Fermate il mondo…dobbiamo scendere

Ho recentemente conversato con un carissimo amico, il quale mi invitava a riflettere sul momento storico che stiamo vivendo: una impressionante e infinita sequela di cataclismi di carattere ecologico si sta abbattendo su di noi, che fatichiamo a renderci conto dell’enormità delle cause e delle conseguenze. L’aria e l’acqua, vale a dire gli elementi fondamentali della nostra esistenza materiale sono messi in discussione da un progressivo inarrestabile inquinamento che, a sua volta, provoca sovvertimento degli equilibri naturali e cambiamenti climatici. Alla siccità sta facendo seguito lo scioglimento dei ghiacciai: una perversa spirale che ci sta investendo.

In parallelo, ma non senza collegamenti strutturali, le epidemie mettono a soqquadro il nostro modo di vivere e precarizzano ulteriormente la nostra già fragile vita. La guerra aggiunge la ciliegiona sulla torta, che ci viene servita sul piatto d’argento della contemporaneità.

La morale della favola è che abbiamo costruito un mondo che non regge e viene messo in discussione da questi eventi catastrofici, che abbiamo volutamente esorcizzato fino al momento in cui hanno inesorabilmente dilagato.

Purtroppo a fronte di queste sconvolgenti novità (?) non riusciamo a elaborare nemmeno uno straccio di seria reazione: l’unica preoccupazione è quella di difendere il nostro sistema economico dai contraccolpi, senza capire che, così facendo, perpetuiamo le cause dei fenomeni apocalittici che si ripresenteranno a irregolare ma breve scadenza.

Faccio un esempio: come abbiamo governato la pandemia da covid 19? Facendo finta che fosse in via di rapida estinzione per lasciare spazio alla ripresa economica innescata dall’industria delle vacanze, sfruttando peraltro l’ansia psicologica del ritorno alla più fasulla delle normalità. E il virus si ripresenta “più bello e più superbo che pria”, mentre noi rimaniamo con un palmo di naso a pensare scriteriatamente a consumare le vacanze.

I governanti di tutte le specie e di tutti i livelli non sono in grado di mutare i meccanismi della società, perché il farlo richiederebbe la proposizione ai governati di enormi ed immediati sacrifici a fronte di benefici lontani ed incerti nel tempo. Bisognerebbe avere il coraggio di riprogrammare il mondo!

Volete un altro esempio? Introdurre schemi di pace nella consolidata economia di guerra comporterebbe autentiche rivoluzioni i cui effetti sono facilmente immaginabili: riconversioni produttive a non finire creerebbero distruzioni e macerie aggiuntive rispetto a quelle causate dai conflitti armati.

E chi potrebbe mai affrontare queste emergenze che stanno diventando vera e propria normalità? Coloro che il “sistema” ha messo a capo delle nazioni? Quanti sono insediati a difesa dello status quo? I gendarmi del mondo presente? Domande drammaticamente retoriche.

L’unica via di salvezza è un coraggioso e lento avvio di una macchina completamente nuova, che nessuno sa costruire e nessuno sa guidare. Quindi ci limitiamo a contare i danni ed a sperare che il futuro non sia così brutto come si può facilmente immaginare.  Non so se i cambiamenti debbano partire dall’alto o dal basso, so che non si può rimanere a guardare imprecando alla malasorte. Chi governa deve avere il coraggio di prospettare i sacrifici impegnandosi almeno a renderli compatibili con la sopravvivenza. Chi è governato deve accettarli (quasi) a scatola chiusa per provare a verificare sulla propria pelle che un altro mondo sia possibile.

A ben pensarci si tratta di innescare un virtuoso meccanismo educativo come quello introdotto dal Vangelo e mirabilmente illustrato da Gianfranco Ravasi: “l’amore di Dio modellato su quello di un padre nei confronti del proprio figlio. Il ragazzo spesso non riesce a capire il comportamento del genitore che gli nega ciò che egli ritiene un bene immediato. In realtà il padre vede più avanti rispetto al figlio e non gli può mai fare del male, anche a costo di opporgli un diniego che il giovane non comprende e accoglie con amarezza”. Nella fase storica in cui viviamo al padre manca però il carisma per rendersi credibile e al figlio manca il senso critico dell’ubbidienza per diventare protagonista positivo. Dove andremo a finire?

E la chiamano politica

È chiarissimo e indiscutibile che il governo Draghi, a prescindere dalle sue effettive qualità e dai suoi concreti risultati, non abbia alternative, certamente fino alla prossima scadenza elettorale, ma probabilmente anche dopo e fino a data da destinarsi.

La politica politicante, almeno nelle intenzioni di Sergio Mattarella, avrebbe dovuto approfittare di questa lunga pausa per una seria riflessione sul suo modo d’essere, che, a giudicare dall’affluenza alle urne, non piace proprio agli italiani. Invece non sta andando così, anzi sta esattamente avvenendo il contrario: la pausa è diventata sempre più una sorta di allenamento parallelo e fuorviante, che non c’entra niente con i problemi, ma tenta disperatamente di impostare un regolamento di conti fra i partiti e all’interno dei partiti.

Il caso più evidente e fastidioso è quello dei cinquestelle impegnati non tanto a verificare se il governo Draghi stia facendo gli interessi dell’Italia (fin qui si tratterebbe di una sacrosanta verifica), ma se appoggiare il governo sia conveniente per le prospettive elettorali del movimento. Marco Travaglio, che si è ritagliato il ruolo di loro mentore politico, li provoca e li istiga ad uscire da una compagine governativa che li starebbe dissanguando, mentre in realtà il sangue lo stanno perdendo per la loro incapacità a coniugare protesta e proposta, lotta e governo, piazza e palazzo. In casa grillina piove a prescindere dal fatto che il governo possa essere ladro.

