Litigare per la pace

Forse sarà per l’affacciarsi di serie probabilità atomiche, fatto sta che finalmente, seppure in modo caotico e fin troppo articolato, si è cominciato almeno a parlare di manifestazioni contro la guerra, o per meglio dire, in favore della pace.

Un tempo la gente scendeva in piazza con una certa spontaneità ed immediatezza anche se la longa manus dei partiti era sempre presente a queste manifestazioni: il prezzo della demagogia, della strumentalizzazione e della faziosità politiche si metteva in conto, ma ciò non frenava la partecipazione anzi le dava vivacità e vitalità.

Nei salotti televisivi ci si interroga se sia utile promuovere iniziative di piazza contro la guerra. In molti c’è il preoccupato retropensiero di disturbare gli Usa e la stessa Ue, alcuni temono di fare confusione tra aggressori e aggrediti, altri di tradire il sacrosanto patriottismo ucraino, altri ancora di aggiungere confusione a quella già esistente a tutti i livelli. Tutte, a loro modo, preoccupazioni comprensibili, che però non dovrebbero paralizzare la società, facendole accettare quelli che papa Francesco definisce “schemi di guerra”.

Mio padre, alla luce della sua esperienza storica, non temeva affatto chi gridava per la pace, ma chi gridava per la guerra: purtroppo di piazze guerrafondaie ne aveva viste parecchie fomentate dal regime fascista. Aveva perfettamente ragione, perché innanzitutto esprimersi collettivamente serve ad alimentare l’autocoscienza pacifica che non è affatto scontata. Senza accorgercene stiamo facendo il callo alla guerra, ne parliamo come se fosse una questione puramente teorica o relegabile in un altro mondo, addirittura, come afferma l’autorevole storico Lucio Caracciolo, ne stiamo facendo una discussione “da bar”. Abbiamo quindi bisogno di scuoterci da questo torpore bellicista a costo di rincorrere la chimera pacifista.

In secondo luogo la gente, scendendo in piazza, ha la possibilità di inviare un messaggio ai propri governanti facendo loro sentire il fiato sul collo: la guerra non è una inevitabile combinazione politica, ma è una catastrofe umana da evitare sempre e comunque. Se lo mettano bene in testa i responsabili delle nazioni a cominciare dalla nostra. Bisogna costringere chi detiene nelle proprie mani i destini dell’umanità a ragionare di pace, con pazienza, perseveranza, mettendo da parte l’insano realismo per sostituirlo con il sano anche se fragile utopismo.

Protestare e manifestare per la pace significa anche esprimere solidarietà al martoriato popolo ucraino e a quella parte crescente del popolo russo, che si oppone alla dittatura putiniana e alla guerra, rischiando la galera e la morte, ai renitenti alla chiamata alle armi, a chi fugge dalla Russia, rifiutando la logica delle armi.

In terzo luogo la spinta di base proveniente dalla società dovrebbe costringere gli Stati a scendere sul piano della diplomazia intesa non come macabra raccolta delle macerie belliche, ma come ricerca spasmodica di un dialogo costruttivo e possibilmente preventivo. È troppo tardi? Non è mai troppo tardi!

Da ultimo dovrebbe servire a ricordare che la politica sganciata dagli ideali non regge all’urto dei problemi enormi con cui abbiamo a che fare. Si è portati a pensare che sia meglio accantonare gli ideali per dedicarsi ai bisogni concreti. Niente di più perfidamente sbagliato. Quando si dipinge una parete si inizia dall’alto. Alcune sere fa ho ascoltato un dibattito proprio sulla opportunità di promuovere iniziative di pace a livello di piazza (otto e mezzo su La7). Con mio relativo stupore ho colto sorprendenti ma incoraggianti assonanze tra Tomaso Montanari, autorevole pensatore di sinistra e Alessandro Giuli, giornalista certamente non schierato a sinistra anche se intellettualmente fuori dagli schemi: sul discorso della pace battevano pari! Un caso? Penso proprio di no! Quando si scherza con la politica si può anche litigare, ma quando si va al sodo dell’umana pacifica convivenza si trovano convergenze, magari parallele.

Alla domanda capziosa se sia questo il momento di scendere in piazza contro la guerra, il suddetto Tomaso Montanari ha risposto provocatoriamente chiedendo se si debba aspettare lo scoppio di una bomba atomica per farlo. E se le piazze si riempiranno di persone che la pensano diversamente, sempre meglio litigare per la pace che essere tutti d’accordo per la guerra.

 

 

Il PD è morto, ma è anche vivo

Tra i tanti (troppi) medici accorsi al capezzale del Partito democratico, c’è il suo fondatore Walter Veltroni, che rimane sempre vittima del suo “maanchismo” di crozzana memoria. Passo in rapida rassegna gli esempi di questo brutto difetto veltroniano, quello di voler tenere insieme tutto e il contrario di tutto.

Da ex comunista non resiste alla tentazione di elogiarne la discutibilissima eredità. “La terra di un partito non è la dichiarazione del giorno o l’ambizione dei singoli. É una comunanza di sentimenti: il Pci ha fatto tanti errori, ma c’era la sensazione che quella fosse una comunità”. Ma quale comunità?! Era un partito caserma, senza democrazia all’interno, dove prevaleva sempre la ragion di partito, dove si negava l’evidenza in funzione degli interessi di parte. Un partito comunitario, ma anche un partito caserma! Mia sorella, con la quale da democristiani si discuteva dei rapporti di collaborazione col Pci, diceva con la sua solita franchezza: “Noi nel Pci dureremmo sì e no dieci minuti”.

Ma non è finita qui. Veltroni fa persino l’elogio della follia comunista di fare opposizione in Parlamento al centro-sinistra e di fare al contempo giunte di sinistra col Psi in periferia. Quindi doppia identità: opposizione, ma anche governo! Quante volte vedevo i miei amici comunisti in difficoltà su questo piano scivoloso: morivano dalla voglia di affrancarsi dal giogo craxiano per lavorare seriamente ad accordi con la Democrazia cristiana, ma si voleva così colà dove si poteva ciò che si voleva.

Venendo all’attualità, Veltroni, come del resto aveva fatto da segretario del neonato Pd, riscopre la vocazione maggioritaria di un partito della sinistra riformista, che quindi punta alla propria egemonia e centralità, ma anche ad alleanze elettorali sul piano tattico e a convergenze programmatiche dal punto di vista strategico. Quindi un partito con una propria forte identità, ma anche disposto ad allearsi con altre forze politiche.

