A furor di puzzle

Il “maanchismo” è un atteggiamento politico colto, tempo fa, da Crozza con la sua impareggiabile ironia, che rappresenterebbe la volontà di dare vita ad un partito universale, buono per tutti e per tutte le stagioni, che non prende mai posizioni forti sugli argomenti. Cerchiobottismo, in sostanza: pensare ai lavoratori ma anche agli imprenditori, ai laici ma anche al Papa, tifare Juve ma anche Roma. Ma che – tifo a parte – può essere anche visto come un modo per cogliere la complessità dei temi, senza necessariamente ridurli e semplificarli a una contrapposizione tra il bianco e il nero. Se si può discutere sull’accezione del maanchismo – ma prevale di gran lunga quella negativa – non ci sono dubbi su chi sia stato in Italia il massimo esponente di tale “corrente” politica. Parliamo di Walter Veltroni.

Questo stile, che in un certo senso sciacquava nella modernità la storica teoria dell’egemonia gramsciana, sta trovando un’edizione riveduta e scorretta nella tattica elettorale di Enrico Letta, il quale, pur di provare ad arginare l’avanzata nazionalpopulista delle destre, sta andando al mercatino politico dell’usato assai poco sicuro per raccattare pezzi vecchi e nuovi in modo da confezionare propagandisticamente un puzzle, che rischia di assomigliare più ad un abito di Arlecchino che ad un artistico mosaico.

Le sigle da incamerare si sprecano, se ne inserisce una, ma ecco che le altre fanno fatica ad incastrarsi ed allora bisogna tagliare qualcosa per rendere compatibili e combaciabili tutti i pezzi. Se questa è sintesi politica, io sono Aldo Moro che dalla tomba grida al suo secondo e definitivo omicidio.

Il Partito democratico puntava fino a qualche giorno fa ad una alleanza con il M5S: l’impresa appariva ardua al limite dell’impossibile. Poi i grillini si sono masochisticamente chiamati fuori dai giochi e allora bisognava pure trovare un’alternativa tattica da praticare nel breve termine in vista delle elezioni anticipate. Il tutto avviene al di fuori dei contenuti: prima poteva valere il trapianto della costola pentastellata nel corpo della sinistra ora vale la chemioterapia draghiana per combattere il tumore destrorso.

Carlo Calenda sta diventando il salvatore della patria, l’imprescindibile personaggio a cui sacrificare la storia, i contenuti, i valori progressisti: quelli della sinistra socialista e cattolica che dovevano combinarsi virtuosamente nel PD (ci ho creduto, ma non ci credo più: non per colpa della storia passata ma per colpa di quella presente). È normale che a sinistra qualcuno arricci il naso anche se purtroppo deve fare ammenda per i propri arroccamenti metodologicamente e burocraticamente post-comunisti. In estrema sintesi faccio fatica a digerire che per battere la destra occorra andare a destra. Capisco la necessità delle tattiche in un sistema elettorale che le impone. Tuttavia la sostanza della strategia è fatta di obiettivi, mentre la tattica è costituita dai mezzi e dai tempi per raggiungerli. Se tatticamente parto indebolendo gli obiettivi per renderli raggiungibili, salta tutto.

Mentre la sinistra teme di perdere quel poco di identità che le è rimasto, Matteo Renzi probabilmente teme di essere stritolato nella morsa tattica Letta-Calenda e sta valutando se gli convenga tenersi le mani libere per giocare meglio nel dopo-sconfitta o se provare ad insinuarsi al momento giusto (quello del si salvi chi può) nelle alleanze con il suo indubbio acume politico rovinato dalla sua solita elefantiaca eleganza: capisce che il gioco è equivoco e molto discutibile, ma anche andare soli verso una vaga meta…

Così queste elezioni passeranno alla storia come “saga dei tatticismi e degli equivoci”: da una parte l’arrembante e spregiudicato populismo salvinian-meloniano temperato dal solito affarismo berlusconiano, dall’altra parte il “draghismo universale” molta forma e poca sostanza. Aveva ragione da vendere Sergio Mattarella a volerle evitare. Purtroppo ci siamo arrivati. La democrazia comincia il giorno dopo le elezioni. Sì, a condizione che le elezioni non ne diventino la tomba.

 

Ucci ucci sento odor di nazionalpopulistucci

Possono esistere due letture del termine “bipolarismo”: una squisitamente politica, vale a dire un sistema politico che vede la contrapposizione di due blocchi distinti, rappresentati, di solito, da due coalizioni o raggruppamenti di partiti e/o movimenti, che si contendono la conquista del potere; una di carattere psichiatrico riferibile al disturbo bipolare, chiamato in passato sindrome maniaco depressiva o depressione bipolare, che è un disturbo dell’umore caratterizzato da anomali cambiamenti dell’umore, dell’energia e del livello di attività svolta nell’arco della giornata.

Javier Cercas, scrittore e saggista spagnolo, è riuscito a combinare insieme i due bipolarismi in capo alla politica italiana. In una interessante intervista rilasciata al quotidiano La stampa ha dato questa provocatoria lettura: “A volte sembra una politica bipolare, nel senso psichiatrico: si passa dal “Vaffa” a Monti e Draghi per poi tornare agli estremismi. Non ci sono vie di mezzo”. In poche parole ci ha dato dei matti. Come dargli torto. In pochissimo tempo non siamo forse passati da un consenso forsennato al grillismo ad una autentica “cotta” per il “draghismo” per poi abbandonarci al fascino indiscreto del “melonismo”?

Sono colpevolmente portato a interpretare la politica italiana con un taglio troppo casalingo ed assai poco globale, dimenticando il contesto internazionale e quello economico. Cercas mi scuote da questo torpore nazionale e mi butta nella mischia vista dalla Spagna, parlando con toni preoccupati della eventuale, ma molto probabile, salita al potere della destra italiana capeggiata da Giorgia Meloni, azzardando un parallelismo con Vox, l’estrema destra spagnola: “Molti di noi sono rimasti colpiti dal comizio tenuto da Giorgia Meloni a Marbella: un concentrato di xenofobia che mi ha spaventato. Se arriverà al potere lo sarà grazie ai due partiti più vicini a Putin che ci sono in Italia, Forza Italia, con i legami personali di Berlusconi, e la Lega. Francamente è poco rassicurante. Avere una premier nella terza economia dell’Ue che non riesce a dirsi antifascista e che appoggia l’ultradestra spagnola non mi fa stare sereno, anzi”.

