Indulgenza plenaria senza pentimenti

Siamo in clima di tormentone mediatico continuo, superficialmente ed inutilmente allarmistico, volto ad autoalimentare un’informazione fine a se stessa: dalla pandemia alla guerra, dalla crisi energetica agli andamenti climatici, dai bollettini di guerra alle bollette del gas. Il tutto proposto con una superficialità tale da creare solo scompiglio per la gente, audience e introiti pubblicitari per l’industria mediatica.

Ora è partito il tormentone post-elettorale che presenta una strana ed avvolgente atmosfera pseudo-politica: un improvviso ed allusivo perbenismo che mi inquieta. Il qualunquismo si è spostato dalla gente ai media. Tutti i gatti sono bigi, destra e sinistra sono uguali, vincitori e vinti si equivalgono, il fascismo è roba vecchia, l’antifascismo è un rimasuglio da scartare, la Costituzione è solo bella da guardare, la coerenza è un optional, scordiamoci il passato, etc. etc.

Se durante la campagna elettorale ho sofferto l’imbarazzo della (non) scelta, il dopo elezioni mi lascia sbigottito per il clima di indulgenza plenaria adottata nei confronti di una destra estremamente equivoca, pericolosa e camaleontica. Forse sono troppo legato agli schemi del passato. Non ho vissuto il fascismo in prima persona, ma ne vedo parecchie analogie con l’attuale situazione politica. Spero di sbagliarmi.

Non condivido il ragionamento di mettere da parte i principi divisivi per dedicarsi concretamente agli enormi problemi economici e bellici del momento presente: quali soluzioni potranno mai uscire da un simile modo di operare?

I revival meloniani appaiono sconcertanti, ma non hanno alcuna importanza di fronte alla valanga di problemi che ci sommerge. Quale credibilità potrà avere un premier che fino a ieri sparava contro l’euro e l’Europa, che riceve i complimenti e gli auguri dalla feccia europea, che si ispira al trumpismo? Ma adesso ha cambiato registro e quindi niente paura. Draghi e Mattarella stanno facendo da garanti: il fatto dovrebbe preoccupare, perché, se è così, stiamo per collocare a Palazzo Chigi un personaggio la cui firma ha bisogno di avalli per essere accettata. Un inno al trasformismo considerato come un’inevitabile caratteristica della politica e spacciato come anticamera di novità auspicabili.

Il punto nodale delle analisi in voga sembra essere questo: non incartiamoci in discussioni sui valori e sui principi, guardiamo alla realtà dei fatti, il resto è fuffa. Non sono per nulla d’accordo. Non vorrei fare del sociologismo datato, né dell’utopismo fragile, ma rifiuto categoricamente la dittatura del pragmatismo forte.

Se non si parte dalla condivisione di idee fondamentali dove si va a parare? Se non abbiamo un’idea di Europa condivisa, incasseremo forse molti aiuti, ma resteremo ai margini della Ue: è la stessa tattica di Orban. Toh, chi si rivede! Se non chiariamo cosa pensa l’Italia della guerra, potremo dichiarare tutte le fedeltà ai patti internazionali, ma rimarremo ininfluenti e marginali rispetto agli assetti internazionali.  Se non abbiamo una linea sul riconoscimento dei diritti civili, potremo a parole difendere tutti, ma nei fatti lasceremo perdere chi non gode di tali diritti. Se non partiamo da idee condivise di uguaglianza ed equità ci troveremo di fronte al liberismo spinto di un governo che vagheggia la flat tax ed un’opposizione che si accontenta di fare del puro assistenzialismo. E via di questo passo.

Parola d’ordine: aspettiamo i fatti concreti. Potrebbe trattarsi di un’attesa omertosa e colpevole. Non sarebbe meglio discutere prima? È vero che le elezioni hanno dato il loro responso, ma la politica non finisce lì, è solo l’inizio… Lasciamo lavorare Giorgia Meloni in santa pace? Meglio stare in campana e non buttarla in “pandana”.

Io cretino pacifista, loro furbi guerrafondai

“È il 221° giorno di guerra in Ucraina e la durezza del conflitto, se possibile cresce. Mentre Il primo ministro russo, Mikhail Mishustin, ha firmato un decreto che impedisce ai «Paesi ostili» di usare il territorio della Federazione per il trasporto stradale, il presidente ucraino Zelensky ha lanciato un monito ai russi nel suo video-intervento serale: «Finché non risolvete il problema con Putin sarete uccisi uno per uno, facendo da capri espiatori».  Sono terribili le notizie sulle vittime. L’Unicef ha denunciato una strage nella regione di  Kharkiv, fra i 26 morti ci sono 13 bambini e una donna incinta. Sul fronte opposto ha suscitato sgomento il suicidio del rapper Ivan Petunin, in arte Walkie, in cui ha annunciato sul suo canale Telegram il suicidio: «Non sono pronto a uccidere. Non posso prendere sulla mia anima il peccato di omicidio e non voglio. Non sono disposto a uccidere per alcun ideale»” (dal quotidiano Avvenire).

La guerra ha fatto da sfondo meramente scenografico alla campagna elettorale e lo sta facendo anche nello squallido dibattito post-elettorale. Della serie “ricordiamoci che c’è anche la guerra e dobbiamo tenerne conto”. Il tutto con un distacco ed un cinismo impressionanti. Se poi ci si addentra nell’argomento non si riesce ad andare oltre il manicheismo bellicista. Il pezzo di cui sopra dimostra che la spirale violenta non porta da nessuna parte, anzi coinvolge l’aggredito in un clima di minacciosa vendetta che inasprisce ancor più la situazione.

Se è vero, come ha recentemente detto l’ingegner Carlo De Benedetti, che a Putin, per quel che ha fatto e sta facendo in Ucraina, non si potevano e non si possono mandare mazzi di rose rosse, è altrettanto vero che continuando a mandare bombe e armi sempre più sofisticate non si risolve un bel niente. O si ha il coraggio di fermarsi un attimo a ragionare e dialogare o si rimane prigionieri dello schema infinito della guerra sempre più mondiale.

Nella conferenza stampa tenuta durante il viaggio di ritorno dal Kazakistan, papa Francesco ha affermato che per l’Ucraina occorre lasciare spazio al dialogo anche se mandare armi può essere moralmente accettato purché non lo si faccia per produrre e vendere. Difendersi è lecito, ma bisogna dialogare. Riporto di seguito il botta e risposta.

