Buon meeting non mente

Com’è strana la politica e questa campagna elettorale ancor di più… Prendo spunto dall’intervento del segretario PD Enrico Letta al meeting di Rimini di cui riporto alcuni passaggi presi dalla cronaca pubblicata sul sito “orizzonte scuola.it”.

“In 5 anni stipendi docenti come in Europa. Obbligo scolastico dall’infanzia alla maturità”. La proposta di Letta (PD).

“Dobbiamo rendere obbligatoria la scuola d’infanzia e allungare l’obbligo scolastico fino alla maturità”. La proposta di Enrico Letta di aumentare l’obbligo scolastico non è piaciuta alla platea del Meeting di Rimini che – riferisce l’ADNKRONOS – ha mugugnato alle parole del segretario Pd.

Il segretario del partito democratico torna a parlare anche dell’aumento di stipendio degli insegnanti, uno dei cavalli di battaglia del programma elettorale dei DEM: “Parto dagli stipendi degli insegnanti: devono essere pagati come i loro colleghi europei. In 5 anni è possibile farlo. Prendiamoci tutti queto impegno a favore di uno stipendio europeo”.

Nel programma del PD, infatti, a proposito dell’obbligo scolastico dalla scuola dell’infanzia, si legge: “in Italia, un bambino su dieci non frequenta la scuola dell’infanzia (3-5 anni) e meno di uno su tre – con accentuate differenze territoriali – accede al nido. In questo modo, già in tenerissima età, si creano le prime odiose diseguaglianze nell’accesso a un sistema educativo di qualità e a un’alimentazione sana. Intendiamo quindi superare queste discriminazioni, rendendo gratuita e obbligatoria la scuola dell’infanzia nell’ambito del sistema integrato esistente e incrementarne il fondo nazionale, per garantire la progressiva gratuità dei servizi educativi 0-3 anni per i nuclei familiari a basso ISEE, con particolare attenzione all’offerta formativa nel Sud del Paese. Così vogliamo favorire l’uguaglianza già nei primi passi del percorso scolastico, assicurando per tutte e tutti pari opportunità di cura, relazione e gioco”.

Il PD intende anche puntare sulla “creazione di “ambienti di apprendimento sostenibili”, accessibili, sicuri (anche dal punto di vista sanitario, con l’installazione di sistemi di aerazione), attraverso la promozione di incontri e attività tra scuole, perché lo spazio per noi è un terzo educatore”.

Tempo pieno e sport devono andare di pari passo, secondo il partito di Enrico Letta: “Proponiamo l’estensione del tempo pieno, con particolare attenzione al Sud, e la progressiva costruzione di una scuola presidio di comunità nelle periferie e nelle aree interne”. E “Vogliamo aumentare la proposta di sport nella scuola dell’infanzia e primaria con personale aggiuntivo specializzato, nella scuola media inferiore con proposta sportiva nel tempo prolungato”.

Ebbene finalmente Letta si è sbottonato, ha detto alcune cose di sinistra su un settore importantissimo come la scuola, che lui conosce bene anche per importanti esperienze dirette. Ironia della sorte: si è beccato fischi e mugugni da una realtà associativa come “Comunione e liberazione” molto presente nel mondo della scuola, da quella fetta di cattolici che dovrebbero essere particolarmente attenti alle problematiche formative e giovanili. Non sono in grado di dare un peso alla contestazione: forse era limitata, forse non è rappresentativa degli umori del meeting di Rimini, forse l’elettorato cattolico non si risolve in alcune frange di Comunione e liberazione. Tuttavia la cosa mi sembra significativa considerato il fatto che alla contestazione verso Enrico Letta hanno fatto da contraltare i convinti e caldi applausi verso Giorgia Meloni (peraltro ostentatamente bilanciati dalle standing ovation riservate due giorni dopo a Mario Draghi). Qualcuno osserva che storicamente il meeting si è sempre rivelato profeta dell’aria che tira a livello governativo; personalmente temo che si tratti di una profezia opportunistica dettata dalla smania di salire sul carro del vincitore per spillarne i favori. Aggiungo quindi alcune riflessioni, anche se l’applausometro del meeting non fa testo, ma induce a pensieri pertinenti e un tantino maliziosi

La prima riguarda la sinistra che, quando fa il suo mestiere, tocca nel vivo e suscita confronto anche aspro su idee e valori applicati alla realtà del Paese. Da tempo ha perso lo smalto e il coraggio di essere propositiva al limite del divisivo. Colgo questo episodio come una piccola inversione di tendenza mi auguro non dettata solo da esigenze propagandistiche. Si tratta infatti di recuperare uno stile e speriamo sia di buon auspicio: i contenuti dell’intervento di Letta sono credibili e condivisibili e mi auguro possano allargarsi ad altri settori ed altre problematiche.

La seconda riflessione riguarda la scuola. È sempre stato un campo intoccabile per motivi clientelari e corporativi. L’inquadramento adeguato degli insegnanti collegato magari al discorso del tempo pieno, l’allungamento dell’obbligo scolastico non per rinviare il problema degli sbocchi professionali ma per affrontarlo con una formazione più qualificata e mirata, l’apertura della scuola al territorio, vista quindi come elemento di crescita e di socializzazione sono punti interessanti per una politica di attenzione verso le giovani generazioni e le loro problematiche.

La terza riflessione è relativa al discorso del rapporto fra i cattolici e la politica. Quante volte, soprattutto conversando con un mio carissimo amico sulla situazione disastrosa della politica, mi sono chiesto cosa possa fare il mondo cattolico per contribuire ad una rinascita della politica stessa, non in senso integralistico e/o collateralistico, ma in chiave propositiva e partecipativa. Speriamo che i fischi ad Enrico Letta abbinati agli applausi a Giorgia Meloni non siano una brutta e falsa partenza. Giudicare ed esprimere il proprio parere è un sacrosanto diritto spettante anche ai partecipanti al meeting di Rimini. Ciò però non dovrebbe mai essere il pretesto per atteggiamenti settari e faziosi, di cui purtroppo Comunione e Liberazione è stata storicamente portatrice: una sorta di strabismo politico dei ciellini. Avevano nei giorni precedenti ascoltato con attenzione i consigli del cardinal Matteo Zuppi, presidente della CEI: consigliava umilmente di non tifare, di non schierarsi, ma di stare dalla parte del bene comune. Forse non l’hanno capito, forse hanno fatto finta di non capire, forse hanno confuso fischi con fiaschi. Probabilmente, nonostante gli inviti di una gerarchia finalmente prudente e distaccata dalla bagarre partitica, tanto per non sbagliare sono orientati ad appoggiare la destra (memori del credo cattolico che vuole Gesù seduto alla destra…del Padre).