I toni dell’intervista si fanno lugubri in quanto Cercas non esita ad inserire la destra italiana nella deriva nazionalpopulista in atto: “Il nazionalpopulismo non è fascismo, è una maschera diversa dal fascismo. La storia si ripete, ma con forme diverse. Stavolta, per fortuna, il nazionalpopulismo non utilizza la violenza. La crisi del 2008 ha rafforzato il nazionalpopulismo con rappresentazioni diverse tra loro: Trump, la Brexit, Bolsonaro, Salvini, la crisi catalana, Orban. Putin è il punto di riferimento economico e ideologico, e ha appoggiato Trump, la Brexit, la Lega, il nazionalismo catalano e Orban. Possiamo dire che l’invasione dell’Ucraina sia la prima manifestazione violenta del nazionalpopulismo in Europa”.

C’è di che tremare! Ma Cercas aggiunge un pizzico di pepe e sale: “Altro punto inquietante dell’Italia è la vicinanza diffusa con Putin, sia ideologica ed economica, non solo della classe politica, ma anche di quella imprenditoriale”. Ecco una plausibile giustificazione della saldatura fra l’apparente schizofrenia salviniana e il governismo patrocinato dall’imprenditoria del nord-est, della giravolta di quel Berlusconi, che, nonostante tutto, continua ad essere un autorevole interprete dell’affarismo più bieco saldato alla politica più deleteria. I conti tornano. Si spiegherebbe così l’inspiegabile voltafaccia nei confronti di Draghi in nome del realputinismo. Altro che vendette contiane e “moscaciechismo” pentastellato: i grillini non sarebbero, in fin dei conti, che i servi sciocchi del nazionalpopulismo imperante. Della serie “quando gli estremi si toccano…”.

In conclusione lo scrittore spagnolo sconsiglia il cordone sanitario per escludere l’estrema destra, quella grande ammucchiata di centro-sinistra che si sta approntando in mezzo a enormi contraddizioni, che rischierebbe (questo lo aggiungo io) di avvalorare ulteriormente la deriva destrorsa in chiave “anticomunista” (funziona sempre…).  Dice Cercas: “Bisogna rispondere sui contenuti. L’estrema destra vive di bugie o di mezze verità manipolate, l’obiettivo è di far emergere queste menzogne. Trump, un bugiardo compulsivo, è l’esempio più lampante. Solo così si può combattere l’ultra destra”.

Pensierino della sera: e io che penso di astenermi dal voto, che mi ritraggo schifato dalla politica, che critico Draghi, che non accetto il teatrino del cosiddetto centro-sinistra, che rischio di sottovalutare i rischi che stiamo correndo? Ho due mesi di tempo per cercare i contenuti, riflettere e decidere. Per il momento ringrazio Javier Cercas. Ho sempre avuto grande simpatia per gli spagnoli…

Burlesconi, ma non troppo

Sta girando una vecchia barzelletta aggiornata per l’occasione. Salvini avrebbe telefonato proponendo categoricamente a Berlusconi “elezioni subito”. Al che il cavaliere avrebbe equivocato e, capendo “erezioni subito”, avrebbe dato un immediato placet alla manovra per far cadere Draghi. Forse si sarà accorto dell’equivoco in ritardo e dovrà fare buon viso a cattiva sorte.

Continua infatti a impensierire i vertici forzisti l’addio di diversi parlamentari, scontenti per l’affossamento del governo Draghi. Fra i veterani, hanno preso cappello i tre ministri Renato Brunetta, Mariastella Gelmini e Mara Carfagna: «Se avessi pensato alla poltrona, sarei rimasta in Fi», scrive quest’ultima in risposta a punzecchiature giornalistiche su una possibile adesione elettorale degli uscenti al centrosinistra. Anche in Lombardia, dove Gelmini è stata coordinatrice regionale, le acque sono agitate, con Letizia Moratti che chiede un «chiarimento».

Poi c’è il nodo della premiership.  Uno dei colonnelli meloniani, Ignazio La Russa, rivolto alla Lega e a Forza Italia dice: «Le regole ci sono e vanno rispettate», riferendosi all’accordo delle scorse politiche sul fatto che il candidato premier venga espresso dal partito che prende più voti. Un punto su cui Giorgia Meloni non arretra: «Senza accordo sulla premiership – ha avvertito –, l’alleanza per governare insieme è inutile».

Un aut aut sul quale Matteo Salvini non pare alzare barricate: «Chi ha un voto in più indica il premier», ripete, invitando i partner a non perdere tempo in polemiche, per non rischiare «di farci del male da soli».

Invece Forza Italia continua a temporeggiare: «Serve una squadra, non un uomo o una donna sola al comando», dice il coordinatore Antonio Tajani. E il Cavaliere si mostra tiepido: «Non riesco ad appassionarmi al problema e non credo appassioni gli italiani. Del resto i nostri avversari non hanno indicato un candidato premier. Perché questa pressione su di noi?», argomenta, intervistato dal Corriere della Sera. Poi aggiunge: «Meloni sarebbe un premier autorevole, con credenziali democratiche ineccepibili, di un governo credibile in Europa e leale con l’Occidente. Allo stesso modo lo sarebbero Salvini, o un esponente di Forza Italia».

Alla fine (?) avrebbero trovato un accordo (?): il premier lo indicherà il partito che avrà più consensi, ma non necessariamente sarà il leader di quel partito. In parole povere, dato per scontato il prevalente peso elettorale di Giorgia Meloni, il premier lo sceglierà lei. E il capo dello Stato? La dovrà bere da botte meloniana. E Berlusconi? Reggerà il moccolo! Chi si contenta gode.

Oltre alla leadership, c’è il problema della suddivisione dei collegi uninominali, con FdI che ne reclama metà (sulla base del primato pronosticato dai sondaggi) e le altre forze che preferirebbero una ripartizione basata sui voti delle scorse politiche.

