A lezione dal professor (S)Cassese

Nella mia fitta corrispondenza con una carissima amica ho manifestato spudoratamente l’intenzione di recarmi al voto referendario sulla giustizia con la volontà di sparare nel mucchio introducendo cinque “sì” nelle urne.

Sono in contraddizione con me stesso per diversi motivi. Innanzitutto perché non credo nello strumento referendario soprattutto se usato a raffica come è successo negli ultimi tempi. È infatti un’arma a doppio taglio, che da una parte concede ascolto alla sacrosanta volontà popolare, ma dall’altra parte, spuntata dall’abuso che se ne sta facendo, rischia di togliere legittimità e ruolo alla politica pur chiusa nelle fredde stanze istituzionali.

In secondo luogo perché le leggi, soprattutto in materie delicate e complesse, le deve fare il Parlamento, senza buttare la palla nella tribuna popolare costretta a tifare per il sì o per il no. Sottoporre le questioni al diretto giudizio dei cittadini può avere un senso solo relativamente ad istituti che riguardano e toccano la coscienza della popolazione, rimandando ad essa certe scelte di campo che le spettano. L’esempio del divorzio è emblematico.

In terzo luogo risulta velleitario proporre “azzeccagarbugliescamente” ai cittadini di entrare nei meandri legislativi con quesiti referendari aggrovigliati e confusi, tali da spezzare le reni a un bue. Non si può pretendere che i potenziali elettori si trasformino in legulei per districarsi nel ginepraio di quesiti rompicapo. Questa difficoltà non dovrebbe pregiudizialmente indurre all’astensione, anche se ne è l’inevitabile anticamera. È pur vero che il palazzo, indipendentemente da tutto, non gradisce il vento referendario, considerandolo un assalto alla diligenza. Lo considera tale chi lo subisce così come chi lo promuove: c’è troppa strumentalità politica nel ricorso a queste iniziative ed al loro boicottaggio.

Il potere si difende a priori usando la disinformazione o la mancanza di informazione: fatto sta che la gente non sa nemmeno che ci sarà una consultazione referendaria, al massimo ne ha sentito parlare vagamente e le basta per accantonare la questione, relegandola nella cantina del qualunquismo. I media non ne parlano. La loro bottegaia routine ci attanaglia: ho smesso di seguire tutti i talk show, ma persino gli speciali e le altre trasmissioni di approfondimento politico.  Al riguardo ho pensato come tutto sia vomitevolmente spettacolarizzato: vorrei chiedere a Mentana e c. perché non dedicano spazio ai referendum. Risposta scontata: perché non fanno audience e non attirano la pubblicità. Purtroppo anche la Rai è coinvolta in questo vortice chiacchierone.

Per saperne di più bisogna ricorrere a Radio Radicale e alle sue rassegne stampa, che riescono a scovare gli aghi nel pagliaio. Tra questi ho colto il pensiero del professor Sabino Cassese, insigne giurista e accademico italiano, già ministro per la funzione pubblica nel governo Ciampi e giudice della Corte costituzionale. Il suo ragionamento mi conferma autorevolmente nelle considerazioni di cui sopra, che dovrebbero portare alla aristocratica astensione o alla piccata contrarietà, invece inducono alla riflessione su un’occasione da non perdere per lanciare due provocatori messaggi agli interlocutori giusti: ai giudici affinché abbandonino ogni e qualsiasi resistenza corporativa rispetto alla necessità di riformare un sistema, che non funziona, non rispetta i fondamenti costituzionale e non riscuote la fiducia dei cittadini; ai politici perché si decidano a legiferare sul serio  su questa materia al di là  della riforma mordi e fuggi imbastita dal ministro Marta Cartabia, che ha scatenato lo stucchevole e penoso balletto delle parti in contesa (una legge troppo garantista per i giustizialisti e troppo giustizialista per i garantisti).

Sabino Cassese fa lucidamente l’elogio del “putost che niént è mej putost”: piuttosto che lasciare le cose come stanno o addirittura consentire o favorire fughe all’indietro, meglio sfruttare l’occasione per costringere le istituzioni a percorrere la difficile ma necessaria strada della riforma seria della giustizia. Questo ragionamento minimalista è convincente e da valutare con sano realismo. Lo sto facendo e lo farò, superando le puntute argomentazioni di principio, vincendo gli istinti di repulsione per l’istituto referendario e ricordando che la politica è l’arte del possibile e che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora.

 

Lo “sputinamento” di Salvini

La Conferenza dei presidenti del Parlamento europeo ha deciso di includere, su richiesta dei Socialisti e democratici, nell’agenda della Plenaria del 23 giugno un dibattito sulle relazioni del governo e della rete diplomatica russa con i partiti della destra europea nel contesto della guerra. Lo rendono noto Simona Bonafè, vicepresidente del gruppo S&D, e Pierfrancesco Majorino, coordinatore del gruppo S&D nella Commissione speciale sulle interferenze straniere nei processi democratici (Inge). “I rapporti tra Matteo Salvini e la Russia sono sempre stati pericolosi ed inquietanti, ma lo sono ancora di più adesso con una guerra in corso”, spiegano.

“Non è la prima volta che i rapporti di Salvini con Putin sono esaminati dal Parlamento europeo, già nel corso dei lavori della Commissione sulle interferenze sono emersi elementi molto netti sull’opacità di queste relazioni, espressi anche nella risoluzione finale” continuano Bonafè e Majorino. “Adesso la notizia degli incontri nell’ambasciata russa nei giorni successivi all’invasione dell’Ucraina conferma tutte le preoccupazioni già espresse con l’enorme aggravante dell’inserirsi in un contesto internazionale delicatissimo e drammatico”, aggiungono gli eurodeputati.

La notizia (tratta dal sito de La Repubblica) suscita più ironia compassionevole che allarmante inquietudine. Salvini è in obiettiva e indiscutibile difficoltà, la sua leadership leghista scricchiola assai, il suo appeal è in netto declino: come tutti i politici che (non) si rispettano, ha bisogno di affidarsi alla politica estera per tentare di coprire le magagne nella politica interna.

Buttare la croce addosso a lui è però un esercizio di dubbio gusto: di rapporti poco trasparenti con Putin e il suo regime è piena la storia europea e mi aspetto che, perso per perso, prima o poi Putin apra i cassetti e gli armadi per “sputinare” o sputtanare parecchi personaggi che oggi si fanno belli contro l’autocrate del Cremlino.

Le recenti mosse Salviniane (che peraltro non sono una novità) aperturistiche verso Mosca hanno il sapore di un “papeete” riveduto e scorretto (come insinua acutamente La Stampa), di un dispettoso capriccio infantile verso il governo Draghi (il premier non dimostra di essere molto preoccupato al riguardo), di una strizzata d’occhio all’insofferenza verso un conflitto sempre più ideologicamente lungo ed economicamente invasivo, di un contentino parolaio a chi soffre la crisi economica e vorrebbe uscirne in qualche modo (l’esito delle vicine elezioni amministrative e dei referendum sulla giustizia potrebbero essere un piccolo banco di prova).

Non vedo proprio niente di pericoloso e di pregiudizievole per l’Italia e l’Europa. Salvini deve però stare attento perché, al di là di tutto, sta pisciando contro vento: l’aria bellicista che tira non ammette obiezioni più o meno serie. In questo momento chi tocca la guerra e Draghi rischia di fare politicamente una brutta fine.

