Tutti in ferie…da tutto

Nel 1984 si votò per l’elezione del Parlamento europeo. Il 17 giugno di quell’anno il Partito comunista italiano raggiunse il suo miglior risultato elettorale di sempre battendo anche la Democrazia cristiana: 33,3% contro 32,9 per cento. A pesare su quel voto fu soprattutto un’assenza: quella di Enrico Berlinguer, morto l’11 giugno dopo un malore accusato in uno dei comizi finali della campagna elettorale.

In quei giorni si raccontava una cinica barzelletta: i dirigenti comunisti per dare il massimo risalto alla loro vittoria elettorale sorvolarono in aereo il territorio italiano ospitando sul velivolo i più importanti osservatori politici del mondo. Passando sopra le fabbriche più importanti dissero: “Coloro che stanno lavorando in questi stabilimenti sono i vincitori!”. Proseguendo la ricognizione sorvolarono le pittoresche coste frequentate dai vip con le loro imbarcazioni da diporto. Gli ospiti chiesero maliziosamente: “E questi?”. I comunisti non poterono che rispondere: “Sono quelli che hanno perso le elezioni!”.

Mai come in questi giorni, complice l’aver vissuto un lungo periodo di restrizioni, ci si buttano i problemi alle spalle per andare in ferie. Sembra che Draghi, complici gli enormi problemi sul tavolo del governo dimissionario, non abbia alcuna intenzione di staccare la spina e stia addirittura chiedendo ai ministri un supplemento a perdere di impegno governativo.

Dalla politica all’impresa, corsi e ricorsi aneddotici, qualcuno ricorderà quando nel 2013 il manager Sergio Marchionne, raccontando i suoi primi mesi di lavoro alla Fiat, disse: “Nel 2004 perdevamo cinque milioni di euro al giorno, ma quando andai in ufficio in Italia ad agosto non c’era nessuno. Così chiedo: ‘Ma dove sono tutti?’ e mi dicono: ‘In ferie’. ‘Ma in ferie da cosa?’, dico io”. (uffpost)

Il governo passerà le ferie nel disbrigo degli affari correnti, scantonando in provvedimenti che di corrente non hanno proprio niente: si parla, con qualche piccola (sic!) forzatura costituzionale, addirittura di legge finanziaria, di PNRR, di armi all’Ucraina, etc. etc. Vorrò proprio vedere i parlamentari che avranno il coraggio di sollevare eccezioni al riguardo, dopo aver creato in modo indegno una vacanza di potere che con le ferie non ha proprio nulla a che vedere.

I parlamentari si consoleranno con i vitalizi assicurati in extremis, in attesa dei responsi elettorali che taglieranno quantitativamente i seggi loro riservati e osservando (sarebbe meglio dire subendo) una campagna elettorale che li costringerà a rimettersi qualitativamente in discussione (sarebbe meglio dire a riciclarsi).

Qualcuno con le tasse (giustamente) vorrebbe far piangere i ricchi, in questo periodo qualcuno (mi ci metto in mezzo anch’io) godrà nel mettere in discussione le ferie dei politici, tutti però soffriamo a causa delle vacanze vissute come scriteriata fuga dalle responsabilità. Barzelletta più barzelletta meno, ricordiamo quella che si potrebbe ripresentare durante questa estiva campagna elettorale. “Lavorerete un mese all’anno!”, prometterà un Berlusconi qualsiasi. E il pierino di turno griderà: “Sì, va ben e il férij?!”.

Stiamo buttando il prete nella merda e non diamo la colpa solo ai politici. Non so se il prete sia Mario Draghi. So che nella merda ci siamo tutti, si salvano i privilegiati che sono tanti e non solo i vip di cui alla barzelletta di apertura.

 

 

 

Non resta che l’orgoglio democratico

“Quel mitomane bollito di Berlusconi ha la spudoratezza di puntare al Quirinale. Signore, liberaci da questo personaggio!”. Questo il messaggino inviatomi da un carissimo amico col quale dialogo molto spesso sulla politica, rivisitata alla luce dei valori cristiani, delle idealità dossettiane e lapiriane e delle strategie morotee. La reazione alle strabilianti (ma non troppo) performance berlusconiane non poteva che essere questa.

Farei però un passo di lato. In un recente intervento televisivo il professor Sabino Cassese ha spacchettato la storia italiana in tre fasi, identificate in tre date: il 1922, il 1946, il 1994.  L’avvento del fascismo, la rinascita democratica, l’inizio della sciagura berlusconiana. A distanza di quasi trent’anni siamo purtroppo ancora immersi a pieno titolo nel tristissimo periodo direttamente o indirettamente improntato all’improntitudine di Silvio Berlusconi (non è un bisticcio di parole, ma di scelte politiche).

Mentre il cavaliere punta a chiudere la sua era col botto, la destra post-berlusconiana mira ad inaugurare una nuova fase storica, revisionando la Repubblica italiana nelle sue fondamenta costituzionali, nelle sue collocazioni internazionali, nella sua storia passata, presente e futura. Mancano i cervelli per impostare un simile ribaltone anti-democratico, ma alla carenza di materia grigia può ovviare l’abbondanza di malpancismo socio-economico, di confusione mentale, di crisi valoriale, di egoismi personali e nazionali, di stanchezza morale, di frustrazione storica.

Qualcuno al tramonto della classe politica post-bellica (proveniente dalla Resistenza, dalle ideologie contrapposte, dai principi costituzionali, dalle scelte valoriali condivise), segnato dallo scoppio di tangentopoli, disse che per formare una nuova classe dirigente sarebbero stati necessari trent’anni. Sono passati invano, perché nel frattempo il berlusconismo, il leghismo, il post-fascismo e da ultimo il grillismo hanno bloccato ogni e qualsiasi evoluzione, tenendo a bagnomaria la politica in attesa del Godot riformista e progressista, che stiamo tutt’ora aspettando.

