PPR – piano personale di resilienza

Davanti a certe “disgrazie” si sente il bisogno di sfogarsi. È quanto mi viene spontaneo fare in concomitanza con la nascita del governo Meloni. Approfitto per esternare il mio sgomento: al di là del basso livello ministeriale, al di là delle scelte politiche che stanno a monte, il mio sconcerto è (r)esistenziale.

Ho provato a ridicolizzare la situazione “solidarizzando” con Berlusconi: l’espressione universale di scetticismo e disaccordo vede nella sua massima espressione l’alzata di un sopracciglio.  Lui lo ha fatto, anche se, in fin dei conti, tutto può essere considerato conseguenza del berlusconismo che ha spianato la strada al post-fascismo e alla politica come arte dei propri affari.

Ho tentato di sperare “nell’impossibile” Mattarella: forse avrà scongiurato il peggio, ma non ha potuto pararci il brutto colpo. Cosa pretendiamo da lui? Chi è causa del suo mal pianga se stesso…

Ho cercato di rifugiarmi nel colpevole rimpianto per Mario Draghi. Il tramonto del suo governo lascia il posto ad una notte oscura. Dopo il bagno carismatico di Draghi sta arrivando l’insulso diluvio di Meloni.

Ho provato a scaricare le colpe sull’inconcludenza e inconsistenza della sinistra: la storia insegna che le avventure di destra sono state sottovalutate e capite quando era tardi. Sarà così ancora? Il perdurante Aventino di Letta, Conte, Renzi e Calenda non lascia sperare niente di buono. I quattordici milioni di voti complessivamente da essi raccolti sono accantonati nel frigorifero, mentre contano eccome i dodici milioni di voti della destra. Sono conti che non tornano ed è inutile rifarli a babbo morto.

Al momento mi sento perduto. É la prima volta che sperimento la destra pura e dura al governo e confesso di averne paura. Mi si dirà che la paura può essere una sensazione irrazionale da rimuovere. Mi sforzerò di combatterla con atteggiamenti positivi e costruttivi.

Che tutti i martiri della Resistenza, ai quali stiamo facendo un imperdonabile affronto, ci perdonino e ci aiutino a “resistere”. Vedo tempi in cui bisognerà proprio e prima di tutto resistere. Cosa sta succedendo nel nostro Paese? Non voglio drammatizzare, ma abbiamo preso la strada sbagliata, che non ho idea dove ci porterà. Qualcuno dirà che in fin dei conti la politica non è tutto. Sono d’accordo, ma stiamo consumando un “delitto” di cui pagheremo le conseguenze. Nella vita bisogna provarle tutte. Di questa avrei fatto volentieri a meno.

 

La Meloni frettolosa fa la politica cieca

Da ragazzo organizzai una squadretta di quartiere per partecipare ad un torneo calcistico parrocchiale: una frettolosa ed assurda compagine. Fummo i primi ad entrare in campo, inaugurando il torneo. Quando fu il momento di scegliere il capitano, mi candidai presuntuosamente (come giocatore facevo letteralmente ridere, ma la squadretta l’avevo costruita io e quindi nessuno ebbe il coraggio di contestare la mia leadership). Fu un disastro: dopo un breve vantaggio, prendemmo una botta di goal da non credere. La squadra si era fatta compatire e io, come capitano, ero diventato lo zimbello del quartiere. Mi ci volle del tempo a recuperare un minimo di dignità.

Speriamo che non succeda così anche alla squadra di governo capitanata da Giorgia Meloni. Al termine del brevissimo colloquio (?) tra la folta delegazione unitaria (?) della destra ed il presidente della Repubblica, la leader di Fratelli d’Italia ha lapidariamente dichiarato: «Il centrodestra ha indicato il mio nome, pronti a governare il Paese». Non certo un capolavoro stilistico, ma una sorta di imbarazzante autocandidatura.

Ecco come La Stampa ha fotografato l’evento: “Il centrodestra si è presentato al Colle da Sergio Mattarella, ma nel corso dell’incontro ha parlato soltanto la leader di Fratelli d’Italia. La coalizione si è presentata unita: con Meloni, che ha letto una nota congiunta, c’erano anche Matteo Salvini e Silvio Berlusconi. La lista dei ministri è pronta e i nomi sono definiti. Compreso quello di Antonio Tajani che si prenderà gli Esteri e che, ieri, è volato a Bruxelles per rassicurare i leader europei dopo gli audio di Silvio Berlusconi diffusi da La Presse. Nel pomeriggio è atteso l’incarico lampo da parte del Capo dello Stato. Intanto, ieri, nello studio della Vetrata del Quirinale è sfilata l’opposizione. Divisa come non mai. I dem chiedono una convergenza contro il governo, gli altri frenano”. 

Anche i cronisti sono rimasti spiazzati: pensavano che l’incontro con Mattarella durasse circa due ore, considerato che quelli con i gruppi parlamentari di opposizione erano durati oltre un’ora e che i gruppi di maggioranza erano ben quattro. Sette minuti invece sono bastati: tutti in fila come soldatini per la paura che qualcuno potesse fare qualche dichiarazione spiacevole.

È stata una dimostrazione di compattezza politica? No, è stata la dimostrazione di una sordina imposta ai partner al fine di evitare l’emergere di opinioni contrastanti, peraltro ben visibili e già ripetutamente e clamorosamente evidenziate nei giorni precedenti.

È stata una dimostrazione di autorevolezza da parte della premier in pectore? No, è stata la prova della sua debolezza politica, nascosta dietro il paravento solipsista del responso elettorale. Il carisma non si compra al supermercato della politica e non si costruisce sbattendo i pugni sul tavolo.

È stata l’inaugurazione di un nuovo stile (?) (anti)democratico? Sì, temo proprio di sì!  La maestrina impone il silenzio agli imbarazzati scolaretti più o meno recalcitranti e indisciplinati, in particolare a quel discolo di un Berlusconi, che non tace mai, ed a quel burlone di un Salvini, che vuol sempre fare lo smargiasso.

