Gli spaghetti politici alla puttanesca

Ho fiutato e rifiutato in anticipo la tendenza a ridurre sbrigativamente la caduta del governo Draghi ad uno schizofrenico colpo di coda pentastellato e contiano in particolare. Se fosse tutto così semplice, lo stupidario grillino sarebbe miseramente fallito e Giuseppe Conte sarebbe rimasto con un palmo di naso e un pugno di mosche in mano. È andata anche così, ma c’è dell’altro dietro le vicende politiche di questi ultimi giorni sfociate non a caso nelle elezioni anticipate.

Da tempo il centro-destra governista non riusciva a nascondere la propria insoddisfazione politica, dovuta a diversi fattori. Innanzitutto rimanere allineati e coperti dietro Draghi poteva comportare il rischio di fare da quinta colonna al Pd ed al suo campo largo: da una parte l’inarrestabile emorragia dei voti grillini rischiava di prendere la strada lettiana; dall’altra parte Forza Italia rischiava di venire assorbita, almeno a medio termine, nel disegno filo-draghiano di una coalizione “ursula”; dall’altra parte ancora, Salvini con la sua Lega di piazza rischiava di essere devitalizzato dalla rendita di (op)posizione e dalle mire espansionistiche di Giorgia Meloni.

In secondo luogo il governismo poteva finire col compromettere ogni e qualsiasi velleità di egemonia destrorsa, logorandone la vena populista e spuntandone le armi della protesta e dell’insoddisfazione sociale, consegnando a Fratelli d’Italia la fiaccola olimpica della maratona verso palazzo Chigi.

A buttare all’aria il fragile equilibrio c’era il rischio di venire bollati come disfattisti in un clima assai favorevole a Draghi ed al suo governo. Ad evitare questo pericolo è venuto in soccorso il M5S, attirando su di sé tutte le colpe e servendo su un piatto d’argento la possibilità di sfilarsi senza colpo ferire. Era un’occasione da prendere al volo e il fiuto politico di Salvini e Berlusconi non se la è lasciata scappare.

Intendiamoci bene, era un disegno ben preciso e supportato da sondaggi e analisi prospettiche, che ha trovato uno sbocco molto favorevole nell’immediato. Potrebbe essere addirittura troppo presto: ora o mai più, si saranno probabilmente detti.

E la gente cosa fa? Come don Pasquale: vede e tace, quando parla non s’ascolta. La reazione negativa verrà smaltita in pochissimo tempo, surclassata da alcuni colpi propagandistici ben assestati: il freno all’immigrazione, la bandiera della sicurezza, le tasse da diminuire, le corporazioni da difendere, i vincoli europei da bypassare, l’inflazione da combattere, etc. etc. In due mesi il colpo è fatto. Poi si vedrà…

Mario Draghi ha detto: “La mobilitazione di questi giorni da parte di cittadini, associazioni, territori a favore della prosecuzione del Governo è senza precedenti e impossibile da ignorare”. Probabilmente si autosfarinerà e rimarrà un episodio che Draghi potrà mettere nella sua cassaforte esistenziale per essere raccontato orgogliosamente a nipoti e pronipoti.

E l’Europa? Se ne dovrà fare una ragione: punteremo all’europeismo d’accatto. C’è posto per tutti in una Ue senza spina dorsale, dove ognuno fa i cazzi suoi. E poi, un qualche personaggio spendibile a questo livello si trova sempre, ammesso e non concesso che i leader politici vogliano rimanere nell’ombra per non scottarsi.

Questa sarà la campagna elettorale. Il centro-sinistra tenterà di rilanciare la carta Draghi, ma sarà difficile che lui accetti una simile sfida, anche perché quel che rimane dell’elettorato di sinistra avrebbe molto da ridire su una simile scelta tattica.

Mi sono chiesto: perché Draghi e Mattarella hanno gettato la spugna? Non credo si sia trattato di stanchezza in corso d’opera, di mancanza di furbizia politica da parte di Draghi, di logoramento presidenziale da parte di Mattarella. Con ogni probabilità hanno capito che stava venendo avanti un disegno ben preciso e che non era il caso di contrastarlo, non si poteva fare altro che tentare di evidenziarlo e di “sputtanarlo”. Siccome però era portato avanti con piglio puttanesco o puttaniere come dir si voglia, si è imposto in Parlamento e potrà imporsi anche nelle urne. Aveva ragione Mattarella a non volerne sapere della rielezione: lo hanno preso per il sedere due volte, accettando il “suo” governo per poi abbandonarlo sul più bello, costringendolo a rimanere al Quirinale per poi fargli fare la parte del notaio. Capisco la sua eloquente espressione di sofferta impotenza.

Gli italiani hanno la memoria corta, i dissidenti avranno vita breve, le colpe dei padri destrorsi ricadranno sui figli prodighi pentastellati, il centro-sinistra farà bella figura, ma perderà. Non basteranno i convertiti al governismo per sconfiggere l’orda dei miscredenti. Non basteranno i padri nobili della Costituzione per difenderci dagli assalti alla democrazia. Il problema non sono le elezioni anticipate in se stesse, ma quello che ci riserveranno.

Succederebbe quanto ha scritto Paolo Flores d’Arcais, un commentatore politico non certo tenero con Mario Draghi: “Peggio del governo Draghi sarebbe, oggi, la caduta del governo Draghi. Che significherebbe (“principio di realtà”) elezioni a fine settembre con una legge elettorale indecente, che costringe a coalizioni contro natura al solo scopo di far bottino, e regalerebbe all’Italia, tra meno di tre mesi, un governo Meloni-Salvini, o Salvini-Meloni, a seconda della distribuzione in consensi della sciagura. Che dunque affiderebbe l’Italia a una coalizione che ha in odio la Costituzione repubblicana nata dalla Resistenza. Con una maggioranza, dato l’iniquo sistema elettorale, che potrebbe sfregiarla, questa Costituzione che ci ha tutelati come cittadini liberi per tre quarti di secolo a usbergo di governi reazionari, senza neppure passare per il giudizio di un referendum”.

Dopo aver fiutato la puzza di bruciato, dopo aver rifiutato prospettive molto pericolose per la democrazia, non mi rimane che rifiatare: resto ancorato al palo dell’ultimo dei giusti, sperando che un po’ della giustizia testimoniata da Sergio Mattarella possa restare a galla e ci salvi dal peggio che si sta profilando.

