mi rimane che vivere la mia difficile appartenenza alla Chiesa, assumendo il tipico atteggiamento del tifoso: mi limito a fare il tifo per Matteo Zuppi, il cardinale-vescovo di Bologna, bergogliano doc, rinviando a tempi migliori il voto democratico per il vescovo e per il premier della Cei. Ebbene Zuppi l’ha spuntata e ne sono molto felice. So benissimo che nella Chiesa gli schemi politici non contano, però l’indubbio progressismo del vescovo di Bologna mi riempie di speranza. Auguri di vero cuore!

“Ringrazio il Signore per la fiducia e ringrazio anche voi per la fiducia”. Queste le prime parole rivolte ai vescovi italiani riuniti in assemblea dal card. Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, dopo la nomina a presidente della Cei da parte di Papa Francesco. “Sono rimasto colpito dalle parole di Bassetti, comunione e missione”, ha proseguito il cardinale a proposito di un passaggio del discorso del suo predecessore nell’introduzione ai lavori: “Sono le stesse parole che sento nel cuore per questo mandato”, ha aggiunto. “Cercherò di fare del mio meglio, ce la metterò tutta”, ha assicurato. “Restiamo uniti nella sinodalità, nella comunione, nella preghiera”, ha concluso Zuppi: “Grazie a tutti, a presto”.

Considerata la mia età piuttosto avanzata e i tempi biblici della Chiesa non farò in tempo ad esercitare e a veder esercitato il diritto di voto. Non posso fare altro che continuare a sperare nello Spirito Santo, ammesso e non concesso che lo lascino lavorare. Questa volta è andata bene nel risultato finale anche se il modo ancor m’offende.

 

Dalla padella al padellino, andata e ritorno

Stando a quanto scrive su Avvenire Andrea Lavazza nel suo giornaliero punto sulla guerra in Ucraina, “un elemento importante di lungo periodo viene dagli Stati Uniti. Il Senato ha approvato il pacchetto di sostegno e aiuti militari all’Ucraina di 40 miliardi di dollari proposto da Biden. La maggioranza bipartisan è stata schiacciante: 85 sì su 100. Ma 11 senatori repubblicani trumpiani hanno detto no.

Sembrerebbe questa la quota degli eletti che l’ex presidente può controllare direttamente (alla Camera i no sono stati 57), anche su una questione così delicata in cui l’opinione pubblica per la maggior parte è attualmente schierata a favore di Kiev e contro Mosca. Tuttavia, la presa di Trump sui gruppi parlamentari Usa sembra destinata ad aumentare dopo il voto di Midterm di novembre, con il quale si rinnova una quota del Parlamento. I candidati allineati con le posizioni filorusse del magnate accusato di avere fomentato l’assalto al Congresso sono favoriti in tanti collegi. Questo può significare che il presidente Biden non ha molto tempo per trovare una soluzione alla crisi ucraina prima che alla Camera e al Senato cominci a soffiare un vento diverso. Potrebbe essere questa una “manovra a tenaglia”, anche se non certo concordata, tra Trump e Putin. Il primo vuole vincere le elezioni e cavalca il crescente malcontento per la “costosa e inutile guerra che l’America sostiene”, il secondo spera in un allentamento del supporto militare e di intelligence americano a Zelensky. Questi due obiettivi, indipendenti, se perseguiti fino in fondo avrebbero come effetto quello di prolungare la guerra di altri mesi. Perciò il presidente democratico dovrebbe avere adesso un preciso interesse a intensificare gli sforzi diplomatici al fine di arrivare a una tregua e a veri negoziati di pace”.

Si starebbe quindi configurando una edizione geopoliticamente riveduta dei “ladri di Pisa”: la tradizione toscana vuole che andassero a rubare insieme durante la notte e poi litigassero fra loro tutto il giorno per dividere il bottino.

Forse si tratta della riprova di quanto acutamente sostiene il grande giornalista Furio Colombo, il quale fa risalire le follie politiche di Biden alla sofferta e nefasta eredità culturale di Trump, che ha lasciato un segno, una ferita difficilmente rimarginabile: l’egoismo, la menzogna e l’aggressività istituzionalizzati e fatti penetrare profondamente nel tessuto americano. Non basta per assolvere i democratici statunitensi e soprattutto per giustificare la deriva bellicista imboccata dall’attuale presidente Usa.

Qualcuno, i più incalliti sostenitori dell’ex presidente americano in primis (ne ha tanti in tutto il mondo), sostengono però che, in presenza di Trump, Putin non si sarebbe permesso di fare quel che sta facendo: avrebbe temuto i contraccolpi e soprattutto non avrebbe avuto alcun interesse a mettere in discussione l’equilibrio cercato e trovato fra due “delinquenti” che sotto sotto se la intendevano parecchio.