I pentastellati sono alla disperata ricerca di uno spazio politico e sono logorati dal dubbio che tale spazio possa essere ritrovato uscendo da governo e maggioranza per cavalcare il malcontento così come sta facendo Fratelli d’ Italia, mettendo in subbuglio lo schieramento di centro-destra.

Esercitazioni spericolate di contro-governabilità alle quali credo che i cittadini, più per necessità che per virtù, non prestino molta attenzione. Le emergenze, che si stanno sovrapponendo in un massacro psico-socio-economico fino a diventare la drammatica normalità di vita, inducono la gente ad andare al sodo dei problemi, abbandonando al loro destino le velleitarie risse politiche. L’aria che tira nel Paese sembra essere questa, mentre i partiti si intestardiscono a proseguire imperterriti nei loro stucchevoli giochetti.

Prendiamo ad esempio la questione della riforma della cittadinanza, che ritorna periodicamente nel dibattito politico, basti pensare allo Ius soli, da sempre malvisto dai partiti di destra. Con lo Ius Scholae, però, la situazione è un po’ cambiata, con Forza Italia che si è dimostrata aperta al dialogo sul tema, votando l’approvazione del testo base della legge.

Cosa prevede lo Ius Scholae? A differenza delle proposte riguardanti lo Ius soli, che prevedono l’acquisizione automatica della cittadinanza per chiunque nasca in un Paese (come accade negli Stati Uniti d’America per esempio), lo Ius Scholae prevede che si acquisisca il diritto alla cittadinanza dopo aver terminato un percorso di studi in Italia. Nel caso della legge in discussione, potrebbero richiedere la cittadinanza i bambini e le bambine che, nati in Italia o arrivati prima dei 12 anni, frequentino per almeno 5 anni le scuole del nostro paese. Trattandosi di un testo base, nel corso dell’iter per diventare legge potranno essere approvati diversi emendamenti che ne cambino l’impianto, ma una riforma sulla cittadinanza è sicuramente necessaria in Italia poiché carente sotto diversi punti di vista.

Ebbene, un problema serio riguardante addirittura i diritti base della persona umana sta diventando terreno di scontro all’interno del centro-destra: un vero e proprio regolamento di conti con la Lega di Matteo Salvini che, tirata a cimento da una baldanzosa Giorgio Meloni, evoca il rischio di una caduta per il governo a causa dello ius scholae. Si tratta di una gara fra aspiranti razzisti, che tenta di cavalcare l’egoismo quale risposta al disagio sociale, una irrefrenabile corsa pseudo-identitaria per recuperare i consensi raffreddati dalla percezione della inconcludenza partitica a latere del governo Draghi.

I grillini cercano di mettere in tilt la politica brandendo l’arma delle non armi all’Ucraina, i destrorsi brandendo l’arma dell’italianità messa in pericolo dai bambini immigrati. In realtà degli ucraini e degli immigrati non frega niente a questi signori, l’importante è battere qualche colpo, alzare la voce per dimostrare la propria (in)esistenza.

Ci dobbiamo rassegnare a vivere o a rifiutare questa politica. Da una parte i sostenitori ante litteram delle prospettive future del governo Draghi, dall’altra i contestatori pretestuosi di questo governo, che fanno finta di sostenerlo o, se volete fanno finta di criticarlo. Non mi piace Enrico Letta, che sostiene Draghi lisciando il pelo alla gente ed evitando accuratamente di ascoltarne i problemi (lo ha detto Romano Prodi); rifiuto categoricamente gli anti-draghiani di comodo che fanno i riottosi per ragioni di mera bottega, mettendo in vetrina la mercanzia che fa sbandare il consumatore sempre più affamato.

 

 

 

La gerarchia cattolica perde il pelo, ma non il vizio

Ricostruisco in breve una vicenda che sta accadendo nella diocesi di Verona. Il vescovo dà furbescamente ai sacerdoti indicazioni di voto in occasione della consultazione elettorale amministrativa. L’agenzia cattolica Adista scrive al riguardo.

Alla vigilia del ballottaggio fra i due candidati sindaco – Damiano Tommasi per il centro sinistra e Federico Sboarina sostenuto dalla destra –, il vescovo interviene per suggerire ai preti un “modus votandi” da trasmettere a loro volta ai fedeli, riproponendo così l’idea di una Chiesa clericale che, tramite i pastori, guiderebbe, in questo caso verso i pascoli di “destra”, il “gregge” dei fedeli laici, non ritenuti evidentemente capaci di pensiero autonomo. Una abitudine inveterata, questa del vescovo Zenti, che già nel 2015 aveva sostenuto esplicitamente con nome e cognome, in una lettera ai professori di religione, Monica Lavarini, candidata nella lista civica vicina al presidente uscente Luca Zaia per le elezioni regionali in Veneto e iscritta alla Lega Nord di Matteo Salvini (v. Adista Notizie n. 20/15).

Il sacerdote Marco Campedelli, qualche giorno dopo la diffusione della lettera di Zenti, risponde al vescovo con una nota che fa riferimento al libero pensiero e intende provocare un dialogo, un confronto, un «intelligente e responsabile dissenso», con tante domande poste al vescovo uscente. Non è il caso di entrare nel merito, peraltro condivisibile, di questo intervento critico.

Sembra che siano partite subito nei confronti del suddetto sacerdote minacce di licenziamento dal suo incarico di insegnante di religione presso il liceo Scipione Maffei della città. Un incarico che portava avanti da ben 22 anni, fulcro della sua vita professionale, e al quale teneva molto, sotto il profilo umano e pedagogico; un lavoro portato avanti sotto la stella polare di don Milani, improntato alla formazione di una coscienza critica in nome della “responsabilità culturale dello studente”, come la definì il teologo, di origine veronese, Romano Guardini.

