L’ordine del regime e il disordine dei giovani

Due influencer si sono fatte ritrarre seminude agli Uffizi, davanti alla Venere di Botticelli, e poi hanno pubblicato le immagini sui profili Instagram. Il gesto ha scatenato le polemiche, in primis quella del capogruppo Fdi a Firenze, Alessandro Draghi, che ha affermato: “La Venere del Botticelli non può essere usata da costoro per uno spot indecente e mi pare strano che i custodi non se ne siano accorti, e che a distanza di diverse ore al direttore Schmidt non siano arrivate le indegne immagini delle due sexy influencer”.

Da Firenze mi sposto a Predappio, dalla galleria degli Uffizi alla cripta del Duce.

Versi di Faccetta nera urlati a squarciagola, tricolori fieramente sventolanti e l’immancabile «Camerata Mussolini, presente!». Non è l’incipit di un film di Corrado Guzzanti, ma la surreale scenografia che, oggi, ha accompagnato i neofascisti giunti a Predappio per tributare il duce e festeggiare, in una maniera un po’ sui generis, il centenario della Marcia su Roma. Ironia della sorte, nel giorno in cui il neo ministro Piantedosi ha annunciato il pugno duro contro rave e raduni non organizzati come reazione al free party attualmente in svolgimento a Cittanova, vicino Modena, duemila nostalgici dell’olio di ricino hanno scelto di riunirsi nel comune simbolo della memoria divisa di questo Paese per dare seguito al loro, di “rave”.

Evidentemente per FdI fa più scandalo il seno nudo di due ragazze alla Galleria degli Uffizi dei duemila cervelli vuoti convenuti a Predappio. Non mi risulta infatti che nessun esponente locale o nazionale di questo partito abbia reagito polemicamente al vomitevole raduno fascista, che peraltro ha assunto un significato particolare in occasione del centenario della marcia su Roma e dell’insediamento di un governo di destra contenente personaggi in odore di storiche simpatie neofasciste.

Alcuni, pochi per la verità, continuano a chiedere un’esplicita e totale abiura da parte di Giorgia Meloni rispetto al fascismo. Non arriverà mai e non sarebbe comunque credibile. Non è possibile che una pianta recida le proprie radici, pena la propria morte.

Qualcuno vuole aspettare di vedere i frutti.  Mio padre, a cui piacevano molto le pesche, sosteneva che l’albero di pesco spesso innestato su piante di salice desse frutti amari: “A pära ‘d ciuciär ‘na stròpa ‘d sàlos”. A rovescio, il neofascismo, pur innestato sulla buona pianta della democrazia costituzionale, non può dare frutti buoni. Dice Gesù (lo ricordi la cattolicissima Eugenia Roccella): “Si raccoglie forse uva dalle spine, o fichi dai rovi? Così ogni albero buono produce frutti buoni e ogni albero cattivo produce frutti cattivi; un albero buono non può produrre frutti cattivi, né un albero cattivo produrre frutti buoni”.

È inutile quindi sorprendersi che la nascita del governo Meloni e il debutto del ministro Piantedosi siano stati concomitanti ad un pestaggio della polizia ai danni di studenti e/o allo scioglimento di un raduno giovanile. Siamo solo agli inizi: «Ha da passà ‘a nuttata».

Ad una carissima giovane amica, che mi chiedeva un parere sui recenti scontri fra studenti e polizia all’università La Sapienza di Roma, ho risposto che non ho mai gradito, anche se mi sono sempre sforzato di capirle e contestualizzarle, le forzature protestatarie e trasgressive dei giovani e non solo dei giovani. Per la verità bisogna culturalmente ammettere che non esiste il “purismo di piazza”: ogni protesta ha in sé qualcosa di provocatorio al limite del violento. Ciò non giustifica affatto la repressione tout court: i pubblici poteri devono essere in grado di valutare quando l’intervento della polizia si renda necessario e quali siano le modalità accettabili di tale intervento. Purtroppo in questa delicata fase storica nel nostro Paese si respira aria di destra, di restaurazione: i giovani studenti, hanno antenne sensibili e la captano assai più degli adulti, che hanno l’olfatto logoro e abituato agli odori sgradevoli. Possono reagire in modo scomposto, ma non stanno fermi. Più si cercherà di reprimerli, più si muoveranno. La storia lo insegna.

Il governo Meloni è nel mirino dei poteri forti a livello europeo ed internazionale, ma bene o male con questi riuscirà a cavarsela con opportunismo reciproco. La Ue ci perdonerà le scappatelle orbaniane e le simpatie voxiane, tanto dovremo fare i conti col bilancio comunitario, con la Bce, con la dipendenza dagli Usa, con l’inquadramento nella Nato, con la consapevolezza di essere comunque un vaso di coccio in mezzo a vasi di ferro.

Non so invece come se la metterà con i giovani e la loro scatenata intransigenza. Alla prima cazzata del ministro del “merito” sono sicuro che reagiranno senza pietà: al governo servirà per piantare ulteriori bandierine d’ordine, per blandire in modo identitario un certo elettorato di destra, ma il mondo è più grande rispetto a chi ha votato FdI e i suoi utili idioti. C’è anche la mina dei diritti civili pronta ad esplodere alla prima occasione. Quando una squadra di calcio crede di avere il controllo del gioco e si illude di poter spadroneggiare sul campo, arriva puntualmente il gol subito in contropiede. Meloni avvisata, mezzo salvata.

Il presidente piaciona

Chiedo umilmente scusa a Tina Anselmi se mi permetterò di usare la sua fulgida testimonianza, per dimostrare che anche la vita politica non è fatta di parole, ma di fatti. Mi è molto caro il suo ricordo anche perché era amica di mia sorella, la quale mi riportava toccanti brani del dialogo che aveva con lei.

Tina Anselmi è nota soprattutto per essere stata la prima donna ministro della Repubblica italiana: tra il 1976 e il 1978 fu titolare del dicastero del Lavoro e previdenza sociale; tra il 1978 e il 1979 di quello della Sanità. Ma il suo impegno politico risaliva alla Resistenza, quando fu partigiana in Veneto. Dopo la guerra, laureata in Lettere, lavorò come insegnante. Iscritta alla Democrazia cristiana fu deputata per 6 legislature. Morì a 89 anni nel 2016.