 

 

Non gasiamo la crisi di governo

La sorprendente coincidenza tra le dimissioni di Mario Draghi e l’aumento delle forniture del gas proveniente dalla Russia ha indotto a pensar male e magari a fare peccato, ma ad indovinarci.  Il colosso energetico russo Gazprom ha comunicato per la giornata del 21 luglio 2022 la consegna di volumi di gas pari a circa 36 milioni di metri cubi, a fronte di consegne giornaliere pari a circa 21 milioni di metri cubi effettuate nei giorni precedenti. Lo ha reso noto Eni, nel giorno in cui dopo i 10 giorni di stop per la manutenzione ordinaria, è ripresa l’attività del gasdotto North Stream 1. Un incremento, dunque, del 75% nelle forniture. È evidente che sia un messaggio neanche tropo velato da parte di Vladimir Putin: un governo meno “atlantista” significherà un inverno meno freddo per gli italiani. 

Di veleni, come ho già avuto modo di scrivere, nella crisi di governo ce ne sono a sufficienza, forse non c’è bisogno di aggiungerne, anche se l’occasione è indubbiamente ghiotta per fare maligni collegamenti. Non facciamoci minimamente toccare dalle eventuali trappole di Vladimir Putin: la nostra politica estera deve essere discussa e decisa indipendentemente dai ricatti della Russia.

Il presidente Draghi nel suo intervento al Senato ha detto testualmente: “L’Italia deve continuare ad essere protagonista in politica estera. La nostra posizione è chiara e forte: nel cuore dell’Unione Europea, nel legame transatlantico. La nostra posizione è chiara e forte nel cuore dell’Ue, del G7, della NATO. Dobbiamo continuare a sostenere l’Ucraina in ogni modo, come questo Parlamento ha impegnato il Governo a fare con una risoluzione parlamentare. Come mi ha ripetuto ieri al telefono il Presidente Zelensky, armare l’Ucraina è il solo modo per permettere agli ucraini di difendersi. Allo stesso tempo, occorre continuare a impegnarci per cercare soluzioni negoziali, a partire dalla crisi del grano.
E dobbiamo aumentare gli sforzi per combattere le interferenze da parte della Russia e delle altre autocrazie nella nostra politica, nella nostra società”.

Sono d’accordo con Draghi sulla collocazione dell’Italia, anche se la fedeltà ai patti non significa sposare acriticamente gli indirizzi della Nato, ma semmai contribuire criticamente a stabilirli e rivederli quando necessario; sull’autonomia italiana rispetto alle interferenze del mondo anti-democratico, anche se occorrerebbe uscire dalla prigione della realpolitik, che spesso ci induce in tentazione; dissento invece dal postulato secondo il quale per aiutare l’Ucraina a difendersi  il solo modo sia quello di rifornirla di armi.

Non è il caso quindi di lasciarsi trascinare in un “retroscenismo” pernicioso, né per dimostrare che Draghi era nel giusto sempre e comunque né per confermare la indissolubilità del patto atlantico e/o la giustezza statunitense a prescindere. Non mi pare il caso nemmeno di insinuare dubbi sulla lealtà di alcune forze politiche, quelle peraltro responsabili, volenti o nolenti, della caduta del governo Draghi, in merito alla politica estera italiana per il solo fatto che abbiano espresso dubbi e perplessità sull’invio di armi all’Ucraina o sulla eccessiva rigidità degli atteggiamenti governativi. Il fatto che M5S e Lega siano stati chiacchierati sui loro passati rapporti opachi con la Russia non deve portare a polemiche su questioni di grande rilievo nel bailamme propagandistico della imminente campagna elettorale. I madornali errori commessi da questi partiti nei confronti del governo non devono sollecitare fantasiose criminalizzazioni a loro carico, che finirebbero col vittimizzarli ed assolverli quindi dalle loro vere colpe di carattere politico, di cui risponderanno agli elettori ed alla storia.

Cerchiamo di essere seri come ha sollecitato Sergio Mattarella in un sofferto e malinconico intervento a commento dello scioglimento delle Camere: “Mi auguro che – pur nell’intensa, e a volte acuta, dialettica della campagna elettorale – vi sia, da parte di tutti, un contributo costruttivo, nell’interesse superiore dell’Italia”.

La cura governista

Ai (bei) tempi della Democrazia Cristiana, qualcuno sosteneva che a questo partito-stato avrebbe fatto bene una cura ricostituente a base di opposizione, costretta com’era a governare per mancanza di alternative democraticamente agibili. Allora dal di dentro, siccome ne vedevo ancor meglio limiti e difetti, osservavo come effettivamente l’esercizio del potere ne logorasse l’idealità, alla faccia di Giulio Andreotti, che al contrario sosteneva come il potere logorasse chi non ce l’ha (dal punto di vista del suo cinico pragmatismo aveva qualche indubbia ragione, anche se il tempo ha dimostrato proprio a suo carico come forse avesse anche parecchi torti).

La crisi del governo Draghi sta dimostrando invece come ad alcuni abbia portato qualche giovamento l’assunzione della funzione di ministro. Non credo si tratti solo dell’attaccamento al potere, che obnubila la capacità critica, ma di un bagno esperienziale di sano realismo governativo che evita farneticazioni pseudo-politiche.

Non penso sia un caso che i ministri provenienti dai partiti che hanno abbandonato scriteriatamente la barca del governo Draghi abbiano reagito con una certa stizza, difendendo questa esperienza governativa con parole ed atteggiamenti più o meno clamorosamente in dissenso rispetto alle posizioni delle forze politiche di appartenenza. Tutti hanno gridato allo scandalo allorquando, nonostante la fiducia al governo cominciasse, a dir poco, a scricchiolare, loro siano rimasti ai loro posti. Non si trattava di un esempio di infedeltà politica, ma di coerenza a livello di impegno.

Credo che tutti abbiano fatto un’esperienza edificante di governo in perfetta rispondenza ai presupposti mattarelliani ed ai carismi draghiani. In questi giorni mi sono divertito ad osservare gli sguardi ammirati dei Giorgetti, delle Gelmini e Carfagna, dei Brunetta, dei D’Incà e dei Patuanelli nei confronti di Mario Draghi. Sprizzavano ammirazione e sembravano dire: questo sì che è un governante, non i nostri squallidi capi-arruffapopolo…Qualcuno è arrivato a distinguersi fino al punto da abbandonare il partito, altri al momento non hanno avuto tanto ardire, ma comunque tutti si sono resi piuttosto impermeabili agli ordini di scuderia.

