Piove, Conte ladro

Quando una persona, pubblica o privata che sia, attira su di sé critiche a più non posso, mi diventa automaticamente simpatica. Scatta in me una sorta di compassione incontenibile, una voglia matta di fare il bastian contrario, una spinta irrefrenabile ad andare contro corrente.

È quanto mi sta succedendo di fronte alla “criminalizzazione” strisciante di Giuseppe Conte, che la vulgata corrente considera reo dei più orrendi misfatti politici. Sarebbe interessante valutare attentamente i pulpiti da cui vengono le prediche, ma il discorso si farebbe troppo lungo e qualunquistico.

Mi permetto solo di sollevare qualche obiezione a costo di farmi passare per grillino di sacrestia. Conte non sarebbe all’altezza leaderistica del compito attualmente svolto. E dove stanno i leader degli altri partiti? C’è qualcuno che me li può indicare? Forse l’unica è Giorgia Meloni, ma si tratta di una leadership casareccia da spendere all’interno delle mura italiote e quindi insignificante in un contesto europeizzato o addirittura globalizzato. E allora?

Conte sarebbe stato un capo di governo penoso e dannoso. Proviamo a pensare se fosse ancora al governo con le arie che tirano in pandemia: come minimo lo lincerebbero, mentre invece il suo successore è osannato e santificato a tutti i livelli. E allora?

Conte avrebbe vergognosamente sparato sul pianista, mettendo a repentaglio il già fragile equilibrio politico vigente. Forse che l’attuale governo può essere considerato esente da critiche? Forse che gli altri partiti, da Leu alla Lega, non rivolgono fra i denti e fuori dai denti, critiche al governo Draghi? Il fatto che Draghi non abbia alternative non lo rende perfetto e inappuntabile. Nell’attuale momento chiunque osi rivolgere critiche al governo viene immediatamente classificato come disfattista. Vale il rovesciamento del detto: “Piove, governo galantuomo!”. Non piove, sta diluviando, ma più diluvia e più il governo è onesto e intoccabile.

Il M5S e il suo leader sarebbero i maggiori responsabili dei mali italiani a causa del reddito di cittadinanza e del bonus edilizio del 110%. Non saranno certamente due provvedimenti modello, ma nemmeno quei disastri che si vogliono far credere. Si tratta di due misure emergenziali volte a combattere la povertà che tutti danno in crescita esponenziale e la crisi economica che tutti vogliono esorcizzare. Da una parte si sono trasformati nella trincea difensiva grillina, dall’altra parte nel facile bersaglio dei rigoristi occupazionali e fiscali. Se non è manicheismo questo…

Conte vorrebbe soltanto recuperare, per il movimento di cui è alla guida, la verginità piazzaiola persa con gli anni di governo accumulati: tattica meramente strumentale. Dove sono gli strateghi? Chi non sta strumentalizzando la situazione politica a favore dei propri interessi di bottega? Chi può sbandierare un minimo di verginità nel bailamme in cui siamo sprofondati. Ma fatemi il piacere… Nel parterre di nani e ballerine ci può stare benissimo anche Giuseppe Conte, reo forse di avere capito troppo in fretta come va la politica in Italia e quindi, questo sì, responsabile (non l’unico e forse persino suo malgrado) della debacle dell’incoerenza grillina.

Conte infine avrebbe ricattato Draghi, tenendolo sulla corda per fini di galleggiamento pentastellato. Ammetto che negli atteggiamenti e nei comportamenti contiani non ci sia molta lungimiranza, ma dove sta di casa la lungimiranza nell’attuale politica italiana? Dietro gli errori pentastellati tutti pensano di nascondere i propri: è comodo, ma ingiusto. È tardi per un’eventuale riscossa grillina capace di interpretare i disagi e i malumori della gente, ma è tardi anche per gli altri, ridicoli difensori del bene comune.

Matteo Renzi dice che Conte è “un clown che non fa più ridere” perché “impone il suo narcisismo senza offrire soluzioni al Paese”. Purtroppo gli altri, Renzi compreso, sono buffoni, che invece continuano imperterriti a far ridere, anzi a fa piangere. La ormai consolidata maggioranza silenziosa degli italiani che non vanno a votare la pensa così. Politici avvisati, mezzo salvati. E se è vero che non si recupera credibilità criticando o portando alle dimissioni Draghi, è altrettanto vero che non la si recupera con il draghismo a prescindere. Tutti adesso dovranno rivedere i loro piani.

 

 

 

 

La vendetta della politica

Il corto circuito che si è venuto a creare tra governo Draghi e maggioranza parlamentare ha portato alle perentorie, dignitose e realistiche dimissioni del premier. Al netto di tutte le questioni programmatiche oggetto dei contrasti e senza considerare i tatticismi più o meno inevitabili, mi sembra che la questione di fondo sia da una parte una certa qual riscossa politica che passa attraversa una diffusa insofferenza parlamentare, presente in parecchi partiti (M5S e Lega in particolare, ma non solo), dall’altra la conclamata incapacità draghiana di dialogare con i partiti e con i gruppi parlamentari e forse anche con i ministri politici.

Draghi, nella sua presunzione tecnico-professionale, ha ritenuto di potersene fregare altamente dei dolori di pancia partitici e anche sindacali, non capendo che i dolori intestinali possono degenerare…  Un presidente del Consiglio ha costituzionalmente il compito di dare una linea politica al governo, facendo sintesi e non ignorando altamente i pareri e le posizioni diverse.

Prendiamo la questione dell’inceneritore di Roma: a prescindere dal merito, che senso aveva inserire questo provvedimento in un decreto legge in materia di aiuti e sostegni alla situazione di famiglie ed imprese. Come minimo un premier politico lo avrebbe immediatamente stralciato, vista l’accoglienza negativa riservata dal partito di maggioranza relativa. Invece si è voluto insistere creando una occasione di forte contrasto.

Il premier Draghi ha preteso troppo sul piano dei rapporti con le forze politiche: che i partiti siano in crisi di credibilità è innegabile, di qui a bypassarli continuamente e sistematicamente ci passa molta differenza. Si e sostanzialmente e metodologicamente creato un rapporto fra sordi.