Il partito alle ultime elezioni non ha perso numericamente, ma ha anche perso politicamente. Il Pd è stato 10 anni al governo, con Berlusconi, con Salvini, col M5S, contribuendo a evitare il peggio per il Paese, spesso svenandosi. Ma dopo la crisi del governo Conte-Salvini sarebbe stato giusto andare a votare ed è stato un errore cambiare posizione rispetto alla riforma sul taglio del numero dei parlamentari, perché la Costituzione non si cambia a pezzetti con le urla, ma con una visione generale. Allora un partito governista ma anche orgogliosamente identitario.

Il problema del Pd non è allearsi con Conte o Calenda, le alleanze vengono semmai di conseguenza e in un secondo momento rispetto alle scelte di fondo, ma nel Lazio si può benissimo aprire un confronto in vista delle prossime elezioni. Pieni di se stessi, ma anche pronti a trattare.

La sinistra riformista deve puntare ad essere maggioranza in Parlamento, ma anche nel Paese, “riradicandosi” in esso, tornando nelle periferie del disagio sociale, scendendo in piazza per difendere le libertà e la pace, ritornando ad essere il partito che pone il lavoro quale tema prioritario e centrale. Ma la sinistra riformista deve anche togliersi dalla testa l’idea di essere superiore, di considerare chi la pensa diversamente, a destra o più a sinistra, come un incolto o un’anomalia.

Andiamo avanti vedendo come Veltroni la pensa sugli altri partiti. L’evoluzione del M5S da partito né di destra né di sinistra a partito progressista è positiva, ma anche i Cinque stelle devono continuare un processo per allontanare definitivamente elementi di antipolitica che appaiono posticci dopo quattro anni di governo.

Giorgia Meloni è una donna intelligente che ha combattuto per affermare il suo ruolo dentro il suo partito e fuori, con gli alleati. Ma il problema è anche di sistema: sarà una destra alla Bolsonaro, alla Trump, o ci sarà un’evoluzione? Si aprirà presto un dissenso sociale molto forte, ci si deve preparare a un’opposizione forte e vigorosa.

La parola fascismo ha una sua gravitas: il delitto Matteotti, le leggi razziali, la guerra… Questa destra è pericolosa per il suo populismo, la sua demagogia, gli attacchi possibili ai diritti civili, ma come si è contrastato Trump in America, si riuscirà a contrastare questa destra.

Le interessanti analisi di Walter Veltroni, riprese da una sua intervista rilasciata al quotidiano La Stampa e dalla sua partecipazione alla rubrica Otto e mezzo su La 7, risentono del compiaciuto distacco dal partito democratico, ma anche della passione politica per lui irrefrenabile. Può essere comodo pontificare dall’esterno, ma anche scomodo starsene in disparte a sgolosare nelle stanze e nelle piazze. Veltroni rischia il notabilato, ma anche di essere una buona e sincera coscienza critica, tutta da ascoltare. Forse della serie fate come dico e non come ho fatto. Il suo dirimpettaio Massimo D’Alema parla del Pd come frutto di una irrecuperabile fusione fredda, Veltroni ne parla come di una creatura da rieducare in tutto e per tutto. Forse ha ragione D’Alema, ma anche Veltroni.

Per qualche senatore in più

Stando alle cronache politiche, la destra sarebbe condizionata nella scelta dei ministri anche dalla risicata maggioranza al Senato (una decina di voti) non certo tranquillizzante. Quindi niente senatori al governo dal momento che i ministri hanno poco tempo per partecipare alle sedute parlamentari e potrebbero mettere a serio rischio la tenuta del governo su certe importanti e delicate questioni. Senza contare eventuali cambi di casacca in corso d’opera e il pericolo sempre attuale dei franchi tiratori.

Non credo che la pattuglia senatoriale rappresenti un grande serbatoio ministeriale per la destra, ma che la sua forzosa integrità possa essere sintomo di una certa qual precarietà di una maggioranza, che sembra faticare non poco alle prese con l’eventualità di ministri tecnici accostati ai politici, con gli equilibrismi tra le forze di maggioranza, con gli irrefrenabili appetiti leghisti e salviniani in particolare, con le competenze e le esperienze piuttosto carenti, con la necessità di garantire profili rassicuranti per la Ue, gli Usa, la Nato e…i mercati.

Questo non mi scandalizza: la formazione di tutti i governi deve affrontare simili difficoltà, anche se, stavolta, sembrano evidenziate clamorosamente dal contesto generale che fatica a sopportarle e dall’enfasi mediatica con cui si assiste ad una svolta politica, che gli elettori hanno voluto, almeno stando al risultato delle urne, ma che in molti, nonostante il vento a favore, fanno fatica a digerire per diversi motivi.

Il ragionamento che voglio fare però è un altro. Il trionfo della destra non è poi così forte se al Senato si teme che la maggioranza possa traballare. D’altra parte lo si sapeva anche durante la campagna elettorale: una manciata di collegi uninominali, soprattutto al sud Italia, potevano fare la differenza e mettere in discussione l’aria destrorsa che spirava sulle elezioni.

Non era il caso per le forze dell’arco anti-destra di mettersi intorno a un tavolo per vedere di stipulare qualche alleanza elettorale minimale che consentisse la vittoria del più accreditato candidato in contrapposizione al candidato della destra? Oibò!

Facendo qualche calcolo a posteriori si nota come un minimo di tattica avrebbe potuto mettere in seria precarietà la destra, almeno al Senato. Forse saremmo a fare altri ragionamenti in funzione del nuovo governo: governo tecnico, di unità nazionale, di emergenza nelle emergenze, etc. etc. Non sarebbe una grande eventualità, ma piuttosto di un governo di destra sempre meglio un governo di manovra parlamentare ed economica. La politica sarebbe rimasta al palo, ma, visto come è messa, non sarebbe stato un gran male. Invece…

La testardaggine nel centro-sinistra ha prevalso, causata anche dai personalismi, dai risentimenti, dalle vendette e dalle miopie. Qualcuno pensa che sia meglio toccare il fondo per poi risalire. Ho seri dubbi. Intanto ci beviamo, salvo imprevedibili sviluppi, il governo Meloni con tutto quel che segue.

A proposito di meloni e di angurie, mio padre raccontava un simpatico aneddoto relativo ad un bambino che, recitando in famiglia la poesia di Natale, cadde in un dialettale strafalcione. “Tanti ingurii al papà” disse. E il papà ironicamente aggiunse: “Sì, e un mlón in tla schén’na a tò mädra”. Il “meloni” di destra nella schiena ce l’abbiamo noi anche per colpa degli strafalcioni elettorali di un inconcludente centro-sinistra alle prese con la spartizione delle “angurie”.