Berlusconi sembrerebbe essere nei pasticci, ma siccome non credo alla sua confusione mentale, sono portato a pensare ad un suo ben preciso tornaconto anche se faccio fatica a intravederlo. Certamente si è voluto smarcare dall’ingorgo del traffico filo-draghiano che lo stava imprigionando e isolando rispetto al centro-destra. Recentemente l’ingegner Carlo De Benedetti, che lo conosce bene, ha affermato che Berlusconi fa tutto per interesse personale e, richiesto di meglio precisare questa teoria, ha aggiunto: “Per soldi!”. Ho pensato allora che le elezioni possano portare un buon business propagandistico a Mediaset e dintorni: d’accordo, ma tutto questo gran casino per un po’ di pubblicità? Ci deve essere dell’altro.

La riabilitazione politica dopo i vari sputtanamenti giudiziari peraltro non ancora terminati? Questo discorso si era affacciato in occasione della provocatoria candidatura alla presidenza della Repubblica. Forse il gioco non vale la candela, perché ad una eventuale ripresa di dignità etica farebbe riscontro la definitiva chiusura della carriera politica in braccio ai suoi rivali: una vecchiaia politica assistita da una ben strana coppia di badanti, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. La presidenza del Senato sarebbe per lui un contentino piuttosto insignificante: un piatto di lenticchie. La presidenza della Repubblica per il dopo Mattarella sarebbe una eventualità che farebbe i conti con l’inesorabile trascorrere del tempo…Una sua premiership a livello governativo sarebbe devastante per gli accordi fra i partiti del centro-destra…Forse l’Economist è già pronto a rispolverare una vecchia copertina per il 26 settembre prossimo: “Burlesconi!”. Anche se in materia burlesca la Gran Bretagna con Boris Johnson non è da meno.

Gira e rigira, come nel gioco dell’oca, si ritorna la punto di partenza e cioè all’equivoco barzellettiere di cui sopra. E se non si trattasse di una barzelletta? E poi, le questioni interne al centro-destra non mi devono interessare. Non li voterò neanche sotto tortura e, se devo essere sincero, non mi fanno nemmeno paura per quel che sono ma per quel che possono innescare, quindi… Di puttanate politiche ne ho viste parecchie, una più una meno…purché non ci portino a vivere in un vero e proprio casino.

 

 

Quando le lacrime sporcano la coscienza

A rischio di mettere insieme capre e cavoli mi viene spontaneo creare un ardito collegamento fra due fatti sconvolgenti nella loro delinquenziale dinamica nonché nel loro contorno omertoso durante i fatti e nell’eco coccodrillesca successiva ai fatti stessi. Mi riferisco alla morte per stenti della bambina lasciata sola a morire come un cagnolino dalla madre in vena di fuga totale dalle proprie umane responsabilità e all’aggressione mortifera a un mendicante reo, a quanto pare, di essere troppo insistente nell’esibire la propria povertà e i propri complimenti, da parte di una persona che, a suo dire, ha letteralmente perso la testa.

Sinceramente provo paradossalmente più pietà per gli esecutori di questi fatti che non per le vittime incolpevoli della loro follia direttamente o indirettamente omicida. Non sono portato a demonizzare certe situazioni, ma in questi casi l’impronta complessa del diavolo è inequivocabile.

Che una madre arrivi ad abbandonare una figlia bambina per inseguire la propria autonomia di vita (così almeno sembra la spiegazione addotta da questa donna) è cosa raccapricciante anche se non irreale.  “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se costoro si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai”, così Dio nella Bibbia per bocca del profeta Isaia. Ebbene Dio prevede nella donna una grande attenzione per la sua creatura, ma non esclude che se ne possa dimenticare. Quindi niente di impossibile pur nella stranezza dei rapporti umani famigliari.

Che una persona sfoghi il proprio istinto aggressivo contro un innocuo soggetto importuno è cosa inaccettabile anche se la vita è piena di aggressività a tutti i livelli e in tutti i sensi. Caino uccide Abele per un non meglio precisato senso di gelosia nei confronti del fratello a dimostrazione che, in fin dei conti, in tutti i fatti di sangue c’è, più o meno, la presenza dell’insensatezza della violenza verso i propri simili.

Lascio ai sociologi la sistematica elaborazione dell’ovvio, agli psicologi l’impegnata indagine nell’inestricabile labirinto della psiche, ai rigoristi la sussiegosa illusione nelle punizioni esemplari. Ripiego sulla pietà che Dio ha per noi e che noi dobbiamo avere per tutti senza alcuna eccezione. Mi inquieto pensando che non stiamo facendo niente non dico per prevenire simili fatti (sarebbe pretendere troppo), ma nemmeno per contenerli mentre si svolgono. Noi vediamo, o almeno potremmo vedere, e passiamo oltre: in gergo legale si chiama omertà, che non è reato finché non diventa complicità. Dal punto di vista morale il confine è ancor più labile: far finta di niente di fronte al male è l’anticamera del male stesso.

A poco servono le lacrime del giorno dopo che non lavano, ma sporcano la coscienza. Possibile che nessuno si sia accorto del calvario di quella bambina chiusa in casa e/o delle contraddizioni latenti in essa? Ancor più clamorosamente impossibile che nessuno potesse intervenire per fermare quella tragica e assurda aggressione dal momento che il fatto si è verificato sulla pubblica via e qualcuno ha addirittura ripreso la scena. Non sono un giurista, ma mi pare che si potrebbe addirittura configurare il reato di omissione di soccorso. Reati a parte, per dirla con papa Francesco sono «tristi segnali di quella “globalizzazione dell’indifferenza”, che ci fa lentamente “abituare” alla sofferenza dell’altro, quasi fosse normale».

 

 

Il draghismo appena cominciato è già finito

Sulla campagna elettorale, pur da me vissuta con grande distacco e scetticismo, grava come un macigno una domanda molto pertinente: quanto peserà la giravolta compiuta da certi partiti nei confronti del governo Draghi?

Il misfatto compiuto è talmente clamoroso da pensare che possa essere condizionante sulle scelte degli elettori chiamati anticipatamente alle urne, oltre tutto in un periodo inadatto e in un clima di pesante incertezza in tutti i sensi ed a tutti i livelli. Credo al contrario che il “draghicidio” influenzerà poco o niente il voto politico di fine settembre per tutta una serie di motivi, che cercherò di esporre di seguito sinteticamente, provocatoriamente, paradossalmente, con un pizzico di fantasia, con tanta amara ironia, seduto al bar della politica.

