Le giaculatorie e le bestemmie anti-abortiste

La Corte Suprema Usa, con un pronunciamento storico, ha revocato la sentenza Roe vs Wade del 1973 che aveva legalizzato l’aborto. La decisione lascia liberi gli Stati di vietare l’interruzione di gravidanza. “La Costituzione non conferisce il diritto all’aborto” si legge nella sentenza, che ribadisce che “l’autorità di regolare l’aborto torna al popolo ed ai rappresentanti eletti”. La decisione è stata presa da una Corte divisa, con 6 voti a favore e 3 contrari: i tre giudici liberal Stephen Breyer, Sonia Sotomayor e Elena Kagan hanno votato contro.

Il presidente Joe Biden è intervenuto con un discorso alla nazione definendo la sentenza “un tragico errore” frutto di una “ideologia estrema”. E ha lanciato un appello a Capitol Hill perché trasformi in legge federale la sentenza Roe vs Wade. Ammettendo però che al Congresso non ci sono i numeri per farlo, ha invitato gli elettori a mobilitarsi al voto di novembre per eleggere rappresentanti democratici. “Ci saranno conseguenze reali e immediate” ha aggiunto, osservando che in alcuni Stati entreranno in vigore immediatamente leggi che vietano l’aborto. “Se una donna vive in uno Stato che vieta l’aborto, la sentenza della Corte Suprema non le vieta di recarsi in uno Stato che lo permette. E non vieta ai medici di questo stato di assisterla” ha aggiunto. Donald Trump ha commentato la sentenza affermando: “Questa è una decisione di Dio”.

Non ho mai capito i toni trionfalistici con cui si celebra il diritto di abortire e non capisco quelli con cui si festeggia la messa in discussione del diritto delle donne ad abortire. Il discorso è di una delicatezza estrema e va affrontato non a colpi di sentenza, ma con tutta la serietà che merita.

Don Andrea Gallo così rispondeva a chi gli chiedeva la sua opinione sull’aborto: «Sta’ a sentire, non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una povera donna che si è scoperta incinta, è stata picchiata dal suo sfruttatore per farla abortire o se mi arriva una poveretta reduce da uno stupro, sai cosa faccio? Io, prete, le accompagno all’ospedale per un aborto terapeutico: doloroso e inevitabile. Le regole sono una cosa, la realtà spesso un’altra. Mi sono spiegato?».

Alcuni anni or sono, quando andavo a fare visita ad una mia carissima cugina, ricoverata all’ospedale maggiore di Parma in stato di coma vegetativo, mi capitava di imbattermi all’entrata in un gruppetto di donne che recitavano ostentatamente il rosario in riparazione dei peccati riconducibili all’aborto. Mi davano un senso di tristezza e di pochezza. Per non mancare loro di rispetto frenavo l’impulso di interrogarle provocatoriamente: «Ma voi cosa sareste disposte a fare per una donna sull’orlo dell’aborto? Avreste il coraggio di ospitarla in casa vostra? Avreste la generosità di sostenerla economicamente in modo continuativo? Avreste la forza di aiutarla umanamente ad una scelta così difficile rispettandone la sofferta decisione?». Cito ancora a senso don Andrea Gallo: «Con una ragazza incinta, sola, magari una giovane prostituta, cerco di portare avanti il discorso del rispetto della vita, faccio tutto il possibile, ma se lei non se la sente, se non riesce ad accettare questa gravidanza, cosa devo fare?».

Non mi sento di ritenere sbrigativamente l’aborto un diritto assoluto, che riguarda solo ed esclusivamente la donna: “L’utero è mio e lo gestisco io”. Questo non è un modo per valorizzare la donna, ma per isolarla rispetto ai suoi problemi. Non mi nascondo nemmeno dietro i principi, perché, se così facessimo in tutto e per tutto, saremmo tutti spacciati.  Il discorso va affrontato a tutti i livelli in modo da evitare l’aborto: è un dolorosissimo ripiego, un estremo rimedio, che può essere inevitabile, ma che non rappresenta certo una risposta positiva.

Non accetto il dogmatismo brandito dalla Chiesa, immaginiamoci se posso accettare quello blasfemo di Donald Trump. “Misericordia voglio e non sacrificio”. L’aborto non è un atto demoniaco da esorcizzare, ma nemmeno una conquista di civiltà. Le leggi devono laicamente tentare di difendere la vita di tutti: non è facile e non lo si fa certamente coi tira e molla della Corte Suprema Usa che scarica il barile sui singoli Stati dell’Unione, sulle scelte elettorali della gente e sull’opportunismo dei furbi e dei ricchi.

Il resto sta nella coscienza degli individui e nella carità cristiana a tutto tondo. Papa Francesco ha detto in occasione dell’Anno Santo della Misericordia: «Ho deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono».

 

Le piaghe puzzolenti e i medici “ballottaggianti”

In questi giorni ho avuto modo di confrontarmi separatamente con due amici di idem sentire sulla situazione globale del nostro mondo. Il più anziano dei due mi ha saggiamente e pessimisticamente consigliato di rassegnarmi ad un andazzo fuori dalla nostra portata valoriale e generazionale: cerchiamo di chiudere la nostra testimonianza esistenziale nel migliore dei modi senza illuderci di poter influire sugli andamenti che vanno oltre il raggio della nostra mente e del nostro cuore. L’altro mi ha spinto ed assecondato in un’analisi (quasi) apocalittica del susseguirsi delle piaghe, che ci stanno sconvolgendo, da cui si esce disorientati e sconfortati.