Avremmo quindi un’altra squallida tessera del mosaico politico internazionale, che scombinerebbe ulteriormente tutto lo scenario. La democrazia italiana mostra indubbiamente segni di pericolosa involuzione, ma quella statunitense mostra evidenti e sconfortanti segni di inesistenza: se gli americani dopo avere impunemente seguito la rotta mostrata loro da un “paperon de’ paperoni” qualsiasi, hanno persino qualche nostalgia per lui, vuol dire che l’Occidente democratico, oltre e più che temere le aggressioni putiniane e cinesi, deve avere paura di se stesso e della propria confusione mentale.

Speravo vivamente che il cambio di presidenza negli Usa potesse significare una nuova pagina storica all’insegna della riscoperta dei valori democratici: se esiste il rischio di un ritorno sotto traccia di Trump e se il nuovo che (non) avanza è interpretato da Biden e dalla sua dissennata tattica, stiamo proprio freschi. Non solo siamo passati dalla padella al padellino (non dico alla brace per non esagerare), di cui l’Europa rappresenterebbe i manici, ma addirittura si potrebbe tornare alla padella di cui i Paesi europei costituirebbe la frittura mista. Valli a capire gli americani…e gli europei…

La pace a singhiozzo

La cultura e la politica belliciste (Draghi compreso) si consolano “cantando” un ritornello che non mi piace per niente: “Se non avessimo riarmato l’Ucraina, ora non potremmo parlare di pace”. E chi l’ha detto? L’unico dato certo è che se l’Occidente non avesse inviato armi (a parte il fatto che l’Ucraina comunque aveva già i suoi arsenali preventivamente pieni e quindi non è poi vero che l’invasione sia stata un fulmine a ciel sereno) si sarebbero avuti meno morti, meno feriti, meno fughe all’estero e meno distruzioni in Ucraina e meno conseguenze catastrofiche nel mondo intero (vedi, tra le altre cose, la carestia in Africa).

Il ragionamento ha quindi tutta l’aria di un alibi ex post che vale fino a mezzogiorno, forse addirittura fino alle undici e trenta. L’aggressione russa avrebbe avuto certamente vita più facile, ma uno straccio di trattativa si sarebbe fatta ugualmente e probabilmente con risultati analoghi a quelli che usciranno dagli incontri prevedibili a distanza di quasi tre mesi dall’inizio della guerra.

I motivi del contendere erano e sono sempre gli stessi: l’autonomia di certe regioni ucraine russofone o russofile accertata con metodi democratici garantiti come tali dall’Onu o da chi per essa, la neutralità militare dell’Ucraina rispetto ai blocchi contrapposti fatta salva la sua libertà di scegliere le sue associazioni economiche e politiche, una politica di riconciliazione interna tra le varie componenti etniche del Paese. Sono sostanzialmente i punti che aveva acutamente individuato Henry Kissinger nel 2014: non mi si dirà che l’ex segretario di stato americano fosse un pacifista, era soltanto un intelligente osservatore della questione ucraina.

La trattativa si poteva e si doveva aprire ben prima dell’invasione, si poteva e si doveva aprire subito dopo l’invasione, si può e si deve aprire a invasione incallita e consumata. I risultati, gira e rigira, ruoteranno comunque attorno ai punti suddetti e non credo proprio che l’Ucraina strapperà maggiori e migliori condizioni dopo il braccio di ferro e il bagno di sangue. Non voglio, nel modo più assoluto sottovalutare e sminuire la resistenza del popolo ucraino, penso solo che sia molto discutibile l’atteggiamento prevalentemente di marca statunitense, che ha sostanzialmente dato per scontata l’apertura di un redde rationem tra Russia e Occidente e che assomiglia molto più ad un soffiare sul fuoco anziché a contribuire a spegnerlo.

Siamo ancora fermi al solito e stolto “si vis pace para bellum”, nel nostro caso se vuoi contribuire alla pace riempi l’Ucraina, Paese aggredito (lungi da me non riconoscerlo), di armi. Alla fine della fiera militare l’Ucraina sarà distrutta, ma l’Occidente salverà la faccia della democrazia.

Il profeta don Primo Mazzolari nel suo storico libro “Tu non uccidere” sostiene. «La dominazione comunista è crudele, straniera, pagana. Lo sappiamo. Ma anche quelli che governano il paese dove nacque Gesù erano stranieri, crudeli, pagani: pensate alle migliaia di fanciulli che in Giudea furono sgozzati, d’ordine di Erode, appena nato Gesù. La dominazione era crudele. Più ancora forse della dominazione comunista, ma Gesù non si è rivoltato, si è completamente sottomesso alla forza». Putin non è certo da meno del dominatore comunista, lo era di nome e di fatto, ora lo è rimasto di fatto. Ciononostante vale ricordare che Gesù “non si è rivoltato, si è completamente sottomesso alla forza”. C’è poco da fare. Pietro viene in soccorso di Gesù al momento del suo violento arresto e taglia un orecchio al soldato. Gesù non lo elogia anzi lo rimprovera e guarisce quel soldato. C’era uno spot pubblicitario che diceva: o così o pomì. Io sto dalla parte del così di Gesù piuttosto che da quella dei pomì orientali e occidentali.