Mio padre a volte, per segnare marcatamente il distacco con cui seguiva i programmi TV, si alzava di soppiatto dalla poltrona e, quatto-quatto, se ne andava. Mia madre allora gli chiedeva: “Vät a lét?”. Mio padre con aria assonnata rispondeva quasi polemicamente: “No vagh a lét”. Era un modo per ricordare la gustosa chiacchierata tra i due sordi. Uno dice appunto all’altro: “Vät a lét?”. L’altro risponde: “No vagh a lét”. E l’altro ribatte: “Ah, a m’ cardäva ch’a t’andiss a lét”.

A dialogare e collaborare bisogna essere in due: ecco perché rifiuto di dare solo al M5S la responsabilità della rottura. Mario Draghi ha le sue gravi responsabilità. Quando ha accettato l’incarico, pur contando sul proprio carisma e sulla propria autorevolezza, avrebbe dovuto comunque considerarne le difficoltà politiche per poi affrontarle col giusto atteggiamento deciso ma costruttivo.

Osservando criticamente l’operato del premier mi sono convinto che gli manchino la sensibilità e la capacità politiche per svolgere un ruolo di tale rilievo: strada facendo questo limite si è fatto vedere e sentire, mentre all’inizio poteva essere addirittura considerato un titolo di vantaggio per sveltire la manovra. La politica ha le sue regole da cui non si può prescindere, prima o poi si vendica.

Draghi ha giocato facile a livello internazionale (anche se, a mio giudizio, non bene nel merito), ma in casa, come spesso accade, non è riuscito a profetizzare più di tanto. Penso sia tardi per rimediare alle frittate. La politica ha avuto la presunzione di poter fare a meno di Draghi o di usarlo a proprio vantaggio, Draghi ha avuto la presunzione di snobbare la politica. Prima o poi doveva succedere quel che è successo e che, molto probabilmente, Mattarella ha fiutato da tempo senza riuscire a porvi rimedio.

 

 

 

Questione di tasche

Sembra che Mario Draghi, salendo al Colle per conferire con Mattarella in ordine alla “burraschetta” parlamentare che ha investito il suo governo, abbia detto: “Ne ho piene le tasche”. Quelle di tanti italiani che soffrono sono invece sempre più vuote.

Non lo sapeva anche prima di cominciare che la politica è un affare complicato e delicato? Non sapeva di avere a che fare con una maggioranza raccogliticcia e disunita? Non sapeva che per governare occorre molta pazienza e poca presunzione? E allora, chi glielo ha fatto fare? Mattarella gli ha dato la bicicletta e a lui non rimane che pedalare.

Il fatto è che i suoi limiti politici, giorno dopo giorno, emergono clamorosamente: non sa gestire i rapporti con i partiti e quindi subentra la tentazione di tornare nell’ombra mandando tutti a quel paese.

Se devo essere sincero sono molto deluso da Mario Draghi. Sul fronte della pandemia non ha fatto niente, si è lasciato trascinare dagli eventi e dai virologi, non si è assunta alcuna responsabilità, puntando solo ed esclusivamente sul discorso vaccinale e sul ritorno alla normalità. Senonché i vaccini, come prevedibile, non hanno funzionato e la normalità significa morte a raffica.

In campo economico, al di là dei “soldini” europei, peraltro di là da venire a casa, il risanamento delle casse erariali basato sulla ripresa economica è durato l’espace d’un matin e quindi l’altarino è rimasto scoperto senza uno straccio di piano fiscale e senza reale sostegno a chi soffre veramente e non ce la fa più.

In campo internazionale, al di là dell’appeal sbandierato ad ogni summit sospinto, l’azione italiana a favore della pace è risibile, l’europeismo è fermo alle chiacchiere e ai proclami, l’atlantismo è schiacciato sullo zerbino filo-americano.

In campo sociale non si vedono riforme degne di questo nome, gli aiuti si sprecano in un ginepraio burocratico ed episodico, la mano dell’esecutivo non è tesa verso le fasce sociali deboli ma verso il mantenimento dello status quo.

Se Draghi ha le tasche piene dei partiti rissosi ed inconcludenti, chi gli può dare torto? Anch’io ho le tasche piene. Di chi? Di lui! Le mie attese nei suoi confronti erano forse smisurate. Mi sento deluso e finanche tradito. Per cortesia, la smetta di cincischiare e le palle, dal momento che le ha piene, le tiri fuori.  Non solo per mettere in riga i partiti, ma soprattutto per affrontare i problemi.

L’è pu la zonta che la cärna

La montagnola ha partorito il topolone. Così si può salutare la nascita della nuova giunta comunale di Parma. Se il buon giorno si vede dal mattino, quello pericoloso si nota fin dall’alba. Il nuovo sindaco Michele Guerra ha scelto (?) una squadra debole da tutti i punti di vista: poco rappresentativa sul piano politico, basata sui curricula più che sulla provata professionalità e adeguatezza per ricoprire incarichi amministrativi, poco garantista in senso esperienziale, poco promettente per quanto riguarda il discorso della sensibilità sociale. Una compagine assessoriale che rispecchia fedelmente le debolezze del sindaco e sembra fatta apposta per non aiutarlo a scendere dalle nuvole. Non sono in grado di operare raffronti con le giunte di Pizzarotti: mi paiono equivalenti sul piano qualitativo, mentre più sfilacciata e bisticciata sembra quella appena varata a confronto con le pattuglie precedenti abbastanza compatte e politicamente omogenee.

“Ogni popolo ha il governo che si merita” è molto più di un semplice proverbio. Sembra quasi una sentenza, un modo di dire che è entrato nella dialettica quotidiana. Si può applicare al caso della città di Parma? Penso proprio di sì.

Ho così recentemente e velenosamente commentato l’esito delle elezioni amministrative parmensi: “Sono portato a interpretare l’attuale squallido scenario parmense come una riscossa “perbenisticamente borghese”, guidata a destra da un redivivo ma perdente Pietro Vignali (nonostante Berlusconi lo abbia appoggiato a tutto spiano, con obiettivi e notevoli riscontri e con ritrovati e incredibili consensi) e a sinistra (si fa per dire…) dal fumoso e vincente Michele Guerra (sostenuto da un pateracchio politico-sociale che osano chiamare centro-sinistra). Il tutto benedetto mediaticamente dalla Gazzetta di Parma (chi non muore si rivede…) e bevuto a gola aperta dai parmigiani in cerca spasmodica di visibilità ducale (Parma uber alles: se la gente non ha una casa, se gli immigrati dormono sotto i ponti, se i problemi sommergono la città, chi se ne frega…).