Cosa avrà pensato il presidente Mattarella? Si sarà detto: e allora cosa le faccio a fare le consultazioni, se i consultati si cuciono la bocca per non sbagliare? Forse temevano che si potesse insinuare nelle loro divisioni e allora meglio evitare l’esame orale per presentare il compito scritto, esorcizzando ogni e qualsiasi correzione: non si sa mai… Senza sapere che “gli esami non finiscono mai”, anche per un governo di destra, chiuso a riccio, che non dimostra in partenza alcuna apertura e disponibilità al dialogo.

L’opposizione si è presentata divisa come non mai. Tutto sommato meglio così. Se la concordia tra i partiti della maggioranza rischia di essere la pace dei sepolcri politici, meglio i litigi delle minoranze, anche perché il sale della democrazia è il dissenso.

E la lista dei ministri? Presentata con grande celerità al Capo dello Stato. Ancora bene che non gliel’abbiano consegnata seduta stante. Non credo sia valso per lui il secco invito a prendere o lasciare. I casi sono due: o la lista era stata preventivamente e silenziosamente sciacquata al Quirinale (me lo auguro!) o si è voluto surrettiziamente riformare la Costituzione, trasformando il garante dell’unità nazionale in notaio dei disinvolti e sotterranei equilibri della politica politicante. Come presidenzialismo non c’è male…

Le baruffe ‘destrotte’

La comica finale era un cortometraggio che veniva proiettato alla fine di un film drammatico, avventuroso o sentimentale, presumibilmente per alleggerire la tensione emotiva degli spettatori e congedarli in modo simpatico ed ottimistico.

In questi giorni sto seguendo le baruffe iniziali della legislatura, posta dagli elettori nelle mani della destra: sono combattuto fra due impulsi, quello di lasciar perdere, tanta è la pochezza sostanziale e persino formale emergente, e quello di farci sopra qualche (in)sana risata, tanto per sollevare il morale messo a terra dagli eventi sempre più drammatici che ci coinvolgono.

Se sulla nomina dei presidenti delle Camere non c’è niente da ridere e tutto da piangere, per quanto concerne le schermaglie tra Meloni e Berlusconi c’è di che divertirsi alla faccia degli italiani. Tra la gasatissima presidente del Consiglio in pectore e il padre decadente del centro-destra si è scatenata una diatriba che ha tutti gli ingredienti umani possibili e immaginabili: si va dal maschilismo berlusconiano al femminismo meloniano, dal giovanile ardore al senile sussiego, dalla sindrome rancorosa della beneficiata alla pretesa perpetua del beneficiante, dal nonno che gira in mutande alla nipote che lo compatisce, dalla saputella di turno allo scetticone d’antan, dalla donna che la fa corta all’uomo che la sa lunga.

In questa squallida e ridicola kermesse c’è qualcosa di politico? Un tempo si sarebbe detto che sotto-sotto c’è il contrasto tra la destra radicale e quella moderata. Non sembra proprio più così se Berlusconi simpatizza per Putin mentre la Meloni manda armi a Zelenski. Scontro fra una nascente autocrazia e un certo qual rispetto della democrazia? Sembra più il conflitto fra perbenismo destrorso e affarismo “centrorso”.  Dialogo tra le novità provenienti dal passato impresentabile e l’ancoraggio a certi principi democratici? Passato e presente sono un tutt’uno da declinare col manuale Cencelli. Confronto fra atlantismo e neutralismo? Difficile capire se sia più atlantista Giorgia Meloni filoamericana per convenienza o Silvio Berlusconi filoputiniano per indole e mentalità. Dibattito fra europeismo ed euroscetticismo? Chi era euroscettico è diventato europeista e viceversa!

In conclusione di politico in questo vergognoso tira e molla non vedo quasi niente, se non la smania di essere protagonisti di una nuova stagione politica che sembra profilarsi e soprattutto lo storico e inossidabile approccio personalistico di Berlusconi (amicizia con Putin, anti-magistratura per autodifesa dai processi, mantenimento del duopolio televisivo, invadenza della logica aziendale rispetto alle scelte di governo), subito da Forza Italia e respinto al mittente da Fratelli d’Italia, che vuole accreditarsi come partito che guarda al Paese e non all’ombelico di Berlusconi o alla pancia di Salvini (gara durissima…).

Gli italiani alle prese con una destra che non sa fare la destra (Lega in confusione identitaria e Forza Italia in forzoso appiattimento sull’ex leader) hanno preferito puntare sulla destra-destra, sperando che faccia gli interessi deli italiani-italiani. Alle prese con una sinistra che non sa fare la sinistra hanno preferito starsene a casa (come il sottoscritto) o dividersi fra chi ha rinunciato a provarci (PD) e chi ci vuole provare a casaccio (M5S). In mezzo c’era chi poteva usufruire della rendita di posizione (Renzi-Calenda), ma gli italiani non si sono fidati delle mezze-ali, che oggi infatti si chiamano centrocampisti.

La destra dovrà provare a governare, anche se come ho detto e scritto più volte, per governare bisogna sì avere i voti, ma anche esserne capaci e avere la fiducia di chi conta più degli elettori. Che i voti non bastino si è visto al primo stormir di fronde parlamentari. Che la capacità sia scarsa lo dimostra la penosa diatriba tra meloniani e berlusconiani. Quanto alla fiducia di chi sta a guardare dall’ester(n)o, siamo in altissimo e burrascoso mare.

Ecco perché ho preferito buttarla in ridere ripiegando sui pizzini e contro-pizzini, sugli insulti fra parenti, sulla gara a chi ce l’ha più lungo, sul dire e disdire, sulla farsa messa in scena da un Berlusconi che nonostante tutto la sa tenere e una Meloni che nonostante tutto la vuole avere.