Extra profitti ed extra povertà

Fino a poco tempo fa si diceva giustamente che le difficoltà economiche riguardavano le persone che non avevano un lavoro: il primo discrimine socio-economico era il lavoro. Se una persona aveva un lavoro, seppure precario o mal retribuito, riusciva a cavarsela non senza sacrifici, ma sbarcando il lunario.

Il discorso, eloquente nella sua semplicistica sociologia, si è aggravato, oserei dire drammatizzato. Oggi non ce le fanno più anche molte persone che lavorano: il costo della vita è aumentato al punto tale da mettere a repentaglio i salari di molti lavoratori. Si è allargata la fascia della povertà coinvolgente buona parte di chi era catalogabile nel ceto medio, che, a sua volta, si è ristretto col passaggio all’ingiù, ma anche con il passaggio all’insù, vale a dire coi nuovi poveri e coi nuovi ricchi. Brutalmente parlando i poveri stanno sempre peggio e i ricchi stanno sempre meglio.

Il nostro sistema economico, complici le crisi cicliche e quelle straordinarie dovute a pandemia, guerra, ristrettezze energetiche, crea diseguaglianze e il sistema politico-sindacale non è in grado di correggerle. Si fa un gran parlare di extra-profitti, vale a dire di imprese che lucrano sulle disgrazie e fanno affari d’oro: capitalismo vuol dire anche questo. Il grave però non è tanto questa anomalia sistemica, oserei dire connaturale al capitalismo, ma la incapacità a correggerne gli effetti a livello di regolamentazione dei mercati e di redistribuzione dei redditi.

La sinistra politica e per certi versi anche quella sindacale (portata più a difendere i privilegi che a combatterli) non riescono a prendere il toro per le corna e si rifugiano nell’assistenzialismo o nella comoda accettazione degli intoccabili meccanismi economici.

Mio padre non era un economista, non era un sociologo, non era un uomo erudito e colto. Politicamente parlando aderiva al partito del buon senso, rifuggiva da ogni e qualsiasi faziosità, amava ragionare con la propria testa, sapeva ascoltare, ma non rinunciava alle proprie profonde convinzioni mentre rispettava quelle altrui. Volete una estrema sintesi di tutto ciò? Eccola! Rifletteva ad alta voce di fronte alle storture del sistema economico latu sensu: «Se tutti i paghison il tasi, as podriss där d’al polastor aj gat…».

Mentre sarebbe necessario, fiscalmente parlando, picchiare duro sugli extra-profitti per ottenere risorse da impiegare a sostegno degli anelli deboli della catena, c’è addirittura chi promette di abbassare le tasse ai ricchi (flat tax) perché così i poveri possano sfamarsi delle briciole che cadono dalle tavole dei ricchi. In Gran Bretagna, dopo avere varato una diminuzione del carico fiscale in tal senso, hanno dovuto precipitosamente fare marcia indietro accorgendosi dell’ulteriore disastro innescato da simili misure.

In Italia, la destra ha inserito nel programma elettorale questa autentica fandonia e, stando ai risultati emergenti dalle urne, molti italiani l’hanno creduta plausibile. Della serie: proviamo a fare ridere i ricchi e chissà che anche i poveri possano smettere di piangere.

A sinistra è stato premiato, entro certi limiti e più con la forza della disperazione che con quella della convinzione, chi pensa di risolvere il problema della povertà con i sussidi, mentre chi avrebbe dovuto proporre qualcosa di più ha parlato di pannicelli caldi (vedi salario minimo) o di fantasiose mensilità aggiuntive.

Il sindacato va in piazza. Se il partito democratico deve leccarsi le ferite, anche il sindacato non è esente da esami di coscienza, così come l’intera area della sinistra, fatta di mondi, persone e movimenti e che, come dice Massimo Cacciari, si sta divorando tutto il patrimonio culturale e storico accumulato, mentre i poveri stanno a guardare o per dirla in dialetto parmigiano finiscono col magnär dal pèss ociàlón.

 

 

Il beneficio del dubbio

“Vogliamo lavorare con Roma ma vigileremo su rispetto diritti e libertà”. Lo dice – in un’intervista a Repubblica – Laurence Boone, nuova ministra per gli Affari europei del governo francese, per la quale “è importante che il governo Meloni resti nel fronte europeo contro Mosca e in favore delle sanzioni”.

“Rispetteremo la scelta democratica degli italiani – afferma- L’Europa deve rimanere unita, in particolare nell’affrontare la guerra che la Russia ha dichiarato in Ucraina, con le sanzioni che abbiamo adottato. Su questo punto, Meloni ha espresso chiaramente il suo sostegno a ciò che l’Europa sta facendo. Dopodiché è chiaro che abbiamo delle divergenze. Saremo molto attenti al rispetto dei valori e delle regole dello Stato di diritto. L’Ue ha già dimostrato di essere vigile nei confronti di altri Paesi come l’Ungheria e la Polonia”.

La Francia è favorevole all’inserimento del diritto all’aborto nella Carta dei diritti umani dell’Ue, “abbiamo bisogno dell’unanimità, quindi – sottolinea – dobbiamo riuscire a convincere tutti i Paesi. Dobbiamo portare una voce per la salvaguardia dei diritti delle donne, delle minoranze sessuali e di tutte le minoranze in generale. Quando vediamo quello che è successo negli Usa, capiamo che dobbiamo rimanere estremamente vigili”.

È seguita una replica durissima su Facebook di Giorgia Meloni: “Voglio sperare che la stampa di sinistra abbia travisato le dichiarazioni fatte da esponenti di governo stranieri e confido che il Governo francese smentisca queste parole, che somigliano troppo a una inaccettabile minaccia di ingerenza contro uno Stato sovrano, membro dell’Ue. L’era dei governi a guida Pd che chiedono tutela all’estero è finita”. Il presidente della Repubblica al riguardo ha dichiarato in modo asciutto e senza polemizzare: “L’Italia sa badare a se stessa nel rispetto della sua Costituzione e dei valori dell’Unione europea”. Da Praga Mario Draghi ha assicurato: dai partner europei c’è curiosità sul nuovo governo, non preoccupazione. È arrivata a stretto giro la marcia indietro di Parigi: “Parole semplificate, rispettiamo le scelte degli italiani”.

La situazione è piuttosto imbarazzante per l’Italia al di là delle dichiarazioni inopportune e infelici a livello Ue. Azzarderei una estrema sintesi: il rispetto lo si può pretendere, la fiducia bisogna conquistarsela. Nel nostro Paese abbiamo la memoria corta, seguiamo uno schema pressapochista o sofisticato per affrontare il discorso politico, ma non possiamo illuderci che fuori dai nostri confini ci sia disponibilità a scherzare col fuoco, come amiamo fare noi.

