La grattata in retromarcia

Era la prima messa da cardinale per Cantoni. E Delpini, alla guida della delegazione dei vescovi lombardi, ha preso la parola: «Mi faccio voce della Conferenza episcopale lombarda e di tutte le nostre chiese… Ci sono state delle persone un po’ sfacciate che si sono domandate perché il Papa non abbia scelto il metropolita (Delpini, ndr) per fare il cardinale e abbia scelto invece il vescovo di Como. Ora io credo che ci siano delle buone ragioni per questo. Naturalmente interpretare il pensiero del Santo Padre è sempre un po’ difficile perché forse vi ricordate quell’espressione altissima di una sapienza antica che diceva che tre sono le cose che neanche il Padreterno sa: una è quante siano le congregazioni delle suore, l’altra è quanti soldi abbia non so quale comunità di religiosi e la terza è che cosa pensino i gesuiti. Ma in questa scelta mi pare si riveli chiaramente la sapienza del Santo Padre».

Perché ha optato per il vescovo di Como per essere un suo particolare consigliere? Io ho trovato almeno tre ragioni. La prima è che il Papa deve aver pensato che l’arcivescovo di Milano ha già tanto da fare, è sovraccarico di lavoro, e quindi ha detto: bisogna che lavori un po’ anche il vescovo di Como e quindi ha pensato di dare un po’ di lavoro anche a te (rivolgendosi a Cantoni, ndr). La seconda ragione è che probabilmente il Papa ha pensato: quei bauscia di Milano non sanno neanche dov’è Roma, quindi è meglio che non li coinvolga troppo nel governo della Chiesa universale. E forse c’è anche un terzo motivo. Se mi ricordo bene, il Papa è tifoso del River (in realtà Jorge Mario Bergoglio tifa per il San Lorenzo, ndr) che non ha mai vinto niente, e forse ha pensato che quelli di Como potrebbero essere un po’ in sintonia perché si sa che lo scudetto è a Milano». (Domenico Agasso sul quotidiano “La stampa”)

Questa la notizia che ho già avuto modo di commentare con sorpresa e fastidio. Ho ritenuto opportuno riproporla perché a distanza di qualche giorno è arrivata una sorta di rettifica dall’interessato, che puzza di ravvedimento più o meno spontaneo. Riporto di seguito questa precisazione.

«Non desidero diventare cardinale, non mi sentirei proprio a mio agio». Con naturalezza e semplicità, com’è suo stile – per chi lo conosce –, l’arcivescovo di Milano Mario Delpini ha voluto chiudere il “caso” che alcuni commentatori avevano sollevato sui media dopo il discorso con il quale – con tono chiaramente scherzoso e paradossale – aveva salutato il neo-cardinale Oscar Cantoni durante la prima celebrazione pubblica con la porpora nella sua diocesi di Como, il 31 agosto, al Pontificale per il patrono sant’Abbondio. «Volendo essere un po’ spiritoso nel salutare un caro amico, non sono stato capito nelle mie reali intenzioni – ha spiegato Delpini al termine della celebrazione nel Duomo di Milano per l’apertura dell’anno pastorale diocesano nella festa di Maria Nascente, cui è intitolata la Cattedrale –. Sono contento per la nomina di Oscar; ho molta stima di lui, lo conosco da tempo e penso possa dare buoni consigli al Papa». Quanto alla diocesi ambrosiana, che per gli stessi commentatori sarebbe “declassata” per non avere un cardinale come arcivescovo, Delpini ha detto che «la Chiesa di Milano non deve sentirsi diminuita nel suo prestigio e nella sua bellezza se il vescovo, o almeno questo vescovo, non è cardinale. E l’ultima cosa che voglio dire – ha aggiunto – è che io sono del tutto d’accordo con il Papa che non procede per inerzia nella scelta dei cardinali, ma prende decisioni con criteri che lui ritiene opportuni». (dal quotidiano “Avvenire”)

I casi sono due: o Mario Delpini è dotato di “spirito di patate” nel qual caso farebbe meglio a non utilizzarlo oppure è sincero a costo di apparire invidioso e rancoroso e quindi tra le sue due performance quella giusta mi sembrerebbe la prima in quanto la seconda appare “spintanea” ed enfatizzata – si può capire benissimo – dal giornale della Cei “Avvenire”, che ha inteso così dare una mano al vescovo di Milano infilatosi in una assurda “polemichetta” da quattro soldi con papa Francesco. Incidente aperto e chiuso in stile perfettamente clericale e/o curiale.

Se proprio Delpini moriva dalla voglia di fare dell’ironia sui cardinali poteva ricorrere alla gustosa barzelletta che dicono piacesse molto a papa Giovanni Paolo ll.

“Dio Padre osserva, con attenzione venata da una punta di scetticismo, l’attivismo dei cardinali di Santa Romana Chiesa, ma non riesce a capire fino in fondo lo scopo della loro missione. Con qualche preoccupazione decide di interpellare Dio Figlio in quanto, essendosi recato in terra, dovrebbe avere maggiore dimestichezza con questi importanti personaggi a capo della Chiesa da Lui fondata. Dio Figlio però non fornisce risposte plausibili, sa che sono vestiti con tonache di colore rosso porpora a significare l’impegno alla fedeltà fino a spargere il proprio sangue, constata la loro erudizione teologica, la loro capacità diplomatica, la loro abilità dialettica, ma il tutto non risulta troppo convincente e soprattutto rispondente alle indicazioni date ai discepoli prima di salire al cielo.  Anche Dio Figlio non è convinto e quindi, di comune accordo, decidono di acquisire il parere autorevole di Dio Spirito Santo, Lui che ha proprio il compito di sovrintendere alla Chiesa.  Di fronte alla domanda precisa anche la Terza Persona dimostra di non avere le idee chiare, di stare un po’ troppo sulle sue ed allora il Padre insiste esigendo elementi precisi di valutazione, minacciando un intervento diretto piuttosto brusco e doloroso. A quel punto lo Spirito Santo si vede costretto a dire la verità ed afferma: «Se devo essere sincero, anch’io non ho capito fino in fondo cosa facciano questi signori cardinali, sono in tanti, ostentano studio, predica e preghiera. Pregano soprattutto me affinché vada in loro soccorso quando devono prendere decisioni importanti. Io li ascolto, mi precipito, ma immancabilmente, quando arrivo col mio parere, devo curiosamente constatare che hanno già deciso tutto!»”

Oppure, se desiderava dare un “colpetto” al Vaticano con tutto quel che contiene, poteva richiamare una piccante barzelletta di don Andrea Gallo, che a suo tempo fece incazzare il vescovo di Parma monsignor Enrico Solmi: «Voi sapete che nella nostra Santa Madre Chiesa, uno dei dogmi più importanti è la Santissima Trinità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. L’amore e la comunione vanno in tutto il mondo, e si espandono. Lo Spirito Santo dice: “Andiamo a farci un giro. Io sono affascinato dall’Africa”.  Il Padre risponde: “Be’, io andrò a vedere il paradiso delle Seychelles. Perché non capisco come mai i miei figli e figlie hanno il paradiso in terra”. Gesù ascolta e non risponde. Allora gli altri due: “Tu non vai?” Gesù: “Io ci son già stato duemila anni fa”. “Non ci farai mica far la figura che noi andiamo e tu rimani”, gli dicono in coro il Padre e lo Spirito Santo. “Va be’, allora vado anch’io”. “Dove vai?” “A Roma”. “Sì, ma a Roma dove vai?” “Vado in Vaticano”. “In Vaticano?”, dicono increduli il Padre e lo Spirito Santo. Gesù risponde: “Eh sì, non ci sono mai stato”».