Senonché, come spesso accade, la farsa contiene in sé qualcosa di tragico proposto in chiave sado-masochista: è il caso della versione berlusconiana della guerra in Ucraina, contenuta in parole pronunciate davanti all’assemblea dei deputati e senatori di Forza Italia, furtivamente trafugate e mediaticamente spiattellate. Con stile quasi surreale, Berlusconi dà una sua versione sulla nascita e sulla dinamica della guerra in atto, mescolando con ogni probabilità strumentali fantasie filoputiniane e scomode verità (forse più impressioni che verità) storiche. Non mi sento di liquidare la pur spannometrica e settaria ricostruzione berlusconiana come un ingannevole sasso lanciato nella piccionaia meloniana e quindi mi azzardo ad entrare nel merito dissociandomi dal coro dello scandalo (provocato più dal dispiacere per le difficoltà create alla destra, dalla messa in discussione del pensiero unico sulla guerra che dalla sostanza del discorso). È vero infatti che alla base della vicenda c’è un rapporto conflittuale e difficile tra l’Ucraina e alcune regioni a vocazione russofona e che questa mina vagante andava per tempo disinnescata e non lasciata o fatta esplodere. È vero che Putin non si aspettava una resistenza così forte da parte del popolo ucraino e che probabilmente riteneva di fare una passeggiata fino a Kiev accompagnato dalle rose e dai fiori dei russofili ucraini. È vero che l’Occidente, dopo essersi disinteressato per troppo tempo del fuoco che covava sotto la cenere, ha gettato sbrigativamente benzina sul fuoco, schierandosi acriticamente e bellicosamente dalla parte dell’Ucraina invasa dalla Russia, specialista storica in operazioni di intromissione negli affari di altri Stati di area (chi è al riguardo senza peccato scagli la prima bomba…). È vero che la figura e l’azione di Zelenski non sono da prendere a scatola chiusa: c’è in lui qualcosa che non mi torna e andrei molto adagio nel farlo santo subito. È vero che i non leader sparsi nel mondo non sono in grado di intervenire per avviare un serio processo di pacificazione. È vero che il popolo italiano, se fosse chiamato ad esprimersi con un referendum, inammissibile ma interessante, sulla guerra in Ucraina, ne direbbe delle belle in chiave cinicamente menefreghista o in chiave strumentalmente pacifista. Se Giorgia Meloni si affacciasse al balcone di piazza Venezia per dichiarare la sua cobelligeranza nel conflitto a fianco dell’Ucraina non scatenerebbe di certo l’entusiasmo che Benito Mussolini riuscì a provocare il 12 giugno del 1940. È vero che Berlusconi, come in tutto, ha una visione della storia a proprio uso e consumo, che però spesso si rivela non del tutto infondata e sbagliata: si pensi ai rapporti con Gheddafi, con Erdogan e anche con Putin (dal momento che non fu certo il solo a vezzeggiare il dittatore russo). Forse il suo difetto è quello di andare per la tangente creando scompiglio nelle fila amiche (leggi Nato e UE) e, nella contingenza italiana, creando l’imbarazzo che provoca il nonno contro corrente che gira per casa in mutande. Purtroppo, tornando agli assetti mondiali, di governanti che girano in mutande ce ne sono parecchi: si ha la triste sensazione di essere in mano a nessuno.

Ho ritenuto di esprimere questi concetti non certo per simpatia berlusconiana o putiniana, ma per onestà intellettuale, fregandomene altamente dei bellicisti equilibri internazionali e non per gufare contro il nascituro governo di destra, ma per ragionare con la mia povera testa e per chiedermi: e se Berlusconi non avesse tutti i torti? Anche le comiche possono avere un senso culturale e persino politico. Buon divertimento quindi con la comica iniziale!

 

 

 

I becchini costituzionali

Don Andrea Gallo, in clima di inquisizione, andò a confronto con un pezzo grosso del Vaticano, che gli chiese conto del suo ardito operato. «Io non faccio altro che applicare il Vangelo!» rispose serenamente il sacerdote. L’inquisitore rimase disarmato e ribatté: «Se la metti su questo piano…». «E su che piano la dovrei mettere?» disse in conclusione don Gallo.

Le prime scelte istituzionali della destra uscita vincente dalle urne vengono giustamente analizzate in modo critico: si sono insediati due presidenti delle Camere a dir poco discutibili. Uno, Ignazio La Russa, ha un conto aperto con l’antifascismo, l’altro, Lorenzo Fontana, è arroccato su principi reazionari in materia di diritti civili, di rapporti internazionali, di europeismo e di laicità dello Stato. Non sono per niente a posto con il dettato costituzionale. Per loro vale a rovescio il suddetto episodio capitato a don Gallo. Non possono purtroppo affermare di richiamarsi alla Costituzione.

Ebbene, la difesa d’ufficio da parte dei loro sostenitori chiede sostanzialmente di sospendere il giudizio in attesa del comportamento futuro nell’ambito delle funzioni assegnate. In fin dei conti – è questo l’altro argomento addotto – i presidenti dei due rami del Parlamento non devono governare, ma solo garantire il corretto svolgimento dei lavori parlamentari. E poi, aggiungono, se la destra ha vinto le elezioni, ha il diritto di esprimere le proprie candidature per gli incarichi istituzionali.

Quando si giudica, a torto o a ragione, un qualsiasi personaggio, lo si fa in base al suo passato, altrimenti, guardando solo al futuro, non si potrebbe giudicare nessuno. Questi signori hanno un passato che di Costituzione non ha neanche l’aria, sono dei trasgressori in pectore della Carta, hanno inanellato una serie di violazioni verbali, e non solo verbali, a dir poco inquietante.

La Russa di essere definito fascista si è detto più volte onorato e di non essere antifascista si è più volte fatto vanto; negli anni settanta a Milano era noto come “il camerata la rissa”; il braccio destro l’ha alzato con arroganza in pubblico più di una volta; esibisce orgogliosamente un’autentica collezione di cimeli mussoliniani e fascisti.  Fontana definisce come schifezza le unioni omosessuali, ammira Putin, salutava come amici i neonazisti greci di Alba Dorata, non credeva nell’euro e vaneggiava di uscite concordate dall’area europea.

Un politico italiano, prima di ricoprire qualsiasi incarico pubblico, dovrebbe essere sottoposto virtualmente alla prova finestra della Costituzione, una specie di inevitabile esame preventivo alla luce del suo passato: La Russa e Fontana ne escono molto male. Non è serio concedere loro il beneficio d’inventario: l’eredità antifascista e costituzionale non si può discutere e tanto meno rifiutare. “Sit a pòst coi sindacät?” è un’espressione dialettale per significare in senso stretto il rigoroso rispetto delle regole nei rapporti di lavoro, ma anche, allargando il discorso, nei rapporti in genere. A quanti sono chiamati a ricoprire incarichi pubblici a livello istituzionale bisognerebbe chiedere: “Sit a pòst con la Costitusión?”.