“Giorgia Meloni ha inserito Tina Anselmi nel suo “Pantheon”. Matteo Romanello, sindaco di Marcon, in provincia di Venezia, l’ha invece declassata, preferendo intitolare il nuovo plesso della scuola primaria a Piero Angela. Romanello – che è transitato dalla Lega allo stesso partito di Meloni, Fratelli d’Italia, anche se non c’è “ufficialità” del passaggio – ha sostanzialmente bocciato la scelta del Consiglio d’istituto che aveva fatto cadere l’opzione su “Tina” la partigiana, insegnante, prima donna ministro. Pur riconoscendo come la figura di Tina Anselmi sia di «rilevante importanza» il sindaco si è espresso con «parere non favorevole» sulla possibilità di dare il suo nome alla scuola del paese. La motivazione? Si ritiene «opportuno individuare una personalità non avente carattere politico, considerato che l’intitolazione di una scuola dovrebbe avere una valenza soprattutto educativa, piuttosto che ideologica». Il sindaco ricorda inoltre si essere stato lui stesso a «suggerire al consiglio di istituto di intitolare la struttura a una donna. Ho stima di Tina Anselmi ma personalmente, visto che si tratta di una scuola pubblica, credo sarebbe più opportuno far ricadere la scelta su una personalità che si è dedicata alla formazione culturale dei giovani». L’istituto sarà inaugurato il prossimo anno. Meglio Piero Angela – ha spiegato – perché «sarà un istituto all’avanguardia, anche dal punto di vista tecnologico. E Angela ha sempre lanciato dei messaggi improntati sul futuro, sul valore della conoscenza e sul rispetto dell’ambiente». (Avvenire)

Un vergognoso, oserei dire ignobile, coacervo di cazzate!  Tutto per nascondere come il ricordo di Tina Anselmi disturbi il meloniano primato destrorso in materia femminile e soprattutto l’imperante revisionismo storico che celebra sbrigativamente la meloniana presenza al governo. Cosa vale il pantheon femminista di Giorgia Meloni se poi viene smentito nei fatti? Viene spontaneo chiedersi: qual è il vero pantheon della destra? Quello improvvisato e imbellettante del nuovo presidente del consiglio oppure quello radicato e ostentato da Ignazio La Russa? Un conto è parlare di antifascismo, un conto è essere antifascisti. Sarò fissato, ma non ci vedo chiaro.

Così come un conto è essere donna impegnata in politica fino ai massimi livelli (ben venga!), un conto è l’auspicabile impegno delle donne leader a favore della pace come chiede molto opportunamente un appello promosso dalla Fondazione Marisa Bellisario, di cui riporto solo alcuni passaggi iniziali.

“Di fronte a una continua e apparentemente inarrestabile escalation delle violenze, al cospetto di una minaccia nucleare, in presenza di una crisi umanitaria gravissima nel cuore dell’Europa, provocata dalla guerra della Russia in Ucraina, noi affermiamo la necessità immediata e stringente di una nuova governance della pace. È necessario e urgente il coinvolgimento di leader donne, con esperienza negoziale, capaci di “imporre” le ragioni di un cessate il fuoco. Il nostro appello è alla prima italiana presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a Roberta Metsola, a Ursula von der Leyen e alle 31 premier e presidenti in tutto il mondo. Chiediamo che siano loro a tracciare la strada del dialogo e della negoziazione. Come ripete da mesi papa Francesco, «la pace va cercata sempre e comunque» e loro rappresentano l’intermediario che oggi può tracciare un confine tra l’apocalisse e un nuovo ordine mondiale. L’Onu definisce le donne peacekeeper come la «chiave per la pace»”.

Giorgia Meloni si è pedissequamente accodata alla logica bellicista dell’Occidente per rendersi ben accetta alle stanze del potere internazionale. Tutti erano stupidamente curiosi di vedere come se la sarebbe cavata alle prese con gli equilibri mondiali. Se la sta cavando benissimo! Al riguardo dà dei punti agli uomini!

Edith Bruck, scrittrice e poetessa sopravvissuta alla shoah, mesi fa aveva firmato l’appello di Dacia Maraini per una presidente della Repubblica, ma disse in quella occasione che però non le veniva in mente il nome di una donna per la carica. Si trattava di stabilire un principio: le donne devono avere accesso alle più alte cariche dello Stato, ma in Italia nessuna ha ancora maturato un’esperienza necessaria per quel ruolo. A questo ragionamento l’intervistatrice del quotidiano La Stampa si è permessa di controbattere ricordando come Meloni, invece, sia premier, la prima premier donna. Edith Bruck ha così risposto: «Questo non è un bene in sé. Anzi: spesso, nei posti di vertice, le donne diventano peggiori degli uomini: tendono a volerli superare e fanno peggio di loro, sono ancora più spietate. Non sono sicura che il Paese sia maturo abbastanza per lasciare che una donna ai posti di comando riesca ad essere chi è davvero. Meloni è circondata da uomini di un certo tipo, lavora in una struttura di un certo tipo. È amata da chi le dice cose terribili come “hai le palle”, cioè: vali perché sei come un uomo».

Lasciamo perdere che non abbia usato nei suoi discorsi programmatici le parole Resistenza e Pace. Non è in effetti questione di parole, ma di sensibilità e di impegno concreto. Staremo a vedere. Tanto per cominciare provi a convincere il suo amico Matteo Romanello dell’opportunità di intitolare un plesso scolastico a Tina Anselmi. Piero Angela non si offenderà di certo e agli studenti che frequenteranno quella scuola chissà che non venga la voglia di indagare, al di là delle ideologie, su una persona e su una storia, ormai scolpite nella nostra Costituzione, sulla vita di una “partigiana per tutta la vita, che, come ministro e presidente della Commissione P2, si è dedicata anche con rischi propri a difendere il nostro sistema democratico.

Per quanto riguarda la guerra in atto, provi Giorgia Meloni a conquistarsi uno spazio di negoziazione: l’esperienza, così dice il suddetto appello, insegna che quando negli spazi di negoziazione ci sono anche leader donne, si instaura un clima di reciproca fiducia che può cambiare in positivo le dinamiche delle trattative. Oggi, assieme alle donne che l’hanno firmato, chiedo con forza alle leader di tutto il mondo, e quindi in primis a Giorgia Meloni, di invertire la rotta e prendere in mano le redini di una pace possibile, necessaria e duratura.

 

Il governo calzolaio

Ho l’impressione che il governo Meloni voglia tenere i piedi in troppe paia di scarpe. Infatti dopo averli messi brutalmente nel piatto della Costituzione, li sta infilando nei vecchi stivali identitari, nelle pantofole opportunistiche della realpolitik europea e mondiale, per finire nelle scarpette da ballo del liberismo.

La quasi liberalizzazione del denaro contante, i condoni fiscali, l’appiattimento delle tasse, i condoni post-pandemici sono esempi emblematici di una deriva pseudo-liberista che potrebbe investire la nostra società. Intendiamoci bene, non sono misure gravi in se stesse, ma sono sintomi della mentalità che potrebbe caratterizzare la futura azione di governo. Pagato il conto con l’identità storica della destra, tranquillizzate le acque internazionali, tacitate a suon di sottosegretariati le pretese berlusconiane, è ora il turno di Salvini, che vuol cominciare a incassare qualche specchietto da distribuire alle sue allodole in fuga.