All’estero in politica due più due fa quattro, in Italia fa (quasi) zero. Eloquente al riguardo il fatto che molti, (quasi tutti) in Italia inneggiassero a Draghi e Mattarella per poi premiare nelle urne le forze politiche che non lo hanno appoggiato o addirittura quelle che lo hanno fatto cadere. Forse all’estero non se lo spiegano. Il professor Cacciari afferma stizzosamente che in Europa se la dovrebbero prendere con chi non ha saputo tenere Draghi al governo e chiedersi perché chi sosteneva Draghi non ha saputo difenderlo prima e durante la prova elettorale. Penso sia una rispettabile pretesa filosofica di approfondimento culturale, che non ha niente a che vedere con la realpolitik del momento, suffragata, magari un po’ strumentalmente, dai fantasmi del passato remoto e prossimo.

Se è vero che FdI è l’unico partito che ha una sua identità storica e sue radici culturali, bisogna ammettere che tutto ciò non è tranquillizzante per il presente e per il futuro. Dal momento che nutro seri dubbi sull’affidabilità democratica di questo partito (i suoi partner da certi punti di vista sono ancora peggio, perché giocano sull’equivoco mente almeno Giorgia Meloni sembra sincera), non mi stupisco e non mi scandalizzo se in Europa qualcuno, più o meno pretestuosamente e strumentalmente, si permette di dubitare. Dubitare non è reato! L’aria che tira è questa. Non so se sia curiosità o preoccupazione, per dirla con Mario Draghi. Sono d’accordo col presidente Mattarella sul fatto che l’Italia debba badare a se stessa, non sono sicuro che sappia farlo. L’ex presidente Sandro Pertini sosteneva convintamente e significativamente che gli italiani non sono primi né secondi a nessuno. Verissimo, ma proprio per questo non sarebbe male che ascoltassero umilmente i pareri altrui: c’è sempre qualcosa da imparare.

È certamente irritante l’atteggiamento francese nei nostri confronti. La convivenza degli italiani con i cugini francesi e viceversa non è mai stata troppo facile e serena: ci si odia cordialmente. Ricordo come mia sorella, nella sua solita schiettezza di giudizio, una volta si lasciò andare e parlò di “quegli stronzoni di Francesi”: forse non sbagliava di molto.   Un conto è essere superiori su basi oggettive, un conto è ritenersi aprioristicamente migliori. Sono convinto che la Francia, come del resto l’Italia, abbia parecchi scheletri nell’armadio da nascondere e invece di cercare l’alleanza con i Paesi mediterranei, con cui instaurare collaborazione e solidarietà, ha sempre preferito la fuga in avanti verso la Germania: della serie “è meglio leccare i piedi ai tedeschi” che condividere “la puzza dei piedi” con gli italiani.

In questi giorni sembra proprio rinsaldarsi l’alleanza franco-tedesca, magari proprio a spese dell’Italia. Avevamo l’autorevole possibilità di sparigliare le carte, avevamo l’antidoto contro i veleni degli amici e dei nemici (si chiamava Mario Draghi a prescindere dal merito della sua azione di governo) e lo abbiamo sprecato malamente. Non solo, adesso diamo l’impressione(?) di voler fare qualche salto nel buio in un passato a dir poco inquietante, ci presentiamo dilettantisticamente alle enormi sfide del presente e giochiamo alla viva il parroco per il futuro. E ci mettiamo a gridare al lupo dell’ingerenza: non vorrei che arrivasse un altro lupo, quello dell’emarginazione e della irrilevanza e sarebbe tardi per accorgersene e mettersi in salvo.

 

 

 

A digiuno in Europa dopo un’indigestione di Meloni in Italia

Un vecchio frequentatore di Palazzo Chigi sotto la garanzia dell’anonimato, la spiega così: «Per mesi Giorgia Meloni ha rassicurato l’alleato americano, cercando di far dimenticare i selfie con Steve Bannon, e ci è riuscita. Il sostegno fermo all’Ucraina in guerra le è stato d’aiuto. Ma le partite importanti si vincono e si perdono in Europa, con Parigi e Berlino. E su questo Meloni è al giorno zero». I toni della campagna elettorale non le sono stati di aiuto: la dichiarazione sulla “pacchia è finita”, il voto all’Europarlamento a favore dell’Ungheria di Viktor Orban, la promessa – citando Giovanni Paolo II – di avere più attenzione “all’Est dell’Unione rispetto all’asse franco-tedesco”. (…) Insomma, nonostante il tentativo di Draghi e Mattarella di non farlo sentire tale, il vuoto di potere a Palazzo Chigi si sente. Ed è questa la ragione per cui il capo dello Stato preme perché il governo meloni giuri il prima possibile. La premie, non appena seduta a palazzo Chigi, dovrà occuparsi di ricostruire la rete di alleanze che Draghi non può più garantirle. (da un retroscena pubblicato sul quotidiano La stampa)

Ho avuto modo di ascoltare durante il dibattito al Parlamento Europeo sull’escalation dell’aggressione russa all’Ucraina un intervento pesantissimo di un esponente socialdemocratico contro la prospettiva del governo della destra italiana, che viene collocato “nell’area flirtosa con Putin” alla luce delle scorribande salviniane e delle simpatie berlusconiane: senza mezzi termini, il governo Meloni viene considerato un problema che può portare l’Europa alla deriva. Alla Ue tira una bruttissima aria per l’Italia e la cosa è molto preoccupante.

Mario Draghi alla Bce fu ingoiato con fatica dai rigoristi, che oggi rispuntano dando l’alt alla proposta di un debito comune per fermare i rincari del gas, ipotesi lanciata da Breton e Gentiloni e subito stoppata dai falchi europei, vale a dire Germania, Olanda e Austria. Come capo del governo italiano Draghi era riuscito a conquistare un posto di rilievo per l’Italia spendendo la sua competenza e credibilità a servizio del nostro Paese: forse i partner europei più forti non aspettavano altro che la sua uscita dalla scena per riconquistarne il centro. Giorgia Meloni è destinata a fare, suo e nostro malgrado, la parte del “vaso di coccio fra vasi di ferro”. L’improvvisa emarginazione di Draghi rischia di scoprirci e indebolirci a livello europeo ed internazionale in un momento storico in cui l’Italia più che mai non può arrangiarsi con i propri mezzi, come forse pensano gli euroscettici, i sovranisti, i populisti accorsi in massa alla corte di Giorgia Meloni in nome di uno scriteriato e velleitario nuovismo.