I casi sono due: o Salvini vuole buttare il prete leghista nella merda politica (ne scorrono fiumi) oppure si illude di interpretare il generico malcontento serpeggiante nel Paese (tutti lo colgono e nessuno lo ammette).   Le ultime elezioni politiche del 2017 premiarono i due partiti anti-tutto: il M5S e la Lega. Forse stanno provando a fare il bis, strumentalizzando l’insofferenza verso l’appiattimento bellicista e il malcontento per le prospettive di una crisi molto preoccupante nonché cavalcando quel paradossale bisogno sotterraneo di politica vera che si respira in giro (a destra e a sinistra).

La “criminalizzazione” di Salvini mi sembra un diversivo polemico, un mezzuccio dialettico, un tranello mediatico. Certo a chi fa una politica di “bassa Lega” può capitare tutto ciò. I dirigenti leghisti più acculturati e smagati si stanno accorgendo del tunnel in cui il loro scomodo leader li ha infilati: hanno visto nel governo Draghi il modo per affrancarsi dalla più sterile delle opposizioni, forse ora vedono nell’adesione al pensiero unico, più “occidentalista”che occidentale, il modo per disfarsi definitivamente di un capo senza capo né coda.

Se devo essere sincero Matteo Salvini, che peraltro sul piano umano non mi è mai stato antipatico, comincia a suscitare in me un certo coinvolgimento emotivo. È infatti “cme ‘n can in céza”. “Quand as diz «dai a col can», tutt igh’dan adòs”. Per me invece è la volta buona per essere tentato di difenderlo.

Guerra, Bonaccini, Bersani e compagnia stonando

Per affrontare il discorso delle prossime elezioni amministrative in quel di Parma, bisogna sforzarsi di ritornare ad essere giovani. Lo storico vescovo di Parma nel presentare ai parrocchiani un nuovo giovane aitante parroco, davanti alle perplessità di una comunità abituata alla rassicurante saggezza dei sacerdoti di una certa età, rassicurò tutti in modo molto simpatico: «Il vostro nuovo parroco, da me scelto, ha un “difetto”: è molto giovane. Non preoccupatevi perché questo è l’unico difetto che si perde con assoluta certezza e anche più alla svelta di quanto si possa pensare…».

In una situazione in cui è difficile trovare motivi di interesse e impegno, ci si deve sforzare, con entusiasmo giovanile, di individuare uno spazio di partecipazione persino nella nostra città, laddove lo squallore politico, se possibile, è ancora più intenso. I giovani di belle speranze cosa fanno? Partono dagli ideali: pacifismo, ambientalismo, ecologismo, solidarietà. Per poi guardare più alle persone che agli schemi. Il percorso deve essere proprio questo. Solo così si recupera la politica.

Qualche sera fa, per puro caso, ho seguito sulla Rai (primo canale radiofonico) una trasmissione dedicata alle elezioni amministrative a Parma: hanno brevissimamente parlato i vari rappresentanti delle liste. Devo ammettere che, in mezzo al nulla detto più o meno bene, gli unici che, coniugando la politica con l’amore per la pace, la natura e la socialità, hanno buttato col cuore qualche idea (problema casa, salvaguardia dell’ambiente, immigrati, povertà crescente, etc.) sono stati i giovani rappresentanti delle liste che appoggiano Andrea Bui come sindaco (potere al popolo, partito comunista, rifondazione comunista). Sentivo con tanta nostalgia un profumo di antico, che squarcia la moderna puzza di vecchio. Non sono mai stato comunista e non lo sono certamente ora, ma ammetto che c’è molto da imparare da questi giovani nostalgici. Non posso che ringraziarli per avermi riportato coi piedi nel cielo dei valori che contano, inducendomi ad andare a votare e a riprendere un minimo di interesse per la politica parmense.

Forse i giovani a cui faccio riferimento si affacciano alla politica, guidati dall’entusiasmo per i temi dell’ambientalismo, del pacifismo e dell’ecologia. Il mio approccio alla politica è partito invece dal mio forte sentire verso i problemi sociali della povertà, della discriminazione e della giustizia. Due epoche diverse, ma per la verità due facce della stessa medaglia, che vanno quindi entrambe valutate, approfondite e vissute. E poi non è forse giusto tentare di rifondare la politica partendo dai problemi concreti di una città, non quindi partendo dai massimi sistemi, ma dalla politica di base illuminata comunque dai grandi valori? Non mi stupisce un certo “radicalismo d’esordio”: lo meritano i valori che li ispirano, la situazione politica piatta che li circonda, la loro giovane e bella coscienza. Lo dice uno che del radicalismo valoriale ha fatto uno stile di vita. In poche parole questi giovani ingenui e scapestrati mi portano a nozze. Solo loro hanno il potere di snidarmi dallo splendido isolamento in cui mi sono rinchiuso.

Non nego che il mio passato prossimo e remoto mi abbiano portato a valutare la candidatura a sindaco di Michele Guerra, sostenuto anche dal Partito Democratico. Non mi ha convinto il suo ciarliero atteggiamento pseudo-culturale dimostrato da assessore “pienissimo di séissimo” più che di idee da spandere sul territorio parmense; mi ha stupito il consenso carpito al PD che per tanti anni gli aveva fatto opposizione e che non è riuscito a trovare “uno straccio” di candidato rappresentativo della sua storia e della sua identità; mi ha irritato la solita intromissione verticistica dei Bonaccini e dei Bersani, che peraltro portano sfortuna (candidatura e trombatura di Bernazzoli docet) e non sanno resistere alla tentazione di  confabulare dall’alto alla ricerca di compromessi di basso profilo (una nutrita pattuglia di assessori nell’eventuale giunta Guerra, un posto in lista alle prossime elezioni politiche per Federico Pizzarotti, inconsistente mentore politico del chiacchierone di turno, una conferma periferica per la penosa strategia dell’alleanza tra PD e M5S, etc. etc.).

Avevo tirato giù la saracinesca anche perché mi rifiutavo categoricamente di esaminare squallide alternative provenienti da minestre scaldate, da fantasmi del passato, da signori nessuno che rappresentano se stessi, da personaggi che non hanno niente da offrire a Parma se non quello di affermare che è caduta in basso.

Poi sono spuntati quei giovani a cui sopra alludevo e li ho messi in corrispondenza con una città sazia (?) e disperata (!). Ed è giunta “l’ora che volge il disio ai navicanti e che mi ha ‘ntenerito il core”. Caso mai ne uscirò deluso: meglio coltivare qualche illusione con gli ingenui, testardi e velleitari giovani di sinistra (non si offendano per il mio benevolo paternalismo) che abbandonarsi allo sconforto per i soliti e camuffati destrorsi (o giù di lì).

Grazie prego scusi tornerò

Il presidente della Lombardia Attilio Fontana è stato prosciolto «perché il fatto non sussiste» con altre 4 persone dall’accusa di frode in pubbliche forniture per il caso dell’affidamento nell’aprile 2020 da parte della Regione di una fornitura, poi trasformata in donazione, da circa mezzo milione di euro di 75 mila camici e altri dpi a Dama, società del cognato Andrea Dini. Lo ha deciso il gup di Milano Chiara Valori. Il giudice, prosciogliendo tutti e 5 gli imputati con il «non luogo a procedere perché il fatto non sussiste», ha deciso che non è necessario un processo. 