Sono convinto che l’anomalia italiana consista prevalentemente in tre gravissime pecche: l’evasione fiscale, la mafia e la burocrazia. Facendo leva sull’illusione che rimuovendo qualche fastidiosa regola ci si possa liberare dalla opprimente cappa burocratica, si finisce col favorire lo status quo dell’evasione fiscale e col dare finanche qualche contentino al riciclaggio mafioso.

Devo essere sincero: non ho affatto condiviso la forzatura degli obblighi vaccinali che sono stati solo un paravento per coprire le inadeguatezze e inefficienze del sistema sanitario. Di qui a insolentire chi ha rispettato tali obblighi, assolvendo con un colpo di spugna coloro che, più o meno seriamente, li hanno evitati, il passo è molto lungo: la solita menata all’italiana.

Che il sistema fiscale non funzioni, con la sua pletora di inutili obblighi e con il conseguente accanimento sui malcapitati pseudo-evasori, è una triste verità. Di qui a fornire ulteriori scappatoie ai furbi, furbini e furbetti ci passa una bella differenza.

Lungi da me pretendere che il governo di Giorgia Meloni possa risolvere in un baleno gli annosi mali del nostro sistema. Basti dire che la mafia ha da sempre trovato sponde formidabili negli interessi degli Stati Uniti, che la burocrazia comanda a bacchetta da secoli la politica, che l’evasione fiscale trova terreno facile nella pletora delle regole vigenti e nell’opaco sistema di controlli.  Voler dare l’impressione di un forte impegno a suon di condoni e robaccia del genere è comunque un vero e proprio inganno verso i cittadini, i quali, da parte loro, ce la stanno mettendo tutta per farsi ingannare.

L’attuale governo sta tentando di trovare una sua problematica fisionomia: nel solco costituzionale non può obiettivamente inserirsi con un minimo di credibilità; per quanto concerne l’europeismo può solo contare sul fatto che è in atto una gara a chi ci crede meno e quindi…; l’atlantismo  sta mostrando crepe e difetti a non finire  e sta in piedi solo per triste necessità e non certo per buoni motivi, ragion per cui c’è posto anche per Giorgia Meloni; dietro il liberismo ci sta tutto e il suo contrario, ci può stare la sinistra dei Diogene alla ricerca del riformismo, ci può stare anche Giorgia Meloni in vena di futile conversione democratica. Tolta di mezzo la Costituzione, ci resta solo un gran casino in cui tutto si tiene.

 

Quando le radici non affondano nella Costituzione…

Se una persona non conosce o addirittura rifiuta la lingua italiana, sarà molto difficile che possa comunicare e rapportarsi correttamente e costruttivamente con i suoi connazionali: non si potranno capire se non tramite il linguaggio dei gesti.

Gli italiani hanno scelto la destra e la stanno approcciando e giudicando sulla base di impressioni peraltro molto sbrigative e frettolose. Nei commenti, anche i più altolocati e raffinati, anche quelli degli avversari politici, non trovo un filo di ragionamento logico: si parte dal fondo e allora tutto diventa relativo ed ammissibile.

Il tetto all’uso del denaro contante può essere un incentivo all’evasione fiscale, all’esportazione illegale di capitali ed al riciclaggio, ma può essere anche un modo per sveltire e incentivare i consumi; un drastico freno all’ingresso degli immigrati è un ragionevole modo per combattere gli scafisti e gli sfruttatori, ma finisce con l’essere la supina accettazione di una logica anti-umana, che costringe a morire annegati i più disgraziati o a vivere in un lager i più fortunati; accostare “ministerialmente” istruzione e merito vorrebbe significare che nella scuola all’impegno dello Stato per garantire il diritto allo studio deve corrispondere quello degli studenti a raggiungere gi obiettivi scolastici, ma potrebbe anche sottintendere una politica dell’istruzione meritocratica e discriminatoria; manganellare gli studenti, che protestano ai limiti della legalità, può essere un modo per difendere i diritti di tutti ad esprimere le proprie opinioni, ma può diventare anche un modo violento  per spegnere sul nascere ogni protesta; alleggerire il carico fiscale può costituire una boccata d’ossigeno per chi ha redditi insufficienti, ma può anche essere un regalo inopinato per chi ha redditi più che sufficienti; difendere il diritto alla vita è un obiettivo sacrosanto, ma se una donna, per motivi seri, non riesce ad accogliere la vita, la vogliamo criminalizzare?; essere atlantisti è una scelta storica irreversibile, ma c’è modo e modo di esserlo in funzione di una logica di pace e non di guerra; essere europeisti è un opzione basilare, ma non si può essere europeisti e sovranisti, dialogare con Macron e strizzare l’occhio ad Orban; gli esempi potrebbero continuare, ma mi fermo per non arrivare alla sciocca diatriba sulla femminilità lessicale del governo e della politica.

Non ho una spiccata simpatia per la magistratura, pur con grande rispetto e considerazione ne riconosco limiti e difetti, non mi entusiasmano i magistrati che entrano in politica, ma devo ammettere che Roberto Scarpinato, già procuratore generale a Palermo, entrato in Senato nelle file del M5S, intervenendo nel dibattito parlamentare sulla fiducia al governo Meloni, ha fatto un intervento molto chiaro ed incisivo di cui di seguito riporto testualmente alcuni passaggi.

“Signora presidente del Consiglio, il 22 ottobre scorso, Lei e i suoi ministri, avete prestato giuramento di fedeltà alla Costituzione. Molti indici inducono a dubitare che tale giuramento sia stato sorretto da una convinta condivisione dei valori della Costituzione. In campagna elettorale, lei ha dichiarato: “La destra italiana ha consegnato il fascismo alla storia ormai da decenni” (…). Concetto che ha ribadito nelle sue dichiarazioni programmatiche. Tuttavia lei sa bene che il fascismo non è stato solo un regime politico, ma anche un’ideologia sopravvissuta al crollo della dittatura (…) con la forma del neofascismo. Un neofascismo che si è declinato anche in formazioni politiche che hanno coagulato le forze più reazionarie del Paese per sabotare e sovvertire la Costituzione, anche con metodi violenti ed eversivi, non esitando ad allearsi con la mafia. (…) Un neofascismo eversivo coprotagonista della strategia della tensione con l’obiettivo di sabotare l’attuazione della Costituzione o peggio, di stravolgerla instaurando una repubblica presidenziale.