Il motivo di fondo dell’imbarazzo non sta tanto nella gravità delle ferite inferte all’umanità in questo incredibile periodo storico, ma nell’assenza, a tutti i livelli, di medici adeguati alla diagnosi e cura di queste malattie esplosive. In poche parole non si sa a chi fare riferimento per uscire dal tunnel in cui siamo sempre più drammaticamente infilati: le disgrazie si accumulano, si sovrappongono, si collegano in un crescendo di cui non si intravede la via d’uscita. Mi riferisco alle pandemie che si susseguono, alle guerre che scoppiano a ciliegia, ai disastri ambientali che si stanno profilando, alle carestie che ci sconvolgono, alle crisi economiche che mettono in discussione il nostro modo di lavorare, produrre e consumare, ai fenomeni migratori che stanno cambiando la demografia mondiale, alle mine vaganti di conflitti sociali devastanti.

A fronte di tutto ciò si tende a chiudersi nel proprio guscio egoistico, magari contando gli anni che più o meno restano da vivere, oppure si prova a trovare il bandolo della matassa che più aggrovigliata di così non potrebbe essere, l’ago nel pagliaio del casino totale. Chi cerca trova e io, cerca oggi cerca domani, qualcosa ho trovato: la totale inadeguatezza delle classi dirigenti a governare le situazioni emergenti. Per dirla in parole povere e brutali, siamo in mano a nessuno: si salvano solo papa Francesco e Sergio Mattarella, che, manco a farlo apposta, sono materialmente depotenziati anche se carismaticamente rinforzati.

Volete due eloquenti esempi tratti dalla più becera attualità politica? Parto dal livello nazionale: davanti alle enormi responsabilità di affrontare la sanguinosa escalation della guerra russo-ucraina, una delle tante ciliegie a cui si faceva prima riferimento, non si trova meglio da fare che scatenare risse politiche da cortile per tirare l’acqua al proprio mulino partitico, nascondendosi ipocritamente dietro questioni etico-umanitarie. Per essere esplicito: dell’enorme e delicatissimo problema delle armi da produrre per la propria difesa (?) o per la difesa (?) degli aggrediti non si fa un esame di coscienza prima che di geopolitica, ma il pretesto per regolamenti di conti (nel caso sarebbe meglio dire di Conte), ridicolmente tragici nella loro pochezza di visuale esistenziale. Sia ben chiaro: non mi scandalizzo affatto del dubbio atroce se inviare armi all’Ucraina, ma dell’uso delinquenziale che si sta facendo di questo dubbio, mettendolo artificiosamente e strumentalmente alla base di astrusi calcoli politici, di perversi assetti correntizi e di penose spartizioni pseudo-elettorali.

Passo all’altro esempio di livello locale: dal ballottaggio tra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte si passa a quello nostrano fra Michele Guerra e Pietro Vignali.

Mia nonna Ermina cadeva in un clamoroso e simpatico strafalcione. Per dire in dialetto “borotalco” sciorinava un incredibile e buffo termine: “balotàg”. Ebbene, la storia le sta dando ragione: il ballottaggio per le recenti elezioni amministrative parmensi ha creato agli elettori un disagio tale da essere curato con robuste applicazioni di gazzettiero borotalco. Ogni e qualsiasi prurito del nuovo è stato arginato con massicce dosi di talco profumato alla menta della finta polemica.

Davanti alla città di Parma, sazia e disperata nella sua insana difesa ducale, ci si è esercitati in un’affannosa ricerca della pagliuzza nell’occhio del “ballottaggiante” avversario piuttosto che prendere atto della trave del proprio occhio ripiegato sul nulla programmatico (voler fare di tutto un po’ significa non fare niente). Da una parte si vuole dimostrare, imbastendo una masochistica arringa autodifensiva fuori tempo e fuori storia, che l’amministrazione Vignali morì per il freddo dei piedi causato da una pur precipitosa invadenza giudiziaria e per una errata, opinionistica e bussolottistica lettura dei bilanci del Comune; dall’altra si vuole nascondere la contraddittorietà e pochezza della più recente esperienza amministrativa, presentandosi agli elettori con un fregoliano, scombinato, raffazzonato e riciclato centro-sinistra, che di sinistra non riesce a spiaccicare nemmeno una mezza-parola.

E io dovrei attenzionare le scorribande parlamentari di personaggi in cerca d’autore e le polemiche di candidati-sindaco in cerca del nulla? Ma fatemi il piacere…Non so se abbia ragione il mio primo interlocutore di cui sopra a consigliarmi la resa culturale o il secondo a incoraggiarmi a vivere comunque il mio tempo. Hanno ragione entrambi, mentre purtroppo hanno torto marcio, solo per stare ai due esempi proposti, i Di Maio, i Conte, i Vignali, i Guerra etc. etc.

 

Uno sbrigativo ventilabro per l’aia della politica parmense

Sul settimanale “La voce di Parma” è apparsa un’analisi delle recenti consultazioni amministrative cittadine a dir poco disincantata, sconfinante nello scioccante o addirittura nello scandalistico. Ad un condivisibile articolo sulle minestre scaldate parmensi fa seguito un servizio sulla politica a luci rosse (forse sarebbe meglio dire luci psichedeliche, ma non è il caso di sottilizzare)) , che pesca impietosamente nel torbido di vicende passate, prendendo da esse la respinta per affrontare aspetti spiacevolmente inquietanti e sarcasticamente piccanti del presente, costringendo il lettore ad entrare sul terreno improprio, ma non per questo impraticabile, della moralità coniugata con l’accesso allo svolgimento di cariche pubbliche, come appunto quella di sindaco della città.