“Lei ha detto che «non possiamo mai giustificare la violenza», ma tutto quello che sta succedendo in Ucraina è pura violenza, morte e distruzione. In Polonia abbiamo la guerra alle porte, due milioni di profughi. Secondo lei c’è una linea oltre la quale non si potrà dire siamo aperti al dialogo con Mosca, perché tanti hanno delle difficoltà a capire questa disponibilità con Mosca…

Credo sia sempre difficile capire il dialogo con gli Stati che hanno cominciato la guerra. È difficile ma non dobbiamo scartarlo, dare l’opportunità di dialogo a tutti, a tutti. Perché sempre c’è la possibilità che con il dialogo si possano cambiare le cose, anche offrire un altro punto di vista, un altro punto di considerazione. Non si deve escludere il dialogo con qualunque potenza che sia in guerra e che sia l’aggressore. A volte puzza, ma si deve fare. Sempre un passo avanti e mano tesa, sempre. Perché altrimenti chiudiamo l’unica porta ragionevole per la pace. A volte non accettano il dialogo. Peccato! Ma il dialogo va sempre fatto, almeno offerto e questo fa bene”.

L’unica voce sensata prima che profetica è la sua. Noi paradossalmente stiamo facendo finta di esaminare la destra che sta andando al potere in Italia sulla base del criterio bellicista: va bene anche Giorgia Meloni purché sia favorevole alla guerra e si allinei pedissequamente allo schieramento occidentale. Io sarei portato a capovolgere il discorso, chiedendole, da sinistra, di battere un colpo a favore della pace.

Invece purtroppo c’è in atto una gara a chi è più bellicista e mi scandalizza il fatto che la sinistra voglia vincere questa gara politica sulla pelle di migliaia di morti. Forse sto esagerando, ma non trovo nel panorama politico personaggi che cavalchino la pace, se non en passant e con scarsa convinzione e magari con gravi contraddizioni.  Vai a capire dove stanno la destra e la sinistra… Purtroppo stanno entrambe dalla parte della guerra. Io sarò un “cretino pacifista”, ma consentitemi di definire lor signori “furbi guerrafondai”.

 

 

L’incubo della destra aspettando la sinistra

I commentatori del piffero post-elettorale preferiscono fare i medici al capezzale del partito democratico all’opposizione piuttosto che occuparsi della muscolosa destra in procinto di governare. Il vincitore fa distaccata invidia mentre il perdente suscita artificiosa compassione.

“No all’accanimento terapeutico, sì all’alleanza terapeutica”: così recita uno slogan coniato sulla pelle dei malati terminali. Forse si attaglia al caso del PD per il quale tutti sciorinano la loro diagnosi e cura, mentre in realtà quasi tutti stanno pensando all’utilità marginale relativa alla raccolta dei cocci.

Perché, attraversando la pericolosa e trafficata strada della politica attuale, ci si preoccupa più di guardare a sinistra che a destra? Forse perché a destra sappiamo quel che può arrivare (come dice Marco Travaglio, l’affarismo dei soliti noti), mentre a sinistra non riusciamo a vedere nessuna sagoma (i capaci di niente, come sosteneva Marco Pannella).

Fatto sta che tutti si cimentano nell’arduo compito di insegnare al partito democratico a fare la sinistra: di simili lezioni ne ha certamente bisogno, ma non troppe al punto da farne un’indigestione. Ai consiglieri del PD interessa solo sapere chi sarà il nuovo segretario per poterne sparlare il più presto possibile e con chi si alleerà per poter sparare a zero sull’alleanza con i cinque stelle o con Calenda o con Renzi o con tutti e tre.

Abbiamo presente cosa succede ai funerali: in pochi piangono, in pochissimi pregano, in molti chiacchierano. Sta succedendo così, con un funerale piuttosto precipitoso per chi ha il coraggio di ammettere la sconfitta e con la festa fasulla per chi ha la sfrontatezza di trasformare la sconfitta in (dis)sonante vittoria.

Vedo di mettere ordine nel dibattito, ripulendolo dai troppi “babalani” di turno, facendo riferimento a tre persone, che hanno la credibilità e la coerenza per dare qualche consiglio utile al partito democratico.

Massimo Cacciari, filosofo e scrittore, sostiene che il PD sia un partito mai nato: in esso non ci sarebbe mai stato un vero e proprio confronto, nemmeno nei momenti di conflitto più acuto all’interno del gruppo dirigente, e si è passati da un segretario all’altro alla caccia di un leader maximo che funzionasse.  La questione quindi non sarebbe solo quella di cambiare Enrico Letta, ma quella di mettere radicalmente in discussione l’intero gruppo dirigente tramite un congresso aperto in cui rivisitare il patrimonio socialdemocratico, rivedere i fondamenti del welfare sociale e delle relative politiche fiscali e sociali senza indulgere all’assistenzialismo, discutere di politica estera riprendendo le grandi idee della socialdemocrazia tedesca fino alla caduta del muro di Berlino.

Beppe Severgnini, giornalista del Corriere della sera, con la sua solita e simpatica verve così sintetizza la sua analisi: “il PD deve parlare all’Italia in difficoltà, altrimenti non va da nessuna parte”. Effettivamente un tempo si diceva che nei momenti di sofferta problematicità, la gente più esposta si dovrebbe rivolgere alla sinistra, mentre nei momenti di vacche grasse può bastare anche la destra. Della serie: quando ci sono da fare grossi sacrifici ci si rivolge ai famigliari per avere aiuto e consiglio e non ai vicini di casa che vivono in villa e nemmeno agli abitanti del proprio condominio.

Giorgio Pagliari, ex parlamentare piddino sconfitto alle elezioni del 2018 pur essendo, a detta di tutti gli osservatori, il primo della classe (troppo bravo per meritare un doveroso ripescaggio), politico di alto livello (una risorsa sprecata), del quale di seguito riporto integralmente l’analisi pubblicata sul sito del circolo culturale “Il borgo”. “Per quanto riguarda il PD, mi sembra evidente che, pur se ha sbagliato la campagna elettorale, la pretesa di addossare al Segretario l’esclusiva responsabilità della sconfitta risponda solo all’esigenza dei veri responsabili di allontanare l’attenzione da sé e alla ritrosia di affrontare le cause della situazione. E senza affrontare le cause il futuro sarà comunque precario. Il Segretario, con un gesto di grande sensibilità, ha comunque eliminato la sua questione personale, lasciando sul campo il problema (oggettivo) di questo partito. Il PD può recuperare un ruolo di protagonista solo affrontando i nodi veri:

  1. la mancanza di una missione condivisa, che è la base di ogni forma di associazione e, quindi, anche di un partito, che risponda alla funzione assegnata dall’art. 49 della Costituzione e che non sia una semplice sommatoria di carriere individuali;
  2. la accettazione del PD come partito pluralista e, pertanto, inscindibilmente fondato sul confronto delle idee e sulla reale e profonda tolleranza delle opinioni altrui e sulla conseguente accettazione della regola della democrazia interna, che richiede la capacità tanto di essere maggioranza quanto di essere minoranza;
  3. in questa logica, si collocano con assoluta chiarezza due profili tra loro, per la verità, collegati. Da un lato, l’irrisolta questione della fusione a freddo e, dall’altro, quello del partito riformista o del partito massimalista. Si tratta di due facce della stessa medaglia. Il PD, infatti, non può essere il partito della nostalgia e non potrà sopravvivere se prevarrà la logica della volontà di sottometterne una parte alla visione dell’altra. Questo partito – piaccia o no – è nato per contaminare, per introdurre nuove sintesi, per offrire una risposta riformista, che avesse il pregio di essere il frutto della confusione (nel senso etimologico del termine) tra le diverse sensibilità, chiamate non a nascondersi, ma neanche ad avallare un contesto di pura e perdurante antitesi tra posizioni cristallizzate. Ed è nato per essere un partito riformista, cioè un partito che, sulla base dei valori costituzionali costituenti l’unico suo riferimento valoriale, sappia farsi carico della società italiana tutta non in una logica classista, ma in una logica solidarista. Il che comporta la capacità di avere come unico scopo l’equilibrio sociale, la lotta delle disuguaglianze e la crescita della società nel suo complesso, chiamando tutti alle proprie responsabilità, imponendo le scelte conseguenti, epperò sempre sfuggendo alla logica della “caccia alle streghe” e alle logiche assistenzialistiche, che tanto piacciono all’avvocato del popolo;
  4. il recupero delle capacità di proposta politica chiara e netta in totale superamento del deleterio approccio “burocratico” più volte affiorato, così da uscire dalla dimensione del partito del “ni”, che ha caratterizzato la storia di questo partito con la sola parentesi del primo Renzi: gli elettori, infatti, più che mai in questo passaggio, non sono riusciti a trovare la risposta alla domanda sulla natura del PD;
  5. il ritorno alla Politica con l’abbandono del tatticismo esasperato, la cui affermazione dal 1998 in avanti ha annullato la capacità di visione politica del centrosinistra. È necessario, in altri termini, recuperare il coraggio della sfida su idee e proposte, abbandonando il vizio (perdente) della sommatoria delle sigle di partito. Il monito di De Gasperi (“Un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alle prossime generazioni”) dovrebbe diventare il mantra del PD.

Verrebbe da dire o così o pomì. Per così ci sta un processo di autentica rifondazione della sinistra: alla ricerca di quel polo progressista, che, con ineguagliabile lungimiranza, Aldo Moro aveva previsto nella sua terza fase, rimasta purtroppo nella sua visione e nella sua persona, ammazzate da chi non si saprà mai fino in fondo. Per pomì ci sta una destra reazionaria, non quella sostanzialmente di centro, moderata e popolare, ipotizzata da Moro, ma quella che si sta profilando come un vero e proprio incubo.  

La presbiopia elettorale e gli occhiali della storia

Mi fa una notevole impressione sentire e leggere come l’intellighenzia italiana, con qualche rara eccezione, abbia tanto disinvoltamente ingoiato il rospo meloniano, superando, in una notte, dubbi, timori e perplessità verso l’instaurazione di un governo di destra con chiare caratteristiche post-fasciste. Non ho capito se si tratti di opportunismo, di snobismo, di ottusità, di pressapochismo o di modernismo. Fatto sta che le analisi culturali e politiche del dopo-voto assolvono totalmente e sbrigativamente Giorgia Meloni da ogni e qualsiasi remora passatista per concederle un esame critico a prescindere dalle sue radici storiche e dai suoi comportamenti politici inquietanti fin qui inanellati.

Non mi trovo d’accordo, considero seri i pericoli dietro l’angolo e non mi rassegno tanto facilmente ad un futuro carico di incognite democratiche. Per trovare riscontri a questi miei “tormenti” devo ricorrere a pronunciamenti provenienti da esponenti dell’intellighenzia straniera, di stampo occidentale. Faccio di seguito due esempi tratti da interviste rilasciate al quotidiano “La Stampa”.

Comincio da Ruth Ben-Ghiat, una storica specializzata nei movimenti di estrema destra e fra i massimi studiosi del fascismo, che insegna alla New York University e che ha pubblicato sulla rivista the Atlantic un articolo dal titolo secco e impossibile da travisare: “Il ritorno del fascismo in Italia”. Riporto una breve sintesi del suo pensiero. “La vittoria della destra di Meloni fa parte di una evoluzione, di un processo di normalizzazione dell’estrema destra avviato con Berlusconi. Ci fu lo sdoganamento dell’allora Msi, diventato poi Alleanza nazionale. Fu quello il momento in cui il tabù venne rotto. Oggi assistiamo a uno step successivo con l’inaugurazione di un governo di estrema destra centro. Quel che si vuole fare è trasportare in questo secolo il fascismo. L’eredità del fascismo è vista come parte della storia e in questo senso FdI vuol aggiornare quell’esperienza all’oggi e non trova resistenze. Quando esponenti estremisti vanno al governo, diventano più moderati: negli anni svelano la loro vera essenza”.

Mi permetto di essere ancora più duro, non tanto con Giorgia Meloni, ma sul processo di normalizzazione dell’estrema destra. Berlusconi non ha solo sdoganato la destra, ma l’ha incarnata e incardinata nei suoi schemi: ho sempre considerato il berlusconismo come una riedizione del fascismo, che ha letteralmente rovinato il clima politico italiano. Mi sembra assurdo sperare in lui affinché possa contenere l’estremismo meloniano, paradossalmente oso sperare che la sovranista e nazionalista Giorgia Meloni riesca a tenere a freno lo strisciante affarismo berlusconiano e le intemperanze populiste salviniane.

Passo a Edith Bruck, scrittrice, poetessa e traduttrice sopravvissuta alla shoah: scappata dall’Ungheria, settant’anni fa, ha trovato rifugio in Italia ed è rimasta a viverci. Ecco cosa dice: “Mi chiedo continuamente perché il fascismo non si riesce ad estirpare. È l’unica grande ideologia rimasta in piedi: il socialismo e il comunismo sono morti, il fascismo è stato sopito, domato, ma mai estirpato: ha mantenuto le sue radici, che sono assai profonde, e adesso ha anche dei lunghi rami.  Quando vado nelle scuole, mi rendo conto che i ragazzi conoscono poco la storia, anche se ne sono affamati e sono sensibili a quello che viene loro raccontato. Ma poi penso al fatto che la scuola viene soltanto dopo la famiglia e le famiglie mi sembrano tutte divise, impoverite dall’assenza dei nonni, i depositari del passato, quelli che possono raccontare la storia e con i quali si impara la relazione con chi è fragile. In generale, gli anziani sono esclusi, dimenticati, e questo incrudelisce la società intera. Le persone, specie nei momenti in cui c’è una crisi economica molto forte, si affidano a chi sbatte i pugni e grida. Tutti i dittatori gridano. Letta non grida, e infatti non arriva. Giorgia Meloni sì, e anche spesso. Già comincio a notare che molti giornalisti nei suoi confronti si sono ammorbiditi. La prima premier donna: questo non è un bene in sé. Anzi, spesso, nei posti di vertice, le donne diventano peggiori degli uomini: tendono a volerli superare, e fanno peggio di loro, sono ancora più spietate. Meloni è circondata da uomini di un certo tipo, lavora in una struttura di un certo tipo. È amata da chi le dice cose terribili come che “ha le palle”. Cioè: vali perché sei come un uomo. Ha vinto perché l’Occidente sta facendo un passo indietro di quasi un secolo; perché nessuno si occupa di formare una coscienza civile, di dare alle persone gli strumenti per capire quello che succede: in un talk show qualsiasi, c’è mai qualcuno che ha un interesse diverso dall’attaccare l’avversario per prendere applausi? E allora, a un elettorato confuso e male informato, è stato possibile vendere qualsiasi promessa e qualsiasi ideologia”.

