Il triste fine-gloria di un tenore davvero

Quello in cui viviamo è un mondo stonato. Stona la scienza che non riesce a difenderci dalle malattie, stona l’ambiente che è stato forse irrimediabilmente rovinato, stona la meteorologia che crea più allarmismi che opportunismi, stona la politica che continua imperterrita a sfornare pentole senza coperchio. Di fronte alla stonatura globale verrebbe spontaneo rifugiarsi in chi dovrebbe fare canto e musica con perfetta intonazione. Invece anche un cantante-musicista come Placido Domingo incorre nelle sue brave stonature. Rimane uno degli idoli della mia connaturale passione per l’opera lirica, messi inopinatamente in discussione.

Quello di Placido Domingo è un dramma: all’Arena di Verona è stato contestato dai suoi stessi orchestrali come immeritevole di applausi, impreparato, poco professionale. Deve ritirarsi. Ma sarebbe stato meglio se si fosse ritirato prima. Quand’è che chi ha l’amore del pubblico, l’ammirazione della critica, deve smettere? Uscire dalla luce e rientrare nell’ombra? Io non sono un cantante, non mi esibisco nei teatri, ma so che i teatri sono ubriacanti, che l’attore che sale sulla scena e si vede illuminato dai riflettori e vede il pubblico sparire in sala ingoiato dal buio e capisce che l’unica persona visibile e vista è lui, ha un attimo di annebbiamento, teme di non essere nel vero, teme di risvegliarsi e scoprire che era tutto un sogno.

(…) La vita dell’attore e del cantante sta nel continuare ad essere, aiutando il pubblico a non essere. È stata la vita di Placido Domingo. Perché tu sia, devi essere perfetto. Non devi sbagliare una nota, una sillaba, un gesto. Se posso aggiungere un’altra considerazione, non devi sbagliare neanche nella vita privata: non puoi rubare in tram, picchiare in casa, violentare una donna, essere condannato in tribunale, perché la tua nuova figura di autore di un reato copre e oscura la tua figura di artista. Di recente Domingo è apparso nelle cronache per molestie sessuali.

(…) Allora, quand’è che Domingo avrebbe dovuto smettere? Ben prima, quando il pubblico si alzava, non convintissimo ma si alzava. Quand’è che uno scrittore non deve più scrivere libri? Quando i critici gli fan capire che non sono più libri, non sono opere. Son prodotti, magari fanno un po’ di soldi, ma non durano. Se si fosse ritirato al tempo della grandezza, Domingo sarebbe restato grandissimo. Ha aspettato di essere contestato, e grandissimo non lo è più. (così Ferdinando Camon sul quotidiano Avvenire).

Mi sovviene quanto raccontava mio padre relativamente al periodo della seconda guerra mondiale, dopo l’occupazione tedesca del nostro territorio. Per tenere occupata la gente e distoglierla dalla resistenza al nazifascismo, facevano lavorare gli uomini “al canäl”, vale a dire nel greto del torrente per fingere opere (in)utili che alla fine venivano regolarmente eliminate con le ruspe.

Di qui il detto“va’ al canäl” utilizzato per mandare qualcuno a quel paese in cui si fanno appunto cose inutili ed assurde. In quel triste periodo ritornò a cantare al teatro Regio il grande tenore Francesco Merli, che aveva mietuto allori negli anni precedenti a Parma e nel resto del mondo. Al riguardo è memorabile una sua esibizione in concerto assieme a Renata Tebaldi, accompagnati al pianoforte, al ridotto del Regio: alla fine l’entusiasmo raggiunse l’isteria e voglio credere a mio padre che rammentava come una parte del pubblico fosse in piedi sopra le poltroncine ad applaudire freneticamente dopo l’esecuzione del duetto finale di Andrea Chenier. Quando ritornò alla ribalta del Regio, però, Francesco Merli, piuttosto anziano, non era più in grande forma vocale e non venne trattato con i guanti. In modo pesante ed inaccettabile, dettato più da cattiveria che da inesorabile atteggiamento critico, il loggione nei confronti del grande tenore Francesco Merli, reo di essersi presentato sul palcoscenico del Regio, nei panni di Manrico nel Trovatore di Verdi, con voce ormai piuttosto traballante, usò la suddetta pesantissima espressione: “va’ al canäl”.

Mio padre raccontava questo disgustoso episodio per bollare l’esagerata ed esibizionistica verve loggionista, ma anche per significare come qualsiasi persona, quando si accorge di non essere più in grado di svolgere al meglio il proprio compito, sarebbe opportuno che si ritirasse, prima che qualcuno glielo faccia capire in malo modo.

Placido Domingo era per me un mito, me lo ha rovinato lui stesso con incredibili scorribande sessuali al limite del maniacale, e ora addirittura con discutibili prestazioni come direttore d’orchestra, dopo essersi cimentato anche come baritono. Ne ha veramente combinate di tutti i colori pur di rimanere sulla cresta dell’onda da uomo e da artista. Come sempre accade i peccati vengono ingigantiti dalla notorietà del peccatore. Non è giusto ma è così: chi di gloria ferisce di fine-gloria perisce.

Non mi resterà che ascoltare di tanto in tanto una interpretazione magistrale di Placido Domingo: l’aria “angelo casto e bel”, tratta dall’opera “Il duca d’Alba” di Gaetano Donizzetti, le cui parole suonano beffardamente per le brutte pieghe assunte da una carriera sfolgorante. Non voglio fare il pedante moralista né l’acido melomane: mi faccio bastare le meravigliose performance di un tenore davvero.