Ho iniziato nel lontano 2009 la collaborazione con questo giornale, che è stata da me interrotta dopo diversi anni per motivi riguardanti proprio un uso esagerato, accanito e scandalistico della verità, stile peraltro coraggioso ed ammirevole – in una città che tende a coprire tutte le magagne sotto il velo omertoso dei media locali – finché però non diventi  una sorta di ansia da “retroscenismo” a tutti i costi ed ancor meno da “puntiglio” di vedere sempre, comunque e dovunque il lato sporco della situazione. Di cose scorrette ce ne sono già tante, è giusto portarle allo scoperto, ma senza cattiveria, senza compiacimento, senza sbrigative illazioni e senza forzature. Ammetto come non sia facile trovare la misura tra la necessità di squarciare la cappa perbenistica di una città, che uno scrittore non esitò a definire provocatoriamente “nazista”, e le doverose serietà ed obiettività di cronaca.

Ricordo di avere fin dall’inizio timidamente eccepito sul pesante taglio che il direttore Fabrizio Castellini – lo considero uomo coraggiosamente fuori dagli asfissianti e fuorvianti schemi ducali, al quale peraltro debbo riconoscenza e amicizia per l’ospitalità e l’accoglienza riservatemi – usava e usa negli attacchi alle persone investite di incarichi pubblici. Allora era sotto battuta Pietro Vignali sindaco dell’epoca.

Mi rispose con un’argomentazione oserei dire “costituzionale”. Disse: “Un cittadino qualsiasi ha diritto di andare a letto con chi vuole, di assumere droghe, di fare i propri porci comodi…Io non ho niente da dire. Ma se questa persona amministra la mia città o riveste comunque funzioni di interesse pubblico non mi sta per niente bene. Esigo correttezza anche nella vita privata, in quanto la vita privata finisce con lo scantonare inevitabilmente in quella pubblica e viceversa”. Al di là di un certo discutibile accanimento tutt’altro che terapeutico, il discorso non fa una grinza. Non è un caso se chi scrisse la Costituzione Italiana chiese che le funzioni pubbliche venissero assolte “con onore”. Recentemente un mio carissimo amico impegnato in politica, interpellato per le vie breve, sul curriculum sentimental-sessuale di Michele Guerra, candidato in odore di assai probabile sindacatura decennale, ha risposto laconicamente che “se ci mettiamo su questo piano non ne usciamo vivi”. Lui infatti nei giudizi e nei rapporti con i politici non ha mai mescolato vita pubblica e privata, dimostrando una correttezza esemplare. Anch’io, come noto, non sono affatto un bigotto e un intransigente moralista e non sono solito distrarmi col gossip a luci più o meno rosse. Ciò non toglie che un po’ più di moralità pubblica e…privata non farebbe male, ne avremmo tutti da guadagnare. Non oso giudicare nessuno, ma certe cose non mi fanno piacere, perché purtroppo non sono irrilevanti.

Il direttore Castellini torna a chiamare in causa mia sorella Lucia, per fortuna con toni leali e positivi: venne tirata per i capelli dentro una vicenda spiacevole riguardante la sindacatura di Elvio Ubaldi, pagando di persona per la propria correttezza umana e politica, a dimostrazione che l’immoralità privata scantona (quasi sempre) in un miscuglio esplosivo di ricatti e vendette a spese della collettività. Non posso dire che il “sacrificio” di Lucia venga ricordato a sproposito, al contrario penso che meriti rispetto e ammirazione: rappresentava una ventata di aria fresca e pulita in un ambiente talora inquinato anche da situazioni scabrose. In riferimento a mia sorella preferisco però ricordare quanto mi disse il bravo giornalista Antonio Mascolo alla sua morte: “Con lei è morta una persona che sapeva rappresentare e interpretare la vita della gente, in particolare quella schietta e semplice dell’Oltretorrente”. Forse se ne sente più che mai la mancanza.

Per la consultazione elettorale che stiamo vivendo, alle considerazioni sullo squallore qualitativo emergente dalla politica locale, sulla pochezza dei contenuti che si intravedono, si devono purtroppo aggiungere quelle di cui sopra, fatte peraltro con “par iudicio candidatorum”, senza cattiveria, ma gridando comunque “pulizia”.

 

 

 

 

Le armi come da copione

Ho seguito con una certa attenzione, più viscerale che mentale (devo ammetterlo), il dibattito parlamentare sulle dichiarazioni di Mario Draghi in vista della sua partecipazione al Consiglio d’Europa: mi associo al giudizio di Massimo Cacciari che lo ha definito “penoso”. Era in ballo, volenti o nolenti, la linea di politica estera italiana.

Lasciamo perdere il fatto che fosse influenzato dal regolamento di conti voluto da Conte e/o Di Maio in casa grillina: che il maggior partito sia allo sfacelo non dovrebbe suscitare ilarità o sollievo, ma preoccupazione. Proprio il già citato Massimo Cacciari, agli albori del movimentismo pentastellato, aveva profetizzato come dietro l’affascinante e travolgente “vaffanculeggiamento” di Beppe Grillo non ci fosse niente. La previsione si è avverata: Conte e Di Maio altro non sono che un tentativo mal riuscito di riempire il vuoto. Solo Enrico Letta si ostina a non prenderne atto.