 

La Corte di Appello di Torino ha assolto l’ex sindaca Chiara Appendino dalle accuse mosse nell’ambito del processo Ream. La pronuncia del giudice riguarda anche il suo capo di gabinetto e l’assessore al Bilancio. In primo grado la Appendino era stata condannata a 6 mesi di reclusione per una ipotesi di falso. Le accuse erano legate al mancato inserimento nel bilancio comunale di un debito di cinque milioni di euro maturato dalla città nei confronti della società Ream per la conversione dell’ex area Westinghouse. L’ex sindaca Appendino, in aula, ha accolto la sentenza in lacrime. “Sono state lacrime liberatorie. Ma anche lacrime di gioia. È stata confermata la mia buona fede”. Lo ha detto l’ex sindaca di Torino, Chiara Appendino, dopo la sentenza di assoluzione pronunciata dalla Corte di Appello nel processo Ream “E’ stata una pagina dolorosa – ha aggiunto – ma ora sono contenta e non vedo l’ora di riabbracciare la mia famiglia”.

 

Era stata chiamata ‘Dirigentopoli’, l’inchiesta che nel 2010 travolse l’allora sindaco di Parma, Pietro Vignali. L’accusa era quella di 18 assunzioni clientelari in Comune per un presunto danno erariale di 3 milioni di euro. L’estate scorsa, dopo ben 10 anni, l’assoluzione: la Procura ha chiesto l’archiviazione per “errori investigativi”. É stato anche disposto un risarcimento proprio per la durata “irragionevole” del procedimento. “Mi hanno risarcito per 5mila e 300 euro”, dice Vignali all’Adnkronos. Cinquemila euro per 10 anni di processo? “Non ne faccio una questione di soldi. Al di là della cifra quello che conta è che è stato sancito un principio. Almeno è stato ammesso il danno nei miei confronti, sia personale che politico, tenuto conto della funzione che svolgevo, ero sindaco della città, e per l’ampio clamore mediatico della vicenda. Provo sollievo per questo, ma certo l’amarezza resta”. Come ha vissuto quegli anni sotto inchiesta? “Io ho continuato a svolgere la mia professione, sono laureato in economia, non sono un politico di professione ma certo ho vissuto per 10 anni in una condizione di sospensione. E anche in Comune all’inizio tutto venne paralizzato. Anche perché quei 18 dirigenti che avevamo assunto non sapevamo più se erano legittimati o meno a firmare gli atti. Anche atti di entità rilevante”. Perché decise di assumerli? “Perché volevamo immettere nell’amministrazione comunale competenze importanti che venivano anche dal privato, assunzioni a tempo determinato con criterio meritocratico. La finalità era positiva. E invece con ‘Dirigentopoli’ sembrò che io avessi assunto miei parenti…”.

 

Tre vicende molto spiacevoli – non sono le uniche e per esse non intendo assolutamente entrare nel merito – che dimostrano una certa qual giustizia sommaria aleggiante nel nostro sistema: una sorta di accanimento giudiziario, che nulla ha da spartire col cosiddetto rigorismo. Se è vero infatti che occorra essere rigorosamente e particolarmente attenti al comportamento dei pubblici amministratori e alle loro eventuali violazioni della legalità, occorre essere altrettanto attenti a non sbatterli sbrigativamente in prima pagina e alla gogna.

Gira e rigira si tratta di errori investigativi e/o giudiziari, più o meno clamorosi, che non fanno bene né alla giustizia né alla politica, anche perché le scuse (?), le riabilitazioni (?) e i risarcimenti (?) suonano come autentiche beffe: sembra il tentativo di rimettere il dentifricio dentro il tubetto.  Prima di sputtanare un sindaco bisognerebbe pensarci sopra un attimo, altrimenti c’è anche il rischio che, con questi chiari di luna, nessuno voglia più assumere questi “pericolosi” incarichi e quindi si contribuisca indirettamente non tanto alla salvaguardia valoriale di queste funzioni ma alla loro progressiva svalutazione.

Non so se le timide riforme in cantiere (al riguardo mi pare assai deludente la performance del tanto incensato ministro della giustizia Marta Cartabia) e le forzature referendarie (si può migliorare il sistema giudiziario a suon di cervellotici sì e no?) possano contribuire a evitare il deleterio clima di caccia alle streghe. Io comunque per non sapere né leggere né scrivere sono orientato a votare “sì” per dare una scossa al sistema giudiziario e una mossa a quello politico.

È anche vero che la classe politica soffre per i propri negativi comportamenti a monte e a valle, ma generalizzare e sparare nel mucchio non è mai cosa seria e utile, serve solo ad alimentare il qualunquismo della gente, lo scadimento della giustizia ridotta a inquisizione aprioristica e la deriva della politica ridotta a gioco per i furbetti e i furboni di turno.

Penso faccia bene tornare (me lo ero ripromesso e mantengo…) a quanto affermato dal presidente Mattarella nel suo discorso di reinsediamento al Quirinale: non occorre aggiungere o togliere niente. Forse basterebbe rimboccarsi le maniche…delle toghe (lasciando perdere gli scioperi) e di tutti quanti operano all’interno del sistema investigativo e giudiziario per puntare a quel garantismo, che peraltro dovrebbe essere un automatismo sistemico.

“Nella salvaguardia dei principi, irrinunziabili, di autonomia e di indipendenza della Magistratura – uno dei cardini della nostra Costituzione – l’ordinamento giudiziario e il sistema di governo autonomo della Magistratura devono corrispondere alle pressanti esigenze di efficienza e di credibilità, come richiesto a buon titolo dai cittadini. È indispensabile che le riforme annunciate giungano con immediatezza a compimento affinché il Consiglio superiore della Magistratura possa svolgere appieno la funzione che gli è propria, valorizzando le indiscusse alte professionalità su cui la Magistratura può contare, superando logiche di appartenenza che, per dettato costituzionale, devono rimanere estranee all’Ordine giudiziario. Occorre per questo che venga recuperato un profondo rigore. In sede di Consiglio Superiore ho sottolineato, a suo tempo, che indipendenza e autonomia sono principi preziosi e basilari della Costituzione ma che il loro presidio risiede nella coscienza dei cittadini: questo sentimento è fortemente indebolito e va ritrovato con urgenza.

I cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia e l’Ordine giudiziario. Neppure devono avvertire timore per il rischio di decisioni arbitrarie o imprevedibili che, in contrasto con la doverosa certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone. Va sempre avvertita la grande delicatezza della necessaria responsabilità che la Repubblica affida ai magistrati. La Magistratura e l’Avvocatura sono chiamate ad assicurare che il processo riformatore si realizzi, facendo recuperare appieno prestigio e credibilità alla funzione giustizia, allineandola agli standard europei”.

 

 

La pattumiera della sessualità repressa

Il nuovo presidente della Cei viene messo immediatamente alla “prova finestra” della pedofilia. Da una parte mi sembra alquanto ingeneroso buttare addosso sbrigativamente al cardinal Matteo Zuppi la responsabilità di fare chiarezza e pulizia su un fenomeno annoso e gigantesco che non ha certo colpito solo la Chiesa cattolica ma tutta la società.

Dall’altra parte posso capire l’ansia di rinnovamento espressa dai media, che purtroppo ormai colgono sempre e solo l’aspetto più spettacolare dei problemi per suscitare interesse. In dialetto parmigiano la pattumiera viene definita con una espressione plastica e assai incisiva: “lata dal rud”. Al vescovo di Bologna, investito di un nuovo alto incarico, viene chiesto di vuotare la “lata” dopo averla riempita di tutto il “rud” pedofilo presente nella Chiesa cattolica italiana. Operazione tutt’altro che semplice e indolore. Il tanfo si sente, ma scoprire donde venga e dove porti non è un fatto di mera pulizia ambientale.