La Curia ha fatto burocraticamente marcia indietro in merito al licenziamento (staremo a vedere…), ma ha calcato la mano dal punto di vista ecclesiale, introducendo un argomento di carattere sacramentale (?): “Il giorno dell’ordinazione, il 13 maggio di 33 anni fa, don Marco ha messo le sue mani nelle mani del Vescovo e gli ha promesso ‘filiale rispetto e obbedienza’, senza che nessuno lo obbligasse a far questo se non la sua libera coscienza come risposta ad una chiamata dall’alto, si puntualizza. Il rapporto quindi che lega don Campedelli al Vescovo è di natura non solo pastorale o giuridica, ma anche sacramentale, per chi ci crede. Quindi quando il Vescovo dice che don Marco non è in comunione con lui fa riferimento non solo all’idoneità per l’insegnamento della religione, ma anche a questo aspetto. Don Marco è stato mandato al Maffei 22 anni fa come sacerdote, non come laico. Chiediamoci se il suo antagonismo in nome di una libertà di coscienza svincolata da ogni responsabilità possa oggi configurare ancora la possibilità di una sua riconferma come sacerdote al liceo Maffei”.

Da una parte si esclude il licenziamento e dall’altra lo si brandisce come arma pseudo-sacramentale. Purtroppo, quando la gerarchia va in difficoltà nel merito delle questioni, la mette giù durissima a livello di obbedienza, che, per certi vescovi, rimane una virtù assoluta ed imprescindibile. Se questo è stile conciliare e sinodale…

Dice papa Francesco: «Per favore, che nelle vostre comunità mai ci sia indifferenza. Comportatevi da uomini. Se sorgono discussioni o diversità di opinioni, non vi preoccupate, meglio il calore della discussione che la freddezza dell’indifferenza, vero sepolcro della carità fraterna».

Dico io al Papa: «Per favore, intervenga per sollecitare un clima di vero dialogo e confronto, per ribadire il concetto della laicità della politica, il diritto dei credenti al dissenso, il rispetto per la diversità di opinioni, un’interpretazione caritatevole e aperta dell’obbedienza e la necessità della “sclericalizzazione” della Chiesa.

In cauda venenum. Che idea di Chiesa si saranno fatto gli allievi dell’insegnante di religione così sbrigativamente censurato per motivi politici, sia relativi all’ordinamento civile sia riguardanti l’ordinamento ecclesiale? Mi sembra che il vescovo di Verona non abbia dato una bella lezione a questi giovani, che, come diceva papa Paolo VI, per formarsi nella fede hanno la necessità di molti testimoni e quasi nessuna necessità di maestri della dottrina.

La diplomazia che trasforma i sogni in realtà

A 99 anni compiuti a maggio, Henry Kissinger, ex segretario di Stato degli Stati Uniti – in uscita con il suo ultimo libro, Leadership – parla della guerra in Ucraina e di Vladimir Putin, presidente della Russia: «Rispettavo la sua intelligenza, era un attento calcolatore dal punto di vista di una società che lui interpretava come sotto assedio da parte del resto del mondo. L’ho trovato un intelligente analista della situazione internazionale dal punto di vista russo, che rimarrà tale e che dovrà essere considerato quando la guerra finirà».

«La Russia – sottolinea Kissinger – è stata parte della storia europea per cinquecento anni, è stata coinvolta in tutte le grandi crisi e in alcuni dei grandi trionfi della storia europea e pertanto dovrebbe essere la missione della diplomazia occidentale e di quella russa di tornare al corso storico per cui la Russia è parte del sistema europeo. La Russia deve svolgere un ruolo importante. La Russia vedrà se stessa come una estensione dell’Europa o come un’estensione dell’Asia ai margini dell’Europa».

Al Corriere della Sera Kissinger dice che «va sconfitta l’invasione della Russia, non la Russia in sé. La questione del rapporto fra Russia ed Europa andrà presa molto seriamente».  L’ex segretario di Stato replica a chi lo ha criticato per le parole di Davos, temendo di essere stato frainteso: «La fine della guerra deve essere espressa in termini di obiettivi politici, oltre che militari. Non si può continuare a combattere senza avere alcun obiettivo a cui rapportarsi». 

Un vecchio diplomatico, non certo un pacifista incallito: ci fornisce una lezione di pragmatica saggezza, un esempio di quella diplomazia di cui ci si potrebbe fidare ed a cui ci si dovrebbe affidare.

Luigino Bruni, accademico, saggista e giornalista italiano, economista e storico del pensiero economico, con interessi in filosofia e teologia, personaggio di rilievo dell’economia di comunione e dell’economia civile, in un recente articolo apparso sul quotidiano Avvenire, intitolato “Solo far finire la guerra è normale e non basta il mercato a fare la pace”, che consiglio a tutti di leggere, anzi di centellinare, scrive come di seguito riporto.