 

Duro o morbido sempre draghismo è

Draghi è troppo ottimista quando dice che qualsiasi governo ce la farà? “Draghi è stato giustamente molto istituzionale parlando di “qualunque governo”. La verità è che all’estero oggi aleggia un incubo. Tutti ricordano il baratro del 2011, con il governo Berlusconi – e Tremonti e Meloni ne erano ministri – costretto a dimettersi perché il Paese era sull’orlo della bancarotta. Dieci anni dopo l’Italia si è rialzata ed è risanata. Ma ecco che loro si ripresentano nella stessa formazione pronti per una nuova bancarotta. La preoccupazione evidentemente c’è tutta ed è legittima. I protagonisti sono gli stessi tre di allora, con dieci anni di più e nessuna lezione imparata dagli errori fatti”.

È un brevissimo passaggio di una intervista rilasciata da Enrico Letta al quotidiano Avvenire. Il segretario PD torna sul ritornello-incubo molto realistico, che da più parti viene “cantato”: se vince il centro-destra di Giorgia Meloni e Matteo Salvini (Berlusconi sembra ormai contare come il due di coppe), sei mesi di tempo e arriva la troika europea a metterci in riga.

Senza fare propaganda catastrofista, mi sembra una prospettiva da prendere in seria ed inquietante considerazione. Le farneticazioni destrorse, oscillanti fra flat tax, riforma delle pensioni e clamorosi sforamenti di bilancio, prescindono dalla salute dei conti pubblici per andare verso la demagogia programmatica, che potrebbe effettivamente portarci al massacro della bancarotta con tutto quel che segue.

I casi sono tre. La prima possibilità è che una volta al governo la destra si rimangi bellamente tutte le promesse e si adatti, con poca credibilità ma con inevitabile pragmatismo, ad una politica del possibile, rifugiandosi magari nel diversivo delle fantasie istituzionali per crearsi l’alibi della impossibilità a governare, alzando l’asticella delle riforme costituzionali. Si tratterebbe della prospettiva del “tanto rumore per nulla”.

Il secondo scenario prenderebbe dolorosamente atto della incapacità della destra di affrontare la situazione a prescindere dai voti ottenuti nelle urne. Un’emergenza così forte e diffusa da consigliare un immediato ritorno al governo Draghi. Un “dove eravamo rimasti?” di “tortoriana” memoria. Giorgia Meloni sta mettendo le mani avanti allorquando sostiene che il capo dello Stato non potrà non prendere atto del risultato elettorale. Il presidente Mattarella dovrà tener conto di tutto, la Costituzione glielo consente e glielo consiglia, e agire di conseguenza. Se la casa brucia, non è il caso di formalizzarsi su chi sia più o meno attrezzato per spegnere l’incendio, ma tutti indistintamente devono impegnarsi in tal senso, capeggiati da chi ha consapevolezza, esperienza e capacità per guidare l’esercito degli spegnitori. Sarebbe cioè un ricorso al draghismo duro e puro, senza se e senza ma.

La terza prospettiva, intermedia rispetto alle due di cui sopra, è quella a cui penso da parecchi giorni: un “aiutino” di Draghi, eletto unanimemente presidente della Repubblica, ad un governo di centro-destra, magari leggermente allargato a livello parlamentare e opportunamente sfumato nella sua composizione: un presidenzialismo morbido, che ho recentemente definito “de factotum”, con evidente allusione al potere (quasi) taumaturgico di un Draghi sempre in vena di miracoli. A livello europeo e internazionale molte preoccupazioni rientrerebbero di fronte a così autorevole garante. E l’economia? A questa sovrintenderebbe comunque Draghi, tenendo ad un elegante guinzaglio i destrorsi e tappando dolcemente la bocca ai sinistrorsi. Sarebbe l’ennesima vittoria sotto traccia di Matteo Renzi. Giorgia Meloni, o chi per essa, si illuderebbe di governare: cosa non si fa per il potere…

Il tutto avverrebbe sotto il sacrosanto e tacito ricatto (?) della troika, nella paura del fantasma (?) bancarottiere, contando sull’omertosa capacità di adattamento degli elettori, che si risveglieranno dal paradossale sogno di destra: ci siamo divertiti, adesso bisogna tornare a fare sul serio. Come a scuola, quando si fa casino con la supplente per mettersi rapidamente in riga al ritorno del professore.

 

 

 

Una villa con vista sulla guerra

“Non c’erano russi né ucraini nella villa del presidente dell’Ucraina Volodymyr Zelensky”. Parla l’agente immobiliare della Real Estate Forte dei Marmi Villas, Claudio Salvini, che smentisce le voci: “Quello che è stato scritto è una congettura. La villa è stata affittata a una coppia per l’estate, non vi dirò se risiedono o meno a Londra, ma vi assicuro non può trattarsi di russi perché abbiamo il divieto assoluto di affittare a russi e a ucraini” sottolinea Salvini.

Che continua a spiegare: “La villa di Vittoria Apuana è intestata a una società italiana che fa capo a un’altra a Cipro, ed è della moglie di Zelensky, che ci ha dato mandato di affittare la villa con quella clausola. Se qualcuno ha sentito parlare il russo in quella casa è perché chi ha affittato potrebbe aver avuto ospiti russofoni”.