(…) Non è certamente indice di convinta adesione ai valori della Costituzione la circostanza che Lei e la sua parte politica abbiate eletto a vostre figure di riferimento alcuni protagonisti del neofascismo. Mi riferisco, ad esempio, a Pino Rauti, fondatore nel 1956 di Ordine Nuovo. (…) Mi pare inquietante che il 14 aprile il deputato di FdI Federico Mollicone abbia organizzato un convegno dedicato al generale Gianadelio Maletti, capo del reparto controspionaggio del Sid negli anni ’70, condannato con sentenza definitiva a 18 mesi per favoreggiamento dei responsabili della strage di Piazza Fontana. (…) E mi sembrano coerenti con il suo quadro di valori di ascendenza neofascista alcune sue significative iniziative politiche. Mi riferisco, ad esempio, al suo sostegno nel 2018 alla proposta di legge di abolire la cosiddetta legge Mancino (…) o alla sua proposta di abrogare il reato di tortura.

(…) Non basta la sua presa di distanza dal fascismo storico per dichiarare chiusi i conti col passato e inaugurare una stagione di riconciliazione nazionale, possibile solo se e quando questo Paese avrà piena verità sulle stragi del neofascismo e quando dal vostro Pantheon sarà escluso chi si rese corresponsabile di quella occulta prosecuzione della violenza fascista. (…) Può una forza politica con simili ascendenze culturali attuare politiche che pongano fine alla crescita delle disuguaglianze (…)? No. Perché la crescita delle disuguaglianze e della ingiustizia non è frutto di un destino cinico e baro, ma il risultato di scelte politiche a lungo praticate dall’establishment che ha surrettiziamente sostituito la tavola dei valori della Costituzione con la bibbia neoliberista. (…) Lei e il suo governo siete il suo ultimo travestimento che nella patria del Gattopardo consente al vecchio di celarsi dietro le maschere del nuovo. Siete stati e sarete l’espressione degli interessi del padronato.

(…) Quanto alla sua dichiarata intenzione di mantenere una linea di fermezza contro la mafia, me ne compiaccio, ma nutro serie perplessità, tenuto conto che il suo governo si regge sui voti di un partito di cui è leader un personaggio che ha avuto prolungati rapporti processualmente accertati coi mafiosi e che ha tra i fondatori Marcello Dell’Utri, condannato per collusione mafiosa. (…) Noi siamo le nostre scelte, onorevole Meloni, e lei ha scelto da che parte stare. Certamente non dalla parte degli ultimi, non dalla parte della Costituzione. (…)”.

Ritorno al discorso iniziale: la Costituzione è la madrelingua della politica italiana. Se non la si condivide, non la si rispetta, non la si parla, crolla tutto! Tutto prende una dimensione ed una prospettiva diverse. Bisognava e bisogna stare all’erta e andare molto adagio nel confronto sui singoli provvedimenti, perché il disegno di fondo non è credibile in quanto non basato su radici autenticamente democratiche e…antifasciste.

Perché le opposizioni fanno tanta fatica a recepire questo discorso, preferendo fare gli “elegantoni” dello scontro politico. Forse perché in questa fase non è elettoralmente pagante? Se la sinistra, per paura di perdere voti, balbetta in materia di Costituzione e rinuncia a fare la sinistra, finirà col perdere i voti della gente di sinistra oltre a non conquistare quelli della gente di destra e/o di centro (forse in parte è già successo…).

Perché i maître à penser della sinistra sono così sguscianti e si rifugiano nel pragmatismo, buttando via il bambino dei valori costituzionali assieme all’acqua sporca delle superate ideologie?  Per opportunismo? Per pigrizia? Per falso modernismo?

Don Andrea Gallo diceva: «Non mi curo di certe sottigliezze dogmatiche, perché mi importa solo una cosa: che Dio sia antifascista!». Non mi interessano le masturbazioni intellettuali e le acrobazie politiche, perché mi preme solo una cosa: che l’Italia sia antifascista con tutto quel che ne consegue.

Ricordo i rari colloqui tra i miei genitori in materia politica: tra mio padre, antifascista a livello culturale prima e più che a livello politico, e mia madre, donna pragmatica, generosa all’inverosimile, tollerante con tutti. «Al Duce, diceva mia madre con una certa simpatica superficialità, l’à fat anca dil cozi giusti…». «Lasemma stär, rispondeva mio padre dall’alto del suo antifascismo, quand la pianta l’é maläda in-t-il ravizi a ghé pòch da fär…».

 

 

 

Le post-ideologie contagiose

«Gli errori (orrori) riguardano il comunismo: una rivoluzione emersa come potenza liberatrice si è rovesciata e corrotta nella più tetra e lugubre delle oppressioni.

Il regime sovietico è crollato; quasi scomparsi dalla faccia della terra o in via di radicali trasformazioni (e deformazioni: ad esempio, in Cina) sono sia il suo tipo di comunismo sia altri tipi. Ma attenzione perché il comunismo è una risposta sbagliata, ma il drago che ha affrontato è vivo, anche se ha cambiato pelle, i problemi che ha enunciato e cercato di risolvere sono veri (anche se si evidenziano in modo strutturalmente diverso) e, nel quadro del capitalismo (tardo capitalismo) si sono aggravati. Sono i problemi della ingiustizia, orrenda, gravissima che vige nei rapporti tra gli esseri umani, dello sfruttamento di molti a vantaggio di pochi, che vuol dire miliardi di vite triturate nelle rotelle dell’ingranaggio che produce benessere sufficiente a tacitare le nostre coscienze, e opulenza nonché potere di dominio del mondo (anche con l’uso della guerra) nelle mani di pochissimi.

Certi diritti oggi (o almeno sino a ieri) considerati ovvi, furono conquistati a prezzo di dure e sofferte lotte: senza l’incitamento del movimento socialista, tutto ciò non sarebbe accaduto.

Il comunismo, accusato di ridurre l’essere umano a solo fatto economico, in realtà fa da specchio al modo in cui va il mondo: non siamo oggi (in democrazia) assuefatti a vedere valutare tutto sul piano del mercato?!

Non rimpiangiamo il comunismo, ma abbiamo l’onere di rispondere ai problemi che affrontò, di trovare vie più umane di economia e società; il suo fallimento ci interpella: “cercate ancora!”».

Ho richiamato queste poche ma incisive note sul crollo del comunismo, riprendendole da Maria Cristina Bartolomei, docente di filosofia e teologa, così come pubblicate diversi anni fa in un articolo su “Iesus”, perché la storia non può essere semplificata più di tanto senza nulla togliere a chi vuole guardare avanti. In questi giorni al congresso del partito comunista cinese è avvenuto un fatto curioso ed agghiacciante ad un tempo.

“Hu Jintao, già presidente della Cina da 2003 al 2013, è stato portato fuori dalla cerimonia di chiusura del XX congresso del partito comunista. Non è chiaro cosa abbia causato questa decisione. La scena è stata ripresa dalle telecamere dei media internazionali ammessi nell’auditorium della Grande sala del popolo. Hu era seduto alla sinistra del presidente Xi Jinping quando è stato raggiungo da un commesso, che ha cercato di farlo alzare prendendolo per un braccio. Dopo una breve conversazione con il premier Li Keqiang, Hu ha lasciato il proprio posto con sguardo spaesato e spaventato. Inutile il suo tentativo di portare via alcuni fogli che erano sulla scrivania: Xi Jinping senza scomporsi lo ha impedito e Hu è stato scortato fuori dalla sala.