“Un’altra Europa, che duemila anni di cristianesimo e tre secoli di illuminismo non hanno saputo creare, il 24 febbraio avrebbe generato dalla sua anima centinaia di migliaia, milioni di cittadini pacifici e disarmati che avrebbero messo i loro corpi lungo le strade dei carrarmati. E li avrebbero fermati, come e più di un milione di bombe di morte. E, nello stesso giorno, tutti i capi di Stato e di governo sarebbero dovuti correre insieme davanti alla porta del Cremlino, lì iniziare tutti uno sciopero della fame per chiedere a Putin di tornarsene a casa. Sogni, favole, utopie… E invece sarebbe molto realistico, concreto e serio cercare la pace con telefonate interurbane, che ormai sono pure gratis. E noi incollati alla tv, bombardati da una produzione di massa di metafore sbagliate e molto pericolose, ad assistere passivi anche alla manipolazione di Gandhi e di Bonhoeffer trasformati in sostenitori muti della nostra risposta bellica fratricida e della ‘legge del taglione’, per non parlare delle infinite parole vuote e morte sulla ‘guerra giusta’ tratte fuori contesto e fuori tempo da sant’Agostino e san Tommaso. Ridicolizzato Francesco, banalizzato il Vangelo. Quando il «tempo in cui i re sono soliti andare in guerra» (2 Sam 11,1) finirà per sempre? Profezia dei cristiani: dove sei? Dove sei stata sepolta? Alzati: vieni fuori!”.

Luigino Bruni conclude il suo pezzo con una citazione che ha del portentoso. «Qui si tratta che si sta montando una guerra di egemonia tra due blocchi, dalla quale noi non abbiamo nulla da sperare e con la quale non abbiamo nulla da spartire. Vinca la Russia o vinca l’America se noi ci lasciamo coinvolgere passivamente avremo che l’Europa diverrà il centro del carnaio e della distruzione». Queste parole diverse e profetiche sono di Igino Giordani (del 1951), un anti-fascista e Padre costituente, mio maestro immenso, che si auto-definiva «un cristiano ingenuo».

Diplomazia, idealità e storia si danno la mano, anzi ci dovrebbero dare una mano per uscire dal tunnel bellicista in cui ci siamo ficcati.  E chi ha detto che le utopie sono fuorvianti e allontanano la soluzione dei problemi? E chi ha detto che la diplomazia serve solo a sistemare le cose distrutte dalle guerre? E chi ha detto che la storia si ripete e non ha nulla da insegnarci?

Tra realbuonismik e strumentalcattivismik

Dopo oltre un anno dall’inizio della procedura, la Chambre de l’Instruction della Corte d’Appello di Parigi ha deciso di negare l’estradizione richiesta dall’Italia per i dieci ex terroristi degli anni di Piombo. Gli otto uomini e due donne ex militanti dell’area dell’estrema sinistra per i quali Roma ha chiesto l’estradizione erano stati fermati nella primavera dell’anno scorso dalle autorità francesi, con il via libera arrivato dall’Eliseo per tentare di chiudere le lunghe polemiche intorno all’accoglienza Oltralpe dei fuoriusciti italiani accolti negli anni Ottanta secondo la “dottrina Mitterrand”. Tra i fermati, poi rimessi subito in libertà vigilata in attesa della decisione di giustizia, c’era l’ex militante di Lotta Continua Giorgio Pietrostefani, 78 anni, condannato in Italia come uno dei mandanti dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi. Per ragioni di salute, Pietrostefani è comparso solo alla prima udienza davanti ai giudici francesi.

Nell’annunciare il parere sfavorevole sulle dieci domande di estradizione la Corte d’Appello ha richiamato gli articoli 8 e 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Non potrà essere l’Italia ma solo la Francia, attraverso il procuratore generale della Corte d’Appello di Parigi, a decidere se impugnare o meno la decisione della Chambre de l’Instruction della Corte d’Appello. Spetterà dunque al procuratore generale francese decidere entro due mesi se presentare ricorso per Cassazione. In caso contrario, la procedura sarà archiviata.

Si chiude così l’ultimo capitolo del braccio di ferro tra Italia e Francia sulla questione delle estradizioni. Per alcuni degli italiani oggetto della domanda di estradizione, la corte d’appello di Parigi, già interpellata in passato, aveva espresso un parere favorevole all’estradizione ma poi bloccata a livelli successivi di giudizio o in alcuni casi, come per l’ex brigatista Marina Petrella, bloccata da una decisione politica. In altri casi, come per l’ex brigatista Maurizio Di Marzio o l’ex militante dei Pac Luigi Bergamin, c’era già un dubbio sulla prescrizione.

Alla lettura della sentenza in aula ci sono stati abbracci dei protagonisti con mariti, mogli, figli e qualche nipote: molti hanno pianto. Altri, rimasti fuori, hanno esultato quando hanno capito che per tutti c’era stata la non accettazione della richiesta italiana. “Sono contentissimo per il mio cliente – ha detto l’avvocato Jean-Louis Chalanset, che difende Enzo Calvitti – ho temuto che andasse in carcere a finire i suoi giorni”. Per Irène Terrel, storica legale degli ex terroristi italiani rifugiati in Francia, nella sentenza che nega l’estradizione “sono stati applicati i principi superiori del diritto”, con riferimento al rispetto della vita personale, privata e della salute degli imputati e alle controverse norme del processo in contumacia.

Presente in tribunale anche un gruppo di italiani guidato dal deputato della Lega Daniele Belotti, ha gridato “assassini!’. Del gruppo, che aveva srotolato uno striscione di protesta davanti al palazzo di Giustizia prima dell’udienza, facevano parte anche il sindaco di Telgate, in provincia di Bergamo, comune di origine di uno degli ex terroristi, Narciso Manenti, e il presidente e vicepresidente dell’associazione carabinieri di Bergamo intitolata a Giuseppe Gurrieri, l’appuntato ucciso nel 1979 da Manenti davanti al figlio di 11 anni. “Altro che solidarietà europea”, ha commentato il leader della Lega Matteo Salvini accusando la Francia: “Proteggere terroristi che hanno ucciso in Italia è una vergogna”. 