Per capire il comportamento degli italiani occorre rifarsi alla nascita del governo Draghi: è stato un autentico capolavoro eseguito dal presidente della Repubblica, il quale, mettendo in campo tutta la fiducia, quasi cieca e disperata, ma non per questo infondata, dei cittadini nei suoi confronti, è riuscito a proporre alla gente una medicina di per sé amara, ma necessaria. La fatina dai capelli turchini è riuscita a convincere Pinocchio. Non solo, ma è riuscita persino a mettere da parte Geppetto, il Gatto, la Volpe, Lucignolo, il Grillo parlante, Mangiafuoco, etc. etc. Fuor di metafora, Mattarella ha messo da parte i partiti pur coinvolgendoli in un’ardua impresa politica. Ai cittadini non è parso vero di liberarsi dal giogo politicante per affidarsi a un personaggio calato dall’alto, ma con il pedigree veramente in ordine.

Se non che, sotto-sotto, gli italiani, fomentati e distratti dalla subdola riscossa di certi recalcitranti partiti, finiranno col rifugiarsi nel paese dei balocchi, dove l’Europa non conta niente, la Nato non esiste, il Pnrr è un giocattolo qualsiasi, la politica è un circo in cui divertirsi.

D’altra parte la forza di Mario Draghi consisteva nel carisma e nell’autorevolezza europeistica, ma gli italiani nell’Europa unita ci credono? Draghi lo hanno vissuto come l’europeista proveniente dalla casta burocratico-finanziaria dominante, che in fin dei conti non c’entra niente con l’Europa dei popoli. Lo hanno più subito che ammirato, increduli nel vederlo spadroneggiare sui tavoli internazionali, nel dettare l’agenda agli Usa di Biden, nel portare l’Italia finalmente a contare qualcosa nello scenario internazionale. Ma gli Italiani sono veramente contro Putin? Non hanno un approccio “egoistico-affaristico-pseudopacifistico” riguardo alla guerra in Ucraina? Non sono filo-americani fino a mezzogiorno? Non vivono la Nato come un male sempre meno necessario e sempre più condizionante? Se al riguardo si facessero dei sondaggi molto seri e mirati, ne uscirebbero delle belle.

E poi, siamo sicuri che i personaggi europei più importanti siano dispiaciuti della caduta di Draghi: ma chi si credeva di essere per scavalcare le mire egemoniche nord-europee e le bizze terzaforziste francesi? Chi gli aveva dato l’incarico di tenere le fila nei rapporti con gli Usa? Non stava esagerando? Il gioco stava diventando pericoloso per i rapporti fra i partner europei. Tutto il mal non vien per nuocere: forse meglio una Meloni in cerca d’autore, un Salvini in cerca di Putin, un Berlusconi in cerca di escort… E se la pensano così all’estero, figuriamoci in Italia…

Negli Usa sembra addirittura possibile un ritorno in pista di Donald Trump: Draghi sarebbe stato un cliente scomodo, adatto a svolgere le funzioni di “badante” nei confronti di Biden, ma non a dialogare con i populisti europei e d’oltre oceano, molto meglio una Meloni qualsiasi da invischiare nei casini mondiali.

Se l’appeal internazionale di Draghi si scioglie come neve al sole, immaginiamoci quello interno. Gli italiani ne usciranno con un’alzata di spalle, dimenticheranno tutto in fretta, addirittura potrebbe scattare la sindrome rancorosa del beneficiato: chi volesse mai riproporre un Draghi bis è avvertito.

E il Pnrr? Roba da mangiare? La grande abbuffata per mafiosi, fannulloni e affaristi! E poi questi soldi li pagheremo cari, lasciamo perdere e non illudiamoci. E se il dopo Draghi significasse il default italiano con tanto di troika a metterci a dieta ferrea? Alla peggio usciremo anche noi dalla Ue, andremo a fare compagnia agli inglesi, ci faremo aiutare dai nuovi Trump e magari dai nuovi Putin.

Ma insomma, a chi diamo in mano il pallino in Italia? Tra i capaci di tutto della destra e i capaci di niente della sinistra…la scelta è quasi obbligata.  Non parliamo del centro. Mia madre nella sua ingenua lettura calcistica pensava che i centro-campisti fossero obbligati a giocare nel cerchio di centro-campo e di lì non potessero uscire. Stessa cosa per i centristi della politica.

Qualche partito però l’ha fatta grossa: sul più bello hanno mollato Draghi per badare ai propri tornaconti. Dopo un attimo di sbigottimento iniziale, tutto sta tornando però alla normalità: le grida svergognanti sono rimaste in gola e (quasi) tutti si stanno riposizionando. In fin dei conti è tutta colpa di Conte e dei grillini! I Di Maio, i Brunetta, le Gelmini e le Carfagna faranno poca strada. Meglio restare nelle case matrigne che andare in cerca di freddo per il letto.

E Sergio Mattarella? Una gran brava persona!

Da ospite d’onore a convitato di pietra

Bruno Tabacci, 75 anni, mantovano, sottosegretario alla presidenza del Consiglio del governo Draghi con delega alla programmazione e coordinamento economico, è stato presidente della Regione Lombardia dal 1987 al 1989 e dal 2013, è presidente di Centro Democratico, un partito politico fondato nel 2012.

In una intervista rilasciata al quotidiano “La stampa”, pubblicata il 19 luglio 2022 all’immediata vigilia della “fiducia distruttiva” parlamentare a Mario Draghi e con l’aria di crisi di governo irrimediabile che si tagliava a fette, alla domanda “E il fronte progressista, privato dei 5 stelle di Conte, come dovrebbe prepararsi alla campagna elettorale” rispondeva: «Sarà un confronto decisivo per il futuro dell’Italia, nessuno può pensare di fare l’osservatore. E se vi fosse un’impostazione seria dell’offerta politica, l’esito delle elezioni non sarebbe scontato. Ci vorrebbe uno schieramento ampio di centro-sinistra, che si ispiri ai progressisti, agli ambientalisti, alle forze più responsabili del Paese – ben rappresentate dall’appello dei sindaci – e che guardi all’asse atlantico come punto di equilibrio dell’assetto mondiale. Con in cima al programma l’attuazione del Pnrr, una grande sfida che ci tiene impegnati per quattro dei cinque anni della prossima legislatura. E questo schieramento dovrebbe sottoporre agli elettori l’impegno che, se vincerà, proporrà a Mattarella come premier Mario Draghi».