Si impone una domanda. La destra italiana nella sua attuale configurazione rappresenta solo lo spappolamento finale del berlusconismo o si propone come un vero e proprio post-berlusconismo, come un nuovo assetto repubblicano definibile con i peggiori “ismi” che la storia ci sta riservando: nazionalismo, populismo, sovranismo, etc. etc.?

Stando alle gag mediatiche di Berlusconi sembrerebbe la triste fine di un regime a cui Giorgia Meloni potrebbe dare involontariamente il colpo di grazia. Temo non sia proprio così e che in pentola stia cominciando a bollire qualcosa di nuovo forse ancor più pericoloso. E allora si presenta un’altra questione. Se ci puzza veramente di nuovo regime non sarebbe il caso di affrontare le elezioni con piglio unitario resistenziale, superando le divisioni per salvare la democrazia? Forse non è il momento di sottilizzare per chiamare a raccolta tutti coloro che credono ancora nella democrazia: non si tratterebbe di contrapporre alle nostalgie fasciste quelle resistenziali, sarebbe una pessima lettura prospettica della storia, ma di salvare il salvabile prima che sia troppo tardi (e forse lo è già…).

Un recente sondaggio dimostrerebbe che il cosiddetto “campo largo” di centro-sinistra sarebbe elettoralmente competitivo col “campo stretto” del centro-destra. Vale quindi la pena perdersi in stucchevoli discussioni sul sesso della sinistra mentre la democrazia è presa d’assalto dalla destra? Può essere Draghi l’uomo che riesce a fare sintesi e battere i disegni della destra? Se è così, attenti a non farselo scippare, perché qualche tentativo al riguardo è in atto!

Si potrebbero configurare due scenari. Da una parte la prospettiva della liquidazione di Mattarella (attenti perché Berlusconi non è poi bollito del tutto…), considerato l’ultimo baluardo istituzionale e costituzionale della democrazia italiana, magari con l’insediamento al Quirinale di Mario Draghi o di qualche altro (im)possibile traghettatore verso l’incognito provvisoriamente targato Meloni o roba del genere; dall’altra parte l’ulteriore insediamento quirinalizio di Mattarella capace di trarre dal cilindro il Draghi-bis riveduto e corretto, scommettendo su di lui quale premier capace di fare sintesi a livello del frastagliato campo largo.

Si tratterebbe di scommettere sul buon senso dei filo-mattarelliani e dei filo-draghiani, sperando che gli italiani continuino a fidarsi di due personaggi affidabili, comportandosi come Cornelia, la matrona romana esemplare madre dei Gracchi, la quale, ad una donna vanagloriosa che ostentava la sua ricchezza, mostrando i figli, disse: “Questi sono i miei gioielli!”. È il simbolo dell’orgoglio materno.  Gli italiani alla destra che espone le sue fasulle proposte potrebbero rispondere indicando Mattarella e Draghi: “Questi sono i nostri politici!” Sarebbe il simbolo dell’orgoglio democratico.

Quando la politica non c’è i cittadini sballano

Tra le innate passioni che mi hanno caratterizzato fin dalla più tenera età c’è quella per la politica.   La dice lunga un piccolo grazioso episodio che fece andare in visibilio mia nonna materna (lei così austera si addolciva con un nipote che forse le assomigliava molto). Ero andato con mia madre e mia nonna a trascorrere qualche giorno di vacanza a Fabbro Ficulle (paesino in provincia di Terni), ospite del convento dove viveva mia zia Emma, suora orsolina. Avevo quattro-cinque anni, non ricordo con precisione. Pranzavamo in una saletta messa molto gentilmente a nostra disposizione ed in quella saletta vi era un apparecchio radio: la nonna gradiva ascoltarla durante il pasto, soprattutto le piaceva seguire il giornale radio. Un giorno, al termine del notiziario politico, me ne uscii candidamente con questa espressione: “Adesso nonna chiudi pure la radio, perché a me interessa il governo”. Lascio a voi immaginare le reazioni di mia madre, ma soprattutto di mia nonna, incredula e divertita, che rideva di gusto, ma che forse aveva fatto qualche pensiero sulla mia futura esistenza.

Ebbene sì, da oltre sessant’anni mi interesso alla politica, sono arrivato anche a praticarla in gioventù con impegno e dedizione a livello partitico e istituzionale di base (sezione e quartiere). Non rinnego nulla di questa esperienza: ho intravisto l’alta politica, ho toccato con mano le “sporcaccionate”, nonostante tutto ho conservato gelosamente il senso della democrazia e dell’antifascismo. Se devo proprio essere sincero non ho però mai provato disgusto e repulsione come mi sta succedendo in questo periodo: ho la sensazione che si stia raggiungendo il fondo del barile dal quale sia peraltro molto difficile risalire. In passato esorcizzavo sdegnosamente ogni e qualsiasi tentazione astensionista a livello elettorale, oggi sto valutando con sofferenza l’eventualità di non partecipare al voto, pur sapendo di fare uno sgarbo a quanti hanno dato la vita per guadagnarmi questo sacrosanto diritto.

Ci sarà in me una crescente pigrizia, che ostacola l’approccio alle complicate vicende della politica, ma c’è sicuramente nella politica qualcosa di troppo, che mi allontana inevitabilmente da essa. La campagna elettorale, che di per sé sembra fatta apposta per banalizzare e ridurre la politica ai minimi termini, questa volta la sta ammazzando, facendo impietosamente emergere tutto il peggio accumulato dagli anni novanta del secolo scorso ad oggi. Da una parte stiamo assistendo alla parodia della politica, dall’altra al tragico rito della sua eliminazione dalle menti e dai cuori, prima che dalle istituzioni.