È vero infatti che alla sporcizia di base la Chiesa ha aggiunto la sconcertante, omertosa e bigotta copertura del fenomeno coinvolgente il clero, ma soprattutto ha tradito, nel peggiore e scandaloso dei modi, la propria natura e missione evangelica.

C’è sempre stata la tentazione di risolvere il problema sminuendolo a livello di “mele marce” per reagire alla peraltro ingiusta generalizzazione del fenomeno, auto-collocandosi sull’altare delle vittime del bieco anticlericalismo di sempre. Ricordo al riguardo di essere stato costretto a reagire in modo sgarbato ad un’omelia di molti anni fa nella quale il sacerdote era portato a retrocedere il problema a livello di ingiusta e immeritata squalifica della Chiesa, dimenticando che le prime e indiscutibili vittime non erano i chierici in odore di pedofilia ma i minori in reale “persecuzione” sessuale.

Non molto tempo fa ho assistito allo sfogo di un sacerdote che all’ambone lamentava una vera e propria tortura anti-clericale auspicandone la fine all’insegna del “finiamola per favore! Non tutti i preti sono pedofili! Ci sono religiosi che si fanno il mazzo e non meritano questa gogna indiscriminata…”. Aveva non una ma mille ragioni. Restano tuttavia il problema e il fenomeno.

Si auspica che Matteo Zuppi possa favorire la trasparenza e la chiarezza portando a galla tutto il marcio, adottando i provvedimenti del caso, prevenendo sul nascere i comportamenti scorretti e abbandonando ogni e qualsiasi intento di “copertura”. Giustissimo. Non ho la competenza, la preparazione e la capacità di giudicare se le procedure in via di adozione saranno scientificamente, giuridicamente, socialmente ed ecclesialmente sufficienti al riguardo: sento molte voci scettiche e ammetto di non capire se siano motivate da sacrosanto intento critico o se siano frutto di pregiudiziale anche se comprensibile sfiducia.

Ho la tendenza a far risalire le cause di questo fenomeno al retaggio di una cultura anti-sessista ed anti-femminista presente da sempre nella Chiesa. Il sesso, fatto uscire dalla porta dell’umanità per un irresistibile prurito moralistico, rientra inevitabilmente dalla finestra di una surrogante porcheria.

“Non lo fo per piacer mio, ma per dare figli a Dio” è il motto che veniva ricamato sulle camice da notte delle donne di un tempo. Oggi sappiamo che la sessuofobia clericale al cui altare le donne sono state sacrificate, ha prodotto nelle generazioni femminili precedenti alla nostra una grave mutilazione psicologica che si è tradotta nella diffusa frigidità per la quale sono state ulteriormente disprezzate e usate come corpi insensibili e inerti. Un rapporto sessuale doveva avere un unico scopo: generare un figlio, una sorta di dovere d’ufficio che non doveva procurare alcun piacere viceversa sarebbe stato peccaminoso ma, al contrario, doveva essere eseguito in supina e obbediente esecuzione dell’ordine biblico “crescete e moltiplicatevi”. Attenzione però! Tutto questo riguardava solo e unicamente le donne, non certamente gli uomini che, appartenendo allo stesso genere maschile del loro dio, loro sì avevano diritto al piacere, eccome! Se ne coglie un’eco imbarazzante e vergognosa nelle indiscrezioni sullo scandalo latente delle suore umanamente e sessualmente abusate dai preti (il maschilismo clericale si esprime anche così!): prima o poi anche questa bomba esploderà…

Il discorso del sesso-maledetto, trasferito mutatis mutandis (senza alcuna sottile allusione erotica alle mutande), nella sessualità dei sacerdoti e dei religiosi, esorcizza, sotto la copertura di un celibato più imposto che scelto (“rinuncio al piacer mio per piacere a Dio”), i rapporti sessuali secondo natura per rischiare di scadere nelle trasgressioni contro natura. C’è poco da fare, la sessualità si può reprimere fino ad un certo punto: riuscire a compensarla con forti e sostitutive scelte di vita non è facile. Il sesso è un dono, non è un peccato. A volerlo espellere a tutti i costi, può succedere che si ripresenti all’appuntamento nel peggiore dei modi.

Togliere l’obbligo del celibato non sarebbe certamente l’unica soluzione per combattere la sessualità deviata, ma rappresenterebbe un bel passo avanti. Aggiungiamoci una educazione sessuale corretta a livello di seminari e una integrazione definitiva dell’universo femminile nella vita ecclesiale a tutti i livelli. In buona sostanza il sesso non è in contrasto con la scelta vocazionale religiosa, metterlo in questa dimensione di alternativa è operazione sbagliata, fuorviante ed estremamente pericolosa. È tempo di toglierlo dall’angolo pernicioso della trasgressione per metterlo a pieno titolo al centro della vita di fede.

Scriveva don Andrea Gallo nel suo testamento di un profeta: «Il sesso è anche un piacere. Fisico, intendo. E non me ne vergogno. Come prete non posso praticare la scelta del sesso, ma immaginarlo almeno un po’ praticato da altri, mi rende l’animo più gaudente e allegro». Mi permetto di discutere sul fatto che un prete non possa praticare la scelta del sesso. Chi lo ha detto? Chi lo impone? Non diamolo per scontato, potrebbe essere l’anticamera di frustrazioni propedeutiche persino alla pedofilia o comunque ad un sesso nascosto al limite o addirittura oltre il limite della deviazione.

Il cardinale Carlo Maria Martini aveva il grande pregio di porsi, a cuore aperto, davanti alle problematiche sessuali, alla bioetica, all’eutanasia, all’aborto, all’accanimento terapeutico, all’uso del preservativo, al sacerdozio femminile, al celibato sacerdotale. Partiva infatti dalla consapevolezza che «la prassi cristiana fa fatica nel trovare il giusto atteggiamento nei confronti del corpo, del sesso, della famiglia» ed aveva il coraggio di affermare che «dobbiamo chiederci se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale: la Chiesa è ancora in questo campo un’autorità di riferimento o solo una caricatura dei media?».

Torno in conclusione al Cardinal Zuppi, investito di un importante e gravoso compito per la Chiesa italiana: non mettiamolo sulla graticola della pedofilia, non releghiamolo, seppure a contrariis, nell’anticaglia clericale, ma lasciamolo lavorare contro la pedofilia, soprattutto a favore di una visione nuova e gioiosa della sessualità della persona nel rispetto delle tendenze personali e intime. Vale per tutti, per i preti e per i laici, per le donne e per gli uomini, per le persone etero ed omosessuali.

 

 

L’uomo-rifiuto residuo indifferenziato

Le forze russe avanzano verso il centro di Severodonetsk, nell’assalto al Donbass nell’est dell’Ucraina. Sergei Gaidai, capo della regione di Lugansk, dice che i “soldati russi uccisi non vengono portati via, l’odore di decomposizione ha riempito la zona”.

Stesso odore di morte in un supermercato di Mariupol, dove i russi hanno ammassato decine di cadaveri di civili. Secondo Petro Andryushenko, consigliere del sindaco, molto attivo sui social e molto presente sui media locali, durante i lavori per il ripristino della rete idrica gli occupanti hanno trovato dei resti umani sepolti sommariamente. Dopo averli riesumati, “hanno creato una discarica di corpi” trattandoli “come fossero rifiuti”, ha detto il consigliere, citato da Ukrinform che pubblica anche una foto: lungo la fila di casse del Schyryi Kum supermarket, sul viale Svobody, tra arredi distrutti e su un pavimento sporco, si vedono cadaveri in avanzato stato di decomposizione, più o meno avvolti in coperte, stracci e buste nere dell’immondizia, un paio in divisa militare, gli altri in abiti civili.