Le elezioni politiche anticipate sono diventate la (triste) realtà e il problema sembra ruotare ancora attorno a Mario Draghi, da deus ex machina dell’emergenza governativa a convitato di pietra per la prossima legislatura. La domanda posta a Tabacci resta valida tutt’ora: “E secondo lei Draghi accetterebbe questa investitura?”. Ecco la risposta: «Ma perché? Forse c’è bisogno dell’accettazione preventiva? Un anno e mezzo fa di fronte alla chiamata del capo dello Stato, un uomo delle istituzioni come Mario Draghi poté dire di no? Noi riteniamo che il programma di questa coalizione possa essere l’azione di governo e che la figura giusta per rappresentarla a Palazzo Chigi sia la sua».

Sorge immediatamente il dubbio che il tutto possa diventare una splendida finzione teatrale propinata agli elettori sotto mentite spoglie. L’obiezione non si è fatta attendere: “Sarebbe possibile coinvolgerlo senza gettarlo nella mischia della campagna elettorale?”. Obiezione respinta: «Certo che sarebbe possibile, se il centrosinistra indicasse questa intenzione e si muovesse coerentemente. E del resto, il Pd e la sinistra sono state le forze più funzionali al suo governo. Non si può negare che Letta si sia comportato in modo coerente».

Non c’è dubbio che il fantasma di Draghi aleggi sulla campagna elettorale del centro-sinistra: un po’ per celia e un po’ per non morir. Per celia, in quanto sarebbe quasi ridicolo che Draghi accettasse un ritorno in sella cambiando l’animale da soma: da un cavallo pur pazzo ad un asino docile. Per non morire, perché la scelta di sostenere Draghi appare più come un’istintiva manovra di sopravvivenza che come una scelta di linea e contenuti programmatici e metodologici.

Non credo che Draghi ceda alla tentazione del potere e si faccia incapsulare ed etichettare politicamente: sconfesserebbe la sua azione precedente e diventerebbe un uomo di parte anche se non di partito. Forse sarebbe meglio per tutti che lui stesso chiarisse fin da principio la sua totale indisponibilità, così come avrebbe dovuto fare quando gli cominciarono a tirare la giacca per il Quirinale.  L’operazione Draghi voluta da Mattarella aveva ben precisi presupposti emergenziali da tutti i punti di vista, politico in primis. Ora che volenti o nolenti la politica è chiamata a riprendere in mano la situazione, la riedizione del premierato draghiano avrebbe un senso di minestra riscaldata, anche se gastronomicamente saporita e finanche appetitosa.

Quando a livello professionale decisi di dimettermi dalle funzioni dirigenziali che svolgevo, ebbi un coro di insistenti e consolanti inviti a rimanere al mio posto. Ricordo che una voce, a costo di rimanere fuori dal coro, pose una domanda autocritica: “Vogliamo che lui rimanga per il nostro bene o per il suo bene?”. Gli innumerevoli partiti e partitini rientranti nell’area di centro-sinistra intendono riproporre Draghi per il bene suo e dell’Italia o per il loro bene? Se si rifugiano opportunisticamente e strumentalmente all’ombra di Draghi non fanno un servizio al Paese.

C’è poi il dubbio amletico se Draghi sia o meno un politico. Bruno Tabacci così conclude la sua intervista: «Qualcuno davvero pensa che Draghi non sia un politico? Lo è da tempo ed ha anche un taglio sociale di grande evidenza».  Io penso davvero che non abbia la stoffa del politico anche se sono perfettamente consapevole che oggi, più che mai, la politica debba essere coniugata con la preparazione, la competenza e l’esperienza tecnico-professionale. C’è bisogno comunque di quel “più x”, fatto di sensibilità e rappresentatività, che non mi sembra rientri nelle doti peraltro notevoli di Draghi. Che poi abbia un taglio sociale di grande evidenza…mi sembra un’affermazione un po’ avventata. In fin dei conti, al di là delle imboscate pentastellate, dei bastoni leghisti fra le ruote, dei vergognosi ripensamenti berlusconiani, il motivo fondamentale della precarietà e della debolezza draghiane è consistito non tanto nella incapacità di manovrare i rapporti interpartitici, ma nell’inadeguatezza a gestire una profonda riforma del Paese, che andasse oltre la drammatica e difficilissima gestione dell’emergenza. Il centro-sinistra lo ha sostenuto in modo superficiale ed acritico finendo con l’indebolirlo ulteriormente. Ora vuole attaccare il cappello su di lui per sfruttarne la capacità di traino a livello interno ed internazionale. Non è un atteggiamento né serio né costruttivo.

Ricordiamoci che il Pnrr, che tutti citano continuamente come toccasana per tutti i mali possibili e immaginabili, non è la riforma dell’Italia, ma l’approvvigionamento di risorse utili alla riforma. Essere capaci di finanziarsi non vuol dire automaticamente avere idee chiare e capacità coraggiose di cambiare le cose.

 

In Sala d’aspetto

Per dare l’idea della stima che nutro per Giuseppe Sala, sindaco di Milano, confesserò di aver pensato a lui come presidente della Repubblica nel dopo Mattarella: ammiro in lui la capacità politica di scegliere senza essere necessariamente divisivo, di tenere un profilo istituzionale senza allontanarsi dai problemi della gente, di adottare un linguaggio alto senza estraniarsi dal dialogo con la base della cittadinanza, di occuparsi in grande del tessuto socio-economico senza dimenticare gli ultimi della pista che faticano a farsi vedere ed ascoltare.

All’indomani della scissione dimaiana ho colto alcune indiscrezioni giornalistiche, che davano Luigi Di Maio in qualche collegamento con il sindaco di Milano. Ho pensato si trattasse di una delle solite vuote ipotesi retrosceniste. Infatti come riservo grande ammirazione per Sala, confesso di non avere alcuna considerazione per Di Maio, che giudico un mero ed ignorante opportunista: dopo avere promosso e condiviso tutte le scelte pentastellate, improvvisamente si è accorto della pochezza del movimento di cui faceva parte integrante per abiurare alla propria fede grillina e rifugiarsi sotto le ali protettive di Mario Draghi, facendo peraltro al premier un pessimo servizio creandogli ulteriori difficoltà di rapporti col M5S.