Al di là della crisi grillina, peraltro goffamente motivata con un rigurgito di dignità e vitalità parlamentari, si è constatata una distanza incolmabile esistente tra la classe politica e le aspettative della gente. È pur vero che la nostra è una repubblica parlamentare, ma ciò non significa che il parlamento se ne debba fregare altamente degli umori di un Paese affogato nei problemi. I cittadini non sono d’accordo sulla linea politica del governo in materia bellica: è evidente. E allora che senso ha fugare ogni e qualsiasi dubbio alzando la posta in gioco e nascondendosi dietro l’assoluta fedeltà alla Nato? Che senso ha appiattirsi su un nominalistico europeismo di facciata lasciando che l’agenda bellicista la dettino gli Usa? Che senso ha fare della retorica occidentalista in un mondo di cui l’Occidente non può più essere l’ombelico? Che senso ha schierarsi con Davide, mandandogli scorte sempre più consistenti di fionde e sperando che possano bastare a prevalere su Golia?

A livello istituzionale non è il parlamento che determina l’indirizzo del governo, ma è il governo che detta il compito al Parlamento (lo ha affermato con una bella provocazione il capo-gruppo leghista al Senato). Anziché scandalizzarsi per le pur pretestuose avance contiane, non era meglio togliere al M5S la parte in commedia per fare una seria ed articolata analisi critica della situazione? Invece, tutto bene quel che sta finendo male. Possibile che nessun parlamentare esprima seri dubbi di coscienza per una escalation militare vissuta come giusta ed inevitabile?

Possibile che il partito democratico non riesca a fare altro che il ventriloquo del governo e l’acritico difensore della governabilità draghiana? È pur vero che questo partito non possa e voglia rispondere più ai canoni tradizionali della sinistra, ma allora cosa sta diventando? Un partito di quasi sinistra che guarda al centro? Il partito della contiguità più che della continuità occidentale?

Si sta profilando uno strano panorama politico in cui la destra vuol fagocitare il centro alla sua portata di mano e la sinistra invece pure. Forse ha ragione Cacciari quando sostiene che il Pd è il partito che funziona nei rapporti internazionali con le altre potenze occidentali. Un partito sostanzialmente conservatore, aggiungo io, che lucra sulla conventio ad excludendum europea nei confronti di Giorgia Meloni.

Due parole su Mario Draghi: ha incassato un voto a larga maggioranza su una risoluzione che dice tutto e niente, che parla di iniziative di de-escalation militare e maggiore coinvolgimento delle Camere, ma che conferma le cessioni di forniture militari a Kiev. È uscito rafforzato o indebolito da questa penosa prova parlamentare? In oltre un anno di presidenza del Consiglio non gli ho mai sentito dire una parola col cuore: un’intelligenza tecnico-burocratica prestata alla non politica. Qualcuno lo considera come una sorta di ripiego di lusso, di meglio ad evitare il peggio. Quando mi permisi di tifare per lui, non avevo una simile idea: pensavo che potesse prendere la politica per mano, invece la sta prendendo per il naso.

Quel treno per Kiev

Il viaggio di Draghi, Macron e Scholz in Ucraina ha avuto più il sapore di un pellegrinaggio che di una missione politico-diplomatica. Probabilmente è servito a ricompattare la linea dei Paesi a più forte impatto europeo anche se ha finito con lo scavalcare le istituzioni della Ue ridotte a colabrodo. Speravo che comunque potesse servire a sbloccare la rigida posizione di Zelensky, ma sembra che il presidente ucraino abbia risposto picche rinviando l’apertura di negoziati con la Russia ad un futuro piuttosto lontano.

Possibile, mi sono chiesto, che, a fronte di aiuti umanitari notevoli, di ulteriori forniture di armi, di offerta dello status di Paese richiedente l’entrata in Europa (una sorta di anticamera lunga ma comunque promettente), di sostegno nella impegnativa opera di ricostruzione del Paese distrutto, non siano riusciti ad ammorbidire l’atteggiamento ucraino rigidamente attestato sul fronte di una pur eroica resistenza?

Può darsi che l’ufficialità non corrisponda in tutto alla realtà: me lo auguro. Finita questa mission impossible, la Nato si è affrettata a ribadire che si tratterà di una lunga guerra in cui guai a defilarsi e a non appoggiare fino in fondo l’Ucraina. Potrebbe essere il contentino politico per un rallentamento diplomatico dello scontro. Zelensky ha ribadito che occorre attendere l’esito della controffensiva ai reiterati attacchi russi. Potrebbe essere l’incoraggiamento a resistere ulteriormente per l’esercito e il popolo ucraini probabilmente stremati.

Le trattative vere e proprie si svolgono sotto traccia al punto che la storia insegna come in certi casi gli eserciti abbiano continuato a combattere nonostante il quasi raggiungimento di accordi di cessate il fuoco. Si tratta dei misteri della guerra, facile da far scoppiare, difficilissima da fermare.