Gli Italiani si sono cucinati la frittata e ora se la devono mangiare. Penso sia inutile sperare che Mattarella e Draghi possano cavarci le castagne dal fuoco, bisognava pensarci prima. Dopo averlo dimissionato è partito subito l’insulso e capriccioso appello a Draghi affinché intervenisse con misure urgenti e straordinarie a sostegno di famiglie e imprese messe in ginocchio dalla crisi energetica: Draghi pensaci tu, dopo arriviamo noi… Poi la pretesa di farsi da lui accreditare come governo continuista ed affidabile senza averne i titoli e con un pedigree tutt’altro che in ordine. Poi la speranza che lo stellone mattarelliano possa aiutare il nuovo governo a saltarci fuori in qualche maniera. Autentiche follie politiche avallate da un elettorato smarrito. Il vero qualunquismo non è stato quello di coloro che si sono astenuti, ma quello di chi ha votato con la pancia e con tutto quel che segue. Intendiamoci bene anche il centro-sinistra ha dato la sua mano ad andare nel fosso e può scagliare ben poche pietre avendo accumulato moliti peccati.

Alla fine siamo fuori dagli equilibri europei ed internazionali, andiamo verso un governo senza capo né coda, avremo un’opposizione autoreferenziale la quale non potrà rappresentare il malcontento che molto presto si farà sentire nelle piazze, nelle scuole e nelle fabbriche.  Un capolavoro politico che gli Italiani pagheranno carissimo.

Non so nemmeno più se sia il caso di sperare in Sergio Mattarella. Forse è meglio che ci lasci andare alla deriva: cercare di salvare chi sta affogando è molto rischioso. Mio padre diceva ironicamente: chi è causa del suo mal pianga me stesso. Giorgia Meloni in campagna elettorale ha osato urlare: “La pacchia è finita!”. Intendeva riferirsi all’andazzo burocratico e centralista della Ue. La pacchia, se mai esistita, è finita per tutti, in primis per l’Italia.

Ma il Vangelo non si lascia sospendere

La notifica, firmata dal vescovo, monsignor Luigi Ernesto Palletti, è arrivata il 3 ottobre: la diocesi di Spezia ha sospeso Don Giulio Mignani, 52 anni, prete di Bonassola, Montaretto, Framura e Castagnola, in tutto, forse, 1.500 abitanti. Non potrà più celebrare messa e i sacramenti, e il motivo scritto nero su bianco è che «nel corso degli anni più volte ha rilasciato esternazioni pubbliche, apparse anche su vari quotidiani e interviste televisive, nelle quali ha ripetutamente sostenuto posizioni non conformi all’insegnamento della Chiesa». La notizia si è sparsa, e Don Giulio riceve valanghe di telefonate e messaggi di solidarietà su Whatsapp.

Mi sono documentato su internet, ascoltando soprattutto con grande commozione la garbata intervista che don Giulio Mignani ha rilasciato a “Good Morning Genova”. La vicenda risveglia in me particolari ricordi personali, l’amicizia avuta con don Luciano Scaccaglia e l’ammirazione per i cosiddetti “pretacci”, vale a dire i preti che hanno il coraggio di dissentire dalla linea ufficiale del magistero ecclesiastico per mettere in primo piano il bene delle persone anche a dispetto dei dogmi e dei tradizionali principi astratti.

Di questo sacerdote mi colpisce l’umiltà, la disponibilità al dialogo e al confronto, il rispetto delle opinioni altrui, il fermo ancoraggio al Vangelo e alla propria coscienza, la visione di una Chiesa aperta, pluralista e accogliente. Mi piacerebbe tanto incontrarlo per esprimergli tutta la mia solidarietà. I suoi parrocchiani lo stanno facendo con grande equilibrio e senso di responsabilità.

Riporto di seguito alcuni passaggi di un’intervista rilasciata da don Mignani a Vanity Fair. In essa si vede e si intravede il pensiero di questo sacerdote nel merito delle questioni da lui coraggiosamente affrontate e nel metodo adottato nella sua azione pastorale.

“Tutto è nato dal clamore mediatico dopo la domenica delle Palme del 2021, quando ho scelto di non benedire le palme come protesta per il responsum della congregazione per la Dottrina della fede che aveva vietato la benedizione delle coppie gay. Io mi dicevo: in chiesa abbiamo benedetto di tutto, anche le armi e le guerre in passato. E non vogliamo benedire un amore vero?

Penso che la Chiesa, e l’ho detto anche al vescovo, abbia fondato la sua dottrina nel corso dei secoli, e ormai è datata. Bisogna lasciarci interpellare dalle nuove conoscenze. Per citare una parabola di Gesù, oggi non abbiamo una pecorella smarrita e le altre 99 nel recinto, ma il contrario. Le persone si rendono conto che si tratta di cose superate.

Sono prete da 23 anni, ho formato catechisti e ho fatto catechesi per gli adulti. Nella mia esperienza pastorale, o nelle confessioni, ho raccolto molte di queste perplessità e critiche. Ma ho fatto anche di più. Ispirato dal sinodo di Papa Francesco che parte dall’ascolto delle persone, ho creato un questionario, che poi ho diffuso su Internet, dove alle persone si chiedeva, in forma anonima, di dire che cosa ne pensavano in materia di celibato dei preti, aborto, omosessualità, sacerdozio delle donne, eutanasia. Ho raccolto 434 schede e ho fatto un dossier analizzandole. Proprio perché non volevo fossero solo chiacchiere. L’ho inviato al vescovo, al Sinodo, e anche a Papa Francesco, che mi ha risposto lo scorso 7 aprile. La lettera veniva dalla Segreteria di Stato, non so l’abbia scritta lui. Però mi si ringraziava e si auspicava che continuassi nell’ascolto.

Prendiamo il caso delle coppie omosessuali: la Chiesa non condanna l’omosessualità ma i rapporti omosessuali. Che è come dire a qualcuno che va bene se hai fame, ma non puoi mangiare. L’accoglienza di queste persone non è mai fino in fondo. Gesù ci ha insegnato a non giudicare i peccatori, e va bene se vedo un bambino che ruba al supermercato e lo accolgo. Non se uno ama. Cioè è il paradigma che va cambiato: si considera ancora l’amore omosessuale un peccato, un errore, quando invece è la dimensione fondamentale della vita di queste persone. La Chiesa dice ovunque che non bisogna discriminare le persone omosessuali, eppure un omosessuale non può entrare in seminario. Io sono eterosessuale, ma che differenza c’è tra me e un prete omosessuale se a entrambi la Chiesa chiede il celibato? Siamo i primi che discriminano gli omosessuali.