Silvio Berlusconi sta farneticamente giustificando la sua ennesima giravolta mentre tre suoi ex aficionados escono schifati dal partito. Qualcuno a livello mediatico (leggi Enrico Mentana) sta già riposizionandosi, cercando di essere possibilista nei confronti del centro-destra apprendista-governante, tentando di dimostrare come, in fin dei conti, Draghi non sia morte sulla croce di Conte, Salvini e Berlusconi, ma per il freddo ai piedi provocato dai suoi errori e dalla sua volontà di scappare. E pensare che fino a ieri questi signori sostenevano Draghi a spada tratta…Come cambia il mondo!

Matteo Salvini sta penosamente rincorrendo Giorgia Meloni in una corsa ad handicap, mentre Giorgetti abbraccia convintamente Draghi, lo applaude, afferma che non rinnegherà mai una importante e positiva esperienza di governo.

I bulli televisivi (leggi ancora l’insopportabile Enrico Mentana) sostengono che gli elettori dimenticheranno tutto in fretta e furia e non si cureranno dei vergognosi voltafaccia di M5S, Lega e Forza Italia. Non ne sarei così sicuro. È vero che è più facile raccontarla agli elettori che non ai ministri uscenti, ma un certo qual disorientamento a livello di base è innegabile e credo purtroppo che porterà, come minimo, all’accentuazione della già presente tendenza all’astensione.

Le parole forti di Brunetta, Gelmini e Carfagna, che seppelliscono dal canto loro la leadership berlusconiana (meglio tardi che mai), le più felpate argomentazioni di Giorgetti, che si richiamano indirettamente ad un radicamento territorial-sociale della Lega, le imbarazzate titubanze post contiane dei ministri fu Grillo, che prendono le distanze da padri e patrigni, suonano come un chiaro impeachment verso i loro impresentabili partiti.

Questi atteggiamenti innescheranno qualche ulteriore movimento politico? Apriranno gli occhi a qualcuno? Sposteranno qualche equilibrio? Non so, ma non sarei così sicuro della loro irrilevanza. Qualcosa nel campo largo lettiano è già successo…E se fossero l’inizio di vere e proprie valanghe? Come farà un piccolo imprenditore del nord-est ad accettare supinamente le decisioni di Salvini?  Cosa farà un elettore berlusconiano di fronte all’arteriosclerosi conclamato del proprio leader? Cosa farà un sostenitore pentastellato di fronte al fuggi-fuggi interno, esterno e collaterale al M5S?

Agli albori del centro-sinistra ci fu un interessante scambio di battute fra Indro Montanelli e Fernando Santi (un vero socialista radicalmente contrario alla svolta governista del suo partito). «Ma perché, onorevole, chiese Montanelli, lei è così ostile a questo nuovo equilibrio politico-governativo?». «Lei non li conosce i miei compagni, rispose Santi, una volta entrati nelle stanze del potere sarà un finimondo…».

Se ai socialisti dal punto di vista etico fece indubbiamente male l’autentica scorpacciata di potere finita nella bulimia craxiana, forse attualmente a qualcuno invece ha fatto bene toccare a valle con mano un governo importante ed autorevole per rimanerne scosso e rendersi conto a monte della pochezza politica di chi non sa governare. Sergio Mattarella voleva scuotere la politica avviando l’esperienza del governo Draghi: in piccola, ma significativa, parte c’è riuscito. E non è finita, anzi è appena cominciata.

Populismo, veleno e controveleno

Nell’opera lirica “La Gioconda” di Amilcare Ponchielli su libretto di Arrigo Boito, il doge Alvise, scoperto il tradimento della moglie Laura, giura di vendicarsi («Si, morir ella de’!»). Sarà una vendetta terribile, degna di un Badoéro: che le danze della festa gioiscano pure, lì il marito tradito deve vendicare il proprio onore. Decide però di non sporcarsi le mani, sarà lei stessa a darsi la morte con un veleno. Quindi fa convocare Laura e la lusinga nascondendo a malapena la sua ira: egli accenna ironicamente appena al suo tradimento («Bella così madonna, io non v’ho mai veduta»), e Laura, insospettita, gli chiede il motivo di tale comportamento («Dal vostro accento insolito cruda ironia traspira»). Alvise, al massimo dell’ira, la costringe a dire la verità, e poi le urla che morirà subito. Mentre Laura lamenta il suo destino («Morir, morir è troppo orribile»), Alvise le mostra la sua bara. Da fuori risuona una canzone intonata dai gondolieri («La gaia canzone fa l’eco languir e l’ilare suono si muta in sospir»). Alvise la obbliga a bere un veleno prima che il canto giunga alla sua ultima nota, ma di nascosto Gioconda sopraggiunge e convince Laura a bere da un’altra boccetta, che contiene un potente narcotico che «della morte finge il letargo». Dopo averlo bevuto, Laura entra nella camera mortuaria e si distende sul catafalco. Entra Alvise e, osservando la boccetta vuota, si convince che la donna è morta. Gioconda invoca la madre, e riflette sconvolta su quello che ha appena fatto: salvare la rivale per amore di Enzo («Io la salvo per lui, per lui che l’ama!»).

Il veleno è al centro anche del melodramma politico che si sta consumando nel nostro Paese, il veleno del populismo: le spinte e controspinte che hanno portato alla caduta del governo Draghi sono sostanzialmente improntate al populismo più deteriore, che altro non è se non un modo di fare politica caratterizzato dall’esaltazione demagogica delle qualità e capacità delle classi popolari.

L’operazione Draghi ne era l’esatto contrario o meglio forse ne voleva essere l’antidoto: conquistare la fiducia popolare non per lisciare il pelo al popolo stesso, ma per prospettargli una sana anche se faticosa risalita rispetto alle sprofondanti emergenze economiche e sociali.

Il veleno però ha continuato a lavorare e a mettere i bastoni fra le ruote a Draghi, il quale non ha saputo togliere del tutto il terreno sotto i piedi dei populisti, lasciando ad essi argomenti oggettivamente plausibili da cavalcare in senso disfattista: si pensi alle armi all’Ucraina, alle corporazioni toccate nel vivo, alle povertà crescenti e striscianti, a tutto l’armamentario pentastellato e leghista.

Ad un certo punto Mario Draghi, perso per perso, si è messo anche lui a fare il populista, appellandosi alla pancia continuista del Paese in contrapposizione con quella disfattista: ha provato ad usare il controveleno, che però non ha funzionato ed è soltanto servito a smascherare le manovre ed a scoprire i giochi. I populisti, vistisi toccati nel vivo, si sono irritati ed hanno perso l’ultimo barlume di raziocinio, puntando decisamente alle urne, scambiandosi reciprocamente accuse in un penoso teatrino propagandistico, che purtroppo è destinato a proseguire durante tutta l’imminente campagna elettorale.

