Quando l’astensione diventa obiezione di coscienza

Franco Monaco, politico e giornalista di valore, in un articolo intitolato “Astensione, il grande male della democrazia italiana”, apparso sul mensile Jesus, scrive: «Merita interrogarsi sulle ragioni dell’astensionismo. Per titoli e con specifico riguardo al caso italiano: le regole elettorali che sottraggono al cittadino elettore la scelta dei propri rappresentanti (eclatante nelle politiche), il tramonto delle grandi narrazioni che generavano senso di appartenenza e mobilitazione, il declino dello strumento principe della partecipazione nelle democrazie rappresentative che è il partito politico, la sensazione che sia più sbrigativo e funzionale affidarsi a soluzioni di stampo tecnocratico o al leader risolutore, la diffusione dei social media  in chiave sostitutiva piuttosto che integrativa della partecipazione ai processi decisionali affidati al voto. Il voto è un’arma, una singolare opportunità. Chi si sottrare acconsente a che altri decidano per lui. Non a torto si osserva che, questa volta, la posta in gioco è singolarmente alta. Anche per il contesto internazionale in cui si inscrive. Al punto che taluni stabiliscono un paragone con il 1948. Qualche consiglio? Informarsi sui programmi e candidature, interrogarsi sulle prevedibili conseguenze del proprio voto, maturare un giudizio personale non indotto da media politicamente asserviti, dare credito infine a chi si mostra più serio e responsabile nel non promettere l’impossibile, un’offesa alla nostra intelligenza».

Mi corre l’obbligo innanzitutto di ringraziare Franco Monaco per la saggezza e l’equilibrio con cui affronta il delicato argomento dell’astensionismo, anche perché confesso di sentirmelo addosso, incerto come sono sul da farsi nella mia qualità di cittadino elettore appassionato di politica. L’analisi delle cause è, oserei dire, perfetta, così come i consigli sono molto concreti e positivi.

Non mi dilungo sulla (in)credibilità dei partiti che è sotto gli occhi di tutti e che mi sta creando un gravissimo imbarazzo: la politica sganciata dai valori e dagli ideali si riduce a bottega dell’impossibile o del “basta che sia” pur di ottenere il consenso. Di qui nasce la mia “disperata rassegnazione” alla motivata e sofferta presa di distanza.

Non sono d’accordo che l’astensione dal voto significhi automaticamente e pericolosamente una qualunquistica fuga dalle proprie responsabilità ed un mero passaggio del cerino acceso nelle mani dei concittadini elettori. Può essere, come nel mio caso, frutto di un’autentica crisi di coscienza, una sorta di desistenza da un’assurda battaglia di cui non si coglie il senso compiuto.

Pur mettendo in atti tutti suggerimenti forniti con perfetto tempismo da Franco Monaco sto arrivando, anche se non è ancora detta l’ultima parola, ad una sempre maggiore spinta verso l’astensione. Più mi informo sui programmi e più ne colgo l’inadeguatezza e la contraddittorietà, più valuto le candidature (è pur vero che la politica cammina sulle gambe degli uomini e delle donne) e più mi convinco di una drammatica carenza di classe dirigente ai vari livelli (salvo pochissime e oserei dire irrilevanti eccezioni). Più leggo ed ascolto, nel modo più oggettivo e imparziale possibile, le proposte elettorali, raffrontandole con la drammaticità dei problemi, e più mi convinco della loro superficialità ed inconsistenza.

Sto provando a ripiegare, persino sentimentalmente, sulla posta in gioco: arrivo persino a ipotizzare un pericolo di ritorno in chiave populista e sovranista ai fantasmi (?) del fascismo. Più di così… Ebbene, anche mettendomi su questo piano inclinato, non riesco a scovare il bandolo della matassa per una seria e credibile diga alle derive antistoriche che stiamo rischiando. La destra ci sguazza dentro, la sinistra ci sguazza fuori.

Anche il discorso del “meno peggio”, che mantiene anche teoricamente una sua ragion d’essere non mi aiuta più di tanto: sono stanco di rincorrere il meno peggio, rimanendo regolarmente deluso ed umiliato. Meglio puntare al meglio magari facendo una pausa di riflessione ed osservazione. In fin dei conti la politica è importantissima, ma non è tutto nella vita individuale e collettiva. Qualcuno ha affermato che la democrazia comincia il giorno dopo delle elezioni. Ebbene si può forse saltare direttamente al dopo.

Sto persino provando a ragionare solo nel mio cervello e a farmi condizionare dalla coscienza maturata nel tempo, a rinverdire gli insegnamenti paterni, a ripercorrere le mie esperienze di impegno e partecipazione, lasciando perdere il frastuono della propaganda e persino quello delle più sofisticate e colte analisi. Può darsi che sia questo il percorso giusto. Me lo auguro. Se arriverò alla probabile decisione di astenermi lo avrò comunque fatto non alla leggera e dopo un pur sempre utile esercizio culturale. Se mi rassegnerò al voto, che Dio mi e ci illumini. Rinnovo comunque un sentito grazie a Franco Monaco!

Il presidenzialismo dietro l’angolo

Il presidenzialismo in Italia “penso sarebbe un gravissimo errore”. Per questo “combatteremo per evitarlo”. Lo dice il segretario del Pd Enrico Letta. “Sono contrario – spiega Letta- non perché pensi che il presidenzialismo porti a una dittatura, ma perché la nostra Costituzione è anti-presidenzialista. Chi propone oggi la torsione presidenziale non sta proponendo un aggiustamento della Carta ma la sua cancellazione per andare verso un impianto sbagliato che gioca sull’uomo forte o la donna forte di cui il nostro sistema non sente il bisogno”.

Ineccepibile, ma non basta. Occorre infatti scongiurare il ricorso pretestuoso e strumentale al presidenzialismo, garantendo comunque la governabilità tramite l’instaurazione di un sistema elettorale che la consenta. Non sono un patito di questo problema e non annetto ai meccanismi elettorali poteri taumaturgici sulla salute della democrazia. Tuttavia bisogna uscire dagli equivoci – l’attuale sistema denominato rosatellum ne è un’eclatante esempio – e scegliere finalmente tra sistema elettorale maggioritario e proporzionale possibilmente senza aggiustamenti stravolgenti e confusionari.