Morale della vicenda: l’ironia bisogna saperla fare, in caso contrario diventa penosa copertura del proprio velenoso pensiero.  Molto meglio allora esprimere apertamente il proprio giudizio senza infingimenti, senza tirare il sasso per poi nascondere la mano.  E per il vescovo Mario Delpini vita-vita…vita!

 

 

 

Meglio mardi che tai

Orlando e il campo largo: “Se vinciamo un governo con M5S e Terzo polo”. Il voto utile non decolla, il ministro del Lavoro riapre alle alleanze dopo le urne: «Dopo servirà una rifondazione dei progressisti, non un nuovo segretario». (La stampa)

È piuttosto curiosa ed estremamente tardiva l’opinione dell’esponente piddino, che sembra catapultato sull’arida terra della campagna elettorale dalla lontana luna dei desideri politici. Il suo discorso prescinde dal sistema elettorale vigente: sarebbe plausibile se si votasse col sistema proporzionale e se quindi le maggioranze di governo si formassero in Parlamento sulla base dei consensi ottenuti dai singoli partiti. Dalle urne invece, volenti o nolenti, dovrebbe uscire la configurazione di una coalizione di governo e non si può rinviare a domani quello che sarebbe necessario prospettare concretamente oggi agli elettori.

È chiarissimo che se il PD intende governare lo dovrà fare alleandosi con il M5S e il cosiddetto Terzo Polo: un’alleanza politica assai problematica ma necessaria, che però andava configurata e proposta tramite un raggruppamento, che consentisse la conquista dei seggi eletti col sistema maggioritario in concorrenza con la coalizione di centro-destra (sarebbe meglio dire di destra!). Diversamente l’ipotesi di Andrea Orlando appare come un impossibile incollaggio dei cocci di un vaso non solo rotto ma rottamato.

Enrico Letta e la classe dirigente del Partito Democratico avrebbero dovuto dimostrare la loro capacità proprio nel perseguire, nonostante le evidenti differenze politico-programmatiche, un’alleanza elettorale che potesse poi tradursi sebbene a fatica in un’alleanza politica. La politica è mediazione, è compromesso seppure ai livelli più alti. In questo caso l’alto livello doveva consistere nello sconfiggere una destra pericolosa e inadeguata per i problemi italiani, europei e mondiali. Mediare all’indomani delle elezioni sarà quasi certamente un esercizio inutile e frustrante.

Involontariamente (?) Orlando ha messo il dito nella piaga del proprio partito e del suo segretario, che si sono rivelati incapaci di fare politica, oscillando fra un debole corteggiamento verso i post-grillini e un piatto conformismo draghiano con l’intermezzo di un accordo con Carlo Calenda prontamente e bilateralmente contraddetto. Mi sembra difficile mangiare le uova dopo aver cucinato una bella frittata.

Non si può volere la pienezza della botte proporzionale assieme all’ubriacatura della moglie maggioritaria. C’è qualcosa che tocca. Nell’atteggiamento lettiano alcuni hanno rivisto l’edizione riveduta e scorretta della sfida egemonica veltroniana di parecchi anni fa e, forse per certi versi, anche dell’illusione occhettiana coltivata ancor prima, tentazioni peraltro provenienti dalla storia e dall’ideologia gramsciana: furono sonore sconfitte, che causarono danni gravi e lasciarono il segno nel centro-sinistra, spianando la strada alla destra che sa trovare nel collante del potere il segreto della propria forza. Walter Veltroni dette le dimissioni dopo un risultato elettorale più che discreto – se non erro un 33% che Letta vedrà solo col binocolo – in quanto il consenso ragguardevole ottenuto non poteva servire a governare perché isolato e sterile. Non so quale sorte spetterà ad Enrico Letta: comunque vada, la sua incapacità politica è dimostrata.

In questi giorni Roberto Speranza, esponente di un pezzetto di sinistra, ha fatto una constatazione interessante. Le forze di centro destra durante l’ultima legislatura sono andate in ordine sparso: la Lega ha fatto un governo con i cinquestelle e gli altri partner destrorsi all’opposizione; poi è arrivato Draghi, Forza Italia e Lega sono andati al governo e FdI è rimasta all’opposizione; lasciamo perdere i loro contenuti programmatici divergenti su materie importantissime. Hanno trovato il modo di rimettersi insieme e di far abboccare gli elettori. I partiti riconducibili al centro-sinistra sono stati molto più “vicini fra di loro” soprattutto nel sostenere il governo Draghi. Ebbene, davanti agli elettori si presentano divisi e assai poco attrattivi.

Perché? Forse la risposta sta in una sconfortante conclusione: sinistra e destra sono condizionate dalla ricerca del potere per il potere, ma mentre la destra è capace di gestirlo, la sinistra no. Se proprio vogliamo entrare appena un pochettino nel merito possiamo aggiungere che i post-comunisti hanno trasformato il potere castale nella loro ragion d’essere, ma, alla prova dei fatti, non riescono a trasferirlo democraticamente nelle istituzioni; i dorotei di democristiana memoria, trasferiti armi e bagagli nel centro-destra berlusconiano e post-berlusconiano, riescono benissimo e sempre a saltarci fuori. Per non parlare dei socialisti…loro in Italia col craxismo sono stati capaci di fare il compromesso storico col potere procurando disastri tuttora ben presenti a livello di macerie anti-democratiche.

 

Gli imbarazzanti armadi della storia

Durante un evento elettorale a Trento, Giorgia Meloni ha sottolineato la totale passività di tutti gli esponenti di sinistra, anche davanti alla lettera minatoria ricevuta dalle sedicenti nuove brigate rosse, che le hanno scritto: “Ti faremo una sorpresa”.  “Ci minacciano, ma non vivremo blindati. Correteci dietro se siete capaci. Il segretario del Pd non ha ritenuto di fare due righe di condanna e di solidarietà di fronte alle minacce di morte ricevute. A parti invertite, noi non avremmo esitato perché per noi la politica è confronto”, ha detto Giorgia Meloni. 

La miglior difesa è l’attacco. Cosa voglio dire? È perfettamente inutile e provocatorio che Giorgia Meloni eviti di fare i conti con la (sua) storia e tenti di fare la vittima e di scaricare le proprie responsabilità sugli altri. I messaggi di stampo brigatista sono demenziali, ma rappresentano la folle punta di un iceberg storico, che non si può dribblare, ma sciogliere tramite convincenti spiegazioni, che Giorgia Meloni non è in grado di fornire.

La Meloni si atteggerà ad agnello e sosterrà astutamente che il lupo brigatista tira in ballo i suoi antenati storico-politici: sì, lei potrà ribattere di avere accettato l’eredità con beneficio d’inventario, ma non di averla sdegnosamente rifiutata. Il post-fascismo ha sempre avuto un equivoco di fondo, che gli ha consentito di galleggiare sulla legge Scelba, ma che gli mantiene addosso troppi dubbi e perplessità sul piano del rispetto dei principi democratici.

La Repubblica italiana nasce dalla Resistenza e chi si collega, più o meno direttamente, a quanti erano dall’altra parte della barricata soffre una diffidenza, che può anche sfociare in aperta ostilità. Non si può scherzare con la storia e con l’antifascismo. Certi conti sono ancora aperti sul piano culturale e politico. Meglio quindi non scandalizzarsi se qualcuno perde la testa e vaneggia: possono essere gli utili idioti della situazione, ma devono essere contrastati nel merito e non solo esorcizzati nel metodo.

