Pessimismo della ragione, ottimismo dell’irresponsabilità

I risultati elettorali delle consultazioni amministrative sembrano fatti apposta per confondere le idee sugli orientamenti politici dei cittadini emergenti dalle urne. La forte connotazione personale delle candidature a sindaco e consigliere, l’inflazione di candidature e liste più o meno civiche, la ormai immancabile presenza di liste civetta in appoggio ai candidati-sindaco, la contestualizzazione localistica per non dire campanilistica della battaglia elettorale, la scarsa partecipazione al voto, l’omertosa tendenza dei candidati a non schierarsi apertamente sul piano politico generale, sono tutti elementi che occultano i veri orientamenti degli elettori coperti da un bailamme di combinazioni rompicapo dove più che mai tutti possono dire di avere vinto o almeno di avere pareggiato in vista della prova d’appello dei ballottaggi, che aggiungeranno ulteriore confusione e disaffezione.

A prima vista sembrerebbe che dalle urne del 12 giugno sia emersa una conferma della tendenza elettorale favorevole al centro-destra: tre importanti comuni hanno brindato alla vittoria al primo turno dei candidati di questa area e anche negli altri comuni le coalizioni di centro-destra hanno prevalso o si sono comunque rivelate competitive laddove le componenti si sono presentate unite. Non sempre però questo è avvenuto e dove il centro-destra si è presentato diviso ha perso: fatto da una parte piuttosto ovvio peraltro in netto contrasto con il celeberrimo motto del “marciare divisi per colpire uniti”, dall’altra sintomo di un malessere strisciante e serpeggiante in un’area politica, che sembra fare fatica a compattarsi a dispetto della storia che ha sempre visto le destre trovare un legame nel potere e le sinistre trovare divisioni nelle ideologie.

La debolezza dei risultati delle liste di partito (soprattutto la Lega), pur controbilanciata dalle sommatorie confortanti dei voti dispersi in mille rivoli ruspanti, conferma che, assimilato ad Atene il centro-sinistra che piange, Sparta non ride più di tanto.

E veniamo al pianto del centro-sinistra riconducibile alla debolezza strategica e tattica di un Partito democratico, che assume sempre più i connotati di un’esperienza politica sostanzialmente finita, allo scioglimento della neve del M5S al sole delle impellenti esigenze di governo centrale e periferico, alla precarietà dei cespugli moderati e pragmatici che non crescono all’ombra dei nodosi alberi post-ideologici.

In questo quadro politico sconfortante si preparano le elezioni del 2023 collocabili in un contesto socio-economico a dir poco sconvolgente. Chi mai riuscirà a proporsi come coalizione credibile di governo? Chi otterrà il consenso necessario a governare? L’incubo delle grandi coalizioni si profila, con o senza Mario Draghi, con o senza salvatori di una vecchia Patria sempre più insalvabile, di una nuova Patria (Europa) sempre meno esistente e di un Mondo indirizzato alla rovina. Ottimismo ci vuole e un bel brindisi con…

Eravamo tre amici che si stavano recando al funerale di un comune amico, senza sapere, se non approssimativamente, come arrivare al luogo delle esequie. Ad un certo punto l’incertezza sul percorso da seguire si fece drammatica: andiamo a destra, disse uno; no, si va a sinistra, disse un altro; forse è meglio tirare diritto aggiunse il terzo, incolpevole autista di una compagnia votata a schiantarsi contro un camion…e a raggiungere il morto, superando lo scoglio della partecipazione al suo funerale.

 

Evviva la borghesia…

Mi lascio andare ad alcune prime bollenti e sconclusionate riflessioni sui risultati delle elezioni comunali di Parma, tenutesi il 12 giugno 2022, giorno liturgicamente dedicato alla Solennità della Santissima Trinità. Posso divertirmi a connettere il sacro col profano? Don Andrea Gallo a commento del mistero della Trinità diceva: “Non mi curo di certe sottigliezze dogmatiche perché mi importa solo una cosa: che Dio sia antifascista!”. Allora bisognerebbe preoccuparsi di dare un voto antifascista. Qui viene il bello…per certi versi in una versione, lo ammetto, un po’ paradossale e semplicistica.

Pur dando atto a mia sorella di essere spietatamente realista nel giudicare gli italiani “ancora fascisti”, la cosa rimane vergognosamente imbarazzante, anche perché, tutto sommato, aveva ragione. La risposta plausibile a tanti problemi l’ho trovata, pensate un po’, nella impietosa analisi, che lei faceva, delle magagne del popolo italiano: siamo rimasti fascisti con tutto quel che segue. Sosteneva, con la sua solita schiettezza e in modo poco aulico ed elegante, ma molto efficace, che gli italiani sono affascinati dall’ «uomo forte». Per Parma si potrebbe dire che i parmigiani, in netta controtendenza col passato antifascista, sono affascinati dalla “città forte”, dal “nulla da salotto”.

Lucia, quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione burocratica, conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del trumpismo, del populismo e del sovranismo. Se è così a livello europeo, Parma, che si picca di essere una città europea, non è da meno.

Sono portato a interpretare l’attuale squallido scenario parmense come una riscossa “perbenisticamente borghese”, guidata a destra da un redivivo Pietro Vignali (vedi Berlusconi, che lo ha appoggiato a tutto spiano, con obiettivi e notevoli riscontri e con ritrovati e incredibili consensi) e a sinistra (si fa per dire…) dal fumoso Michele Guerra (sostenuto da un pateracchio politico-sociale che osano chiamare centro-sinistra). Il tutto benedetto mediaticamente dalla Gazzetta di Parma (chi non muore si rivede…) e bevuto a gola aperta dai parmigiani in cerca spasmodica di visibilità ducale (Parma uber alles: se la gente non ha una casa, se gli immigrati dormono sotto i ponti, se i problemi sommergono la città, chi se ne frega…).

Anche il fascismo, tutti i fascismi, comunque chiamati e interpretati, hanno storicamente avuto l’appoggio decisivo della “borghesia”. Quindi, non voglio esagerare, ma a Parma stiamo rischiando grosso. Ragion per cui occorreva andare alla ricerca di un voto anti-borghese per eccellenza, connotato sullo choc socio-culturale di cui Parma avrebbe bisogno: ho scelto Andrea Bui, per la sua storia personale (la povertà e la solidarietà devono essere vissute in proprio per poter diventare battaglia politica), per la sua schiettezza programmatica al limite della provocazione (vedi il trasporto pubblico gratuito) e per la sua sensibilità in chiave popolare ai temi dell’ambientalismo. Mi ha regalato qualche timida speranza. Il suo risultato, relativamente modesto ma non disprezzabile, da una parte la dice lunga sull’avvolgente riscossa perbenista in atto nella città e dall’altra pone il dubbio  se non fosse il caso di provare una coalizione con i verdi: insieme, in base ad un compromesso ai livelli più alti fra socialità ed ecologia (due facce della stessa medaglia), avrebbero potuto raggiungere un peso politico e rappresentativo molto interessante (un bel sasso nella piccionaia parmense).