Il sistema maggioritario rimette sostanzialmente ai cittadini la scelta del governo da cui farsi governare, mentre il sistema proporzionale riserva la ricerca degli equilibri di governo al Parlamento ed ai partiti. Dal momento che la politica espressa dai partiti e quindi dai loro gruppi parlamentari risulta molto debole e assai poco credibile, non rimane altro che rinunciare al purismo rappresentativo per avere dalle urne la prefigurazione di uno schieramento governativo.

Purtroppo la politica debole uscita dalla porta rischierebbe di rientrare dalla finestra tramite improvvisate e opportunistiche coalizioni, che di maggioritario non hanno la virtù, ma soltanto la necessità di vincere in qualche modo le elezioni, salvo magari mandare tutto in crisi alle prime difficoltà di rapporti tra i forzati coalizzati. Potrebbe cioè scattare il ricatto da parte di un anello della catena, magari anche qualitativamente debole, ma sufficiente a creare scompiglio nella maggioranza parlamentare.

E allora? Ad estremi mali estremi rimedi? Bisognerebbe sforzarsi di rimuovere, in tutto o almeno in parte, i mali che si chiamano debolezza dei partiti, inadeguatezza della classe politica e cattivo funzionamento delle istituzioni. Questa sarebbe la via maestra da battere, che è poi quella prevista dalla impostazione costituzionale.

Purtroppo si è partiti dal fondo, diminuendo quantitativamente il Parlamento e dandogli una sforbiciata nella speranza di innescare automaticamente una certa qual selezione dei candidati, una maggiore efficienza dell’organo ed un suo più puntuale e costruttivo rapporto col governo. Non potrà bastare: è uno dei ballon d’essai lanciati dai grillini in vena di costituzionalismo d’accatto.

Se la strada del rinvigorimento partitico, della riqualificazione dirigenziale, della razionalizzazione parlamentare non fossero sufficienti – tutto lascia temere ciò -, potrebbe essere necessario, anche se non risolutivo fino in fondo, passare ad un sistema presidenziale, che rafforzi l’autorevolezza governativa personalizzandola, che trovi nel voto la legittimazione e che restituisca alla politica un po’ di credibilità, seppure “populisticizzata”. In fin dei conti alcuni illustri costituenti erano favorevoli al presidenzialismo e in diversi paesi democratici è adottato questo schema senza eccessivi traumi sui capisaldi della democrazia e della rappresentanza.

Parlare di tutto ciò come stanno facendo i partiti in campagna elettorale mette il discorso sotto una luce sbagliata e manichea. Da una parte si brandisce il presidenzialismo come salto in alto ed evoluzione costituzionale, dall’altra parte lo si esorcizza come salto nel buio e come attentato alla Costituzione. Morale della favola: andiamo avanti così, ci teniamo il rosatellum con le sue spine, ci pungiamo votando o ci difendiamo non votando; la politica ha la credibilità in picchiata; la sfiducia popolare intacca le istituzioni democratiche.

In fin dei conti il draghismo è stata una sorta di prova generale del presidenzialismo, andata buca dal momento che la politica ha reagito solo con la paura di essere tagliata fuori dai giochi. Mario Draghi ha colpito la politica, ma purtroppo l’ha affondata, non per colpa sua, ma per incapacità della stessa a ravvedersi e rinnovarsi.

Ho pensato in questo periodo ad un supplemento di prova con Draghi capo del Governo o capo dello Stato: chi ne sa e capisce più di me, mi ha risposto con l’assoluta impraticabilità di questa fantasiosa ipotesi. Draghi, anche per colpa di qualche suo errore, non tornerà in sella. Ci dovremo arrangiare e chi vivrà vedrà.

 

La luna di Letta e le stelle di Conte

Il M5S, al netto dell’istinto di sopravvivenza coltivato con una certa abilità da Giuseppe Conte, sta cavalcando propagandisticamente e furbescamente le tigri trascurate da un distratto e sgusciante partito democratico, timoroso di guardarsi impietosamente allo specchio e di imbattersi nelle proprie rughe.

Cominciamo dall’argomento più delicato e difficile: l’impegno belligerante dell’Italia. Pur tra contraddizioni e faziose strumentalizzazioni, il M5S ha tenuto e sta tenendo un atteggiamento critico sull’invio di armi all’Ucraina tendente all’infinito. Il PD si è invece appiattito sulla guerra difensiva e sul sostegno acritico all’Ucraina in ossequio totale e indiscutibile alle alleanze occidentali, a prescindere dal dettato costituzionale e dall’umore dei cittadini.

Da democristiano di sinistra, ai tempi della guerra nel Vietnam, aderii con parecchi amici alla raccolta di sangue a favore dei vietnamiti, che resistevano all’invadenza americana, al punto che la sezione di partito, di cui ero segretario, venne ironicamente soprannominata “sezione vietcong”: all’interno della DC convivevano sensibilità e idee diverse, che non mettevano comunque più di tanto a rischio l’unità del partito. Molto minori mi sembrano le divergenze di opinione tra PD e M5S. Allora perché non cercare con pazienza un punto d’incontro almeno a livello elettorale, magari solo nei collegi cosiddetti contendibili rispetto allo strapotere del centro-destra?

Discorso analogo si può fare sul reddito di cittadinanza. È chiaro che non bastano simili provvedimenti per risolvere i problemi della povertà e ancor meno del lavoro, tuttavia questo provvedimento voluto e difeso dai cinquestelle non è da scartare e soprattutto è da recuperare l’impegno sulle politiche sociali e del lavoro, che potevano essere un collante sufficiente per giustificare un’alleanza se non politica almeno elettorale. È purtroppo vero che il partito democratico ha da tempo perso feeling col mondo del lavoro e rischia di regalarne una fetta al M5S se non all’astensione.

Vengo ai vaccini e alla loro obbligatorietà: il Pd ne è stato un sostenitore accanito, il M5S ritiene che l’obbligatorietà sia stata una forzatura discutibile sul piano giuridico e del diritto e sostanzialmente inutile dal punto di vista concreto. Anche su questo punto un tentativo di mediazione poteva essere fatto senza stracciarsi le vesti. La lotta alla pandemia va governata dalla politica e non delegata alla scienza.