Una foto raccapricciante che scegliamo di non pubblicare su Avvenire.it e che, sottolinea il sito di informazione ucraino, denuncia la mancanza di sepolture dignitose, di personale per la traslazione dei cadaveri e “persino di obitori improvvisati” nella città che, rasa al suolo e strozzata da 3 mesi di guerra, da sola secondo le autorità ucraine conta almeno 20.000 morti.

Nel ritrovamento dei cadaveri nella discarica di un supermercato c’è la tragica sintesi della fine di una seppur discutibile civiltà. Il rispetto per i vivi è venuto meno da tempo, dal momento che la guerra con le sue atrocità altro non è che la indegna conclusione di un iter che inizia nell’ingiustizia seminata in tempi di pace (?), per proseguire nei rapporti di sfruttamento a danno dei poveri, intesi come singoli e come nazioni, per sboccare definitivamente nel massacro camuffato dal gioco macabro dell’offesa/difesa.

Persino il rispetto per i cadaveri non esiste più: le fosse comuni sono troppo impegnative, meglio buttare il tutto in discariche consumistiche dove l’uomo è assimilato a packaging da eliminare. A ben pensarci il percorso può essere questo: da anonimo utente/consumatore ad anonima vittima/consumata. Questa ignobile fine del viaggio umano non è casuale, è la inevitabile conseguenza del considerare l’uomo e, se vogliamo ancor più la donna (a cui viene riservato il passaggio intermedio dello stupro), semplice carne, prima da commercio iniquo ed egoistico e poi da cannoni veri e propri.

In questo macabro ritrovamento di cadaveri mischiati a indifferenziati residui della grande distribuzione vediamo la fotografia emblematica di un disastro totale, segnato a valle dalla guerra, ma preparato a monte dalla non-pace costruita sull’ingiustizia nella distribuzione dei beni e sull’equilibrio nella scorpacciata delle armi. C’era una volta un mio carissimo amico che auspicava la fine del mondo con tanto di intervento di uno spazientito Padre Eterno. Faceva d’ogni erba delle cose che non vanno un fascio davanti al quale, dopo essere inorridito, si chiedeva: “Cosa aspetta Dio a buttare all’aria tutto; dopo averci salvato, ammetta di essersi sbagliato e ci distrugga…forse infatti è l’unico modo che gli resta per salvarci veramente”. Una visione apocalittica che ritorna sempre più d’attualità.

Gli alberi che cadono facendo un rumore assordante sono veramente troppi e tali da coprire il brusio della foresta che cresce. Non resta che sforzarsi di intravedere questa foresta fatta di piccole grandi gesta, non tanto delle pantomime della diplomazia dei potenti e dei loro scontri al vertice della follia, ma  di chi sa ancora allungare una mano (nonostante i divieti pandemici), regalare un bel sorriso (nonostante la triste valanga della cattiveria), dire una buona parola di vita (davanti alla morte che ci sovrasta), pensare bene (quando il male sembra avere il sopravvento), seminare un po’ d’amore (dove l’egoismo più sfrenato la fa da padrone).

Una mia simpatica coinquilina mi definisce un “poeta”, un po’per prendermi in giro, un po’ per rispettare la mia testarda nonviolenza anche a livello condominiale. Forse ha ragione. D’altra parte non so fare altro che ricorrere a questa riserva poetica. Faccio, come fin troppo spesso mi accade, il verso a mio padre. Quando qualcuno definiva assurda ed illusoria la risposta della religione cattolica ai misteri della vita, della morte e dell’aldila’, era solito rispondere  “Catni vùnna ti !!!”.    

Il non giocondo che contesta la Gioconda

  • Ha lanciato una torta contro il vetro blindato che protegge la Gioconda, poi è stato espulso dal Louvre un giovane esaltato che inneggiava alla “salvezza del pianeta”. L’episodio è avvenuto nel museo parigino del Louvre, che ospita il quadro più famoso del mondo, davanti al quale stazionano in permanenza decine e decine di visitatori. L’episodio non è stato ovviamente ripreso, ma sui social pullulano le foto del quadro di Leonardo da Vinci con il vetro che lo protegge imbrattato di bianco, probabilmente crema o panna, e di un addetto del Louvre che lo pulisce. In un video postato si vede l’imbrattatore, un giovane che viene allontanato dagli inservienti del museo e che mentre si allontana continua a gridare le sue ragioni. Ha una parrucca in testa, appena fuori posto, e spinge da solo una sedia a rotelle sulla quale con ogni probabilità era seduto al momento di passare all’azione. Probabilmente proprio la simulata condizione di disabilità gli ha consentito di avvicinarsi indisturbato con il pacco contenente la torta che aveva intenzione di scagliare contro il ritratto di Monna Lisa.

 

  • Molti anni fa uno sconosciuto (?) aveva lordato la vetrina della filiale parmense di una importante banca con la scritta “Ladri” da cui colava la vernice alla maniera dei cartoni animati. Il furbo e incisivo imbrattatore lo aveva fatto nella notte tra venerdì e sabato per assicurarsi la visibilità per due giorni interi. Purtroppo per lui e con grandi sghignazzate della gente la scritta venne rimossa da un solerte commesso dell’istituto di credito incaricato al riguardo e munito di spatola e di acqua ragia. Chi passava, sotto-sotto, se la godeva alquanto e in cuor suo esprimeva solidarietà al trasgressore.

 

 

  • Nel periodo in cui mio padre lavorava da imbianchino come lavoratore dipendente si trovò ad eseguire un lavoro del tutto particolare, scrivere sui muri, a caratteri cubitali, motti propagandistici fascisti (“vincere” – “chi si ferma è perduto” e roba del genere). Al geometra che sovrintendeva, ad un certo punto, tra il serio ed il faceto disse: “Quand è ch’a gh’dèmma ‘na màn ‘d bianch? “.   “Beh”, rispose in modo burocratico, “per adesso andiamo avanti così, poi se ne parlerà. A proposito cosa dice la gente che passa?” Era forse un timido ed innocuo invito ad una sorta di delazione ma mio padre, furbescamente, non ci cascò ed aggiunse: “Ch’al s’ mètta ‘na tuta e ch’al faga fénta ‘d njent e ‘l nin sentirà dil béli “. La zona era infatti quella del Naviglio, autentico covo di antifascismo e papà mi raccontò come, tutti quelli che passavano di lì, uomini, donne e bambini le sparassero grosse anche contro di lui, senza tener conto del famoso detto “ambasciator non porta pena”.

 

La provocazione è un’arte. Cosa intendeva dire il pacifico attentatore di Parigi? Forse era stanco di un mondo dove si comprende soltanto il linguaggio delle bombe, dove si tende a distruggere tutto per non cambiare niente. Violare la più grande opera d’arte forse significava la denuncia della violazione in atto di tutto il pianeta: non si salva più niente, nemmeno la “Gioconda” di Leonardo da Vinci. Così come il contestatore parmense intendeva mettere alla gogna il potere finanziario che (s)governa il mondo.