La notizia della presunta coppia russa che avrebbe preso in affitto la villa del leader ucraino, circolava da qualche giorno in Versilia ed è stata riportata dal Tirreno, che scrive di alcune foto apparse sui social che ritraggono una turista russa nel parco della villa, a Vittoria Apuana.

Il presidente ucraino all’inizio della guerra per l’invasione russa, aveva rivolto un appello affinché non si ospitassero in Italia i turisti russi, e fossero bloccati i loro yacht e i beni all’estero.

Secondo il Tirreno c’era stata una trattativa con alcuni turisti coreani che erano intenzionati a prenderla in affitto ad agosto tra 50 e 70mila euro. L’affare è però sfumato. E sarebbe stato raggiunto l’accordo con la coppia che vive e lavora a Londra. La donna incontrata dai giornalisti del quotidiano locale all’esterno della villa non ha voluto commentare.

Il sindaco di Forte dei Marmi, Bruno Murzi commenta: “Non abbiamo avuto nessuna notizia e francamente fino allo scoppio della guerra, l’unica informazione che avevamo sulla villa, che si trova in zona Villa Apuana, è che era di proprietà di una società, tra l’altro è sempre stata abitata di rado” (La Repubblica).

Non sono un ingenuo moralista e tanto meno intendo fare dello scandalismo a tutti i costi, ma la notizia di cui sopra mi ha colpito e turbato a prescindere dal fatto clamoroso e smentito che la villa sia stata affittata ad una coppia russa. Il problema a mio giudizio non è questo.

Mi disturba l’idea che il capo di un popolo martoriato dalla guerra possieda direttamente o indirettamente dei beni nel paradiso versiliese e che addirittura li gestisca come se niente fosse. Il minimo che mi sarei aspettato sarebbe che la villa fosse stata messa a disposizione dei profughi ucraini. Molti italiani hanno aperto le porte delle loro case alle vittime della guerra, è scattata una importante gara solidale per aiutarle. Ebbene il loro presidente non ha la sensibilità e il buongusto di inserire una sua villa nel circuito virtuoso del sostegno ai profughi.

Non credo che la cosa possa o debba squalificare la resistenza ucraina e spostare i termini della guerra di aggressione, che si sta purtroppo consolidando ed a cui stiamo facendo il callo, non sarebbe giusto nemmeno infangare Zelensky in base a questo piccolo “curioso” episodio, tuttavia anche la più spietata delle realpolitik dovrebbe essere scalfita dai sentimenti a prescindere dalla loro incidenza concreta ed immediata.

Alla cerimonia di apertura della Mostra del Cinema a Venezia il presidente Zelensky ha fatto proiettare i nomi dei bambini uccisi dai russi dall’inizio del conflitto. La lista funerea finisce con la parola «continua, ma, ricorda Zelensky, «può mai continuare? La risposta dipende da ognuno di noi. Ogni volta che ascoltate qualcuno che parla di “stanchezza dell’Ucraina”, ricordate quei nomi». Non so se ci sia stanchezza in Ucraina, in senso ideale penso di no, ma in senso umano forse sì. Vorrei vedere… Personalmente non sono stanco di provare pietà per le vittime innocenti di tutte le parti in conflitto, non mi arrendo alla perversa logica della guerra, non ho fatto l’abitudine all’orrore. Mancherebbe altro…

Se però devo essere sincero sono stanco dell’atteggiamento e dello stile zelenskiani, delle sue richieste che assomigliano sempre più a pretese e sempre meno a grida disperate di aiuto, della sua distaccata, manierata, mediatica e propagandistica gestione della resistenza, della sua protervia nel non ammettere gli errori commessi, del suo senso di superiorità e dei suoi giudizi implacabili verso tutti. Ho l’impressione che si sia infilato nel pericoloso e irreversibile tunnel della guerra, dando per scontato che essa debba durare a lungo, tenendo il mondo col fiato sospeso, considerando come omertosa equidistanza quella di chi, come il papa, osa pensare ed affermare che la guerra è una follia, che il commercio delle armi è criminogeno, che la pace passa attraverso il dialogo e persino il perdono. Sto citando un interessante articolo di Franco Monaco sul quotidiano Avvenire: riprende, nella sua conclusione, un intervento del cardinal Martini datato 2002, che ebbe vasta eco, mentre infuriava il conflitto arabo-israeliano. Martini evocò il tema dell’intercessione tra le parti in conflitto in un discorso che andrebbe riletto. Solo un brano: «Certo noi vorremmo che finisse il conflitto, che non ci fosse. Dovremmo però avere il coraggio di buttarcisi dentro come intercessori, passando in mezzo e pregando per gli uni e per gli altri, pregando per i carnefici e per le vittime». 

 

 

 

 

La pentola sovietica continua a bollire

Circa due anni fa, in un commento ai fatti del giorno, scrivevo: “Aveva ragione Gorbaciov quando teorizzava un percorso progressivo di cambiamento e ristrutturazione; avevano ragione gli amici di Ceausescu quando definivano un semplice colpo di stato la caduta del regime rumeno; ha ragione chi sostiene che è stato troppo rapido e sbrigativo il percorso europeo di alcuni stati post-comunisti dell’Est”.

Alla luce di quanto sta accadendo sulla scena post-sovietica penso di potere ribadire con ulteriore convinzione quanto affermato allora. Me ne offre lo spunto il doloroso evento della morte di Mikhail Gorbaciov.