Il punto che ha interrotto sul nascere la collaborazione avviata tra PD e M5S è stata la messa in crisi del governo Draghi da parte dei grillini, che, a mio giudizio, peraltro hanno fatto la parte degli utili idioti a favore della destra. È stato un clamoroso autogol per il Paese e i pentastellati ne portano una buona responsabilità. Se non esistevano ragioni valide per abbattere prematuramente il governo Draghi è altrettanto vero che questo governo non era stato e non poteva essere il rimedio assoluto per tutti i mali dell’umanità. Tra l’esagerato spirito critico, tinto di venature personalistiche contiane, messo in atto dal M5S e il piatto ed acritico atteggiamento piddino di mera assuefazione al draghismo imperante, poteva esserci a mio avviso una mediazione preventiva, che avrebbe dovuto e potuto evitare la crisi di governo. Anche il dopo-crisi tuttavia non doveva necessariamente portare ad una dicotomia totale fra i due partiti, ma poteva consigliare una seppur minimale intesa elettorale contro la destra. Se è vero come è vero che la politica è l’arte del possibile, occorreva provarle tutte per salvare il salvabile.

Il partito democratico sconta l’inadeguatezza della propria classe dirigente, incapace di elaborare strategie e tattiche: Enrico Letta non ha il carisma e l’autorevolezza per guidare disegni politici di breve, medio e lungo respiro. Nel M5S abbiamo la totale assenza di classe dirigente, abbiamo un leader improvvisato e vacuo come Giuseppe Conte, abbiamo solo una voglia matta di recuperare identità e credibilità, persa strada facendo, a costo di frantumare e danneggiare la sinistra. Nel PD c’è lo storico senso di superiorità della sinistra che porta a regalare alla irrilevanza un serbatoio di voti numericamente consistente e politicamente interessante.

Conseguenza: è perfettamente inutile e contro-producente gridare “al lupo al lupo”, lasciandolo libero di conquistare l’elettorato, ricorrendo magari a qualche assist straniero, che rischia di ringalluzzire ulteriormente la voglia di provare a cambiare nel peggiore dei modi. Persino se la destra riuscisse a perdere o pareggiare, sarebbe comunque difficile trovare sbocchi governativi al di là dell’ormai monotono ricorso a Mario Draghi, considerate le lacerazioni avvenute nel campo del centro-sinistra. Sarebbe una sorta di tutti contro tutti voluto dalla miopia dei cittadini votanti, ma anche dalla irresponsabilità e inadeguatezza delle forze politiche. La sconfitta di Pirro!

Il caos calmo dentro e dopo le urne

Se è vero che la calma è la virtù dei forti, se, come sembra, gli italiani stanno trovando a destra la forza d’urto per esorcizzare i problemi, qualcosa sta cominciando a scricchiolare: la destra italiana direttamente o indirettamente sotto battuta, da Draghi a Biden a Ursula von der Leyen, sta perdendo la calma e quindi sta dimostrando di non essere forte.

L’altra sera mi sono imbattuto in Alessandro Sallusti che, rinunciando al suo peraltro ammirevole aplomb dialettico, ha sbiellato, probabilmente infastidito dal fantasma di Mussolini evocato da un libro di Antonio Scurati, certamente in difficoltà davanti alla prova democratica del sangue cui viene fin troppo poco sottoposta la destra italiana, per la quale è diventato ridicolmente irrilevante l’apporto del confuso moderatume filo-berlusconiano.

Gli argomenti divisivi si stanno moltiplicando, dal Pnrr al deficit di bilancio, e mettono in chiara difficoltà le prospettive governative di una destra, che sbanda prima ancora di mettere in moto la macchina. Se aggiungiamo le imbarazzate e imbarazzanti collocazioni europei ed internazionali arriviamo ad una autentica e vomitevole maionese impazzita. Le pierinate salviniane irritano non poco la già problematica verve governativa di Giorgia Meloni e le pur morbide bacchettate draghiane non fanno certo piacere, così come i dubbi di lealtà repubblicana restano nel pedigree di Salvini nonostante le frettolose smentite americane: il sasso in piccionaia è comunque arrivato anche se chi lo ha tirato tende a nascondere la mano.

Non so se gli italiani riusciranno a trasferire il loro voto dalla pancia alla testa o si intestardiranno in una sorta di orgoglio più reazionario che democratico. Fatto sta che, per chi vuol vedere, l’agitazione in casa della destra è tanta e tale da scombussolare l’elettorato. A volte basta poco per mettere in crisi la macchina: di granelli di sabbia ce ne sono a volontà.

Non faccio il tifo per l’invadenza Usa negli affari interni degli alleati, né per l’avvolgente e intransigente Alleanza Atlantica, né per il pressapochismo europeo che mette giustamente in castigo l’Ungheria dopo averla però accettata in classe senza alcun seppur piccolo esame d’ammissione e si prepara ad accogliere a braccia aperte l’Ucraina senza valutarne la credibilità del sistema democratico e della classe politica. È la guerra, stupido! Sì, lo so benissimo, è la guerra che continuo a non accettare come assurda coesistenza.

Probabilmente alla destra italiana non fanno tanto paura le punture di spillo spupazzanti di un Draghi in (quasi) libera uscita, le stilettate belligeranti americane, le prove d’assieme di un’Europa a scartamento ridotto: sanno benissimo che queste faccende agli italiani non interessano un cavolo. Un po’ hanno ragione, perché i pulpiti stranieri da cui arrivano le prediche fanno “sbudellare” dal ridere; un po’-tanto hanno torto, perché l’Italia non può isolarsi in un nazionalismo riveduto e scorretto e dopo un Draghi protagonista assoluto, allineato e coperto, non si può mettere in campo una soubrette relativa, disallineata e scoperta.

Forse il timore di fondo, che sta prendendo piede e toglie i sonni alla destra riguarda la possibilità che gli italiani in prossimità delle urne, ma ancor più dopo le elezioni, possano risvegliarsi non dando per scontati gli equilibri politici in via di formazione e rispolverando tre discorsi: la coesistenza bellicosa a cui ci stiamo rassegnando, la difesa della democrazia a cui stiamo rinunciando, l’ecologia in cui ci stiamo rifugiando a parole. Questi tre riferimenti  causerebbero benefici rigurgiti culturali, che potrebbero rimettere in discussione l’immanente avanzata della destra per scegliere di votare, magari al buio, a sinistra o di astenersi accontentandosi della luce di un cerino.