Io non condivido la deriva bellicista spacciata per inevitabile difesa di un popolo aggredito. Ascolto e condivido pienamente il pensiero di papa Bergoglio, che, in una intervista rilasciata ai direttori delle riviste della Compagnia di Gesù, si è così espresso in merito alla necessità di comunicare correttamente la situazione bellica che si sta vivendo in Ucraina: «Dobbiamo allontanarci dal normale schema di “Cappuccetto rosso”: Cappuccetto rosso era buona e il lupo era cattivo. Qui non ci sono buoni e cattivi metafisici, in modo astratto. Sta emergendo qualcosa di globale, con elementi che sono molto intrecciati tra di loro. Un paio di mesi prima dell’inizio della guerra ho incontrato un capo di Stato, un uomo saggio, che parla poco, davvero molto saggio. E dopo aver parlato delle cose di cui voleva parlare, mi ha detto che era molto preoccupato per come si sta muovendo la Nato. Gli ho chiesto perché e mi ha risposto: “Stanno abbaiando alle porte della Russia. E non capiscono che i russi sono imperiali e non permettono a nessuna potenza straniera di avvicinarsi a loro”. Ha concluso: “La situazione potrebbe portare alla guerra”. Questa era la sua opinione. Il 24 febbraio è iniziata la guerra. Quel capo di Stato ha saputo leggere i segni di quel che stava avvenendo. Quello che stiamo vedendo è la brutalità e la ferocia con cui questa guerra viene portata avanti dalle truppe, generalmente mercenarie, utilizzate dai russi. E i russi, in realtà, preferiscono mandare avanti ceceni, siriani, mercenari. Ma il pericolo è che vediamo solo questo, che è mostruoso, e non vediamo l’intero dramma che si sta svolgendo dietro questa guerra, che è stata forse in qualche modo o provocata o non impedita. E registro l’interesse di testare e vendere armi. È molto triste, ma in fondo è proprio questo a essere in gioco».

Qualcuno sostiene che papa Francesco non abbia senso politico a differenza di parecchi suoi predecessori. Cosa si intende per senso politico? Lasciare l’Ucraina al proprio martirio in nome del famigerato discorso dell’armiamoci e partite? Dare per scontate le guerre facendole risalire all’istinto di Caino? Ritenere che a volte siano il male minore, un prezzo da pagare per tenere in equilibrio il mondo?

Non ho sentito in questo periodo nessun governante fare discorsi di pace e visto nessuna mossa effettiva verso la ricerca della pace. Forse solo Sergio Mattarella ha espresso qualche timida avance di questo tipo: ha l’innegabile sensibilità che lo rende veramente credibile e la consapevolezza di rappresentare un popolo, che, pur con tanti difetti, non ne vuol più sapere di guerre. Sarà lui il capo di Stato a cui fa riferimento il papa? Troppo bello per essere vero! Io quasi quasi prendo il treno e vado da Bergoglio e Mattarella. Infatti il treno dei desideri nei miei pensieri all’incontrario va…rispetto a quello di Draghi, Macron e Scholz.

 

Denti avvelenati e denti devitalizzati

In questi giorni la politica italiana più che nei soliti Palazzi sembra trovare la sede opportuna in un gabinetto odontoiatrico nella cui anticamere stazionano due strani pazienti: Giuseppe Conte col suo dente avvelenato nei confronti di Mario Draghi, colpevole di essere il suo successore a palazzo Chigi, e Luigi Di Maio col suo dente devitalizzato verso Maro Draghi, meritevole di averlo scelto e sopportato alla Farnesina.

Nel movimento cinque stelle in primo piano c’è questo scontro molto personale e poco politico, maldestramente presentato come un conflitto tra due strategie movimentiste e strumentalmente motivato dalla posizione governativa italiana sulla guerra russo-ucraina. Questioni di per sé piuttosto rilevanti se non fossero brandite come clave in un penoso duello all’ultimo sangue, che certifica la sostanziale fine di un’esperienza politica deludente per i tanti italiani caduti nella trappola grillina.

Entrambi i contendenti non sono in grado di recuperare ed aggiornare lo spirito del “vaffanculismo grillino”, che rimane una simpatica (?) e storica trovata a livello di distrazione di massa. Giuseppe Conte ha costituito in passato la versione in doppiopetto governativo del M5S e ora si erge a contestatore degli equilibri persino internazionali, indossando i panni di un improbabile post-rivoluzionario rispetto ad una rivoluzione miseramente fallita. Luigi Di Maio superato e bruciato leader pentastellato sta ripiegando su un taglio di mera sopravvivenza personale all’ombra di Mario Draghi in uno spudorato autoriciclaggio di stampo opportunistico.

In una grossolana bagarre pseudo-pacifista si scontrano due linee diverse nell’atteggiamento da tenere sulle armi all’Ucraina. Come se i cinque stelle non volessero inviare armi a Zelensky per utilizzarle nella guerra al loro interno. Devo ammettere come non abbia tutti i torti Conte nel ritenere insensata la politica italiana così appiattita sulla strategia (?) Nato e sulla assenza europea riempita con estemporanee scorribande e discutibili fughe in avanti, che lasciano il tempo che trovano. Ma l’arma delle non armi va brandita con pacifista senso dello Stato, altrimenti diventa un velleitario ed infantile diversivo; sta succedendo proprio così, laddove il no all’ulteriore invio di armi all’Ucraina nasconde una irrefrenabile voglia di ricuperare visibilità e consenso, assestando colpi al governo di sempre più scarsa unità nazionale.