 

La ricottina del sindaco Marietta

Escluso – dal Terzo polo – l’ex sindaco di Parma Federico Pizzarotti che ha lamentato “la scelta conservativa e poco coraggiosa” di Azione e Italia viva di “salvare l’attuale dirigenza senza aprirsi a rappresentanti dei territori e di persone che potessero far crescere questo nuovo soggetto”.

Devo ammettere di aver votato per Pizzarotti nel lontano 2012, quando si presentò come candidato grillino tutto d’un pezzo a suon di “antitermovalorizzazione”. Andai su di lui a prescindere dal M5S e dall’inceneritore, peraltro già in via di avanzata realizzazione, rischiando di tagliarmi il membro virile della politica seria pur di fare un dispetto alla moglie piddina, che amoreggiava con la penosa candidatura di Vincenzo Bernazzoli.

Fu una prevedibile anche se parziale delusione: un’amministrazione incolore che si limitò a non fare danni e a sbandierare la messa in sicurezza delle casse comunali, che forse non erano poi così disastrate come si voleva far credere e comunque ripianate “pantalonizzando” i cittadini.

Nel 2017 mi astenni dal voto amministrativo parmense. Incolore la sindacatura di Pizzarotti, che non aveva mantenuto le promesse sul forno inceneritore non provando nemmeno a metterci un freno e che si era sostanzialmente accomodato all’andazzo parmense guidato dai poteri forti cittadini: chiedeva conferma più per forza d’inerzia “poltronara” che per meriti conquistati sul campo. Incolore l’ennesima inadeguata candidatura di sinistra in alternativa.

Ottenuta la conferma, Federico Pizzarotti non ha fatto altro che puntare ad un suo impegno politico di più alto livello.  Scrive al riguardo l’amico Luigi Derlindati, in un suo sferzante libro sulla vita amministrativa di Parma, che l’aspirazione e l’ispirazione fondamentali del sindaco sono  state quelle di trovare il proseguimento politico della sua attività: “Aspirazione comprensibile e anche condivisibile se questo sindaco avesse in parallelo pensato a gestire la città come Dio comanda, ma il suo pensiero dominante era altrove, così non si sono viste opere pubbliche qualificanti, lavori pubblici solleciti, ma servizi insufficienti. Un vero personaggio pubblico pensa al presente ed al futuro (dello Stato, della città, del comprensorio, etc.), chi non lo è pensa solo al suo contingente”.

Non c’è peggior considerazione per la politica che ritenerla un mestiere come un altro da proseguire a tutti i costi, facendolo magari diventare una professione-rifugio da cui ottenere le compensazioni carrieristiche rispetto alla normale routine. Non so se sia successo così per Pizzarotti, temo di sì. Oltre tutto bisognerebbe avere consapevolezza dei propri limiti…

La vicenda della candidatura di Michele Guerra è stata una sorta di ipotetico sigillo a questo disegno pizzarottiano: era chiarissimo che l’accordo prevedesse un successivo approdo di Pizzarotti nelle liste del PD, patrocinato dall’invadente governatore regionale Stefano Bonaccini. Lo scarsissimo successo della lista promossa dall’ex sindaco alla recente consultazione amministrativa parmense e l’evoluzione impazzita della politica nazionale hanno buttato all’aria i piani di Pizzarotti, costretto a ripiegare sul terzo polo, salvo trovarsi con un pugno di mosche in mano dopo aver sperato nella “generosità” di Renzi e Calenda.

Della serie “chi troppo vuole nulla stringe”. I patti in politica non si mantengono, figuriamoci se sono aleatori e deboli come quello stipulato più o meno espressamente da Pizzarotti col partito democratico. Bonaccini avrà impiegato mezzo minuto a sbarazzarsi delle velleità parlamentari del sindaco uscente, Letta avrà avuto ben altro a cui pensare, la questua dell’ultimo minuto non poteva che finire male.

Niente di personale e soprattutto nessuna soddisfazione per gli insuccessi altrui, ma prendo atto, con ironica bonomia, che la ricottina di Marietta-Federico è caduta in terra e il sogno non è diventato realtà. Dico la verità: se il Pd lo avesse candidato in Parma sarebbe stata per me la goccia che avrebbe fatto traboccare il voto astensionista. Non ho ancora valutato appieno le candidature piddine nel collegio di Parma: che non ci sia Pizzarotti è già qualcosa, il resto lo vedrò con la triste ansia di un’anima politica in pena antifascista.

 

Per un fascismo pallido non si può delirare

Giorgia Meloni nel 1996: “Mussolini è stato un buon politico, il migliore degli ultimi 50 anni”. Era il 1996. In Italia, due alleanze concorrevano alle elezioni del 21 aprile. La destra con il partito di Silvio Berlusconi, Forza Italia, Alleanza Nazionale e il CCD. La sinistra con il partito di Romano Prodi, il PDS, il PPI e le varie sinistre (coalizione dell’Ulivo). In un servizio del telegiornale francese Soir 3 Giorgia Meloni, all’epoca 19enne, viene descritta come una militante molto attiva di Alleanza Nazionale che riprende idee neofasciste. Nell’intervista in francese, la Meloni spiega che Mussolini è stato un buon politico per l’Italia, un’idea (secondo la tv francese) condivisa dal 61% dei militanti di Alleanza Nazionale e da quella di sua madre, Anna Paratore, ex militante del partito fascista MSI e poi di Alleanza Nazionale.