Qualcuno si sta smarcando da questo gioco partitico al massacro populista, mentre invece il centro-destra lo ha abbracciato senza pudore rischiando di perdere qualche insignificante pezzetto. I tre populismi hanno finalmente trovato una combinazione plausibile: il berlusconismo, il salvinismo e il melonismo, che hanno mostrato le loro “brutte” facce, togliendo ogni e qualsiasi velo protettivo, andranno alla ricerca di un volto “bello” spendibile per un premierato compatibile con gli assetti europei.

È molto probabile che alle elezioni si scontrino due filoni populisti: quello cattivo di una ritrovata unità destrorsa e quello buono di un Draghi sostenuto da un centro-sinistra i cui contorni definitivi appaiono tuttavia ancora incerti. Mangeremo a rischio colesterolo, sperando che quello buono scacci quello cattivo, dormiremo il sonno della democrazia sperando di non rimanere narcotizzati dall’astensionismo e di risvegliarci con a fianco Draghi che ci porti in salvo, liberandoci dalla morte dei peggiori “ismi” riveduti e scorretti.

Sperando anche e però che nel frattempo Draghi si sia convinto che l’unico modo per difendere l’Ucraina non è quello di rifornirla di armi, altrimenti ricominceremo tutto daccapo in una infinita e fuorviante kermesse populista e…bellicista.

 

 

 

Le bastonate di Draghi

L’intervento al Senato di Mario Draghi per comunicare fiduciariamente le motivazioni del corto circuito intervenuto fra governo e parlamento è sembrato improntato alla filosofia del “toc ‘d pan e ‘na bastonäda”: era la mirabile sintesi che una donna faceva in negativo del comportamento dei suoi parenti, i quali l’avevano soccorsa (?) nei momenti difficili della sua vita.

L’intervento di Draghi, peraltro molto dignitoso e orgoglioso, si è dipanato in stile “ottovolantesco”; è partito durissimo con una impietosa fotografia dei rapporti con la larga (?) maggioranza che lo dovrebbe sostenere: ho pensato che si trattasse ormai di rottura definitiva del giocattolo. Poi è venuto il panegirico dell’azione di governo, addirittura un ringraziamento al Parlamento che l’ha consentita. Ho cominciato a respirare, forse non tutto era perduto.

Appena il tempo di riprendere fiato ed ecco arrivare il perentorio invito rivolto ai partiti per una loro inequivocabile assunzione di responsabilità in un patto chiaro per un’amicizia almeno fino al termine normale della legislatura. Soprattutto due partiti venivano messi con le spalle al muro: M5S e Lega ai quali Draghi non faceva alcun sconto a livello programmatico. Della serie “o così o pomì”.

Alla fine un grazie al Paese che è suonato quasi come una minaccia per chi avrà l’ardire di prescindere dall’umore della gente: populisti, guardate bene che il popolo sta dalla mia parte, sappiatevi regolare.  Un Draghi sorprendentemente più populista dei populisti, che non ha rinunciato nemmeno al più piccolo dei suoi convincimenti e dei suoi propositi. Un discorso poco politico e molto linearmente presidenziale in un sistema istituzionale parlamentare.

Evidentemente l’influsso di Sergio Mattarella non si è fatto sentire, a meno che per entrambi i presidenti non sia giunta una sorta di redde rationem con la politica, il momento di chiudere i conti con essa e rimettere tutto nelle mani degli elettori, fornendo loro un gran brutto biglietto da visita relativamente ai partiti.

L’atteggiamento di Draghi è stato divisivo per i pentastellati (e fin qui ci si poteva e doveva arrivare), ma anche e direi soprattutto per la Lega in chiara difficoltà elettorale e per Forza Italia ondivagamente dibattuta fra il governismo di prima scelta e il centrodestrismo di ripiego. Tre leader in bilico: Giuseppe Conte col suo incomprensibile e colpevole tatticismo, Matteo Salvini col suo imbarazzato e imbarazzante sfogatoio di recupero populista, e Silvio Berlusconi, che ha siglato la fine del suo già tanto compromesso carisma e della sua capacità di giravolta. Le non-sfiducie si sono rincorse e hanno paradossalmente sfiduciato, più politicamente che numericamente, il governo.

Avete visto le facce dei ministri pentastellati, leghisti e forzisti, costretti loro malgrado ad andare a casa dopo essersi fatti giustamente il mazzo a servizio del governo. Contrordine compagni! La negativa e blasfema dimostrazione che non si può ragionare con la propria testa, ma con la testa rivolta alle elezioni.

A questo punto forse, cedendo un attimo alla tentazione del retroscenismo e del futurismo, ho capito cosa potrebbe voler dire campo largo, non quello di Enrico Letta, bruciato sull’altare pagano pentastellato, ma quello di Draghi che involontariamente si candida a leader del centro-sinistra (dal Pd al, come scrive Flores d’Arcais, Calendarenzitoti + altri ed eventuali).

Il governo Draghi è caduto, almeno il primo: è crisi di governo vera e propria. Mattarella potrebbe risuscitare in qualche modo e per alcuni mesi un Lazzaro riveduto e limitato, destinato forse a morire fra qualche tempo senza i paradisi allargati di cui sopra. Mentre Maria (gli elezionisti) piange in casa, Marta (i governisti) va incontro a Mattarella: Mario vieni fuori!  E poi?

 

 

Le mosse di base e i blocchi di vertice

Maria Campi, nome d’arte di Maria De Angelis, è stata una cantante, attrice e diva di varietà, italiana, celebre per essere stata l’inventrice della “mossa”, un provocatorio ed allusivo colpo d’anca. Dotata di bellezza molto vistosa, mandava appunto in visibilio il pubblico con la sua celebre “mossa” e, soprattutto, con motti romaneschi piuttosto salaci, attraverso i quali soleva interloquire con gli spettatori, durante l’esecuzione delle sue canzoni piccanti.

Lo scrittore Gianrico Carofiglio ha così commentato le “mosse” intervenute nel chiassoso dibattito sulla governabilità italiana garantita da Mario Draghi: «Sindaci e categorie si sono mossi per paura, ma potrebbe essere un fenomeno duraturo». Un numero enorme di primi cittadini ha inteso ribadire la fiducia delle loro comunità al premier ed alla sua compagine ministeriale, così come le associazioni di categoria hanno portato in campo la voce e l’opinione dei loro aderenti favorevoli alla prosecuzione dell’assetto governativo draghiano.