Della dichiarata vendetta vignaliana è rimasto il penoso rimpianto di tempi che giudico comunque brutti e lontani (?); della raffazzonata riscossa guerriana è rimasto il trionfante fumo in cerca di arrosto. A giudicare dal profilo della nuova giunta comunale per trovare un po’ d’arrosto bisognerà attendere almeno altri cinque anni.  In compenso all’arrosto penserà chi se ne intende e non aspetta altro che di mettere Parma a rosolare sul fuoco affaristico-salottiero.

Non oso nemmeno dire “staremo a vedere”, perché mi sembra tutto già molto chiaro ed evidente.  Non azzardo nemmeno un “chi vivrà vedrà”, perché Parma resta sprofondata nel sonno cimiteriale e disperatamente soddisfatta della pace dei sepolcri.

Il vizietto ducale è duro a morire, non c’è destra o sinistra che tenga. Se un marziano fosse sbarcato a Parma durante la recente campagna elettorale non avrebbe saputo distinguere “il colore e il calore” politico dei candidati a sindaco della città. Anche i parmigiani sono stati investiti da questa melassa salottiera e hanno preferito starsene a casa, nei loro piccoli o grandi salotti. Quanto alla mancanza di sale nel dibattito elettorale, il niente contenuto in esso è stato spacciato come risultato dello stile parmigiano politicamente corretto.

E chi non ha salotto e vorrebbe toni forti non di rissa ma di confronto reale sulla soluzione dei problemi? Si metta buono, non faccia l’estremista, si arrangi! Un modo omertosamente colpevole di non fare politica, non tanto durante la campagna elettorale (quando ormai è tardi), ma prima della stessa (quando qualcosa si potrebbe ancora proporre).

La nuova giunta sembra fatta apposta per accontentare manovratori e manovrati o meglio per non disturbare Parma e chi vi comanda. Sarà l’amministrazione improntata alla cultura, guidata da un uomo di cultura, votata dalla e alla cultura. Quale cultura? Non certo quella di porsi di fronte alla vita della città con i suoi enormi problemi, non certo quella di alleviare le sofferenze di chi è ai margini, non certo quella di volare basso per cercare di rimediare alle cose che non funzionano.

Non ho sentito, né durante né dopo la campagna elettorale, una parola di socialità vera e concreta. Speravo che potesse arrivare dal profilo di qualche assessore. Possibile che a Parma non esistano persone capaci di dare un senso autenticamente sociale all’amministrazione pubblica? Ho rispetto per i nuovi assessori, ma non li vedo. Un mio zio, quando era seduto a tavola e osservava mia madre che condiva l’insalata, le chiedeva retoricamente: «Gh’et miss al säl ? Parchè n’al vedd miga!». Evidentemente Michele Guerra ha molto a cuore il livello pressorio dei suoi cittadini e scarseggia col sale.

Mi sovviene al riguardo un episodio preso dalla vita di mio padre, imbianchino-pittore che stava affrescando una chiesetta di campagna. La parrocchia, oltre un compenso preventivato, garantiva vitto e alloggio.  Il rapporto non partì con il piede giusto, perché il mangiare era scarso e qualitativamente povero. Mio padre prese di petto la perpetua, che si giustificò scaricando la responsabilità sul parroco, che aveva una certa età e doveva mangiare leggero perché, come si dice, “al gh’äva al sangov gros” (espressione dialettale che significa pressione alta e/o cattiva circolazione sanguigna).  Mio padre non si perse d’animo e ribatté alla sua maniera: “S’l’ é par còll, ch’la guärda che mi gh’ò al sangov sutil cme un cavì”. La perpetua rise di gusto e si lasciò convincere a tirare il collo di un galletto, che infastidiva mio padre con le sue performance vocali antelucane.

I parmigiani sono costretti a mangiare troppo leggero…Evidentemente la cultura a Parma è diversa da come la intendo io. Forse sono un parmigiano anomalo o forse è anomala questa Parma che tace e acconsente. Spero di essere smentito. Ne sarei veramente contento. Buon lavoro alla Giunta che definirei malinconicamente “nuvolosa” in rassegnata attesa del diluvio di problemi.

 

Salvini, (in)versione (di tendenza) estiva

“Da domani in avanti noi voteremo solo e soltanto quello che serve all’Italia e agli italiani, il resto lo lasciamo votare a Pd e M5S”: il segretario della Lega Matteo Salvini lo ha detto parlando alla festa del partito a Adro, nel Bresciano dicendo che la domanda dei giornalisti “state dentro, state fuori è mal posta”. “Se questo coincide col governo bene, se no è un problema del governo, mica un problema mio” ha aggiunto.

“Se questo coincide con il governo bene – ha aggiunto Salvini – altrimenti è un problema del governo, non è un problema mio. Nessuno ci aveva detto che il programma del governo prevedeva la droga, gli immigrati o il ddl Zan.  Mettiamo davanti l’autonomia, la flat tax, la pace fiscale poi vediamo come cambia la musica”. “Quello che farà la Lega nei prossimi mesi non lo decido io o i dirigenti o i parlamentari – ha continuato Salvini – cosa fa la Lega lo scelgono gli unici padroni della Lega, il popolo della Lega. Loro avranno l’onore e l’onere di decidere. Tra otto mesi si vota – ha aggiunto Salvini – ho sentito che qualcuno a Roma sta usando cavilli per votare a maggio o più avanti. No, il primo giorno utile bisogna votare e noi saremo pronti, il Paese lo prendiamo per mano”.

Poi Salvini ha detto ancora: “Si vota fra 240 giorni, proveranno a cambiare la legge elettorale, proveranno a ritardare le elezioni, proveranno a inventarsi altri tecnici, ma io sono assolutamente fiducioso, orgoglioso, convinto che non cambia la legge elettorale, vince il centrodestra, il centrodestra è guidato da un Lega che cambierà questo Paese”. “In questi 240 giorni però – ha aggiunto – dovremo dare battaglia” su temi come la legge Fornero, che non deve tornare in vigore.