Ci sono cose che si imparano da bambini e valgono per tutta la vita. Ricordo che, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mio padre mi diceva: «Se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”». Tutto più o meno così.

Del fascismo mi forniva questa lettura di base, tutt’altro che dotta, ma fatta di vita vissuta. Era sufficiente trovare in tasca ad un antifascista un elenco di nomi (nel caso erano i sottoscrittori di una colletta per una corona di fiori in onore di un amico defunto) per innescare una retata di controlli, interrogatori, arresti, pestaggi. Bastava trovarsi a passare in un borgo, dove era stata frettolosamente apposta sul muro una scritta contro il regime, per essere costretti, da un gruppo di camicie nere, a ripulirla con il proprio soprabito (non c’era verso di spiegare la propria estraneità al fatto, la prepotenza voleva così): i graffitari di oggi sarebbero ben serviti, ma se, per tenere puliti i muri, qualcuno fosse mai disposto a cose simili, diventerei graffitaro anch’io.

Ascoltavo ancora bambino questi racconti, per me quasi immaginari, ma tutt’altro che fantasiosi. Mio padre non aveva partecipato alle barricate del 1922, quelle degli  arditi del popolo comandati da Guido Picelli, in quanto si trovava con il padre a Salsomaggiore per lavoro (faceva lo sguattero in un grande albergo), successivamente non si era esposto più di tanto (forse invece  si era esposto ma non mi ha mai raccontato di averlo fatto per una sorta di pudore e di riservatezza innati), ma era comunque inserito a pieno titolo nel comune e giusto sentire di quella popolazione, tra quella gente, in quelle strade.

L’antifascismo era parte integrante e fondamentale della vita di mio padre, a livello etico, culturale, storico, esperienziale, umano prima che politico. Su questo non si poteva discutere: quando mia madre timidamente osava affermare che però Mussolini aveva fatto anche qualcosa di buono, mio padre non negava, ma riportava il male alla radice e quando la radice è malata c’è poco da fare.

Sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, coi vuoti di memoria occorre stare molto e poi molto attenti.

Evidentemente Giorgia Meloni ha avuto ben altra educazione civica e formazione culturale. Non gliene posso fare una colpa. Ma, nel momento in cui si candida a guidare (sic!) il governo della Repubblica italiana nata dalla Resistenza, i suoi trascorsi giovanili, peraltro mai rimossi convintamente dalla sua mentalità e dalla sua prassi politica, assumono una portata inquietante.   Per Giorgia Meloni Benito Mussolini è un riferimento positivo: andiamo proprio bene…

Non è il caso di creare allarmismi (anche se qualche allarme sta effettivamente suonando), ma di ragionare e di fare i conti con la storia passata (il fascismo), presente (il sovranismo, il populismo, l’euroscetticismo e il razzismo) e futura (il rispetto della Costituzione e della democrazia, la prospettiva dell’Unione Europea). Votare un leader politico, che, seppure a diciannove anni, si è espresso in modo lusinghiero su Mussolini, non è il modo migliore per costruire un avvenire di pace e democrazia. Abbia almeno la compiacenza di precisare se ha cambiato idea.

 

La scarsità di conigli nel cilindro lettiano

La corsa ciclistica del Giro d’Italia è da sempre conosciuta come la gara della maglia Rosa, così come il Tour de France per la maglia Gialla del vincitore e la Vuelta con la classica maglia Rossa del primo della classe. Ma non è tutto, ci sono infatti altre maglie caratteristiche di un particolare prestigio in qualche graduatoria delle competizioni, associate a uno specifico colore che ne esalta il valore sportivo. Proviamo a vedere quali sono in particolare, nel nostro Giro d’Italia. Tra le maglie più recenti introdotte al Giro, spicca per importanza quella di colore Azzurro, che caratterizza il leader della classifica per i Gran Premi della Montagna. La maglia Bianca è prevista per il vincitore della classifica dedicata ai Giovani partecipanti del Giro d’Italia (ovvero i ciclisti con meno di 25 anni di età), come speranza per il futuro. La maglia Ciclamino è la maglia dedicata ai grandi velocisti, quelli che forse non vedremo spesso davanti alla fine della competizione ma che sono pronti a sfruttare ogni sprint per aggiudicarsi la tappa e i punti in palio (e relativa classifica).

La metafora ciclistica mi serve per rendere l’idea dei traguardi a cui può realisticamente aspirare il partito democratico guidato da Enrico Letta. Al massimo una onorevole maglia ciclamino a punti. In assenza di strategia e tattica elettorali a Enrico Letta non rimane infatti che puntare ad essere il primo partito, vale a dire il più votato, e, per arrivare a questo consolatorio risultato, non può che mettere in campo candidature di livello, facili da inghiottire per gli elettori.

Non ho idea di cosa potrà significare arrivare primi come partito: qualcosa dovrà pur politicamente valere un simile risultato a prescindere dall’ottenimento della maggioranza atta a governare il Paese. Così come avrà un peso la qualità dei votati, che siederanno a Montecitorio e Palazzo Madama dopo la dieta dimagrante istituzionale.

Per vincere la maglia ciclamino servirà ostentare agli elettori una certa qual regolarità di comportamento: di questa bisogna dare atto al PD non tanto nella fase filo-pentastellata, ma in quella filo-draghiana. Enrico Letta si è appiattito sull’appoggio al governo Draghi a costo di sacrificarvi alcuni fondamentali valori di riferimento come la ricerca della pace, l’equità fiscale, la solidarietà sociale. Basterà? Non ne sono convinto, anche perché il draghismo della gente mi sembra già abbondantemente coperto dalla bagarre propagandistica. Gli elettori hanno purtroppo la memoria cortissima e premiano chi riesce a convincerli sul momento. Letta sta disperatamente tentando qualche sprint programmatico-elettorale, ma in questa specialità c’è chi lo supera di gran lunga. Mi riferisco, ad esempio, alla mensilità aggiuntiva per lavoratori e pensionati: puzza di berlusconismo lontano un miglio! D’altra parte qualcosa bisognerà pur dire e promettere per risvegliare gli italiani dal sonno destrorso in cui stanno sprofondando.