 

 

L’antiputinismo dei port-coton

Ho stampato nella memoria un episodio del poco edificante periodo post-craxiano. Il leader socialista era caduto in disgrazia, coinvolto in tangentopoli di cui era stato forse il principale protagonista: la sua parabola era ormai inesorabilmente nel tratto discendente. Ricordo un salotto televisivo durante il quale i beneficiati del craxismo imperante osservavano spezzoni di filmato in cui il Bettino dava sfoggio della sua eloquenza: facevano effettivamente sorridere certi suoi atteggiamenti strafottenti dal momento che appartenevano a un passato ormai superato e squalificato. Questi signori, nani e ballerine, raccomandati da Craxi a cui avevano leccato piedi e culo, si divertivano a prenderlo in giro dopo avere per anni sfruttato la sua scia politica. I vomitevoli port-coton riveduti e scorretti: la peggior specie di persone, i voltagabbana più sfacciati e insopportabili, che si esibivano nella rivisitazione del craxismo a babbo morto.  Ricordo di avere inveito, io anticraxiano della prima ora, contro gli opportunisti anti-craxiani dell’ultima ora, per onestà intellettuale.

A proposito, preciso per chi non sa o non ricorda che “ai tempi di Luigi XIV c’era una classe di persone privilegiate che venivano chiamate “porte-coton”. Di chi si trattava? Di nobili che avevano il privilegio di pulire il culo del re con un batuffolo di bambagia dopo che questi aveva fatto la cacca. Che di port-coton ce ne siano anche adesso è fuori discussione. Chissà mai quanti ne avrà Putin! Ne ha avuti parecchi anche in Italia. Stanno peraltro venendo allo scoperto anche tramite l’abiura verso la religione berlusconiana, opportunisticamente eclissatisi, convertiti al voltagabbanismo, ma incapaci di starsene almeno zitti.

Non mi è mai piaciuto fare politica col senno di poi: si deve avere il coraggio di tacere quando la storia dà smaccatamente torto a un leader, a maggior ragione se questo leader è stato da noi osannato e da lui si sono attinti benefici a più non posso. La storia si ripete e in questi giorni si assiste al pelo e contro-pelo fatto a Silvio Berlusconi per la sua stretta amicizia con Vladimir Putin: effettivamente, come era solito fare, il cavaliere esagerava, non aveva il senso della misura e il buongusto di stare al suo posto. Anche attualmente non scherza se si pensa alle oscillazioni tra un quasi-pacifismo per farsi perdonare i trascorsi filorussi e per tenere mano a Salvini, un quasi-putinismo camuffato da un appello alla Ue per fare pressioni sull’Ucraina affinché ascolti Mosca, un quasi-pragmatismo sulle sanzioni che fanno male anche a noi e un quasi-draghismo a sostegno incondizionato del governo.

Però non era il solo a recarsi in pellegrinaggio a Mosca, non era l’unico a puntare su questo cavallo, a sperticarsi in elogi, a ritenerlo un leader credibile con cui trattenere proficui rapporti politici e d’affari. Chi è senza questo peccato, scagli la prima pietra. Adesso sono diventati tutti anti-putiniani, inorridiscono davanti alle follie della politica russa, nessuno più lo conosce, gli operatori mediatici si divertono a spulciare negli archivi televisivi alla ricerca delle compromettenti vicende berlusconiane in combutta con l’autarca di Mosca.  E questi signori allora dove erano? Spesso erano schierati a spada tratta in favore del berlusconismo dilagante, ne traevano vantaggi, si compiacevano della politica estera di Berlusconi. Avessero il buonsenso di tacere e di fare silenziosamente il mea-culpa, anziché deridere e irridere ad un passato indubbiamente scomodo e talora sporco.

Anche gli antagonisti di Berlusconi non brillarono nella loro condotta verso Putin e la Russia, quindi non scarichiamo le colpe sul cavaliere, che, come spesso accade, mi sta diventando simpatico: molto meglio i suoi errori del revisionismo storico dei port-coton di cui sono piene le fosse.

Sia a destra che a sinistra Berlusconi è stato in “buona” compagnia nei confronti di Putin. Certamente ci aggiungeva del suo, ciò non toglie che non possa essere colpevolizzato più di quel tanto. Diamo a Putin quel che è di Putin (uno dei peggiori uomini della storia), diamo a Berlusconi quel che è di Berlusconi (l’uomo di governo più capace di coniugare la politica con i propri affari), diamo ai port-coton le loro vomitevoli colpe (quelle di pulire il culo dei potenti in auge). Smettiamola di fare i saputelli del poi e i moralisti del cavolo. Fatemi il santo piacere… Di moralismo politico basta e avanza quello della Svezia, che si erge a super-potenza morale, mettendo in bella mostra una ipocrisia di fondo in politica estera e sporcando la propria immagine, fatta di neutralismo di convenienza, con la paura che fa novanta allo stormir di fronde russe.