Persino l’approccio elettorale squisitamente partitico potrebbe creare qualche grattacapo a chi ha già messo in ghiaccio la vittoria. Vada per il voto di pancia (Meloni a destra, Conte a sinistra, tanto per intenderci), ma già il voto per tradizione/conformismo/meno peggio (Partito democratico a sinistra, Berlusconi a destra, Calenda al centro) potrebbe creare qualche problema a chi è dato vincente, per non parlare dell’astensionismo che rappresenta una mina vagante tale da rovinare la festa a chi ha voluto le elezioni anticipate a tutti i costi.

In questi casi i discorsi sarebbero aperti al di là dei sondaggi: prima del voto, rimettendo in discussione un andazzo elettorale tutt’altro che irreversibile, ma anche dopo il voto, riaprendo scenari istituzionali piuttosto (im)prevedibili. Così come si andò da Mattarella a supplicare un supplemento presidenziale, si potrebbe andare da Draghi a perorare un suo ritorno (meglio dire una sua permanenza) almeno per evitare le burlesconate, le melonate e le salvinate interne e soprattutto internazionali.

Tutto sommato mi auguro che gli italiani non abbiano ancora deciso e siano condizionati dal cuore che batte su certi valori irrinunciabili e dal cervello che valuta la politica come arte del possibile. Una gara dura, da non drammatizzare, ma da non sottovalutare. La calma è di destra, l’inquietudine è di sinistra. In mezzo c’è sempre Draghi in agguato: più esclude di essere in gioco e più avvalora l’idea di essere incollato al tavolo non foss’altro che per il disbrigo degli affari correnti, che però stanno diventando concorrenti, compromettenti e coinvolgenti.

 

 

In guerra con la guerra, in pace senza pace

Il recente intervento di Michele Santoro a “Di Martedì” su La 7 mi conferma nel “dramma” elettorale che sto vivendo. Qualcuno osserva come io abbia la politica nel sangue: penso sia vero. Una malattia o una sfida? In ogni caso soffro e mi sento assai titubante di fronte alla scadenza elettorale. Cerco di distrarmi, ma poi mi sento in colpa. Mi sforzo di ammettere che la politica è importante, ma ci sono anche altre cose: la fede, l’amore, l’amicizia, la famiglia, il lavoro, la musica, etc. etc. Il pensiero torna però lì e vedo la politica ridotta ad un cumulo di macerie. Tento di ragionare.

Ci sono due approcci alle urne: uno di carattere “ideologico” o quanto meno “ideale” e uno di carattere politico o quanto meno “partitico”. Questo rappresenta già di per sé un’anomalia, se non addirittura la fine della politica vera, che dovrebbe riuscire a coniugare le idee e i valori con la realtà ed i suoi problemi. Invece da una parte c’è l’emarginazione degli idealisti ridotti a stucchevoli sognatori, dall’altra parte la premiata forneria Meloni che arruola tutti coloro che non pensano, ma alzano le spalle.

Un posto centrale nella riflessione lo dovrebbe indiscutibilmente avere la guerra, la madre ti tutti i problemi. La politica ce la presenta come una necessità, come un male necessario, come un dovere di solidarietà verso l’Ucraina e di condanna verso la Russia. Non accetto questo schema, non mi rassegno, credo che ci debba essere spazio per cessare l’escalation delle armi e per trattare, dialogare, avviare almeno una tregua per poi costruire un nuovo assetto pacifico a livello internazionale.

Questa convinzione la trovo nel Vangelo: gira e rigira, lì sta la risposta ai guerrafondai di tutti i tempi e di tutti i tipi. Un mio caro amico mi ha obiettato che Gesù non dialogava con i farisei, lasciandomi intendere che il fariseo per eccellenza è attualmente Vladimir Putin. A parte il fatto che Putin non è purtroppo l’unico dei farisei, Gesù ha combattuto i farisei con la forza degli ideali e addirittura si è lasciato mettere in croce anche e soprattutto da loro.

Qualche mese fa scrivevo: “Ebbene la forza del Papa sta nella sua concreta, oserei dire testarda, adesione ai principi evangelici (purtroppo è solo persino nella casa cristiana), ma, come ebbe a dire tanti anni fa Giovanni Bianchi ex presidente delle Acli e parlamentare del partito popolare, anche nell’esercito di “vecchiette” che pregano per la pace senza magari sapere chi siano Putin e Zelensky. Giorgio La Pira andava a colloquio con i “grandi” a mani nude, armato solo delle preghiere delle suore di clausura. Lo ammise apertamente di fronte ad un attonito politburo dell’Urss. La pace ha bisogno di sognatori più che di raffinati ed inconcludenti governanti ed ambasciatori: i sogni infatti possono diventare belle realtà, le brutte realtà, lasciate a loro stesse, restano immutabili per sempre”.

La politica non è in grado di mettere minimamente in discussione la logica di guerra, che sottende a tutti i rapporti internazionali: in un ceto senso la crisi ucraina è solo l’attuale punta dell’iceberg bellico, che ci coinvolge e ci distrugge. Se adottiamo il paradigma della pace alla scelta elettorale non ci saltiamo fuori: sul discorso guerra tutti i gatti sono bigi, i partiti sono tutti uguali salvo qualche strumentale distinguo (vedi M5S) o qualche timida puntata critica (vedo Si e Verdi). L’unica formazione politica che affronta con un certo coraggio la questione è Unione popolare-De Magistris, che però non riesce a inserire la scelta pacifista in un contesto politico, ma resta aggrappata alle idee rischiando di ricadere nell’ideologia.

Bisognerebbe quindi prescindere dalla guerra per andare a votare, ripiegando magari sulla necessità di fermare la valanga di destra che rischia di travolgere il Paese e la sua debole democrazia. Può essere uno stimolo: prendere almeno le distanze, mettere un freno ad una sorta di neo-fascismo dilagante, salvare il salvabile, alzare una barriera contro la “barbarie” populista, sovranista e nazionalista. A tale riguardo però non basterà solo uno striminzito voto, ma occorrerà ben altro, come ha lasciato intendere il governatore della Puglia Michele Emiliano, che è finito nella bufera politica dopo le parole pronunciate ad un comizio. Le sue frasi non sono piaciute per nulla all’intero centrodestra ma anche al terzo polo. Il governatore della Puglia si era espresso così: “La Puglia è la Stalingrado d’Italia, qualunque cosa accada da qui non passeranno, gli faremo sputare sangue”. A me queste parole sono piaciute: ci dobbiamo preparare a tempi duri in tema di democrazia.