Quanto ai risultati elettorali che ne legittimerebbero comunque la nomina, ho seri dubbi che la maggioranza degli italiani li veda con piacere o almeno con sguardo attendista. Un conto è parlare di morte (un voto a destra), un conto è morire (dando le Camere in mano a due autentici becchini costituzionali).

Auguro lunga e sana vita a Sergio Mattarella, ma proviamo a pensare se dovesse mai provvisoriamente essere sostituito da Ignazio La Russa: non mi sentirei affatto tranquillo per i suddetti motivi e perché non potrebbe rappresentare l’unità nazionale, ma la divisione nazionale, ancora e sempre valida, tra fascisti e antifascisti (è un discrimine che la storia non potrà mai superare).

Se mai Lorenzo Fontana nella sua qualità di presidente della Camera italiana dovesse incontrare associazioni impegnate nel campo Lgbt o addirittura politici italiani e stranieri in odore di omosessualità, dovrebbe dirsi “schifato” salvo fare buon viso a cattiva sorte. Ci rendiamo conto?

In questi giorni ho provato a scorrere l’elenco dei presidenti di Camera e Senato che si sono succeduti dal 1948 in avanti. Mi sono fermato alla cosiddetta prima repubblica, perché nella seconda, quella in cui stiamo vivendo, certi principi hanno cominciato berlusconianamente a scricchiolare. Riporto di seguito alcuni nomi di diversa estrazione politica. Per il Senato: Cesare Merzagora, Amintore Fanfani, Giovanni Malagodi, Giovanni Spadolini. Per la Camera: Giovanni Gronchi, Giovanni Leone, Sandro Pertini, Pietro Ingrao, Nilde Iotti, Luciano Violante, Oscar Luigi Scalfaro, Giorgio Napolitano.

Mio Dio, come siamo caduti in basso!

 

Profumi governativi e balocchi partitici

C’è una simpatica e famosa barzelletta sulle promesse elettorali: vi daremo questo, vi concederemo quest’altro, vi offriremo ciò che vorrete… E l’afta epizootica? chiese timidamente un agricoltore della zona interessata. Vi daremo anche quella! rispose gagliardamente il comiziante di turno. Ce n’è un’altra che coinvolge sarcasticamente anche il rovescio della medaglia. “Lavorerete un mese all’anno!” “Sì, va bene, ma le ferie…”.

Sono storie vecchie in cui incespicano, più o meno, gli elettori di tutti i tempi. Alle ultime elezioni Silvio Berlusconi prometteva di piantare ogni anno almeno un milione di alberi su tutto il territorio nazionale nonché di concedere un minimo di mille euro al mese per tutti i pensionati. Enrico Letta ha ventilato l’ipotesi di una quattordicesima mensilità di stipendio a fine anno per tutti i lavoratori tramite il taglio del cosiddetto cuneo fiscale.

A giudicare dai risultati del voto avrebbe vinto la destra che sul piano fiscale ha sciorinato addirittura un taglio progressivo generalizzato delle tasse, la flat tax.  Tutte fuorvianti promesse da marinaio, che tuttavia hanno il loro effetto in consultazioni elettorali che si svolgono “alle grida”?

C’è una bella differenza tra l’assurdo capovolgimento costituzionale impresso da un’eventuale tassa piatta e il sacrosanto alleggerimento fiscal-contributivo del peso gravante sugli stipendi. Purtroppo però nel frastuono propagandistico tutte le promesse rischiano di diventare grige e l’elettore, non sapendo che pesci pigliare, si orienta verso quelli più grossi e improbabili.

Il nodo inestricabile è quello tra gli interessi di partito e quelli generali: la mission fondamentale della politica dovrebbe essere proprio quella di rendere compatibili gli uni con gli altri. Faccio un esempio che mi sta molto a cuore.

Il partito democratico, a mio giudizio, si è troppo appiattito sull’oltranzistico e aprioristico appoggio al governo Draghi, sacrificando certe battaglie identitarie quali la pace, l’equità fiscale, l’attenzione ai soggetti poveri e fragili, ripiegando sul pur importante discorso della difesa dei diritti civili e finendo nel tritacarne dell’indifferenziata sfiducia dei cittadini nella politica. Recentemente, nell’ambito del complesso discorso critico apertosi sul futuro del Pd, il personaggio a mio avviso più serio e coerente di questo partito, vale a dire Graziano Del Rio, in una delle sue poche apparizioni mediatiche (una fugace intervista all’uscita dal Nazareno), ha fatto una dichiarazione che mi ha messo letteralmente in crisi. “Al Pd è stato autorevolmente chiesto di appoggiare il governo di emergenza presieduto da Mario Draghi e di partecipare ad esso: lo abbiamo fatto convintamente e coerentemente fino in fondo, anteponendo gli interessi del Paese a quelli del partito. Non si è trattato di un errore, ma di una scelta per il bene dell’Italia, anche se forse la stiamo pagando in termini elettorali”. Non ha una, ma mille ragioni! Però l’abilità politica del Pd avrebbe dovuto consentire un minimo di capacità critica nei confronti del governo di (quasi anche se finta) unità nazionale.

Cosa è successo infatti? Appiattirsi sugli Usa e sulla Nato non solo ha tradito la storica capacità italiana di stare nelle alleanze con spirito criticamente costruttivo, ma ha fatto perdere i voti dei pacifisti e di tutti coloro che avevano e hanno un pensiero di perplessità critica sulla guerra russo-ucraina (tra questi anche il sottoscritto). Appiattirsi sull’obbligo vaccinale quale miracolistica ed unica arma difensiva contro la pandemia non solo ha messo in secondo piano tutta una serie di misure socio-sanitarie atte a combattere veramente e nel tempo gli effetti devastanti del virus, ma ha fatto perdere tutti i consensi di quanti avevano ed hanno perplessità sull’efficacia e la innocuità del vaccino anti-covid (tra questi anche il sottoscritto nonostante si sia piegato alla realpolitik vaccinale). Il dare assoluta priorità al macro-progetto del Pnrr rispetto alla micro-povertà dilagante non solo ha ridotto il governo a pur autorevolissimo gestore della finanza pubblica, ma ha lasciato al M5S la prateria dei poveri su cui imperversare elettoralmente.