In Parlamento “contrasteremo in ogni maniera possibile “la legge sulla legalizzazione della Cannabis”: è la promessa di Salvini dal palco della festa del Carroccio di Adro. “E chi non lo sa a Roma vedrà chi è la Lega” ha aggiunto. “Per me gli spacciatori di tutte le droghe dovrebbero andare in galera, ai lavori forzati, per vent’anni” ha detto criticando chi propone la liberalizzazione della marijuana. “Vengano stasera a Milano al bosco di Rogoredo a vedere ragazze di 14 anni che si prostituiscono per una dose” quelli che “dicono che il fumo non fa così male” (La Repubblica).

Riporto un piccolo episodio rientrante nella scettica saggezza di mio padre: davanti al video, che propinava una delle solite vuote interviste ai fanatici del pallone. Parlava il nuovo allenatore di una squadra, non ricordo e non ha importanza quale, che aveva ottenuto una vittoria, ribaltando i risultati fin lì raggiunti. L’intervistatore chiese il segreto di questo repentino e positivo cambiamento e l’allenatore rispose: “Sa’, negli spogliatoi ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti che dovevamo vincere”. Non ci voleva altro per scatenare la furia ironica di mio padre che, scoppiando a ridere, soggiunse: “A s’ capìssa, l’alenadór äd prìmma, inveci, ai zugadór al ghe dzäva äd perdor”.

Matteo Salvini, precedentemente alle dichiarazioni esilaranti di cui sopra, cosa votava? Stando alle sue parole in libera uscita, si direbbe che abbia votato tutto, anche quello che non serviva all’Italia e agli Italiani. Allora i casi sono due: o era in troppo buona o mala fede prima e quindi si vuole far perdonare gli errori commessi, oppure fa politica a vanvera a secondo dell’aria che tira a prescindere dal merito dei provvedimenti legislativi e governativi in discussione.

Che Salvini avesse molte perplessità riguardo all’entrata nella maggioranza parlamentare che sostiene il governo Draghi e addirittura con propri ministri nella compagine governativa guidata appunto da Draghi è cosa arcinota: i responsi delle urne amministrative e dei sondaggi d’opinione sembrano dargli ragione, infatti la Lega è in forte calo di consensi. Resta da stabilire se questa frana sia dovuta al governismo spinto Di Giorgetti e c. oppure all’imbarazzato e imbarazzante “bissaboghismo” di Salvini, serpente incantato da Giorgia Meloni.

Fatto sta che Salvini, destinato a farneticare nella stagione estiva, si sta rifugiando nel corner del più bieco dei populismi. Quando la politica è in grave crisi di attendibilità e credibilità, si rifugia in piazza dove tutti i conti sembrano tornare. Devo ammettere che Salvini è uno dei pochi politici disposti a metterci la faccia (di tolla), non per rendere conto del proprio operato, ma per lisciare il pelo alla sua (?) gente più o meno padana.

C’era una volta un politico lanciato nella sua sbracata campagna elettorale. Purtroppo siamo sempre in campagna elettorale. Urlava dal palco: “Vi daremo questo, vi concederemo quest’altro, vi offriremo ciò che vorrete…”. E l’afta epizootica? chiese timidamente un agricoltore della zona interessata. “Vi daremo anche quella!”, così rispose gagliardamente il comiziante di turno.

Salvini, il 10 luglio ultimo scorso, ha promesso l’autonomia, concetto che non vuol dire niente: autonomia della Padania? Autonomia dal governo Draghi? Autonomia dai poteri forti? Potremmo continuare all’infinito. Ha promesso la flat tax, la tassa piatta che mette poveri e ricchi sullo stesso piano, che metterebbe in crisi letale le casse dello Stato, che assomiglia tanto a una sorta di “non pagherete più le tasse”. Ha promesso la pace fiscale, che vuol dire “chi ha avuto, ha avuto e chi ha dato, ha dato… scurdammoce o passato”. Ad un certo punto forse qualcuno gli avrà chiesto: “E la cannabis?”. Non mancava altro che rispondesse: “Vi daremo anche quella”. Qualcuno al suo fianco gli avrà dato una gomitata e lui improvvisamente rinsavito ha risposto: “No alla legalizzazione della cannabis!”. Respiro di sollievo generale.  Un modo per non risolvere i problemi è anche quello di ricorrere al proibizionismo.

A volte ci cascava persino mio padre dall’alto del suo didattico anarchismo. Ingenuamente si illudeva di risolvere il problema dell’evasione carceraria apponendo un cartello “chi scappa sarà ucciso”: non ho mai capito fino in fondo se si trattasse di una provocazione ai rigoristi o di una subdola apertura ai buonisti. Una cosa l’ho capita: Salvini non sa che pesci pigliare e prova a gettare l’amo nel lago di casa sua per vedere se almeno lì qualcuno abbocchi ancora.

 

 

 

 

 

La cotta per Draghi non è passeggera

La politica italiana (e non solo italiana) è talmente irresponsabile e inqualificabile da indurre i commentatori politici a previsioni più o meno stravaganti in vista delle prossime elezioni di livello nazionale (primavera avanzata del 2023).

La più politicamente fondata è quella di Massimo Cacciari che vede un partito democratico, schiacciato irrevocabilmente su Mario Draghi, asse di un rassemblement, che dovrebbe imbarcare i partitini di Renzi, Calenda e Di Maio e strizzare l’occhio ad un redivivo e rafforzato Berlusconi, sdoganato finalmente dai suoi tremendi e impossibili alleati di destra (Lega in calo di consensi e FdI in freezer europeo) a cui potrebbe rubare voti e seggi in Parlamento.  I numeri attuali non danno la maggioranza a questo coacervo di forze, ma al resto ci penserebbe Draghi con il suo crescente consenso popolare, europeo e mondiale (piace a tutti, non ha alternative, quindi…). In questa ipotesi resterebbero all’opposizione un M5S ridotto all’osso dell’antipolitica e costretto a succhiarlo in mancanza di carne elettorale, i rimasugli dell’estrema sinistra falcidiati dal ridimensionamento delle Camere e dal rientro nel Pd, FdI e Lega costretti a digrignare i denti e cavalcare la piazza (la Meloni metterebbe i voti nel materasso e Salvini tornerebbe solo soletto a coltivare l’orto di una sfuggente e imbronciata Padania).