Giorgia Meloni abbia il coraggio di tirare fuori dall’armadio tutti gli scheletri/abiti che la storia le ha infilato dentro per distruggerli. Non sembra in grado di farlo, anzi li sta solo adattando e riammodernando, facendosi aiutare dai sarti populisti, sovranisti e nazionalisti. Non può quindi pretendere facili e comode solidarietà dagli avversari, che lascerebbero comunque il tempo che trovano.

La scolaretta col grembiule nero

In un interessante intervento nel programma televisivo “Otto e mezzo” de La 7, l’ingegner Carlo De Benedetti, sullo sfondo di una situazione globale drammatica tendente al catastrofico, ha delineato in modo plastico le due figure politiche italiane, che pur nella loro diversità, stanno caratterizzando la campagna elettorale, più con i loro difetti che con i loro pregi. Si tratta di Giorgia Meloni a cui De Benedetti fa un implacabile esame del sangue democratico e una spietata ecografia della capacità di governare e di Enrico Letta il cui comportamento viene sottolineato con la matita blu dei gravi errori politici.

Intendiamoci bene, – credo peraltro che l’ingegner De Benedetti sarà d’accordo – tra i due c’è un abisso culturale prima che politico: Enrico Letta ha preparazione, competenza, esperienza, mentre Giorgia Meloni è una pur valida e divertente soubrette sul penoso palcoscenico della campagna elettorale. Tuttavia vanno visti entrambi con spirito critico anche perché potrebbero essere preparatori-protagonisti di un futuro tutt’altro che roseo.

Cedo comunque la parola a Carlo De Benedetti, che, a dispetto dell’età piuttosto avanzata, dimostra una inossidabile ed invidiabile verve intellettuale. Riporto di seguito integralmente le sue invitanti considerazioni.

La Meloni è una persona camaleontica. Nella sua maratona Garbatella-Oxford con tappa in Spagna al ritrovo con i suoi camerati di Vox, ha negato tutte le cose dette negli ultimi due anni: adesso è pro-guerra, pro-Ucraina, pro-armi, pro austerità finanziaria pubblica, etc. Sembra una “scolaretta”! Vogliamo credere alla Meloni quando era al comizio di Vox o vogliamo credere, come dice Letta, “all’incipriamento”? Penso che la sua vera natura sia quella che ha mostrato in tutti questi anni con la cultura da cui viene. Si dice che non bisogna dire che sono fascisti, ma la sua storia è certamente molto chiara. Non vedo quindi questo entusiasmo per avere un primo ministro come la Meloni. Aggiungo che il cambiamento tra Draghi e Meloni è una roba che, se non fosse una tragedia, sarebbe esilarante. Non credo neanche un istante all’ipotesi di Mario Draghi consulente, suggeritore, garante o patrono di Giorgia Meloni. Draghi è una persona seria, lo conosco molto bene. Se è solo questione di interlocuzione, ricordiamo che a Draghi è toccato stare al telefono con Grillo, che è un’umiliazione mica da ridere…

Ho una mia idea: essendo un “esperto” di Berlusconi, penso che lui si sfilerà dall’alleanza di centro-destra, perché a fare il “paggetto” della Meloni non lo vedo. Inoltre le posizioni fra Salvini e Berlusconi sono all’opposto e quindi non sono affatto sicuro che nel campo del centro-destra vada tutto così liscio. Personalmente scommetto che Berlusconi si sfilerà.

Quanto alla situazione internazionale siano di fronte a diversi fenomeni che si sovrappongono. È in atto un processo di “deglobalizzazione”, che è generato da Russia e Cina, mentre gli americani tendono a riportare le produzioni in casa, e che porta inflazione. Abbiamo altri due fenomeni: il blocco delle forniture di gas, con tutto quel che ne consegue, e la siccità. La produzione agricola italiana è stata inferiore del 35% rispetto all’anno scorso. La siccità non ha però colpito solo l’Italia, ha colpito, per esempio, anche la Cina. Se si sommano deglobalizzazione, crisi del gas, siccità e inflazione…auguri a tutti noi. Bisogna poi aggiungere che l’inflazione ha dei colpevoli, che non l’hanno generata, ma che l’hanno sottovalutata: sono le banche centrali, che hanno continuato con una scriteriata politica di interessi pressoché negativi.

Quanto alle sanzioni, che Salvini ritiene facciano più male all’Italia che alla Russia, cosa dovevamo mandare a Putin? Un mazzo di rose? Al di là delle sanzioni cosa si può fare? La guerra o l’indifferenza. Non mi pare sia civile fare gli indifferenti di fronte all’invasione di uno Stato sovrano. Le sanzioni sono l’unico modo civile con cui si risponde a un dittatore incivile. L’allargamento della guerra spero non succeda.

Pur considerando che i problemi sono più economici che politici, lo scenario elettorale e post-elettorale non è certo tranquillizzante. Speriamo che Mattarella tenga in carreggiata l’Italia, conoscendo come si è mosso, anche dal 2018 in poi, rispettando al cento per cento la natura parlamentare della nostra democrazia.

La vicenda elettorale parte da una legge, che tutti definiscono uno schifo e che dovrebbe essere cambiata dal Parlamento, ma nessun si è preoccupato di farlo nonostante l’entrata in vigore del cambiamento della composizione del Parlamento stesso. Enrico Letta doveva sapere che questa legge predilige le coalizioni, non tanto politiche, che non esistono né a destra né a sinistra, quanto elettorali. Le contraddizioni politiche esistono sia a destra che a sinistra, quindi il segretario democratico ha sbagliato ad impuntarsi sulle divisioni rispetto al M5Se non solo. Il punto è tentare di vincere le elezioni mettendosi in condizioni di competere e non rinunciando alla competizione. Letta ha predicato un campo largo ed è finito in un campetto. La politica consiste nella capacità di aggregare degli alleati, che non devono essere necessariamente alleati politici, ma possono essere elettorali. DI fronte a questa destra bisognava fare un CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) con dentro tutti. Non avere capito questo è un gravissimo errore.

Dopo aver detto di essere sostanzialmente d’accordo, mi permetto un breve commento alla stimolante analisi di De Benedetti. L’ingegnere bacchetta Meloni e Letta: la prima per inaffidabilità democratica e inadeguatezza governativa, il secondo per incapacità tattico-politica a combattere una destra pericolosa e ficcante. Potremmo dire che tutto il resto è fuffa elettorale, mentre la situazione in cui viviamo è grave e sembra inaffrontabile dalla politica prigioniera delle sue debolezze e fragilità.  La classe politica italiana è ridotta molto male se siamo costretti a fare i conti con l’incedere di una equivoca “scolaretta” vanitosa e presuntuosa che si candida a guidare il Paese e sembra, stando ai numeri, persino riuscirci e se dall’altra parte della barricata non c’è nessuno capace di serrare le fila per sbarrare la strada ai “barbari”.

Le uniche speranze a cui attaccarsi riguardano la litigiosità del pollaio destrorso in cui il vecchio gallo potrebbe rovinare la festa al galletto ed alla gallina rampanti e ruspanti, ma soprattutto l’affidabilità del capo dello Stato che potrebbe ancora una volta rompere le uova nel paniere parlamentare rispettando il paniere stesso e ripulendolo dalle frittate.