Il gioco vale la candela? Ha senso usare l’approccio elettorale squisitamente politico? Votare per evitare il peggio, sfidando una sorta di buio pesto da cui si rischia di non uscire vivi: emergono infatti tutti i limiti, i difetti, le contraddizioni di una classe politica a dir poco inadeguata. Non è forse meglio astenersi dal voto in base ad una umile e rispettabile obiezione di coscienza (della serie “non mi sento proprio di votare”)?

I giorni passano e i dubbi crescono. E se ci limitassimo a pregare il rosario assieme alle vecchiette che non sanno chi sono Putin, Zelensky, Biden, Macron, Draghi, Letta, Salvini e Meloni? Sanno che solo Dio può cavarci fuori dal tunnel in cui si siamo ficcati.

 

L’apostrofo nero della campagna elettorale

“Il voto del 25 settembre è la conclusione di una crisi ventennale in cui il Parlamento ha dimostrato di non saper formare da sé dei governi adeguati, anni in cui il presidente della Repubblica è intervenuto continuamente per risolvere problemi che il Parlamento non era in grado di risolvere”, ha attaccato l’ex sindaco di Venezia in un’intervista al Giorno, aggiungendo poi: “Viviamo in una crisi ormai evidente di sistema politico. Le forze politiche però non ne discutono e viene affrontata in modo dilettantistico, occasionale e marginale”. Una critica a tutto campo di fronte alla quale il filosofo ha parlato poi di “palese impotenza del Parlamento ad affrontare le questioni vitali”. La conseguenza – ha osservato dunque Cacciari – “è un presidenzialismo surrettizio”.

Da uomo di sinistra, il professore ha poi bacchettato anche la compagine progressista guidata da Enrico Letta, rea di non meditare seriamente sulla discontinuità chiesta dagli elettori. “È incredibile che gli eredi di tanta cultura cattolica e di sinistra non riflettano sull’ipotesi di avere domani un governo di destra con una leader come la Meloni. Siamo di fronte a una discontinuità netta. Quindi mi accontenterei che le questioni vengano affrontate con franchezza, parlando di grandi processi storici, oggettivi”, ha affermato Cacciari. In tempi non sospetti, l’ex sindaco aveva già bocciato senza appello la strategia del segretario dem. “La sua è una catastrofe politica, la sua leadership ne esce sconquassata”, aveva tuonato, stroncando l’ex premier e le sue ambizioni.

La soluzione avanzata dal professore per risollevare la politica è altisonante. “Vanno affrontate due questioni, la crisi di sistema e il salto d’epoca. E per ragionare in senso critico occorre collocare la situazione italiana nel panorama internazionale: la guerra, la crisi energetica per esempio”, ha spiegato Cacciari. Buoni auspici che però cozzano con il clima litigioso di una campagna elettorale ormai entrata nella sua fase più rissosa. (Il giornale)

Non ho letto l’intervista integrale (leggo fin troppo…), ma comunque traggo dal succitato estratto alcuni spunti di riflessione indotti da un personaggio, che stimo ed ammiro per i contenuti sostanziosi che propone e per i modi “spicci” con cui li espone.

La crisi politico-istituzionale di sistema è causa-effetto di parecchi guai che ci stanno attanagliando. L’emergenza elettorale non fa che farli esplodere in tutta la loro virulenza. È vero che viviamo in un “presidenzialismo surrettizio” e meno male che ci sono stati due personaggi che finora lo hanno interpretato in modo corretto e leale: mi riferisco alle iniziative politiche di Sergio Mattarella e all’attività governativa di Mario Draghi.

È curioso come i partiti da una parte mal sopportino questa benefica e salutare “invadenza” (si pensi alla fretta nel disfarsi del governo Draghi e alla diffidenza più o meno dichiarata verso la presidenza di Mattarella) e dall’altra (il centro-destra) auspichino uno sbocco presidenzialista per la riforma delle nostre istituzioni democratiche. Per la sinistra vale la curiosità inversa: alla persino eccessiva simpatia verso il draghismo (cos’altro è se non presidenzialismo strisciante?) fa riscontro una radicale avversità a rivedere l’assetto costituzionale delle istituzioni in senso presidenziale. Queste contraddizioni la dicono lunga sul modo dilettantistico, occasionale e marginale con cui i partiti affrontano la crisi di sistema.

Il salto d’epoca si rivela nei suoi evidenti e drammatici aspetti: la guerra che divampa in Ucraina ma cova sotto la cenere un po’ in tutto il mondo e richiede di ripensare gli equilibri internazionali; la crisi energetica che incombe sulle economie rendendole ancor più vulnerabili; i processi migratori che vengono subiti maldestramente e assolutamente non gestiti; le emergenze ambientali che stanno diventando la regola di una natura violata e sfruttata in modo delinquenziale.  La politica sembra fare un passo di lato per rifugiarsi nelle schermaglie partitiche ignorando totalmente le scommesse in gioco.

In mezzo i cittadini fuorviati da un finto e illusorio benessere, intontiti dalle risse elettorali, impossibilitati a scegliere il benché minimo indirizzo politico, sempre più paralizzati da una sfiducia nella politica, che rischia di intaccare le istituzioni e la democrazia.

O la politica riesce a mettere in connessione questi tre elementi, vale a dire la riforma del sistema, la risposta ai drammi epocali e la partecipazione popolare oppure si consolida una sorta di corto circuito, che può provocare continui devastanti incendi.

Se il bacio viene definito romanticamente l’apostrofo rosa fra le parole “t’amo”, la campagna elettorale rischia di essere l’apostrofo nero fra le parole “t’odio” (o “t’ignoro”: che è ancor peggio).