La situazione si sta compromettendo in modo tale da chiudere sul nascere ogni e qualsiasi intento di partecipazione. I valori vengono azzerati, le idee non contano nulla, il personale mostra totale inadeguatezza. Di fronte a ciò il cittadino non riesce a vedere alcun spiraglio di “bene comune”, ma nemmeno un barlume di interesse personale. In un simile clima non possono che prevalere pulsioni populiste, sovraniste e…fasciste. Stiamo correndo un rischio enorme e forse non ce ne rendiamo conto.

Il posizionamento elettorale delle forze politiche, più o meno improvvisate, risponde ad una logica meramente contingente senza alcuna memoria storica e senza alcuna prospettiva strategica. Il grillismo, che alcuni anni or sono aveva avuto il “merito” di “cavalcare” la spontanea repulsione alla politica, inventando la non-risposta dell’anti-politica, alla fine ha perso smalto e credibilità, ma ha sostanzialmente e masochisticamente vinto, trascinando tutto e tutti in una deriva qualunquistica molto avvolgente e sempre più incidente.

Enrico Letta si è illuso di prendere il toro per le corna, abbozzando un’alleanza con i fautori dell’antipolitica, senza riuscire minimamente a tradurre in chiave politica le residuali e confuse pulsioni degne comunque di una certa attenzione. Mi riferisco all’obiezione non meglio precisata al reiterato invio di armi all’Ucraina, alla volontà di combattere la povertà incallendo in essa i senza lavoro, alla velleitaria salvaguardia ambientale fatta solo di categorici no, alla smania di rilanciare l’economia a costo di creare più danni che benefici. Il Partito democratico non è riuscito a recuperare queste tensioni inquadrandole in un contesto di compatibilità programmatica, ripiegando su accordicchi elettorali, che sono miseramente crollati alla prova dei fatti politici ed istituzionali.

In alternativa il Pd a guida (?) lettiana si è tuffato nello stagno centrista alla ricerca di improbabili alleanze per fare argine ai marosi del centro-destra: l’argine si è afflosciato su se stesso prima ancora che arrivasse l’onda d’urto. E allora non è rimasto altro da fare che tirare i remi in barca, rinunciando a navigare e sperando in qualche vento favorevole dell’ultimo minuto.

Il centro-destra sembra avere il vento in poppa. Chi si ostina, come il sottoscritto, ad andare contro corrente, si attacca alla speranza che le sparate demagogiche possano addirittura diventare controproducenti e la presunzione di avere la vittoria in tasca possa riservare qualche sorpresina.  Siamo a“la speransa di mäl vestì, ch a faga un bón invèron”.

Siccome la politica cammina sulle gambe degli uomini politici, il dato più sconfortante e disperante è proprio quello della qualità della classe politica in campo: non si va oltre qualche furbizia assai lontana dall’intelligenza.

E allora? I casi sono due. O il ripiegamento di stampo montanelliano sulle strizzate di naso in cabina elettorale o una pausa di astensione in attesa che la partita possa riprendere su altre basi e su altri schemi. E se nel frattempo Giorgia Meloni andrà a Palazzo Chigi, ce ne dovremo fare una ragione? A volte bisogna toccare il fondo per risalire, addirittura occorre fare qualche passo indietro per prendere la rincorsa. Potrebbe però succedere di rimanere risucchiati sul fondo o di precipitare all’indietro nei baratri della storia. Alludo al fascismo riveduto e scorretto.

Resistenza (nel cuore e  nel cervello), Costituzione (alla mano), Politica (nell’urna) impongono una scelta di campo imprescindibile e indiscutibile: sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole voltare pagina, non capendo che coi vuoti di memoria occorre stare molto e poi molto attenti e che (come direbbe mio padre) “ in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “. La storia generalmente non concede di rifare certi pur virtuosi percorsi: bisognerebbe tornare allo spirito ricostruttivo del 1946. Provarci è quasi d’obbligo.

 

 

 

 

 

C’erano una volta due rane…

Sembra fatta! Carlo Calenda e Matteo Renzi occupano il centro del ring, convinti di poter assestare qualche colpo a destra e manca. Furbizie elettoralistiche, che lasciano il tempo che trovano. I due spretati che vogliono fondare una nuova Chiesa per portare via i fedeli, o meglio gli infedeli, alle altre Chiese. Ci vedo molto e solo livore anti-Pd e qualche velata simpatia per una destra dal volto ben truccato e ritoccato. Il tutto motivato dal draghismo con o senza Draghi.

Gira e rigira sono tentativi di rifare la Democrazia Cristiana a mani nude, senza averne la storica ispirazione, senza interclassismo, senza popolarismo, senza infamia e senza lode. Questa benedetta DC tutti la criticano, ma in fin dei conti tutti la rimpiangono. Basti pensare alla ventilata possibilità di eleggere la transfuga Mara Carfagna a front runner di questa lista centrista per capire come si tratti di una improvvisata scorribanda propagandistica, ininfluente nel breve termine e inesistente nel medio e lungo termine. È solo la velleitaria combinazione fra due furbacchioni che balleranno una sola estate.

Mi pare il caso di richiamare al riguardo una favola di Esopo.  C’era una volta una rana che si vantava di essere la più grande dello stagno. Un giorno arrivò un bue ad abbeverarsi. Gli altri ranocchi cominciarono a dire: «Com’è grande quel bue!». La rana vanitosa non poteva sopportare che ci fosse un animale più grande di lei e cominciò a gonfiarsi, aspirando aria dalla bocca. «Vi farò vedere che posso diventare grande come quel bue, e anche di più» disse agli altri. Ad ogni respiro, la rana domandava: «Sono grande come il bue?». «No» rispondevano i ranocchi in coro. E la rana vanitosa continuava a gonfiarsi. Si gonfiò così tanto, che alla fine scoppiò.