Mi sono posto anche il problema del voto di lista che, come noto, può essere disgiunto da quello per il sindaco. Ho provato a puntare sulle persone, ma le migliori candidature a consigliere comunale erano espresse da medici: evidentemente si tenta di coprire la scadente qualità politica con il fascino dei camici bianchi. Secondo me, i medici è meglio che continuino a svolgere la loro professione col massimo della dedizione e lascino stare la politica che non fa per loro: rischiano di trascurare i pazienti per correre al capezzale di una sfuggente città.

Non ho votato Michele Guerra perché “grinfiato” dal pavoneggiante governatore emiliano Stefano Bonaccini, condizionato dai retropensieri carrieristici dell’ondivago sindaco uscente Federico Pizzarotti, gravato dagli equilibrismi di partito, dai salottieri e borghesi opportunismi di tanti ambienti e di tante persone. Per dieci anni saremo probabilmente nelle sue mani…: il volto (il salotto) buono del regime aristocratico e/o borghese di Parma.

Quanto al PD credo stia buttando via tutte le idee per appiattirsi sulla gestione dell’esistente: non si può essere più draghiani di Draghi e più filo-americani di Biden. Penso di essermi spiegato. A livello locale intravedo addirittura il nulla.

Quindi ho votato in fiducia per la lista “Potere al popolo”, in appoggio ad Andrea Bui, pur intravedendo certe ingombranti incrostazioni del passato. Gli ho portato sfortuna: sono un perdente e non posso votare che per i perdenti.

Il secondo round del ballottaggio ci presenterà quindi due borghesie a confronto, quella perdente (per fortuna) rappresentata dal riciclato Pietro Vignali e quella vincente (per combinazione) dello sciccoso Michele Guerra. Mi asterrò per non essere contaminato, guardando Parma sempre più sazia e disperata.

Come si potrà notare la mia “passionaccia” per la politica non muore mai: mi auguro sia un sintomo di vitalità.

 

Abbasso la democrazia…

È presto per dire chi, a livello delle forze politiche, abbia vinto o perso nella mista consultazione elettorale, referendaria e municipale. Una cosa è certa: ha perso il cittadino italiano, che ha votato pochissimo nei referendum sulla giustizia e poco per l’elezione di sindaci e consiglieri comunali.

La gente non crede nella partecipazione al voto, chiede certezze e non sfide, è contraria alla democrazia diretta: il referendum abrogativo in teoria dovrebbe stimolare e invece allontana i cittadini dalle urne; l’elezione diretta dei sindaci – il tanto osannato sistema elettorale, che dovrebbe consentire una scelta immediata – scopre gli altarini di candidature poco politiche, molto civiche e troppo mediatiche.

Indubbiamente sui referendum pesa l’istinto di conservazione del potere, che li devitalizza a priori (forse, se la Corte Costituzionale avesse ammesso il quesito sulla responsabilità civile dei magistrati, la consultazione avrebbe preso una piega diversa), che li esorcizza passandoli nella padella del dimenticatoio, che reagisce come una lumaca all’intromissione dei cittadini: un po’, se mi è consentita una similitudine azzardata, come la gerarchia clericale con i presunti miracoli di apparizioni e lacrimazioni. Questa reazione subdola e burocratica, anziché indurre il potenziale elettore a riappropriarsi di un diritto, lo allontana irrimediabilmente dalle urne, esaltando il peggior qualunquismo possibile e immaginabile. Il referendum si sta rivelando uno strumento di mantenimento dello status quo a dispetto di chi lo brandisce spesso con intenti velleitari e polemici (il discorso non vale sempre e tanto meno per tutti).

Il referendum abrogativo è una cura a cui fare ricorso in casi particolari, è l’estremo rimedio per estremi mali, è un meccanismo democratico da utilizzare con grande senso della misura e della responsabilità. Non sono un patito della democrazia diretta, credo sia solo un’autodifesa del sistema democratico allorquando la rappresentanza perde autorevolezza e capacità di incidenza. Diversamente finisce con l’essere un vero e proprio boomerang (anti)democratico.

La disaffezione cronica per le urne sta diventando un fatto patologico grave ed irreversibile: è pur vero che la democrazia inizia il giorno dopo delle votazioni, ma, se le votazioni vanno sostanzialmente a vuoto, la democrazia rischia di non partire mai. Anche la continua sbornia elettorale non aiuta, ma ritualizza l’evento, riducendolo ad una stucchevole e scontata manfrina. In poche parole, si vota troppo e, come spesso accade, il troppo storpia ed è nemico del giusto. Adesso si comincerà a parlare di riforma elettorale, un modo come un altro per non affrontare il problema.

I referendum andati a vuoto ci riconsegnano, se possibile, una giustizia ancor più chiusa, inefficiente e ingiusta. Mi è capitato di ascoltare qualche superficiale riflessione di persone che non sono andate a votare: ma capirai se io mi devo interessare di robe astruse…se mi devo preoccupare di modificare certe leggi peraltro incomprensibili…se, con tutti i problemi che esistono, devo perdere tempo dietro giudici e politici che non sanno fare il loro mestiere…Perplessità comprensibili.

Attenzione però a non lamentarsi poi se la giustizia non funziona, se i giudici giocano a fare i politici e i politici giocano a fare i giudici, se sulle questioni controverse non si riesce a trovare un giudice che le affronti in modo ragionevole e tempestivo. Forse anche il cittadino dovrebbe imparare a fare faticosamente il proprio mestiere.

 

 

Il balio si sta asciugando

A mio modestissimo parere la riluttanza mattarelliana ad un secondo mandato presidenziale non era tanto dovuta a pur legittimi dubbi costituzionali né a sacrosanti motivi personali, ma a considerazioni squisitamente politiche inerenti alla profonda crisi dei partiti giunta al limite della irreversibilità. Il capo dello Stato l’aveva potuta verificare dando vita correttamente, oserei dire coraggiosamente, a governi dotati di maggioranze parlamentari numericamente necessarie, ma politicamente astruse e incapaci affrontare le problematiche del Paese. Ad un certo punto aveva dovuto prescindere, seppure parzialmente e provvisoriamente, dalla politica in senso stretto per innescare l’operazione Draghi, della serie “è opportuno che vi facciate da parte per un po’ di tempo, poi semmai si vedrà…”.

Mattarella, strada facendo, nell’ultimo anno aveva però colto due indizi gravi, precisi e concordanti, quelli che fanno una prova: da una parte le forze politiche incapaci di darsi una mossa, di autoriformarsi, di riprendere in mano il proprio ruolo; dall’altra il governo Draghi vieppiù inadeguato, per diversi fattori, a fronteggiare e gestire una situazione gravissima.

Il presidente non poteva continuare a tenere tutti a balia, era giunto il momento di metterli, seppure dolorosamente, di fronte alle proprie responsabilità, evitando di continuare a fare da copertura ad una situazione sui generis. La gente capiva che il rischio di gettare in acqua la politica era che questa affogasse, anziché imparare a nuotare e insisteva per la permanenza di Mattarella al Quirinale.