Consiglio a tutti di ripercorrere le tappe della storia pentastellata dimaiana, ne esce un penoso spaccato di carrierismo all’ombra pseudo-movimentista dei cinquestelle: Di Maio ha portato il suo partito dai gilet gialli al doppiopetto blu, dalla piazza ai banchi del governo, non per agevolarne una maturazione politica, ma per lucrare i vantaggi delle proprie giravolte. Per lui si può dire: credevo che il mio doppiopetto fosse funzionale finché non ho visto quello di Giuseppe Conte e allora ho perso la testa.

In questi primi giorni di una sconclusionata campagna elettorale è tornato in primo piano un presunto filo politico tra Di Maio e Sala, proiettato addirittura su una eventuale lista civica, che coinvolgerebbe alcuni sindaci, in appoggio al Partito democratico e collocabile comunque nell’area di centro-sinistra.

Continuo a non capire cosa ci possa essere in comune fra questi due personaggi che vedo agli antipodi etico-culturali prima che politici. Non vorrei che fosse frutto acerbo di una spasmodica ricerca di convergenze elettorali a prescindere tatticamente dalle reali comunanze di valori, idee e visioni.

Se il centro-sinistra pensa di muoversi in questo modo fa un ottimo regalo al centro-destra, mettendosi sul suo stesso piano e continuando a privilegiare le alleanze rispetto ai contenuti passati, presenti e futuri. La segreteria politica di Enrico Letta ha mostrato tutti i suoi limiti proprio in questo senso: da una parte appiattita in modo infantile, scriteriato e masochistico sull’azione del governo Draghi, dall’altra parte illusa di poter lavorare su un campo allargato ai cinquestelle, forse più per rubare voti che per fare strada assieme. È bastato il “temporalone” di stagione per smontare una visione politica tutta tattica e niente strategia. Enrico Letta è nudo! È rimasto col cerino acceso fra le dita! Non cerchi pertanto di coprirsi alla bell’e meglio con sbrigativi indumenti elettoralistici. A Di Maio può anche andare bene, a Sala direi proprio di no. Ha detto di voler dare una mano al centro-sinistra. Attento a non farsi trascinare nel fosso.

In questo disegno, pseudo-civico, pseudo-politico, pseudo-tutto, si inserirebbe, udite-udite, anche il ripescaggio dell’ex sindaco di Parma Federico Pizzarotti (tra grillini riveduti e (s)corretti ci si intende). Auspico che Giuseppe Sala sappia stare alla larga da queste manovrette da quattro soldi. Lasci fare a Enrico Letta, lui sì che di alleanze se ne intende…

Qualcuno infatti sta ipotizzando addirittura una candidatura di Giuseppe Sala a premier in subordine a Mario Draghi, qualora questi non accettasse di tornare a Palazzo Chigi sostenuto da un centro-sinistra vincente (attenti a non rovinare la reputazione a Draghi per coprire con la sua fascinosa immagine tecnico-professionale le proprie inconsistenze politiche). Come ho detto all’inizio riservo grande considerazione per il sindaco di Milano e andrei quindi adagio ad inserirlo nel tritacarne elettorale in nome di un vago intento unitivo dell’armata Brancaleone. E poi chi ha detto che per vincere le elezioni occorra presentare a tutti i costi un candidato premier? Le elezioni politiche si stanno trasformando surrettiziamente e alla faccia della Costituzione in uno stiracchiato toto-premier. Tutti affermano stucchevolmente che prima dei candidati dovrebbero venire i programmi, salvo coprire sistematicamente il vuoto pneumatico di contenuti con candidature più o meno estemporanee e pavoneggianti (vedi Carlo Calenda), più o meno impresentabili e nostalgiche (vedi Giorgia Meloni), magari anche molto autorevoli e stimolanti (vedi appunto Giuseppe Sala).

In conclusione sarei felicissimo che Giuseppe Sala potesse guidare il centro-sinistra, ma non per la forza della disperazione delle sue componenti, ma per convinta adesione ad un disegno politico e programmatico, che purtroppo al momento non vedo. Per rendere ancor meglio l’idea userò la similitudine di una mia partecipazione ad una partita a carte, di ramino o conchino come dir si voglia. Avevo in mano un jolly, ma lo usai talmente male e frettolosamente da riuscire a perdere e a far perdere tutti ad eccezione di un giocatore al quale finii per tirare involontariamente la volata.

 

Ponti d’oro ai tradizionalisti, tagliare i ponti agli innovatori

Ha fatto discutere la liturgia eucaristica avvenuta al termine di un campo di volontariato a Crotone, organizzato da Libera (l’associazione fondata da don Luigi Ciotti).  Qui il giovane sacerdote ambrosiano, viceparroco della Comunità Pastorale San Luigi Gonzaga di Milano, ha portato i suoi ragazzi a trascorrere alcuni giorni tra escursioni e incontri sulla legalità, al termine dei quali, è stata celebrata la messa. Non in chiesa, come spiega il sacerdote: «Avevamo scelto una pineta di un campeggio ma era occupata da un’altra iniziativa. Faceva molto caldo e così ci siamo detti: perché non fare la Messa in acqua? Una famiglia che si trovava nei pressi ci ha sentito parlare ed ha messo a disposizione il loro materassino che abbiamo trasformato in altare. È stato bellissimo anche se ci siamo scottati».

La scottatura non l’ha provocata il sole, ma la reazione dei tradizionalisti di turno e delle autorità gerarchiche intervenute al riguardo. Ai primi non è parso vero di sbizzarrirsi nella solita solfa aprioristicamente squalificante di ogni e qualsiasi tentativo di coniugare coraggiosamente il sacro col profano.

I secondi, la diocesi di Crotone-Santa Severina in una nota rilanciata integralmente dalla diocesi di Milano, hanno preferito nascondersi dietro il dito canonico, ricordando «che la celebrazione eucaristica e, in generale, la celebrazione dei sacramenti possiede un suo linguaggio particolare, fatto di gesti e simboli», che è da «rispettare e valorizzare, senza rinunciarvi con troppa superficialità».

Si è scomodata persino la Procura della Repubblica di Crotone, che ha aperto un fascicolo avviando indagini per «offesa a una confessione religiosa» in relazione «all’episodio di una presunta celebrazione religiosa svolta nel mare antistante la spiaggia cittadina e le cui immagini sono state diffuse dai mass-media – come informa una nota dello stesso ufficio giudiziario calabrese –. Gli accertamenti sono stati delegati alla Digos di Crotone».