Pur nel massimo rispetto all’inoppugnabile ragionamento di Graziano Del Rio, resto convito che un partito non debba mai identificarsi totalmente anche con il più amico dei governi, per mantenere un ambito di autonomia, di iniziativa politica e di respiro culturale. I governi infatti passano, ma la politica rimane con i suoi strumenti partitici di elaborazione e partecipazione.

Quando durante la mia infanzia esprimevo desideri impossibile per le modeste finanze della mia famiglia, magari passando davanti a qualche vetrina di negozi di giocattoli stracolma di balocchi, mio padre mi rispondeva con una bugia pietosa: “Sì, domani…”. Io mi fidavo, non facevo capricci e rispondevo laconicamente: “Va bene, domani…”. Quel domani non arrivava o arrivava con enorme ritardo, ma io sapevo comunque di essere in buone mani e mi fidavo. I partiti non sanno essere buoni padri di famiglia e gli elettori di conseguenza non possono essere figli di buoni padri, ma rischiano di comportarsi da “figli di buona donna”.

Aiutiamo Egonu a murare gli stupidi

La disciplina sportiva della pallavolo mi piace non tanto per la sua discutibile spettacolarità (è infatti un gioco abbastanza monotono), ma perché mi fa ringiovanire portandomi ai tempi scolastici in cui l’educazione fisica non era il mio forte e la pallavolo era la mia ancora di sicurezza, che mi consentiva di sfoggiare un po’ di abilità di palleggiatore-alzatore per compensare l’insufficienza assoluta negli esercizi ai vari attrezzi. Poi c’erano i campionati studenteschi con i derby fra istituti scolastici, c’erano le ragazze, che, senza alcuna malizia, mettevano comunque in mostra le loro gambe per la gioia degli occhi dei compagni/tifosi. Un mondo tutto da ricordare con nostalgia.

C’è anche un altro motivo che mi rende simpatica la pallavolo: il clima gioioso e corretto del tifo che accompagna le partite. Non è poca cosa pensando a quanto succede, ad esempio, negli stadi calcistici…Una festa sportiva sul parquet e sugli spalti.

Purtroppo però anche la pallavolo si sta “divizzando”: niente in confronto di altri sport, ma sufficiente per rovinare un clima sereno e positivo. Nel divismo ci sta anche l’eco disturbante dei social, che tutto avvolgono e tutto rovinano. Una doverosa premessa a quanto successo in capo alla giocatrice della nazionale di volley femminile Paola Egonu, presa di mira, quale capro espiatorio per la delusione di un pur lusinghiero terzo posto raggiunto ai campionati mondiali dalla squadra italiana (rientra dalla finestra il tifo devastante e frustrante), per il colore della sua pelle nera che non si sposerebbe all’azzurro della maglia che indossa (razzismo bello e buono), per le sue opzioni sessuali (che non dovrebbero entrare in campo, ma rimanere nei rispettabili sentimenti e diritti personali).

Per quanto ne capisco di pallavolo dal punto di vista tecnico, mi sembra che l’apporto di questa giocatrice sia fin troppo generoso e decisivo: forse da lei si pretende l’impossibile, gli schemi di gioco finiscono sempre addosso a lei, tutto ruota più o meno intorno alle sue performance, se funziona lei bene, altrimenti… Una nazionale che non esito a definire egonu-dipendente. Cosa si pretenda in più da questa ragazza non riesco a capire. Il resto lo fanno anche i media, sempre pronti a cavalcare il minimo accenno polemico e anche la più piccola e normale delle discussioni. Sarebbe ora di darci un taglio!

L’spetto più grave resta quello del razzismo e dell’omofobia. Bene ha fatto il presidente Draghi a intervenire per esprimere ammirazione e solidarietà ad una sportiva presa di mira dagli stupidi di cui è pieno il nostro Paese. Dopo avere giustamente e severamente stigmatizzato certi comportamenti, è meglio però spegnere i riflettori e andare avanti, avendo a cuore solo il valore della competizione sportiva e il rispetto per le persone che in essa si impegnano. Il resto, causa-effetto di un divismo devastante, lasciamolo perdere. Capisco la sensibilità ferita di questa giovane persona: facciamole sentire il rispetto, l’ammirazione e la vicinanza che merita. Evviva la pallavolo. Evviva Paola Egonu!

Letta finalmente fuori dal letto

Il segretario dem Enrico Letta da Berlino, al congresso dei socialisti europei, ha dichiarato: “L’inizio di questa legislatura è il peggiore che potesse esserci. La legislatura comincia con una logica incendiaria da parte di chi ha vinto le elezioni. Chi ha vinto, invece di riappacificare il Paese, lo sta dividendo. Ma chi semina vento non può che raccogliere tempesta. Invito a considerare che questo metodo è davvero sbagliato. Si rompe ogni possibilità anche di un rapporto fra maggioranza e opposizione, che è un rapporto nell’interesse del Paese. Sono scelte che fanno slittare ancora più a destra la maggioranza”. Letta dice anche che “con le nomine si confermano le preoccupazioni in Europa”, che “la maggioranza è in guerra interna e non in grado governare”.

Mi è sembrata una nitida fotografia della situazione, che non capisco perché abbia suscitato tanto scalpore. Se proprio devo fare un appunto a Enrico Letta è quello di essersi svegliato in ritardo di qualche mese sulla tabella elettorale. Forse si è liberato dal pesante condizionamento della carica di segretario, forse si sta togliendo qualche sassolino dalle scarpe, forse ha capito che essere troppo rispettosi e riguardosi non paga in questo assurdo clima di violenza verbale. Liliana Segre ha richiamato la politica alla mitezza, atteggiamento che purtroppo non ottiene né attenzione né consenso. Forse, siamo al senno di poi, se Letta avesse incarnato una politica più decisa, oserei dire aggressiva, avrebbe ottenuto paradossalmente più disponibilità a formare il campo largo che aveva ipotizzato (per fare delle alleanze bisogna metterla giù dura, a mediare si fa sempre in tempo), più attenzione mediatica (se uno non spara cazzate, non acquista audience), più rispetto dagli avversari (facendo loro sentire il cuoio delle scarpette chiodate). Persino Mario Draghi ha riservato e sta riservando più gratitudine a Giorgia Meloni, che gli ha sempre votato contro (meno che per le armi all’Ucraina), che non a Enrico Letta, il quale si è costantemente, letteralmente e fantozzianamente sdraiato davanti al suo governo.