I partiti, tramite i loro parlamentari, hanno constatato di essere totalmente incapaci di svolgere il ruolo a loro affidato dalla Costituzione e quindi sono corsi in fretta e furia sotto la gonna del presidente per un supplemento di cura, mostrando le loro imbarazzanti magagne. Cosa poteva fare Mattarella? Non era il caso di insistere con una terapia choc e quindi occorreva ripiegare su una lunga e morbida degenza all’ospedale quirinalizio. Fuor di metafora, il primario Draghi doveva per forza di cosa continuare nel suo lavoro, pur rischiando di fare la fine di quel direttore di una clinica il quale, quando andava in visita con il solito codazzo, accennava alle diagnosi con i propri pazienti che erano costretti a vedere alle sue spalle gli ampi ed inequivocabili gesti di diniego da parte degli assistenti. Vai a capire se erano sbagliate le diagnosi e le terapie o se erano invidiosi, capricciosi e irresponsabili i medici in corsia. Fatto sta che i partiti-medici si sono messi a cincischiare e a fare di tutto per rendere puzzolenti le piaghe del Paese, lasciando Mattarella solo e disperatamente in attesa del Godot della politica.

Le malattie sono letteralmente esplose nella loro gravità: sul bagnato di una crisi senza precedenti è piovuta una guerra, aggiungendo un diluvio di problemi ai problemi. Il governo si sta rivelando incapace di esprimere una seria e fattiva politica di pace a livello europeo e mondiale, inoltre sta segnando il suo algido distacco dai problemi reali, preso com’è dalle sue tecnocratiche e sistematiche elaborazioni del (quasi) nulla. I partiti e le loro già traballanti coalizioni sono andati letteralmente nel pallone. C’era da aspettarselo. I polli si sono scatenati e hanno cominciato a beccarsi di brutto in una rissa politica senza precedenti. Forse Mattarella rischia di venire sepolto sotto la valanga, il suo ospedale sta andando in tilt ed è costretto a ripiegare su una sorta di minimalismo quirinalizio.

Un mio simpatico amico, ai tempi del Presidente Gronchi, aveva coniato un emblematico soprannome: “Giovanén tajanastor”. Mattarella potrebbe essere risucchiato in un ruolo formale, che non gli si confà e che non merita. Secondo il mio maligno acume lo aveva capito per tempo e intendeva fare, anzi aveva già fatto, trasloco, ma purtroppo la politica si è vendicata e gli sta riservando un trattamento speciale.

E adesso? Non è questione di centro-destra e/o di centro-sinistra, di M5S nelle mani di Conte o Di Maio, di Lega di governo o di lotta, di centro o di ali, non è nemmeno questione di riforma elettorale o di riforma dei regolamenti parlamentari. Il centro-destra sente la nostalgia di Berlusconi: è una triste premessa. Il centro-sinistra fa i conti con Conte: non è una cacofonia, ma un nonsenso politico. Al palio della destra corrono i cavalli di razza, Giorgia Meloni e Matteo Salvini, con la possibilità che vincano i cavalli scossi tendenti al centro.  Nel rodeo pentastellato si misurano Giuseppe Conte e Luigi Di Maio: Grillo sta a guardare andando fuori tempo massimo. Nel cosiddetto centro c’è una zeppa di grandi parole con percentuali di voto da prefisso telefonico. Il partito democratico fa il pesce lettiano nel barile della storia della sinistra.

I partiti politici italiani (almeno alcuni, in particolare quelli in calo di consenso, vale a dire il M5S e la Lega) stanno sfruttando il momento di ansia e incertezza dovuta all’aggressione dell’Ucraina per distinguersi dalla e nella maggioranza, recuperare credibilità, spazio e ruolo, mettendo a rischio il sostegno parlamentare al governo Draghi, strumentalizzando le pur comprensibili e rispettabili divergenze di idee sull’emergenza bellica. La storia insegna che, mentre i dittatori si rafforzano con le guerre, i governi democratici di fronte ad esse vanno in crisi. Pur ammettendo sempre più che non è tutto oro quel poco che luccica nel governo Draghi, sarebbe veramente insensato mettergli, completamente al buio (sempre più buio), i bastoni fra le ruote.

Si può dunque dire che il fuoco della inconsistenza politica covi anche sotto la cenere dell’emergenza bellica (quella pandemica è stata più esorcizzata che risolta). Si continuano a intravedere alla moviola le due ipotesi che giravano in vista dell’elezione del Presidente della Repubblica: una, partitica, di maniera, che mirava ad una presidenza di comodo, di mera sopravvivenza sistemica, quella di Pierferdinando Casini (fortunatamente Dio, e non si è capito bene chi altri, ce ne hanno liberato in tempo); l’altra fatta di protagonismo parlamentare e di consenso democratico e popolare, quella di Sergio Mattarella.

I partiti continuano a oscillare paurosamente fra questi due stili di comportamento, dando un colpo al cerchio del mero tatticismo e un colpo alla botte dei problemi reali. In mezzo sta la “virtù” di un Draghi fine dicitore e inconcludente governante.

Non si può però fare confusione e pensare che il “regime mattarelliano” valga tanto quanto il “sistema casinista”. A Mattarella piace Mina e quindi non si può pensare di cantargli canzonette qualsiasi con parole partitiche e musica pseudo-politica.

È un puttanaio, stupido!

Vladimir Potanin chi è? L’oligarca russo per eccellenza, re del nichel e fedelissimo di Putin, che l’Occidente non può sanzionare. Non è mai entrato nelle liste nere dei Paesi occidentali, che non hanno potuto rischiare un aumento dei prezzi di nichel e palladio, materie prime fondamentali nel settore automotive.

La guerra è stata una maledizione per gli oligarchi russi, ma ce n’è uno che grazie il conflitto è riuscito addirittura ad arricchirsi. Si chiama Vladimir Potanin ed ha in mano il 15% del nichel e il 40% del palladio mondiale. Un potere sconfinato, che gli arriva dalla Norilsk Nickel, l’azienda mineraria della Russia di cui è azionista di maggioranza, e che gli ha permesso di restare immune alle sanzioni dell’Occidente. Il motivo? Nichel e palladio sono materie prime indispensabili per la fabbricazione dei microchip delle automobili. Inserire Potanin nei pacchetti di sanzioni produrrebbe l’aumento del prezzo dei due metalli, che si ripercuoterebbe su tutto il settore automotive e sull’industria dei semiconduttori.

Vladimir Potanin è arrivato ai piani alti partendo dal ministero del Commercio dell’Urss, nel quale è stato funzionario fino al 1990. Oggi è il secondo uomo più ricco di Russia e il suo successo lo deve principalmente a un fatto. Nel 1995 ha costruito il famigerato programma russo «prestiti per azioni», conosciuto pure come «furto del secolo». Già fondatore della Uneximbank, ha guadagnato miliardi in pochi anni, grazie a una collaborazione con il governo. Insieme ad altri multimiliardari finanziò il Cremlino, con la consapevolezza che quei soldi non sarebbero mai più tornati indietro. In cambio però, riuscì ad ottenere il controllo Norilsk Nickel pagandola “solo” 170 milioni di dollari, lo stesso anno in cui l’azienda registrò introiti per 3,3 miliardi di dollari.