Nel nostro caso le rane sono ben due, così come due sono i buoi, ma la morale non cambia: chi finge di essere ciò che non è, finisce sempre per pagarne le conseguenze e magari col farle pagare anche agli altri. Nelle intenzioni di Renzi e Calenda si vorrebbe incontrare i gusti politici degli elettori di sinistra stanchi di massimalismo salottiero, di utopismo fragile, di sociologismo datato e di radicalismo burocratico, nonché rispondere alle insofferenze dei potenziali elettori di destra spiazzati da sovranismo, populismo, putinismo, antieuropeismo, etc. etc. Se bastasse giocare di rimessa facendo leva sul malcontento altrui, potrebbe anche funzionare; mi sembra però che gli elettori siano molto più maturi e smaliziati per cadere in queste trappole propagandistiche. Non basterà certo sventolare il pur gradevole viso di Mara Carfagna per rubare voti a Berlusconi, così come non basterà gridare al lupo fratoiannico per spaventare l’elettorato di sinistra. E non basterà nemmeno proseguire il balletto filo-draghiano per dare prospettive serie al voto italiano.

Ammetto che l’uva del partito democratico possa essere acerba, ma non perché lo dicono le volpi centriste e che la minestra berlusconiana sia piuttosto rancida, ma non perché i cuochi centristi ne garantiscano una migliore. Siamo nel bel mezzo di una commedia poco divertente.

E poi siamo così sicuri che Calenda e Renzi andranno d’accordo e che non succeda come nelle ipotetiche fughe tra amanti, ironicamente beffeggiate da mio padre, con i due che scappano e cominciano a litigare scendendo le scale. Può darsi si instauri un idillio di convenienza, che però non impressionerà nessuno. Se proprio devo affogare meglio farlo nel mare grande di sinistra o di destra piuttosto che nel laghetto artificiale apprestato per l’occasione al centro del panorama politico.

 

 

 

La diplomazia Pelosa e il trio lescandol

La presidente della Camera dei rappresentanti Usa, Nancy Pelosi, è atterrata a Taiwan e la sua prima dichiarazione è stata riaffermare che l’impegno degli Stati Uniti per una Taiwan democratica è “oggi più importante che mai” e assicurando che la visita – fermamente condannata da Pechino – “non contraddice” la politica di Washington sulla Cina.

“La visita della nostra delegazione del Congresso a Taiwan onora l’impegno incrollabile dell’America nel sostenere la vibrante democrazia di Taiwan”, ha detto Pelosi in una dichiarazione poco dopo l’atterraggio.

La speaker ha aggiunto che la visita della sua delegazione al Congresso, che dovrebbe concludersi domani pomeriggio, è completamente in linea con la politica statunitense di lunga data su Taiwan. “I colloqui con la leadership taiwanese si concentreranno su interessi condivisi, incluso il progresso di un Indo-Pacifico libero e aperto”, ha spiegato Pelosi.

“La solidarietà dell’America con i 23 milioni di persone di Taiwan è oggi più importante che mai, poiché il mondo deve scegliere tra autocrazia e democrazia”, si legge nella dichiarazione della presidente della Camera.

Il portavoce della Sicurezza nazionale, John Kirby, ha tenuto a precisare che “gli Usa non sostengono l’indipendenza di Taiwan e continuano a supportare la politica dell'”Unica Cina”. “È un suo diritto” visitare Taiwan, ha insistito il funzionario della Casa Bianca ripetendo che nella visita di Nancy Pelosi non c’è nessuna violazione della sovranità della Cina.

Non è dello stesso parere il ministero degli Esteri cinesi, secondo il quale la visita del presidente della Camera costituisce “una grave violazione del principio della Cina unica e delle disposizioni contenute in tre comunicati congiunti Cina-Usa”. Il ministero nella nota dichiara di opporsi “con fermezza” alla visita. Una “condanna severa” alla quale fa seguito un avvertimento: “Queste mosse, come giocare con il fuoco, sono estremamente pericolose. Coloro che giocano con il fuoco andranno in rovina per questo”. (Quotidiano Avvenire del 03 agosto 2022).

Siccome anche l’inadeguatezza diplomatica di chi ha in mano i destini del mondo ha un limite, non mi sento di insistere oltre nel sottolinearla e riprovarla, preferisco trovare un’altra spiegazione plausibile per questo gioco al massacro in cui tutti soffiano sul fuoco sperando di spegnerlo, anzi pensando di allargarlo a tal punto da renderlo innocuo o purificatore.

Quando si butta all’aria l’ordine, di qualsiasi tipo esso sia, si è portati istintivamente ad approfittare dell’occasione per rimettere in discussione tutto in modo da ripartire daccapo e impostare una nuova situazione. La mossa diplomatica (?) di Nancy Pelosi sembra rientrare in questa logica poco razionale e molto istintiva: un avvertimento lanciato alla Cina in un momento in cui più che di avvertimenti ci sarebbe bisogno di ragionamenti.

A cosa e a chi servano queste schermaglie non è facile da capire: gli Usa sentono la necessità di recuperare protagonismo e forza contrattuale, la Cina cerca alibi per continuare un gioco sporco e complicato in cui rischia di rimanere invischiata più economicamente che militarmente. Una cosa è certa: la partita non si gioca solo tra Usa e Russia, ma la Cina aspetta di entrare in campo, anzi è già in campo. E l’Europa sta a guardare.