Troppo precipitoso e sconclusionato è stato il passaggio dal regime comunista sovietico alla democratura putiniana, così come troppo affrettato e superficiale è stato l’affrancamento delle repubbliche sovietiche dal giogo russo e il loro passaggio nell’area occidentale.

Le convenienze politiche, forse addirittura più economiche che politiche, hanno coperto storia, cultura e socialità e queste stanno presentando il conto salato, mettendo in discussione assetti precari spacciati per definitivi.

Gorbaciov ha il merito, purtroppo non adeguatamente riconosciuto, di avere intuito che la storia non si fa con i ribaltoni, ma con processi lunghi e impegnativi anche se logoranti. La pentola sovietica conteneva di tutto un po’, si è voluto semplicemente scolmarla e questa ha continuato a bollire e allora vi si è messo sopra il coperchio.

Ma cosa capita ad una pentola di acqua surriscaldata quando su di essa viene messo un coperchio?  Ebbene le molecole di vapore acqueo che si liberano dal pelo libero dell’acqua, sono costrette a rimanere tra il coperchio e la superficie libera dell’acqua. Tali molecole istante dopo istante crescono di numero e quindi esercitano una pressione via via crescente, oltre che sulle pareti laterali della pentola, anche sul sovrastante coperchio. Quando la pressione del vapore esercitata sulla base del coperchio, diviene uguale o maggiore di quella esercitata verso il basso dall’atmosfera, il coperchio è costretto a sollevarsi.

La metafora è molto chiara, oserei dire lampante. L’egemonia culturale russa non si è spenta, la conseguente smania imperialista è fortissima, l’ansia dei popoli oppressi si è ancor più rinvigorita e ha trovato sbocchi pericolosamente indipendentisti al limite del reazionario (leggasi Ungheria e non solo). La democrazia non si conquista passando semplicemente dall’altra parte della barricata, così come può essere velleitario rivendicare la propria autonomia culturale senza accompagnarla con un rafforzamento delle istituzioni politiche (leggasi Ucraina).

Le conseguenze di queste involuzioni pseudo-democratiche hanno delle inquietanti ripercussioni in Europa, laddove, per dirla con Maurizio Franco, l’ombra nera proveniente da Ungheria e Polonia si allunga pericolosamente invadendo Francia, Spagna, Portogallo e Italia.

Se guardiamo alla drammatica contrapposizione di Russia e Ucraina, da una parte abbiamo il patriarca Kirill, che assume una posizione a dir poco inaccettabile schierando apertamente la chiesa russa ortodossa in favore dell’imperialismo putiniano con la pretestuosa scusa di contrastare il capitalismo demoniaco dell’Occidente, dall’altra parte in Ucraina, come teorizza l’autorevole domenicano padre Balog, che ipotizza la messa all’indice della cultura russa, arrivando persino a dubitare dell’opportunità delle posizioni evangeliche di papa Francesco, ci si sta chiudendo in una strenua ma sterile difesa dell’autonomia, che temo non porti da nessuna parte se non nel pantano di una guerra infinita tra Russia e Occidente con la Cina convitato di finta pietra.

Lo scontro culturale, prima che politico e bellico, fra Russia ed Ucraina rischia di coinvolgere il mondo intero. La pretesa di difendere la propria tradizione culturale e indipendenza politica da parte degli Ucraini è sacrosanta, ma non può trovare stabile e definitivo riscontro in un clima di guerra pressoché mondiale.  Le mire imperialiste russe non si possono respingere solo con il rifiuto categorico della cultura russa e con l’uso delle armi più o meno pelose dell’Occidente.

Bisogna tornare alla lezione metodologica gorbacioviana per rimettere insieme i cocci di un percorso pseudo-democratico da cui sarà ancor più difficile uscire: è forse più facile uscire da patenti dittature che da finte democrazie. È più facile uscire da violente oppressioni culturali che dalla rivendicazione sic et simpliciter di autonomie unilaterali. E qual è la ricetta per uscire da questi ragionamenti chiusi? Il dialogo! Il paziente, lungo e difficile percorso del confronto pacifico e costruttivo.

 

Il balletto dei crisaioli

Non ci voleva un politico sopraffino per capire che la crisi energetica sarebbe inesorabilmente peggiorata in conseguenza della situazione internazionale e che indebolire la governabilità avrebbe ulteriormente complicato le cose.

Oggi i responsabili della caduta del governo Draghi e la relativa stampa fiancheggiatrice (con strani connubi tra Giornale e Fatto quotidiano, peraltro non episodici e occasionali) piangono indirettamente lacrime di coccodrillo chiedendo ripetutamente al governo, che hanno affondato, di intervenire con misure urgenti per affrontare l’emergenza conseguente al rialzo del prezzo del gas. Qualcuno chiede addirittura al riguardo la creazione di nuovo deficit di bilancio pur di varare provvedimenti immediati a suon di miliardi a sostegno dell’economia di famiglie e imprese in ginocchio per i preoccupanti ed insostenibili rincari.

A parte la forzatura costituzionale ed istituzionale già in atto con un governo dimissionario che dovrebbe gestire solo affari correnti mentre si trova a varare decreti per svariati miliardi, non si può pensare di scaricare sul governo Draghi il peso della montante emergenza, che fa drizzare i capelli in testa a imprese e famiglie.