Per quanto concerne l’eutanasia, ho partecipato a un convegno a Genova con Marco Cappato, anche perché nel famoso dossier c’erano varie domande sul fine vita. Io stesso mi sono posto la domanda: è lecito essere d’accordo da credente? Io penso di sì, anche perché la scelta proviene da una visione spirituale e non materiale della vita. Se la vita è un dono va rispettato e sacro ma che cos’è la vita umana? Solo la vita biologica? Esiste una vita spirituale, e ciò che la caratterizza è la sua capacità di autodeterminazione. Devo rispettare allora chi, di fronte a una sofferenza enorme, vuole viverla fino in fondo, ma anche chi non ce la fa. Una dottoressa palliativista diceva proprio in quel convegno che possono servire, ma non sono sufficienti in tutti i casi. È la persona stessa che sa e può decidere per il suo meglio.

Cinque anni fa avevo già le valigie pronte, avrei voluto lasciare il sacerdozio. Non solo la gerarchia non mi voleva come sono, e c’era anche una parte di fedeli, che io reputo minima, che pure non mi voleva così come sono. Ero scoraggiato. Ma poi non potevo lasciare sole le persone che mi contattavano, e che mi dicevano che le mie parole le aiutavano, gente che è venuta da lontano per incontrarmi e dirmi il bene che avevo fatto loro. Se la bontà dell’albero si vede dai frutti, per usare un’immagine biblica, vedevo tanti frutti positivi. E poi non volevo dare ragione a chi voleva una Chiesa omologante, ci sono tanti modi di avere fede. Io non mi dimetto.

Mi hanno contattato diversi prelati totalmente d’accordo, ad esempio, sulle coppie omosessuali. Ma la maggioranza non lo dice, perché sa che se esternasse verrebbe sospesa come me. Dicono allora che aiutano senza clamori, persona per persona, senza prendere posizione pubblicamente. “Se siamo dentro aiutiamo, se siamo fuori no”, dicono. Eppure a volte bisogna prendere posizione davanti a tutti, per dare una nuova direzione. É triste il tappare la bocca, il non voler cambiare, non accettare voci diverse all’interno della Chiesa. Poi però penso: se questo rumore è un balsamo per alcuni, ben venga il clamore mediatico. Ho un sogno: che un giorno l’accoglienza dell’amore omosessuale la dicesse un Papa. Quanto sarebbe potente?”

A questo punto credo che il miglior commento a questa vicenda lo si possa lasciare alle parole del Cardinale Carlo Maria Martini, morto da diversi anni, ma vivo nel cuore pulsante della comunità cristiana. Grande studioso della Bibbia, pastore e profeta. Sulle orme di Gesù, partendo dalla giustizia quale conseguenza della fede, era aperto alle persone, non facendosi mai imprigionare dagli e negli schemi,  con una grande attenzione ai non credenti, ai poveri, ai malati, agli indigenti, agli stranieri, agli omosessuali, alle coppie di fatto, ai divorziati risposati, ai detenuti, financo ai terroristi; affrontava serenamente il dialogo con le altre religioni, si poneva, a cuore aperto, davanti alle problematiche sessuali, alla bioetica, all’eutanasia, all’aborto, all’accanimento terapeutico, all’uso del preservativo, al sacerdozio femminile, al celibato sacerdotale. Sempre pronto all’incontro con gli “altri”, con tutti. (Così lo ricordava don Luciano Scaccaglia e penso lo ricorderà anche don Giulio Mignani).

«Io vedo nella Chiesa di oggi tanta cenere sopra la brace che spesso mi assale un senso di impotenza. Come si può liberare la brace dalla cenere in modo da far rinvigorire la fiamma dell’amore?».

«Non è male che due omosessuali abbiano una certa stabilità di rapporto e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili».

«Dobbiamo chiederci se la gente ascolta ancora i consigli della Chiesa in materia sessuale: la Chiesa è ancora in questo campo un’autorità di riferimento o solo una caricatura dei media?».

«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Tre strumenti contro la stanchezza della Chiesa:

  • Il primo è la conversione: la Chiesa deve riconoscere i propri errori e deve percorrere un cammino radicale di cambiamento.
  • Il secondo è la Parola di Dio: è semplice e cerca come compagno un cuore che ascolti. Né il clero né il diritto ecclesiale possono sostituirsi all’interiorità dell’uomo.
  • Il terzo strumento sono i Sacramenti. Non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita… Io penso a tutti i divorziati, alle coppie risposate, alle famiglie allargate… hanno bisogno di una protezione speciale».

«Una donna abbandonata dal marito trova un compagno che si occupa di lei e dei tre figli. Il secondo amore riesce. Questa famiglia non deve essere discriminata. L’amore è grazia, l’amore è dono. La domanda se i divorziati possono fare la comunione dovrebbe essere capovolta. Come può la Chiesa arrivare in aiuto con la forza dei Sacramenti a chi ha situazioni familiari complesse?»

In cauda venenum, poco caritatevole ma molto spontaneo: Monsignor Luigi Ernesto Palletti, il solerte vescovo di Spezia, se fosse coerente, dovrebbe sospendere a divinis la memoria del cardinal Martini. Gara dura! Boccaccia mia statte zitta!

Lo spread tra femminismo e melonismo

Premetto di essere molto stanco di assistere a un dibattito politico talmente di basso profilo da incartarsi quasi esclusivamente sulle piroette di Giorgia Meloni sfoderate in chiave normalizzatrice del presente rispetto ad un passato a dir poco equivoco ed incoerente: la Meloni bifronte tiene banco nei salotti televisivi e persino nei convegni e congressi delle corporazioni varie (ci prepariamo ad una subdola edizione delle Camere dei fasci mediatici e delle corporazioni bollettare?).

Sulla tentazione a lasciar perdere (non ragioniam di lor, ma guarda e passa) ha però prevalso l’attenzione carpita mio malgrado da uno strabiliante giudizio snocciolato da Mario Monti su Giorgia Meloni. Lo riporto di seguito letteralmente tratto dalla rubrica “Otto e mezzo” de La 7. “Ho un atteggiamento istintivo favorevole per un fatto politico grande: abbiamo potenzialmente una svolta per il nostro Paese, perché una donna si è conquistata il potere e si appresta ad esercitarlo. Non ho un pregiudizio favorevole al suo partito, ma ho un pregiudizio favorevole a che l’Italia sia governata da una donna e non per gentile concessione di qualcuno, ma perché si è presa il Potere. Attenzione quindi: se fallirà, anche la causa delle donne in Italia subirà un arretramento di qualche decennio e non ne abbiamo bisogno. Oso sperare che abbia successo. Il destino delle donne dipenderà in maniera non trascurabile dal successo politico di Giorgia Meloni”.