Prima di commentare questa decisione della magistratura francese devo premettere che non ho mai provato e non provo alcun gusto sadico nel vedere andare in carcere gli imputati dei reati per cui sono stati condannati (anche i più feroci), forse perché non ho un concetto vendicativo della giustizia, ma al contrario mi sento di aderire al discorso, peraltro costituzionale, della pena intesa come percorso di recupero del condannato.

Una seconda premessa riguarda il fatto che non ho mai capito, né dal punto di vista umanitario né sul piano giudiziario e politico, le motivazioni e le finalità della cosiddetta “dottrina Mitterand”, che ha finito con lo stendere un velo di “impietoso” silenzio sui misfatti rientranti nel capitolo storico del terrorismo.

Sono convinto che il fenomeno terroristico vada studiato in tutti i suoi aspetti e non liquidato sbrigativamente come una striscia di orrendi reati. Ciò non toglie che gravissimi reati siano stati compiuti e debbano essere puniti, senza compiacimento ma anche senza indulgenza.

Fatte queste doverose premesse esprimo il timore che dietro queste scaramucce franco-italiane sulla pelle delle vittime del terrorismo possa nascondersi la paura di verità scomode, che potrebbero venire a galla dai pantani del passato, di scheletri che potrebbero uscire dagli armadi in cui è stata nascosta la realpolitik con cui si è affrontato e combattuto il terrorismo. Motivazioni quindi di opportunità politica, che nulla avrebbero a che vedere con i diritti umani e con la ricerca e l’applicazione della giustizia.

Non voglio fare della dietrologia a tutti i costi, non voglio spargere tardive ed amare lacrime sulle vittime, men che meno associarmi a chi vuol strumentalizzare queste vicende al fine di recuperare facili consensi, non intendo infierire colpevolizzando più del necessario chi ha predicato odio sociale e politico e dovrebbe avere il buongusto di auto-accusarsi, non ritengo però che i colpi di spugna possano essere utili a vittime, carnefici e società tutta. Arrivo persino a comprendere come forse certi episodi di terrorismo possano essere frutto di una guerra politica scatenata da menti esaltate e portata avanti da gente plagiata da certi ideologi della violenza rivoluzionaria. Tutto ciò deve essere considerato a livello culturale, ma nel frattempo chi è stato condannato sconti la sua pena senza scappatoie pur con tutte le possibili alternative che la legge consente, poi si potrà discutere sul passato e soprattutto dei suoi riflessi sul futuro.

 

L’Androclo dimaiano e la mosca contiera

Il premier Mario Draghi ha chiesto a Beppe Grillo di rimuovere Giuseppe Conte dalla guida del Movimento 5 Stelle. Parola di Domenico De Masi, sociologo e coordinatore scientifico della scuola di formazione grillina. Il professore ne ha parlato a Un giorno da pecora e in un’intervista al Fatto quotidiano, nella quale ha raccontato che l’inquilino di Palazzo Chigi si sente spesso con il Garante M5s. «Mi ha spiegato che il premier gli manda messaggi sulle cose da fare e sul rapporto da tenere con il governo», dice. Secondo Grillo i due si capiscono bene «perché sono due nonni». E in una delle telefonate Draghi avrebbe chiesto a Grillo di rimuovere Conte «perché è inadeguato». Intanto i grillini si interrogano sulla possibilità di restare ancora nel governo. E c’è chi apre alla possibilità di uscire e garantire soltanto un appoggio esterno.

La notizia, ammesso e non concesso che risponda alla verità, non è di quelle che sconvolgono, ma è comunque sorprendente. L’aplomb di Draghi in combutta con la stravaganza di Grillo. C’era chi aveva già visto dietro lo smarcamento di Luigi Di Maio la manina del premier. Certamente il ministro degli Esteri è poco più di una pedina nelle mani del presidente del Consiglio: è stato scelto per non disturbare e lasciar fare a chi ne sa di più (una sorta di Androclo che toglie la spina nella zampa del leone). Di qui a pensare a vere e proprie manovre intrusive nella vita del M5S passa molta strada. Forse c’è più millantato credito grillino che interferenza draghiana. Le telefonate fra i due nonni sembrano una gag di Maurizio Crozza. Non credo che a Draghi faccia paura Conte. Tuttalpiù siamo alle favole.

Un elefante incontra una mosca. Lui non capisce come mai la mosca non riesce a stare ferma, la mosca non comprende invece la costante immobilità del pachiderma, …. La Mosca si avvicina all’orecchio del pachiderma e comincia ad entusiasmarsi vedendo le grandi orecchie del mammifero. Comincia a ronzarvi intorno facendo una gran rumore che inevitabilmente disturba il colosso. Con un colpo deciso di orecchie il pachiderma allontana la fastidiosa mosca. Ma, quest’ultima, non si arrende, e, dopo qualche secondo riprende la sua attività e comincia nuovamente a disturbare il mammifero. Si ripete la scena, e, questa volta, con maggiore decisione. La mosca rischia davvero di essere tramortita nella sua attività. Sembra che quell’ultimo colpo debba avere avuto un effetto devastante inculcando tanta paura nella mosca, invece l’insetto, sfidando il destino, si riavventura nello stesso luogo cominciando a dare fastidio. A quel punto l’elefante termina la sua attività di mangiare e rivolgendosi alla mosca le dice: “Mi spieghi perché continui a ronzare senza stare ferma intorno al mio orecchio? Perché non riesci a stare ferma? Quantomeno non ti fai sentire con questo ronzio irritante!”. La mosca, dopo che sentì la voce del pachiderma, decise di planare e rispose dicendo “beh vedi, i miei sensi e soprattutto i miei occhi sono fatti in modo tale che veda ogni oggetto sotto mille sfaccettature diverse, e mi entusiasmo, e non riesco a resistere, devo toccare, vedere da vicino quello che i miei occhi mi propongono”. L’elefante, senza scomporsi, rispose: “Al contrario, amica mia, i miei occhi sono piccoli e non molto acuti, e vedo a malapena quello che mi circonda, dunque non mi lascio prendere troppo dai miei sensi ma piuttosto cerco di governarli! Ecco perché non ho necessità di spingermi in luoghi dove rischio di morire!”