L’ex presidente è stato allontanato poco prima che i 2300 delegati votassero all’unanimità il sostegno alla leadership di Xi. Per questo, una delle ipotesi è che Hu sia stato allontanato per una presunta opposizione al presidente. Li Zhanshu, uno dei sette componenti del Comitato permanente del Politburo, è sembrato preoccupato per quanto stava accadendo. Per questo ha cercato di alzarsi, ma è stato trattenuto da Wang Huning, altro membro del Comitato. Tutta la prima fila della sala è rimasta impassibile, con gli occhi rivolti alla platea e non all’ex presidente, che dopo essere stato portato via è scomparso. Anche su Weibo, il Twitter cinese, non è più possibile trovare Hu Jintao: il suo profilo è oscurato dal Great Firewall. Nel frattempo, Xi Jinping è pronto a ricevere il 23 ottobre il terzo mandato alla guida del partito.

Si svolgeva l’ultima seduta plenaria dei delegati del XX Congresso nazionale del Partito comunista cinese (Pcc): durante l’assemblea sono state votate le liste dei componenti del Comitato centrale e della Commissione centrale per l’ispezione disciplinare, la potente e temuta anticorruzione del Pcc. Quattro degli attuali sette membri del Comitato permanente del Politburo uscente sono stati esclusi dal nuovo Comitato centrale del Partito comunista cinese: si tratta del premier di Keqiang, di Li Zhanshu, di Han Zheng e di Wang Yang, considerato alla vigilia uno dei possibili candidati a raccogliere la premiership nel nuovo quinquennio.

Il Congresso ha approvato un emendamento che modifica la Costituzione del Partito comunista cinese e consolida lo status di Xi come “nucleo” del partito. Inoltre, il Partito comunista cinese ha sancito la sua ferma opposizione all’indipendenza di Taiwan nella sua Carta fondamentale. Il congresso “accetta di includere nella Costituzione del partito” varie dichiarazioni, tra cui quelle sulla lealtà politica e militare e sulla costruzione di forze armate di livello mondiale, nonché quella sulla “opposizione risoluta per scoraggiare i separatisti che cercano ‘l’indipendenza di Taiwan’“(Il Fatto Quotidiano).

Ebbene, in Cina il comunismo è rimasto politicamente intatto rinunciando ad ogni e qualsiasi implicazione socio-economica e diventando una sorta di capitalismo comunista, mettendo insieme tutti i peggiori difetti dei due sistemi storicamente ed ideologicamente antagonisti e cancellandone i pregi (?). In Russia il comunismo ha preso la scorciatoia dell’autocrazia più o meno mafiosa, cavalcando il più bieco degli imperialismi sotto la copertura storico-culturale del ritorno al disegno della “Grande Russia”.

Questi sono gli attuali frutti guasti del comunismo. Alla lunga e faticosa evoluzione democratica pensata ed avviata da Michail Gorbaciov si è preferito il reazionario e sbrigativo ripiegamento sui mostri del putinismo e del “cinesismo”.

I Paesi rientranti nell’orbita dell’ex Unione Sovietica, con il crollo del muro di Berlino, sono andati in libera uscita, ma sono ancora alla ricerca della democrazia in un tourbillon pseudo-democratico, nazionalista e sovranista. Anziché essere contagiati in senso democratico dai Paesi europei, diventati frettolosamente loro partner, rischiano di contagiare l’Europa assecondandone una sorta di paradossale onda nera.

Sono finite le ideologie, ma i virus ideologici sono rimasti attivi con le loro varianti da cui non si riesce a difendersi: al vaccino delle cortine di ferro si stanno sostituendo gli antivirali delle guerre a pezzetti. La guerra fredda era certamente un equilibrio internazionale inaccettabile. Ora la guerra è rimasta, non è più fredda, è calda, anzi caldissima. La democrazia va a ramengo un po’ dappertutto, anche in Italia. Il comunismo e il capitalismo hanno i secoli contati.

 

Nonostante l’indulgenza plebaria e patriziaria

Nell’Aula del Senato, durante il dibattito sulla fiducia al governo Meloni, ha preso la parola l’ex magistrato Roberto Scarpinato. Il neo-senatore M5s ha pronunciato un intervento che è suonato come una dura requisitoria e ha fatto innervosire la premier Giorgia Meloni, che ha replicato con durezza. Ha spiegato che il fascismo in Italia si è trasformato in quel neofascismo che fu alla base della strategia della tensione e dello stragismo in Italia e che la mafia è ancora ben lungi dall’essere debellata in questo Paese anche per le protezioni politiche che continuerebbe a ricevere. “Signor presidente del Consiglio, il 22 ottobre scorso lei e i suoi ministri avete prestato giuramento di fedeltà alla Costituzione. Molti indici inducono a dubitare che tale giuramento sia stato sorretto da una convinta e totale condivisione dei valori della Costituzione e dell’impianto antifascista e democratico che ne costituisce l’asse portante”, afferma Scarpinato. Poi prende di mira quel “neofascismo, che si è declinato anche nella costituzione di formazioni politiche, variamente denominate, che sin dai primi albori della Repubblica hanno chiamato a raccolta e coagulato tutte le forze più reazionarie del Paese per sabotare e sovvertire la Costituzione del 1948, anche con metodi violenti ed eversivi, non esitando ad allearsi in alcuni frangenti persino con la mafia”.

Scarpinato ha sforato il suo tempo. Il presidente Ignazio La Russa concede due minuti in più ma nel centrodestra il nervosismo è evidente. I temi toccati da Scarpinato scatenano le critiche del centrodestra. Ma quando lui chiude il suo intervento i senatori del M5S scattano in piedi per applaudirlo e applausi arrivano anche dai banchi del Pd.

Roberto Scarpinato, del cui intervento consiglio la lettura integrale, contravvenendo al paradossale patto del politicamente corretto, si è permesso di sfogliare l’imbarazzante e vomitevole album dell’estrema destra italiana, di cui, volenti o nolenti, è erede il partito di Fratelli d’Italia con la sua leader Giorgia Meloni.