Mi sembra che in queste parole ci sia più di una spiegazione alla caduta italiana nel tranello, non tanto un invito a farsi condizionare da prevenzioni e pregiudizi, ma ad andare adagio ad archiviare il passato. Forse il fascismo bisogna averlo provato sulla propria pelle o almeno averlo assorbito a livello educativo (non sarò mai sufficientemente grato a mio padre) per riconoscerne le sottomarche del presente. Andiamo adagio a giubilare la politica con un bagno asettico di pragmatismo alla faccia di valori ed idealità, perché, se si mettono in cantina certi principi, sarà ben difficile combinare concretamente qualcosa di buono.

E in piazza…botte da Orban

Tutti hanno sbrigativamente assolto Giorgia Meloni dalle sue macchie del passato (simpatie neofasciste) e dalle contraddizioni del presente (opzioni sovraniste e nazionaliste a livello europeo e mondiale) per iscriversi al pragmatismo della storia futura. Non sono d’accordo su questa frettolosa e comoda voltata di pagina, ma comunque voglio anch’io provare a fare il pragmatico a tutti i costi, come se la politica potesse prescindere da certi immutabili valori per appiattirsi sui precari programmi.

Ebbene, credo che il governo di destra dovrà misurarsi con tre promesse elettorali, molto dure da mantenere e che potrebbero costituire autentiche bucce di banana: i diritti civili con particolare riguardo all’aborto ed a tutto il discorso LGBT, il reddito di cittadinanza e il presidenzialismo.

Dio, patria e famiglia è la sintesi di un programma che liquida Dio con gli interessi di potere della Chiesa, la patria con assurdi rigurgiti di nazionalismo camuffati da sovranismo, la famiglia con la chiusura verso le problematiche riconducibili ai rapporti interpersonali.

Non è un caso se gran parte del mondo cattolico ha finito col votare a destra (non è una novità, ma una triste realtà, nonostante le aperture mentali di papa Francesco e del cardinale Zuppi): Dio viene così messo al suo posto… (d’altra parte Gesù non è assiso alla destra del Padre?).

La patria chiama e la destra risponde andando in prestito da Viktor Orban, da Marine le Pen, da Vox, da Trump: bisogna pur difendersi dallo strapotere tedesco e dal burocratismo europeo…un nuovo modo di (non) essere europei.

La famiglia va difesa con le unghie e coi denti: mettiamo un po’ di ordine nella vita sessuale degli italiani! Sembra di essere tornati al clima del referendum sul divorzio…

Fin che si scherza si scherza, ma quando eventualmente si dovesse fare sul serio, qualcosa potrebbe accadere. Le “streghe femministe” ed i “fannulloni meridionali” potrebbero anche scendere in piazza in modo tutt’altro che pacifico: i gruppi dell’ultra-sinistra non aspetterebbero altro, quelli dell’ultra-destra troverebbero finalmente sbocco politico alle loro farneticazioni filofasciste e filonaziste. E la polizia?  I fantasmi del 1960 si aggirerebbero nelle piazze italiane: il governo Tambroni cadde per molto meno!

E il presidenzialismo? Fortunatamente la maggioranza dei due terzi, che consentirebbe riforme costituzionali  senza referendum popolare, non è stata raggiunta dalla destra (il solo pensare ad una simile eventualità mi “scaravoltava” letteralmente il sangue), tuttavia resta nel suo Dna  una sorta di ricorso all’uomo forte, che potrebbe essere introdotto surrettiziamente da una riforma populista per eccellenza, quella dell’elezione diretta del capo dello Stato, magari con la messa in discussione della presidenza Mattarella. Non so come reagirebbero gli italiani. A mio giudizio non sarebbe una passeggiata!

Che il reddito di cittadinanza possa avere dei limiti e dei difetti è abbastanza scontato, togliere drasticamente ogni sostegno ai poveracci iscrivendoli tutti indistintamente nella categoria dei fannulloni è roba da matti.

Che l’orgoglio femminista ed omosessuale possa essere temperato da una visione equilibrata della società moderna è una cosa, mettere i “bastoni fra le ruote” alle donne che intendono abortire e “righettizzare” le persone sessualmente diverse è ben altra idiozia umana e sociale.

Rivedere la Costituzione per renderla più aderente alle esigenze di rappresentatività e governabilità istituzionale è un discorso da tempo all’ordine del giorno, fare uno sgarbo al parlamentarismo riducendolo a vignetta istituzionale è una prospettiva che grida vendetta.

Non ho voluto fare dell’allarmismo anti-fascista, del maccheronico sociologismo pauperista, dell’oltranzistico ed anacronistico costituzionalismo, ma soltanto lanciare un messaggio a Giorgia Meloni: donna avvisata, mezzo salvata!

Le gufate democratiche

Esistono due chiavi di lettura democratica del responso elettorale a prescindere dalla serietà del sistema con cui si è votato: la rappresentatività e la governabilità. Vorrei rapidamente verificare chi ha vinto e chi ha perso sulla base di questi criteri. Per la rappresentatività (al netto di un astensionismo che la dice lunga) mi sembra necessario fare riferimento ai singoli partiti, per la governabilità occorre invece guardare alle coalizioni che si sono presentate a tale scopo.

Tra i partiti ha indubbiamente stravinto Fratelli d’Italia sotto la guida di una pimpante Giorgia Meloni. Un trionfo enfatizzato mediaticamente dai tanti che si stanno riposizionando per salire sul carro del vincitore, affrettandosi a sdoganarlo dagli indubbi inquietanti retaggi del passato. La vittoria comunque c’è anche se non la capisco. Di altri vincitori non ne vedo. Tutt’al più posso concedere un pareggio a qualcuno che se la sta tirando da quasi-vincitore.