Morale della favola: Giuseppe Conte si lascia guidare dai sensi e senza rendersene conto si imbatte in luoghi o situazioni che finiranno per schiacciarlo e distruggerlo. D’altra parte i pentastellati si stanno sciogliendo come neve al sole e si può capire il loro istinto di sopravvivenza.  Beppe Grillo non è più in grado di rimetterli in gioco, sta cercando di chiudere in bellezza la sua comica e al riguardo può essergli utile la benevola comprensione di Draghi, che forse si sta divertendo.

Forse si stanno divertendo un po’ meno i milioni di italiani che avevano votato il M5S e non hanno ancora finito del tutto di farlo. Sulle barricate grilline è rimasto Marco Travaglio con la sua testardaggine anti-sistema. A volte è meglio ammettere onestamente i propri errori di valutazione, chiedere scusa e cambiare cavallo. Con questo suo atteggiamento rischia di fare soltanto l’opposizione di comodo a sua maestà. Da una parte si sta profilando l’armata Brancaleone dei più draghiani di Draghi, dall’altra lo sparuto esercito dei più grillini di Grillo. Auguri a tutti (o a nessuno).

 

Zero al cubo

Parto da una barzelletta avente come protagonista Stopàj, lo storico personaggio di Parma: questi, piuttosto alticcio, sale in autobus e, tonificato dall’alcool, trova il coraggio di dire impietosamente la verità in faccia ad un’altezzosa signora: «Mo sale che lè l’è brutta bombén!». La donna, colta in flagrante, sposta acidamente il discorso e risponde di getto: «E lu l’è imbariägh!». Uno a uno, si direbbe. Ma Stopaj va oltre e non si impressiona, ribattendo: «Sì, mo a mi dmán la me pasäda!».

In questo periodo sto denunciando la bruttezza della politica: sono partito dalla sbornia elettorale parmense da cui è emersa la inguardabile pochezza della politica locale, sancita dall’ennesima leccaculista trasmissione conclusiva di 12 Tv Parma offerta ai telespettatori in concomitanza con la festa dei “guerrafondai” tenutasi sulla terrazza del “cubo”: ne è uscita una penosa passerella finale dell’avanspettacolo elettorale, in cui le ballerine hanno dovuto prescindere dal loro inesistente appeal e sono rimaste ben vestite del loro imbarazzante niente. Non poteva che essere così.

Quando non ce n’è… ce n’è per tutti i gusti: l’ostentato carisma del medico eletto a pieni voti, che con la politica c’entra come i cavoli a merenda; il trionfalismo del sindaco uscente, che, dall’alto di un risultato elettorale a dir poco modesto, fa un inascoltabile e paradossale canto del cigno; il candidato civico che più civico non si può, pienissimo di séissimo, vale a dire pieno di aria fritta; il sociologo, che ha il coraggio di elaborare sistematicamente l’ovvio che è sotto gli occhi di tutti;  gli attori principali, che mietono comunque applausi di maniera; il vincitore futurista che dispensa speranze e lo sconfitto passatista che distribuisce nostalgie; i comprimari soddisfatti o rimborsati dell’avventura elettorale. Zero al cubo, se non erro, fa sempre zero!

La sbornia però non riesco a smaltirla in sede locale, prendo una boccata d’aria e ci ricasco alzando il tiro: è un po’ come l’ubriaco che non riesce a fermarsi e tracanna bevande a tasso alcolico sempre più elevato. Stando ai miei gusti storici, guardo al Partito democratico, che tutti danno vincente al recente test elettorale amministrativo. Enrico Letta lo sta mettendo nel freezer di Draghi, rinviando la politica a tempi migliori. Nel frattempo ci dovremo rassegnare a mangiare “pesce lesso” di cui Letta è auto-dispensatore fenomenale.

In questo periodo guai a parlar male di Draghi e fin qui ci può anche stare: meno male che c’è Draghi, altrimenti saremmo spacciati, anche se, gira e rigira, sta concludendo poco. Ma non si può nemmeno parlare d’altro, meglio attestarsi sull’esistente, diversamente si rischia e allora tanto vale rimanere al coperto. Siamo alla versione minimalista e conservatrice della politica sarcasticamente teorizzata dal grande Indro Montanelli: limitarsi a non fare danni, lasciare le cose come stanno.

E pensare che io ho sempre pensato che in politica bisognasse cambiare le cose, affrontare e migliorare le situazioni, tentare di alleviare i problemi di chi soffre. Mi sono sbagliato. Chiedo umilmente scusa, prometto di disintossicarmi, sperando che l’ubriacatura mi passi in fretta, se non domani almeno dopodomani. Lasciatemi vedere la nuova giunta comunale di Parma, poi “me ne starò nascosto, un po’ per celia e un po’ per non morire”.

 

 

 

Il laboratorio delle balle

Devo ammettere che da parecchio tempo non mi interessavo tanto della politica parmense così come mi è successo di fare durante la recente campagna elettorale in vista dell’elezione del sindaco e del consiglio comunale. È proprio vero che la politica è una malattia da cui non si guarisce. Forse ho sprecato del tempo, forse ho fatto la prova del nove del persistente fumo ducale, forse si è trattato solo di una irrefrenabile nostalgia.