Mi hanno stupito la superficialità e la leggerezza con cui un senatore a vita, vale a dire un cittadino che ha illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo scientifico, un tecnico che ha presieduto il governo in un periodo molto difficile, una persona che si è affacciata anche alla politica in senso stretto ottenendo peraltro risultati piuttosto scarsi,  affronta uno snodo politico di una delicatezza e complessità enormi, buttandosi a capofitto su un femminismo d’accatto  di cui le donne farebbero volentieri a meno.

Metto arbitrariamente in contrapposizione il penoso ragionamento montiano con le drastiche argomentazioni sostenute da Edith Bruck, scrittrice, poetessa e traduttrice, sopravvissuta alla shoah, scappata dall’Ungheria e rifugiatasi in Italia dove tuttora vive. “Meloni sarà premier, la prima premier donna in Italia. Questo non è un bene in sé. Anzi: spesso, nei posti di vertice, le donne diventano peggiori degli uomini: tendono a volerli superare, e fanno peggio di loro, sono ancora più spietate. Nei campi di concentramento, le kapò che ho incontrato erano peggiori degli uomini: inumane, cattive. Non è un fatto strutturale, naturalmente, ma di contesto. Non sono sicura che il Paese sia maturo abbastanza per lasciare che una donna ai posti di comando riesca a essere chi è davvero. Meloni è circondata da uomini di un certo tipo, lavora in una struttura di un certo tipo. È amata da chi le dice cose terribili come “hai le palle”, cioè: vali perché sei come un uomo”.

Aggiungo di mio: forse che le sue illustri colleghe straniere hanno fatto e stanno facendo grandi e buoni servizi al mondo in generale e a quello delle donne in particolare? Mi riferisco alle inglesi Margaret Tatcher, Theresa May e Liz Truss, alle tedesche Angela Merkel e Ursula von der Leyen, alla finlandese Sanna Marin. Si sono comportate e si comportano in tutto e per tutto né più né meno come i colleghi uomini. Mi sia consentita una puntura di spillo: quando mai la Von der Leyen ha rivolto “umanamente un guardo di femminile pietà” alle vittime di una assurda guerra, facendosene condizionare al di là di stucchevoli condanne e solidarietà di rito. Smettiamola quindi di fare gli avanguardisti da strapazzo, condendo in salsa melonian-montiana un fenomeno serio come quello dell’emancipazione femminile.

Mario Monti, se ne è capace, faccia dei ragionamenti politici e lasci perdere il femminismo: sta dimostrando di non conoscerlo e quindi di fargli un pessimo servizio. Probabilmente sta tentando di dare una giustificazione psico-sociologica ad uno squallido ammorbidimento politico a cui si è aggregato. D’altra parte, interrogato sulle due facce di Giorgia Meloni, quella atlantista e quella orbaniana, quella europeista e quella sovranista, quella rigorista e quella piazzaiola, quella governista e quella corporativa, ha ipotizzato la normalizzazione meloniana sulla base della responsabilizzazione derivante dal mero sedersi a Palazzo Chigi con tanto di acquisto di una sorta di “grazia di stato”.

Ma insomma chi è questa Giorgia Meloni che sta facendo perdere la testa a tutti, persino all’impeccabile professor Monti? Forse saranno proprio le donne a tornare coi piedi per terra, a non fare del governo italiano una questioni di genere, a non dimenticare un passato che grava come un macigno sulla “melona” della Meloni.

La pace degli impossibili e la guerra degli impassibili

Riporto di seguito l’ennesimo, ma attuale e originale, appello del Papa ad affrontare seriamente e costruttivamente la situazione dell’Ucraina sempre più grave ed allarmante

“Mi affliggono i fiumi di sangue e di lacrime versati in questi mesi. Mi addolorano le migliaia di vittime, in particolare tra i bambini, e le tante distruzioni, che hanno lasciato senza casa molte persone e famiglie e minacciano con il freddo e la fame vasti territori. Certe azioni non possono mai essere giustificate, mai!”

“È angosciante che il mondo stia imparando la geografia dell’Ucraina attraverso nomi come Bucha, Irpin, Mariupol, Izium, Zaporizhzhia e altre località, che sono diventate luoghi di sofferenze e paure indescrivibili. E che dire del fatto che l’umanità si trova nuovamente davanti alla minaccia atomica? È assurdo…”

“Che cosa deve ancora succedere? – si è chiesto Francesco – Quanto sangue deve ancora scorrere perché capiamo che la guerra non è mai una soluzione, ma solo una distruzione?”
“In nome di Dio e in nome del senso di umanità che alberga in ogni cuore, rinnovo il mio appello affinché si giunga subito al cessate-il-fuoco – ha proseguito Francesco -. Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste, stabili. E tali saranno se fondate sul rispetto del sacrosanto valore della vita umana, nonché della sovranità e dell’integrità territoriale di ogni Paese, come pure dei diritti delle minoranze e delle legittime preoccupazioni”.

“Deploro vivamente – ha aggiunto il Papa – la grave situazione creatasi negli ultimi giorni, con ulteriori azioni contrarie ai principi del diritto internazionale. Essa, infatti, aumenta il rischio di un’escalation nucleare, fino a far temere conseguenze incontrollabili e catastrofiche a livello mondiale”.

Poi Francesco ha rivolto appelli diretti: innanzitutto a Putin, ma anche a Zelensky e ai responsabili delle nazioni. “Il mio appello si rivolge innanzitutto al Presidente della Federazione Russa, supplicandolo di fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte. D’altra parte, addolorato per l’immane sofferenza della popolazione ucraina a seguito dell’aggressione subita, dirigo un altrettanto fiducioso appello al Presidente dell’Ucraina ad essere aperto a serie proposte di pace. A tutti i protagonisti della vita internazionale e ai responsabili politici delle nazioni chiedo con insistenza di fare tutto quello che è nelle loro possibilità per porre fine alla guerra in corso, senza lasciarsi coinvolgere in pericolose escalation, e per promuovere e sostenere iniziative di dialogo. “Per favore, facciamo respirare alle giovani generazioni l’aria sana della pace, non quella inquinata della guerra, che è una pazzia!”

“Dopo sette mesi di ostilità – ha concluso il Papa – si faccia ricorso a tutti gli strumenti diplomatici, anche quelli finora eventualmente non utilizzati, per far finire questa immane tragedia. La guerra in sé stessa è un errore e un orrore! Confidiamo nella misericordia di Dio, che può cambiare i cuori, e nell’intercessione materna della Regina della Pace, nel momento in cui si eleva la Supplica alla Madonna del Rosario di Pompei, spiritualmente uniti ai fedeli radunati presso il suo Santuario e in tante parti del mondo”.