 Con Boris Elstin presidente, raggiunse perfino la carica di vicepremier. Poi, con l’arrivo al potere di Putin, giurò fedeltà allo zar e riuscì ad entrare nelle sue grazie. Oggi è uno dei pochi oligarchi ancora ben accettati al Cremlino. Nel 2022 il rapporto tra Putin e Potanin è più saldo che mai. Giocano insieme a hockey e le proprietà del magnate non sono mai state toccate. Anzi, durante la guerra è stato l’alleato economico numero uno della Russia. Mentre gli altri oligarchi (tra cui Abramovich) hanno cominciato a subire i colpi delle sanzioni, Potanin ha sfruttato il suo patrimonio per acquistare partecipazioni nelle principali banche russe, riporta il “Financial Times”.

In questo modo, sta riportando le attività sotto la competenza del governo, in una sorta di lavoro contrario al metodo che l’ha reso uno degli uomini più potenti di Russia. Ha avuto voce in capitolo anche nel caso Tinkov, l’altro multimiliardario costretto dal Cremlino a svendere la sua partecipazione (circa il 35%) nella TCS fintech. La quota è stata ricomprata proprio da Potatin, a un valore pari 3% del suo valore. Dall’inizio della guerra si stima che il suo patrimonio sia cresciuto di circa 10 miliardi.

Ho letto questo interessante articolo sul sito de “Il Messaggero”: la dice lunghissima sul regime russo, ma anche sulla farisaica adozione delle sanzioni quale arma per difendere l’Ucraina dall’invasore. Più passa il tempo e più si comprende come queste sanzioni siano un paravento dietro cui l’Occidente sta penosamente tentando di salvare la propria merdosa faccia di convenienza e non l’Ucraina. Dietro, davanti, sopra e sotto le guerre ci stanno gli interessi economici e non mi si venga a dire che l’incazzatura occidentale è premessa per supportare la legittima difesa degli ucraini: la Russia di Putin si è montata la testa e va ricondotta non tanto alle ragioni dei rapporti internazionale basati sui diritti, ma al rispetto dell’equilibrio degli opachi interessi economici e finanziari.

Ragion per cui le sanzioni trovano un limite non nella comprensione per la cultura, l’arte, e l’economia della incolpevole (?) popolazione russa, ma nella salvaguardia degli assetti economici occidentali. Il macellaio Putin è andato benissimo finché era funzionale al sistema (in un certo periodo si parlò addirittura dell’ingresso della Russia nella Nato); quando si è rivelato per quello che era mentre si faceva finta di non sapere e vedere, è diventato il nemico da abbattere per fare un piacere all’Ucraina (di cui non frega niente a nessuno).

Colpire gli oligarchi per mettere Putin in braghe di tela: sembrerebbe la chiave di volta, l’uovo di Colombo, il modo migliore di agire. Senonché c’è un certo signor Potanin, che non può essere toccato pena mettere in crisi buona parte dell’industria occidentale.

E allora viene prima il diritto dell’Ucraina a difendere i propri confini o il diritto dell’Occidente a difendere i propri interessi? È pur vero che se va in crisi l’economia mondiale, chi potrà mai aiutare gli ucraini. Non facciamo quindi finta di essere umanitari, ma chiariamo di esserli fino a mezzogiorno dopo di che diventiamo spregiudicati difensori dei nostri porci comodi o viceversa.

Diventa sempre più retorica e insopportabile la domanda draghiana del “preferite la pace o i condizionatori accessi per tutta l’estate?”. Andrebbe quanto meno riveduta e corretta in “viene prima l’uovo dell’economia o la gallina dei diritti umani”. Checché si voglia far credere, i tempi e i modi dell’atteggiamento di reazione all’invasione dell’Ucraina sono dettati dall’economia. Ammettiamolo almeno e non facciamo i puristi anti-Putin e pro-Zelensky. In realtà siamo Potaniniani!

Temo che da questo inghippo, culturale prima e più che bellico, non se ne esca vivi. Almeno il nichel di Potanin (forse sarebbe meglio ribattezzarlo Putanin) ci serva a capire in che “puttanaio” viviamo.

 

La fisarmonica di Draghi

“L’attuale contesto internazionale ci interroga profondamente su come sia possibile garantire oggi il bene indivisibile della pace. Le aggressioni ai civili, le devastazioni delle città nel cuore della nostra Europa, pensavamo appartenessero a un passato remoto – osserva il Capo dello Stato. Ma la drammatica cronaca di questi giorni ci ricorda come stabilità e pace non sono garantite per sempre. La pace – ha continuato Mattarella – non si impone da sola ma è frutto della volontà e dell’impegno concreto degli uomini e degli Stati. Una pace basata sul rispetto delle persone e della loro dignità, dei confini territoriali, dello stato di diritto, della sovranità democratica; una pace basata sull’utilizzo della diplomazia come mezzo di risoluzione delle crisi tra Nazioni; una pace basata sul rispetto dei diritti umani”.

Ho raccolto l’invito del Presidente Mattarella, che, in occasione delle celebrazioni (troppo retoriche, troppo militaresche, troppo trionfalistiche) per la festa della Repubblica, ha giustamente collegato il passato con l’inquietante attualità della nostra storia. Mi sono chiesto se effettivamente, come ha sottolineato il Capo dello Stato, “la Repubblica sia impegnata a costruire condizioni di pace e le sue Forze Armate, sulla base dei mandati affidati da Governo e Parlamento, concorrano a questo compito”.

Con tutta la più buona volontà e senza alcun pregiudizio pacifista (il pacifismo lo coltivo nella mia coscienza e tento di attuarlo nella mia esistenza prima di pretenderlo dai governanti) non riesco a trovare questo grande impegno italiano a servizio della pace, di cui Mattarella si fa giustamente auspice.

Vedo il governo italiano allineato e coperto (imprigionato) in uno schema di guerra, preoccupato di svolgere un ruolo protagonistico all’interno di questa logica, mentre io desidererei (forse anche la maggioranza degli italiani lo vorrebbe) un atteggiamento costruttivamente critico pur nel rispetto delle tradizionali alleanze e dell’appartenenza all’Unione Europea. Si può essere democraticamente occidentali senza essere necessariamente e perpetuamente filo-americani; si deve essere europeisti convinti senza bisogno di schiacciare la UE in uno schema di frontale contrapposizione con l’Est-europeo (dopo avere, tra l’altro, flirtato a più non posso col macellaio Putin).

Non capisco quindi il tono pur elegantemente sciorinato dal premier Mario Draghi al termine dei lavori della recente sessione del Consiglio d’Europa: il panegirico delle sanzioni e la fuga in avanti per l’Ucraina da accogliere nella UE. Devo ammettere che mi sono paradossalmente (?) trovato più vicino agli Stati scettici che non all’Italia convinta. In Europa c’è chi parla e chi telefona troppo (Macron), chi tace per la paura di dover aprire scomodi armadi (Merkel), chi dice e disdice in continuazione (Scholz), chi pensa solo ai fatti suoi (Orban), chi media l’impossibile (Von der Leyen). Draghi ha scelto di cucirsi addosso l’immagine di piccola oasi nel deserto. E così sembra pontificare ad intra e soprattutto ad extra.