Parma in questo periodo è diventata un autentico ospedale in cui sono stati malamente diagnosticati e curati i mali della politica vista attraverso la radiografia amministrativa. La città è stata dimessa in qualche modo, ma è tutto da verificare che sia sulla strada della guarigione.

Le è stata somministrata una dose massiccia di “civismo” a livello di “placebo” che si è trasformato nel “nocebo” dell’astensionismo. A completamento della metafora, ai cittadini ha fatto ancor più paura la medicina della malattia e hanno preferito non prendere in considerazione la finta terapia accettando la cronicizzazione della vera malattia. Fuor di metafora, hanno considerato il tutto come una recita fasulla dietro cui si è nascosta la politica con tutte le sue magagne.

A chi lo racconta Pietro Vignali di essere il capofila di una lista civica? Ha perso perché le forze politiche a lui vicine lo hanno letteralmente e sadicamente sbranato non riconoscendolo come una loro espressione verace, ma come una minestra scaldata o addirittura rancida. La città, da parte sua, se lo è ritrovato fra i piedi travestito da candidato civico a copertura di indiscutibili fallimenti di un passato troppo recente per essere dimenticato.

A chi lo racconta Michele Guerra di essere il frutto di una virtuosa combinazione tra nuovismo, pizzarottismo, lettismo, bonaccinismo e salottismo? La città ha fatto finta che fosse il meglio del peggio e, come tale, lo ha votato a denti stretti, chi con l’illusione di ritrovare un po’ di sinistra e/o di socialità, chi con l’idea di portare la cultura al Duc, chi accettando la politica come l’arte di dire formalmente bene il nulla sottostante.

In realtà Vignali ha perso perché a destra la politica ha fatto cilecca nonostante i sondaggi la diano vincente, mentre Guerra ha vinto perché a sinistra la politica ha battuto un colpetto con un rassicurante e “draghiante” partito democratico. Il resto sono tutte balle che stanno in poco posto, vale a dire nel civismo e dintorni che dura l’espace d’un matin.

Di fronte a simili manfrine non potevo che astenermi senza bisogno di andare al mare per trovare una giustificazione (non) plausibile. La commedia è finita (?).

 

Il carisma, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare

Si dice che le guerre rafforzino le dittature e indeboliscano le democrazie. Al di là della semplicistica generalizzazione, che ha certamente qualche obiettivo riscontro storico, a margine della guerra russo-ucraina stiamo assistendo ad una notevole capacità di assorbimento da parte del muro di gomma putiniano, mentre scricchiolano i muri di pietra occidentali.

Joe Biden, nonostante il suo bullismo, insistito ma artificioso, non se la passa bene in vista delle prossime elezioni di mid-term: ha il fiato sul collo di Donald Trump, assai più capace di mostrare i denti e di alzare la voce (di abbaiare, se vogliamo usare un termine opportunamente scelto da papa Francesco).

Olaf Scholz non è certo un cancelliere di ferro. Pur essendo a capo di una gross koalition a tenuta piuttosto stagna, è oscillante e affetto da pendolarismo assai poco ideale e molto speculativo: un vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro.

Mario Draghi ha le sue difficoltà politiche nei rapporti con una maggioranza di governo larga ma rabberciata, con qualche forza (?) politica che gli ronza attorno dandogli qualche fastidio. C’erano una volta, tanto tempo fa, un elefante e una mosca che volevano giocare a palla. L’elefante cercava di prendere la palla ma scivolava e inciampava nella sua proboscide e la mosca rideva, rideva e lo prendeva in giro. Anche la mosca cercava di prendere la palla ma non ci riusciva perché era troppo piccola e l’elefante rideva, rideva e la prendeva in giro. L’elefante non si arrende e prova a inspirare forte con la proboscide, la palla si attacca sul naso e così l’elefante inizia a ridere e dice alla mosca: “Hai visto che posso giocare anche io?!”. Anche la mosca non si arrende e vola molto veloce, come un fulmine, e con il movimento delle sue ali fa rotolare la palla e così la mosca inizia a ridere e dice all’elefante: “Hai visto che posso giocare anche io?!”. L’elefante e la mosca si chiedono scusa a vicenda e giocano insieme, divertendosi un mondo.

Emmanuel Macron ha perso la maggioranza assoluta in Parlamento, cosa che non lo mette fuori gioco, ma gli creerà sicuramente non poche difficoltà, stretto com’è fra la destra di Marine Le Pen e la sinistra di Jean-Luc Mélenchon. Il tanto osannato sistema istituzionale ed elettorale francese consente infatti un presidenzialismo che può governare alla faccia del Parlamento (preferisco di gran lunga il sistema italiano).

Questi sono o dovrebbero essere i tre pilastri della UE: non c’è da stare tranquilli sulla loro tenuta e sulla loro capacità di trazione, anche perché non vanno molto d’accordo e fanno un gioco di squadra che staziona a centro-campo e non va mai in goal.

Non so fin dove i risultati elettorali francesi siano stati influenzati dall’atteggiamento ondivagamente aperturista di Macron nella guerra in corso: probabilmente a destra lo giudicano troppo occidentalista e poco nazionalista, a sinistra lo ritengono troppo bellicista e poco pacifista. Fatto sta che le sue mosse dettate più da problemi di consenso interno che da strategie geopolitiche, non stanno funzionando se non a livello telefonico e ferroviario.