Poi vengono i due scenari più fantasiosi, quello configurato da Angelo Panebianco e quello intravisto da Paolo Mieli. Il primo prefigura un orribile compromesso antistorico fra Partito Democratico e Fratelli d’Italia, accomunati da una politica occidentalista come più non si può e dalla volontà di contrastare i “putiniani de noantri” (Lega, M5S e persino un nostalgico Berlusconi) e di evitare di essere coinvolti nelle macerie europee a cui potremmo andare incontro malgrado Draghi.

Mieli si diverte a prefigurare a contrariis “un nuovo Grande Centro del quale faranno parte Lega, Forza Italia e Movimento Cinque Stelle. Schieramento al quale Berlusconi porterà in dote l’ancoraggio al Partito popolare europeo. E che costituirà una sorta di approdo naturale per tre partiti anomali che hanno fatto la storia di questi trent’anni (Berlusconi più degli altri, quasi venti). M5S, Lega e Fi hanno all’attivo d’aver ottenuto, in fasi diverse del trentennio, alcuni ragguardevoli record di voti. Favorite (talvolta danneggiate) dalla presenza di leader impegnativi.

Tre formazioni che non hanno un’autentica parentela con la storia della Prima Repubblica. Né — eccezion fatta (forse) per Forza Italia — con i filoni tradizionali della politica europea. Tre partiti che nel corso della loro vita hanno dato prova di non essere refrattari ai cambiamenti di orizzonte, di strategia e di alleanze. Anche repentini. E che, per il motivo di cui si è appena detto, hanno come tallone d’Achille il non potersi fidare l’uno dell’altro. Li accomuna, però, l’esibita devozione (intermittente nel caso di Salvini) nei confronti di Papa Francesco. Oltre a un’autentica passione per lo scostamento di bilancio, al non essere ossessionati dal rispetto delle regole europee (compresi gli impegni assunti con il Piano nazionale di ripresa e resilienza). In politica estera, sono uniti da un’ostinata ricerca di orizzonti sempre nuovi. Ad est, s’intende.

Questo Grande Centro è già oggi largamente maggioritario in Parlamento. E, se rimarrà intatta la legge elettorale, al momento della composizione delle liste sarà determinante per entrambi gli schieramenti, centrodestra e centrosinistra. Ma, anche se si adottasse un sistema proporzionale, questo insieme di partiti, nelle nuove Camere, avrà quasi certamente i numeri per condizionare ogni possibile maggioranza.

In attesa delle elezioni del 2023, si può notare che il minimo comun denominatore di questo Grande Centro, oltre alla quasi esibita antipatia per la causa di Kiev, è una ben individuabile avversione nei confronti di Mario Draghi nonché dell’attuale governo”.

Ho fatto riferimento a tre autorevoli politologi, costretti peraltro a fare le nozze coi fichi secchi. In una politica letteralmente impazzita ci può stare di tutto. C’è però un piccolo particolare: i cittadini, un po’ per la necessità di concentrarsi sugli enormi problemi che tendono più a crescere che diminuire e un po’ per la virtù di averne piene le tasche dei cialtroni e dei Dulcamara che vogliono loro appioppare degli elisir di breve vita, si stanno affezionando a due personaggi diversi ma entrambi affidabili, vale a dire Sergio Mattarella e Mario Draghi. A giudicare dai comportamenti elettorali emergenti e dai sondaggi di opinione gli italiani hanno sfiducia nella politica e guardano al suo commissariamento mattarellian-draghiano come risposta quanto meno a medio termine: un ciambellone di lusso a cui attaccarsi per sopravvivere in attesa di tempi migliori. A mio giudizio quindi le ipotesi di cui sopra vanno vagliate tenendo conto di questo umore diffuso e passate al setaccio della continuazione dell’equilibrio politico “inventato” genialmente da Mattarella e pilotato “magistralmente” (?) da Draghi.

Mi sembra quindi che il gioco dell’oca vada bene fintanto che non si disturbi Draghi: in quel caso si ritorna alla casella iniziale e bisogna cambiare percorso. Ad occhio e croce lo scenario più rispondente a questo requisito filo-draghiano è quello che fa riferimento al pensiero tranchant di Massimo Cacciari: un Draghi (quasi) for ever. Per me, che continuo a credere nella politica, è un boccone duro da inghiottire. Mi sforzo di farlo e mi rifugio sotto l’ala protettiva di Mattarella.

Con le dita nella Marmolada

“Sulla transizione ambientale la politica è colpevolmente in ritardo. Io mi prendo la mia parte di responsabilità’ e cercherò’ di fare ancora di più’ e meglio”. Così’ il sindaco di Milano Giuseppe Sala, come riporta l’Ansa, ha commentato la tragedia della Marmolada sulle sue pagine social. “Nel dire, o anche solo nel pensare, che stiamo distruggendo il pianeta, commettiamo un errore. Semmai sarà il pianeta a distruggere noi umani – ha concluso -. Di quanti segnali abbiamo ancora bisogno per capire che siamo in emergenza e che dobbiamo cambiare ora stili di vita?”.

Il direttore del quotidiano Avvenire così risponde ad un lettore. “Ha ragione, gentile e caro lettore, a reclamare un’accelerazione nella transizione ecologica, anzi per usare un’espressione cara a Papa Francesco nella indispensabile conversione ecologica. Alcune delle iniziative e delle attività che lei elenca sono avviate (anche se non sviluppate appieno), altre languono, altre ancora restano sulla carta mentre si continua contraddittoriamente per vecchie strade. Perché? In parte per necessaria gradualità, ma troppo per inerzie dure a finire (anche negli stili di vita personali e familiari) oltre che per interessi ciechi. E perché tanti di noi continuano a votare slogan e non programmi di futuro”.