Le sanzioni sono un’arma a doppio taglio da maneggiare con molta prudenza, perché possono essere un boomerang per l’Ucraina, per gli Stati Europei, per gli Usa (checché ne dica, senza pensarci, il pressapochista Joe Biden), per l’Africa e per il mondo intero. Quasi tutti danno per scontato che si tratti della tattica giusta per isolare Putin e costringerlo a più miti consigli. Mi è sembrato di capire però dagli economisti (pur facendo la sacrosanta tara alle loro previsioni) che l’effetto delle sanzioni, in positivo (?) e in negativo (!), si avrà nel medio e lungo termine: nel frattempo ci dobbiamo rassegnare alla guerra, ai morti, alle distruzioni, alle deportazioni, alle migrazioni, alle macerie sparse in Ucraina? La vulgata sembra questa: una guerra necessaria per salvare la democrazia.

Quanto all’ingresso immediato dell’Ucraina in Europa andrei molto cauto per non regalare a Putin ulteriori appigli tattici e per verificare la democraticità e la capacità della classe dirigente di questo Paese, precipitosamente santificata sull’altare resistenziale: dovremo fornire per lungo tempo massicci aiuti e occorrerà avere qualche precisa garanzia sulla tenuta democratica di chi li gestirà. Faccio un banale esempio: se nelle vicinanze della nostra residenza una famiglia subisce una violenta aggressione in casa propria, mi sembra doveroso intervenire in sua difesa, ma non per questo la dobbiamo ospitare nel nostro condominio o addirittura in casa nostra senza chiarire preventivamente il suo modo di essere e di vivere.

Draghi, nelle sue peregrinazioni mondiali ed europee, mi sembra appiattito (mi auguro più strumentalmente che convintamente) sulla impostazione “bellicista” (chi si permette di obiettare viene etichettato in senso spregiativo come “pacifista”, io mi vendico e definisco “bellicista” chi accetta acriticamente la guerra scaricandone ogni e qualsiasi colpa su Putin). Perché? La sua formazione culturale è filo-americana, la sua esperienza tecnica si è formata nel sistema finanziario capitalistico, la sua sensibilità politica è talmente controllata da fare insorgere seri dubbi. Mi chiedo allora se mi sfugga qualcosa per ignoranza o per atteggiamento ipercritico. Azzardo un malizioso pronostico.  Forse Draghi vuol salvare l’Italia dal baratro dello sfondamento dei bilanci (sempre più inevitabile) e tenta di fare il bis rispetto alle manovre imbastite da capo della Bce. Questa volta non si tratterebbe più di quantitative easing, ma di introdurre i bilanci a fisarmonica.  Fino a pochi mesi fa affermava di voler quadrare il cerchio dei conti pubblici, scommettendo sulla ripresa economica e sulle conseguenti entrate fiscali provenienti da redditi in via di rapido ripristino. Ora che la ripresa si è allontanata non gli resta che puntare sulla propria leadership a livello europeo e mondiale, tutta da implementare e sfruttare ulteriormente: è l’uomo più considerato e blandito.  Speriamo riesca, usando la sua indubbia autorevolezza e il suo tecnocratico charme, a scaricare sul groppone europeo i nostri enormi disavanzi, ad arginare con abilità diabolica gli intenti rigoristi sempre in agguato, rinviando sine die il ritorno al rispetto di certi parametri. Se gli dovesse riuscire, l’esito delle prossime elezioni politiche, su cui i partiti stanno confusamente lavorando, sarebbe scontato. Ora e sempre Mario Draghi.

 

 

 

 

Clerical pride

  • Una bambola a grandezza naturale, travestita da Madonna, con il busto scoperto e pitturato. Una immagine ostentata provocatoriamente sabato scorso nel corteo del Cremona Pride, che ha disturbato e addolorato molti cittadini e che ha indotto il vescovo Antonio Napolioni a scrivere un breve messaggio alla città.

“Raccolgo lo sconcerto di numerosi cittadini, credenti e non credenti, per la presenza di immagini offensive ed evidentemente blasfeme, che non possono avere alcun valore educativo o comunicativo di valori e diritti. Sono gesti che non fanno bene a nessuno, e che feriscono anche i tanti che si stanno impegnando con reciproco rispetto per una società senza discriminazioni”.

“Esprimo il dolore mio e della comunità cristiana – si legge sul sito della diocesi -, nel desiderio di imparare sempre dalla Madre di Dio e dell’umanità uno sguardo di accoglienza, comprensione e riconciliazione verso tutti. La Chiesa cremonese, impegnata in un aperto dialogo sinodale con tante voci ed esperienze delle proprie comunità e della società civile, alimenterà nella preghiera l’ulteriore impegno di annuncio e dialogo, che questi tristi episodi non hanno la forza di intaccare”.

 

  • Dietro ad ogni richiesta di suicidio o di eutanasia, non vi è la conquista di diritti civili, ma la sconfitta di una società che non riesce più a cercare quel “bene che ci accomuna”, divenendo così sempre più incapace a star vicino alle persone e a trasmettere un senso anche in una situazione di difficoltà come quella di un malato che non può muoversi. Ogni vita umana ha un senso. Tuttavia, se manca questo rapporto intimo, di compassione, di amicizia inevitabilmente la vita è difficile da comprendere e le persone possono arrivare a voler morire. Per questo motivo, proprio in virtù del bene comune, non è condivisibile ogni azione che vada contro la vita stessa, anche se liberamente scelta. La strada più convincente è allora quella di un accompagnamento che assuma l’insieme delle molteplici esigenze personali (bio-psico-sociali-spirituali) in queste circostanze così difficili. È necessario chiarire che “inguaribile” non è sinonimo di “incurabile”: anche qualora una persona viva una condizione di malattia inguaribile è sempre possibile continuare a prendersi cura di lei, fino alla fine. È la logica delle cosiddette “cure palliative” che non rappresentano una resa davanti all’ineluttabilità di una malattia irreversibile, bensì un accompagnamento costante della persona malata per arrecare sollievo alle sue sofferenze. Si tratta di continuare a sussurrare al suo cuore: “Tu sei per me importante: la tua vita vale!”». (Francesco Ognibene)

 

Non ho fatto in tempo ad apprezzare la linea editoriale del quotidiano “Avvenire” sul discorso della pace in tempi di guerra e mi trovo spiazzato da due atteggiamenti di stampo “clericaloide”: una sorta di difesa d’ufficio di cui Maria Vergine farebbe tranquillamente a meno e di subdolo dogmatico pronunciamento di cui farebbero volentieri a meno i soggetti tragicamente costretti alla sedazione profonda per il sostanziale diniego del suicidio assistito.

«Quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito» recita un proverbio di discussa origine. Il significato è chiaro: non bisogna fermarsi alla superficie delle cose, degli eventi, ma coglierne la profondità, la verità. La bigotta reazione alla quisquiglia costituita da quattro imbecilli è lo sguardo preferenziale verso il dito piuttosto che l’imbarazzante sguardo alla sacrosanta luna della pacifica protesta per le discriminazioni sessuali. La farisaica compassione di fronte al dolore di chi è sull’orlo della disperazione è il dito dietro cui si nasconde la mancanza di attenzione per una concreta e regolare possibilità di scelta dignitosa di vita/morte.