Difficile convivenza tra moglie-politica e marito-tecnica

Come noto il governo Draghi è nato sulle ali della tecnica espertizzata prestata alla politica fracassata: una meritoria operazione di trapianto effettuata dalle sapienti mani di Sergio Mattarella. Strada facendo però sono intervenuti chiari e gravi sintomi di rigetto. Il corpaccione politico si è ribellato, rivendicando il proprio insostituibile ruolo; il nuovo governo trapiantato ha dato evidenti segni di incertezza e inadeguatezza.

Mario Draghi ha progressivamente mostrato scarsa sensibilità politica, finendo col coprire questa grave lacuna atteggiandosi a signor “lasciatefareame”, atteggiamento irritante per i partiti, stretti all’angolo irrilevante del Parlamento, consolatorio per la gente impressionata dalla sicumera retorica del personaggio.

Sì, perché al deficit politico si è cercato di ovviare con un surplus tecnico o per meglio dire tra la moglie della politica e il marito della tecnica si è (intro)messo il dito della retorica, vale a dire l’atteggiamento del parlare, o anche dell’agire, improntato a una vana e artificiosa ricerca dell’effetto con manifestazioni di ostentata adesione ai più banali luoghi comuni.

Quasi in ogni conferenza stampa il premier Draghi ha sciorinato espressioni retoriche a volte “gaffose”, a volte “gassose”, a volte penose, a volte irriguardose. Non sto a riprenderle singolarmente in considerazione per carità di governo. Mi preme invece sottolineare il gap incolmabile fra politica e tecnica. Per essere un animale politico non basta avere ricoperto certi prestigiosi incarichi di carattere economico e di livello internazionale; non basta avere un curriculum di tutto rispetto e un pedigree in perfetto ordine. Manca comunque un indefinibile ma indispensabile “più x”.

Torno solo un attimo sulla questione delle conferenze stampa che segnarono in un certo senso la logorroica tomba del premier Giuseppe Conte. Mario Draghi per un po’ di tempo resistette alla tentazione, poi strada facendo ha ceduto centellinando le uscite e trasformandole in dimostrazioni della propria caratura con l’aggiunta di una punta di retorica sentimentaloide se non proprio populista.

Non voglio esagerare ma il “più x” uno non se lo può dare, o ce l’ha o non ce l’ha. L’emergenza bellica sta purtroppo evidenziando i limiti politici di Draghi, che non è né carne né pesce: non è un politico di pura mediazione perché tende ad esigere dietro di sé l’unità a prescindere; non è uno statista perché non ha e forse non può avere un disegno strategico in testa e nel cuore.

In Italia continua ad essere il meno peggio in un periodo in cui occorrerebbe il meglio del meglio; in Europa è condizionato da cattive compagnie e non riesce a rovesciare i tavoli, si dichiara europeista (e non c’è dubbio che lo sia), ma non ha il definitivo carisma per imporsi in un parterre di nani presuntuosi e pericolosi. Molto savoir faire e poca capacità di incidere realmente. È un vero peccato, perché mi aspettavo molto, ma molto di più. Un’occasione offerta su un piatto d’argento da un ispirato Mattarella, una chance che si sta sprecando (e la colpa non è solo di Draghi). Lo dico con la morte politica nel cuore.

Mio padre non amava il calcio parlato: l’unica eccezione era la lettura dell’opinione di Curti, pubblicata sul quotidiano locale del lunedì, un commento essenziale ed equilibrato che finiva, quasi sempre, con la solita sconsolata espressione “un’altra partita da dimenticare”. E mio padre chiosava: “Pri tifóz dal Pärma a gh vól la memoria curta”.

Non dico che l’esperienza del governo Draghi sia da dimenticare, ma certamente la leggo con molto spirito critico, allontanandomi dal pensiero unico, che vuole Draghi sempre e comunque sugli scudi. È pur vero che manca la prova contraria. Cosa sarebbe successo se non fosse entrato in pista Draghi? La fantasia è una componente della politica, ma va esercitata previamente per cercare soluzioni e non a posteriori per salvarle o scartarle.

 

 

 

Ottimo disse Conte e vomitò

Il presidente 5 stelle si è presentato davanti ai cronisti dopo l’elezione di Stefania Craxi in commissione Esteri e ha accusato la destra e Italia viva di aver spaccato l’alleanza che tiene in piedi il governo. E rivolgendosi al premier: “La responsabilità della tenuta è sua”

“Il voto di oggi certifica che l’attuale maggioranza di governo esiste solo sulla carta, non nella realtà del confronto quotidiano. Registriamo come ormai sia venuto meno anche il più elementare principio di leale collaborazione”. Parla così il leader del movimento 5 stelle Giuseppe Conte dopo il Consiglio nazionale del M5S convocato d’urgenza per il voto al Senato che ha portato Stefania Craxi alla presidenza della Commissione Esteri. “Dopo avere avviato un percorso condiviso, che ha portato alla decadenza della originaria Commissione e alla formazione di una nuova Commissione Esteri, e nonostante la chiarezza di comportamento e il senso delle istituzioni dimostrato dal M5S, si è verificata una gravissima scorrettezza che ha innescato una evidente frattura tra le forze di maggioranza: nel segreto dell’urna se ne è formata una nuova, in modo surrettizio, violando regole e patti. Ne prendiamo atto”. 