Tanti ingiustificati attacchi hanno indotto il sacerdote a chiedere scusa, chiarendo  come non fosse assolutamente sua intenzione banalizzare l’Eucarestia né utilizzarla per altri messaggi di qualunque tipo: si trattava semplicemente della Messa a conclusione di una settimana di lavoro con i ragazzi che hanno partecipato al Campo e il contesto del gruppo (ragazzi che per una settimana hanno celebrato e lavorato con me) mi è sembrato sufficientemente preparato per custodire la sacralità del Sacramento anche nella semplicità e nella povertà dei mezzi». Tuttavia, riconosce don Mattia, «i simboli sono forti, è vero, e parlano, a volte anche in maniera diversa da come vorremmo. È stato ingenuo da parte mia non dare loro il giusto peso. Vi assicuro che non sono mancate l’attenzione e la custodia alla Parola e all’Eucarestia, ma fuori contesto la forma è più eloquente della sostanza e un momento di preghiera vissuto con intensità e significato dai ragazzi lì presenti ha urtato la Fede di molti: ne sono profondamente amareggiato». Il sacerdote definisce «bellissimo» il comunicato della diocesi di Crotone e Santa Severina, «rilanciato anche dalla nostra», per poi concludere dettagliando le sue scuse: «Riconosco di aver mancato nell’attenzione necessaria alla valorizzazione di un Mistero così grande e così indegnamente affidato alle nostre umili mani. Ho sempre vissuto la celebrazione eucaristica con profonda consapevolezza dell’immenso Mistero di amore che esso cela e veicola e in otto anni di ordinazione quella è stata la prima volta che non ho indossato almeno camice e stola. Ma mi rendo conto che anche solo una volta è di troppo. Chiedo umilmente scusa dal profondo del cuore anche per la confusione generata dalla diffusione mediatica della notizia e delle immagini: non era assolutamente mia intenzione che avesse tale risalto, tanto che per la celebrazione avevamo scelto un luogo inizialmente isolato e lontano dagli ombrelloni (anche se poi qualche persona, avendoci visti da lontano, si è aggiunta alla celebrazione)». Un ultimo episodio aggiunge don Mattia a conclusione della sua lettera. «Nella Messa che lunedì pomeriggio ho celebrato in chiesa in parrocchia a San Luigi ho chiesto perdono al Signore per la mia superficialità che ha fatto soffrire tanti. Spero che possiate comprendere le mie buone intenzioni, macchiate da troppa ingenuità, e accettare la mia sincera richiesta di perdono. Con una preghiera per la nostra Chiesa e per tutti noi, don Mattia».

Esprimo grande rispetto e ammirazione per questo sacerdote, per la sua umiltà e sincerità, anche se considero la sua una excusatio non petita, almeno da Gesù Cristo che non si sarà sentito né offeso, né banalizzato, né scandalizzato. Mi permetto di rilanciare la palla nel campo della gerarchia, quello dei tradizionalisti, del “vade retro santana”, lo considero infatti inagibile. Sono portato a ritenere opportuno ogni tentativo volto a sgelare, a “sgessare” la ritualità, riconducendola alla spontaneità. Assistiamo in televisione ai riti celebrati in Vaticano, in S. Pietro a Roma, e ne cogliamo la pesante spettacolarizzazione, abbiamo la sensazione di assistere ad assurde messe in scena degne del miglior Franco Zeffirelli (a quando, papa Francesco, una ventata di aria fresca anche in questo campo? A quando il licenziamento degli insopportabili ed impettiti maestri di cerimonie, protagonisti instancabile di un marcamento a uomo del pontefice ovunque celebri una messa?). Persino nei viaggi apostolici papali le pompose liturgie rischiano di ostacolare se non oscurare l’immediatezza dei rapporti con le popolazioni visitate. Poi entriamo in certe chiese periferiche e torniamo a terra, per constatare la routinaria pochezza di liturgie sbrigativamente ed anonimamente finalizzate solo al tagliando di adempimento del precetto festivo. Da una estremità all’altra: dalla vuota enfasi rituale alla banalizzazione precettistica. In mezzo prende le bastonate chi cerca di sperimentare, magari anche provocatoriamente e correndo qualche rischio a livello di improvvisazione, una liturgia orientata alla sostanza più che alla forma, a portare la vita concreta nella messa e viceversa piuttosto che ad ovattare i sacramenti e nasconderli fuori dalla vita vissuta. Chi non fa non falla: vale anche per la liturgia. Nella Chiesa purtroppo si preferiscono i routinier che non danno fastidio a nessuno.

Meglio dissacranti auguri che stucchevoli elogi

Come ho già avuto modo di commentare, la sindacatura di Michele Guerra non parte in modo molto rassicurante e interessante per tutta una serie di motivi. La sua candidatura è nata da un compromessone politico, che chiamano “campo largo”, sotto l’egida di un PD, la cui fame arretrata è pari all’incapacità di preparare un buon cibo: ha faticato assai a trovare i suoi esponenti adeguati al ruolo di assessore, della serie “a ozlén ingordi ag crépa al gòz”.

Il centro-sinistra è bello come il sole: ha tirato un profondo respiro di sollievo dopo oltre trent’anni di astinenza dal potere in Parma ed a nessuno è passato per l’anticamera del cervello di capire cosa fosse successo nelle tornate elettorali precedenti. Hanno sbagliato sistematicamente il candidato-sindaco: dalla riproposizione di Stefano Lavagetto a dispetto di Tommasini, che ha giustamente contraccambiato il dispetto, alla candidatura di Albertina Soliani, donna politica di valore ma piuttosto estranea alla storia di Parma, dalla scelta burocratica di Alfredo Peri, il quale perse un sacco di voti a sinistra, a quella di un riciclato Vincenzo Bernazzoli rigorista ufficiale del PD, che riuscì a sbagliare il tiro a porta vuota (Giorgio Pagliari c’era e avrebbe vinto a piene mani, ma non piaceva all’establishment post-comunista degli Errani e dei Bersani), fino ad arrivare all’improvvisato candidato (quasi) civico Paolo Scarpa che perse senza infamia e senza lode.

Questa volta hanno evitato il peggio anche se rischiano di rovinare sul nascere il meglio. Vogliono infatti incapsulare Michele Guerra dopo averlo ingoiato a fatica, intendono condizionarlo, illudendosi di avere trovato pane morbido per i loro denti aguzzi anche se cariati. In molti lo stanno aspettando al varco del continuismo, alla prova del tirare a campare per non rischiare di tirare le cuoia.