Il M5S ha contenuto l’andamento franoso nei consensi tramite la partecipazione a “Tale e quale show” di Giuseppe Conte, impegnato nell’imitazione del leader di sinistra, sventolando le discutibili bandiere del reddito di cittadinanza, della diminuzione dei parlamentari, dei doppi mandati parlamentari, del contenimento delle armi,  come se bastasse fare un po’ di demagogia per puntare alla giustizia sociale, alla moralità pubblica ed alla pace, tutti sacrosanti obiettivi appena sfiorati in una campagna elettorale indovinata ma di brevissimo respiro.

Forza Italia è rimasta aggrappata all’intramontabile appeal di Silvio Berlusconi, che si accontenta di contare giocando sulle piroette a livello italiano, europeo e mondiale, che probabilmente sta già studiando ballo e non mancherà di esibirsi quanto prima. Se questa è una vittoria…

Il terzo polo di Calenda e Renzi c’è, ma non si vede se non nelle mire governiste del primo (l’illusione non sopita del draghismo con o senza Draghi) e nelle intenzioni disfattiste del secondo (la distruzione del partito democratico, che peraltro è già orientato di suo in tal senso).

E veniamo ai tanti sconfitti tra cui i casi più eclatanti, anche se non imprevedibili, sono quelli del partito democratico e della Lega. Dal momento che ho una sorta di vocazione esistenziale alla sconfitta, mi viene spontaneo concedere molta e comprensiva attenzione a questi casi.

Il PD viene rimesso in profonda discussione nella sua storia, sconta la mancanza di strategia politica e la contraddittoria e sucida tattica elettorale: della serie Enrico Letta non ne ha azzeccato una, anche se ha preso in mano un partito troppo condizionato dalla casta post-comunista, incapace di valorizzare i legami storici con i mondi di riferimento e impreparato ad interpretare il pur difficilissimo ruolo di un partito di sinistra in una società che guarda più ai valori correnti che a quelli ideali.

Apprezzabile l’onestà intellettuale di Letta che ammette la sconfitta e gli errori, ma molto discutibile e troppo routinario il ventilato processo di revisione e rinnovamento, che rischia di rimanere confinato in una diatriba correntizia  dagli esiti di mero compromesso oppure di finire in una scissione in due tronconi, uno massimalista e sostanzialmente post-comunista, magari condito da un’alleanza con il M5S, l’altro di stampo catto-liberista, candidato ad infoltire la sempre più insignificante e inconcludente area centrista. Per uscire da queste strettoie post-ideologiche e prive di ansia valoriale, sarebbe necessario un umile bagno sociale nell’associazionismo impegnato nelle battaglie umane prima che politiche e sindacali: mi riferisco al volontariato, all’ambientalismo, al pacifismo, alla cooperazione sociale, a tutta la galassia riconducibile al valore della solidarietà.

Non mi associo ai processi sommari dei somari: mi riferisco ad una vomitevole discussione tra Enrico Mentana, Paolo Mieli, Alessandro De Angeli, Marcello Sorgi e Tommaso Labate, i quali nel salotto snob de La 7 si divertivano a fare le pulci al PD, preoccupati soltanto di liberarsene per poter meglio aderire ai nuovi equilibri politici in atto. Mi sono sentito toccato nel vivo e ho promesso in cuor mio di essere molto meno intransigente e molto più partecipe nei confronti di una sinistra alla faticosa ricerca di se stessa.

Due parole su Salvini e la sua strenua e farneticante autodifesa: è tutta colpa di Draghi e della partecipazione al suo governo. Le sconclusionate e bizzose scelte leghiste assolte con formula piena o quanto meno condannate al minimo della pena per la prevalenza delle attenuanti governiste rispetto alle aggravanti socio-politiche. I legami territoriali scricchiolano, i riferimenti sociali tentennano, la classe dirigente scalpita, l’autonomia regionale non basta a coprire le battaglie mancate e perse. Ci penserà Giorgia Meloni dall’alto della sua munifica leadership? Staremo a vedere. Non sono molto interessato.

Poi ci sono gli esclusi eccellenti, al netto dei ripescaggi: alla cocente sconfitta di Luigi Di Maio riservo una maligna goduta; a quella di Sgarbi un sospiro di sollievo; a quella di De Magistris una lacrima sul viso; a quella di Paragone una simpatica risatina; a quella di Pillon un semplice “e chi era?”; alla esclusione di Emma Bonino l’onore delle armi (ad un certo punto avevo preso in considerazione l’ipotesi di votare la sua lista).

E la governabilità? Stando ai numeri non dovrebbe mancare, senonché per governare ci vogliono i voti nelle urne e in Parlamento, ma occorre anche esserne capaci e poter contare su una fitta serie di rapporti a tutti i livelli, nazionali ed internazionali, sociali ed economici, politici e finanziari. Qui viene il bello…

Speriamo che, tra le prospettive di un forte governo di destra, la “gasatura” dei vincitori di destra, l’acredine dei vinti di sinistra, l’illusione dei “così-così”, non vada alla malora la democrazia parlamentare in attesa delle prossime elezioni di cui probabilmente non si tarderà a parlare. Sto gufando?

 

 

Il riso politico abbonda sulla bocca degli italiani

Accantonerei momentaneamente il discorso dell’affidabilità democratica della destra che si accinge a governare il Paese, lasciandolo alla rigorosa e tempestiva verifica fattuale sulla base delle scelte che verranno adottate nel tempo. L’esame preventivo poteva avere un senso se fosse stato accompagnato da una tattica elettorale stringente, con la prospettazione di una coalizione alternativa attestata sulla intransigente difesa della costituzione e della storia da cui essa è nata. Non è stato così, la polemica propagandistica è stata vuota e controproducente e proseguirla ora sarebbe oltre modo sbagliato e inutile. Voglio invece interrogarmi provocatoriamente sul perché e il percome l’elettorato abbia scelto di virare sulla destra.

All’estero in molti si chiederanno cosa stia succedendo in Italia: come mai gli italiani sono passati da un premier di grande livello ed autorevolezza come Mario Draghi ad una scolaretta governativa come Giorgia Meloni? Domanda pertinente anche se un tantino maliziosa. Me lo sto chiedendo anch’io e faccio sinceramente molta fatica a trovare risposte plausibili.