Mio padre, con la sua abituale verve ironica, così sintetizzava lo scontro fra generazioni: «Quand j’éra giovvon a säve i véc’, adésa ch’a són véc’ a sa i giovvon…». Intendeva sdrammatizzare gli insopportabili schemi sociologici, che ci assillano con le loro sistematiche elaborazioni dell’ovvio. D’altra parte è come nella vita di coppia. Quando non c’è accordo, qualsiasi parola o azione è sbagliata. Meglio tacere e non fare nulla. È quanto, in fin dei conti, molti “falsi criticoni” desiderano ardentemente. Concludeva rassegnato: Con chil bàli chi, mi an so mai…».

Il discorso vale anche per Enrico Letta: quando sta zitto è troppo remissivo e sgusciante, quando parla si attira ogni sorta di critica. Nell’intervento citato all’inizio non c’è una parola giù di posto: lo sottoscriverei a due mani. Le prime mosse della maggioranza di destra sono divisive e tali da rinfocolare dubbi e perplessità a livello europeo. È obiettivamente così!

D’altra parte è per me una sorta di destino cinico e baro l’andare d’accordo con gli ex di turno. Fu così durante la mia vita professionale, è così anche in politica. In questi giorni sto pensando ai presidenti delle Camere durante il periodo della cosiddetta prima repubblica: quanta nostalgia!

La critica più pelosa che tuttavia viene rivolta a Letta, in base ad una vomitevole interpretazione del “politicamente corretto”, è quella di parlare alle nuore europee perché le suocere italiane intendano. Sempre meglio rivolgersi alle nuore socialdemocratiche rispetto a quelle neofranchiste di Vox, di Orban e compagnia cantando affinché intendano le suocere nostalgiche di casa nostra.

C’era un mio simpatico amico che ostentava il suo tifo calcistico per la squadra del Real Madrid. Tutti lo mandavano a quel paese, ma lui acutamente rispondeva: “Non siamo in Europa? Ebbene io, da europeista convinto, ammiro e sostengo Il Real Madrid! Cosa c’è di sbagliato?”.

Se Enrico Letta preferisce parlare di politica con i socialdemocratici tedeschi piuttosto che con gli inconcludenti e fascisteggianti italiani, niente da obiettare: se andiamo avanti sulla strada inaugurata con le nomine di Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, può darsi che anche a me, età permettendo, venga voglia di espatriare. Letta insegnava presso l’École des hautes études commerciales di Parigi prima di tornare in Italia a svolgere l’ingrato compito di segretario del Partito democratico. “In do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär “. Non per punizione per gli scarsi risultati ottenuti nella sua azione politica, ma, considerata l’aria che tira nel nostro Paese, per premio alla non carriera politica.

 

Un sinistro spaventapasseri nel campo meloniano

Nelle aule parlamentari il voto segreto dovrebbe essere garanzia di coscienziosa indipendenza ma non di faccendiera intromissione. I senatori appartenenti all’area politica di centro-sinistra (probabilmente circa una ventina), che hanno votato quale presidente del Senato un rappresentante della destra estrema, vale a dire Ignazio La Russa – personaggio che non ha certo i requisiti per essere credibile come uomo al di sopra delle parti e quindi adatto al ruolo istituzionale che gli compete a prescindere dall’appartenenza partitica –, dovrebbero avere il coraggio o almeno il buongusto di spiegare agli elettori, che li hanno mandati in Parlamento, i motivi in base ai quali hanno deciso di dare la loro fiducia a questo candidato nonostante l’indicazione contraria delle forze politiche a cui appartengono. È pur vero che, costituzionalmente parlando, non esiste vincolo di mandato, ma ciò non può significare che il parlamentare eletto vada per la tangente rispetto alla linea politica su cui ha ottenuto il voto popolare. Occorrerebbe comunque una spiegazione chiara e plausibile.

Fatta questa doverosa premessa, dirò che di fronte a questo fatto di subdolo trasformismo parlamentare, oltre tutto accaduto in concomitanza con l’inaugurazione della legislatura, non mi sono affatto scandalizzato, ma, accantonando ogni e qualsiasi spontanea reazione negativa, ho tentato accuratamente di cercare quali possano essere i motivi di un simile comportamento apparentemente ingiustificato.

Non ho volutamente preso in considerazione l’ipotesi del voto di scambio, vale a dire che i senatori di centro-sinistra abbiano dato una manina interessata alla destra per ottenere in cambio, a livello personale o di gruppo, qualche favore immediato o futuro. Non voglio infatti squalificare in partenza la vita parlamentare su cui è istituzionalmente fondata la nostra democrazia repubblicana.

E allora? Una prima ipotesi, oserei dire ridicola, potrebbe riguardare una fiducia affascinata verso un politico dell’altra sponda che dia comunque garanzie di rappresentatività globale, di fedeltà costituzionale, di condivisione dei principi basilari su cui è fondata la nostra repubblica, di obiettività e lealtà verso tutti i colleghi. Non mi sembra infatti che Ignazio La Russa possa dare queste garanzie, affondato com’è in un equivoco passato, protagonista com’è stato di vicende faziose e divisive, uomo di parte ante-litteram, candidato a questo ruolo proprio per segnare un’affermazione partitica ben precisa e imprescindibile. Non credo che anche il più ingenuo e novizio dei senatori possa essere caduto in questa trappola.