Lui di suo ci mette ben poco, oscillante com’è fra l’ostentato niente piddino e il gracchiante pavoneggiamento pizzarottiano. Ci mette la cultura, i titoli accademici, la lingua sciolta, il perbenismo salottiero, diciamo meglio, ci mette l’erudizione e l’ambizione, mostrando carenza di personalità: pienissimo di séissimo? Forse sono cattivo, ma intendo solo rivendicare un sano diritto alla critica in nome del bene che voglio alla mia città.

Ricorre il centenario della Barricate dell’Oltretorrente e del Naviglio: ho letto alcune ricostruzioni storiche. Potremo avere il sindaco e la giunta del Centenario? Saremo costretti a vivere solo di ricordi? Dov’è finita la Parma popolare, resistente, antifascista, solidale, orgogliosa, coraggiosa. Dov’è finito il patrimonio di solidarietà sociale frutto dell’impegno di tante persone? Dov’è finito quel tessuto diffuso fatto di sensibilità ai problemi degli ultimi? Come mai tutto ciò non riesce a tradursi almeno in parte in una pubblica amministrazione piena di attenzione e di entusiasmo? Perché si va alla ricerca del fumoso evento straordinario quando si sente tanto bisogno di “ordinaria follia”.

Michele Guerra anche nella scelta dei cosiddetti tecnici non ha dimostrato autonomia, fantasia, cuore e creatività: ha semplicemente riempito alcune caselle. Ho aspettato per giorni e giorni l’acuto che non è arrivato, ne è uscita infatti una giunta piuttosto scialba, non da fischi, ma nemmeno da applausi. Mi si dirà: bisogna aspettare, è presto, speriamo che il tempo dimostri qualcosa di buono, in fin dei conti abbiamo evitato il peggio. Sul fatto che occorra aspettare, mi permetto di controbattere che siamo dentro un’attesa che dura da decenni; sul fatto che sia presto per giudicare penso che sia invece molto tardi (cosa aspettiamo altri dieci anni?); sulla speranza che è l’ultima a morire posso essere persino d’accordo, anche se conosco fin troppo bene la sorte che spetta a chi vive sperando; sul peggio ricacciato indietro non vorrei che diventasse un alibi per non puntare al meglio.

Dai politici, da un sindaco, dagli assessori pretendo innanzitutto il cuore, che viene prima dell’esperienza, della professionalità e della competenza.  Vorrei, come diceva don Lorenzo Milani, che facessero strada ai poveri, senza farsi strada. Vorrei, come diceva Giorgio La Pira, che si opponessero con energia massima a tutti i soprusi dei ricchi e dei potenti, che non lasciassero senza difesa la parte debole della città: chiusura di fabbriche, licenziamenti e sfratti trovassero una diga non facilmente abbattibile… Mi si obietterà che Parma è una città ricca. Di cosa???

 

 

Il berlusconismo fascina…nte

Dopo la frecciata, arriva la replica. Ospite di Mezz’Ora in Più, trasmissione di Rai 3 di Lucia Annunziata, Renato Brunetta risponde a Marta Fascina. L’ex esponente di Forza Italia ha lasciato il partito di Silvio Berlusconi, scatenando la rabbia della compagna di quest’ultimo. E così la deputata di FI aveva attaccato “i traditori”, pubblicando su Instagram la canzone di De Andrè, ” Il giudice” che fa riferimenti espliciti “ai nani”.

“Mi dicono tappo o nano e ho sofferto e continuo a soffrire per questo. Ma per fortuna ho le spalle larghe perché ho fatto molte cose, il prof universitario il parlamentare anche europeo, sono stato ministro due volte – ha esordito Brunetta nella puntata di domenica 24 luglio -. Di questo sono responsabile, ma non della mia statura”.

 E ancora, rivolgendosi alla diretta interessata: “Marta – prosegue visibilmente emozionato – ma essere violentato su questo… non per me ma per tutti quei bambine e bambini che non hanno avuto la fortuna di essere alti e belli e che possono avere in me un esempio e dire, ma vedete Brunetta, però tappo come è…sfogano su di me questo termine che mi ha sempre fatto male”. A quel punto interviene la conduttrice che ricorda: “Però lei ha gli occhi azzurri”; “Grazie”, risponde Brunetta per poi concludere: “Io sono responsabile delle mie idee di quello che faccio ma non di essere tappo o nano”.

Come inizio della campagna elettorale non c’è male…Se Berlusconi per legittimare la sua ennesima giravolta politica ha bisogno di far deridere vergognosamente chi osa dissentire, significa che siamo veramente alla frutta della politica. Qualcosa nel berlusconismo sta scricchiolando, ma non mi illudo. Dovrebbe bastare l’episodio di cui sopra per squalificare una manovra politica imbastita su tre squallidi personalismi: berlusconismo, salvinismo e melonismo.

Alla sua prima discesa in politica Berlusconi riuscì a sdoganare al sud i neofascisti riveduti e corretti (?) di Gianfranco Fini, al nord i leghisti veraci di Umberto Bossi, in tutta Italia i fantasmi della peggior politica riciclata in chiave mediatica. Una sommatoria che si ripresenta a parti invertite. Oggi la sdoganatrice è Giorgia Meloni che trascina nel gorgo destrorso il papeetista di professione e il bullo dei bulli. Ce la faranno?

A sinistra faranno di tutto per farli vincere. La gente farà di tutto per distrarsi e non vedere. I media faranno di tutto per riposizionarsi secondo l’aria che tira. Joe Biden farà di tutto per sostituire il badante di lusso che aveva inopinatamente trovato. I partner europei tireranno un sospirone di sollievo per la riconquistata primazia. Putin continuerà a brindare per un rompipalle in meno. Zelensky si butterà ancor più nelle braccia anglo-americane.

I buoi di destra daranno dei cornuti agli asini pentastellati, i capponi di sinistra si beccheranno fra di loro, i nani politici si ergeranno a giudici dei nani fisici, le ballerine, compreso Berlusconi con un paio di tette prestate da Giorgia Meloni,  scenderanno in passerella mostrando agli impenitenti guardoni le loro appassite nudità.

Il dopo Draghi è appena cominciato. Chissà se e come finirà. Buon divertimento.