La prima ipotesi che mi salta in mente è quella di considerare il massiccio voto a Fratelli d’Italia come un voto di protesta verso tutto e tutti, una protesta che anni fa si era incanalata su Beppe Grillo ed il suo movimento. Tra i molti suoi demeriti buffonescamente accumulati c’era un pregio iniziale, quello cioè di avere intercettato una protesta che poteva prendere scorciatoie pericolose: la delusione dei protestatari è stata grande, il M5S si è repentinamente trasformato prima in un improbabile partito di governo e ultimamente in un movimento progressista tale da far invidia e concorrenza alla sinistra più o meno storica. La protesta quindi ha dovuto prendere un’altra strada, quella di Giorgia Meloni, coerente nelle sue incoerenze, capace quindi di rappresentare la confusione mentale dei cittadini, oppressi dalle difficoltà insormontabili e schiavi dei problemi enormi da cui sono subissati.

Una seconda ipotesi potrebbe essere quella di considerare il successo elettorale meloniano come un ingenuo e/o disperato scherzo col fuoco di un popolo che va a farfalle. Un voto espresso alla “viva il parroco”, un divertissement elettorale, una goliardata politica, un’alzata di spalle bella e buona.

Una terza ipotesi un po’ più sostanziosa induce a ritenere questo strano voto come uno spassionato affidamento al nuovo, che non avanza, ma che consiste in un autentico salto nel buio. Siccome il nuovo non si vede, tanto vale andarlo a cercare a casaccio: una sorta di colossale gioco a mosca ceca.

Con queste considerazioni non intendo affatto criminalizzare la dabbenaggine dei miei connazionali, ma solo cercare di capire cosa li ha spinti a sbandare in una curva molto pericolosa.  Protesta di comodo, scherzo a parte o salto nel buio.

Un tempo si diceva che ogni popolo ha la classe politica che merita, oggi si può affermare ironicamente che la politica merita il popolo che si ritrova. Probabilmente il governo di centro-destra, in fin dei conti, non sarà quel disastro che qualcuno teme: viaggiamo su binari obbligati a livello economico, europeo ed internazionale. La politica è così debole che gli italiani pensano che uno valga l’altro, tanto le cose vanno come devono andare. Anche l’aumento notevole dell’astensionismo, a cui peraltro ho contribuito, la dice lunga.

L’unico punto positivo consiste nella sdrammatizzazione della politica, ma stiamo attenti che sdrammatizzare non vuol dire buttarla in ridere, soprattutto in un momento storico tragico come quello attuale. Forse gli italiani hanno preso alla lettera quanto dice Kurt Vonnegut, scrittore ed accademico statunitense: “Sia il riso che il pianto sono reazioni alla frustrazione e alla stanchezza. Io personalmente, preferisco ridere. C’è meno da risistemare dopo”.

 

Alla luce delle tenebre elettorali

Un carissimo, giovane e colto amico mi ha inviato una breve ma profonda riflessione “esistenziale” sulla situazione politica emergente dal responso delle urne, peraltro piuttosto scontato.

“Nei giorni scorsi, d’un tratto, sono precipitato in una cupezza di “spirito politico” per l’attesa della vittoria della destra e questo sentimento – l’essermi incupito così per le sorti politiche del Paese – mi suona oggi in qualche modo nuovo, mai sentito prima, e questo sarà anche positivo dopotutto. Ma, a quest’ora, non resta che la conferma di questo sentimento, alla luce delle tenebre elettorali. La tivù accesa, ora silenziata, sto ripiegando – qualcuno forse direbbe con nobiltà di spirito – sulla lettura della Politica come professione di Max Weber. Proprio stanotte!”.

Mia sorella, morta purtroppo nove anni fa, avrebbe una reazione molto più prosaica e con ogni probabilità sarebbe anche oggi spietatamente realista nel giudicare gli italiani “ancora fascisti”: la cosa rimane vergognosamente imbarazzante, anche perché, tutto sommato, aveva ragione. La risposta plausibile all’inquietante responso elettorale la posso quindi azzardare nella impietosa analisi che lei faceva delle magagne del popolo italiano: siamo rimasti fascisti con tutto quel che segue.

Mio padre, resistenza (nel cuore e  nel cervello), costituzione (alla mano), repubblica (nell’urna), operava,  ancor più culturalmente che politicamente, una scelta di campo imprescindibile e indiscutibile: sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole voltare pagina, non capendo che coi vuoti di memoria occorre stare molto e poi molto attenti e che (come direbbe lui) “ in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “.

Gli italiani hanno dimostrato, premiando in modo netto la destra a guida Giorgia Meloni, di fregarsene altamente della storia passata, privilegiando ed isolando quella presente: la sinistra non li ha per niente aiutati, sventolando propagandisticamente allarmi democratici senza accompagnarli con una concreta proposta di larga “alleanza elettorale di liberazione nazionale”. I numeri, pur non facilmente sommabili delle forze non di destra, dimostrano che all’indistinta e contraddittoria coalizione di destra si poteva rispondere con una tattica coalizione di centro-sinistra: era forse l’unico modo per costringere gli italiani a ragionare e scegliere con cuore e cervello e non con la pancia.

Disgraziatamente l’esperienza del governo Draghi, che, nelle intenzioni del presidente Mattarella, doveva consentire alla politica di rigenerarsi in continuità democratica, ha finito col creare i presupposti per una inquietante discontinuità democratica. Evidentemente il consenso popolare draghiano era più rispecchiato dal pensiero unico mediatico che da una convinta adesione alla cosiddetta agenda Draghi (lo scarso ed insignificante risultato di “Calenda-Renzi” ne è un’ulteriore attestazione). Lo dimostra il fatto che alla vergognosa liquidazione del governo Draghi gli elettori hanno risposto premiando Fratelli d’Italia, che tale governo non ha mai sostenuto, il movimento cinque stelle, che ne ha innescato il meccanismo di caduta, il centro-destra nel suo complesso, che ha opportunisticamente e strumentalmente voluto le elezioni politiche anticipate anche a costo di creare drammatiche conseguenze per il Paese.

Due parole sui principali sconfitti uscenti dalle elezioni. Tra i vincitori (compreso un Berlusconi redivivo, che si accontenta di uno striminzito 8%, spacciato come un trionfo tutto da godere) esce paradossalmente con le ossa rotte la Lega di Salvini protagonista di una debacle registrata tra le mura della propria casa politica (la coalizione di destra) e nel proprio territorio di riferimento (il nord, la Lombardia in particolare). Tra i perdenti risulta particolarmente punito il Partito democratico, che ha registrato il peggior risultato nella storia della sinistra, mentre si salva alla grande il M5S, che gli ha scippato, furbescamente ma efficacemente, le battaglie etiche (guerra e pace) e sociali (poveri, disoccupati e lavoratori in difficoltà). Salvini ed Enrico Letta avranno modo di leccarsi le ferite: il primo all’ombra consolante di quel po’ di potere che, con una certa prevedibile magnanimità, gli concederanno i partner, il secondo nel bagno rigenerante dell’opposizione politica e sociale, peraltro tutta da costruire.