Anche Di Maio non ha tutti i torti nel mettersi filo-governativamente di traverso nei confronti di questa deriva anti-governativa innescata da Giuseppe Conte: uno gioca a nascondino e l’altro a mosca cieca. In realtà dei morti e dei feriti conseguenti alla guerra non frega niente a nessuno. Resta la realtà di un movimento politico in camera di rianimazione, mentre sullo sfondo prosegue la rovinosa valanga che si sta abbattendo sul mondo. Non la fermerà sicuramente Giuseppe Conte coi suoi finti scrupoli etici, non la fermerà a maggior ragione Luigi Di Maio coi suoi atteggiamenti da statista in erba.

Draghi se ne frega altamente delle beghe grilline (non so dargli torto), ma non riesce a incidere minimamente sulla via della pace (non riesco a dargli ragione). Enrico Letta sta tentando di imbastire un flirt con uno sfuggente e gracile interlocutore, lasciando ad esso il compito di giocherellare su questioni che sarebbero di sua auspicabile competenza. Siamo in un teatrino di periferia dove va in scena la politica ridotta a recita, mentre nel vero teatro infuria la guerra, piovono bombe, distruzione, miseria e carestia.

Un’Europa ai minimi storici

Una lunghezza standard per le banane, un diametro minimo ai piselli e un angolo di curvatura ineludibile dei cetrioli. La normativa Ue in agricoltura si esprime anche con vette di analiticità sulla messa in commercio dei prodotti che sfiorano il grottesco. Ne risulta un’enorme quantità di direttive e regolamenti per la tutela della sicurezza alimentare, che stabiliscono criteri e rigide norme di commercializzazione dei prodotti del settore agro-alimentare in ambito comunitario. Sfiorando un linguaggio al limite della decenza, quando si parla delle definizioni relative alla qualità e alla calibrazione dei prodotti. Le norme comunitarie spaziano, infatti, dalla lunghezza della banana che non può essere inferiore ai 14 centimetri ma con un diametro di almeno 27 millimetri, alla freschezza e turgore dei cavolfiori e dei carciofi, passando per la lunghezza del gambo dei carciofi che non può essere inferiore ai 10 centimetri, fino a definire la durata della vita del cappone, che non può essere inferiore a 77 giorni per la Commissione.

Temo che il lupo europeo perda il pelo, ma non il vizio. Se i lavoratori europei aspettano un serio riconoscimento dei loro diritti dai burocrati di Bruxelles stanno freschi. Ammetto che non sia facile stabilire un salario minimo per chi lavora in Europa, di qui a varare delle direttive teoricamente inutili e praticamente inapplicabili passa una bella differenza.

Mia sorella lasciava perdere gli schemi politici tradizionali, che, a livello europeo, servono a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi…

La direttiva europea in via di emanazione si limita a regolamentare le procedure per assicurare l’adeguatezza dei salari minimi in quei Paesi dove già esistono mentre, in quelli dove non c’è ancora un salario minimo, la direttiva ha lo scopo di promuovere la contrattazione collettiva al fine di arrivare ad avere una legge che contempli un salario dignitoso per tutti i lavoratori. Tra i punti della proposta c’è anche quello di legare i salari all’inflazione o al costo di un paniere di prodotti, ma saranno i singoli stati membri che ancora non hanno un salario minimo a doverne fissarne uno adeguato in base a precisi criteri numerici.

In pratica un bel niente! Sembra l’elogio della politica che sfiora i problemi per lasciarli a chi li ha. Sarebbe ora di finirla. Anche perché la Ue rischia di diventare un alibi per gli Stati inadempienti e un paravento per quelli refrattari. I pionieri dell’Europa Unita si scaravolteranno nella tomba, mentre i cittadini europei soffrono direttive assai poco dritte e molto tortuose. Staremo a vedere il prosieguo della vicenda. Siamo solo agli inizi. Chi male incomincia è alla fine dell’opera che non cambia niente.

 

 

Pietro Vignali, il tenero agnello sacrificale

Quando è spuntata la candidatura a sindaco di Parma di Pietro Vignali, ho pensato a una fake news, non credevo infatti che la politica fosse ridotta così male. Non lo dico per disistima nei confronti dell’ex sindaco, che ha avuto una sua storia per la quale non è giusto né infierire né dimenticare, ma adottare il giusto rispetto verso la persona e verso la vicenda politico-amministrativa. Mentre capivo la sua ansia di riabilitazione personale non riuscivo a comprendere il disegno politico sottostante.

Poi ho cominciato a cogliere una certa audience verso questa paradossale ricandidatura, mi sembrava di intravedere una sorta di rivincita della solita Parma alla ricerca di una Maria Luigia qualsiasi, che facesse un po’ di fumo senza preoccuparsi dell’arrosto.

Ad un cero punto è spuntato l’appoggio sbracato di Silvio Berlusconi e allora ho visto concretizzarsi il solito disegno di asservimento della politica ai poteri forti: il canto di due cigni, musica per le orecchie di lor signori e dei parmigiani che non vogliono sentire altro.

La campagna elettorale sembrava confermare queste impressioni: la candidatura andava forte anche per le patetiche pompate gazzettiere. I sondaggi davano conto di una corsa contro il tempo, che tuttavia dava qualche illusione di relativo successo.

Poi si è rotto qualcosa di importante: la Lega ha fatto finta di appoggiare Vignali a livello di vertice, ma i leghisti duri e puri non sono andati a votare; Forza Italia ha battuto un colpo che non tutti hanno sentito; Fratelli d’Italia ha preso seriamente le distanze presentando una propria candidatura. Pietro Vignali è rimasto col cerino acceso in mano.