Intravedo alcuni rischi che probabilmente vanno al di là delle intenzioni dei promotori. Potrebbe trattarsi della ricerca di legittimazione istituzionale e sociale tramite la visibilità ed il protagonismo in un momento in cui ci sarebbe bisogno più di discreta e sobria azione che di retorica: della serie “ognuno cerchi di fare bene il proprio mestiere se vuole veramente aiutare il governo a governare”. Potrebbe perfino costituire una confusa sovrapposizione di ruoli: in poche parole una sorta di velleitaria surrogazione dei partiti in grave crisi di identità e rappresentatività. Non so fino a che punto la predica nasconda un pulpito comunque invischiato nelle sterili contrapposizioni pre o post politiche. Se è vero che tutto può fare brodo democratico, è altrettanto vero che in questo brodo non devono bollire parole al vento, ma seri metodi e programmi di governo a tutti i livelli.

Forse, come dice Carofiglio, serpeggia la paura, che spesso è cattiva consigliera, perché vede sbrigativamente il male dappertutto e sceglie l’apparente bene a portata di mano. Tuttavia quando si muovono le acque qualcosa può succedere se non altro a livello provocatorio. Speriamo che alla confusione partitica non si aggiungano quella territoriale e sociale. La problematica sintesi la dovrà operare appunto chi governa a livello centrale. Ho sentito in questi giorni un ragionamento saggio e positivo sul reddito di cittadinanza, che per avere un senso avrebbe dovuto trovare collocazione e gestione a livello comunale, laddove la vicinanza ai bisogni della gente si fa più concreta e pressante. Si parla molto anche di patto sociale auspicando un confronto serrato con sindacati e forze sociali. Questo dovrebbe essere lo spazio di manovra di sindaci e associazioni al di là e al di sopra delle momentanee ed istintive reazioni che durano poco.

Sanno i sindaci interpretare i bisogni della gente e rispondere concretamente ad essi senza rifugiarsi nella ristrettezza dei fondi a loro disposizione e nella protesta contro la stitichezza centrale ai danni della finanza locale? Sanno le forze economiche e sociali chiedere ai loro associati sacrifici in vista di programmi lungimiranti, riequilibranti ed equitativi? Forse Draghi aveva bisogno di consolidate disponibilità più che di momentanei appoggi.

La paura in effetti è il motivo popolare dominante che magari non esiterà un domani, più o meno ravvicinato, a rifugiarsi in avventurose scorribande elettorali di segno destrorso. Si tratta della schizofrenia della piazza, che, se si accompagna alla insulsaggine della politica, non può combinare che disastri incalcolabili.

Mi pare che Mario Draghi, dimostrando grande serietà e sobrietà, non abbia strumentalizzato le pulsioni di base per rafforzare la propria posizione, ma per far scoppiare le contraddizioni dei populisti cui sta venendo a mancare il popolo. Temevo che le posizioni extra-parlamentari a favore di Draghi finissero con indebolirne la forza politica, invece devo ammettere che sono servite a mettere le forze politiche con le spalle al muro, alcune delle quali si illudono di fare una passeggiata elettorale.

Speriamo che la gente, quando avrà in mano la scheda elettorale, capisca come sia inutile ed assurdo ascoltare ed applaudire il pianista per poi magari sceglierne uno peggiore alla prima occasione utile. Ricordo di avere partecipato ad una calda assemblea politica e di avere istigato ad un intervento pesante l’amico che avevo seduto di fianco. Ascoltò il mio appello, si diresse alla tribuna e inanellò un intervento talmente provocatorio da spingermi ad una clamorosa contestazione. Lui mi guardava incredulo. Avevamo combinato un disastro, mettendo una quantità di sale spropositata sulla coda della democrazia.

 

 

 

Quando il silenzio sarebbe d’oro

Il frastuono partitico innescato involontariamente (almeno lo voglio sperare) dalle dimissioni di Mario Draghi è un’accozzaglia di excusatio non petite in quanto non accettabili e da rispedire al mittente. Nel rissoso botta e risposta non c’è infatti alcun serio ravvedimento, ma soltanto la volontà di alzare la voce per coprire i propri errori. In questo momento la cosa migliore, che i partiti potrebbero fare, sarebbe quella di starsene zitti e di riflettere. La preoccupazione purtroppo non è il recupero della situazione governativa, ma l’ansia di (ri)trovare un minimo di identità e di visibilità in vista delle elezioni.

In queste situazioni a parlare si sbaglia sempre: quando dopo aver creato un disastro si vuole rimediare si finisce inevitabilmente per accrescere ulteriormente le proprie responsabilità ed allontanare ogni e qualsiasi ipotesi di recupero.

L’unica cosa possibile sarebbe lasciare che la patata bollente torni nelle mani di chi l’aveva sbucciata, cotta a vapore e servita sul piatto italiano. Nel frattempo la patata si è bruciacchiata e quindi bisogna provare a vedere se i cuochi possano rimediare. Persino l’appello dei mille sindaci assume un carattere retorico: i protagonismi, da qualsiasi parte vengano, non sono affatto utili in questo momento.

Non ho sentito infatti nessuna parola di buon senso, ma solo sparate demagogiche e tattiche, nel migliore dei casi parole di circostanza. Questa breve pausa, che doveva essere di riflessione, è in realtà di baccano e non aiuta certamente a decantare la situazione. Il governo Draghi ha messo a nudo fin dal suo inizio tutti i limiti e difetti dell’attuale classe politica. Avrebbe dovuto però aiutare la politica a riprendersi il ruolo che le spetta, invece le forze politiche, recalcitranti, hanno preferito giocare a nascondino dietro Draghi per attaccarlo o per difenderlo. Adesso che rischia di andarsene a casa, sono preoccupati di perdere il gioco, che stavano irresponsabilmente facendo.

Sulla eventuale campagna elettorale graverà il macigno del governo Draghi, non so se in carica per il disbrigo degli affari correnti o se governo-emerito. La politica rivendica il suo ruolo, ma non basta alzare la voce pe recuperare credibilità. Si scontrano due paure uguali e, per certi versi, contrarie: quella di essere additati come disfattisti del governo e quella di essere considerati timorosi delle urne. Prevalgono le riserve mentali, nessuno riesce ad esprimersi con lealtà e correttezza. Questa è la penosa impressione a carico dei cittadini, che non sono senza peccato, ma che prima o poi scaglieranno le loro pietre.