Che bisogno c’era di creare il caos parlamentare e di costringere il capo dello Stato ad indire elezioni politiche anticipate in un contesto emergenziale pazzesco? E sono proprio i responsabili di questa insulsa e pericolosa accelerazione elettorale a chiedere a gran voce l’intervento di Draghi per tirarci fuori dalla “merda”. Assomigliano a bambini che, dopo avere combinato una grave birichinata, vanno a nascondersi sotto la gonna della mamma sempre disposta a perdonare.

Contraddizione delle contraddizioni: stando ai sondaggi, sarebbero proprio i partiti della frittata a ottenere i maggiori consensi con la loro probabilissima salita al governo del Paese. Stiamo rischiando di affidare il pollaio alle faine di turno. Un vero capolavoro!

Qualcuno, per la verità non tra i responsabili della crisi del governo Draghi, ha proposto di interrompere la campagna elettorale come se la politica fosse un gioco in cui inserire una pausa con un semplice “mortus”.  Purtroppo la paradossale vicenda politica italiana dovrà fare il suo corso e piangere sul latte versato o meglio scaricare il latte versato su chi non è responsabile di questo sversamento è un’azione infantilmente e politicamente “delinquenziale”.

Forse chi da una parte si sta preparando presuntuosamente a vincere nelle urne teme di perdere immediatamente la tramontana alle prese con il caos energetico e la conseguente conflittualità socio-economica. E allora sia Mario Draghi a togliere anticipatamente le castagne dal fuoco.

Un balletto vergognoso di fronte al quale la gente sta inaspettatamente applaudendo. Come successe quella volta in cui sul palcoscenico i cavalli si emozionarono e riempirono il pavimento di cacca sulla quale le ballerine fecero inevitabili scivoloni con le conseguenti sghignazzate del pubblico. Questa volta la cacca l’hanno fatta le ballerine stesse che pretendono comunque di volteggiare come se niente fosse: i capitomboli non si possono evitare, ma comunque sembrano divertire il pubblico.

Putost che Sgarbi e Casini è mej putost

Quando ho visto profilarsi a Bologna le candidature di Pierferdinando Casini per il centro-sinistra e di Vittorio Sgarbi per il centro-destra a m’è caschè i bras. Quando poi ho letto le loro schermaglie polemiche mi è cascato qualcosa d’altro.

Due personaggi che non rappresentano nulla, pienissimi di seissimo, l’uno ostenta una cultura artistica fine a se stessa o meglio fine a lui stesso, l’altro mostra il suo perbenismo buono per tutte le stagioni.

Al fumoso e galleggiante doroteo, Pierferdinando Casini, acutamente e impietosamente soprannominato Pierfurby, mia sorella avrebbe saputo come rivolgersi (lo ammetteva lei stessa), dal momento che  lo conosceva bene e le friggeva la lingua: “Forlani aveva in tribunale la bava alla bocca, è stato condannato a due anni e quattro mesi di reclusione per finanziamento illecito ed affidato in prova al servizio sociale presso la Caritas di Roma…mentre tu sei ancora in pista a blaterare, a ricoprire incarichi prestigiosi e non hai il buon gusto di andartene a casa…”.

Non oso pensare cosa direbbe mia sorella di Sgarbi, l’esatto contrario della sua mentalità, un uomo assurdo in tutto e per tutto. Lo considero un pedante esibizionista che fa dell’andare controcorrente un immotivato stile di vita. Che in una importante città come Bologna si scontrino questi due insulsi personaggi la dice lunga sul vuoto politico che aleggia.

Da un certo punto di vista sono persino intercambiabili, si assomigliano fin troppo. Bisogna proprio dire che la politica sia caduta in basso per continuare ad affidarsi a simili “pirlamentari”. È vero che la botte dà il vino che ha, ma mi rifiuto di credere che in Italia non si possa trovare di meglio di questi due sgangherati arnesi.  Non invidio i bolognesi alle prese con una problematica scelta. Non andrà molto meglio in Parma, ma peggio di così…

Sgarbi fa il pierino trasgressivo, Casini fa il furbino remissivo anzi il pierfurbino del cavolo. Hanno tagliato il numero dei parlamentari, ma di questi signori non riusciremo a liberarci.  Puntano entrambi molto in alto: uno vuole rimanere sempre al centro della scena vomitando cazzate a non finire, l’altro vuole chiudere la carriera con il botto che si chiama presidenza della Repubblica. Dal momento che li ritengo intercambiabili, sarebbe interessante mettere Sgarbi al Quirinale e Casini sovrintendente alle belle arti. Uno sa fare solo sgarbi, l’altro solo casini. Ma perché Letta e Meloni non hanno fatto un compromesso storico, uno piccolo- piccolo: mandarli a casa entrambi e toglierceli finalmente dai coglioni. Sarebbe già una vittoria. Mi accontenterei di poco…

 

Cattolici alla “giorgiona”

Il 23 agosto si è ricordato l’anniversario della morte di don Minzoni, parroco di Argenta, educatore di giovani ucciso a bastonate da alcuni squadristi fascisti facenti capo all’allora console di milizia Italo Balbo. Come ogni anno l’arcivescovo di Ravenna-Cervia monsignor Lorenzo Ghizzoni ha celebrato una Messa nella chiesa di San Nicolò ad Argenta. Inoltre, in piazza Garibaldi a Ravenna, si è tenuta la commemorazione organizzata dal Centro Studi Donati, Acli, Associazione Zaccagnini. Quest’anno c’è stata la partecipazione del sindaco, Michele de Pascale e dell’onorevole Enrico Letta. Durante la serata, coordinata da Livia Molducci, sono stati letti da alcuni giovani brani del diario di don Minzoni e scritti di Benigno Zaccagnini, Giovanni Paolo II e Sandro Pertini.