  

 

Votare di pancia per nuotare nella cacca

Sondaggio che farà discutere, che potrebbe spostare le consapevolezze di più di un partito e di qualche osservatore, quello della CISE/Università Luiss Guido Carli. Un’indagine che conferma il predominio della coalizione di centrodestra su quella di centrosinistra – anche se meno schiacciante rispetto alle altre rilevazioni –, che vede una Lega addirittura sotto il 10%, il Movimento 5 Stelle in salita fino quasi al 17%, Verdi e Sinistra Italiana sopra Azione e Italia Viva. E che ipotizza un presumibile “effetto Churchill” sul voto delle politiche del prossimo 25 settembre.

Il sondaggio è introdotto da una sostanziosa nota metodologica. L’indagine è stata condotta con metodologia CAWI su un campione di 861 intervistati da mercoledì 31 agosto a lunedì 5 settembre dalla società Demetra di Mestre. Gli intervistati sono stati scelti in rappresentanza di un campione di popolazione italiana in età di voto per combinazione di sesso, classe di età, titoli di studio e provenienza geografica. Alle intenzioni di voto sono state applicate correzioni specifiche, “derivate da una stima sperimentale dell’effetto della collocazione della domanda sull’intenzione di voto”.

A differenza degli altri sondaggi quello CISE/LUISS ha presentato un questionario lungo e articolato che ha presentato la domanda sull’intenzione di voto nella seconda metà del questionario, quindi con una possibile influenza delle domande precedenti sulla domanda finale. “Va detto che la nostra indagine non fa parte di una serie regolare (settimanale o mensile), e quindi non ci ha dato la possibilità di fare correzioni di stabilizzazione (magari basandoci su sondaggi precedenti) come possibile per gli istituti di sondaggio veri e propri, che svolgono indagini regolari e frequenti. È una delle importanti differenze tra le aziende di sondaggi e invece (come noi) i centri di ricerca che usano sondaggi per le proprie ricerche”. Ne è uscito fuori un “outlier”, ovvero un’indagine fuori da molte linee, un’eccezione quasi.

“Immagini che domani ci siano le elezioni politiche per il Parlamento nazionale. Lei quale partito voterebbe per la Camera dei Deputati? Per favore, scelga solo una delle seguenti opzioni”, la domanda sull’intenzione di voto posta agli intervistati. Saldo in testa Fratelli d’Italia, anche se con una performance leggermente inferiore ai sondaggi di questi giorni, al 23% contro il Partito Democratico al 21,4%, in linea con le altre indagini. Saldo è anche il vantaggio della coalizione di centrodestra, dell’11%, sul centrosinistra ma inferiore al distacco che altri istituti stabilizzano tra 15 e 18 punti.

A influire in particolare è un presunto crollo della Lega, addirittura sotto il 10%: al 9,6%. Forza Italia è all’8%. Se anche altri sondaggi davano un Movimento 5 Stelle in risalita, a minacciare il Carroccio: certo l’exploit del sondaggio è clamoroso e piazza i grillini al 16,6%, un risultato che premierebbe l’ex premier Giuseppe Conte e che configurerebbe il M5s come sorpresa assoluta della tornata. Altra notizia è l’Alleanza Verdi-Sinistra Italiana in vantaggio sul cosiddetto Terzo Polo Azione con Italia Viva al 5,3%. Italexit è stabile al 3,6%. Più Europa al 2,3%, Altre liste al 2,0%, Impegno Civico all’1,4%, Noi Moderati allo 0,9%. Resta altissima la percentuale del campione tra astenuti, non validi e indecisi, questa in linea con le altre indagini.

Le conclusioni: fuori discussione una vittoria netta del centrodestra, il M5S è qui visto anche oltre gli altri sondaggi più ottimisti che lo vedevano al 14% circa, il cosiddetto Terzo Polo non sfonda, Italexit anche qui oltre la soglia di sbarramento. Il centrodestra raccoglie i frutti di una coalizione che si è presentata compatta e quindi quasi dominante nei collegi uninominali. Il centrosinistra legandosi all’agenda Draghi accosta la propria corsa a un leader che non ha mai detto di voler tornare al governo e ai provvedimenti di un governo stretto tra i compromessi tra destra e sinistra. Lo stesso discorso vale per il binomio Calenda-Renzi.

Il sondaggio ipotizza quindi un “effetto Churchill”: il leader britannico, dopo aver guidato il Regno Unito contro la minaccia dell’invasione della Germania nazista, subì una cocente sconfitta elettorale. Gli elettori premiarono i laburisti e il loro piano di Welfare State. “Occorre ricordare spesso quell’episodio, che ci insegna sempre che la competizione elettorale si gioca sul futuro, non sul passato. Stiamo a vedere”. (dal quotidiano “Il riformista”)

I sondaggi sono fatti apposta per essere smentiti, ma qualche indicazione la forniscono e poi finiscono con l’influenzare gli elettori in una sorta di competizione fine a se stessa, che può portare anche ad esiti piuttosto strani.

Faccio una piccola digressione con un richiamo alla storia ed alla tradizione del canto corale a Parma. Mio padre era stato corista (secondo tenore) della corale Giuseppe Verdi in aperta e gloriosa concorrenza con la corale Euterpe. Mi raccontava spesso con quanta dedizione e con quanto spirito di sacrificio i coristi dei due gruppi si dedicassero, a livello puramente dilettantesco, a questa attività: una vera e propria scuola con maestri di grande valore e con raggiungimento di livelli artistici molto importanti. La passione di Parma per il canto non è un caso e viene da lontano. Mio padre però sosteneva, con il suo solito approccio disincantato, che la molla, forse fondamentale, per tanto impegno fosse la competizione, la sfida tra le due corali, il derby corale potremmo dire. Tanto che, una volta arrivati alla fusione dei due gruppi, pensando di elevare ulteriormente il livello artistico, si ebbe la sgradita sorpresa di un allentamento dell’impegno: scemò l’entusiasmo. Mio padre mi raccontava che “nessuno” più andava alle prove, la tensione forte era venuta meno. Non so come finì, non conosco il prosieguo della vicenda. Mio padre mi voleva insegnare che anche nei campi più alti dell’attività umana bisogna stare un po’ coi piedi in terra, un po’ di sano realismo non guasta mai.

Certamente i cittadini sono molto preoccupati delle prospettive di una situazione zeppa di problemi gravissimi e sembrano rassegnati alla irrilevanza della politica rispetto ad essi. Forse la parentesi Draghi è stata subita come una bella favola da cui prima o poi bisognava comunque svegliarsi indipendentemente dal principe azzurro e dalle sue autorevoli scorribande internazionali.

La prova elettorale viene quindi vissuta quasi come una gara sportiva in cui non è affatto detto che vinca il migliore: da una parte quindi la tentazione di salire più o meno convintamente sul carro del vincitore che sembra chiamarsi Giorgia Meloni, dall’altra parte il ripiegamento velleitario su chi può dare alla sconfitta un senso disfattista o almeno disturbante (M5S e Verdi-sinistra). Orientamenti assai poco razionali e molto istintivi: voti di pancia per dirla brutalmente. Forse anche parte dell’astensionismo finirà con un voto concesso “alla boia”, alla viva il parroco, alla palla in tribuna.

Chi ha sostenuto il governo Draghi e chi si ostina a sostenerne una riedizione verrebbe penalizzato (vedi soprattutto Lega per il passato e terzo Polo Calenda-Renzi per il futuro). Il movimento pentastellato, che avrei pensato uscisse “asfaltato dalle elezioni”, rischia di uscirne molto bene, mantenendo il suo appeal di forza protestataria camuffata da progressista (ai danni di un PD decisamente scolorito e appiattito).