Come ha reagito la maggioranza di governo? “Sconcertano le parole di Scarpinato al suo esordio in Senato”, risponde a stretto giro il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri. “Ed è motivo di riflessione il fatto che abbia ricoperto a lungo incarichi di vertice nella magistratura. Penso che sarà opportuno nel corso della legislatura ricordare in Aula circostanze riguardanti anche Scarpinato. L’Italia dovrà riflettere su vicende che alcuni ignorano, taluni accantonano, ma alcuni di noi conoscono e avranno modo di illustrare all’Aula e agli italiani”. Ha replicato anche la premier Giorgia Meloni: “Al senatore Scarpinato dovrei dire che mi dovrei stupire di un approccio così smaccatamente ideologico. Ma mi stupisce fino a un certo punto perché l’effetto transfert che lei ha fatto tra neofascismo, stragi e sostenitori del presidenzialismo è emblematico del teorema di parte della magistratura, a cominciare dal depistaggio e dal primo giudizio sulla strage di via d’Amelio. E questo è tutto quello che ho da dire”. (La Repubblica)

Evidentemente la verità fa male ed infatti la risposta lascia intendere, peraltro in modo assai confuso e piuttosto estemporaneo, una vendetta a base di vicende oscure a livello di magistratura, in cui, secondo le ventilate sbrigative ricostruzioni, sarebbe coinvolto Roberto Scarpinato: della serie “ognuno ha i suoi scheletri nell’armadio”. Fin qui il dibattito in Senato. Ma la vicenda non finisce qui.

Sta per essere nominato il nuovo capo-gruppo al Senato di Fratelli d’Italia, essendo il precedente entrato a far parte del governo come ministro. Si fa il nome di Isabella Rauti alla quale è stato chiesto se fosse d’accordo sulla presa di distanza di Giorgia Meloni da tutti i totalitarismi, fascismo compreso. Ha risposto: «Se sono disposta a ripetere le parole di Giorgia Meloni sul fascismo? Io non sono costretta a ripetere nulla e posso anche non dire nulla su questa cosa». Così la senatrice di Fratelli d’Italia, Isabella Rauti, fuori Palazzo Madama, che ha preferito non commentare la presa di distanza della presidente del Consiglio sul fascismo. “Se sarò la prossima capogruppo? Questa cosa verrà stabilità successivamente. Per ora, in quanto Vicario, esercito le funzioni di capogruppo”, ha concluso. (Il Fatto Quotidiano)

Isabella Rauti ha un suo album di famiglia. È figlia di Pino Rauti. Non è bello che le colpe dei padri cadano sui figli, ma un brevissimo excursus su tanto padre mi sembra inevitabile. Al riguardo faccio riferimento di seguito a quanto riporta Wikipedia su questo oscuro personaggio.

Giuseppe Umberto Rauti, detto Pino è stato un politico e giornalista italiano, segretario nazionale del Movimento Sociale Italiano dal 1990 al 1991, del Movimento Sociale Fiamma Tricolore dal 1995 al 2002 e del Movimento Idea Sociale dal 2004 al 2012.

(…)

Il 4 marzo 1972 il giudice Giancarlo Stiz, di Treviso, emette mandato di cattura contro Rauti per gli attentati ai treni dell’8 e 9 agosto 1969. Successivamente l’incriminazione si estenderà agli attentati del 12 dicembre (tra cui la strage di Piazza Fontana), per cui fu anche incarcerato alcuni giorni, venendo scarcerato il 24 aprile 1972, prima di essere eletto deputato. Nel 1974, con la rivoluzione dei garofani in Portogallo, viene scoperta l’organizzazione eversiva internazionale fascista Aginter Press, con la quale ha stretti rapporti anche Rauti attraverso l’agenzia Oltremare per la quale lavora. Nessuna di queste inchieste ha mai accertato qualche reato a suo carico.

Successivamente Pino Rauti fu inquisito per la strage di Piazza della Loggia a Brescia e in merito il 15 maggio 2008 è stato rinviato a giudizio. Assolto “per non aver commesso il fatto”, il 16 novembre 2010 con la sentenza numero 2 della Corte d’Assise di Brescia ai sensi dell’articolo 530, comma 2 del codice di procedura penale. Nelle richieste del pm Roberto Di Martino, per quanto concerne la posizione di Pino Rauti, il pm chiede l’assoluzione, affermando che la sua è una “responsabilità morale, ma la sua posizione non è equiparabile a quella degli altri imputati dal punto di vista processuale. La sua posizione è quella del predicatore di idee praticate da altri ma non ci sono situazioni di responsabilità oggettiva. La conclusione è che Rauti va assolto perché non ha commesso il fatto”.

Non so se Roberto Scarpinato abbia degli scheletri nell’armadio, bene ha fatto comunque a rinfrescare la memoria agli italiani e a quanti, più o meno in buona fede, liquidano il passato con un’alzata di spalle. La destra italiana continua imperterrita a trascinarsi dietro inconfutabili collegamenti col fascismo e non basta certo una vittoria elettorale per cancellare la storia. “Una macchia è qui tuttora…Via, ti dico, o maledetta!… (Macbeth, Verdi-Piave, atto quarto).

 

 

 

 

 

 

Lo snobismo dell’anti-antifascismo

Noto che il sottoporre il governo Meloni alla prova finestra del fascismo venga considerato e giudicato come un esercizio ozioso, fuorviante e stucchevole anche da certa intellighenzia riconducibile alla sinistra. Ozioso perché il fascismo non esisterebbe più; fuorviante perché farebbe perdere tempo alla sinistra incollandola ad un passato ideologico superato e spianerebbe la strada alla destra più pragmatica e à la page; stucchevole perché inutilmente volto a rincorrere il consenso con la testa all’indietro trascurando la soluzione ai problemi del presente.

Mi stupisce che persino un intellettuale del calibro di Massimo Cacciari si attesti su queste posizioni nell’incrocio pericoloso fra “snobismo”, vale a dire la raffinata e sprezzante ostentazione culturale, “benaltrismo”, vale a dire la testarda ricerca di un diversivo culturale a tutti i costi, e “disfattismo”, vale a dire “è tutto sbagliato, è tutto da rifare” di bartaliana memoria.

Attualmente il pericolo fascista non si manifesta con le squadracce, i manganelli, l’olio di ricino e robaccia del genere, ma nella risorgente cultura dell’egoismo individuale (leggi flat tax), sociale (leggi lotta al clandestino) e statuale (leggi sovranismo). Sono i riferimenti fondamentali della campagna elettorale della destra, che rischiano di essere i capisaldi dell’azione di governo.

Tutta colpa della insipienza e inconcludenza della sinistra? Anche questo mi sembra un atteggiamento sbrigativo pur nella doverosa autocritica della sinistra. Continuo a riferirmi al professor Cacciari, che pretendeva da Enrico Letta, in sede di dichiarazione di voto sulla fiducia al governo Meloni, una spietata analisi sugli errori e i mali della sinistra la quale con le sue anacronistiche disquisizioni spiana la strada alla destra, confondendo il dibattito parlamentare con il congresso del partito democratico. Sarebbe come rinunciare a respingere il ladro perché a suo tempo non si è installato l’antifurto.