Personalmente punterei a volare alto, anche perché nella politica terra-terra si rischia di non trovare argomenti e toni giusti. La difesa della Costituzione, l’antifascismo modernizzato, l’europeismo e la giustizia sociale sono patrimonio identitario irrinunciabile e qualificante della sinistra.  Dire qualcosa di sinistra in questa campagna elettorale non è facile, ma bisogna pur provarci, altrimenti…

Quanto alle candidature, considerato il perverso meccanismo elettorale che le costringe in una umiliante caduta dall’alto, potrebbero avere un appeal molto importante. Vedo però la ormai solita manfrina tecnicistica e/o civica che sa tanto di resa incondizionata della politica. Mi aspettavo dal PD che tirasse in barca i remi della sua storia, della sua tradizione, dei suoi mondi di riferimento. Poi arrivano Pierferdinando Casini e Susanna Camusso: non ci capisco più niente. Forse non ci sta capendo niente anche e soprattutto Enrico Letta. La gente peraltro avrà la pazienza di valutare le candidature e di scegliere le più serie e adeguate? Sarebbe tuttavia una strada obbligata da percorrere al meglio. Attenzione però ai tecnici-prezzemolo, agli scienziati catapultati in politica, ai riciclati di lusso, ai bolliti di turno: gli elettori non si lasciano più incantare dai nomi altisonanti. Mi sembra che Letta si sia bruciata anche questa residua chance elettorale.

Ammetto che non sia facile capire da cosa siano attirati i cittadini, però non confondiamo loro ulteriormente le idee. Siamo arrivati ad una competizione elettorale nei modi e tempi sbagliati, senza preparazione e senza allenamento. In un simile clima rischia di vincere il peggiore, il furbastro di turno, il demagogo di professione, il prestigiatore della politica.

 

 

Fascisti sì, ma solo un pochettino

Una svastica è stata tracciata con uno spray di vernice nera su una lapide intitolata, a Torino, a Tina Anselmi, partigiana e prima donna ad avere ricoperto la carica di ministro nella Repubblica Italiana. La lapide si trova nel giardino, in via San Marino, che dallo scorso aprile è intitolato alla Anselmi.

Nessuno lo dice apertamente, io, dopo averlo pensato, lo scrivo e me ne assumo la responsabilità: se è purtroppo vero che in Italia l’aria fascista non ha mai smesso di tirare, in questo momento storico, in cui si profila una svolta politica favorevole ad una destra che non ha chiuso i conti col ventennio, il vento si è fatto da debole a moderato e se ne percepiscono le raffiche.

Pur dando atto a mia sorella di essere spietatamente realista nel giudicare gli italiani “ancora fascisti”, la cosa rimane vergognosamente imbarazzante, anche perché, tutto sommato, aveva ragione. La risposta plausibile a tanti problemi l’ho trovata, pensate un po’, nella impietosa analisi che faceva mia sorella Lucia delle magagne del popolo italiano: siamo rimasti fascisti con tutto quel che segue. Sosteneva che gli italiani sono affascinati dall’ «uomo forte». Lei lo diceva con la sua solita schiettezza e in modo poco aulico ed elegante, ma molto efficace: «Gli italiani sono rimasti fascisti». Guarda caso Tina Anselmi era umanamente e politicamente amica di mia sorella: come volevasi dimostrare.

Tutti ricorderanno l’autentico massacro di Genova in occasione del G8 nel luglio del 2001. Il 7 aprile 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato all’unanimità che è stato violato l’articolo 3 sul “divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti” durante l’irruzione della scuola Diaz. Il 6 aprile 2017, di fronte alla stessa Corte, l’Italia ha raggiunto una risoluzione amichevole con sei dei sessantacinque ricorrenti per gli atti di tortura subiti presso la caserma di Bolzaneto, ammettendo la propria responsabilità. Guarda caso c’era un governo di centro-destra il cui vice-presidente Gianfranco Fini leader di Alleanza Nazionale era presente in prefettura e per alcune ore nella caserma dei carabinieri di Forte San Giuliano, costantemente informato degli avvenimenti, mentre il ministro di Grazia e Giustizia Castelli era in visita alla “Bolzaneto” fino a poco prima dell’inizio dei pestaggi e i parlamentari guidati da Filippo Ascierto (An) stazionavano nella sala operativa delle forze dell’ordine.

Anche allora tirava indiscutibilmente un’aria di destra quanto meno indulgente verso atteggiamenti e comportamenti di chiara marca fascista. Mio padre temeva gli spifferi d’aria, non ne voleva sapere, perché era sicuro che gli avrebbero causato a dir poco un raffreddore. Se tanto mi dà tanto in Italia saremmo ad incipiente rischio per la salute della democrazia.

A poco valgono le pur apprezzabili parole di condanna espresse dal presidente della regione Veneto Luca Zaia: “Un gesto inqualificabile per il quale esprimo condanna assoluta senza se e senza ma. Mi auguro che vengano individuati al più presto gli autori di una simile azione tanto vergognosa”. Commenta l Presidente del Veneto Luca Zaia. Imbrattare una lapide – prosegue Zaia – è un atto che va sempre condannato, ma assume una gravità enorme in un caso come questo in cui si offende la memoria di un personaggio della statura di Tina Anselmi. Se gli autori dello sfregio avessero un minimo di consapevolezza capirebbero che una persona così dovrebbero ringraziarla e non offenderla. Stiamo parlando di una donna che, oltre ad essere stata la staffetta ‘Gabriella’ durante la guerra di liberazione, resta un modello per essere stata la prima donna ministro nella nostra storia, e per aver dato vita al Sistema sanitario nazionale durante il suo mandato al vertice del Ministero della Sanità”.