Ai tempi della pre-globalizzazione si pensava che la partita multilaterale significasse una qualche garanzia in più per la coesistenza pacifica: molti contendenti potevano evitare il prevalere di una parte e costringere tutti a patti di non belligeranza. La globalizzazione ha scombussolato la situazione e ha fatto impazzire le parti in una sorta di guerra di tutti contro tutti. Anziché semplificare i rapporti si tende a complicarli per trarne il maggior profitto possibile.

Non credo che le mosse diplomatiche americane siano “voci del sen fuggite” da cui non si possa tornare indietro. Alle ripetute ed aggressive gaffe di Biden si aggiungono adesso le mosse della presidente della Camera dei rappresentanti. È pur vero che le seconde file diplomatiche intervengono sempre ad ammorbidire i toni ed a smorzare le polemiche, che tuttavia divampano a più non posso. Dove si vuole parare? Sono sempre più d’accordo con Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, il quale non si fida né della diplomazia né della Nato.

E di chi ci si può fidare? Pensate un po’ gli italiani sono tentati di fidarsi o addirittura di affidarsi al “trio lescandol” della politica nostrana in chiara combutta con quella internazionale (Usa, Russia e Cina). Non c’è bisogno di spiegare chi faccia parte del trio lescandol: versione dialettale e triviale del celebre Trio Lescano, che in uno dei periodi più bui della storia dell’umanità, prima e dopo la Seconda Guerra Mondiale, si è imposto come una delle presenze più importanti della musica italiana.

I poveri sotto il tappeto

I numeri della clamorosa e schizofrenica ondata vacanziera, che assomiglia più all’assurda fuga disperata dai problemi che alla pausa riposante dagli impegni, coprono quelli della povertà crescente. Di fronde all’esodo di massa verso mari e monti viene spontanea una domanda: ma allora esiste la povertà e, se esiste, dov’è? È pur vero che fanno più rumore gli alberi vacanzieri che si abbattono sugli schermi televisivi rispetto alla foresta dei poveri che cresce nell’assordante silenzio del menefreghismo socio-economico. Se abbiamo tuttavia il coraggio di grattare la crosta del finto benessere generale, ci accorgiamo che la povertà esiste anche se su tale fenomeno incombe appunto l’aggravante della impalpabilità, della opacità e dell’indifferenza.

I poveri ci sono, ma non riescono ad avere né visibilità, né voce. I dati statistici li fotografano, ma la società relega questa fotografia nel baule delle cose imbarazzanti e sgradite: meglio far finta di niente. Si tratta di un vizio da nascondere per non figurare male. D’altra parte essi non hanno rappresentanza sociale e politica e possibilità di mobilitazione a livello movimentista: sono destinati alla irrilevanza. L’associazionismo non li contempla, il partitismo li giubila, il sistema li esorcizza, i governi li accarezzano, i media li falsificano.

Loro, che avrebbero i veri motivi di protesta anti-sistema vengono surclassati dai falsi motivi del qualunquismo da bar e della teorizzazione da salotto. Loro, che dovrebbero gridare contro la politica che li dimentica, vengono messi a tacere dall’antipolitica che tutto seppellisce. D’altra parte la loro frammentazione sociale li isola, li marginalizza e li ammutolisce. Anche gli scontri sociali, che scoppiano qua e là, sono più sfoghi corporativi dei ricchi che lamentazioni disperate dei poveri. E sono sempre loro a pagare il conto: quello della guerra, della crisi energetica, della pandemia, dell’inflazione, etc. etc.

Chi dovrebbe raccogliere il loro “tacito” appello? La politica, che, diversamente, cosa ci sta a fare. Invece i meccanismi della politica sembrano fatti apposta per escludere i poveri dalla partecipazione. Scrive acutamente al riguardo Eugenio Mazzarella su Avvenire: “La recente analisi di Tecnè Italia della sempre più massiccia astensione elettorale, e della sua struttura interna, ha confermato un dato ormai acclarato: la diserzione dal voto dei ceti più disagiati, sempre più convinti che la politica non li rappresenti e, quindi, dell’inutilità della partecipazione elettorale. «Le classi più disagiate cercano risposte che non trovano in nessun partito e percepiscono che spesso il loro voto è inutile. Dunque, se ne stanno a casa», è l’efficace sintesi dell’Istituto di ricerche. In sostanza, dal campione esaminato (le ultime amministrative), emerge che solo il 28% degli elettori a basso reddito è andato al seggio. Le percentuali salgono per la classe a reddito medio (63%) e soprattutto per i redditi alti (79%).

E come dare torto a chi non ha alcuna fiducia in una politica autoreferenziale, chiusa in sterili tatticismi e sorda alle istanze popolari trasformate subdolamente in ansie populiste? Col sistema elettorale vigente piove abbondantemente sul bagnato: l’astensionismo è sintomo di una malattia che nessuno ha interesse a curare, con cui la politica ha interesse a coesistere. In fin dei conti i poveri ci sono sempre stati…e, se non vanno a votare, peggio per loro…

E la cosiddetta sinistra? Sta a guardare il proprio ombelico e discute con chi allearsi per meglio perdere la propria identità e la propria missione. I poveri, della cui articolata categoria non faccio parte ma di cui dovrei farmi carico nel mio piccolo, non riescono a identificarsi in essa né per necessità né per virtù. Sta succedendo anche a me.

Mi permetto di chiedere una cosa molto semplice, ma compromettente, a Enrico Letta: abbia il coraggio di sollevare un lembo del tappeto sotto cui da tempo viene nascosta la povertà vecchia e nuova e lasci perdere la pulizia di specchi e lampadari. Diversamente non potrò che infilarmi sotto il tappeto, finendo magari per essere demagogicamente solidale coi poveri a livello di astensione dal voto. Una doppia amarissima vittoria di Pirro.