Proviamo quindi a valutare qualche altra ipotesi. Ci potrebbe essere la volontà di sparigliare i giochi politici a danno di una maggioranza uscita vincitrice dalle urne, ma piena di contraddizioni di carattere valoriale, programmatico, personale e finanche psicologico: dimostrare cioè fin dall’inizio la debolezza di una coalizione elettorale, che va in grave difficoltà alla prima prova di aula parlamentare. Per ottenere questo pur legittimo risultato bastava lasciare incompiuta la votazione e semmai provare a contrapporre al candidato di destra un candidato che potesse avere le caratteristiche insite nel ruolo istituzionale della seconda carica dello Stato, al fine di mettere in imbarazzo i partiti del centro-destra e far emergere le perplessità più serie che serpeggiavano in quell’area.

È indiscutibile che la difficoltà per l’elezione di La Russa provenisse dalla componente di Forza Italia, soprattutto dal suo frusto leader alla ricerca di rilegittimazione e di visibilità. Lo avevano capito tutti al di là dei successivi imbarazzanti pizzini esibiti in bella mostra, che segnano una forte disistima di Berlusconi nei confronti di Giorgia Meloni e della sua ritrosia a piegarsi ai desiderata di un padre assai poco nobile del centro destra.  Forse si è voluto lanciare un messaggio del tipo “siamo qui, siamo pronti a sostituire i capricciosi berlusconiani, siamo disposti a fare da stampella provvisoria al centro-destra in attesa di sviluppi ulteriori della situazione”. Posso anche essere d’accordo sullo spazzare via definitivamente la trentennale pietra d’inciampo berlusconiana, ma se il prezzo è buttarsi nelle braccia di una destra che più destra non si può, mi pare che il gioco non valga la candela o per lo meno che con questa candela ci si possano scottare le dita. In effetti Berlusconi è uscito malconcio da questa prima prova di forza, ma da qui a ritenerlo politicamente irrilevante o addirittura spacciato… Dare una mano a Giorgia Meloni per far fuori Silvio Berlusconi mi pare assomigli molto al noto sacrificio di evirazione maritale per far dispetto alla moglie.

Forse l’azzardata mossa dei franchi tiratori voleva essere l’inizio di un’azione politica volta a riscoprire ed occupare quel famigerato centro moderato in continua ricerca d’autore e di protagonista. Davanti ad una destra così reazionaria mi sembra però che l’unica cosa seria da fare sia non tanto giocare al centrismo, ma semmai puntare ad un riformismo moderno, plurale e credibile. A meno che dietro al voto sui generis in favore di La Russa non si nasconda un disegno ben più ampio e ambizioso, quello di una riforma costituzionale presidenzialista accompagnata da una riforma elettorale, entrambe alla francese: un centro moderno alla Macron tutto da costruire previo sbaraccamento di Forza Italia e cespuglietti vari nonché previa divisione del partito democratico, una destra alla Le Pen (c’è già bella e pronta), una sinistra radicaleggiante alla Melenchon, che metta insieme il M5S e la parte più intransigente del PD. In tal caso si potrebbe dire che Parigi val bene un La Russa a palazzo Madama. Lasciare cioè sfogare gli intenti identitari di Meloni e Salvini, che hanno bisogno di battere un colpo post-elettorale, per poi trattare ad un certo livello sui massimi sistemi.

Se poi la segreta avance dei senatori, in vena di tirare un sasso in piccionaia salvo nascondere la mano, voleva essere un monito alla destra a cucinare un governo adeguato alla grave situazione interna ed internazionale, meglio lasciare che ci pensi il presidente Mattarella, il quale ne ha la competenza, l’esperienza e l’autorevolezza. Forse si è voluto dire che qualora il governo fosse una cosa seria si potrebbe anche vedere una qualche disponibilità a collaborare almeno nelle aule parlamentari e ad offrire qualche copertura a livello europeo (a questo però sta già pensando Mario Draghi!). Roba scontata quindi che non aveva e non ha certo bisogno di messaggi subliminali o di pseudo-ricatti politici. Anche se potrebbe trattarsi di un ulteriore contentino alla destra per spingerla, smaltita la sbornia identitaria culminante in La Russa e Fontana agli alti scranni, sul difficile terreno delle riforme di largo respiro tendenti ad un sistema alla francese di cui sopra.

La mia fantasia ha raggiunto il limite e confesso di non avere trovato una spiegazione realistica o comunque plausibile. Resterà probabilmente un fatto da ricordare ai futuri nipotini davanti al caminetto. Temo che questa oscura vicenda possa rivelarsi un boomerang e che la sinistra ottenga solo il risultato di avere fatto da spaventapasseri nel campo altrui e svolto il ruolo dell’utile idiota a vantaggio di una destra che trova sempre il modo di ricompattarsi. Della serie “la destra è capace di tutto, mentre la sinistra non è capace di niente…”.

 

 

 

La destra italiana dà il vino che ha

C’è un modo di dire fiorentino: “San Giovanni non vuole inganni”. Questo modo dire nato nella Firenze medioevale trae origine dalla moneta in uso a quell’epoca, il fiorino, così chiamato proprio perché da un lato era raffigurato il giglio fiorentino. Dall’altro lato però si poteva vedere l’immagine di San Giovanni Battista, già allora patrono della città. Quindi, l’espressione “San Giovanni non vuole inganni” voleva significare che, da una parte, l’immagine era garanzia di autenticità e, dall’altra, la figura del Santo rendeva difficile ogni falsificazione. Inoltre, l’immagine avvertiva che qualsiasi copia falsa della moneta era non solo un atto vergognoso, ma anche un grave reato condannabile dalla legge. Un’altra possibile interpretazione del proverbio si ha in riferimento al carattere di San Giovanni: secondo alcuni la spiegazione si può trovare nel comportamento rigoroso e inflessibile del Santo. Nei secoli quest’espressione ha esteso i suoi significati, fino ad indicare e denunciare qualsiasi falsità, torto e ingiustizia.