 

 

Gli “scaricabarca” dell’incivile Europa

Nessuno di loro aveva conosciuto un solo giorno di pace. Figli della guerra e dei campi profughi siriani. Famiglie senza ormai alcuna speranza di poter lasciare una tenda per tornare in una casa. E con la rotta balcanica sorvegliata dai manganelli e dai cani rabbiosi delle polizie di frontiera, molti tentano la via del mare. E sono morti così sette rifugiati siriani, tra cui quattro bambini a bordo di due diverse imbarcazioni. Una è giunta a Pozzallo, in Sicilia. L’altra è ancora alla deriva e nessuno la soccorre. «Sono morti di sete, fame e gravi ustioni. Questo è inaccettabile», ha scritto su Twitter Chiara Cardoletti, rappresentante dell’Alto commissariato Onu per i rifugiati in Italia. Cardoletti ha nuovamente chiesto di «rafforzare i soccorsi in mare». Unhcr-Acnur spiega che le vittime facevano parte di un gruppo di 26 persone che si trovavano in mare da giorni. Due dei bambini avevano meno di 2 anni di età, l’altro ne aveva 12. Con loro sarebbero morti anche la madre e la nonna. Poi, stando ai racconti dei superstiti che vengono verificati dalle forze dell’ordine con l’ausilio della banca dati dei rifugiati siriani registrati dalle agenzie Onu, i cadaveri sono stati gettati in mare quando hanno cominciato ad accumularsi. Un’altra donna e sua figlia sono state trasportate in ospedale con un intervento dell’elisoccorso maltese avvenuto domenica. Un dettaglio, questo, che conferma come i profughi siano stati volutamente abbandonati nonostante il ripetuto allarme. L’agenzia delle Nazioni Unite ha dichiarato che quest’anno più di 1.200 persone sono morte o scomparse nel tentativo di raggiungere l’Europa. Tuttavia, ancora una volta, nessuno pagherà per la deliberata omissione di soccorso e per i consueti scaricabarile che stavolta cominciano ad Atene e finiscono a Roma, passando per Malta che non ha mai firmato gli “addendum” alle convenzioni del mare che la obbligherebbero a soccorrere i natanti in difficoltà in acque internazionali ma di sua competenza. In questi anni nessun governo dei Paesi europei della frontiera Sud ha mai chiesto a La Valletta di sottoscrivere gli impegni oppure di ridimensionare la propria area di ricerca e soccorso, estesa 750 volte il territorio dell’isola, ma che Malta non è in grado (e spesso non ne ha alcuna volontà) di gestire in situazioni di emergenza. I superstiti giunti a Pozzallo sono stati soccorsi anche dal sindaco, il medico Roberto Ammatuna: «Un’immagine terribile – ha detto – paragonabile a quella dei sopravvissuti nei lager nazisti». Negli ultimi giorni si stanno moltiplicando le partenze di profughi di guerra siriani dalle coste del Libano. Sono almeno 4 le imbarcazioni che hanno chiesto aiuto a partire dal 10 settembre. La traversata può durare più di una settimana, attraversando le aree di ricerca e soccorso di diversi Paesi, tra cui Cipro, Turchia, Grecia, Malta e Italia. Nei giorni scorsi si era saputo di Loujin Ahmed Nasif, bimba siriana di 4 anni, morta nel Canale di Sicilia nonostante i ripetuti appelli di Alarm Phone, deceduta «tra le braccia della madre mentre chiedeva da bere», denuncia Nawal Soufì, l’attivista punto di riferimento della comunità siriana in Sicilia. Assieme a loro per 10 giorni su un peschereccio con 60 migranti, senza più cibo e acqua, c’era anche la sorellina di appena un anno. E una neonata di 3 mesi sarebbe morta di sete sempre ieri. Lo denuncia ancora Alarm Phone che è in contatto con il papà della piccola, alla deriva insieme ad altre 249 persone su un barcone in zona Sar Maltese provenienti dal Libano. «La classe politica, tutta, deve dire nettamente che i bambini e le bambine non possono morire in mare» chiede il portavoce di Unicef Italia, Andrea Iacomini. «I partiti lascino per un giorno l’agenda – aggiunge – e pensino che tragedie atroci come questa, che avvengono da anni, non possono essere tollerate. Riteniamo necessario rafforzare il soccorso in mare perché è un modo fondamentale per evitare morti come queste». (dal quotidiano “Avvenire”)

Non ci sarebbe niente da aggiungere: siamo tutti decisamente fuori strada! Sappiamo solo giustificare la guerra, impaurirci per i costi e le limitazioni energetiche, discutere sul nulla elettorale. Qualcuno osa persino parlare di blocchi navali.

«Se la commozione a volte perfora la corazza dell’indifferenza, siamo ancora ben lontani dalla percezione del carattere epocale e della dimensione del fenomeno migratorio. Lo spettro che a volte compare è l’Europa della paura, dei muri, dei veti: è l’Europa che insegue, e così facendo, alimenta nazionalismi e populismi» (Sergio Mattarella, Presidente della Repubblica Italiana).

 

Nudi verso l’inverno destrorso

Il parlamento europeo condanna l’Ungheria: “Non è più una democrazia, minaccia i nostri valori”. Lega e FdI votano contro. Così titola il quotidiano “La stampa” riportando una notizia assai più grave dell’eventuale coinvolgimento di politici italiani nel mercato putiniano. Forse si tratta delle due facce della stessa medaglia: quando si perde la capacità del discernimento tra democrazia e democratura tutto diventa lecito e politicamente plausibile.

Lasciamo perdere l’errore storico europeo di ammettere sbrigativamente ed opportunisticamente nella UE i Paesi dell’ex Unione Sovietica senza lasciare ad essi il tempo di una graduale e reale conversione democratica: cosa fatta capo ha ed è inutile piangere sul latte versato. Ora però non solo dobbiamo fare i conti con gli egoismi populisti di Orban, ma addirittura strizziamo l’occhio al suo modo di concepire la politica ed i rapporti internazionali. Qualcuno in Italia gioca a fare il populista ed il sovranista.

Il Parlamento europeo ha approvato oggi un rapporto in cui l’Ungheria guidata da Viktor Orban viene definita una “minaccia sistemica” ai valori fondanti dell’Ue e una “autocrazia elettorale” e si chiede l’intervento della Commissione e del Consiglio perché attivino tutte le misure previste dall’articolo 7 dei trattati europei, ossia la clausola di sospensione dall’Unione. Un voto che il ministro degli Esteri magiaro Peter Szijjarto, in una conferenza stampa, ha commentato in questi termini: “Mettere in discussione le prestazioni della nostra democrazia è un insulto nei confronti degli ungheresi, che hanno eletto questo governo già quattro volte”.

Lega e Fratelli d’Italia hanno votato contro il report, insieme ai rispettivi gruppi parlamentari, Identità e democrazia (di cui fanno parte, tra gli altri, il Rassemblement national di Marine Le Pen e Alternative für Deutschland) e Conservatori e riformisti, nei cui banchi siedono anche Vox e i Democratici Svedesi.