A babbo morto mi è giunta all’orecchio, da fonte attendibilissima, la voce secondo la quale il vero ispiratore della candidatura vignaliana sarebbe stato nientepopodimeno che Gianni Letta, l’eminenza grigia berlusconiana, e allora la sorpresa è aumentata. Evidentemente doveva esserci sotto un disegno politico: probabilmente la voglia di assestare un colpo al velleitarismo salviniano al fine di recuperare la centralità forzista all’interno dello schieramento di centro-destra. Parma poteva essere il caso emblematico per un simile tentativo di riequilibrio. In effetti Salvini sta rischiando grosso, stretto da una parte dall’offensiva meloniana e dall’altra parte dalla frenata berlusconiana.

Senonché Pietro Vignali ci ha lasciato le penne, è stato sacrificato sull’altare berlusconiano, lo hanno, in un certo senso, mandato allo sbaraglio e quindi posso capire il suo palpabile sconcerto umano e politico. I poteri forti parmensi non avranno alcuna difficoltà a riciclarsi nello sbiadito campo di Michele Guerra, mentre i berlusconiani di ferro continueranno a coltivare i loro sogni di ritorno alla gloria.

Se devo essere sincero, dal punto di vista squisitamente umano mi dispiace, ma la politica, come si sa, è spietata e non guarda in faccia a nessuno. Vignali aveva in cuor suo tanta voglia di riscossa giudiziaria (era uscito dai guai peraltro senza infamia e senza lode), tanto desiderio di riprendere umanamente quota dopo vicissitudini personali piuttosto sofferte, tanta spinta a rientrare nei giochi politici abbandonati in fretta e furia dieci anni fa, pagando per tutti e per tutti gli errori di una stagione politica dissennata. Non gli resta che puntare sulle sue ritrovate risorse umane, lasciando andare la politica che evidentemente non fa per lui.

Ricordo di averlo incontrato dieci anni or sono quando la sua posizione di amministratore pubblico stava traballando di brutto: eravamo in un vialetto dell’ex ospedale Rasori dove suo padre stava agonizzando. Gli strinsi la mano, chiedendogli se si ricordava di me e degli attacchi politici che direttamente o indirettamente non gli avevo mai risparmiato a livello giornalistico. Lui mi rispose affermativamente senza alcun risentimento. Mi permisi di consigliargli di lasciare perdere lo scontro politico per dedicarsi agli affetti famigliari così duramente messi alla prova (il legame con il padre che stava morendo ed al quale lui era molto affezionato). Convenne con me. Il resto è storia che è tornata inopinatamente di moda. Se avessi modo di incontrarlo gli riformulerei analogo consiglio.

Mi fermo perché la mia solita vocazione a stare dalla parte dei perdenti, la mia simpatia per chi soffre a qualsiasi titolo, la mia umana comprensione verso chi sbaglia, mi rendono simpatico Pietro Vignali. Non vado oltre perché rischierei di votare per lui al ballottaggio: tra la mnéstra scaldäda äd Vignäli e il niént da sén’na äd Guéra ghé pòch da stär a tävla.

 

La politica ridotta a ghiacciolo

Il dizionario della lingua italiana così definisce il civismo: “Osservanza delle norme del vivere civile, dettata dal rispetto per i diritti altrui e dalla consapevolezza dei propri doveri”. Applicato alla politica il termine assume un carattere di richiamo della stessa ad avere quale presupposto fondamentale il rispetto delle regole del vivere civile.

La presenza di liste civiche a livello di competizione elettorale dovrebbe suonare come provocazione ai partiti, ritenuti incapaci di assolvere al loro compito di rappresentanza democratica dei cittadini e delle loro istanze.

Le forze politiche hanno trovato il modo di giubilare questo discorso, facendosi promotrici esse stesse di liste civiche fiancheggiatrici, che stanno diventando veri e propri specchietti per le allodole: non c’è candidato sindaco che si rispetti che non abbia una o più liste civiche di appoggio, magari intestate alla propria persona. C’è da perderci la testa in mezzo ad un profluvio di slogan civici prestati alla politica.

Non è una cosa seria. Non si tratta di strumenti di partecipazione, ma di mezzucci per accalappiare consensi per interposta lista. Cosa fa un politico in dissenso con il proprio partito? Promuove una lista civica per rompere i coglioni al partito stesso. Cosa fa un candidato per allargare i suoi consensi al di fuori del partito di sua provenienza? Incoraggia la nascita di liste fiancheggiatrici, che buttino fumo negli occhi agli elettori.

Assistiamo al progressivo fenomeno del personalismo in politica, che nulla ha da spartire col leaderismo, anzi ne è proprio la negazione. Il vero leader trova riconoscimento e investitura all’interno del partito o del movimento, il personaggio è una creatura che viene catapultata nell’agone politico in base a criteri mediatici a prescindere da storia, identità, cultura e coerenza.

L’inflazione porta inevitabilmente alla svalutazione della moneta, l’abuso delle liste civiche porta allo snaturamento della politica ridotta a macchina del consenso. Vengo al caso concreto del comune di Parma e della sua attuale bagarre elettorale. L’esempio più calzante è quello di Dario Costi, candidato civico appoggiato da quattro liste civiche: civiltà parmigiana, un progetto di comunità con Dario Costi sindaco, ora con Dario Costi sindaco, generazione Parma. Si tratta di un’abile manovra che finge di avere solo scopi civili e sociali per essere in realtà una proposta politica bella e buona al di fuori e al di sopra dei partiti. Roba peraltro vecchia come il cucco. Non conosco Dario Costi, non conosco i promotori delle liste che lo hanno sostenuto, ho presente soltanto civiltà parmigiana di ubaldiana memoria.