La notizia è passata quasi sotto silenzio, coperta dai frastuoni della campagna elettorale, ma anche tenuta sotto traccia per non disturbare i probabili nuovi manovratori del governo italiano. Ricordare il martirio di don Minzoni è politicamente scorretto rispetto all’aria “revisionista” che tira. Vergogna!

I cattolici, se non vogliono autocondannarsi all’irrilevanza politica, rischiando di perdersi nel mercato alla ricerca del miglior offerente di prodotti a breve conservazione, dovrebbero fare memoria storica aiutati dai fulgidi esempi della testimonianza di personaggi come appunto don Minzoni e ascoltare magari gli inviti del cardinal Matteo Zuppi, presidente della Cei che, dalla tribuna del meeting di Rimini, ha recentemente parlato all’intera società italiana, ragionando sulla passione per l’uomo.  

Questa passione si deve tradurre in uno «sforzo per l’amicizia sociale, per tessere la comunità: la lezione che le pandemie del Covid e della guerra ci hanno dato è che ci riguardano tutti» ha spiegato. Il nostro problema è che questo tempo è contrassegnato piuttosto da «passioni tristi», che ci portano ad affidarci all’algoritmo e a interpretare una visione della vita «pornografica», basata «su vitalismo e prestazione, affermazione di sé offensiva per la fragilità. Siamo la generazione che ha di più eppure vuota d’amore, con passioni tristi e nelle passioni tristi ci affidiamo a un algoritmo – ha detto -. É una grande sfida, perché se non abbiamo una passione per l’uomo alla fine l’algoritmo è più forte. Se c’è un deserto spirituale – ha concluso – vuol dire che c’è bisogno di acqua: l’acqua della passione che dobbiamo cercare insieme». Al contrario, in questo momento, prevale un rapporto strumentale con gli altri «perciò non ci accorgiamo delle domande e delle sofferenze altrui e non capiamo che anche la nostra sofferenza trova una risposta nella condivisione con gli altri. Invece, l’individualismo ci fa restare nel nostro io».

É il brodo di coltura dei nazionalismi, dal momento che, ha sottolineato, «le paure nascono da un io isolato e l’individualismo che sembrerebbe affermare noi stessi in realtà ci rende deboli e rende l’altro un concorrente, un avversario che non capisco, di cui non capisco la domanda. L’individualismo diventa poi nazionalismo, un grande io che diventa tanti io isolati, mentre è solo scoprendo l’altro che scompare la paura».

«Diffidiamo di un cristianesimo idealizzato – ha detto – servono testimoni credibili, anziani che sognano e che fanno sognare i giovani». Però bisogna aver chiaro che questa passione è per l’uomo così com’è: «Don Primo Mazzolari – ha ricordato Zuppi -diceva che non si ama il povero come lo si vuole ma con tutti i problemi e le contraddizioni che può avere».

Se ci si mette in questa logica, pur nel rispetto di una visione laica della politica, tutte le scelte non possono essere equivalenti: i gatti nella notte partitica non sono tutti bigi. Soprattutto la storia passata ci deve interrogare e scuotere. Esistono riferimenti imprescindibili che devono ispirare e guidare.

Dopo l’esperienza della Democrazia Cristiana, con tutti i limiti che può avere avuto, ma con il pregio di riuscire a combinare l’ispirazione cristiana con la prassi politica, i cattolici si sono dispersi nei vari rivoli partitici cadendo soprattutto nella rete del berlusconismo, una rete che non ha ancora finito di pescare e che si sta trasformando in “legamelonismo”. I cattolici avrebbero gli antidoti giusti per resistere a queste tentazioni, ma temono di rimanere spiazzati ed emarginati rispetto all’andazzo della società odierna. Se perdono la memoria e vanno avanti “alla giorgiona” sono fregati. C’è da augurarsi che non vinca la pigrizia delle “passioni tristi” dell’egoismo con tutto quel che segue e prevalga il coraggio delle “passioni forti” dell’altruismo, quelle dell’antifascismo, della Resistenza, della Costituzione, della democrazia, della solidarietà sociale e della condivisione.

 

 

Il pallottoliere meloniano

A meno di un mese dal voto è scontro tra il ministro degli Esteri e fondatore di Impegno Civico, forza alleata del Pd, e la leader di Fratelli d’Italia. A innescarlo, alcune dichiarazioni rese da Di Maio alla Camera. “Questa situazione economica può peggiorare con il trio sfasciatutto – Meloni, Salvini e Berlusconi – una coalizione che sta mettendo a rischio l’Italia: con il rischio di portarla in una vera e propria guerra economica”, le parole dell’ex big del M5S. Pronta e piccata la replica di Giorgia Meloni. “Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, lo stesso delle interminabili gaffe internazionali a scapito dell’Italia, oggi racconta alla stampa che con un governo di centrodestra ci sarà una ‘vera e propria guerra economica’”, ha risposto, su Facebook, la presidente di Fdi. Aggiungendo: “Credo che un ministro pagato dai cittadini per screditare e rendere debole la propria nazione agli occhi degli Stati esteri, soprattutto in una fase delicata come questa, sia semplicemente indegno. Il tutto solo per attaccare e diffondere menzogne contro i suoi avversari politici. Il 25 settembre col vostro voto potremo mandare una buona volta a casa la sinistra di Letta, Di Maio, Speranza e compagnia”. 