L’episodio riconducibile a mio padre era in un certo senso uguale e contrario. Con una non piccola differenza: le scritte sui muri ad opera del regime fascista erano inaccettabili, quelle di protesta globale e/o contro i vari tipi di regime hanno tutta la mia trasgressiva simpatia. Se sento odore di contestazione al potere, mi eccito e divento graffitaro o imbrattatore anch’io a costo di essere considerato un apologeta di reato. Ma quale reato ha commesso il lanciatore di torta del Louvre? Quale reato ha commesso l’imbrattatore di vetrine di Parma? Gli slogan fascisti erano fake news, certi gesti di protesta sono un ingenuo tentativo di proporre qualcosa di sincero e schietto.

 

 

 

 

Le montagne russe: militari, economiche e religiose

L’invasione russa dell’Ucraina al suo inizio lasciava intravedere una immediata e facile conclusione sul piano militare con la precipitosa resa, più del popolo ucraino che di Zelensky, e l’instaurazione di un governo fantoccio amico dell’invasore.

Si pensava invece che la Russia avrebbe fatto molta fatica a reggere l’urto delle sanzioni economiche e finanziarie e avrebbe sofferto il contraccolpo finendo sull’orlo di un vero e proprio default: le sbruffonate di Putin nascondevano la debolezza del sistema produttivo con il ricatto energetico, l’artificiale e mafiosa struttura finanziaria con il pericolo del trascinamento occidentale nel gorgo di una crisi mondiale. Solo l’arma nucleare avrebbe potuto frenare l’attacco ad un gigante economico coi piedi d’argilla.

Le cose stanno andando in modo opposto. La Russia risulta impelagata in una guerra di posizione che dimostra tutta la sua arretratezza militare. Forse nessuno si aspettava che Putin fosse così debole sul campo e che l’Ucraina fosse così forte nella sua resistenza, a causa della convinzione popolare e della dotazione di un arsenale militare di prim’ordine, peraltro in via di progressiva implementazione per i massicci aiuti provenienti dall’Occidente (soprattutto dagli Usa).

La Russia sembra invece sopportare con una certa disinvoltura i problemi economici, complice il sistema dittatoriale che consente un dirigismo economico addirittura sorprendente, complice la scarsa reattività del popolo russo alle prospettive di impoverimento, complice la ricchezza energetica che continua a fornire, nonostante tutto, i mezzi finanziari atti a sostenere una guerra sempre più complicata e problematica.

Negli ingranaggi della situazione russa molto tesa e difficile si è inserito il “granellino” di sabbia della questione religiosa. Putin poteva contare sull’appoggio culturale di quel Kirill,  che quando era il “ministro degli esteri” del patriarcato veniva considerato filo-occidentale, ma che poi ha  dovuto rivedere abbondantemente le sue posizioni politico-religiose a partire dai primi anni del 2000 e poi, una volta divenuto patriarca, si è per così dire innamorato dell’ideologia del cosiddetto Russkii mir (letteralmente “mondo russo”), secondo cui esiste una sfera o civiltà russa transnazionale, chiamata Santa Russia o Santa Rus’, che include appunto Russia, Ucraina e Bielorussia (e talvolta Moldova e Kazakistan), con l’Occidente visto come il nemico conclamato, soprattutto rispetto ai valori anche e soprattutto religiosi tradizionalmente posti alla base di questa unità (leggi Mimmo Muolo su Avvenire).

Continuo a fare riferimento a quanto scrive il quotidiano Avvenire in merito all’evoluzione della Chiesa ortodossa.

La decisione del Consiglio della Chiesa ortodossa ucraina, guidata dal metropolita Onufriy e legata finora al patriarcato di Mosca, di dichiarare «la piena indipendenza e autonomia», dopo aver condannato la guerra ed espresso dissenso rispetto alla posizione presa dal patriarca Kirill sul conflitto, è una di quelle notizie che – se confermata – può proiettare i suoi effetti ben oltre i confini del complesso e frastagliato mondo dell’ortodossia. Certo non è solo una questione interna al patriarcato di Mosca, sul quale pure è destinata a scaricare le sue prime conseguenze.

Perdere l’Ucraina, infatti, per Kirill vorrebbe dire essere privato di 10mila parrocchie, 15 milioni di fedeli e uno dei principali serbatoi di vocazioni, di sacerdoti e anche di offerte economiche. Evidente, dunque, l’indebolimento del patriarca di Mosca e di tutte le Russie (cioè appunto Russia, Ucraina e Bielorussia) a partire dallo stesso titolo. Il che lo metterebbe in un angolo e in ulteriore difficoltà rispetto alle frange più oltranziste all’interno del patriarcato, tra le quali si è ultimamente distinto il metropolita di Pskov e Porkhov, Tikhon Shevkunov, da sempre amico del presidente Putin e da molti indicato come il suo “padre spirituale”.

La “secessione” dell’Ucraina, dunque, sarebbe una grave perdita per una Chiesa che aveva già dovuto incassare lo “sgarbo” dell’altra comunità ortodossa ucraina, quella guidata dal metropolita Epifanio, al quale il patriarcato ecumenico di Costantinopoli aveva concesso l’autocefalia, compromettendo così i rapporti tra Kirill e Bartolomeo.

E proprio questa compresenza delle due Chiese sul territorio della nazione attaccata dall’esercito di Putin apre un altro fronte gravido di conseguenze. Nel comunicato diffuso venerdì, il Consiglio torna ad esprimere «il suo profondo rammarico per la mancanza di unità nell’ortodossia ucraina». È probabile che tutto ciò sia il frutto delle preoccupazioni per la diaspora “interna” alla stessa ortodossia di quel Paese.

Secondo l’agenzia Risu, citata dal Sir, dopo il 24 febbraio, data di inizio dell’aggressione russa, si è intensificato il processo dei trasferimenti di parrocchie dalla Chiesa legata a Mosca a quello autocefala. In totale più di 200 comunità. Per cui il Consiglio auspica che si possa riprendere il dialogo, «fermare il sequestro di chiese e i trasferimenti forzati di parrocchie».

Per chi conosce bene quegli ambienti, potrebbe essere il preludio per la realizzazione del progetto di riunificazione, finora rimasto a livello di intenzioni. «Il momento è propizio», sostiene una fonte ben informata. Potrebbe nascerne addirittura un patriarcato ortodosso ucraino unico. E a questa nuova entità potrebbe avvicinarsi molto anche la comunità greco-cattolica di Kiev che fa capo all’arcivescovo maggiore Shevchuk. L’Ucraina diventerebbe così una sorta di laboratorio ecumenico avanzato per il fatto che i due punti di riferimento dell’eventuale patriarcato ortodosso ucraino sarebbero da una parte Costantinopoli, dall’altra la Santa Sede. Il che potrebbe anche rinvigorire quell’ecumenismo di base e dell’affrontare insieme problemi concreti che anche Francesco predilige.

In sostanza lo scenario che la decisione degli ortodossi ex filo russi di Kiev lascia intravedere è una sorta di eterogenesi dei fini rispetto alle intenzioni di Putin e dello stesso Kirill. Se infatti il capo del Cremlino ha cercato in questi mesi l’appoggio e la giustificazione della sua azione militare, strumentalizzando per i suoi fini egemonici la componente ortodossa russa, proprio gli attori ecclesiastici stanno cominciando a presentargli il conto.

L’Ucraina, non ancora conquistata militarmente, potrebbe essere persa sotto il profilo religioso. E per lui e Kirill non sarebbe certo un successo.