Enrico Letta aveva tatticamente scommesso su un’alleanza col M5S senza essere capace di gestirla, salvo fare rapidamente macchina indietro in nome della difesa del governo Draghi, ma bruciando l’alleanza con Calenda e rimanendo attaccato ad una “sinistrina” rosso-verde che gli sta rubando voti e coerenza. In buona sostanza il PD non è né carne né pesce, l’unico pesce, peraltro lesso, è Letta.

Si va verso il peggior governo bilanciato dalla peggior opposizione, una sorta di beffa democratica con ulteriori probabili elezioni a breve scadenza in una deriva che sembra non avere fine. Il resto lo faranno gli eventi bellici, economici, sanitari, finanche metereologici.

Non ha tutti i torti chi fa riferimento all’effetto Churchill/Draghi: acqua passata non macina più. L’acqua futura è tutta da scoprire: potrebbe uscirne anche un Parlamento senza capo né coda. Ci sono tutti i presupposti perché ciò accada nonostante il segno elettorale di un centro-destra compatto ma diviso, forte quantitativamente ma irrilevante politicamente, a metà strada fra il cambio di marcia e il motore imballato, con la sciagurata probabilità dell’arrivo di un meccanico chiamato “troika”.

Auguri a Mattarella: la gente lo gode e sembra quasi divertirsi a rimettere nelle sue mani la patata bollente. Speriamo che non si stanchi…  Dopo aver giocato il jolly-Draghi, cosa studierà per tirarci fuori dalla cacca?

 

 

 

Partiti dalla democrazia e diretti a…

“Dopo la tempesta di Tangentopoli, la scomparsa dei partiti nelle forme novecentesche di organizzazione politica ha coinciso sostanzialmente con l’estinzione della loro ragion d’essere, di ciò che costituiva il nucleo vitale della loro azione: la selezione dei quadri in base alle regole statutarie della democrazia interna, il coinvolgimento della base sociale, la passione della militanza, l’insediamento e il radicamento territoriale, ecc.

Quelle formazioni che ancora oggi, per un incontrollabile riflesso condizionato, ci ostiniamo a chiamare partiti, hanno sepolto definitivamente il loro fondamento storico-politico, sancito dalla nostra Carta costituzionale (art.49). Sono diventati piuttosto dei brand effimeri, concepiti da un leader che si atteggia da manager aziendale, e che ne gestisce tempi, modalità, alleanze e/o incompatibilità, secondo i criteri del marketing per trarne il massimo profitto nella gestione del fluttuante mercato delle opinioni.

Anche il Partito Democratico, che pure – attraverso la sequenza delle sue metamorfosi politico-culturali (PCI-DC, PDS, DS, PD] – si è sforzato di conservare l’apparenza della tradizionale forma-partito, è stato inesorabilmente contagiato dal virus del leaderismo correntizio. In particolare, i dirigenti locali del PD,  provenienti dagli organismi burocratici del funzionariato del PCI, hanno approfittato degli sconvolgimenti provocati dal tumultuoso trapasso di fine secolo, per occupare i ruoli principali del potere politico: come membri delle assemblee e dei governi regionali, delle rappresentanze parlamentari in Italia e in Europa, nei corpi intermedi, ovvero in tutti quegli enti, a partecipazione statale, per la produzione, la diffusione e valorizzazione di beni e servizi di interesse generale (consorzi, cooperative, ivi comprese le ASL).

Il curriculum di questi dirigenti, ex-funzionari di partito, mostra con evidenza un tratto di ininterrotta simbiosi tra attività politica e attività professionale. Si tratta di persone che hanno integralmente riconvertito, fin dalla prima giovinezza, la militanza politico-burocratica in un mestiere a tempo indeterminato. L’unica attività lavorativa nella quale si sono specializzati è stata la progressiva occupazione dei centri decisionali del potere politico-amministrativo. Ed è stato proprio questo processo simbiotico tra sfera pubblica e curriculum vitae professionale, tra rappresentanza sociale e carriera personale, l’origine della formazione della “casta” partitocratica, nonché del conseguente contraccolpo populista-movimentista, che ha trascinato l’attività politica nel buco nero del qualunquismo e dell’incompetenza – con la promozione di un ceto dirigente spesso ignaro dei minimi rudimenti storico-culturali della democrazia rappresentativa”.

Così ha recentemente scritto Fausto Pellecchia in un interessante e profondo articolo pubblicato su MicroMega. Mi chiedo: è qualunquista l’attuale classe politica o è qualunquista la gente che più o meno schifata si ritrae di fronte alla squallida scena politica? Qualunquismo chiama qualunquismo. Il vero problema non è tanto l’astensionismo, che appare come un atto di accusa verso l’attuale sistema partitocratico, ma la possibilità che la sfiducia verso la politica si possa trasformare nel tempo in sfiducia verso le istituzioni democratiche con tutto quel che ne potrebbe conseguire. Stiamo scherzando col fuoco.

La scelta forzata di dare vita al governo Draghi da parte del presidente Mattarella voleva essere una scrollata al sistema politico per ottenerne un ravvedimento operoso. Invece è stato vissuto dai partiti come un attentato alla propria sovranità o come una comoda alternativa a loro stessi e siamo tornati daccapo in tempi più brevi di quanto ci si potesse aspettare. Con l’aggravante di aver sprecato una carta importante.

Non c’è stato alcuno scatto d’orgoglio, ma solo un piatto ritorno alla vuota ritualità partitica, spacciando per bagno elettorale rigenerante la riproposizione di schemi e programmi inconsistenti, accompagnati dalla gerarchica imposizione di esponenti politici calati dall’alto.

L’aspetto più grave e sconfortante riguarda la sinistra politica. Sì, perché come diceva Marco Pannella, mentre la destra è capace di tutto, la sinistra è capace di niente. Una constatazione avvalorata dalla storia e ribadita dall’attualità. Ma se la sinistra diventa mera conservazione del potere senza peraltro averne la cultura, chi potrà mai innescare processi progressisti per la nostra società? Se l’unico leader di partito degno di questo nome risulta essere Giorgia Meloni, forse siamo arrivati al capolinea della democrazia, non tanto per i pur evidenti rischi di ritorno a concezioni pseudo-fasciste, ma per assenza pressoché totale di vitalità politica.

Stefano Fassina dice: “Mi torna sempre più spesso in mente un’amarissima conclusione del compianto Alfredo Reichlin: “La finanza decide, i tecnici amministrano, i politici vanno in televisione”. Mi permetto sommessamente di aggiungere: e gli elettori non possono che votare a vanvera o starsene a casa.

Mio padre, quando voleva fustigare la politica, giocando sul significato delle parole, diceva ironicamente facendo ricorso al dialetto: “I partì e i rivè…”. I partiti sono partiti  allontanandosi dal loro percorso democratico, per arrivare non si capisce dove.

 

 

 

Contro il pallone la ragion non vale

“La dura legge del calcio. Sinisa Mihajlovic non è più l’allenatore del Bologna. Da diversi giorni la sua panchina aveva cominciato a scricchiolare, perché nello sport a contare sono sempre e soltanto i risultati. E i tre pareggi e le due sconfitte che dopo cinque giornate di campionato relegano il Bologna nella parte bassa della classifica sono inequivocabili numeri. «Anche se Sinisa Mihajlovic da oggi non sarà più l’allenatore del Bologna – ha detto subito dopo l’annuncio dell’esonero il proprietario del Bologna Joey Saputo, canadese di origini italiane –, questa società e tutte le persone che la compongono saranno sempre al suo fianco fino alla sua completa e totale guarigione e nel prosieguo della sua carriera. È stata la decisione più difficile che ho preso da quando sono presidente del Bologna».