Indro Montanelli considerava beghe di frati le dissertazioni sulla pillola del giorno dopo, immaginiamoci quelle sulla distinzione fra suicidio assistito e sedazione profonda. È il caso di dire che le beghe clericali non finiscono mai.

La Chiesa deve uscire dagli equivoci: gli omosessuali hanno pieno e totale diritto di cittadinanza nella comunità ecclesiale, senza se e senza ma. È più scandaloso l’esibizione di una immagine della Madonna a seno nudo o scrivere nel Catechismo che ogni atto omosessuale è contrario alla legge naturale ed è sullo stesso piano di pornografia, prostituzione e stupro?

Chi non se la sente più di proseguire la propria vita per clamorosi e drammatici motivi merita di poter fare scelte di amore. Sì, perché anche scegliere di morire, in certi casi è una scelta d’amore. È più scandaloso che una persona in condizioni penose decida dopo diciotto anni di farla finita o negare il funerale religioso a Pier Giorgio Welby che, dopo lunghi anni di tremenda malattia, ottenne di essere staccato dalle macchine che lo tenevano in vita per terminare dignitosamente la sua esistenza (oltre tutto era anche un credente!)? È peggio il suicidio colposo dei disperati o lo stillicidio doloso ai loro danni da parte dei bacchettoni?

Se non erro, l’ultima omelia pronunciata dal mio caro e indimenticabile amico don Luciano Scaccaglia affrontò lo spinoso argomento del rispetto della laicità dello Stato in materia legislativa. Ricordo di avere apostrofato le sue parole, esprimendo un commento alla persona che mi stava accanto: «Un sacerdote con questo coraggio e con una visione così chiaramente evangelica e laica è molto difficile, quasi impossibile, trovarlo». Era una sorta di testamento spirituale, che riporto di seguito: «Quindi tu, Chiesa, non avere paura! Non avere paura dei diversi, anche dei diversi sessualmente parlando: sono una ricchezza e non un pericolo. Non avere paura delle coppie di fatto: il sacramento che le unisce è l’amore. Non avere paura delle coppie omosessuali perché sono segno di amore e non temere se i bambini saranno affidati a queste coppie che hanno la vocazione e l’impegno a livello genitoriale e possono andare ben oltre la procreazione biologica. Non avere paura delle leggi civili laicamente e democraticamente adottate dal Parlamento. Non avere paura del sesso, perché è un grande dono di Dio. Non avere paura degli stranieri, perché Gesù li andava a cercare ed aveva grande fiducia in loro. Non avere paura degli Islamici, perché Gesù non discriminava nessuno in base alla religione. Signore! Aiutaci a non avere paura! Ad andare per le nostre strade con il coraggio dell’amore e non in piazza con la paura del nuovo!».

 

Il br…eferendum

«Faremo ricorso contro l’obbligo di mascherine ai seggi», ha annunciato Matteo Salvini intervenendo alla trasmissione Mattino Cinque. «Ci sono le feste del Milan – ha spiegato – il concerto di Vasco Rossi con 100 mila persone, puoi andare dove vuoi senza mascherine, ma domenica 12 giugno, con 40 gradi, senza mascherine non ti fanno votare. È una follia». E parlando dei referendum sulla giustizia, attacca: «La Rai e alcuni giornali stanno nascondendo i referendum. C’è un clima di censura – dice il leghista – un bavaglio e un furto di democrazia sui referendum sulla giustizia che è una vergogna internazionale».

Non è serio e opportuno rincorrere Matteo Salvini nelle sue scorribande polemiche e provocatorie alla spasmodica ricerca di un consenso che gli si sta sgretolando fra le mani. È una gara a chi la spara più grossa! I rischi possono essere due: o si casca nel tranello di un diversivo rispetto ai veri problemi che purtroppo non mancano oppure si finisce col dargli qualche ragione perché qualcuna l’azzecca e perché è aperto il tiro al piccione in cui Salvini si illude di fare il tiratore, mentre invece finisce col fare la parte del piccione (che attira inevitabilmente qualche simpatia).

La dichiarazione di cui sopra, devo ammetterlo, non fa una grinza. Il discorso della mascherina fa letteralmente “sbudellare” dal ridere. Io continuo ad indossarla regolarmente, ma il tira e molla regolamentare su questo presidio è veramente assurdo e ridicolo. La mascherina protettiva in mezzo ai vari casini finisce con l’essere assimilabile alla pillolina di saccarina nel caffè da parte del diabetico che gozzoviglia a più non posso. Sta diventando una farsa! Rispolverarne l’obbligo in occasione delle prossime consultazioni elettorali amministrative e referendarie fa sorridere: se voleva essere una spinta tranquillizzante a recarsi ai seggi finirà con l’essere un ulteriore motivo per disertarli. Siccome a pensare male ci si indovina e siccome i referendum danno fastidio a lorsignori, non è difficile arrivare a ritenere che la mascherina possa essere l’utile complicazione dell’affare semplice elettorale, finalizzata a indurre i cittadini a mandare tutti a quel paese.

Quanto alla indegna disinformazione televisiva, è veramente una vergogna. La Magistratura e la politica temono l’attacco frontale dei cittadini, che, con il loro voto, possano stendere un atto d’accusa nei confronti di chi male amministra la giustizia e di chi male legifera sulla giustizia. Meglio quindi prevenire, svaccando l’evento referendario, accreditandone l’idea di inutilità, di inopportunità, di inaffidabilità etc. etc. Se è vero che la democrazia non si pratica a colpi di referendum, è ancor più vero che la democrazia non si difende arroccandosi contro i referendum. Se è vero che i referendum sulla giustizia, per la delicatezza e la complessità della materia, possono rappresentare una sorta di elefante che entra nel negozio di cristalleria, è altrettanto vero che chiudere ermeticamente il negozio di cristalleria lo rende fine a se stesso e lontano dalla gente.

Ognuno faccia il proprio mestiere: i media, soprattutto quelli di Stato, informino adeguatamente i cittadini; i politici colgano nella partecipazione della gente al voto referendario un sintomo di “disagio” popolare e di inadeguatezza istituzionale a livello di giustizia; i parlamentari tornino a svolgere il loro compito, vale a dire quello di fare buone leggi, magari di farne meno, ma buone;  i giudici facciano un serio esame di coscienza e non pensino di essere i giusti che condannano i peccatori in base alla loro aristocratica superiorità, ma solo i servitori dello Stato che applicano al meglio le leggi in nome del popolo italiano.

Il referendum sulla giustizia non deve essere per gli elettori un esercizio di assurda tecnica legislativa né il tentativo demagogico e velleitario di sputtanare le istituzioni. Si tratta di un’occasione per esprimersi direttamente su alcune questioni inerenti l’amministrazione della giustizia, poi chi di dovere dovrà cogliere il messaggio per valutarne la portata a livello di realtà legislativa.