Sono curioso di vedere come andrà a finire in Parlamento nel merito e nelle procedure: speriamo non ne esca una indegna gazzarra anticostituzionale. Le ipotesi su cui i commentatori si esercitano sono tante: dimissioni ignorate, dimissioni ritirate, dimissioni ribadite; governo Draghi rimesso in carreggiata, governo Draghi bis, governo Draghi di mera transizione, governo Draghi per gestire le elezioni, altro governicchio balneare di qui alle elezioni anticipate. Sembra un riassunto di prassi istituzionale sulla pelle della gente, che non ci capisce niente o capisce tutto.

Se, come diceva una importante funzionaria ministeriale di mia conoscenza, anche la forma è sostanza, c’è però da chiedersi: può bastare la forma quando non c’è la sostanza? Spero che la sostanza trovi forma e questo può succedere solo in una virtuosa combinazione tra Sergio Mattarella e Mario Draghi. Per favore lasciateli fare e non parlate loro nella mano. Attendo con ansia le dichiarazioni ufficiali di Mario Draghi, spero che offrano qualche spiraglio di recupero, auspico la longa manus di Sergio Mattarella, temo, anzi sono letteralmente terrorizato dall’eventuale dibattito parlamentare che ne potrà scaturire. Per me, appassionato alla politica ed al dialogo politico è una drammatica “pre-sconfitta”. Evviva comunque la democrazia!

 

Grazie, prego, scusi, teniamo duro

Davanti alla triste realtà della politica italiana è opportuno rifugiarsi nella fantasia, ipotizzando un amichevole ma serrato dialogo fra i due presidenti, Sergio Mattarella e Mario Draghi. Forse non sono distante dalla realtà, almeno lo spero.

Mattarella: «Ti dimetti? Lo sapevi benissimo fin dall’inizio che avresti avuto a che fare con una classe politica penosa, che ti ha concesso la fiducia obtorto collo, che ti avrebbe creato problemi a non finire…».

Draghi: «Sono d’accordo, ma tutto ha un limite! Non mi è possibile sopportare oltre questo stillicidio. Vado alle riunioni internazionali e tutti mi dimostrano stima e considerazione, torno precipitosamente in Italia e in parecchi mi sparano addosso. Non è una cosa seria!».

Mattarella: «E chi ha detto che la politica italiana, così come viene interpretata dai partiti attuali, sia una cosa seria? Ti ho conferito l’incarico di formare e guidare un governo al di fuori dei ristretti equilibri politici proprio per questo. C’è chi non sapendo esercitare un costruttivo diritto di critica punta ai ricatti da quattro soldi…C’è chi per difendere il governo rinuncia al sacrosanto diritto di critica, pensando che il tuo governo sia perfetto e nascondendosi dietro di esso. Non so sinceramente se debbano dispiacerti più gli uni o gli altri. Non dico di fregartene, come forse, sbagliando, in molti casi hai fatto, ma di usare la santa pazienza che la politica richiede».

Draghi: «Io non sono un politico di razza e quindi ammetto di fare una certa fatica a convivere con la vuota liturgia della politica. Non posso perdere tempo dietro i risentimenti psicologici di Giuseppe Conte, le masturbazioni pseudo-ideologiche dei grillini, i tira e molla di Salvini, etc. etc. La situazione è gravissima e questi sembrano non capirlo e non fanno altro che aggravarla ulteriormente».

Mattarella: «Ti capisco, anche se non sono d’accordo sul fatto che la liturgia politica sia vuota, le Istituzioni vanno rispettate nei loro meccanismi, senza meline, ma anche senza prevaricazioni e forzature. In questo momento però, scusami se mi permetto, non puoi gettare la spugna, sarebbe quasi un tradimento. Devi tenere duro. Sapessi quanto mi è costato accettare un secondo mandato: non farmene pentire, te ne supplico. Io posso darti tutto il mio sostegno assieme a qualche consiglio».

Draghi: «Ti ascolto. Concedimi però alla fine di decidere in autonomia. Non posso vivere continuamente sotto ricatto psicologico a causa di una banda di cretini…».

Mattarella: «Adagio, perché se c’è in Parlamento molta gente che non sa fare il proprio mestiere è altrettanto vero che è stata messa lì dal popolo italiano e quindi, non fosse altro che per questa ragione, merita, nonostante tutto, rispetto e considerazione. Ma vengo ai consigli, che peraltro non ti ho fatto mancare all’inizio e durante la vita del tuo governo. Mi permetto di dartene tre, brevi ma decisivi. Sforzati di operare concretamente per la pace, che viene prima delle alleanze, anzi ne dovrebbe costituire il presupposto irrinunciabile. Cerca di dare una prospettiva pacifica alla nostra politica estera in assoluto rispetto ai principi costituzionali.   Ricordati che, nonostante tutto, il popolo italiano è un popolo pacifico o almeno dobbiamo cercare di tradurre a livello istituzionale le pulsioni positive anche se disorganiche della gente».

Draghi: «La mia formazione culturale, non lo nascondo, è fortemente filo-americana. Mi sono sforzato di rivisitarla criticamente alla luce dei tragici eventi bellici che stiamo soffrendo. Forse non ci sono riuscito anche perché la realpolitik incombe e ci condiziona, è inutile nasconderlo. Facciamo un patto: prima di assumere ogni e qualsiasi impegno di carattere internazionale ti passerò parola e tu sciacquerai nell’Arno costituzionale le mie iniziative…».

Mattarella: «Non pretendo tanto, anche perché non saremmo rispettosi dell’autonomia dei ruoli che svolgiamo, ma tenere un filo costante di collegamento fra di noi può essere utile al Paese. Vengo alla seconda raccomandazione riguardante l’emergenza pandemica. Ho capito benissimo che l’azione del governo ha inteso rimettere in moto l’economia dopo le brusche, lunghe e sofferte frenate, ma, così come il presupposto nei rapporti internazionali deve essere la ricerca della pace, nel caso della pandemia, lo scopo fondamentale deve essere la difesa della salute delle persone. E non solo coi vaccini…ma anche e soprattutto potenziando, adeguando, razionalizzando la struttura sanitaria del Paese. Tallona al riguardo il ministro della salute, tieni aperto un canale collaborativo ma pressante con le Regioni. Non lasciarti andare a slogan ironici, su questo piano non si scherza. Scusami se mi permetto, ma era ed è uno dei punti fondamentali che ha consigliato la nascita del tuo autorevole governo».

Draghi: «Il discorso è molto difficile. Le competenze si sovrappongono. Ho commissariato la vaccinazione, non posso commissariare la sanità in toto. Tuttavia raccolgo con apprensione il tuo indirizzo programmatico e metodologico…».