Alcuni mesi or sono l’ingegner Carlo De Benedetti è stato molto schietto sul discorso della transizione ecologica: “Sul clima ci stiamo ancora raccontando delle storie, il discorso riguarda tutti i governanti ampollosamente riuniti nei vari summit”. Incalzato nel merito della riconversione verde del capitalismo finanziario, ha onestamente ammesso di far parte di una generazione che ha gravissime responsabilità nell’avere letteralmente devastato il pianeta e di dovere chiedere scusa alle generazioni presenti e future per il danno arrecato al mondo intero. La salvaguardia dell’ambiente non era infatti una priorità, in passato non ci si è posti il problema. L’inversione di tendenza è tutta da inventare.  La situazione odierna del pianeta è molto peggiore di quella del 2015, data in cui vennero assunti impegni regolarmente e clamorosamente disattesi. Giocare al rimbalzo sui tempi lontani serve a poco, meglio sarebbe che ogni Paese entro il 31 dicembre di ogni anno inviasse un pubblico rendiconto all’Onu sul rispetto di alcuni fondamentali parametri preventivamente individuati e altamente significativi riguardo al rispetto ed al recupero dell’ambiente naturale.

Non è un caso se ho fatto riferimento a tre personaggi di spicco: un autorevole sindaco di una importantissima città, il sincero direttore di un giornale quotidiano, un imprenditore di alto livello. Tutti ammettono responsabilità, che peraltro sono di tutti. Di fronte al disastro del ghiacciaio della Marmolada ci si deve commuovere per le vittime, ci si dovrebbe impressionare per la spada ambientale di Damocle che abbiamo sulla testa, ci si dovrebbe impegnare concretamente a cambiare registro. Non basta mettere in pista un ministro, pur competente, esperto e valoroso che sia, per avviare la transizione ecologica, così come non basta costituire una commissione per affrontare e risolvere un problema.

Non ho niente da proporre e da suggerire se non la constatazione di avere costruito un mondo sbagliato da cui sarà molto difficile sganciarsi. Vittorio Cogliati Dezza, presidente di Legambiente, ha affermato se non erro in occasione dell’emanazione dell’enciclica “Laudato si’”: «Da oggi sarà più difficile per i grandi della Terra eludere le istanze ambientali. La riflessione che papa Francesco ci propone sta soprattutto nell’inquadrare, e ripetere più volte, che il cuore del problema è che la crisi ecologica e quella sociale sono due facce della stessa medaglia: l’una non si risolve senza l’altra».

Questo richiamo me lo sento addosso. Sono infatti sempre stato portato a mettere in priorità le problematiche sociali, quali ad esempio la salvaguardia e lo sviluppo dell’occupazione, rispetto a quelle ecologiche, ad esempio la difesa dell’ambiente dall’inquinamento. Ammetto di avere sbagliato. Non mi ritengo un inquinatore, ma nel mio piccolo non ho fatto tutto il possibile per non ritenermi il padrone, ma solo l’amministratore del creato. La storia ci sta presentando un conto salatissimo ed apertissimo: non so come, quando e da chi verrà pagato. Probabilmente da coloro che hanno meno responsabilità al riguardo: è sempre la solita storia…

 

Fra struzzismo e sonnambulismo

La collaborazione sul gas. Il futuro dei rapporti con l’Europa. Il vertice tra Italia e Turchia, a dieci anni dall’ultimo incontro intergovernativo, è per Mario Draghi sì l’occasione per rinsaldare il rapporto tra due paesi “partner, amici alleati”, ma anche per lanciare un avvertimento sui migranti all’amico Erdogan, alla Grecia, e all’Europa: gli sbarchi, che sono triplicati proprio sulla rotta orientale, oramai hanno raggiunto “il limite” anche per un paese aperto e accogliente come l’Italia. Il vertice intergovernativo tra Italia e Turchia “indica la volontà comune di rafforzare la collaborazione: Italia e Turchia sono partner, amici alleati”, ha detto Draghi al termine dell’incontro con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Italia e Turchia hanno firmato 9 accordi per “rafforzare la cooperazione”, ha riferito Erdogan. Il presidente turco ha fatto sapere che l’obiettivo per quest’anno è arrivare a un interscambio economico di 25 miliardi di dollari. “C’è la volontà comune di rafforzare la partnership tra Italia e Turchia, i due paesi lavorano insieme per una pace stabile e duratura”. Lo afferma Mario Draghi nel corso della conferenza stampa al termine del vertice. Draghi ha anche auspicato un rapido sblocco del trasporto delle derrate alimentari. Il premier ha tra l’altro ricordato i legami storici tra Italia e Turchia, primo partner commerciale nell’area del medio oriente. agenzia Ansa).

L’incontro di cui sopra si è tenuto il 05 luglio 2022. Vediamo le cronache dell’aprile del 2021.

“Con i dittatori bisogna essere franchi, ma cooperare”. Le parole di Mario Draghi sul presidente Erdogan aprono uno scontro diplomatico con la Turchia. Nel tardo pomeriggio di ieri, il premier ha preso parte a una conferenza stampa per parlare dei problemi e degli obiettivi del piano vaccinale, ma una domanda sulla politica internazionale l’ha spinto ad assumere una posizione inedita sul leader turco: “Non condivido il comportamento di Erdogan nei confronti della presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, credo che sia stato un comportamento inappropriato, mi è dispiaciuto moltissimo per l’umiliazione che la presidente della Commissione Europea ha dovuto subire”, ha detto Draghi, aggiungendo subito dopo: “Con questi dittatori, chiamiamoli per quello che sono, di cui però si ha bisogno, uno deve essere franco nell’esprimere la propria diversità di vedute e di visioni della società; e deve essere anche pronto a cooperare per assicurare gli interessi del proprio Paese. Bisogna trovare il giusto equilibrio”. Poche ora dopo il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu ha risposto condannando “fermamente l’inaccettabile retorica populista del presidente del Consiglio italiano Draghi nominato e le sue brutte e inesorabili dichiarazioni sul nostro presidente eletto”. Ankara ha convocato l’ambasciatore italiano, Massimo Gaiani, per chiarimenti. (La Repubblica).