La dura legge dello sport, appunto. E soprattutto di un calcio che ha sempre più a che vedere con ragionamenti economico-finanziari. Ciò detto, a pagare in questi casi è sempre fatalmente l’allenatore. Anche se tre anni fa, il mister in questione aveva commosso tutti con l’annuncio della sua malattia (la leucemia), poche settimane dopo aver salvato il Bologna subentrando in corsa a fine gennaio 2019 a Filippo Inzaghi. Il suo spirito da combattente era stato in fretta inoculato alla squadra e l’impresa salvezza compiuta con 30 punti in 17 giornate e il decimo posto in classifica”. (dal quotidiano “Avvenire”)

Mio padre considerava l’allenatore “un professionista” da giudicare come tale, senza sottovalutarlo, ma anche senza enfatizzarne il ruolo. Mi sembra che l’attuale andamento del mondo calcistico tenda ad esagerarne la funzione e di conseguenza a scaricargli addosso soprattutto colpe e responsabilità eccessive.

Come non ricordare quando di fronte ad errori clamorosi di un giocatore (occasione da goal fallita, passaggio decisivo totalmente errato etc.) mio padre provocatoriamente affermava: “L’ é tutta colpa ‘d alenadór”. Lo scarica barile è un mezzuccio che non risolve i problemi, intendeva dire.

Consentitemi di riportare un piccolo episodio, questa volta, davanti al video, vale a dire una delle solite vuote interviste propinate ai fanatici del pallone. Parla il nuovo allenatore di una squadra, non ricordo e non ha importanza quale, che ottiene subito una vittoria ribaltando i risultati fin lì raggiunti. L’intervistatore chiede il segreto di questo repentino e positivo cambiamento e l’allenatore risponde: “Sa, negli spogliatoi ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti che dovevamo vincere”. Non ci voleva altro per scatenare la furia ironica di mio padre che, scoppiando a ridere, soggiunse: “A s’ capìssa, l’alenadór äd prìmma,  inveci, ai zugadór al ghe dzäva äd perdor”. Anche gli allenatori si fanno degli autogol, non sanno essere solidali fra di loro e si lasciano risucchiare nel tritacarne pallonaro.

A proposito di allenatori poco fortunati ne voglio citare uno del Parma (non ricordo il periodo, ma non ha alcuna importanza), un certo Canforini, tecnico che dalle formazioni giovanili era approdato alla prima squadra. Le cose obiettivamente non andavano bene, la squadra era indiscutibilmente in crisi e, succedeva purtroppo anche allora, scattò la contestazione dei tifosi. Ognuno è ovviamente libero di esprimere le proprie critiche, più che mai in un ambiente come lo stadio, ma a tutto c’è un limite. Al termine dell’incontro, finito molto male per il Parma, l’allenatore Canforini fu accolto all’uscita dagli spogliatoi da una pioggia di sputi. Mio padre lo imparò il giorno successivo dalle cronache del giornale, perché evitava scrupolosamente i dopo-partita più o meno caldi. Ne rimase seriamente turbato dal punto di vista umano e reagì, alla sua maniera, dicendomi: “E vót che mi, parchè al Pärma l’à pèrs, spuda adòs a un òmm, a l’alenadór? Mo lu ‘l fa al so mestér cme mi fagh al mèj. Sarìss cme dir che se mi a m’ ven mäl ‘na camra al padrón ‘d ca’ al me dovrìss spudär adòs! Al m’la farà rifär, al me tgnirà zò un po’ ‘d sòld, mo basta acsì.”

Mio padre esercitava il mestiere di imbianchino e quegli sputi se li era sentiti addosso, faceva infatti un paragone e ipotizzava di venire sputacchiato in caso di brutta tinteggiatura di una stanza. Non poteva concepire un’offesa del genere, soprattutto in conseguenza di un fatto normalissimo anche se spiacevole: perdere una partita di calcio. E continuò dicendo: “Bizòggna ésor stuppid bombén, a ne s’ pól miga där dil cozi compagni.” É una delle cose dette da mio padre che mi è rimasta più impressa. Peccato che allo sfortunato Canforini non bastò ad evitare l’esonero ma fu sufficiente, senza saperlo, ad avere la solidarietà di un uomo che lavorava e sbagliava né più né meno come lui. Non so come proseguì la carriera di Canforini, se tornò ad allenare le giovanili, se cambiò squadra, se cambiò mestiere, se cambiò città, ma continuò ad avere tutta la mia “guidata ed ispirata” solidarietà.

Ho tirato in ballo la eloquente saggezza di mio padre. Aggiungo una considerazione che potrebbe sembrare moralistica ed in effetti la è per un ambiente che oserei definire amorale (basti pensare ai compensi milionari, ai bilanci truccati, agli scandali vari, etc. etc.). Non c’è molta differenza fra gli sputi riservati al suddetto Canforini e l‘esonero di Sinisa Mihajlovic. Se possibile quest’ultimo gesto è ancor peggiore, perché il primo tutto sommato risentiva del fanatismo dei tifosi, mentre il secondo è frutto gelido di un calcolo di presunta convenienza economica.  Lo stupido andazzo calcistico non si ferma nemmeno di fronte ad una grave malattia: non c’è rispetto non solo per il lavoro di un professionista, ma persino per la sua persona. Il provvedimento della società calcistica bolognese è affrettato, inopportuno, irresponsabile e umanamente odioso. Un motivo in più per seguire con crescente scetticismo le vicende calcistiche e per guardare con ulteriore distacco al più bello degli sport, a cui progressivamente stanno togliendo tutto il buono per lasciarvi solo…i soldi.

 

 

 

Mediocrità dell’impossibile

La politica è stata definita da Otto von Bismarck ed è tuttora definibile come l’arte del possibile: non scienza ma arte, vale a dire non freddo calcolo sulla realtà, ma fantasia applicata al cambiamento della realtà. Possibile in quanto basata sul compromesso, seppure collocato ai livelli più alti dei valori e delle idealità.

Resto scettico di fronte al ministro della salute Roberto Speranza, che si trincera dietro due principi astratti posti contraddittoriamente a fondamento della politica in campo sanitario: la difesa della vita della persona e il riferimento assoluto alla scienza. Il primo deve essere calato nella realtà non per sminuirne la sacrosanta carica ideale, ma per trovare il “possibile”, che certamente non è la rinuncia alla sanità pubblica per affidarsi a quella privata, ma nemmeno il riempirsi la bocca di sani principi per poi non essere capaci di finanziare, potenziare, razionalizzare e gestire adeguatamente le strutture e il personale sanitario. Il secondo principio tende a spostare la politica dall’area della fantasia creativa a quella dell’adesione fideistica verso la determinazione scientifica: il governo affidato agli scienziati.

L’emergenza pandemica è stata affrontata e (non) gestita proprio così: con strutture e personale inadeguati per carenze storiche e scelte sbagliate del passato, ma senza correre minimamente ai ripari, affidandosi alla retorica dell’eroismo sanitario più che all’interventismo immediato e concreto; con assoluto e univoco affidamento alla vaccinazione con relativa criminalizzazione di chi ha osata metterla in discussione, nascondendo e coprendo con essa le carenze di tutto il sistema.  La politica ha rinunciato al suo compito di scegliere a favore delle persone, rimettendosi ai peraltro confusi e contraddittori dettati della scienza. Questa, caro ministro e politico di sinistra, non è sinistra. Non basta esorcizzare la sanità privata, occorre potenziare e far funzionare quella pubblica. Non basta rispettare gli indirizzi degli scienziati, occorre calarli in un contesto di scelte umanamente concrete e politicamente eque e rispettose dei diritti.