Mattarella: «Vengo al tuo forte, all’economia, al PNRR, con tutto quel che segue. Non ho competenza e preparazione per entrare in questo merito, ma ti prego di essere molto concreto e serio negli aiuti alla gente che soffre e nell’offrire prospettive di crescita per le giovani generazioni e per i territori svantaggiati. Cerca di abbattere il più possibile le barriere burocratiche. Poni grande attenzione alle problematiche sociali, togliendo ogni e qualsiasi equivoco sul tuo governo visto come una sorta di bancomat europeo: il discorso è molto più grande e importante. Vanno bene i soldini, ma i salari vanno difesi e il lavoro va promosso e sprecarizzato».

Draghi: «Non posso che ringraziarti. Il lavoro è improbo, siamo al limite dell’impossibile. Le emergenze crescono. Temo di non farcela. Avrei bisogno di tanta sincera collaborazione e invece…».

Mattarella: «Vengo al punto squisitamente politico. La botte dà il vino che ha. In questa fase storica la politica non dà un gran vino.  Dobbiamo favorirne il recupero valoriale e programmatico. Ecco perché ho inteso e intendo evitare le elezioni anticipate. Andare alle urne non è una sciagura, anzi. Ma se il voto non è preceduto da proposte chiare e plausibile verso i cittadini, si rischia di votare al buio. Ti chiedo quindi di rimanere al tuo posto: vedrò di sollecitare ai partiti un rigurgito di serietà e responsabilità. Tu però vedi di ascoltarli, non bypassarli, non sottovalutarli. Ricordati che mediare in politica è un fatto imprescindibile: l’importante è mediare ai livelli più alti possibili. Non ti chiedo, per richiamare e parafrasare un famoso aforisma andreottiano, di tirare a campare, ma di aiutare il Paese a non tirare le cuoia. Vai in Parlamento, con dignità e umiltà, parla chiaro e chissà che riusciamo a saltarci fuori. Dai soprattutto l’idea di essere al servizio del Paese, di voler dialogare con le forze politiche e sociali, di volerti fare carico dei problemi e non farti prendere dall’ansia di difendere orgogliosamente il tuo operato».

Draghi: «Ci proverò. Ti ringrazio, ti chiedo scusa, ti esprimo la mia amicizia e riconoscenza anche a nome di tutti gli italiani».

Il tifo draghiano

Se si mettono a confronto gli umori genuini della gente con gli atteggiamenti politici istintivi della gente stessa, esce un quadro a dir poco schizofrenico.

Partiamo dall’argomento principale che sta tenendo banco: provate a intervistare la gente sul comportamento tenuto dal M5S nei confronti del governo Draghi. Ne sentirete delle belle! Sono degli irresponsabili, degli incapaci, dei cretini e chi più ne ha più ne dica. E allora mi viene spontaneo chiedere: ma questi signori chi li ha mandati in Parlamento? Alle elezioni politiche del 2017 un italiano votante su tre li ha spediti a Montecitorio e a palazzo Madama e di qui a Palazzo Chigi (Mattarella non aveva potuto che prendere atto del successo elettorale dei grillini).

Se al M5S aggiungiamo anche la Lega di Salvini (non sono i due partiti che hanno, più o meno, creato difficoltà a Draghi?) arriviamo alla metà degli elettori, che si sono espressi a favore di queste due formazioni politiche, così diverse e così uguali.

Mio padre si divertiva a riportare un curioso episodio di cronaca sportiva. Un calciatore, irritato dai ripetuti e inspiegabili errori di un arbitro, si rivolse a lui in modo formalmente inattaccabile, ma sostanzialmente riprovevole: «Lei è venuto qui ad arbitrare di sua iniziativa o è stato mandato qui dalle federazione?». Si buscò una grossa squalifica. Ad un’analoga domanda i grillini e i leghisti risponderebbero orgogliosamente di essere stati democraticamente votati da un grande numero di elettori fiduciosi in loro. Qualcuno allora deve fare ammenda prima di scandalizzarsi se i pentastellati hanno rotto i coglioni a Draghi e se i leghisti invece pure. Mi si dirà che però gli elettori sembrano essersi pentiti: non ne sarei così certo e soprattutto non è ammirevole il voto a porte girevoli. Chi dunque è causa del suo mal pianga se stesso.

Ma le contraddizioni non finiscono qui. Se provate a chiedere alla gente cosa pensa della guerra tra Russia e Ucraina, sull’invio di armi e sul riarmo, sulla Nato, sugli Usa, in poche parole sull’atteggiamento tenuto dal nostro Paese nell’emergenza bellica, vi sentirete rispondere in coro: basta armi, vogliamo la pace a tutti i costi, finiamola con i guerrafondai di tutti i tipi e di tutte le razze. Poi, proviamo a chiedere un giudizio su Draghi e quasi tutti risponderanno: “Ci ha finalmente portati a contare nei consessi europei e mondiali, gli dobbiamo essere molto grati”. Va bene contare, ma a che scopo, se la diamo su ai guerrafondai e ci infiliamo in una guerra senza fine? Non c’è risposta.

Avventuriamoci per un attimo nel discorso pandemico, una delle emergenze affrontabili dal governo Draghi. La realtà sotto gli occhi di tutti non è tanto il ritorno del virus, ma il nulla fatto per contrastarlo nelle sue conseguenze nefaste in senso sanitario al di là di una campagna vaccinale fatta più di contraddizioni che di scelte virtuose. Non ci salteremo mai fuori, dice la gente. Ma non è colpa di Draghi, cosa doveva fare? Vedremo chi andrà al suo posto! Lui almeno ci ha portato a casa un bel gruzzolo…

Intanto che aspettiamo il gruzzolo in arrivo dalla Ue, rischiamo però di sprofondare in una crisi economico-sociale pazzesca. Tutti si lamentano. Il ritornello delle bollette in vertiginosa crescita, dei salari e delle pensioni in vertiginoso calo, dei giovani senza lavoro o con un lavoro precario e sottopagato, delle aziende che rischiano di chiudere i battenti, rimbalza da un bar all’altro. Ma Draghi non è un’economista che avrebbe dovuto mettere in moto qualche meccanismo difensivo? Sì però la situazione è così difficile… Perché tanta pazienza e tanta comprensione? Perché comunque i politici non valgono niente e meglio è lasciar fare a Draghi.

Che strano modo di discutere di politica! Che strano modo di giudicare, condannare ed assolvere! Certamente i media fanno in tal senso la loro brutta parte deformando, come al solito, la realtà e condizionando i pareri. Draghi ha (o aveva nel caso in cui mantenga l’intenzione di andarsene a casa) la forza dei nervi distesi, ha la fiducia dei poteri forti, ha l’appoggio di chi comanda, gode di ottima stampa. Ci sono personaggi che vengono osteggiati perché nella loro bravura disturbano i manovratori, Draghi è un manovratore che viene osannato nella sua bravura perché non disturba i manovrati.