 

Il Calenda…rio pseudo-draghiano

Il grande ministro Giovanni Marcora parlando (male) di un suo collega fisicamente grasso si chiedeva: dicono che sia pieno di sé, fosse così sarebbe magro. Attualmente nella categoria dei “pienissimi di seissimo” spicca Carlo Calenda, un politico improvvisato che ne sta combinando di tutti i colori: si è messo al centro della scena e non la molla più a costo di combinare cazzate gigantesche facendole cadere dall’alto. Le racconta bene, anche a lui si attaglia l’ormai famoso detto del “non sa un cazzo, ma lo dice bene”.

Se il centro politico moderato è occupato da personaggi così, ben venga l’estremismo rivoluzionario. Non merita l’attenzione che si è conquistato in un tira e molla vergognoso, che lo ha portato in pochi giorni ad allearsi col PD per poi strappare il patto in nome della difesa oltranzistica dell’agenda Draghi, meglio sarebbe dire “Calenda…rio Draghi”.

Avevo grandi aspettative su Mario Draghi, in buona parte ne sono rimasto deluso: se andiamo avanti così, con simili avvocati difensori al seguito, mi iscrivo al partito del “tempo perduto”. Ma lasciamo stare Draghi relegato nella sua dorata cartoleria.

L’altro contraente era Enrico Letta, capace solo di sfornare tattiche dell’ultimo minuto, che gli sfuggono immediatamente di mano. È successo con i cinquestelle, si è ripetuto con i calendiani, non escludo possa succedere a brevissimo termine anche con altri interlocutori interni ed esterni al suo partito. Pensando a lui mi ricordo la comica vicenda del magazziniere di una società calcistica giovanile. Mancando l’allenatore in prima gli fu affidata la squadra dei pulcini. Al termine del primo tempo vincevano cinque a zero. Volle fare il fenomeno: scambiò difesa ed attacco e…perse la partita per sei a cinque.

La strategia, se prescinde dalla fissazione di obiettivi e dalla scansione dei tempi per raggiungerli, rimane pura e semplice tattica, che va in crisi al primo stormir di fronde.  Per Letta si può aggiungere che non solo non ha una strategia, ma non sa nemmeno fare tattica. Parte regolarmente col piede sbagliato e incespica davanti al primo ostacolo.

La sua penosa segreteria ha debuttato con un improvvisato quanto illusorio femminismo ridotto alla ricerca di yes woman ed è proseguita con un piatto e insignificante draghismo: l’amico delle donne e di Draghi. Forse varrebbe la pena uscire da questo schema per puntare appena più in alto.

La partita col centro-destra è persa: meglio perderla con onore provando a segnare il gol della bandiera piuttosto che gettarsi scriteriatamente all’attacco col rischio di essere sepolti sotto una caterva di gol. Cosa voglio dire? Il Partito democratico abbia un sussulto di dignitoso ossequio verso un glorioso passato che non è riuscito ad interpretare, combatta per proprio conto una battaglia puntata su alcuni valori ben precisi, scelga candidati di alta qualità smettendola di concedere seggi a vanvera a personaggi squallidi e controproducenti, punti almeno ad essere il primo partito, quello di maggioranza relativa che non potrà essere tanto facilmente cestinato nel dopo-elezioni. Lasci che i Calenda, i Renzi, i Conte vadano a sbattere per loro conto. Poi si vedrà: a volte è meglio perdere con dignità. È meglio perdere la partita salvando la faccia piuttosto che perdere l’una e l’altra.

Tutti sostengono che il sistema elettorale costringa i partiti a fare le più strane alleanze pur di provare a vincere. Ma chi l’ha detto? Meglio perdere onorando la propria bandiera che inseguire la vittoria di Pirro. Si difende la democrazia e la Costituzione più con la coerente testimonianza o con la velleitaria battaglia elettorale? Nella confusione generale è meglio lasciar parlare la storia o urlare al presente? Gli specialisti dell’urlo non aspettano altro. E allora bisogna cambiare tattica, pardon bisogna avere un po’ di umile strategia.

 

 

Più del pacifismo, la ribellione alla sofferenza

Mio padre, ogni volta che ascoltava notizie sullo scoppio di qualche focolaio di guerra reagiva auspicando una obiezione di coscienza totalizzante: “Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?”. Con questo interrogativo, molto più profondo di quanto possa sembrare, sintetizzava il suo pensiero in materia bellica. Da ragazzo lo considerava un sognatore, oggi lo ritengo un maestro di vita ed i suoi insegnamenti, giorno dopo giorno, diventano sempre più importanti e attuali, quasi profetici.

“Ucraini e russi sono entrati in guerra ammalati dei loro particolarismi, di nazionalismo orgoglioso gli uni, di imperialismo brutale gli altri. Per due, tre mesi questi particolarismi e l’odio che la sofferenza fa crescere nei confronti del nemico, di chi ha aggredito e specularmente di chi, ostinato, non si arrende, resiste, mi uccide, sono stati sufficienti per motivare i combattenti, per sorreggere la propaganda. Ma a contatto delle verità eterne e immutabili che la sofferenza sociale della guerra rimette ferocemente in luce giorno dopo giorno, gli uomini nelle trincee del Donbass e di Cherson sentiranno che il cerchio del loro orizzonte impedisce loro di pensare e di agire, li soffoca in una atmosfera assassina di morte e di inutili volontà. Il senso della vita, della morte, dell’infinito, del dolore li fa guardare oltre i limiti delle cose, oltre gli slogan degli uomini che li hanno condotti alla guerra e li vogliono rinchiudere fino alla sempre più remota vittoria. La guerra infame farà loro sentire il sapore della carne e del sangue, della miseria umana e scopriranno che la guerra deve finire. La fine rivoluzionaria di questa guerra criminale avverrà quando i combattenti si ribelleranno, insieme, alla sofferenza. Sono loro che gettando contemporaneamente i fucili possono rompere il cerchio dei pregiudizi, degli interessi dei simboli vani, delle bugie. Sono loro che rifiutando di combattere spazzeranno, con il soffio del loro possente respiro di vittime, di sacrificati, il cerchio degli interessi che a Mosca e a Kiev non sono i loro”.