Se non si ha il coraggio di recidere certe radici malate è perfettamente inutile scandalizzarsi dei frutti bacati. Il buon giorno si vede dal mattino, anzi forse dalle prime luci dell’alba… Ma gli italiani hanno la memoria corta o, come provocatoriamente affermava mia sorella, sono rimasti fascisti, magari solo un pochettino.

 

Caro PD, è ora di finirla

Quando a mio padre rimproveravano di essere esageratamente permaloso di fronte a certe espressioni, era solito affermare convintamente: «L’ è al tón ch’a fà la muzica…». Con questa nota di colore famigliare mi introduco in punta di piedi in una vicenda dove i toni fanno effettivamente una musica a dir poco sgradevole. Riprendo di seguito quanto riportato dall’agenzia ansa.

Una lite violenta a Frosinone, con urla e minacce, ha visto come protagonista Albino Ruberti, capo di gabinetto del sindaco di Roma, Roberto Gualtieri. “Io li ammazzo…Devono venire a chiede scusa per quello che mi hanno chiesto…A me non me dicono ‘io me te compro'”. E ancora “do cinque minuti pe veni’ a chiedeme scusa in ginocchio. Se devono inginocchia’ davanti. Altrimenti io lo scrivo a tutti quello che sti pezzi de… mi hanno detto… Io li sparo, li ammazzo”. Il video ha scatenato una bufera di polemiche. 

Ruberti nel video, pubblicato dal Foglio e che nelle prossime ore sarà acquisito dalla procura di Frosinone, si starebbe scagliando contro un certo Vladimiro e un certo Adriano. La lite sarebbe avvenuta al ristornate il Pepe nero, in via Brighindi. Nel video, oltre a Ruberti, i protagonisti della lite sarebbero appunto Vladimiro, broker assicurativo, fratello di Francesco De Angelis anche lui presente, Adriano Lampazzi, un collaboratore dell’assessore, e la compagna di Lampazzi, la donna di cui si sentono le urla nel video.

Fra i testimoni, come riporta il quotidiano, c’è anche Francesco De Angelis, ex assessore regionale e già europarlamentare del Pd, ora candidato alle prossime elezioni politiche per i dem.  Il fratello di De Angelis, Vladimiro, sarebbe infatti l’uomo con cui Ruberti discute nel video. L’ex assessore era infatti alla cena dove si è scatenato il tutto e sarebbe stato anche testimone delle minacce.

Alla lite assiste senza riuscirci, Sara Battisti, consigliera regionale del Pd, originaria di Frosinone, nonché compagna del capo di gabinetto del Comune di Roma che nel video si sente mentre cerca di placarlo e lui risponde: “Sara se stai dalla parte loro io prendo le conseguenze…”. Il video si interrompe con un urlo di sottofondo “oddio” di una donna. Contattato dal Foglio, il braccio destro di Gualtieri dice: “Si tratta di una lite per motivi calcistici, accaduta circa due mesi fa a Frosinone con una terza persona, che non voglio citare, al termine di una cena. Alla scena erano presenti anche Vladimiro e Francesco De Angelis con il quale ho ottimi rapporti. Niente di più”.

Non si riesce a capire quali siano stati i veri motivi di questo pazzesco litigio. Sono comunque rimasto letteralmente sconvolto dalla violenza emergente dall’episodio, che la dice lunga sui rapporti all’interno di un certo mondo politico. Mi tremavano le mani per l’emozione e pensavo a quanti hanno sparso il loro sangue per conquistarci la libertà e la democrazia, che noi stiamo buttando nel cassonetto dei rifiuti (a Roma di rifiuti se ne intendono…).

Albino Ruberti ha rassegnato le dimissioni con una lettera che lascia il tempo che trova. “Per evitare strumentalizzazioni che possano ledere il tuo prestigio e quello dell’istituzione che rappresenti, con la presente rimetto il mio mandato da capo di gabinetto”, scrive Ruberti nella lettera di dimissioni inviata al sindaco Gualtieri. “Illustrissimo sindaco, in merito al video pubblicato nella serata di ieri dal quotidiano ‘Il Foglio’ – scrive – confermo che quanto avvenuto trattasi di un litigio verbale durante una cena privata, che nulla ha a che vedere con il mio ruolo istituzionale. In particolare, ho reagito con durezza alla frase ‘mi ti compro’, che pur non costituendo in sé una concreta proposta corruttiva, mi ha portato a chiedere con foga sicuramente eccessiva e termini inappropriati, di ritirarla immediatamente perché l’ho considerata lesiva della mia onorabilità”. “Sono a disposizione per ogni chiarimento che riterrai necessario – prosegue – e, per evitare strumentalizzazioni che possano ledere il tuo prestigio e quello dell’istituzione che rappresenti, con la presente rimetto il mio mandato da capo di gabinetto”.

Francesco De Angelis ha ritirato la sua candidatura alla Camera con una mail inviata al Nazareno. Da quanto ribadiscono le fonti, il ritiro di De Angelis è avvenuto per evitare strumentalizzazioni, sottolineando che quella dell’esponente dem di Frosinone era una candidatura praticamente “non in posizione eleggibile, ma di servizio”. Poiché De Angelis era in lista a Roma quando il suo collegio di riferimento è quello ciociaro. Non mi sembra sia un’attenuante, ancor meno una scusante. Non capisco!

Il Pd ha commentato affermando che “l’episodio non resterà senza conseguenze”. Infatti sono arrivate le dimissioni, che Enrico Letta ha giudicato “entrambe scelte giuste e doverose”. Tutto come da laconico copione. Sono d’accordo con chi (M5S), seppure con uno strumentale scaricabarile, afferma che le dimissioni non bastano. Devo altresì ammettere di condividere il velenoso commento di Carlo Calenda: “Questo è il soave ambientino del Pd romano. Il capo di gabinetto di Gualtieri, già capo di gabinetto di Zingaretti che “amministra” il potere. Se fosse accaduto a noi Repubblica ci avrebbe aperto il giornale”.