Dall’estero arrivano reazioni piuttosto imbarazzate e imbarazzanti, che sembrano più preoccupate della continuità belligerante in Ucraina e della difesa burocratica delle alleanze (Nato e Ue) che non della genuinità democratica del nostro Paese. Le botti danno il vino che hanno e ho l’impressione che Usa e Ue, come si suol dire, la berranno da botte.

 

Lavorär äd näz

In Campania la Regione cerca ‘annusa-odori’ per dare la caccia alle cause dei miasmi misteriosi che da anni sono presenti nell’aria della zona di Giugliano in Campania, in provincia di Napoli. Il bando è stato pubblicato dall’Arpac, Agenzia regionale per l’Ambiente della Campania. Vengono offerti 38 euro lordi per tre ore di lavoro.

Possono partecipare alla selezione tutti coloro che hanno compiuto 18 anni e non soffrono di allergie o malattie nasali, dalla rinite alla sinusite. Una platea potenzialmente molto vasta, ma l’Arpac è stata costretta a ripubblicare in questi giorni il bando con nuova scadenza al 3 giugno dopo che il precedente avviso, uscito a marzo, è andato praticamente deserto. Sono stati infatti solo sei gli aspiranti esamina-odori, troppo pochi per effettuare le selezioni e scegliere – dopo esami di sensibilità dell’olfatto – coloro che entreranno a far parte dell’elenco di annusatori cui si ricorrerà per studiare il fenomeno dei miasmi. I rilievi scientifici effettuati su aree industriali, reti fognarie e altre possibili origini non hanno dato esito e la speranza è che l’olfatto umano – specie quello di nasi super-sensibili – riesca a percepire le sfumature degli afrori pestilenziali che un anno fa hanno costretto gli abitanti di Giugliano e comuni limitrofi a tenere le finestre chiuse malgrado il caldo. 

Grazie a finanziamenti regionali provenienti dal Fondo europeo Fesr, l’Arpa Campania si è dotata di un laboratorio, con sede a Caserta, che per entrare in funzione però ha bisogno di ‘nasi’. Nel laboratorio verrà utilizzato un olfattometro: lo strumento diluisce i campioni di aria prelevati sul campo e li distribuisce al panel di analizzatori, che dovrà esprimere la sua “valutazione olfattiva”. Agli annusatori campani si chiederà di percepire le singole sfumature della puzza che minaccia decine di migliaia di persone, così da individuarne l’origine. Il timore è che l’arrivo dell’estate riproponga l’emergenza dello scorso anno, quando i cittadini esasperati sono scesi in piazza e i sindaci di dieci comuni del Napoletano (Giugliano, Frattaminore, Frattamaggiore, Casalnuovo di Napoli, Cardito, Caivano, Qualiano, Quarto, Calvizzano, Crispano) hanno minacciato di restituire le fasce tricolore.

Ha dell’incredibile e del ridicolo, sembra una fake news di qualche mese fa, una presa in giro collettiva, ma invece dovrebbe essere proprio una cosa “seria”. D’altra parte non bisogna fare i difficili, pur di lavorare e portare a casa la pagnotta ci si può anche adattare.  Poi, se i sindaci dei comuni del Napoletano hanno addirittura pensato di dimettersi, vuol dire che il problema esiste.

Viene spontaneo fare un po’ d’ironia. I giovani devono rassegnarsi a lavorare entro schemi inediti: più inediti di così… Altro che medici, psicologi, tecnici informatici, ingegneri elettronici… Basta avere il naso buono. Il modo per esercitarsi ed imparare l’arte non dovrebbe mancare.

Ascoltavo, ancora bambino, i racconti, per me quasi immaginari, ma tutt’altro che fantasiosi, relativi al ruspante antifascismo parmense. Nell’osteria a due passi dalla casa della mia fanciullezza, si raccoglievano firme per una petizione di carattere politico: fecero firmare anche un amico, vecchio, sordo e semi-analfabeta, con l’illusione di sottoscrivere una richiesta di rimozione per un fetido e puzzolente vespasiano della zona. “Firma par tirär via al pisatòri dal borog chi dardè ch’al spusa…”. E lui naturalmente firmò. Per fortuna l’iniziativa non creò grane, ma l’Oltretorrente era questo: genio e sregolatezza, musica e politica, risate ed all’occorrenza…

Gli odori quindi non sono umanamente trascurabili, politicamente neutri e tanto meno corretti. Stando a papa Francesco, la società corrotta “spuzza”: lo ha detto con grande incisività e senza mezzi termini. Si tratta di puzza molto più complicata da individuare e combattere.

Mi auguro che l’iniziativa della regione Campania, di cui non ho più avuto aggiornamenti, possa portare a qualche risultato utile in termini occupazionali ed ecologici: seguirò attentamente l’evolvere di questa vicenda, che, assomiglia, in un certo senso, all’emergenza ben più grave, quella della peste suina a Roma per la quale sarà istituita una zona rossa. L’ordinanza andrà a regolamentare tutta una serie di attività possibili all’interno della zona rossa e tutta una serie di restrizioni”. Insieme a quella della peste suina, si farà fronte a un’altra emergenza: quella dell’eccessiva presenza di cinghiali, soprattutto nelle aree urbane. A Roma c’è anche e sempre puzza di bruciato a proposito di incenerimento colposo o doloso dei rifiuti. Nella capitale si sente un forte odore di cattiva amministrazione pubblica a livello comunale: passano i sindaci e rimane il vuoto, causato anche da una querelle di principio fra inceneritore sì e no, e nel vuoto si possono infiltrare anche i mafiosi con la loro “spuzza”.

Nel frattempo si è cominciato a sentire puzza di fascismo a livello europeo e nazionale: il discorso si fa molto impegnativo per gli annusatori dal momento che gli italiani, complice il virus dell’amnesia, sembrano aver perso l’olfatto della storia. È curioso come si voglia a tutti i costi sentire i miasmi del comunismo (Berlusconi docet), mentre quelli del fascismo si esorcizzano con un piccolo cambiamento d’aria (Meloni docet).

Mio padre non era un ambizioso si accontentava dei risultati raggiunti con onestà e laboriosità, non recriminava, non invidiava nessuno, sapeva godere delle piccole (grandi) soddisfazioni della vita. Di fronte a certe carriere fulminanti, senza scandalizzarsi e senza particolare acredine, commentava così: «In-t-la vitta pr’andär avanti, purtróp, bizoggna lavorär äd gòmmod…Mi an sariss miga bón äd färol». Oggi forse aggiungerebbe che “par magnär e fär politica bizoggna ànca lavorär äd näz e miga därog äd näz”.