L’atteggiamento largamente prevalente del “potere” nei confronti di questi referendum assomiglia molto al padrone di una famosa barzelletta. Durante il lavoro in un cantiere edile si beveva un po’ di vino per bagnarsi la bocca impastata dalla polvere e prosciugata dal sudore. Il capo-mastro bevve un bicchiere ed espresse un giudizio sulla qualità del vino con un brr…: era infatti talmente brusco da mettere i brividi. Rivolto al giovane garzone lo invitò a non bere: il vino infatti poteva essere inadatto al palato giovanile. Al che il garzone non si rassegnò e chiese simpaticamente al padrone di poter fare la sua verifica enologica, bevendo ed eventualmente facendo anche lui il suo eventuale brr… Raccontata in dialetto è molto più incisiva, ma il significato è chiaro.

 

 

I burlesconi non finiscono mai

Il grande giornalista Indro Montanelli adottava un criterio sbrigativo per giudicare le persone, in modo particolare i politici: “guardategli la faccia…”. Si attaglia perfettamente a quella di Boris Johnson, il premier britannico. Mia sorella non ha fatto in tempo a visionarlo, ma sono sicuro che, se fosse ancora in vita, non esiterebbe a sentenziare: «Che facia da stuppid!». Siccome, se e quando uno è stupido, lo è sempre, Johnson non si lascia sfuggire l’occasione. Sembra che se ne siano accorti persino i suoi colleghi di Partito, i conservatori britannici. Evidentemente a loro non è bastata la faccia: se ne sono accorti in conseguenza del comportamento tenuto dal premier durante l’emergenza covid.

Boris Johnson (Bojo per amici e nemici) ha strappato il rinnovo della fiducia nella consultazione a scrutinio segreto sulla sua leadership in seno al Partito Conservatore (da cui dipende la poltrona di primo ministro britannico) innescata dalla rivolta di una parte del gruppo di maggioranza in seguito allo scandalo Partygate. Il risultato, reso noto dal presidente del Comitato 1922, l’organismo interno incaricato di sovrintendere le rese dei conti in casa Tory, ha sancito 211 voti a favore di BoJo, ma ben 148 contrari: una spaccatura che lo indebolisce e potrebbe non bastare a blindarlo nel prossimo futuro. La maggioranza richiesta era 180.

In caso di sfiducia avrebbe dovuto passare la mano a un successore interno alla forza di maggioranza da eleggere in una consultazione separata e poi lasciare a questo (o questa) anche la poltrona di premier. Boris Johnson si è salvato dal voto di sfiducia contro la sua leadership in seno al Partito conservatore britannico e può per il momento restare sulla poltrona di primo ministro, ma ha pagato dazio fra i deputati della propria maggioranza per i malumori crescenti innescati dal cosiddetto Partygate, lo scandalo dei ritrovi organizzati a Downing Street fra il 2020 e il 2021 in violazione delle restrizioni anti-Covid imposte all’epoca dal governo a milioni di britannici: scandalo che lo ha poi visto multato in prima persona dalla polizia e che sta penalizzando duramente i Tories nei sondaggi come nei test elettorali di questi mesi.

«Quello che vogliamo fare è usare questo momento, che credo sia decisivo e conclusivo, per andare avanti con la nostra agenda», ha detto Johnson mostrando di non avere nessuna preoccupazione per i 148 deputati tories, il 40% del partito, che ha votato contro di lui. La conferma della fiducia significa per Johnson che si può chiudere la pagina del Partygate per concentrarci «su quello che dobbiamo fare per aiutare la gente con il costo della vita, per mantenere le strade e le comunità più sicure» (vedi il quotidiano La Stampa).

Sotto-sotto speravo che gli inglesi avessero un rigurgito di dignità. Pensavo e speravo: più che il dolor per la politica insensata potrà il digiuno dai principi di onorabilità. Invece non è bastata la presa per i fondelli perpetrata nei confronti dei cittadini con i festini proibiti. Johnson per il momento rimane in sella e può continuare a fare cose assai più gravi dei party a Downing Street: dopo essersi affrancato dall’Unione Europea si diverte a fare il battitore libero vincendo la gara internazionale del più guerrafondaio dei premier.

Fino a ieri nel mondo anglo-sassone le teste dei politici cadevano al primo stormir di fronde scandalistiche a livello di morale privata. Johnson ha sfatato anche questa pur bigotta tradizione. Forse lo ha salvato la guerra, un totem intoccabile nella mentalità, nella storia e nella tradizione della Gran Bretagna, assieme all’altra pessima ed irritante tradizione della monarchia (la reggia di Platino non poteva essere disturbata dalla sfiducia al premier: tra chiacchierati ci si intende a meraviglia).

Bill Emmott, l’ex direttore dell’Economist ha affermato: “Boris Johnson si paragona a Churchill ma è un mix tra Trump e Berlusconi. Il dissenso nei Tories è a livelli mai visti. Londra è guidata da un leader incompetente, un problema anche per l’Ue”.

Se non erro, il giorno del primo sciagurato successo politico-elettorale di Silvio Berlusconi, l’Economist uscì in prima pagina con un titolone rivolto agli italiani: “Burlesconi”. Sono passati molti anni e siamo ancora lì. Nella mia (?) Parma corre per diventare primo cittadino un candidato impresentabile, un certo Pietro Vignali già sindaco della città, sul cui passato è meglio stendere un velo pietoso, il quale sembra stia raccogliendo grandi consensi ripresentandosi sostanzialmente come l’uomo di Berlusconi a livello economico e mediatico. Eravamo, siamo e saremo dei burlesconi: a Parma, in Italia, in Gran Bretagna e nel mondo intero.

 

Quando la sinistra è in vacanza

Il 02 giugno scorso è apparso sul quotidiano “Il Manifesto”, a firma Luca Kocci, un articolo che riporta un fatto ammirevole, riguardante le attuali posizioni di papa Francesco in materia di guerra con tutto ciò che ne consegue. Lo riporto integralmente. Non ha avuto la rilevanza che meritava anche perché siamo giunti al punto in cui si muore culturalmente anche solo al parlar male della guerra e dei guerrafondai

«Se c’è Minniti, allora non vado io». Dopo tre mesi si scopre il motivo per cui papa Francesco, oltre alla «gonalgia acuta» al ginocchio che già lo tormentava, ha deciso di non partecipare all’incontro finale fra vescovi e sindaci del Mediterraneo, che si è svolto a Firenze domenica 27 febbraio: la presenza dell’ex ministro degli Interni Marco Minniti, definito da Bergoglio senza mezzi termini «criminale di guerra» – visto il suo attuale impegno come presidente della Fondazione “Med-Or”, creatura di Leonardo spa, la principale azienda armiera italiana – nonché “padre” degli accordi fra Italia e Libia che consentono di respingere i migranti nei «campi di concentramento» allestiti nel Paese nordafricano.

IL MANIFESTO a suo tempo (01 marzo) aveva riferito l’ipotesi – sebbene con qualche dubbio – che papa Francesco avesse disertato l’incontro di Firenze sì per il problema al ginocchio, ma anche per la partecipazione di Minniti. Una presenza fra l’altro duramente contestata anche dall’associazionismo antirazzista e pacifista e dal mondo cattolico di base: «Riteniamo che la presenza di Minniti sia fortemente in contrasto con le aspettative delle realtà sociali, laiche o religiose, che operano in difesa della dignità delle persone», avevano scritto allora in una lettera appello.