In un ristorante romano al termine di una cena a cui partecipavano, se non ho capito male, il capo di gabinetto del sindaco di Roma (questi è un autorevole esponente piddino, che dovrebbe come minimo stare un po’ più attento a chi si mette d’attorno in ruoli di primissimo piano), la sua compagna consigliera regionale del PD, un ex assessore PD con suo fratello ed un suo collaboratore: succede un vergognoso e vomitevole finimondo verbale da cui escono mal ridotti il partito democratico e la politica in generale. Non mi si dica che si tratta di un episodio marginale e poco significativo, al contrario lo ritengo emblematico di un modo arrogante, violento e scandaloso di fare politica.

Vorrei personalmente rivolgere un accorato appello al Partito Democratico: “È ora di fare pulizia in nome della storia di un partito, che dovrebbe costituire la pur problematica sintesi della sinistra comunista e cattolica. State scherzando col fuoco aggiungendone in un momento storico in cui il fuoco divampa già di per se stesso. Vi supplico di avere almeno il buongusto di farlo in nome di tanta gente che ha creduto (fino a dare la vita) e crede (nonostante tutto) nel ruolo della sinistra. Basta! Il mio carissimo e rigorosissimo amico Walter Torelli, un comunista tutto d’un pezzo, diceva in riferimento a certi episodi imbarazzanti: «Da un dirigent dal mè partì robi dal gènnor an ja soport miga!». Talora aggiungeva con tanta convinzione: «Lé propria ora chi vagon a ca tùtti».

 

 

Il papeete catechistico

Se è vero che le parole volano, è altrettanto vero che possono essere veri e propri macigni. È forse il caso del manifesto elettorale leghista da cui emerge con evidenza ed insistenza la parola “credo”. Ne è sortito un curioso dibattito sulle pagine del quotidiano “Avvenire”.

Scrive al riguardo Giuseppe Lorizio, professore ordinario di teologia: “Certamente diventa fondamentale la fides quae creditur, ossia i contenuti di tale atto di fede. In senso forte e cristiano il verbo credere va riferito alla persona di Gesù, in senso debole e laico a quello per cui un soggetto gioca la propria esistenza nell’impegno intramondano e sociale. Confondere i due ambiti può risultare estremamente pericoloso e fuorviante (…) ma proprio onde evitare ogni possibile deriva populista, sarà bene che, mentre leggiamo sulle facciate delle nostre città la parola «credo», cerchiamo di distinguere i diversi significati e le diverse condizioni che questo verbo propone a tutti noi”.

Il leader della Lega Matteo Salvini controbatte: “In una società liquida, sfiduciata, corrosa di relativismo, e infine sempre negativa, è importante tornare a ‘credere’ in qualcosa. È insieme l’ottimismo della ragione e della volontà. Credere è dunque l’opposto di dubitare. È voglia di fare, di costruire, di operare per ridare coesione alla nostra società, per rilanciare l’Italia, partendo da valori chiari, sentiti, vissuti concretamente. E allora il punto decisivo è capire se si condividono i valori a cui ci si affida per ricostruire una res publica. E qui non posso che citare alcuni passaggi a mio avviso decisivi del nostro manifesto: «Credo nella bella politica e nel bello della democrazia, credo nella libertà, nella giustizia sociale, e nel merito, credo che la persona venga sempre prima dello Stato, credo che tutti gli Italiani vadano tutelati a partire dai più fragili, credo nel valore del rispetto e dei doveri che danno senso ai diritti, nella giustizia giusta, in una sanità che non lascia indietro nessuno, in una scuola che prepari davvero al lavoro, in pensioni dignitose, nella difesa dell’Italia: l’immigrazione è positiva quando è legale e controllata, e milioni di donne e di uomini stranieri che vivono in Italia e arricchiscono le nostre comunità ne sono un esempio»”.

Non è assolutamente vero che credere sia l’opposto di dubitare. Il cardinal Martini sosteneva: «E’ un dono, la fede, ma è anche una conquista che si può perdere ogni giorno e ogni giorno si può riconquistare. Il dubbio fa parte della nostra umana condizione, saremmo angeli e non uomini se avessimo fugato per sempre il dubbio. Quelli che non si cimentano con questo rovello hanno una fede poco intensa, la mettono spesso da parte e non ne vivono l’essenza. La fede intensa non lascia questo spazio grigio e vuoto». Se è così in campo religioso, figuriamoci in campo civile e politico.

Molti anni or sono, in un confronto televisivo tra l’intelligente e brillante giornalista-conduttore Gianfranco Funari e l’allora segretario del partito popolare Mino Martinazzoli, uomo di grande profondità etica e culturale, il politico, interrogato e messo alle strette, non si fece scrupolo di rispondere in modo piuttosto anticonvenzionale ed assai poco accattivante, ma provocatoriamente affascinante, nel modo seguente (riporto a senso): «Se lei sapesse quante poche certezze ho e da quanti dubbi sono macerato… Nutro perplessità verso chi ostenta troppe certezze».

Non vorrei che la Lega di Matteo Salvini intendesse lisciare il pelo all’integralismo cattolico, coniugandolo politicamente col populismo: ne uscirebbe un ardito e vomitevole mix. La Democrazia Cristiana, salvo qualche rara eccezione (referendum sul divorzio), seppe valorizzare l’ispirazione cristiana, traducendola in una prassi politica fin troppo laica. Qualcuno sintetizzava la differenza tra De Gasperi e Andreotti osservando maliziosamente come il primo andasse in chiesa per pregare, mentre il secondo vi si recava per brigare coi preti.

Sarebbe meglio che Salvini lasciasse stare i santi e cercasse di non scherzare coi fanti. Mi sembra infatti che non abbia una gran dimestichezza con gli uni e che tenda a turlupinare gli altri. D’altra parte non vorrei che, rubando il “mestiere” a Giorgia Meloni, volesse in qualche modo rifarsi al “credere obbedire combattere”, uno dei precetti più bellicosi del “catechismo” fascista. Questa campagna elettorale è appena cominciata ed è già finita nella peggiore sarabanda anti-democratica.