Prescindiamo per un attimo dal valore politico del pulpito da cui viene la predica: mi riferisco a Luigi Di Maio che non gode da parte mia alcuna stima e simpatia politica ed umana (lasciamogli fare un po’ di polemica, forse è l’unica cosa che ha imparato). Tuttavia se la sciagura è rappresentata dalla sinistra e il riscatto è garantito dalla destra, come mai Giorgia Meloni, un giorno sì e l’altro pure, sforna messaggi tranquillizzanti per i mercati finanziari, per l’Ue, per gli Stati europei, preoccupati per un’eventuale e molto probabile prospettiva di un governo italiano presieduto da lei: evidentemente, come minimo, esistono seri dubbi sulla sua lealtà europea, sulla sua capacità di gestire una situazione difficilissima e sulla sua fedeltà agli ideali democratici ed antifascisti.

Non solo, ma che bisogno c’è di strafare con dichiarazioni istituzionalmente inopportune se non scorrette come la seguente: “Se vincesse il centrodestra e ci fosse l’affermazione di Fratelli d’Italia non ho ragione di credere che Mattarella possa assumere una scelta diversa” rispetto alla mia indicazione. Lo ha affermato Giorgia Meloni, a Ceglie Messapica, alla kermesse organizzata da Affari Italiani, intervistata dal direttore Angelo Maria Perino. “Qualcuno non mi vuole come presidente del Consiglio? L’anomalia non sarei io, ma lo è stata Mario Monti”.

Doveva avere il coraggio di aggiungere anche Mario Draghi, ma lì il discorso si fa piuttosto complicato e delicato. Giorgia Meloni non lo vuole irritare, ma forse addirittura lo vuole imbarcare in qualche modo come garante verso gli interlocutori di cui sopra.

Esiste un famoso proverbio che recita: chi si loda s’imbroda. Attenzione quindi perché la saggezza popolare ricorda quanto la persona che si fa i complimenti da sola, vantandosi di fronte agli altri, finisca poi facilmente per danneggiarsi.

Ho l’impressione che Giorgia Meloni tema più l’ostracismo interno alla sua coalizione che quello istituzionale ed internazionale. Non è un boccone facile da digerire per la dirigenza e la base leghista e nemmeno per i residuati organici berlusconiani raccolti in Forza Italia. Si capisce lontano un miglio che ne soffrono l’invadenza e la presunzione, ma se la devono bere, a meno che non possa scattare una sorta di conventio ad excludendum, vale a dire una tacita intesa tra parecchie parti sociali, finanziarie, economiche e politiche, che abbia come fine la difesa da questo corpo estraneo: una specie di troika anticipata, che intervenga prima che sia troppo tardi. Da una parte potrebbe essere la salvezza, dall’altra la perdita ulteriore di credibilità e autorevolezza della nostra classe politica al punto da rendere necessario l’intervento dei poteri più o meno forti.

Giorgia Meloni deve ricordare che per governare occorrono i voti, ma non bastano. Bisogna anche esserne capaci, saper gestire i soggetti governabili, che possono in certi casi diventare ingovernabili, essere in grado di interloquire con le entità comunque coinvolte nel sistema governo. La politica comincia il girono dopo delle elezioni e può riservare sorprese a non finire. La storia ha visto crollare personaggi che avevano apparentemente consensi enormi e trionfare soggetti scarsi quanto a voti conquistati. La matematica elettorale è un’opinione.

 

Il cuore dentro e oltre la guerra

Il ministro degli Esteri di Kiev ha convocato il nunzio apostolico in Ucraina, Visvaldas Kulbokas, a proposito del recente commento di papa Francesco sulla morte di Darya Dugina, la figlia dell’ideologo di Putin uccisa nei giorni scorsi a Mosca in un attentato. Lo ha annunciato il ministro degli Esteri ucraino, Dmytro Kuleba, nell’incontro con il suo omologo italiano Luigi Di Maio a Kiev, secondo quanto riportato da Ukrinform.

Al termine dell’udienza di mercoledì, Francesco ha rivolto un appello per la pace per «l’amato popolo ucraino» e denunciato la crudeltà della guerra, pagata dagli innocenti. Dopo aver parlato dei profughi, dei feriti, degli orfani, ha aggiunto: «Penso a quella povera ragazza volata in aria per una bomba che era sotto il sedile della macchina a Mosca».

«Abbiamo studiato attentamente la citazione completa» sulla morte di Dugina e «abbiamo deciso di convocare il nunzio apostolico per esprimere il disappunto dell’Ucraina su queste parole», ha detto il ministro Dmitro Kuleba. A monsignor Visvaldas Kulbokas “è stato detto che l’Ucraina è profondamente delusa dalle parole del Pontefice, che equiparano ingiustamente l’aggressore e la vittima”. Così una nota del ministero degli Esteri ucraino dopo l’incontro con il nunzio apostolico. “La decisione di papa Francesco di menzionare nel contesto della guerra russo-ucraina la morte di un cittadino russo sul territorio della Russia, con la quale l’Ucraina non ha nulla a che fare, provoca incomprensioni”, si legge ancora nella nota. (Avvenire del 26 agosto 2022)

Mi sembra che le pretese ucraine stiano superando i limiti. I governanti di Kiev giocano scriteriatamente al rialzo sulle armi fornite dall’Occidente, impongono i tempi e i modi di qualsiasi percorso di pace, non comprendono che le gravissime difficoltà economiche, che la guerra in corso sta provocando in Europa, si ritorceranno contro di loro, perché influiranno pesantemente sulla possibilità europea di fornire enormi aiuti nel breve, medio e lungo termine, non danno grosse garanzie di stile democratico nel loro sistema politico, si dimostrano giorno dopo giorno troppo rigidi nei loro atteggiamenti al punto che si fa fatica a capire fin dove arrivi la sacrosanta resistenza verso l’invasore e la volontà di sfruttare l’occasione per lucrare favori dagli alleati (spesso alla ricerca più di nuovi equilibri di potere che di strategie pacifiche).