Putin rischia di trovarsi strada facendo senza generali affidabili, senza oligarchi di stretta osservanza e senza appoggi religiosi. Si potrebbe azzardare: “chi di religione ferisce di religione perisce”. Intendiamoci non è bello assistere alla compromissione della Chiesa ortodossa con la peggior politica, non è edificante assistere allo scontro fra le varie fazioni della Chiesa che nulla hanno di religioso e tutto hanno di posizionamenti tattici e di potere, non è consolante vedere come gli ortodossi seguano più gli istinti nazionalistici che le ispirazioni evangeliche. Tutto ciò premesso, almeno e forse, stanno capendo che schierarsi con Putin è una follia. Un primo passo di cui prendere atto.

Ora viene il bello: come si porrà la Chiesa Ucraina, indipendente da Mosca e finalmente riunificata, nel caldissimo e delicatissimo agone bellico? Resterebbe da fare un difficile e radicale ulteriore passo in avanti, quello di schierarsi sempre e comunque dalla parte della pace, che si costruisce con la non violenza e non con le armi. Forse potrebbe essere tardi e poi non si potrà essere neutrali.

Vale quanto scriveva don Primo Mazzolari nel suo libro “Tu non uccidere”: i profeti hanno sempre qualcosa da dirci. “La non-violenza non va confusa con la non-resistenza. Non-violenza è come dire: «no» alla violenza. È un rifiuto attivo del male, non un’accettazione passiva. La pigrizia, l’indifferenza, la neutralità non trovano posto nella non-violenza, dato che alla violenza non dicono né sì né no. La non-violenza si manifesta nell’impegnarsi a fondo. La non-violenza può dire con Gesù: «Non sono venuto a portare la pace ma la spada». Gli ortodossi lascino perdere Kirill e gli altri loro capi più o meno invischiati nel potere, non si facciano condizionare dalla loro impresentabile storia e ascoltino queste parole: ne trarranno insegnamenti utili.

 

 

 

 

 

Il “santucionismo” vaticano

Il cardinale Joseph Zen, 90 anni, è stato arrestato dalle autorità di Hong Kong, della quale diocesi è stato a lungo vescovo cattolico. Il cardinale è stato fermato ieri sera in relazione al suo ruolo di amministratore del “612 Humanitarian Relief Fund”‘, che ha sostenuto i manifestanti pro-democrazia nel pagamento delle spese legali che dovevano affrontare. Aperto difensore dei diritti democratici a Hong Kong e nella Cina continentale, il cardinale Zen ha spesso assistito alle udienze che vedono imputati politici e attivisti filo-democratici, finiti alla sbarra con l’accusa di aver violato il provvedimento sulla sicurezza nazionale.
Zen è un aperto sostenitore del movimento pro-democrazia.

Salesiano, creato cardinale nel 2006 ha lasciato l’incarico di vescovo di Hong Kong nel 2009, ma ha continuato ad essere nel mirino del governo centrale di Pechino per le sue posizioni in merito al rispetto dei diritti umani e politici in Cina.

A riferire dell’arresto sono stati i media locali, che dopo diverse ore hanno anche fatto sapere che il vescovo è stato rilasciato su cauzione. L’arresto e le accuse restano confermati.

“La Santa Sede ha appreso con preoccupazione la notizia dell’arresto del cardinale Zen e segue con estrema attenzione l’evolversi della situazione”. Lo afferma il direttore della sala stampa vaticana Matteo Bruni. (dal quotidiano Avvenire).

La notizia, mentre la dice lunga sul regime esistente in Cina (una sorta di vomitevole polpettone fra il peggio del sistema comunista e di quello capitalista), suscita grande ammirazione per la Chiesa cattolica capace di testimoniare convintamente la propria fede schierandosi dalla parte della democrazia. Non entro nel delicatissimo discorso della compatibilità fra l’azione della Chiesa cinese sempre al limite del “martirio” e la diplomazia vaticana che tratta col regime cinese per trovare un modus vivendi. Non siamo lontanissimi dalle posizioni di certa Chiesa ortodossa che punta, a tutti i costi, al quieto spadroneggiare con la Russia di Putin. Già questa sarebbe una contraddizione meritevole di parecchia riflessione e revisione, tuttavia per il momento non voglio addentrarmi in questo terreno minato e preferisco virare su un altro fatto.

Sono passati due anni dal decreto emesso dal Vaticano che ha portato all’allontanamento da Bose di Enzo Bianchi e nuovi dettagli svelano come sull’ex priore della Comunità – oggi accasatosi in un nuovo cascinale a pochi chilometri da Bose – la scure della Santa Sede riguardi anche la sua attività di conferenziere in giro per le diocesi italiane. Una lettera del segretario di Stato vaticano Pietro Parolin inviata ai vescovi italiani, datata gennaio 2020 e pubblicata dal Domani, infatti, contiene un invito esplicito a considerare se sia opportuna la presenza di Bianchi nelle iniziative diocesane di formazione e predicazione.

Il decreto con il quale la Santa Sede aveva estromesso Bianchi dalla sua comunità spiegava che “dopo le dimissioni spontanee dalla carica di priore” lo stesso Bianchi “ha mostrato di non aver rinunciato effettivamente al governo, interferendo in diversi modi, continuamente e gravemente sulla conduzione della medesima comunità e determinando una grave divisione nella vita fraterna”. E ancora: “Si è posto al di sopra della regola della comunità e delle esigenze evangeliche da esse richieste, esercitando la propria autorità morale in modo improprio, irrispettoso e sconveniente nei confronti dei fratelli della comunità provocando lo scandalo”. Ma nella sua lettera Parolin va oltre, affermando che “nel tempo intercorso dal Decreto singolare a oggi, sono giunte alla segreteria di Stato ulteriori testimonianze e documentazioni che hanno consentito di avere un quadro complessivo della gestione dell’autorità e dei comportamenti in vari ambiti di Fr. Enzo Bianchi, ancor più grave di quanto già verificato in sede di visita apostolica”. Quali siano esattamente i comportamenti più gravi, tuttavia, non viene specificato.

Di certo la lettera di Parolin non ammette dubbi su cosa pensi il Vaticano sul suo immediato futuro. L’auspicio della Santa Sede sembra essere di un ritiro sostanzialmente eremitico, lontano dall’attività a lungo perseguita di conferenziere stimato dai vescovi e amato da moltissimi fedeli. (così Paolo Rodari su “La Repubblica”).

La Chiesa è bella perché è varia. Da una parte si combatte a favore della democrazia, della giustizia e della pace, dall’altra si tratta col diavolo cinese in nome di una fantomatica “realcatholik”, dall’altra ancora si “scomunica” un autorevole testimone del Vangelo come Enzo Bianchi, emarginandolo dalla comunità e impedendogli di esercitare la sua attività, senza peraltro chiarire le motivazioni di un simile gravissimo provvedimento.

Non capisco questa schizofrenia vaticana e non so fino a qual punto il papa sia coinvolto e responsabile di queste scandalose contraddizioni. Non si può infatti predicare bene all’esterno e razzolare male all’interno della Chiesa. Gesù non ha trattato con Pilato in difesa del suo gruppo di seguaci: se lo avesse fatto avrebbe sicuramente strappato qualche concessione, giocando magari sull’antipatia romana verso l’establishment giudeo. Gesù non ha emarginato e squalificato Pietro e gli altri imbelli apostoli, rei di colpe sicuramente ben più gravi di quelle (presunte) di Enzo Bianchi.