È quanto scrive Domenico Quirico in una sua profonda analisi sulla guerra in Ucraina, pubblicata sul quotidiano La stampa. Mio padre non aveva l’eloquenza di questo giornalista, che ama andare contro corrente o meglio contro il pensiero unico che ci propone la guerra come male necessario, ma sostanzialmente la pensava così: non si aspettava la pace dalle conferenze dei potenti e/o dagli intrighi dei diplomatici, la esigeva dalla ribellione degli uomini coinvolti loro malgrado nei massacri reciproci. Mi permetto di ritenere che si tratti di qualcosa di più rispetto al pacifismo classico, vale a dire la dottrina diretta a dimostrare la possibilità, l’utilità e il dovere dell’abolizione della guerra. È il rifiuto atavico, personale, umano, religioso, etico della guerra: un atteggiamento che va addirittura oltre o per meglio dire previene gli appelli alla pace.

“Papa Francesco, come il suo predecessore che, durante la Prima guerra mondiale invocò invano re e presidenti perché fermassero l’inutile strage, sbaglia i destinatari dei vibranti, sempre più sconsolati appelli alla pace. Non sono Putin e Zelensky, o Biden, che possono spezzare il cappio della guerra. Gli uomini di buona volontà a cui deve rivolgersi, scavalcando, ignorando i capi, sono gli uomini disperati, sporchi, esausti, straziati delle trincee. Il popolo della guerra. Dopo mesi di sofferenza, di avversione alimentata tra loro, ora ucraini e russi hanno una cosa in comune: la sofferenza. Ora non credono più a quello che è accaduto, sanno che ancora una volta tutto è avvenuto per un errore di calcolo criminale. Tutti poi hanno giocato una parte, aggressori e aggrediti, guerrieri e pacieri”.

Quirico offre qualche utile suggerimento al Papa, l’unico personaggio dotato di credibilità in materia. Gesù che predicava la non violenza, anzi l’amore per i nemici, alle folle e non ai potenti di turno, dando per scontato che non fossero in grado di accogliere i suoi inviti: fu persino equivocato dalla gente che lo contestò come finto Messia mentre gli affaristi della guerra lo mettevano in croce. Forse nella sua ansia di andare sul posto, vale a dire in Ucraina e in Russia, sta proprio il desiderio impellente del Papa di appellarsi alle persone per distrarle dal criminale gioco al massacro in cui vengono coinvolte loro malgrado.

A ben pensarci non è un caso che il segretario generale dell’Onu sia stato beffeggiato dai potenti: Putin, tanto per gradire, gli ha inviato una bomba, Biden, tanto per non essere da meno, gli ha risposto picche stanziando carri armati a più non posso. Forse nel Papa la gente e i combattenti coglieranno la condivisione e quindi gli riserveranno un’accoglienza diversa di cui anche i potenti saranno costretti a tenere conto.

Gli ingannevoli balletti elettorali

Sono concettualmente distante mille miglia dalle tecnicalità del sistema elettorale, anche perché resto convintamente e nostalgicamente inchiodato alla passione per la politica con la “p” maiuscola, che dovrebbe venire prima delle regole elettorali.

Bisogna però prendere atto che i meccanismi vigenti (il cosiddetto “Rosatellum”) sembrano fatti apposta per costringere e falsare la volontà popolare, proponendo un vomitevole mix tra sistema maggioritario e proporzionale, tentando cioè di mettere d’accordo capre e cavoli.

Il sistema maggioritario si adatta ad una politica polarizzata e leaderizzata mentre quello proporzionale si limita a registrare gli indirizzi politici nella loro variegata e spontanea articolazione. La politica italiana è molto frammentata per motivi storici ed ideologici; si è personalizzata in senso deteriore scopiazzando e importando criteri di impostazione inadatti alla nostra situazione. Volerle imporre, seppure parzialmente, un bagno maggioritario significa creare solo confusione. Oltre tutto fare coesistere regole maggioritarie, in cui vince chi arriva primo, con regole proporzionali, in cui ogni partito conta in base ai consensi che riceve, è un autentico pasticcio anti-democratico.

Può darsi che al termine della consultazione elettorale si sappia chi ha vinto, ma questo illusorio risultato non ha alcun senso se si ottiene al prezzo di falsare la volontà popolare, chiudendola in schemi obbligati e falsificanti. Costringere i partiti ad alleanze spesso innaturali pur di concorrere al raggiungimento della maggioranza non ha senso alcuno, anche perché in parallelo l’elettore si trova costretto a mangiare la minestra del candidato imposto dall’alto se non vuol saltare dalla finestra dell’astensionismo.

Persino i due terzi di seggi assegnati col sistema proporzionale, dal momento che non si possono comunque dare preferenze e si vota su liste bloccate, costringono l’elettore in una gabbia da cui non può uscire. Già registriamo la consolidata tendenza all’astensionismo per motivi di scarsa rappresentatività partitica e di forte sfiducia dei cittadini nella classe politica, se poi togliamo alla gente la possibilità di scegliere seriamente da chi farsi rappresentare, diamo un perfetto assist alla diserzione delle urne.

I sistemi elettorali non dovrebbero essere delle scorciatoie per arrivare a tutti i costi alla governabilità, ma la strada percorribile per riempire il Parlamento di personaggi autenticamente rappresentativi della volontà popolare.