Il fascismo, così mi ha insegnato mio padre, prima di essere un regime politico è un fenomeno culturale, una proposta di controvalori, un modo sbagliato di concepire l’individuo e la società. L’antifascismo e la Resistenza sono la base della nostra Costituzione in termini di principi fondamentali dai quali non si può prescindere. Ecco perché le conversioni frettolose non possono legittimare chi non ha condiviso il percorso culturale e politico dell’antifascismo e chi, di conseguenza, fatica a riconoscersi nella Carta Costituzionale.

È una caccia alle streghe? No, è una rigorosa difesa della memoria storica, che si fa attualità politica e prospettiva democratica. Per rendere didatticamente a me bambino l’idea di cosa fosse il fascismo, mio padre non andava sui massimi sistemi e mi spiegava: “Bastava trovarsi a passare in un borgo, dove era stata frettolosamente apposta sul muro una scritta contro il regime, per essere costretti, da un gruppo di camicie nere, a ripulirla con il proprio soprabito (non c’era verso di spiegare la propria estraneità al fatto, la prepotenza voleva così)”. Aggiungo: i graffitari di oggi sarebbero ben serviti, ma se, per tenere puliti i muri, qualcuno fosse mai disposto a cose simili, diventerei graffitaro anch’io. Spero di avere reso l’idea!

 

 

 

 

 

Prima donna sì, primadonna no

La botte dà il vino che ha e quindi sono rimasto sostanzialmente annoiato dal discorso scontato di Giorgia Meloni alla Camera per la presentazione del suo governo: non ha dimenticato niente del bagaglio ideale, identitario, storico, politico e sociale della destra. Cose “patoccamente” risapute! Il tutto è stato però abilmente alleggerito e reso appena istituzionalmente digeribile (?) sul piano democratico, formalmente inattaccabile, senza però rinunciare a niente del pensiero della destra più estrema. Sulle “i” non ha messo i puntini, ma le dieresi.

Consiglio a tutti di riascoltare i vari punti della relazione e troverà preciso e inconfutabile riscontro a queste due mie chiavi di lettura. Se vogliamo rendere plasticamente l’idea, il discorso di Meloni ha puntato smaccatamente, retoricamente ed emotivamente agli applausi, che infatti sono abbondantemente arrivati, evitando accuratamente di fornire qualsiasi pretesto e appiglio dialettico per i potenziali e sacrosanti fischi.

Da appassionato di opera lirica, la giudico una prestazione liscia come l’olio, ma priva di brivido. Faccio riferimento a mio padre: tanto per esser chiari non era un patito dell’acuto per l’acuto, men che meno dell’acuto sparato alla “viva il parroco”; apprezzava certamente l’esuberanza e la sicurezza vocali che sintetizzava in un modo di dire curioso ma plastico, rivolto soprattutto ai soprani, “la va pr’aria”, ma soprattutto si entusiasmava per la frase incisiva, per l’interpretazione trascinante, per gli interpreti “chi fan gnir i zgrizór”, per i cantanti che lasciano un segno forte nel personaggio più che nel ruolo. Ebbene Giorgia meloni “la va pr’aria”, ma “l’an fa miga gnir i zgrizor”, anche perché sarebbero brividi di grave sofferenza. Lei sapendolo, si è tenuta in equilibrio tra il passato impresentabile, il presente cavalcabile e il futuro incalcolabile.

Un soprano di non grande levatura durante le prove andava alla ricerca di un entusiastico consenso, che non arrivava. “Cosa mi dice maestro?” chiese provocatoriamente al direttore d’orchestra durante una pausa. Il direttore rispose burocraticamente: “Cosa le devo dire? … Brava!?”. Senza essere un esperto di politica, se Giorgia Meloni mi ponesse la domanda di cui sopra, risponderei con le stesse parole di quel direttore e me la caverei con un “brava!?” che assomiglia molto a “poco credibile”. Non mi sentirei di andare oltre, rifuggendo persino dal luogo comune della prima donna a capo del governo italiano. Infatti quanto ad essere una vera primadonna della politica…

 

Il bigottismo al governo

Stringi-stringi il dibattito politico sui problemi della bioetica resta sempre più imprigionato fra il bigottismo insopportabile dei cattolici tradizionalisti, il puritanesimo strumentale delle Eugenia Roccella, il “crociatismo” populistico della Lega e di FdI, il solito contrattualistico approccio dei berlusconiani, i tentennamenti pseudo-coscienziosi dei piddini e il velleitarismo dei grillini. Ne sortisce, in Parlamento, un profluvio di bozze, di emendamenti, di discussioni sterili e inconcludenti. A livello giudiziario un maldestro tentativo di coprire gli spazi vuoti. A livello popolare una sostanziale indifferenza all’insegna “dell’ognuno si tenga i suoi problemi, ché io ne ho già abbastanza dei miei”. Il permanente e coraggioso occhio vigile dei radicali non riesce a tener viva l’attenzione nemmeno trasgredendo con l’adozione e l’appoggio di iniziative ai limiti della legalità.

Eugenia Roccella, la nuova ministra per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, come è stata rinominata dal governo Meloni la carica che in precedenza era associata alle Pari opportunità e alla Famiglia, ha una storia politica piuttosto insolita, iniziata tra i Radicali e il movimento femminista e arrivata a posizioni ultraconservatrici vicine a quelle delle organizzazioni per la cosiddetta famiglia tradizionale e naturale. Roccella ha definito l’aborto «il lato oscuro della maternità» e una «scorciatoia che non dovrebbe più esserci», la pillola abortiva RU486 «un enorme inganno», il matrimonio un «momento cruciale che dà valore alla differenza sessuale» e le unioni civili la via verso «la fine dell’umano».

Ha 68 anni, è nata a Bologna il 15 novembre del 1953 ed è figlia di Francesco Roccella, uno dei fondatori del Partito radicale, e della pittrice femminista Wanda Raheli, militante del Movimento di Liberazione della Donna (MLD). Iniziò a sua volta il suo impegno politico come militante radicale e femminista, aderendo all’MLD, con cui pubblicò nel 1975 il libro “Aborto: facciamolo da noi” a sostegno dell’aborto libero e gratuito. Partecipò a battaglie e manifestazioni contro la violenza di genere e per le pari opportunità. Nel 1979, senza venire eletta, si candidò col Partito radicale alla Camera. Si laureò in lettere e fece un dottorato.

La sua trasformazione in una delle esponenti più convinte del conservatorismo cattolico italiano avvenne a partire dagli anni Novanta. Abbandonò per diversi anni la politica attiva, e quando la riprese aveva assunto posizioni radicalmente contrarie a quelle della sua militanza giovanile. Lasciò i Radicali sostenendo che le loro battaglie conducessero alla «distruzione dell’individuo» in nome di «un’idea di libertà senza limiti» che in ultimo avrebbe portato a «un’illibertà assoluta». Diventò editorialista del quotidiano della CEI, Avvenire, sostenne il cosiddetto Family Day, grande manifestazione a favore della cosiddetta famiglia tradizionale e naturale. Scrisse e pubblicò libri contro l’aborto, le tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) – quelle che permettono di avere figli a chi non può averli naturalmente – e in particolare contro quelle di tipo eterologo, basate cioè sulla donazione esterna di gameti (le cellule sessuali, ovuli o spermatozoi). 