Non intendo sminuire l’importanza della fase draghiana (anche se ne sono in parte deluso) e sarei criticamente soddisfatto se potesse proseguire con maggior chiarezza ed incisività almeno fino alla prossima naturale scadenza elettorale.

A proposito di elezioni, il partito che da tempo chiede elezioni anticipate, Fratelli d’Italia, vola nei sondaggi. E allora come si spiega questo esorcismo popolare verso le elezioni che non risolverebbero niente e che aggraverebbero soltanto la situazione. Altro mistero racchiuso nel cervello degli italiani.

Giunti al punto in cui siamo, sarà molto difficile la prosecuzione del lavoro di Draghi. Mi piacerebbe comunque che l’elogio e la fiducia in lui fossero un po’ meglio ragionati ed articolati, se ne gioverebbe anche lui. Io sarò troppo critico, ma meglio la critica che un ondivago e sconclusionato entusiasmo.

Troppi giocatori per un giocattolo così delicato

Le dimissioni di Mario Draghi, così come da lui formulate, sembrano chiudere definitivamente l’esperienza del suo governo etichettabile in vario modo: “tecnico” dalla presenza nella compagine governativa di personaggi esperti nelle materie di competenza ministeriale, non politicamente targati né schierati; “istituzionale” dall’origine quirinalizia che lo ha  caratterizzato; “di unità nazionale” dall’appoggio parlamentare molto largo seppur variegato; “di emergenza” dalle situazioni gravissime oggetto della sua straordinaria azione.

Perché volenti o nolenti questo governo è andato in crisi? Non mi basta la motivazione relativa al delirio pentastellato. Le cause vanno cercate innanzitutto nella obiettiva delusione innescata dai ministri tecnici sostanzialmente incapaci di elaborare azioni governative credibili e ficcanti: il discorso in parte vale anche per il premier. Un conto è parlare di morte, altro è morire. La presunzione tecnico-professionale si è via via fatta sentire creando non poca delusione a tutti i livelli.

A tal proposito mi vengono in aiuto alcuni episodietti risalenti alla vita professionale di mio padre, imbianchino pittore. Al termine dei lavori di costruzione di una moderna chiesa periferica di Parma, così essenziale da essere definita da mio padre “l’amàs dal gràn”, gli architetti si accorsero con sorpresa che il soffitto a capanna sembrava piatto, perché la pendenza dei due lati era insufficiente (la terminologia non è precisa e chiedo scusa agli architetti, a quei due in particolare). Mio padre si scandalizzò, ma non disse nulla e tra sé pensò che“l’amàs dal gràn” stava emergendo inequivocabilmente ed irrimediabilmente. Era tardi e non si poteva ovviare, pena rifare completamente il tetto (rimedio inattuabile). La pensata per uscire dalla clamorosa impasse fu di dipingere il soffitto a due diverse tonalità di colore in modo da somministrare lucciole per lanterne. Mio padre eseguì e tacque, ma non digerì la questione, che divenne paradigmatica per bollare l’atteggiamento dei progettisti supponenti.  “Méstor mi e méstor vu e la zana d’indò vala su?”  direbbe mia nonna (erano due ingegneri che si scambiavano complimenti ma che si erano dimenticati l’uscio nella porcilaia). Termino il breve repertorio sull’argomento spostandomi al cimitero. Mio padre andava poco a visitare le tombe dei defunti ed era solito giustificarsi così: “Al simitéri a gh’ vagh anca trop par lavorär”. Alla villetta stava lavorando per affrescare una cappella ed aveva realizzato un’idea di un architetto, ma, a dire di quest’ultimo, usando tinte un po’ troppo scure. “A pära d’ésor al simitäri” disse il professionista.  Mio padre tacque perché il più bel tacer non fu mai scritto.

La seconda causa sta in un equivoco di fondo: l’unità nazionale doveva essere mantenuta e coltivata dal premier e non viceversa. Draghi non ha avuto l’abilità “diabolica” di fare di testa propria dando l’impressione ai partiti di contare e decidere. Questi, strada facendo, si sono accorti di essere in frigorifero e hanno voluto recuperare un po’ di protagonismo. Lega e M5S hanno sollevato dubbi, perplessità, obiezioni, dettate più dalla smania di visibilità che da effettive esigenze di chiarezza programmatica. Partito democratico e Forza Italia hanno elaborato subdolamente le loro prospettive tattiche scommettendo per il presente e per l’immediato futuro su Draghi, pensando così di rappresentare e impersonificare anche a livello elettorale l’appeal politico dei rispettivi raggruppamenti (campo largo a sinistra, centro-destra a guida berlusconiana) e finendo con lo scatenare ulteriori gelosie e sospetti. Spesso dando troppo ragione a qualcuno non gli si fa un gran piacere.

La terza causa sta nell’auto-allontanamento di Draghi dalla casa paterna quirinalizia: fuor di metafora, la situazione è in parte sfuggita di mano a Mattarella. Troppo importante il premier per stare a guinzaglio, troppo scalpitanti e adolescenziali i partiti per stare buoni e bravi. Questo sfilacciamento istituzionale si è intravisto spesso a livello di politica interna e internazionale. Le visioni di Draghi e Mattarella, nonostante le formali rassicurazioni, non hanno perfettamente concordato. Personalmente credo che l’intenzione di lasciare la presidenza da parte di Mattarella non fosse tanto dovuta a calcoli fisiologici o psicologici, ma politici, vale a dire dall’opportunità di togliere il disturbo (la stessa cripto-candidatura di Draghi al Colle aveva questo significato).

Il giocattolo si è rotto: troppi giocatori! I partiti si sono ritrovati costretti a giocare a mosca cieca: non sanno più cosa dire e fare. Sono rimasti senza riferimenti di protesta e di accondiscendenza. Si scambiano tra di loro colpe, urla, pianti e stridore di denti. A Mattarella non resta che provare a rimettere insieme i cocci per arrivare alla scadenza elettorale all’onore del mondo. Auguri! I partiti rimangono con un palmo di naso, scoperti nelle loro “vergogne”. O si affrettano a coprirsi in qualche modo, raccattando in fretta e furia qualche foglia di fico, oppure si presentano nudi ad un’immediata passerella elettorale. Chi ce l’avrà più lungo? Agli elettori l’ardua scelta. Forse Giorgia Meloni…