“Non viene confermata al M5S la Presidenza della Commissione non perché non avessimo presentato un candidato di altissimo profilo e di massima garanzia” dichiara l’ex presidente del Consiglio Giuseppe Conte “ma per le nostre battaglie politiche volte a prevenire ulteriori e pericolose escalation militari e a pretendere che l’Italia assuma un ruolo più incisivo, in sede internazionale ed europea, nel rilancio di una prospettiva negoziale concreta per risolvere il terribile conflitto in Ucraina” sottolinea il leader del Movimento 5 stelle. “Nei giorni scorsi avevamo ventilato il sospetto che qualcuno ci volesse fuori dalla maggioranza. Oggi ne abbiamo la conferma” aggiunge Conte.

“Oggi registriamo che di fatto si è formata una nuova maggioranza che spazia da Fratelli d’Italia a Italia Viva” ha ribadito Conte, che “si è formata violando patti, regole, perché sapete che avevamo avviato un percorso condiviso. Il M5s, con grande senso di responsabilità e lealtà verso le istituzioni e i cittadini si era predisposto per un cambio alla presidenza della commissione esteri e per lavorare con le altre forze di governo a sostegno di questa maggioranza, sulla carta. Devo prendere atto che in modo opaco e surrettizio le cose sono andate diversamente”. 

“Oggi prendo atto che M5S, Pd e Leu hanno un atteggiamento responsabile di fronte ai cittadini, mantengono i patti. Gli altri no”. Così il leader M5S Giuseppe Conte, al termine del Consiglio nazionale 5 Stelle. “Non è che noi non facciamo parte della maggioranza. C’è stata assolutamente una linearità di comportamento da parte di Pd e Leu. Di fatto, invece, probabilmente sarà stata la riunione di ieri di Arcore, saranno stati i prossimi appuntamenti elettorali che spingono Italia Viva ad assumere queste posizioni, abbracciando ovviamente l’entrata in campo di Fratelli d’Italia, che come sapete è un’opposizione sulla carta ma molto anomala. Adesso stiamo a vedere l’evoluzione di questo quadro” conclude Giuseppe Conte che si rivolge al premier Mario Draghi: “Spetta innanzitutto a lui prenderne atto, e tenere in piedi questa maggioranza”.

 

Bisogna ricordare che il problema è sorto dai contrasti interni al M5S sulla linea governativa relativa alla guerra in Ucraina, in poche parole sull’aiuto in armi a Zelensky. Si è arrivati all’espulsione di un esponente di primo piano, Vito Rosario Petrocelli, presidente della Commissione Esteri del Senato, il quale ha tenuto un atteggiamento molto critico verso la linea adottata dall’Italia: si è scatenato un putiferio istituzionale, finito con la sostituzione dello stesso, assegnando la poltrona non più ad un appartenente al gruppo pentastellato, ma ad una senatrice di Forza Italia, vale a dire Stefania Craxi.

Che in Italia e in Parlamento spiri un’aria contraria ad ogni e qualsiasi distinguo rispetto al pensiero unico dominante, relativamente alla guerra e non solo, è cosa nota e oggettivamente incontestabile. Non sono ammesse crisi di coscienza, opinioni difformi, prese di distanza: tutti allineati e coperti sotto l’ombrello della Nato e chi osa dissentire viene immediatamente bollato come amico del giaguaro-Putin, come farneticante e inconcludente pacifista, come disfattista.

È altrettanto vero che, mentre Enrico Letta si è strumentalmente appiattito sulla linea draghiana filoamericana fregandosene altamente di considerare che fra gli elettori PD esiste certamente una quantità rilevante di cittadini per lo meno scettici sul fuorviante americanismo d’accatto e orientato a mettere la pace oltre ogni ostacolo geopolitico, Giuseppe Conte ha intravisto nell’emergenza bellicista l’occasione per cavalcare la piazza, riprendere contatti con un elettorato in fuga, dare al partito di cui è presidente una linea spregiudicata volta a tenere compatto l’intero movimento.