Il rischio della democrazia ossimorica

Col passare dei giorni di questa squallida campagna elettorale cresce in me l’atroce dubbio se possa o meno essere a rischio la democrazia. Su questo argomento si stanno esercitando fior di esperti: li leggo e li ascolto con apprensione, anche se non mi convincono con le loro rassicuranti conclusioni o con i loro sterili ed allarmistici messaggi.

Preferisco soffrire ripercorrendo la storia e chiedermi: ci puzza o no di fascismo? È fascismo considerare la Costituzione come un ostacolo da aggirare? È fascismo l’euroscetticismo che si aggira nella destra italiana? È fascismo dare ascolto alle sirene populiste e sovraniste? È fascismo considerare gli immigrati come un peso insopportabile da rimuovere? È fascismo spargere paura e insicurezza? È fascismo giocare a fare i politici senza averne la stoffa? È fascismo ridurre la politica a tentazioni fatte di scetticismo e di pressapochismo? È fascismo impostare il dibattito sulle schermaglie polemiche dimenticando i valori e le idee?  È fascismo spettacolarizzare le elezioni come un duello fra uguali e contrari? È fascismo eleggere il Parlamento con il retropensiero che non conti nulla? È fascismo pensare che il fascismo non esista più e che nella notte della democrazia tutti i partiti siano grigi? È fascismo ritenere che un po’ di pugno forte non guasterebbe? È fascismo sottovalutare i rischi di chi pesca nel torbido del passato lasciando intendere che non potrà più tornare?  È fascismo far votare la gente con un sistema elettorale vomitevole, che sembra fatto apposta per favorire l’astensione dalle urne?

Potrei continuare. Il rischio c’è, anche se molti non lo vedono, anche se molti fingono di non vederlo, anche se a molti sta bene correrlo. La democrazia inizia il giorno dopo delle elezioni, ma ci sarà ancora modo e tempo per esercitarla? Comincerà una lunga trafila di picconate alla democrazia?

Mettiamo il caso, tutt’altro che improbabile, che fra due mesi venga conferito l’incarico di formare il nuovo governo a Giorgia Meloni o a chi per lei. Non voglio fare il menagramo e tanto meno l’arruffapopolo. Nel 1960 la piazza si sollevò contro il governo Tambroni appoggiato dai neofascisti. So benissimo che il contesto politico è oggi molto diverso, anche se qualcuno potrebbe dire che si invertiranno le parti, vale a dire un governo neo-fascista appoggiato dai post-democratici. E i sindacati staranno a guardare? Qualcuno scenderà in piazza? Il clima si surriscalderà? Il pallore quasi cadaverico, con cui il presidente Mattarella annunciò lo scioglimento delle Camere e la conseguente indizione di elezioni politiche anticipate, mi mette tanta paura.

La debolezza della sinistra mi fa rabbrividire, il tatticismo dei moderati mi irrita e mi preoccupa. L’assenza delle forze intermedie mi spaventa. I ragli berlusconiani mi incutono timore del peggio che sta arrivando. Ammesso e non concesso che riesca ad andare al voto superando le perplessità, pur sapendo che l‘esito elettorale sembra scontato, il giorno dopo che si fa? Non avrei mai più pensato di arrivare ad una simile situazione. Cosa potrà significare difendere la democrazia e resistere contro chi se la vuole bere in coppa?

Mi sento solo, non percepisco un minimo di sensibilità allargata. Non sento alcuna voce autorevole che possa dare un po’ di speranza e di coraggio. Qualcuno pretende che Fratelli d’Italia tolga dal simbolo l’ingombrante fiamma tricolore. Se fosse solo quello il problema… A livello culturale mi rifugio nel patriottismo costituzionale capace di sconfiggere l’altro patriottismo, quello salvinian-meloniano. Che Dio ci aiuti!

Il fascismo indiscreto della flat tax

In molti si preoccupano giustamente del fascino discreto del centro-destra a guida meloniana, che potrebbe nascondere il volto del fascismo moderno. Non sono le nostalgie di un passato duro a morire, simbolicamente espresso nella fiamma tricolore di Fratelli d’Italia, a preoccupare, anche se non sono da sottovalutare.

Sono molto più seri e concreti i motivi di fondo dell’inquietudine provocata dalla prospettiva di una vittoria elettorale della destra: mi sembra ora di finirla con la definizione “centro-destra” dal momento che di centro in quella coalizione non c’è più niente se non l’arteriosclerosi di Silvio Berlusconi e la penosa accozzaglia reggicoda di Noi con l’Italia, Maurizio Lupi, di Coraggio Italia, Luigi Brugnaro, dell’Udc, Lorenzo Cesa e di Italia al Centro, Giovanni Toti.

Il punto riguarda la demagogia di alcune strampalate proposte riconducibili soprattutto alla flat tax ed al blocco degli immigrati: sono due discorsi che impattano sulla pubblica opinione, portata ad accogliere con superficialità, al limite della dabbenaggine, certe promesse.

La tassa piatta che assoggetterebbe i redditi ad una aliquota proporzionale al ribasso è contraria ai principi fondamentali e costituzionale di equità fiscale e di conseguente progressività della tassazione. Non trova copertura erariale se non nella fantasia dei proponenti: l’immissione di nuova liquidità spingerebbe consumi ed investimenti in modo tale da far aumentare il gettito fiscale. Campa cavallo…

Potrebbe essere il preludio di un aberrante purismo liberista: meno imposte e meno sanità ed istruzione, o meglio sanità ed istruzione riservate a chi se le può pagare. Con tanti definitivi saluti al welfare state…

Potrebbe essere un balon d’essai propagandistico: alla impossibilità realizzativa per evidenti motivi di copertura finanziaria si risponderà scaricando la colpa sulla Ue, che non consente lo sfondamento del bilancio pubblico e impone il rigore finanziario a chi propone l’allargamento dei cordoni della borsa. Sarà in poche parole tutta colpa della Ue…

Ed eccoci agli immigrati. Che l’immigrazione sia un fenomeno da gestire e non da esorcizzare è abbastanza scontato, ragion per cui farneticare di blocchi navali e di rimpatri generalizzati è roba da bar sport. Anche qui sarà responsabilità della Ue, che effettivamente dimostra i suoi limiti in questo delicatissimo settore, ma la cui inadeguatezza non può fare da scudo alla demagogia nostrana.