Non sono l’unico ad avere fatto un salto sulla seggiola, vedendo i salamelecchi turco-italici. Erdogan è un dittatore, anzi un partner importante: così possiamo sintetizzare il voltafaccia draghiano comunque lo si voglia motivare. Va bene la realpotitik, va bene che il mondo stia cambiando, va bene che ognuno debba guardare ai propri interessi, va bene che occorra combattere il nemico comune Vladimir Putin, va bene che non si debba far incazzare Erdogan per fargli digerire l’ingresso di Svezia e Finlandia nella Nato, va bene che Erdogan possa aiutare a sbloccare la situazione del “grano” e aiutare l’Italia a risolvere il problema della “grana”, va bene che “i quasi-nemici dei miei nemici siano miei amici”, va bene che la diplomazia debba avere una spanna di pelo sullo stomaco, va bene tutto, o meglio va bene dire e fare tutto e il contrario di tutto, però è anche vero che tutto dovrebbe avere un limite.

I casi sono due: o Mario Draghi è stato imprudente nell’aprile del 2021 oppure è stato esageratamente diplomatico in questi giorni. Erdogan non è cambiato, forse è cambiata la tattica internazionale di Draghi e di tutto l’Occidente di cui il nostro premier è diventato l’uomo di punta. Di questa impostazione cinica della politica internazionale non sono affatto entusiasta: quando si prescinde dai principi fondamentali, comunque si giri la questione, la frittata è sempre fatta. Si vede infatti dove siamo finiti. Questa guerra russo-ucraina, consistente nella più cinica delle invasioni, rischia di innescare la più cinica impostazione nei rapporti geo-politici. Che l’Italia ne sia protagonista non mi piace. Se questo è il prezzo da pagare per contare sui tavoli che contano, non ci sto: preferisco un’Italietta qualsiasi, che abbia il coraggio di puntare sinceramente alla vera pace, costi quel che costi.

 

 

 

Da un comico-politico ad un politicante-comico

Noi siamo disponibili a condividere una responsabilità di governo, come abbiamo fatto sin qui, ma occorre un forte segno di discontinuità». Sono queste le prime parole di Giuseppe Conte dopo l’incontro a Palazzo Chigi con il premier Mario Draghi. Dovevano vedersi nel pomeriggio, ma l’appuntamento è stato anticipato per evitare che il faccia a faccia si svolgesse in contemporanea con l’arrivo in Aula alla Camera del decreto Aiuti, sul quale i Cinque stelle hanno sollevato una polemica aspra e nelle ultime ore, tra i parlamentari, è stata sventolata la minaccia di non votare la fiducia.

«Ho consegnato al presidente del Consiglio un documento con le nostre richieste, perché abbiamo accumulato un forte disagio politico. Giustamente – aggiunge Conte – si è preso del tempo per riflettere sulle nostre proposte. Non mi aspettavo una risposta immediata, non sarebbe stato serio». Il documento, partorito dalla riunione del Consiglio nazionale del Movimento, poi consegnato al premier, contiene le misure di bandiera sulle quali il M5S chiede, si legge, «posizioni risolutive» da Draghi. Nella lista dei sogni grillini c’è di tutto. Dal reddito di cittadinanza, sul quale «non siamo disponibili a considerare ulteriori restrizioni ancora più penalizzanti», scrive Conte, alla «urgente» riforma del salario minimo. Ci sono i decreti attuativi del decreto Dignità da approvare al più presto «per contrastare il precariato», alla richiesta di un nuovo scostamento di bilancio per aiutare famiglie e imprese, perché «un bonus di 200 euro non basta a risolvere i problemi delle persone», punge Conte. C’è anche il nodo Superbonus, che sta bloccando a Montecitorio il voto sul decreto Aiuti, sul quale si chiede uno «sblocco delle cessioni, che per noi è assolutamente imprescindibile». A seguire, l’ex premier pone il tema della transizione ecologica, che non può tradursi nel via libera a nuove trivelle, e chiede la rateizzazione delle cartelle, il ritorno del cashback fiscale che il governo aveva archiviato «con un tratto di penna, senza neppure consultarci», così come il ritorno della «dialettica parlamentare finora negata» dall’esecutivo, soprattutto sul tema dell’invio di armi a Kiev. Per tutto questo, mette in guardia il leader M5S uscendo da palazzo Chigi, «abbiamo bisogno di risposte chiare e impegni precisi in tempi ragionevoli».
Il premier, secondo quanto riferiscono fonti di Palazzo Chigi, «ha ascoltato con attenzione quanto rappresentato dal Presidente del M5S. I due torneranno a incontrarsi prossimamente». (La Stampa).

Se è vero che i voti non si contano ma si pesano, è altrettanto vero che i documenti politici si scrivono, ma contano in base alla credibilità e al potere contrattuale di chi li scrive. Il documento presentato da Conte a Draghi è il bignamino dei cavalli di battaglia dei grillini: di tutto un po’. Il problema è innanzitutto quello di verificare la credibilità del leader che sta guidando il movimento in una fase prefallimentare: come può un politico, improvvisato nel 2018 come leader governista, passato con poca eleganza e molto opportunismo da un governo all’altro, trasformarsi in leader protestatario e piazzaiolo? Non è credibile! Come può un interprete riveduto e scorretto dell’uomo buono per tutte le stagioni incarnare improvvisamente l’antipolitica? Non ci sta! Come può un pragmatico navigatore diventare un trascinatore carismatico? Non è possibile!

A lui il movimento si è aggrappato per sopravvivere al governo Draghi, ma ora che Draghi brilla sempre più di luce propria, i pentastellati non gli fanno né caldo né freddo, finiscono con l’essere tiepidi col governo e inadatti all’opposizione. Se stanno nel governo perdono l’identità barricadiera da cui sono partiti, se vanno all’opposizione perdono la poca legittimità istituzionale che è loro rimasta: in entrambi i casi perderebbero ulteriormente voti. Allora sono costretti a barcamenarsi e quale migliore arma di un documento che finirà nel cassetto di Draghi al netto di qualche insignificante contentino e nel dimenticatoio della gente che ha ben altro a cui pensare. Si tratta di astuzie politiche vecchie come il cucco, messe in atto in passato da politici, che la sapevano molto più lunga di Giuseppe Conte.