Adesso arriva addirittura la censura alle parole del Papa. Nel cuore del pontefice e di tutta la cattolicità c’è un posto anche per la figlia dell’ideologo di Putin, morta carbonizzata in un attentato e vittima del clima di guerra che si è instaurato: ciò a prescindere dagli autori dell’attentato, dalla sua collocazione geografica e dalla nazionalità della vittima. La carità cristiana non riconosce gli schemi assurdi della guerra. Alla fine del secondo conflitto mondiale certe organizzazioni cattoliche, che si erano battute per salvare la vita agli ebrei ed ai perseguitati dai nazifascisti, si impegnarono per sottrarre i nazifascisti stessi dalle vendette e dalle rappresaglie. Non si piegarono alla logica bellicista, nemmeno in quel drammatico contesto.

Forse i governanti ucraini, presi nel vortice resistenziale, stanno confondendo difesa e attacco: deriva pericolosissima e irreversibile. Vedano di riflettere un attimo e di verificare i loro atteggiamenti e comportamenti. La brutale aggressione subita, che peraltro è tuttora in corso, non deve far dimenticare che anche in guerra il cuore deve funzionare, pena la perdita definitiva e generale di ogni e qualsiasi briciolo di umanità.

 

Draghi non si discute, si applaude

Ha suscitato un certo scalpore l’intervento di Mario Draghi al meeting di Rimini: chi lo ha considerato una sorta di testamento politico, chi una lezione impartita alla politica italiana e non solo, chi una fideiussione rilasciata all’Unione Europea e alla Nato, chi una iniezione di fiducia al Paese.

Quanto allo scalpore provocato, non è difficile farsi ascoltare in mezzo all’assordante silenzio dei partiti e dei loro rappresentanti, basta poco per ingentilire e impreziosire la tavola, tanta è la pochezza delle pietanze servite.

Escluderei drasticamente il discorso testamentario: non mi pare proprio che Draghi, politicamente parlando, abbia intenzione di morire, vale a dire di ritirarsi a vita privata. Il suo persino esagerato dinamismo da premier dimissionario porta ad escludere questa eventualità: è in sella e intende rimanervi, perché vi ha preso gusto, il potere è un incentivo fantastico.

Quanto alla lezione offerta ai partiti, i destinatari sono piuttosto recalcitranti e il professore non ha una vera e propria dimensione politica: parla bene da governante, ma la politica non è fatta solo di governo. Riesce ad infiammare (?) la gente parlando al suo cervello, per il cuore è meglio soprassedere. E poi, umiltà e sobrietà sono altre cose…

Draghi parla a nuora Italia perché suocera Europa intenda, lancia a livello europeo un messaggio rassicurante e tranquillizzante sulla continuità dei rapporti instaurati (leggi PNRR), degli equilibri raggiunti (vedi autorevolezza conquistata), della vocazione europeista (inossidabile rispetto agli euroscetticismi, ai sovranismi e populismi in emersione), della scelta occidentale (le scampagnate salviniane sono semplici diversivi dialettici), delle prospettive economiche e finanziarie (debito pubblico e Pil non vanno poi così male…), della forza di un popolo che merita rispetto e considerazione (le troike possono aspettare…). Draghi sta prestando una fideiussione al mondo intero, firmata da lui stesso.

Il Paese, fortemente distratto e fuorviato dalle convulse vacanze in corso, accoglie con favore i fervorini draghiani, salvo rivolgersi politicamente a ben altri personaggi: le contraddizioni sono evidenti. Come facciano ad andare d’accordo la crescente simpatia verso Giorgia Meloni con il forte innamoramento verso Mario Draghi non è dato capirlo. Forse il fidanzato d’Italia è talmente sicuro di sé da sopportare tranquillamente le scappatelle destrorse, pronto ad accogliere i trasgressori dall’alto della sua magnanimità.

Il leitmotiv draghiano assomiglia molto a quello gattopardiano del “cambiare tutto per non cambiare niente”. Sembra dire: “Divertitevi pure con i partiti, poi tanto dovrete venire a mamma, dovrete passare dalle mie parti. Nel frattempo io sono disposto a coprirvi. Semmai facciamo così: finito il divertimento elettorale, prima di fare qualsiasi governo, eleggetemi presidente della Repubblica (Mattarella permettendo). Sarà un modo, forse l’unico, per mettere d’accordo un po’tutti: a destra troveranno un appoggio per non sbandare, a sinistra un appiglio per non tracollare, gli italiani un nonno di lusso su cui contare. E la Costituzione Italiana? Per adesso la lasciamo stare, poi si vedrà. Il presidenzialismo? Lo incarno io con o senza elezione diretta. Non lamentatevi, mi avete voluto e adesso mi dovete sopportare (si fa per dire…)”.