E allora come la mettiamo? È proprio vero che si è portati a fare i bravi ragazzi fuori casa salvo poi sfogarsi malamente all’interno delle mura domestiche. Le persone che si comportano così in dialetto parmigiano vengono definite “santución”, vale a dire falsi devoti, bigotti, ipocriti, baciapile.

Il fatto che la Santa Sede abbia appreso con preoccupazione la notizia dell’arresto del cardinale Zen e segua con estrema attenzione l’evolversi della situazione, non la toglie dall’odore di “santucionismo”. L’accanimento assai poco terapeutico con cui viene trattato Enzo Bianchi è comunque inconcepibile al di là di sue eventuali e mai spiegate manchevolezze e ributta la Chiesa in pieno clima inquisitorio.

So benissimo che l’atteggiamento morbido verso il regime cinese punta al riassetto religioso della Chiesa in quel Paese, a riunificare sostanzialmente le due Chiese cinesi, una fedele a Roma e una che accetta i condizionamenti del regime. C’è sempre un “buon” motivo per scantonare. So benissimo che Enzo Bianchi poteva dare fastidio ed essere un elemento di frizione e di rottura, ma la ricerca e la difesa del quieto vivere non può essere lo stile ecclesiale.

Dice papa Francesco: «Per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna». Sono d’accordo e mi chiedo quindi il perché di tanta preoccupazione verso Enzo Bianchi, il perché di tanta ostinazione nel volerlo zittire.

Quando vedo l’ostracismo delle gerarchie verso cristiani rei di dire e testimoniare la loro opinione mi sovviene il trattamento speciale riservato in quel di Parma a don Luciano Scaccaglia. Riporto al riguardo un episodio come lui stesso me lo ha riferito. Una mattina il vescovo Solmi si precipitò in S. Cristina richiamato dal contenuto di un cartellone esposto davanti alla chiesa. Con toni piuttosto aspri voleva imporre la rimozione della scritta a suo dire sconveniente e scandalosa. Dopo qualche scaramuccia verbale don Luciano chiese al vescovo: «Ma tu conosci l’origine di questa frase? Evidentemente no, altrimenti non me la faresti togliere. Si tratta di un breve stralcio dello storico patto delle catacombe, siglato da alcuni autorevoli padri conciliari a latere del Vaticano II. L’ignoranza è una gran brutta cosa…». «Allora, ripiegò il vescovo in difesa, togli almeno l’incipit di enfatica presentazione…». Don Luciano lo accontentò. Nell’allontanarsi il vescovo, piuttosto innervosito e acido, disse ironicamente a don Luciano: «Ciao…e salutami il tuo amico Ennio Mora…». Questo provocatorio, indiretto ed inopinato saluto mi ha inorgoglito: ero e sono onorato di essere considerato un cristiano trasgressivo.

Se il mio amico don Scaccaglia invitava l’assemblea ad applaudire alla Parola di Dio, apriti o cielo; se si circondava di bambini durante il canone eucaristico, vade retro Satana; se incarnava l’omelia nei fatti della società, della comunità civile e religiosa, faceva propaganda politica; se pubblicava le sue omelie sul settimanale “La voce di Parma”, era roba da scomunica al solo pensiero che questo giornale pubblicasse, all’interno di una gustosa ed intelligente rubrica di gossip, qualche fotografia un po’ osé. Ma il problema consisteva nel fatto che le omelie di don Scaccaglia parlavano troppo dei poveri, degli immigrati, degli ultimi; in esse si denunciavano le ingiustizie, si censuravano certi comportamenti della Chiesa Cattolica, si criticava il regime, non si facevano sconti agli uomini di potere. È sempre la solita storia…che assomiglia molto a quella di Enzo Bianchi.

 

 

 

 

 

 

Il ballo delle scimmie e degli scienziati

Nel suo libro-saggio “Della gentilezza e del coraggio”, Gianrico Carofiglio sostiene che “la semplice impossibilità di confutare un’argomentazione non la rende vera”. Come esempio porta l’accusa di inattendibilità rivolta alla scienza senza portare prove al riguardo se non il generico fatto che “i medici e la scienza si sono sbagliati tante volte e quindi c’è poco da fidarsi”.

Il problema però non è tanto l’atteggiamento scettico al limite del qualunquismo sfoderato dall’uomo della strada (mi ritengo tale a tutti gli effetti), ma il comportamento degli scienziati a livello comunicativo oscillante fra l’ostentata presunzione di detenere la verità assoluta e la logorroica contraddittorietà delle loro analisi offerte in pasto ad una opinione pubblica alla spasmodica ricerca di qualche certezza.

La storia, verificatasi durante la vicenda coronavirus, rispunta, riveduta e scorretta, ai tristi albori del vaiolo delle scimmie. Dalle prime pompose dichiarazioni dei virologi emergono due tendenze: quella autodifensiva, volta a dimostrare come si sapesse tutto da tempo; quella tranquillizzante tesa a calmare le ansie emergenti nella gente.

Se si conosceva il virus, viene spontanea una domanda: siamo sicuri che non si potesse fare qualcosa per prevenire quella che diventerà ben presto una epidemia? La scienza medica – che non è come la non scienza sociologica che consiste nell’elaborazione sistematica dell’ovvio – dovrebbe studiare e prevenire, nei limiti del possibile, le malattie e non limitarsi a chiudere la stalla quando i buoi sono scappati.

Se si intende calmare gli animi surriscaldati delle persone già duramente provate dall’emergenza covid   bisogna chiacchierare poco e dare poche, precise e chiare indicazioni (non dico e non pretendo certezze). È infatti vero che quando si resta scottati (covid) si finisce con l’avere paura anche dell’acqua fredda (ammesso e non concesso che il vaiolo delle scimmie possa essere considerato tale), ma è altrettanto vero che, se ad un soggetto tendenzialmente preoccupato si dice di “stare calmo”, è proprio la volta che quella persona va letteralmente in panico. È inutile perciò che gli esperti continuino col ritornello della situazione sotto controllo, mentre magari in sottofondo vanno in onda immagini di pelle distrutta dalle pustole vaiolose.

Posso essere provocatoriamente drastico? Hanno fatto molto scalpore le coraggiose prese di posizione di Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, sulla guerra in corso fra Russia e Ucraina. Ha avuto parole dure, anche se rispettose, nei confronti del vicesegretario generale della Nato Geoana e dell’ambasciatore Sessa: «Non mi fido e non vi credo». Imito impropriamente Tarquinio, tentandone una versione superba: non mi fido degli scienziati, perché affetti da pavoneggiamento autoreferenziale e politicamente (troppo) corretti.

Non ho ancora sentito una parola chiara e seria sulla vaccinazione di massa contro il vaiolo effettuata fino agli anni ottanta del secolo scorso: funziona ancora o non vale più nemmeno una cicca? Il silenzio mi lascia supporre che le difese immunitarie siano venute meno e che quindi anche gli ultracinquantenni non possano dormire sonni tranquilli. Sarebbe meglio dire almeno un pezzettino di verità. Purtroppo, anche alla luce dell’andamento pandemico del covid, abbiamo tutti la sensazione che la verità ci venga accuratamente e sistematicamente nascosta sotto una valanga di chiacchiere che fanno bene solo a chi le vende.

Avrà certamente ragione Gianrico Carofiglio nel volerci mettere in guardia rispetto “all’arte del complotto”, ma la sete di verità, se non è positivamente e ragionevolmente placata, porta inevitabilmente a temere il complotto delle falsità. Non pretendo l’impossibile, ma che con prudenza, umiltà, rispetto e senza reticenze strumentali si vuoti il pur relativo sacco della verità.