 

 

Non voto e non mi sento in colpa

Ho vissuto un vero e proprio “dramma” elettorale. Qualcuno osserva come io abbia la politica nel sangue: penso sia vero. Una malattia o una sfida? In ogni caso ho sofferto e mi sono sentito assai titubante di fronte alla scadenza elettorale. Ho cercato di distrarmi, ma poi mi sentivo in colpa. Mi sono sforzato di ammettere che la politica è importante, ma ci sono anche altre cose: la fede, l’amore, l’amicizia, la famiglia, il lavoro, la musica, etc. etc. Il pensiero tornava però lì e vedevo la politica ridotta ad un cumulo di macerie.

Come ho già scritto, ci sono due approcci alle urne: uno di carattere “ideologico” o quanto meno “ideale” e uno di carattere politico o quanto meno “partitico”. Questo rappresenta già di per sé un’anomalia, se non addirittura la fine della politica vera, che dovrebbe riuscire a coniugare le idee e i valori con la realtà ed i suoi problemi. Invece da una parte c’è l’emarginazione degli idealisti ridotti a stucchevoli sognatori, dall’altra parte la premiata forneria Meloni che arruola tutti coloro che non pensano, ma alzano le spalle.

Un posto centrale nella riflessione pre-elettorale lo avrebbe dovuto avere indiscutibilmente la guerra, la madre di tutti i problemi. La politica ce la presenta come una necessità, come un male necessario, come un assoluto dovere di solidarietà verso l’Ucraina e di condanna verso la Russia. Non accetto questo schema manicheo, non mi rassegno, credo che ci debba essere spazio per cessare l’escalation delle armi e per trattare, dialogare, avviare almeno una tregua per poi costruire un nuovo assetto pacifico a livello internazionale.

La politica non è in grado di mettere minimamente in discussione la logica di guerra, che sottende a tutti i rapporti internazionali: in un certo senso la crisi ucraina è solo l’attuale punta dell’iceberg bellico, che ci coinvolge e ci distrugge. Se applichiamo il paradigma della pace alla scelta elettorale, non ci saltiamo fuori: sul discorso guerra tutti i gatti sono bigi, i partiti sono tutti uguali salvo qualche strumentale distinguo (vedi M5S) o qualche timida puntata critica (vedi Si e Verdi). L’unica formazione politica che affronta con un certo coraggio la questione è Unione popolare-De Magistris, che però non riesce a inserire la scelta pacifista in un contesto politico, ma resta aggrappata alle idee rischiando di ricadere nell’ideologia.

Sarebbe quindi stato necessario prescindere dalla guerra pur di andare a votare, ripiegando magari sulla necessità di fermare la valanga di destra, che rischia di travolgere il Paese e la sua debole democrazia. Poteva essere uno stimolo? Prendere almeno le distanze, mettere un freno ad una sorta di neo-fascismo dilagante, salvare il salvabile, alzare una barriera contro la “barbarie” populista, sovranista e nazionalista. Ma è convincente scoprirsi antifascisti dopo essersi comportati più o meno da fascisti? E poi a tale riguardo non basterà solo uno striminzito voto, ma occorrerà ben altro, come ha lasciato intendere il governatore della Puglia Michele Emiliano, che è finito nella bufera politica dopo le parole pronunciate ad un comizio. Le sue frasi non sono piaciute per nulla all’intero centrodestra ma anche al terzo polo. Il governatore della Puglia si era espresso così: “La Puglia è la Stalingrado d’Italia, qualunque cosa accada da qui non passeranno, gli faremo sputare sangue”. A me queste parole sono piaciute: ci dobbiamo preparare a tempi duri in tema di democrazia.

Il gioco vale la candela? Ha senso usare l’approccio elettorale squisitamente politico? Votare per evitare il peggio, sfidando una sorta di buio pesto da cui si rischia di non uscire vivi: emergono infatti tutti i limiti, i difetti, le contraddizioni di una classe politica a dir poco inadeguata. Non è forse meglio astenersi dal voto in base ad una umile e rispettabile obiezione di coscienza (della serie “non mi sento proprio di votare”)?

Ho fatto molta fatica a decidere se votare oppure no ed eventualmente chi votare. Ho avuto paura di essere complice dell’avanzata di una destra che mette più di qualche brivido. Ho avuto timore di premiare l’omertosa e grilloparlantesca linea politica del PD. Ho nutrito persino qualche attenzione per il M5S e posso capire chi lo avrà votato in chiave sinistrorsa: io però non me la sono sentita. Più ho riflettuto e più sono stato assalito dai dubbi. Le passerelle di Mario Draghi non mi hanno convinto. L’estrema sinistra è politicamente fuori gioco. Gli appelli di Usa e Ue arrivano da pulpiti assai poco credibili. Incombe sempre più la guerra e credo sia l’argomento fondamentale su cui andava incardinato il voto.

L’iter culturale seguito in scienza e coscienza mi sarà almeno testimone che non sono un “qualunquista”. In questa mia sofferta indecisione ho messo tutta la mia esperienza, la mia sensibilità, la mia educazione, la mia storia, il mio cuore che ha sempre battuto per gli ideali di giustizia e pace, il mio cervello che ha sempre guardato alla politica vera.

Ho fatto un’ultima ricognizione e mi sono chiesto: in questo penoso contesto io dovrei andare a votare? Ma fatemi il piacere… L’unica cosa da fare è pregare Dio, non tanto e non solo perché ci illumini, ma che ci liberi dalla sciagura. Se questo è qualunquismo, sono qualunquista. Se questo è integralismo religioso, sono integralista. Se questo è disfattismo, sono disfattista.

A regola di briscola, in questo momento dello squallido borsino elettorale, ho persino avuto la tentazione di affacciarmi sulla furba campagna elettorale di Giuseppe Conte e del suo movimento pentastellato di risulta (è tutto dire…) e sugli argomenti da essi proposti: sulla guerra (ha un pensiero critico), sul governo Draghi (cosa ha fatto e sta facendo, al di là del suo prestigio?), sui problemi sociali (reddito di cittadinanza e altro), sui vaccini (no all’inutile e scorretto obbligo), sul considerare il PD lontano mille miglia dalla sua mission storica ed ideale. Poi però ho pensato a Grillo, ai casini combinati dai grillini, alle contraddittorie e strumentali posizioni assunte nel tempo, alla loro inesistente classe dirigente, all’irritante incedere di un leader di cartone e ho lasciato perdere…

Potevo orientarmi su Unione popolare, tanto per votare e testimoniare una mia ancestrale preferenza per certe idealità. Ma con i capelli bianchi che mi ritrovo non posso farmi ringiovanire da Luigi De Magistris. Se proprio devo testimoniare qualcosa che ho dentro, meglio farlo in altro modo: il più forte voto di protesta e finanche di proposta in questo momento è l’astensione! E mi sono astenuto.

Stretta la foglia, larga la via, dite e fate la vostra che ho detto e fatto la mia!