Se vogliamo allargare il discorso dalla sanità a tutta la società ci troviamo in presenza di due inconfessabili autoconvinzioni: da una parte la destra che conta di “vincere” le elezioni ben sapendo in partenza di non essere in grado di governare, avendo i voti, ma non avendo idee, personale politico, storia, preparazione all’altezza della situazione interna ed internazionale; dall’altra parte la sinistra che punta a “perdere” con onore accontentandosi di sopravvivere e di salvare il salvabile a livello di continuità democratica del sistema.

La destra è alla disperata ricerca di personaggi che possano sdoganarla dalla prigione populista e sovranista in cui si è cacciata (la ricerca assomiglia molto a quella dell’ago nel pagliaio): tutto egoismo spacciato per realismo (il possibile), tutta sostanziale anche se omertosa nostalgia di un vergognoso passato spacciato per cambiamento (arte).

La sinistra non ha il coraggio di scandagliare fino in fondo l’inaffidabilità democratica e costituzionale della destra, dice e non dice, tende ad ergersi ben oltre la polemica sull’antifascismo (posizione non di comodo, ma di verità), però non ha l’autorevolezza per una propria proposta programmatica e finisce per fare anacronistiche battaglie di principio col rischio di non essere credibile ed autorevole: poca fantasia artistica e scarsa ricerca del possibile. Aggiungiamoci una discutibile qualità della classe dirigente e il fantasma di Mario Draghi che continua ad aleggiare e arriviamo al balbettio di Entico Letta spacciato per equilibrato senso politico.

In conclusione la politica non è più l’arte del possibile, ma lo squallido artigianato dell’impossibile. Ecco perché continuo a ritenere che forse l’unica via d’uscita rispetto allo strisciante e pericoloso pantano dell’ingovernabilità in cui rischiamo di sprofondare possa essere non tanto una riedizione del governo Draghi, ma una presidenza della Repubblica di Mario Draghi, una riforma presidenzialista di fatto che dia alla destra la patente “governista” e alla sinistra quella “opposizionista” e ci consenta di vivere all’onor del mondo. Poi si vedrà. Di una cosa sono convinto: lo scenario attuale è molto precario e quindi ci vorrà tempo per tornare alla politica quale arte del possibile. Speriamo di arrivarci senza cadaveri intermedi.

La diaspora del “rudo”

Il New York Times torna a parlare di Roma e dei suoi rifiuti. Il quotidiano statunitense dedica alla Capitale, in un articolo uscito il 29 agosto scorso, un reportage che racconta i giorni della crisi legata all’incendio di vaste proporzioni nella discarica di Malagrotta, che ha finito per interessare un impianto di trattamento meccanico biologico (tmb) dei rifiuti, definendo Gualtieri un sindaco che “osa sognare” perché vuole realizzare un termovalorizzatore. Soluzione che stavolta potrebbe essere “quella definitiva”. 

“Da anni ormai, nulla simboleggia la caduta di Roma più della sua crisi dei rifiuti – si legge nell’articolo – un serraglio di cinghiali, gabbiani violenti e ratti si riunisce per banchettare con i detriti della capitale. All’inizio dell’estate, una serie di incendi sospetti in impianti di rifiuti e sfasciacarrozze – letteralmente incendi di cassonetti – ha oscurato il cielo, soffocato l’aria e sollevato lo spettro dell’incendio doloso e della criminalità organizzata”.

“Poi, quando sembrava che – aggiunge – la puzza dei rifiuti di Roma non potesse peggiorare, una disputa sulla costruzione di un nuovo inceneritore per la città è emersa come motivo dichiarato di un ammutinamento politico che ha fatto cadere il governo di unità nazionale del primo ministro Mario Draghi a luglio. Il giorno della rivolta, mentre seguiva l’evolversi del dramma politico dal suo ufficio con vista sul Foro Romano, il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, è sembrato confuso dal ruolo che lui e il problema dei rifiuti della sua città hanno avuto nell’inaspettato crollo del governo. ‘Formalmente il motivo sono io’, ha detto. Almeno Gualtieri, un veterano della politica di sinistra, è emerso dal naufragio con l’autorità di accelerare la costruzione di un impianto di termovalorizzazione dei rifiuti per Roma da circa 600 milioni di euro, che spera gli permetta di avere successo dove altri hanno fallito”. 

L’articolo, tra l’altro, ricorda che Gualtieri “in qualità di ex ministro dell’Economia, ha contribuito personalmente a ottenere miliardi di euro di fondi dell’Unione europea per l’Italia, con una fetta significativa per Roma e altri impianti del piano rifiuti della città. Ha parlato di 1,4 miliardi di euro aggiuntivi da parte del governo italiano per contribuire alla preparazione dei pellegrini che visiteranno la città e il Vaticano durante l’Anno Santo del 2025 come se fosse un affare fatto. E ha già avuto successo nell’attrarre investitori privati per finanziare il nuovo inceneritore. “Il problema non è il denaro”, ha detto.

L’articolo racconta poi le varie fase previste dal piano rifiuti firmato dal sindaco dem. A partire da Ama. “Entro la fine dell’anno la città assumerà circa 650 persone per pulire le strade, e poi entro due anni il Comune dovrebbe mettere nuovi cassonetti nelle strade. Mentre la terza fase inizierebbe nel 2025, verso la fine del mandato, quando appunto dovrebbe entrare in funzione il termovalorizzatore”. (Romatoday)

Quando le reprimende arrivano dall’estero mi torna alla mente il presidente della Repubblica Sandro Pertini: aveva mille ragioni quando sosteneva che il popolo italiano non è primo, ma nemmeno secondo a nessuno. Noi invece tendiamo ad auto-screditarci irrimediabilmente. Tanti anni fa ebbi modo di pranzare occasionalmente ed in gruppo assieme a Piero Bassetti, autorevole personaggio pubblico di provenienza lombarda, ma di livello nazionale ed internazionale: sosteneva di aver girato mezzo mondo e di aver concluso obiettivamente come il Paese dove si vive meglio sia l’Italia.  Forse è opportuno che ce ne ricordiamo, non per imbrodarci nelle auto-lodi, ma per sopportare meglio le pur sacrosante critiche che arrivano da lontano e soprattutto per reagire costruttivamente ad esse.

Fatta questa “patriottica” premessa, aggiunto che gli statunitensi farebbero meglio a guardare come in casa loro vengono trattati quelli che considerano rifiuti umani (messicani, neri, delinquenti vari, etc. etc.), vengo a qualche riflessione sulla vergognosa incapacità romana di ripulire una volta per tutte la città dai rifiuti senza palleggiarli da un sindaco all’altro e senza ideologizzare il problema tra raccolta differenziata e termovalorizzatori.

Mentre i politici dissertano sul sesso dello smaltimento, la città convive con la sporcizia. I sindaci si susseguono, ma i rifiuti rimangono, forse addirittura crescono. È possibile che nella capitale non si riesca ad avviare seriamente a soluzione questo annoso e vergognoso problema? Possibilissimo! Il problema viene palleggiato fra destra e sinistra politica, che di fronte a questa normale e colpevole emergenza pari sono (parità che purtroppo si allarga a molte problematiche), tra teorie igienico-ambientaliste contrapposte e basate sul riciclaggio (raccolta differenziata) o sull’incenerimento (termovalorizzatori), tra inefficienze degli enti preposti e strumentalizzazioni delinquenziali del disagio, tra amministrazioni locali e governo regionale e centrale, tra soluzioni provvisorie e illusioni radicali.