La strumentalità politica rischia cioè di farla da padrona, finendo con lo svaccare la più seria materia del contendere. Anche chi ha brigato per una presidenza di centro-destra (meglio dire non grillina in tutto e per tutto) della commissione Esteri del Senato non ha fatto un’operazione istituzionale, ma ha tirato un colpo basso ai cinque stelle e ha lanciato un eloquente avvertimento a chi in Parlamento avesse l’intenzione di criticare il governo e la sua linea “filotutto e filoniente”. Della serie “chi tocca Draghi muore”, poi si vedrà…

Capisco quindi l’incazzatura alquanto tattica di Giuseppe Conte, rivolta alla maggioranza di governo, ma anche a consolidare la precaria leadership del suo movimento. Non mi scandalizzo: tutti sono più o meno in chiara difficoltà davanti ad un argomento così divisivo come la guerra e talora in evidente contraddizione col proprio passato.

Userò una similitudine assai poco manzoniana per fotografare la situazione politica. Siamo in presenza di due pesci: il pesce prima in barile e poi lesso, incarnato alla (quasi) perfezione da Enrico Letta, che tutto va ben madama la marchesa Usa; il pesce gatto,  un pesce d’acqua dolce che mangia tutti i residui lasciati dagli altri animali, un “pesce con i baffi” cui spesso sono associate storie ricche di esagerazioni, incarnato dai “furbetti del pirlamentino”, i vari Conte, Salvini, Renzi, che scalpitano alla ricerca di un’identità “geopolitica”, che tenga insieme le capre della nato, i cavoli della pace e gli interessi della bottega.

La situazione è squallidamente pirandelliana, rispecchia la pochezza valoriale della politica italiana (e non solo italiana), dimostra che su tutto anche sulla pace prevale l’opportunismo partitico, evidenzia un clamoroso deficit culturale della classe dirigente, sconta un assetto governativo prettamente tecnico e politicamente debole nonostante le peraltro discutibili performance internazionali del premier Draghi (la pace è un discorso che non ha niente di tecnico e tutto di etico-politico).

Anche l’ultimo agognato dibattito (?) parlamentare, introdotto da un’informativa più descrittiva che indicativa di un Draghi alla calcolata ricerca dell’applauso, tolto qualche apprezzabile e persino esagerato intervento critico fuori dagli schemi, ha visto i partiti leggere freddamente il proprio compitino geopolitico badando ad occultare ogni e qualsiasi diversità di vedute in nome di una artificiosa unità, che dovrebbe servire a dare dell’Italia un’immagine responsabile ed affidabile, ma in realtà consegna al mondo ciò che dice un noto proverbio: amicizia rinnovata e minestra riscaldata non valgono niente.

 

 

 

C’è del trambusto in Scandinavia

Dopo “Pace proibita”, la serata evento al teatro Ghione di Roma, la composita galassia pacifista riunita attorno all’iniziativa di Michele Santoro si riorganizza e rilancia le proprie istanze con un appello al Parlamento. A presentarlo lo stesso giornalista ex Rai, assieme a Sabina Guzzanti e al direttore di Avvenire, Marco Tarquinio.

La richiesta è quella di una riunione urgente della commissione di Vigilanza Rai affinché si intervenga sulla narrazione attuale in merito al conflitto e si ponga rimedio alla demonizzazione attuata nei confronti delle opinioni di chi è contrario all’escalation militare. «Oggi pace è una parola quasi proibita, censurata. Grazie all’iniziativa del teatro Ghione è tornata a circolare più liberamente, ma questo segnale di disgelo non è arrivato alla stampa italiana – ha chiarito Santoro -. Volevamo fare un atto di ribellione al pensiero unico e siamo stati travolti dalla partecipazione, significa che c’è un’opinione pubblica bloccata e che non viene rappresentata. Per cui chiediamo un riequilibrio delle rappresentanze di tutte le posizioni nel servizio pubblico».

Mi sento appartenente al pensiero critico e ben lontano da quello unico: purtroppo non solo il servizio pubblico televisivo, ma tutto ciò che gira attorno al sistema televisivo è allineato sulle posizioni di convinta o rassegnata accettazione della logica (?) bellica. Ho smesso di seguire il dibattito a senso unico e vado alla disperata ricerca delle pochissime fonti mediatiche che garantiscono almeno un po’ di pluralismo: il quotidiano Avvenire e Radio Radicale.

Proprio nella suddetta emittente radiofonica ho potuto seguire una interessante intervista a Monica Quirico, saggista e politologa, esperta nella geopolitica scandinava: la recente decisione di Svezia e Finlandia di adesione alla Nato è stata esaminata criticamente da tutti punti di vista.

Sul piano della politica interna a quegli Stati viene rilevata (tutto il mondo è paese) l’assenza di dibattito su una scelta importantissima, che cambia la storica collocazione e gli assetti a livello europeo e finanche mondiale. In Svezia il partito della sinistra e i verdi richiedono un referendum dal momento che gli sbrigativi sondaggi favorevoli non possono costituire la base per simili decisioni. Si sta infatti assistendo a un repentino capovolgimento delle posizioni partitiche precedentemente assunte e presentate agli elettori: soprattutto a sinistra (leggi partito socialdemocratico) si sta compiendo un autentico ribaltone culturale e politico, dalla neutralità allo schieramento con l’alleanza occidentale. Chi decide a livello istituzionale peraltro è frutto di una precedente elezione avvenuta sulla base di posizioni diverse: qualcuno ha avanzato la proposta di attendere le prossime elezioni, piuttosto ravvicinate nel tempo, prima di assumere decisioni definitive e assai compromettenti.