ORA LA CONFERMA che Francesco non sia andato a Firenze anche per evitare di ritrovarsi accanto all’ex ministro degli Interni arriva dal blog di informazione vaticana Silere non possum, una fonte ben introdotta nei Sacri palazzi e non sospetta di simpatie per Bergoglio, anzi espressione di quel mondo curiale conservatore che non perde occasione di criticare il pontefice quando assume posizioni giudicate troppo liberal.

Il blog racconta uno scambio avvenuto lo scorso 23 maggio, durante il colloquio a parte chiuse fra il papa e i vescovi italiani, all’inizio dell’assemblea generale della Cei. Monsignor Derio Olivero, vescovo di Pinerolo che a Firenze era presente, chiede a Bergoglio come mai abbia rinunciato a partecipare all’incontro. Il papa risponde che i medici gli avevano sconsigliato di andare e poi aggiunge – secondo il racconto di Silere non possum – che era stato avvisato che «all’incontro erano presenti delle persone, fra cui Marco Minniti, che erano implicati nell’industria delle armi e pertanto “era meglio che il papa non partecipasse”».

SENTENDOSI evidentemente chiamato in causa, interviene il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze prossimo al pensionamento, il quale dice al papa che è stato «informato male, perché c’erano due convegni, quello dei vescovi e quello dei sindaci (organizzato dal sindaco Dario Nardella, ndr). Ci siamo uniti solo successivamente, l’ultimo giorno». Una giustificazione inconsistente per Bergoglio, che replica stizzito: «No, tu puoi continuare a dire quello che vuoi, a me hanno detto che c’erano questi signori invitati, c’era anche Minniti». E ancora: «Mi hanno fatto vedere quando erano al ministero quali leggi hanno fatto, sono dei criminali di guerra e ho visto anche i campi di concentramento in Libia dove tenevano questa gente che loro hanno respinto!».

E infatti papa Francesco non solo non è andato a Firenze, ma non si è collegato in streaming per tenere il proprio discorso ai vescovi e ai sindaci riuniti insieme al presidente della Repubblica Mattarella nel salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, non ha mandato un proprio delegato e non ha rivolto nemmeno un saluto durante l’Angelus domenicale, regolarmente guidato da Francesco in piazza San Pietro.

Davanti all’atteggiamento papale riportato in questo articolo, soprattutto nel punto che rivela la stizza di Bergoglio nei confronti del solito atteggiamento clericale a voler smussare gli angoli, mi sono sinceramente commosso. Il papa è veramente coraggioso, è l’unico personaggio che dice spietatamente la verità. Leggendo, ad un certo punto, da uomo e da cattolico, sono quasi scoppiato a piangere: Francesco ha veramente solo il Vangelo come fonte della sua azione pastorale.

Quanto a Minniti, l’ho recentemente visto in due talk show e non mi è piaciuto per niente con quell’aria da comunista riveduto e scorretto, venduto al capitalismo più bieco. Forse sono dotato di un sesto senso: dove non arrivo io arriva papa Francesco. Evidentemente è un gran brutto vezzo degli uomini di sinistra (?) buttarsi, dopo le loro esperienze politiche, in avventure più o meno coinvolgenti di carattere imprenditoriale a supporto di interessi a dir poco discutibili se non addirittura equivoci.

Il caso di Minniti è niente in confronto di quello, ben più clamoroso, di Gerhard Schroeder, un politico tedesco, che ha ricoperto la carica di Cancelliere della Germania dal 1998 al 2005. Alcuni mesi dopo la fine del mandato politico, ha accettato la nomina di Gazprom ed è stato nominato presidente del consiglio di Rosneft, società russa operante nel settore petrolifero e del gas naturale, e del comitato degli azionisti di Nord Stream 2, il controverso gasdotto russo-tedesco costruito anche da Gazprom.

Non so quali siano gli attuali rapporti di Marco Minniti col Partito Democratico: una cosa è certa, se mi rimaneva qualche residua spinta a votare per questo partito, se ne è andata definitivamente (anche se in politica mai dire mai). Mi dispiace per alcuni amici, che in assoluta buona fede, tentano di spiegarmi che il PD è morto per il freddo ai piedi provocato da Letta: semmai sta morendo per il tradimento di troppi Giuda in giro per l’Italia e per il mondo.

Ho potuto verificare anche di persona come i sindacalisti prestati all’imprenditoria abbiano atteggiamenti da fare invidia ai più tosti padroni del vapore; probabilmente il discorso vale anche per i politici di sinistra, che non esitano a buttarsi nella mischia economica senza troppi scrupoli, che si convertono con estrema facilità al capitalismo assai poco morbido e generoso, che rinnegano le posizioni più trasgressive passando ad atteggiamenti e comportamenti acquiescenti verso le logiche di potere.

Il mio disappunto verso il Partito Democratico è dovuto al fatto che i suoi esponenti, al di fuori di poche e apprezzabilissime eccezioni, stanno rinnegando il miglior patrimonio valoriale proveniente dalle culture cattolica e socialista. L’obiettivo di questo partito al suo nascere era proprio quello di sintetizzare queste virtuose anime culturali e politiche: questa doveva essere la cosiddetta fusione a caldo, che non è affatto riuscita mettendo insieme a freddo le “acque sporche” e gettando via “i bambini”.

La guerra sta facendo emergere tutte le contraddizioni, fra queste purtroppo c’è quella di certi partiti appartenenti alla sinistra, che rimangono impigliati nella logica guerrafondaia e appiattiti sugli schemi bellicisti camuffati da difesa dei deboli costituzionalmente ammissibile (vedi anche la dotta recente intervista di Giuliano Amato nella sua qualità di presidente della Corte Costituzionale: meno male che non è diventato Capo dello Stato). I socialdemocratici svedesi sono stati eletti in Parlamento su posizioni di politica estera improntare allo storico neutralismo: ebbene si sono utilitaristicamente e semplicisticamente convertiti alla Nato alla faccia della loro tradizione, della loro storia e dei consensi popolari ottenuti fino ad ora.

A Minniti, durante un recente talk-show in cui faceva sfoggio di alta acrobazia occidentalista, è stato rinfacciato il passato comunista con gli scheletri nell’armadio di Ungheria, Cecoslovacchia etc. etc. Forse non è giusto arrivare a tanto, ma questi signori, che sono andati ben al di là dell’ombrello Nato di invenzione berlingueriana, se lo meritano.

Una ulteriore breve riflessione sulla Chiesa. Tempo fa un alto ed anziano dirigente comunista giustificò i clamorosi errori del Pci, nascondendosi dietro una assurda similitudine con la Chiesa: anche i papi, disse, hanno sbagliato di grosso, e non per questo i cattolici hanno abiurato alla loro fede… Se la Chiesa, in passato, sul discorso della guerra e della pace è andata a rimorchio dei poteri forti, oggi finalmente ha il coraggio dell’intransigenza evangelica. La politica, anche purtroppo quella di sinistra è tuttora invece ancorata agli schemi di guerra. Non ne posso più di questa minestra scaldata: ci mancava solo Enrico Letta…