C’è poco da aggiungere! Mi permetto solo di riflettere. Possibile che in tutto il mondo solo la voce del Papa prenda pacificamente di petto la situazione? Possibile che nessun capo di Stato o di governo abbia il coraggio di parlare la lingua della pace anche a costo di non essere ascoltato e/o capito? Possibile che sia così flebile la voce, a livello mediatico, di chi rifiuta categoricamente la logica bellicista? Possibile che ci si rassegni a vivere in un mondo pieno di guerra? Possibile che non si comprenda che l’Ucraina non la stiamo difendendo ma distruggendo?

Possibile che lo Stato italiano dimentichi quanto la Costituzione recita all’articolo 11, vale a dire “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”? In questo periodo ho letto e riletto più volte il dettato costituzionale e non ho sinceramente trovato nessun appiglio a cui attaccarsi per giustificare il comportamento del governo italiano in merito alla guerra in corso.

Possibile che destra e sinistra trovino punti di contatto e di assonanza solo per appoggiare la guerra? Aveva pienamente ragione mio padre quando sferzava la politica, affermando che i suoi protagonisti vanno d’accordo solo quando si tratta di fare o di appoggiare la guerra. In quel caso trovano il modo di coesistere e di cessare i loro contrasti. D’altra parte storicamente la guerra è sempre servita solo ed esclusivamente a risolvere i problemi interni buttandoli cinicamente nell’agone internazionale. Forse sta succedendo anche oggi benedicendo frettolosamente il governo Meloni con l’acqua santa della guerra, che ci aiuta a ingoiare il rospo. Rospo scaccia rospo!

Possibile che il partito democratico, alla spasmodica ricerca di uno straccio di rifondazione plausibile, non riesca a dire nemmeno una parola di chiaro stampo non dico pacifista ma pacifico? Tornerò a votare questo partito quando nella sua politica partirà dal rigoroso rispetto dell’articolo 11 (e non solo) della Costituzione italiana.

Possibile che si tiri un respiro di sollievo verso una destra neofascista (gira e rigira non trovo migliore definizione) solo per il fatto che rispolveri uno dei principi fondamentali del fascismo, quello di adottare la guerra come soluzione dei problemi? Si sente sostanzialmente dire: meno male che Giorgia Meloni sta dalla parte della guerra, meno male che ha fatto opposizione al governo Draghi votando però disciplinatamente per l’invio delle armi all’Ucraina. Roba da matti!

Possibile che per trovare qualche minima dissonanza rispetto alla linea bellicista del governo italiano si debba ricorrere alle marginali demagogie post-comuniste, alle indecenti intemperanze salviniane, ai disperati tatticismi pentastellati e ai penosi personalismi berlusconiani?

Impossibile, ma vero!!!

 

 

Indulgenza plenaria senza pentimenti

Siamo in clima di tormentone mediatico continuo, superficialmente ed inutilmente allarmistico, volto ad autoalimentare un’informazione fine a se stessa: dalla pandemia alla guerra, dalla crisi energetica agli andamenti climatici, dai bollettini di guerra alle bollette del gas. Il tutto proposto con una superficialità tale da creare solo scompiglio per la gente, audience e introiti pubblicitari per l’industria mediatica.

Ora è partito il tormentone post-elettorale che presenta una strana ed avvolgente atmosfera pseudo-politica: un improvviso ed allusivo perbenismo che mi inquieta. Il qualunquismo si è spostato dalla gente ai media. Tutti i gatti sono bigi, destra e sinistra sono uguali, vincitori e vinti si equivalgono, il fascismo è roba vecchia, l’antifascismo è un rimasuglio da scartare, la Costituzione è solo bella da guardare, la coerenza è un optional, scordiamoci il passato, etc. etc.

Se durante la campagna elettorale ho sofferto l’imbarazzo della (non) scelta, il dopo elezioni mi lascia sbigottito per il clima di indulgenza plenaria adottata nei confronti di una destra estremamente equivoca, pericolosa e camaleontica. Forse sono troppo legato agli schemi del passato. Non ho vissuto il fascismo in prima persona, ma ne vedo parecchie analogie con l’attuale situazione politica. Spero di sbagliarmi.

Non condivido il ragionamento di mettere da parte i principi divisivi per dedicarsi concretamente agli enormi problemi economici e bellici del momento presente: quali soluzioni potranno mai uscire da un simile modo di operare?

I revival meloniani appaiono sconcertanti, ma non hanno alcuna importanza di fronte alla valanga di problemi che ci sommerge. Quale credibilità potrà avere un premier che fino a ieri sparava contro l’euro e l’Europa, che riceve i complimenti e gli auguri dalla feccia europea, che si ispira al trumpismo? Ma adesso ha cambiato registro e quindi niente paura. Draghi e Mattarella stanno facendo da garanti: il fatto dovrebbe preoccupare, perché, se è così, stiamo per collocare a Palazzo Chigi un personaggio la cui firma ha bisogno di avalli per essere accettata. Un inno al trasformismo considerato come un’inevitabile caratteristica della politica e spacciato come anticamera di novità auspicabili.

Il punto nodale delle analisi in voga sembra essere questo: non incartiamoci in discussioni sui valori e sui principi, guardiamo alla realtà dei fatti, il resto è fuffa. Non sono per nulla d’accordo. Non vorrei fare del sociologismo datato, né dell’utopismo fragile, ma rifiuto categoricamente la dittatura del pragmatismo forte.

Se non si parte dalla condivisione di idee fondamentali dove si va a parare? Se non abbiamo un’idea di Europa condivisa, incasseremo forse molti aiuti, ma resteremo ai margini della Ue: è la stessa tattica di Orban. Toh, chi si rivede! Se non chiariamo cosa pensa l’Italia della guerra, potremo dichiarare tutte le fedeltà ai patti internazionali, ma rimarremo ininfluenti e marginali rispetto agli assetti internazionali.  Se non abbiamo una linea sul riconoscimento dei diritti civili, potremo a parole difendere tutti, ma nei fatti lasceremo perdere chi non gode di tali diritti. Se non partiamo da idee condivise di uguaglianza ed equità ci troveremo di fronte al liberismo spinto di un governo che vagheggia la flat tax ed un’opposizione che si accontenta di fare del puro assistenzialismo. E via di questo passo.

Parola d’ordine: aspettiamo i fatti concreti. Potrebbe trattarsi di un’attesa omertosa e colpevole. Non sarebbe meglio discutere prima? È vero che le elezioni hanno dato il loro responso, ma la politica non finisce lì, è solo l’inizio… Lasciamo lavorare Giorgia Meloni in santa pace? Meglio stare in campana e non buttarla in “pandana”.