Intendo usarla per significare come la destra di Giorgia Meloni abbia mostrato quella faccia che in molti pensavano in vena di camuffamenti filodemocratici e filoeuropei, come abbia buttato via la maschera ancor prima di indossarla. Ebbene gli ottimisti sono serviti: a capo dei due rami del Parlamento vanno Ignazio La Russa, uno storico ammiratore di Benito Mussolini, e Lorenzo Fontana, un moderno ammiratore di Vladimir Putin. La buona giornata si vede dal mattino…

Chi ha votato a destra dirà che si tratta di superficiali divagazioni politicamente ininfluenti e culturalmente fuorvianti; chi sta opportunisticamente riposizionandosi in base all’aria che tira, sosterrà che occorre aspettare gli atti concreti di governo per giudicare l’indirizzo politico del nuovo governo presumibilmente e prossimamente in carica.

Alla gente in testarda ricerca del nuovo a prescindere dalla storia passata e presente chiederei se consegnare i destini della democrazia a chi ne ha visioni a dir poco contraddittorie non assomigli all’affidamento dei propri risparmi a chi preferisce il materasso al sistema bancario. Agli opportunisti consiglierei maggiore cautela nel rilasciare cambiali in bianco a forze politiche non affidabili, contando su improvvisati ed improbabili garanti.

L’elezione di La Russa e Fontana rappresenta un’autentica secchiata gelida sulle illusioni e sulle speranze di una normalizzazione politica in barba all’antifascismo, all’europeismo e ai valori costituzionali. D’altra parte sono convinto che non sia possibile impostare una concreta politica democratica prescindendo da un rigoroso, convinto e coerente rispetto dei valori e dei principi democratici.

Sono un ragioniere e non posso concepire un addetto contabile che abbia la presunzione di tenere la contabilità, magari con gli strumenti più moderni e sofisticati, senza conoscere e rispettare le regole fondamentali della partita doppia.

C’è poco da fare avremo due presidenti delle Camere dal pedigree tutt’altro che rassicurante e che rappresentano le peggiori e degenerate facce della nostra democrazia (nazionalismo, populismo, sovranismo, integralismo, etc. etc.). L’incidente di percorso non è tanto quello della rottura della maggioranza di destra nella prima votazione al Senato, coperta indegnamente da un gruppo di pazzi amici del giaguaro, ma la votazione tranquilla alla Camera che ha rinserrato le fila di una destra che più destra non si può (reazionaria nel merito e rissosa nel metodo). L’asse Meloni-Salvini si è rapidamente ripristinato alla faccia di un ridicolo e penoso Berlusconi (come volevasi dimostrare). Tutto sommato meglio così, è preferibile sapere con chi si ha a che fare al di là dei tatticismi e dei trasformismi.

 

 

 

 

L’antifascismo non è un optional

Uno degli aforismi più usati ed abusati è: “Il mondo è bello perché è vario”. Chissà perché me ne sono ricordato, seguendo l’apertura della legislatura italiana e ascoltando il discorso inaugurale di Liliana Segre, che presiedeva la seduta dell’aula del Senato: alle nobili e alte parole di carattere democratico da lei pronunciate faceva riscontro la immediata prospettiva di chiamare ad occupare quell’alto scranno da un personaggio politico di tutt’altra storia ed ispirazione ideale e valoriale, vale a dire Ignazio La Russa.

E proprio dall’archivio storico attorno alla vita del senatore di Fratelli d’Italia è ritornato in auge un video che immortala quel che colleziona all’interno della sua casa. Non farfalle, non figurine di calciatori. Ma busti del duce, simboli del colonialismo, effigi e ammennicoli del fascismo. Compresa una statuetta bronzea di Benito Mussolini. Poi le foto lungo le pareti. Insomma, un vero e proprio piccolo museo di cimeli fascisti e di riferimenti al Duce. Il video non è recente, ma neanche troppo datato. Questo estratto fa parte di una lunga intervista-video realizzata e pubblicata dal Corriere della Sera nel 2018. Quattro anni fa, quando il nuovo Presidente del Senato era già Senatore della Repubblica eletto con Fratelli d’Italia. E lì, davanti alle telecamere, mostra felice quella sua collezione di cimeli fascisti. Non è un bel biglietto da visita…

A dir poco mi sono sentito a disagio. Liliana Segre ha ricordato la razzista espulsione da scuola subita da bambina durante il periodo del regime fascista per essere internata in un campo di concentramento nazista, mettendola in parallelo con l’onore a lei riservato di sedere a novantadue anni, seppure provvisoriamente, alla presidenza del Senato espressione istituzionale della nostra democrazia: una strana ma stupenda combinazione offerta dalla storia. Il mondo è cambiato? Si direbbe proprio e fortunatamente di sì! Poi però si materializza il vero presidente del Senato, che non nasconde le sue simpatie per il regime fascista pur inserite in un polpettone in via di approntamento da parte di Giorgia Meloni. E allora cosa sta succedendo? Gli elettori italiani hanno capito cosa stavano votando? Il fascismo, come qualcuno sostiene, è archiviato? Possibile che fra tutti gli eletti non ci fosse qualcuno con il pedigree in ordine sull’antifascismo da collocare alla presidenza del Senato? Un macigno storico, checché se ne dica, incombe sul Parlamento e sul futuro governo. Basteranno le rassicurazioni di una destra, che viene troppo da lontano per offrirle in modo credibile?

Oltre tutto sembra che Ignazio La Russa abbia potuto contare su una sorta di soccorso rosso in sostituzione delle bizze della pattuglia berlusconiana: un pacchetto di voti al di fuori del centro-destra, arrivati con intenti piuttosto ermetici e “manovrieri”. Paradosso nel paradosso: un presidente del Senato in storico odore di simpatie mussoliniane, eletto con i voti determinanti di un manipolo di senatori appartenenti all’area di centro-sinistra. La Russa nasconde in modo parolaio il suo passato, alcuni senatori lanciano un sasso-voto e nascondono la mano. Evviva il Senato della Repubblica! Cosa ne penserà Liliana Segre?

Non voglio rimanere prigioniero di schemi, non ho niente contro la persona di La Russa, ma non posso nemmeno rinunciare ai valori che mi sono stati insegnati e tramandati. Non mi sento tranquillo. Gli italiani hanno la memoria corta, io no. La destra sdoganata (?) ha un bel becco di ferro, io non amo la sfacciataggine. Per tornare all’aforisma da cui sono partito, mi sembra opportuno cambiarlo arbitrariamente in modo sgarbato: “Il mondo politico è brutto perché è variabile”.