La Svezia ha creato l’immagine nazionale di “potenza morale”, che vorrebbe mantenere scontando però una ipocrisia di fondo sulla politica estera (neutrali fino a mezzogiorno). Come farà a coniugare una scelta politica ante litteram a favore della pace e della denuclearizzazione con l’ingresso in una alleanza militare. Come farà a rifiutare nei propri confini l’eventuale allocazione di armi atomiche e di stabili basi della Nato.

Da punto di vista temporale l’iter di adesione è piuttosto lungo (almeno alcuni mesi), nel frattempo cosa succederebbe nella dannata ipotesi di invasione russa (caso peraltro piuttosto fantasioso, più di scuola che di realtà, considerata la debolezza militare russa emergente dall’andamento della guerra in Ucraina). La Svezia e la Finlandia dovrebbero accontentarsi delle garanzie e rassicurazioni statunitensi, inglesi e di altri Paesi europei, che però hanno attualmente valore relativo, quello di un provvisorio gentleman agreement.

Si sta indubbiamente cavalcando la russofobia svedese e finlandese per giustificare a livello di pancia una decisione che meriterebbe lucidità di ragionamento e complessità e profondità di argomentazioni (politiche, sociali, economiche). E poi, come la metterà la Svezia con il problema dei Curdi presenti nel suo territorio? Li considererà dei terroristi, come chiede La Turchia facente parte della Nato e infatti piuttosto perplessa per non dire contraria all’ingresso svedese nell’alleanza? Adotterà per loro l’estradizione, li lascerà deportare in terra turca?

In conclusione, a chi serve e a chi giova l’adesione di Svezia e Finlandia alla Nato? Sicuramente agli Usa e alla Nato che ottengono a basso prezzo nuovi alleati strategici e militari, non ai Paesi richiedenti che, timorosi più o meno in buona fede, verranno sbalzati in una storia che non li riguarda e in un futuro carico di incognite, non alla causa della pace globale, che avrà un ulteriore minaccia e una difficoltà in più, non ad un processo distensivo internazionale, perché l’implementazione della Nato suonerà come una provocazione nei confronti di un dittatore in difficoltà isolato e pronto a tutto, capace anche di gesti estremi.

Le prime reazioni minacciose di Mosca sono state presentate dai media svedesi e finlandesi alternando articoli sulla durezza russa (ritorsioni economiche) a quelli sulla furbesca attesa fattuale di Putin: della serie can che abbaia non morde. E allora, se è così, perché muovere un gran casino geopolitico in Scandinavia? Non stiamo forse scherzando (per paura) col fuoco (della realtà)? A meno che, come al solito, non ci manchi un pezzo di verità, fatto di mere connivenze e convenienze economiche. Le guerre e le alleanze per fare e/o reagire alle guerre, da che mondo è mondo, sono sempre dettate da inconfessabili interessi economici camuffati da ampollosi discorsi sui massimi sistemi.

 

 

I ‘se’(mi) sprecati nel passato e i ‘ma’(li) subiti nel presente

Il punto di Andrea Margelletti, l’esperto geopolitico che commenta ogni giorno sulla Stampa il conflitto tra Russia e Ucraina: “Se la Nato non avesse armato Zelensky, da due mesi l’Ucraina non esisterebbe più. E Putin non si sarebbe fermato».

Come ho già avuto modo di scrivere, qualcuno, l’ex presidente americano in primis, sostiene che, “se” fosse ancora in sella Donald Trump, Putin non si sarebbe permesso di fare quel che sta facendo: avrebbe temuto i contraccolpi e soprattutto non avrebbe avuto alcun interesse a mettere in discussione l’equilibrio cercato e trovato fra due “delinquenti”, che sotto sotto se la intendevano parecchio.

Visto che illustri personaggi si stanno esercitando nell’arte del “se”, ho deciso di cimentarmi anch’io in questo facile compito a cui nessuno può porre obiezioni di fatto: siamo nel mondo dei sogni e non è vietato rimanerci. Per molti serve ad insegnare pazientemente le regole di condotta stabilite da Washington. Io tento di smarcarmi da questo categorico imperativo per ragionare con la mia testa, andando a prestito anche da personaggi autorevoli del passato e del presente. Ci provo di seguito.