Basta poi proiettare il discorso in base ai sondaggi emergenti: in buona sostanza se si votasse col sistema proporzionale puro, molto probabilmente nessuna forza politica otterrebbe la maggioranza assoluta fermandosi al massimo ad un 25% dei voti e quindi si dovrebbe aprire il gioco democratico delle alleanze a livello parlamentare per poter esprimere la maggioranza atta ad esprimere e “fiduciare” un governo di coalizione. Non vedo niente di scandaloso: meglio cercare sintesi e compromessi ai livelli più alti nelle sedi istituzionali competenti piuttosto che prefigurare degli assurdi pateracchi pre-elettorali che sembrano fatti apposta per ingannare e/o fuorviare gli elettori.

Con il “Rosatellum” avremo una coalizione vincente senza che abbia vinto, un po’ come vincere una partita di calcio ai rigori, senza nemmeno i tempi supplementari dei ballottaggi: lascia il tempo che trova, tarpa le ali alla democrazia, mette l’amaro in bocca ai cittadini già sufficientemente scettici e disamorati.

Cosa sta succedendo in pratica: per uscire vincitrici le due maggiori forze politiche in campo, vale a dire Fratelli d’Italia e Partito Democratico, sono costrette ad apparire rispettivamente un po’ meno di destra e un po’ meno di sinistra, spiazzando gli elettori di destra e di sinistra per catturare voti in quel ginepraio indefinibile del centro, quella gente cioè, per dirla con Enzo Biagi che si sente di destra e sinistra ma solo un pochettino.

Quanta nostalgia per i tempi in cui la Democrazia Cristiana sapeva essere al vero centro della politica italiana sintetizzando idee e valori in chiave interclassista, popolare e cristiana, guardando alle altre forze politiche per dialogare e collaborare con esse con un occhio di particolare attenzione a sinistra, laddove il Pci era portatore autentico delle ansie progressiste in competizione-alleanza con un Partito socialista eternamente strabico. Il vero equivoco era il Psi e tale equivoco costò assai caro al sistema fino ad arrivare al craxismo che ci regalò direttamente o indirettamente il berlusconismo. E siamo rimasti ancora lì a prescindere dai sistemi elettorali che si sono succeduti e che hanno messo la ciliegina sulla rovina del sistema democratico. Sarò catastrofista, ma queste elezioni le vedo malissimo e il dopo-elezioni lo vedo ancor peggio.

 

Draghi tempra i bollenti spiriti elettorali

La conferenza stampa di Mario Draghi, accompagnato per l’occasione da due autorevoli ministri e dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, tenuta in occasione del varo di un ulteriore decreto aiuti, è viaggiata nel segno della continuità ed ha quindi, seppure indirettamente (?), rassicurato gli italiani in due sensi: non esiste vacanza di potere, se è vero come è vero che il governo, che dovrebbe limitarsi a sbrigare gli affari correnti, vara provvedimenti da 17 miliardi di euro a sostegno di famiglie e imprese e non solo; il dopo Draghi proseguirà nel solco tracciato senza strappi e cambiamenti di rotta.

Ad una domanda il premier ha risposto testualmente: «Io sono certo che qualunque sia il prossimo governo rispetterà gli obiettivi del PNRR per due motivi: per l’importanza dell’impegno internazionale-europeo, che noi abbiamo assunto (ricordo ancora una volta che altri Paesi europei hanno accettato di tassare i loro cittadini perché fossero dati i soldi che noi abbiamo incassato col PNRR) e sul quale si gioca la credibilità del nostro Paese; per la convinzione con cui riteniamo che l’Italia, nonostante le difficoltà, possa andare avanti sull’onda degli investimenti e delle riforme previste dal PNRR che garantiranno lo sviluppo del Paese».

Alla luce di quanto sta facendo e dicendo Mario Draghi, vengono meno le due preoccupazioni fondamentali che condizionano la campagna elettorale. Se il governo sta continuando a governare, dialogando fra l’altro con partiti e sindacati, cade lo psicodramma della caduta di Draghi e delle elezioni anticipate. Chi ha fatto cadere il governo non ha quindi creato un disastro. È inutile gridare al lupo al lupo delle elezioni, se questo lupo assomiglia a quello di Gubbio, addomesticato da san Mario.

Lasciamo stare la questione della legittimità dell’azione di un governo dimissionario che spende e spande sulle ali dell’urgenza, convertendo cioè gli affari correnti in affari urgenti. A questo punto tutto è corrente e tutto è urgente. Tutto sta bene per il bene del Paese, ma non mi si dica che tutto rientri nella normalità repubblicana. Nessuno peraltro può dire niente: chi ragiona ormai in base al vangelo secondo Draghi non può che essere soddisfatto; chi rischiava di essere considerato un disfattista ha di che gioire perché ha sì rischiato l’incriminazione, ma per un fatto che non sussiste.

Quanto al futuro le certezze sciorinate da Draghi tolgono molta verve polemica alla campagna elettorale: molto rumore per nulla, tutto è già stabilito per binari ben precisi e imprescindibili. Il centro-sinistra non ha bisogno di enfatizzare la continuità draghiana che starebbe nei fatti, il centro-destra non può sgarrare e prescindere dagli impegni già presi. Calma e sangue freddo. Facciamoci le vacanze in santa pace, andiamo o non andiamo a votare con assoluta calma. Vincerà comunque Draghi. E la politica? Non esiste più!

In cauda venenum. Sta circolando una indiscrezione, prontamente smentita, secondo la quale Draghi avrebbe segnalato a Giorgia Meloni nomi di ministri per il futuro governo di centro-destra. Altro che agenda… Posso essere maliziosamente fantasioso? Non è che Draghi si stia preparando a fare il presidente della Repubblica eletto all’unanimità dal nuovo Parlamento in un regime presidenziale de facto..tum?