“La relazione si basa su opinioni soggettive e affermazioni politicamente distorte”, ha spiegato la delegazione di Fdi, “si tratta dell’ennesimo attacco politico nei confronti del legittimo governo ungherese, in una fase difficile per l’Europa nella quale a tutti i livelli si dovrebbe perseguire la strada dell’unità e non quella della polarizzazione per motivi ideologici”.  Immediate sono arrivate parola di stigma da centrosinistra e Movimento 5 stelle. (Rai News)

Ritengo la posizione assunta dalla destra italiana in sede europea di una gravità eccezionale: la maschera europeista è caduta, le balle meloniane stanno in poco posto, la confusione mentale salviniana trionfa, gli elettori italiani sembrano orientati a dare credito a chi non lo merita. Tutto il mal non vien per nuocere: dopo i dubbi sulla lealtà occidentalista arrivano le certezze sullo scetticismo europeista. Cosa occorre di più per capire che rischiamo di scivolare nelle mani di una destra anti-storica prima che anti-democratica?

Qualcuno dirà: chi se ne frega dell’Europa, di Orban, dell’Ungheria, di Putin e di Biden! Siamo quasi disperati e proviamo a cambiare, chissà che non serva a qualcosa. La sperànsa di mälvestì ch’a faga un bón invèron…

 

Le fate russe e le streghe americane

Da tempo penso, dico e scrivo che l’Occidente nei confronti di Putin ha troppi scheletri nell’armadio, che lo frenano e ad un tempo lo spingono su posizioni esagerate e sconclusionate in ordine alla guerra in corso con tutto quel che ne consegue. Eccomi servito!

É trapelata dalla capitale federale Usa una notizia che infiamma ulteriormente la polemica politica in Italia: la Russia avrebbe trasferito segretamente oltre 300 milioni di dollari a partiti politici, dirigenti e politici stranieri in oltre una ventina di Paesi a partire dal 2014. Ad affermarlo non meglio precisati alti dirigenti Usa sulla base di accertamenti dell’intelligence americana. La notizia crea imbarazzi nel centrodestra. Tutto il resto dello schieramento va sulle barricate e chiede chiarezza, in Italia, prima del voto. Interviene anche Fdi. E Matteo Salvini minaccia querele.

Al momento non si riesce a capire la consistenza delle rivelazioni americane. Il primo dubbio che sorge è che gli Usa intendano tenere sulla corda i loro alleati occidentali al fine di prevenire eventuali loro scostamenti rispetto alla linea belligerante adottata e più in generale per condizionare comunque la politica di questi Stati (Italia più che mai compresa) nell’assoluto rispetto dei patti storici e delle iniziative attuali.

La notizia suona come un avvertimento a chi si possa sentire in colpa e come un caldo invito agli elettori di questi Paesi amici a non scherzare col fuoco. Il discorso vale anche per l’Italia. Credo che questo avviato tormentone ci accompagnerà fino al 25 settembre, ma anche oltre tale data.

La domanda di fondo che gli Usa insinuano nel dibattito elettorale italiano è la seguente: la destra italiana è affidabile per quanto riguardo la collocazione internazionale del Paese o rappresenta una mina vagante a livello europeo, Nato e quant’altro? C’è una storia fatta di dichiarazioni, incontri e rapporti a dir poco equivoci tra la Lega di Salvini e la Russia di Putin. Su questo terreno chi è senza peccato scagli la prima pietra, ma ora è il turno della Lega e con essa della destra a dover rispondere su questa materia delicata, che potrebbe addirittura diventare, politicamente ed elettoralmente, devastante.

Non è dato intuire cosa potrà succedere. Non so fino a qual punto gli italiani si faranno coinvolgere in questo discorso e come reagiranno. La destra è sulla difensiva anche se rischia di rappresentare la prima gallina che canta dopo avere fatto l’uovo. Giorgia Meloni si sta spendendo per rassicurare gli elettori sulla propria vocazione democratica, filoamericana e filoeuropea: non è molto credibile… I dubbi ci sono, eccome. La sinistra rischia di cavalcarli in modo tardivo, scomposto e inconcludente. Se questi pericoli esistono (ne sono personalmente più che convinto) andavano dichiarati per tempo e su di essi bisognava imbastire una diversa tattica elettorale all’insegna della diga da porre all’avanzata della destra. Adesso forse è tardi, anche se gli Usa la sanno molto lunga e se si sono mossi…

Anche ammettendo che la destra risulti comunque vincente alle urne, ci sarà poi il “piccolo” problema di governare il Paese. Potrebbero esplodere, come acutamente ipotizza Massimo Cacciari, le contraddizioni soprattutto nella Lega con un Salvini minoritario all’interno del partito e con la prevalenza dell’ala governista e rassicurante dei Giorgetti e degli Zaia. E magari, per dirla con Carlo De Benedetti con un Silvio Berlusconi in vena di piroettare o addirittura di sfilarsi da una combriccola imbarazzante e pericolosa. Molto dipenderà dall’entità della vittoria elettorale e dalla ripartizione del consenso all’interno della coalizione. Certo che il fiato degli Usa sul collo si farà sentire: della serie “ma dove credete di poter andare…”.

Se il risultato elettorale non fosse eclatante, l’influenza esterna sarebbe ancor più forte fino al punto da tornare al presidenzialismo obbligato e surrettizio di Mario Draghi e Sergio Mattarella: un autentico boomerang per chi a destra lo ha temerariamente inserito nel programma elettorale.

Una riflessione finale molto amara riguarda la immaturità democratica italiana e la debolezza del suo sistema politico: possibile che occorrano le streghe americane per farci ragionare? Alla fine della fiera rischiamo di doverci ancor più schierare acriticamente con gli Usa, senza poter nulla eccepire e facendo scegliere i ministri all’intelligence americana. Sarà questo il prezzo da pagare per arginare i fantasmi del passato e per mandare a casa direttamente o indirettamente Giorgia Meloni? Non vorrei che fosse peggio la toppa del buco.

Inopinati ed inquietanti giustizieri

I pm di Roma hanno aperto un’inchiesta per tentato omicidio, secondo quanto riferisce il difensore, dopo la denuncia presentata il 10 agosto scorso dai familiari di Hasib Omerovic, il 36enne precipitato il 25 luglio scorso, nel corso di una perquisizione delle forze dell’ordine avvenuta in un appartamento del quartiere Primavalle, nella Capitale.