Se si passano in rassegna gli slogan elettorali della destra, studiati a tavolino per stupire la gente e carpirne la buona fede, ci si accorge della loro totale inapplicabilità con la pronta scusa dell’antieuropeismo a discolpa. Un vero e proprio inganno che supera scientificamente ogni e qualsiasi compatibilità propagandistica. Questo sì che è fascismo, vale a dire populismo abbinato a sovranismo.

A livello europeo si alternano preoccupazioni politiche per una eventuale deriva dell’Italia, ma temo ci possa essere anche qualche subdola soddisfazione di poter relegare il nostro Paese nel loggione degli sfigati o nell’ultima fila dei palchi riservata agli antieuropei. Questo sì che è nazionalismo, vale a dire orgoglio della propria pochezza valoriale ed ideale.

Sapranno gli italiani accorgersi del trucco che c’è, ma che si fa fatica (?) a vedere? Saprà la comunità internazionale contribuire all’esplosione per tempo di queste clamorose contraddizioni senza rendersi attaccabile a livello di ingerenza e di intromissione nei nostri affari interni? Molto probabile che di questi eventuali disastri ci si accorga a babbo quasi morto. E chi potrà riportarlo in vita? Sarebbe meglio pensarci subito, anche se tutto sembra orientato a tirare la volata alla destra. A parole molti lanciano allarmi, ma questi allarmismi antifascisti se non vengono accompagnati da impegni seri e costruttivi rischiano di fare la fine di gridare al lupo fascista, che si presenta come agnello populista, o di abbaiare alla luna mentre il fascismo è sempre stato e sempre sarà molto terreno e assai poco lunare.

Passate le elezioni, gabbati gli elettori

“Io spero che la riforma costituzionale sul presidenzialismo si farà. É dal ’95 che ho proposto un sistema presidenziale” per l’Italia. Un sistema “perfettamente democratico che la democrazia la esalta consentendo al popolo di scegliere direttamente da chi essere governato”. Lo ha detto il leader di Forza Italia, Silvio Berlusconi, a Radio Capital. “Se la riforma entrasse in vigore – ha aggiunto – sarebbero necessarie le dimissioni” di Sergio Mattarella “per andare all’elezione diretta di un Capo dello Stato che, guarda caso, potrebbe essere anche lui”.

Riprendo per l’occasione la dellutriana metafora del nonno che gira per casa in mutande: per Berlusconi non si tratta di veri e propri attacchi di arteriosclerosi, semmai si potrebbe parlare di megalomania infantile sfociata in vera e propria follia senile. Non mi sento tuttavia di liquidare la faccenda in chiave sanitaria ed auguro sinceramente al cavaliere di vivere ancora a lungo con il cervello a posto. Sta il fatto che probabilmente non riesce a trattenersi e dice quelle verità inconfessabili che i suoi amici non hanno il coraggio di ammettere.

“La sicumera di fermare il tempo, volere l’eterna giovinezza, il benessere illimitato, il potere assoluto, non è solo impossibile, è delirante”. Lo ha detto papa Francesco nell’udienza generale nell’Aula Paolo VI, una delle ultime catechesi dedicate al tema della vecchiaia. “La vecchiaia è nobile – ha sottolineato il Pontefice -, non ha bisogno di truccarsi per far vedere la propria nobiltà: forse il trucco viene quando manca nobiltà”. 

Di Berlusconi lasciamo stare il ribellismo erotico che fa più tenerezza che stupore, occupiamoci invece del fatto che probabilmente, sotto-sotto, coltiva un vero e proprio delirio politico, che lo porta magari ad ipotizzare di essere il presidente della Repubblica eletto direttamente dagli italiani. Credo che in questa fase le fantasie berlusconiane abbiano parecchi riscontri nella realtà della destra politica avviata ad una stagione di “spadroneggiamento” istituzionale oltre che governativo.

Forse gli lasciano credere di essere il beneficiario immediato della riforma costituzionale in senso presidenziale, mentre pensano a ben altra prospettiva a breve termine. Una cosa è certa: la destra vorrebbe liberarsi in fretta della pietra d’inciampo mattarelliana e la cosa potrebbe diventare agibile, mettendo Mattarella in contrasto con un Parlamento “quantitativamente e qualitativamente diverso” rispetto a quelli che l’hanno per ben due volte nominato. Aggiungiamoci una modifica costituzionale in senso presidenziale e Sergio Mattarella potrebbe essere politicamente spacciato, dopo essere stato supplicato di rimanere la suo posto: gli darebbero un vergognoso benservito, ma la vergogna dura poco.

A mio giudizio però non sarebbe tanto Berlusconi destinato a sostituire Mattarella, ma, udite udite, Mario Draghi, nella sua qualità di “sdoganatore” della destra e “rassicuratore” della sinistra. Il mondo intero resterebbe ammutolito di fronte ad un simile colpo di teatro: Giorgia Meloni potrebbe, direttamente o indirettamente, governare senza cipria; la sinistra sarebbe costretta a ripiegare sulla difesa del salvabile; tutti applaudirebbero alla vendetta indolore del Mario nazionale ed internazionale. Si aprirebbe una nuova fase intermedia di vacanza politica, che potrebbe durare a lungo, fin che Draghi vorrà.

Se questo fosse il tacito e sotterraneo disegno, il 25 settembre, vincano gli uni o gli altri, andremmo comunque a votare par Mario Draghi e potremmo tirare un lungo sospirone di sollievo. Chi l’avrebbe mai detto. Tutti gabbati, come si dice alla fine del Falstaff di Giuseppe Verdi. Io non sarei tanto d’accordo, ma cosa conta la mia intransigente fede democratica e costituzionale? Non mi resterebbe altro da fare che telefonare a Berlusconi per iscrivermi al suo partito, quello dei nonni che girano in mutande.