Ho bisogno di vedere oltre la faccia, di andare oltre le etichette, di capire cosa c’è dietro, non mi può bastare una generica alternativa agli schemi partitici, non posso giudicare chi non si mette in grado di essere giudicato: la politica è un discorso molto serio e complesso che non accetta facili scorciatoie.

A margine dello spoglio elettorale, allorquando si stava configurando una discreta affermazione di questa candidatura che ha ottenuto un 13-14% dei voti, Dario Costi si è presentato ai microfoni di 12 Tv Parma succhiando un ghiacciolo e ostentando tale succhiata per tutto il tempo dell’intervista: forse voleva dare un presuntuoso schiaffo sberleffeggiante alla politica e ha finito per mancare di buona educazione, senza accorgersi che la sua consistenza politica si scioglieva assieme al ghiacciolo. Il civismo che si è morso la coda. Mi pare l’impietosa fotografia della volpe che rinuncia all’uva ripiegando sulla leccata di qualche graspo rosso. Se questo è il civismo, lunga vita ai partiti. Appuntamento alla prossima occasione da (non) perdere.

I sogni fuori dal cassetto

L’equilibrio dell’amore borghese vigente in quel di Parma si sta rivelando robusto, ma imperfetto. Due crepe nel muro sono apparse evidenti alla luce dei risultati elettorali. A destra una parte dell’elettorato non ha digerito la candidatura di Pietro Vignali, imposta dall’alto e decisamente anacronistica, ed ha reagito con l’astensione (Lega e una parte di Forza Italia) o con la proposizione di candidature alternative (Fratelli d’Italia con Priamo Bocchi e scissionisti forzisti con Giampaolo Lavagetto). Ne è uscito un Vignali riveduto e bastonato dal suo stesso elettorato di riferimento. Si è avuta una sorta di scatto d’orgoglio da parte degli elettori “puri e duri” che hanno reagito ad un’operazione verticistica decisamente sbagliata da tutti i punti di vista.

Anche a sinistra, pur con un risultato numericamente positivo, sono emerse le contraddizioni, consistenti soprattutto nella scelta della parte più spinta dell’elettorato, che ha preferito orientarsi sulle candidature del verde Ottolini e del deciso e radicale Bui.

In poche e brutali parole la borghesia pigliatutto ha dovuto piegarsi di fronte ai desiderata di consistenti fette elettorali in libera uscita rispetto agli schemi tradizionali ed onnicomprensivi. Mi sembrano queste le due novità contro corrente, che dovrebbero far riflettere il vincente Guerra e il perdente Vignali. Mentre il secondo starà tentando di raccattare le micche di una imprevista debacle, il primo dovrebbe tentare un recupero politicamente intelligente di una fascia elettorale politicamente scontrosa ma programmaticamente ricca di contenuti.

Sono poco interessato ai frettolosi eventuali restauri in casa centro-destra, mi intrigherebbe parecchio invece un’apertura, seppure tardiva, di dialogo di Michele Guerra con quell’8% dell’elettorato (seimila voti circa) che da sinistra non lo ha votato, ritenendolo non sufficientemente aperto sui problemi sociali ed ecologici.

Qualcuno mi fa presente come Guerra non avrebbe alcun interesse a riaprire una partita già stravinta, a muovere del freddo per il letto già scaldato a dovere dal suo 44 o 45%, a rimettere in discussione i raggiunti equilibri col PD ed i suoi maggiorenti regionali, con lo scalpitante sindaco uscente Pizzarotti che non sta più nella pelle dalla voglia di candidarsi alle prossime lezioni politiche nelle file del PD, con i salotti buoni della sinistra (?) parmense, con i poteri forti ben disposti nei suoi confronti.

Discorso pragmaticamente ineccepibile, ma la politica non è la matematica ma un’arte, gli accordi non si fanno al mercato ma sul campo, dove i problemi non mancano e i conflitti sociali possono comunque disturbare il manovratore.

Non mi scandalizzerei quindi di vedere un’apertura di credito da parte di Michele Guerra ai recalcitranti nemici/amici della sinistra portatrice di istanze che il Pd ha perso colpevolmente per strada. Non ci sarebbe niente di strano se a questa sinistra dura e pura venisse offerto un assessore alla pace di estrazione pacifista e un paio di assessorati fortemente connotati sulle problematiche sociali (casa) ed ambientali. Anche l’elettorato più restio potrebbe ritrovare motivi di sbocco politico altrimenti preclusi dal frigorifero in cui verrebbero relegati i non pochi voti di contestazione all’imborghesimento del centro-sinistra.

Per l’estrema sinistra sarebbe un modo dignitoso e coerente per uscire dal massimalismo, dall’utopismo fragile e dal sociologismo datato e da certe pericolose incrostazioni storiche, per avere spazi di partecipazione da giocare sempre in chiave critica ma costruttiva; per i verdi l’occasione per abbandonare la genericità dell’ecologismo della domenica per trasferirlo nelle scelte quotidiane dell’amministrazione pubblica e dei cittadini amministrati.

Forse sto farneticando, forse sto sognando, forse ho le idee un po’ confuse. Può darsi, ma meglio sognare problematicamente a sinistra che dormire sonni tranquilli sprofondati nella melassa conformista e perbenista.