L’ultimo clamoroso passaggio riguarda l’inceneritore, che, anziché bruciare i rifiuti, ha contribuito a bruciare il governo Draghi: intendiamoci bene è stato solo un pretesto per dare la spallata a ciò che da tempo si faceva fatica a sopportare, tuttavia la politicizzazione del problema ha raggiunto l’apice.

Qualcuno sostiene che l’attuale sindaco si illuda di risolvere il problema a suon di miliardi investiti nell’incenerimento. Forse sarebbe opportuno lasciarlo lavorare, anzi metterlo in condizione di far lavorare tutti coloro che dovrebbero essere impegnati nella trafila dei rifiuti. Sì, perché ho da sempre l’impressione che ci sia molta pigrizia e molto menefreghismo se non addirittura disfattismo.

Fatto sta che la capitale continua a vivere coi rifiuti sotto casa: è una vergogna! Mi viene il dubbio che possa essere l’immagine eloquente dell’inadeguatezza dei pubblici amministratori ad affrontare e risolvere i problemi dei cittadini. Una bella conseguente spinta alla sfiducia verso la politica. Ricordiamoci che la prima definizione di “politica” risale ad Aristotele ed è legata all’etimologia del termine; secondo il filosofo, “politica” significava l’amministrazione della “polis” per il bene di tutti. Sarà necessario tornare a questo concetto. Anche perché senza questa forte motivazione si può finire veramente tutti dentro il cassonetto dell’inciviltà.

 

 

 


La berretta rossa suscita invidia

Solitamente mite e prudente, questa volta il pastore ambrosiano lancia un duro – e sarcastico – attacco alle scelte cardinalizie del papa. «Neanche il Padreterno sa che cosa pensino i gesuiti», scandisce. L’arcivescovo metropolita di Milano, monsignor Mario Delpini, mai promosso cardinale in una città dove solitamente arriva la porpora, ha lanciato una vera e propria bordata al Pontefice. Nel giorno in cui cadeva la ricorrenza del patrono sant’Abbondio, nel duomo di Como, si è svolto il pontificale celebrato da Oscar Cantoni, fresco di porpora. Era la prima messa da cardinale per Cantoni. E Delpini, alla guida della delegazione dei vescovi lombardi, ha preso la parola: «Mi faccio voce della Conferenza episcopale lombarda e di tutte le nostre chiese… Ci sono state delle persone un po’ sfacciate che si sono domandate perché il Papa non abbia scelto il metropolita (Delpini, ndr) per fare il cardinale e abbia scelto invece il vescovo di Como. Ora io credo che ci siano delle buone ragioni per questo. Naturalmente interpretare il pensiero del Santo Padre è sempre un po’ difficile perché forse vi ricordate quell’espressione altissima di una sapienza antica che diceva che tre sono le cose che neanche il Padreterno sa: una è quante siano le congregazioni delle suore, l’altra è quanti soldi abbia non so quale comunità di religiosi e la terza è che cosa pensino i gesuiti. Ma in questa scelta mi pare si riveli chiaramente la sapienza del Santo Padre».

Perché ha optato per il vescovo di Como per essere un suo particolare consigliere? Io ho trovato almeno tre ragioni. La prima è che il Papa deve aver pensato che l’arcivescovo di Milano ha già tanto da fare, è sovraccarico di lavoro, e quindi ha detto: bisogna che lavori un po’ anche il vescovo di Como e quindi ha pensato di dare un po’ di lavoro anche a te (rivolgendosi a Cantoni, ndr). La seconda ragione è che probabilmente il Papa ha pensato: quei bauscia di Milano non sanno neanche dov’è Roma, quindi è meglio che non li coinvolga troppo nel governo della Chiesa universale. E forse c’è anche un terzo motivo. Se mi ricordo bene, il Papa è tifoso del River (in realtà Jorge Mario Bergoglio tifa per il San Lorenzo, ndr) che non ha mai vinto niente, e forse ha pensato che quelli di Como potrebbero essere un po’ in sintonia perché si sa che lo scudetto è a Milano». (Domenico Agasso sul quotidiano “La stampa”)

Mia sorella Lucia, nella sua implacabile schiettezza, non sopportava i grilloparlanteschi atteggiamenti della gerarchia cattolica nelle sue varie espressioni centrali e periferiche, volti ad esprimere forti e generiche critiche ai politici, con cui peraltro non era affatto tenera. Rinviava però al mittente parecchi rilievi: “Sarebbe molto meglio che si guardassero loro, che ne fanno di tutti i colori, anziché scandalizzarsi delle malefatte delle persone impegnate in politica”.

Quando il mio parroco don Domenico Magri fu trasferito da una parrocchia cittadina a quella di Langhirano con i soliti metodi inaccettabili, quasi i sacerdoti fossero dei pacchi postali da mandare a destra e manca, mia sorella Lucia non seppe resistere alla tentazione di reagire in modo nettamente polemico rispetto al solito inaccettabile andazzo. Agli attacchi verso la Curia si sentì rispondere dall’allora potente vicario generale della diocesi: «Nella Chiesa non ci devono essere problemi di carriera…». «Sì certo, ma il caso vuole che lei abbia fatto carriera, mentre don Domenico lo avete spedito in fretta e furia a Langhirano a farsi il mazzo…».

Ho preso volutamente a prestito questi sfoghi di mia sorella per introdurre la mia stupita stigmatizzazione dell’atteggiamento da osteria religiosa, tenuto dall’arcivescovo di Milano in aperta e sarcastica polemica con papa Francesco.  Se aveva qualcosa di serio da obiettare lo doveva fare nei modi e nei tempi dovuti, altrimenti avrebbe dovuto starsene buono e zitto, anche perché la questione sollevata appare come una polemica personale decisamente inopportuna e scorretta.

Non ho idea di come reagirà pubblicamente e/o privatamente il papa. Già l’istituto del cardinalato suscita qualche perplessità: puzza di carriera nobiliare lontano un miglio. Se poi ci aggiungiamo polemichette da quattro soldi, dettate da risentimenti personali da parte dei mancati porporati, arriviamo al top del non senso.

Il vescovo Delpini, nascondendosi dietro la propria incontenibile invidia, si fa probabilmente interprete di una “equilibristica” preoccupazione crescente nella gerarchia per il dopo Bergoglio: papa Francesco è sempre più fisicamente provato, si intravedono possibili sue dimissioni. Da una parte molti sarebbero felici e contenti che il suo papato finisse il più in fretta possibile per ritornare indietro. Dall’altra parte il sommo pontefice ha il diritto-dovere di creare i presupposti per una continuità con i suoi indirizzi teologici e pastorali e questo infastidisce i tradizionalisti. Sul collegio cardinalizio si scaricano queste tensioni anche in vista di un eventuale ravvicinato conclave.

Stesse in me, i signori cardinali li manderei tutti a farsi il mazzo nelle più calde periferie della Chiesa. Papa Francesco non può arrivare a tanto, si permette però di concedere la porpora a chi ha lavorato, lavora e lavorerà nella linea evangelica dell’attenzione agli ultimi e in spirito di autentico servizio. Evidentemente Mario Delpini, che fa finta di non capire, non corrisponde a questa impostazione e la sua scomposta e presuntuosa reazione lo sta a dimostrare: credo che per lui la porpora sia diventata impossibile. Se ne faccia una ragione. Se tutti i problemi della Chiesa si riducessero alle incazzature dell’arcivescovo di Milano…