Le prime verifiche delle forze dell’ordine hanno appurato che non c’era nessun mandato di perquisizione da parte della procura di Roma. Resta da chiarire, dunque, se quanto avvenuto sia stato frutto di una iniziativa coordinata da un funzionario oppure di una decisione presa dagli agenti di polizia senza consultare i dirigenti.

Nell’ambito dell’inchiesta sono stati già sentiti tutti i vicini della famiglia Omerovic. Un’indagine che la procura ha delegato alla Squadra Mobile di Roma e che sta svolgendo con la piena collaborazione della Polizia di Stato. Gli agenti coinvolti nella vicenda saranno sentiti dagli inquirenti per chiarire la dinamica dei fatti.  

Secondo quanto raccontato dalla sorella minore dell’uomo, anche lei affetta da disabilità, gli agenti sarebbero entrati nell’appartamento e avrebbero chiesto i documenti anche a Omerovic, affetto da sordità.

“Ho sentito suonare e ho aperto la porta – ha raccontato la sorella nell’esposto presentato in procura – una donna con degli uomini vestiti normalmente sono entrati in casa. La donna ha chiuso la serranda della finestra del salone. Hanno chiesto i documenti di mio fratello”.

Stando a quanto riferisce la ragazza e riportato nella denuncia il fratello si sarebbe spaventato e chiuso nella sua stanza. A quel punto gli agenti avrebbero forzato la porta. “Lo hanno picchiato con il bastone, è caduto e hanno iniziato a dargli i calci, è scappato in camera e si è chiuso, loro hanno rotto la port, loro gli hanno dato pugni e calci, lo hanno preso dai piedi e lo hanno buttato giu'”, riferisce la sorella.

Il fascicolo, al momento a carico di ignoti, è stato affidato al pm Stefano Luciani che nelle scorse settimane ha disposto il sequestro di un lenzuolo insanguinato e di un manico di scopa spezzato, che secondo, l’ipotesi contenuta nella denuncia, sarebbe stato usato per colpire Hasib. 

Hasib Omerovic, 36enne rom, è in coma dopo essere precipitato dalla finestra della sua casa in zona Primavalle, a Roma, nel corso di quella che i parenti definiscono “una perquisizione delle forze dell’ordine”.

La famiglia di Hasib Omerovic, il 36enne che si trova attualmente in coma, ha chiesto di essere spostata dalla zona di Primavalle, periferia nord-ovest di Roma, perchè “ha paura”. Lo dice l’avvocato Arturo Salerni, legale dei genitori e della sorella dell’uomo. “Alla luce di quanto emerso per ragioni di sicurezza – afferma il penalista – la famiglia ha chiesto di essere allontanata da quella zona”.

Secondo quanto emerso, a far scattare la “visita” della polizia sarebbe stato il post apparso – e poi rimosso – sulla pagina Facebook di quartiere in cui si accusava direttamente l’uomo di molestare le donne a spingere la Polizia ad effettuare un controllo nell’abitazione di Hasib Omerovic. Un controllo ‘preventivo’, come avviene spesso in casi analoghi. Proprio il giorno prima della vicenda su Facebook era comparso il post con la foto di Omerovic e l’avvertimento di fare attenzione “a questa specie di essere che importuna le ragazze”. Seguito da un avvertimento: “bisogna prendere provvedimenti”.

Un post, secondo quanto si apprende, che sarebbe stato segnalato anche ai poliziotti di Primavalle. E così che il controllo dei 4 agenti sarebbe stato fatto, secondo fonti ascoltate da RomaToday, per identificare il soggetto ma non solo. L’iniziativa sarebbe stata dettata per prevenire eventuali violenze nei confronti dei residenti che per evitare possibili forme di giustizia fai da te. Una situazione che avrebbe portato gli agenti ad agire anche in assenza di denuncia. Saranno le indagini della procura, ad ogni modo, a far chiarezza sull’intero episodio.

La vicenda ha tutti gli ingredienti possibili e immaginabili per essere sconvolgente. Parto dalla fine: stupisce la tardività con cui si è mossa la magistratura, è (in)spiegabile l’omertosa (?) inerzia della polizia, rientra nella più schifosa delle burocrazie il silenzio ministeriale sulla vicenda avvenuta il 25 luglio e che viene a galla a distanza di troppo tempo e solo in conseguenza delle azioni legali della famiglia interessata.

Su tutto aleggia il dubbio che si sia trattato di un’azione rientrante in una sorta di giustizia sommaria e preventiva, indegna di un Paese che si autodefinisce civile. Aggiungiamoci che la persona colpita è un portatore di handicap, di etnia rom, che alla scena ha assistito la sorella anch’essa disabile e arriviamo ad un fatto di una gravità enorme, emblematico purtroppo di un clima violento e razzista, che regna in certe zone geografiche ed istituzionali del Paese.

Il fatto, peraltro da appurare, che la motivazione di questa azione poliziesca possa essere un comportamento licenzioso di questa persona brutalmente colpita aggiunge gravità: guai se entriamo in una logica ben peggiore di quella del far west. Non abbiamo alcun bisogno di improvvisati giustizieri del giorno o della notte.

Posso essere esageratamente e malignamente caustico? Non vorrei che fosse un primo sintomo dell’aria politica reazionaria che si è cominciata a respirare in campagna elettorale: l’idolo della sicurezza sventolato da certe forze politiche può giustificare certi comportamenti? Ho messo un inquietante punto interrogativo, che mi auguro non diventi col tempo esclamativo.

Mi si risponderà che sono il solito impiccione che butta tutto in politica, che probabilmente si tratta di un episodio di bullismo poliziesco, che occorre aspettare la verità dei fatti (probabilmente non arriverà mai…), che allarmismo rischia di chiamare allarmismo, che la giustizia sommaria può innescare una vera e propria catena irrefrenabile. Ammetto tutto, ma lasciatemi essere preoccupato, sconvolto e decisamente allarmato.

Penso ai massacri concomitanti al G8 di Genova di tanti anni fa, penso a Stefano Cucchi, penso persino a Giuseppe Pinelli, penso e ripenso. Questi pensieri mi fanno molta più paura delle bollette energetiche: sono infatti bollette antidemocratiche che si pagano carissime.