Quando la politica presenta il conto, non bastano il civismo d’alto bordo di Macron, l’alta professionalità di Mario Draghi e il furbo equilibrismo di Scholz. Occorre qualcosa in più, un carisma che non si forma alla Banca d’Italia e alla Bce, non si trova all’Eliseo e non si costruisce al Bundestag. Sono un nostalgico e ripenso ai bei tempi in cui in Francia c’era un certo Francois Mitterand, capace di favorire l’unificazione tedesca, in Germania il signor Willy Brandt capace di inginocchiarsi di fronte al monumento dedicato ai resistenti del ghetto di Varsavia, in Italia un personaggio dal ciuffo bianco, Aldo Moro, che voleva sdoganare i comunisti: gente che sapeva guardare al di là del proprio orticello di partito, di nazione e finanche di alleanza internazionale.

Proviamo ad immaginare se questi illustri governanti fossero oggi in sella, si confrontassero con gli Usa, andassero a parlare a Kiev con i capi ucraini e tentassero di interloquire con Putin: la storia non si fa con i “se”, ma comunque nessuno mi toglie l’idea che non saremmo arrivati al punto in cui siamo.

Di letto in Letta

La discesa in campo di Silvio Berlusconi all’inizio degli anni novanta del secolo scorso fu basata sulla debolezza della politica e della sua classe dirigente, esplosa con tangentopoli, ma da tempo latente in Italia e non solo. Berlusconi impostato un modo nuovo di fare i propri affari, rifece la bruttissima copia della Democrazia Cristiana e ripropose un paradossale ma sempre funzionante anticomunismo di maniera: occupò, anzi spadroneggiò il centro della politica italiana inglobando e divorando il centrino-rimasuglio di Casini, satellizzando il nuovo che si muoveva a destra con Alleanza nazionale di Fini al sud e con la Lega di Bossi al nord.

In questi ultimi giorni di confuse manovre centriste Berlusconi è tornato a tuonare preparando la pioggia del ritorno in pompa magna di Forza Italia fino a raggiungere il 20% dei consensi a livello elettorale. Qualcuno ha fatto immediatamente un po’ di scontata ironia, qualcun altro l’ha presa come l’ennesima provocatoria boutade del cavaliere, altri vi hanno visto una sorta di respinta presa partendo dalle disgrazie pentastellate che rimettono in circolo un ostinato malcontento rimasto senza riferimento alcuno, altri ancora un disegno politico ambizioso di ricomposizione moderata del centro-destra attualmente imbalsamato da una trazione estremista.

Qualcosa bolle nella torbida pentola del centrismo e mentre Enrico Letta si sta esercitando nell’arte di aggregare un centro-sinistra (una sorta di “ulivo” ridefinito “campo largo”), che recuperi la parte più progressista del movimentismo post-grillino, tattica messa peraltro in qualche imbarazzo  dalla scissione dimaiana, Silvio Berlusconi, auspice il suo stratega Gianni Letta, tenta di ridisegnare una coalizione di centro-destra, che faccia man bassa e sconfigga le ambizioni del moderatume comunque classificabile, che metta la sordina alle velleità leghiste, che recuperi l’impresentabile Fratelli d’Italia inserendolo in un virtuoso circuito europeista.

Una piccola prova particolare di questa tattica si è vista anche in quel di Parma, laddove il candidato Pietro Vignali ha rappresentato il ritorno al passato in chiave di rilancio: ha perso, ma ha segnato una debacle elettorale leghista e un ridimensionamento delle velleità meloniane. E poi, come si suole dire: al primm cavagn al vôl bruzä.

C’è o no aria di restaurazione berlusconiana in giro per l’Italia? Ascoltando gli interventi in Parlamento durante l’ultima discussione sulla linea governativa stupiva come i due partiti più draghiani di Draghi fossero Forza Italia e Partito democratico. Entrambi si rendono conto di non potere arrivare a coalizioni omogenee con cui governare in futuro e quindi si rassegnano, più o meno convintamente, a sostenere Mario Draghi a tempo indeterminato, accontentandosi di spartire l’area politica in un bipolarismo debole, ma necessario alla sopravvivenza del Paese in tempi sempre più duri e difficili.

Tutti coloro che scalpitano in area centrista per rimettere in discussione gli equilibri si dovranno rassegnare alla confluenza forzosa in una di queste aree: la peggiore realizzazione possibile e immaginabile della terza fase di morotea origine. La compresenza di due botteghe in cui comprare con prezzi predefiniti da Mario Draghi. E poi si parla di elettorato demotivato, stanco ed astensionista. Ce ne vorrebbe…

Massimo Cacciari sostiene che il “campo largo” lettiano sia finito forse ancor prima di nascere. Non ne sarei così sicuro. Così come non sarei snobisticamente sicuro che Berlusconi stia farneticando. Al peggio non c’è mai un limite.

Nei “Promessi sposi” di Alessandro Manzoni, il conte zio (così come il padre provinciale, che è la sua figura corrispondente nel campo religioso) è l’incarnazione dell’orgoglio e del puntiglio, che condizionano ogni relazione sociale e ogni comportamento. Gianni Letta, che manco a farlo apposta è zio di Enrico Letta, il quale all’occorrenza potrebbe fare la parte del padre provinciale, è l’incarnazione del berlusconismo perpetuo in cui siamo (s)finiti: a destra, a sinistra, al centro. Faccio mio il sarcastico “evviva” sussurrato da Lucio Caracciolo a “otto e mezzo” di fronte alle prospettive di rinascita berlusconiana. Forse non si tratta più tanto di berlusconismo, ma di lettismo di una (ig)nobile accoppiata fra zio e nipote.  A proposito di lettismo, il cavaliere, che di letti se ne intende, sta passando da quelli delle voraci olgettine a quelli delle tattiche di zio e nipote. Devo essere sincero: non so quali di questi letti siano i più scandalosi.