Credibilità tendente a zero da parte di un movimento senza capo né coda, potere contrattuale molto relativo da parte di una pattuglia di parlamentari a cui peraltro non conviene assolutamente mettere in crisi il governo pena l’autodistruzione totale. Durante la vergognosa kermesse per l’elezione del presidente della Repubblica si sono dovuti rifugiare sotto la gonna di Mattarella per difendere la loro sopravvivenza (mossa che, bisogna ammetterlo, ha evitato all’Italia guai ben peggiori), adesso non rimane loro che ascoltare Mattarella e appoggiare Draghi obtorto collo. Il resto è teatrino di pessima qualità. È penoso vedere come stia finendo un movimento che voleva spaccare le montagne della politica e che raccoglieva milioni di voti per un non meglio precisato cambiamento. Non è cambiato niente, la politica è intatta nei suoi peraltro molti e gravi difetti. L’unica cosa che è cambiata è il leader del M5S: non più un comico prestato alla politica, ma un politicante prestato alla comica. E gli italiani che, in un certo senso se lo sono voluto (forse non sapevano dove sbattere la testa), stanno a guardare o meglio, anziché votare, se ne stanno a casa.

 

I vaccini delle vacanze

Vaccinatevi gente, il virus sta tornando. Ma non si tratta di varianti scoperte rispetto agli attuali somministrabili vaccini? Sotto il diluvio sempre meglio un ombrellino che niente! Ma non era prevedibile una simile ondata di ritorno? Sì, ma per l’autunno e allora ci sarebbero stati i vaccini nuovi di zecca. Non era preferibile essere prudenti stare prudenti, mantenendo l’obbligo di mascherine e distanziamento? E le vacanze? Non si potevano fare con la mascherina, meglio la maschera da sub…virus…

Ho capito benissimo tutto ruota psicologicamente, socialmente e soprattutto economicamente intorno al mito delle vacanze. Quante volte in passato ho rinunciato ad esse per motivi di carattere famigliare, al punto da perderne l’abitudine. Mi viene il dubbio di avere sbagliato tutto. Lascio perdere e mi rassegno alla vaccinazione. Avevo seri dubbi su di essa fin dall’inizio, avendo, oltre tutto, motivi latenti di allergie pregresse che in coscienza mi sconsigliavano di rischiare. Poi è partita la campagna di colpevolizzazione: era insensibile ed egoista chi non si vaccinava a prescindere se avesse o meno motivi non ideologici per comportarsi così. La vaccinazione divenne un obbligo: chi non si vaccinava era fuori dal contesto sociale, un appestato da isolare e mettere alla gogna. Mi sono piegato e fortunatamente non ho avuto evidenti gravi reazioni. Mi restava da fare la terza dose, quella della sicurezza (?): non potevo esimermi ed allora eccomi, nei tempi dovuti e di prima mattina, all’ingresso dell’unico hub vaccinale funzionante in città, quello vicino alla sede della Gazzetta di Parma, ricavato nei locali messi a disposizione dalla proprietà del quotidiano locale (è proprio vero che a Parma tutto ruota intorno alla Gazzetta…). Cancelli chiusi! Un cartello indica uno striminzito orario di apertura settimanale: tre pomeriggi e una mattina. Decisione pubblicizzata in modo a dir poco irrilevante (la Ausl non è il bottegaio del quartiere, con tutto il rispetto per i bottegai che le ferie le annunciano per tempo alla clientela) e motivata dalle solite esigenze vacanziere (tutti hanno diritto alle vacanze, è l’unico diritto irrinunciabile e garantito) e forse anche dal calo della corsa alla vaccinazione (un rassegnato adattamento agli umori dei cittadini, che non ci capiscono più dentro niente?).

Mi rassegno a tornare alla carica nel bollente pomeriggio, ponendomi però qualche domanda imbarazzante: è questo il modo di agevolare e promuovere la tanto osannata vaccinazione? È questa la risposta delle autorità sanitarie al dilagante ritorno del virus? Serve o non serve vaccinarsi? Se vale la pena farlo, perché all’utente vengono create difficoltà, considerato il fatto che la platea della quarta dose è costituita soprattutto da persone anziane e/o fragili?

Per essere sicuro di non incorrere in qualche ulteriore e spiacevole equivoco organizzativo, alla fine di una (quasi) comica trafila telefonica, dal numero verde mi si conferma l’orario di apertura del centro di vaccinazione e che non è necessaria alcuna prenotazione. Nel pomeriggio vado tranquillo (mica tanto), entro spavaldamente nel salone e incappo in una lunga fila d’attesa: non solo l’orario ridotto aveva causato una assurda concentrazione di utenti, ma gli sportelli di accettazione risultavano ridotti ad un terzo. Chi aveva avuto la fortuna di prenotare la prestazione (non era superflua?) era comunque privilegiato ed aveva la precedenza. Mi seggo, aspetto “spazientemente” il mio turno, sperando che i pochi medici oberati di lavoro non reagiscano male e oggettivamente non siano costretti ad atteggiamenti frettolosi e superficiali. Devo dare atto che, alla fine di una paradossale catena di contraddizioni ed inefficienze, l’ultimo anello ha tenuto botta. Complimenti ai medici, che sono stati effettivamente i soggetti più tartassati dalla pandemia.

Alla fine dell’iter, sperando di uscire vivo dalle grinfie del vaccino, ho avuto la tentazione di telefonare al nuovo sindaco di Parma. Non l’ho votato e quindi potevo, a maggior ragione, azzardare una provocazione riparatrice della mia vena astensionista. Il sindaco, se non erro, è la maggiore autorità sanitaria di un comune. Se, invece di perdere tempo alla ricerca di equilibrismi di potere all’interno della sua giunta che faranno inevitabilmente a pugni con professionalità ed esperienza, e di retorici primi passi per stupire la cittadinanza, avesse fatto un salto per verificare sul campo come sta andando a Parma la campagna vaccinale, avrebbe cominciato a svolgere il suo compito nel migliore dei modi: quello di affrontare i piccoli-grandi problemi, quelli che alla fine interessano la gente, lasciando stare le grandi-piccole questioni strutturali ed infrastrutturali che interessano poco ai cittadini, anche perché comunque sono rassegnati a subirle dai poteri forti.