“Se”, come scriveva nel 2014 Henry Kissinger, gli Usa avessero evitato di considerare la Russia un Paese anormale e avessero cercato di capire la storia e la psicologia russe, avrebbero potuto impostare una strategia in quattro punti: 1. L’Ucraina libera di scegliere le proprie associazioni economiche e politiche, incluse quelle con l’Europa; 2. L’Ucraina non aderente alla Nato; 3. L’Ucraina libera, indipendente, democratica, neutrale e riconciliata al proprio interno fra le varie componenti del Paese; 4. Sovranità ucraina sulla Crimea autonoma. Forse non saremmo arrivati al punto in cui siamo.

“Se”, come scriveva l’autorevole esperto Bernard Guetta nel 2008, l’Occidente non avesse bombardato Belgrado per intere giornate in appoggio alla secessione kosovara, avrebbe potuto, dopo avere rispettato il diritto all’autodeterminazione nei Balcani, invocare nel Caucaso il principio dell’integrità territoriale e forse la storia avrebbe potuto prendere una piega diversa.

“Se”, come si chiedeva ancora Guetta, il Messico o il Canada decidessero sovranamente di entrare a far parte di un patto militare dominato da Mosca, come reagirebbero gli Stati Uniti? Quando l’ultimo presidente sovietico lasciò che il muro si aprisse, l’Occidente giurò di non voler estendere i limiti della Nato. “Se” fosse stato rispettato questo impegno senza corteggiamenti a Ucraina e Georgia e senza puntare ad una progressiva estensione territoriale della Nato, forse la Russia non avrebbe avuto alcun pretesto plausibile per tornare a una anacronistica drammatizzazione dei rapporti con l’Occidente.

“Se” si fosse perseguito, organicamente e non in ordine sparso e contraddittorio, un equilibrio tra russi e occidentali in base a cultura, economia, storia e geografia, perseguendo una stabilità del continente Europa tra la Federazione russa e l’Ue, combinando gli interessi della Russia, che non può fare a meno della tecnologia occidentale per modernizzare le sue trivellazioni, che ha bisogno di vendere il suo gas e il suo petrolio non meno di quanto l’Europa abbia bisogno di acquistarli e che deve fare i conti con la progressiva e pesante invadenza cinese, forse non staremmo a discutere di sanzioni economiche e del modo più o meno subdolo di aggirarle da entrambe le parti.

“Se” in Ucraina si fosse cercato di trovare un accettabile modus vivendi tra russofili e occidentalisti, si sarebbe tolto un pezzo significativo di terra sotto i piedi dell’avanzata russa definita non a caso operazione speciale per sistemare i rapporti all’interno dell’Ucraina. Qualcosa di grave è successo nel tempo all’interno di un balletto assai poco democratico e tifato dagli Usa, lasciando tra l’altro campo libero ad un bipolarismo socio-culturale: anche l’Ucraina paga gli errori da cui non è esente.

Se”, come sostiene Barbara Spinelli, dopo il crollo dell’Urss, gli Usa e gli europei fossero stati capaci di costruire un ordine internazionale diverso dal precedente, specie da quando alle superpotenze s’è aggiunta la Cina, non saremmo oggi così squilibrati e brancolanti nel buio di una latente terza guerra mondiale. Il dopo Guerra fredda fu vissuto come una vittoria Usa e non come una comune vittoria dell’Ovest e dell’Est. La storia era finita, il mondo era diventato capitalista, l’ordine era unipolare e gli Usa l’egemone unico. Come non vedere, per lo meno in filigrana, tutto ciò nei passati, supponenti ed aggressivi, atteggiamenti trumpiani e nei recenti sbruffoneschi e provocatori atteggiamenti statunitensi?

“Se” la Ue avesse tenuto negli anni una posizione più compattamente e coraggiosamente autonoma rispetto agli Stati Uniti, guardando, se non alla inesistente propria strategia complessiva, almeno agli interessi di bottega così come hanno sempre fatto e stanno facendo  gli Usa, smettendola di divedersi fra  filoamericanismo di maniera e nazionalismo di risulta (Trump è riuscito a cavalcare questi due cavalli riducendoli all’unico asino sovranista), non sarebbe alla frutta negli approvvigionamenti energetici, nella sua classe dirigente, nella sua tattica anti-Putin, in tutto ciò che chiamasi politica unitaria. Forse i tentativi di mediazione fra Ucraina e Russia non sarebbero rimasti al palo delle telefonate macroniane e delle boutade scholziane. Come europei siamo lì a farci dettare il compito da Biden, che oltretutto vuol fare il primo della classe senza esserlo. Rischiamo di foraggiare soltanto le industrie degli armamenti in nome di fantomatici principi di cui tutti si fanno belli salvo averli più o meno violati in continuazione.

Se proprio vogliamo usare l’esercizio retorico dei “se”, sarebbe meglio adottarlo non tanto per gratificarci del peggio che riusciamo ad evitare a babbo morto, ma per scoprire il male che abbiamo seminato quando il babbo era vivo e vegeto. Barbara Spinelli conclude un suo recente stupendo pezzo con questa affermazione: “Ammettere i nostri errori sarebbe un contributo non irrilevante alla pace che diciamo di volere”.