Entrò in parlamento nel 2008 con il Popolo della Libertà, fu rieletta nel 2013 e poi nel 2018 e alle scorse elezioni con Fratelli d’Italia. Fu sottosegretaria al ministero della salute del quarto governo Berlusconi (2008-2011), posizione dalla quale emanò delle nuove linee guida per la legge 40/04, quella che norma la PMA, tornando a imporre il divieto di diagnosi preimpianto sull’embrione eliminato qualche anno prima dalla ministra della Salute Livia Turco. Roccella definì allora la diagnosi preimpianto, che serve a individuare la presenza di anomalie cromosomiche o di patologie genetiche negli embrioni prima che vengano trasferiti nell’utero, una «selezione genetica», spingendosi oltre la più accettata definizione di “diagnosi genetica”.

Roccella ha sostenuto che l’omotransfobia «non è un’emergenza», che la richiesta di riconoscimento pubblico delle unioni civili da parte delle persone dello stesso sesso non venga avanzata per ottenere dei diritti ma per chiedere una «forma di legittimazione sociale» da lei ritenuta superflua e non necessaria.

Anche sul suicidio assistito, l’eutanasia e la libertà di scegliere come terminare la propria vita Roccella ha posizioni retrograde. Quest’estate ha per esempio sostenuto che la battaglia per l’eutanasia ha l’obiettivo culturale di «distruggere l’idea di intangibilità della vita» e di fare della morte un diritto del singolo. Anni fa, in relazione al caso di Eluana Englaro, sostenne che esisteva un «lungo movimento sotterraneo che avrebbe voluto condurre all’eutanasia senza nemmeno passare dal parlamento, senza interpellare i cittadini in alcun modo». Ha detto di apprezzare e condividere la visione della Chiesa, in particolare come sistema che ha «sempre valorizzato e accolto il femminile, attribuendo significato e importanza all’etica della cura» (agenzia Ansa).

Dirò che, durante la mia breve frequentazione di una casa di riposo in cui era ricoverata mia sorella, di fronte a certi drammatici casi di sopravvivenza forzata, mi venne spontaneo esclamare ripetutamente, rivolto alle operatrici impegnate nelle pratiche assistenziali e alle prese con difficoltà enormi: «Andate a chiamare Eugenia Roccella, lei sì che se ne intende e vi può aiutare…». Mi guardavano e non capivano. Forse pensavano che l’ambiente mi stesse contagiando.

Le persone più gravemente malate di quella casa di riposo saranno probabilmente nel frattempo decedute, ma Eugenia Roccella è ancora lì a pontificare ed ha fatto persino carriera dopo avere sparato cazzate sul testamento biologico: «È una legge ideologica, che apre all’eutanasia. L’alimentazione artificiale serve a mantenere in vita chiunque, non è una terapia. Se gliel’avessero tolta, Fabo avrebbe potuto morire anche in Italia».

Eugenia Roccella, così come a suo tempo l’ex senatore Gaetano Quagliariello, fa parte di coloro che ci vogliono insegnare come e quando morire. Qualcuno teme che sia in pericolo la laicità dello Stato, io credo che sia in pericolo la credibilità della Chiesa, messa a dura prova da certi strumentali atteggiamenti retrogradi, che ora trovano piena ospitalità a livello governativo.

Si punta alla retrocessione del nostro Paese a livello, come diceva acutamente Indro Montanelli, di “beghe di frati”. Certe delicate materie meritano rispetto e attenzione, non pregiudizi e guerre di religione. Speriamo che i cattolici non caschino nel trappolone e che la gerarchia non si appoggi a chi la vuole portare ancor più indietro di quanto non sia già.

 

 

 

 

 

Fotosintesi politica senza clorofilla culturale

La cultura, fino a prova contraria, dovrebbe essere il presupposto della politica, offrendole idee ed ispirazioni, atte ad elaborare i programmi per la gestione della cosa pubblica da parte dei partiti che si propongono al corpo elettorale, e la cartina di tornasole per la scelta e la verifica democratica da parte dei cittadini elettori.

In questo periodo di scarsa elaborazione culturale tende a prevalere una politica miseramente attestata sulle idealità di facciata e illusoriamente impegnata sulle abbondanti emergenze. Da una parte c’è la rincorsa al consenso tramite lo sbandieramento mediatico di slogan nostalgici e ideologismi più che datati, dall’altra parte si cade nella banalità delle impossibili promesse elettorali.

In un simile clima si sta profilando una sorta di rigurgito pseudo-culturale, che porta alla contrapposizione piuttosto manichea fra una cultura dalle radici fasciste, pur goffamente revisionate e condite in salsa populista e sovranista, e una cultura di sintesi fra il post-comunismo castale e il radicalismo sciccoso e salottiero della difesa dei diritti della persona.

Chico Mendes, sindacalista, politico e ambientalista brasiliano, è rimasto sconosciuto ai più fino al momento in cui una frase a lui attribuita è comparsa in rete: «L’ambientalismo senza lotta di classe è semplicemente giardinaggio».  Parafrasando questa stimolante e provocatoria affermazione, mi sentirei di azzardare che “la politica senza respiro culturale è semplicemente inganno sociale” oppure a rovescio che “la cultura senza sbocchi politici democratici è deviante esercizio retorico”.

Forse nell’attuale momento storico, italiano e non solo italiano, tende a prevalere una politica senza solide basi culturali che sbocca (quasi) inevitabilmente nel fascismo comunque camuffato, così come abbiamo una cultura di maniera che finisce con l’essere ininfluente ed irrilevante sul piano politico.

Volete un esempio eloquente? La deriva meloniana, accettata irresponsabilmente e rassegnatamente dagli elettori, trova un ostacolo dialettico efficace solo nella pur rispettabilissima difesa dei diritti LGBT (acronimo di origine anglosassone utilizzato per indicare le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e transgender) e del diritto all’aborto. Moltissimo per i soggetti in questione, poco per una visione completa della società nelle sue articolate dinamiche consacrate nella Costituzione.

Giorgia Meloni, davanti alla pur pertinente contestazione sulla messa in discussione del diritto della donna ad abortire, va a nozze rispondendo di preoccuparsi delle donne che, opportunamente aiutate e supportate, potrebbero non abortire: in poche parole, alla cultura senza respiro politico si contrappone la politica senza respiro culturale.

La sacrosanta contestazione alla destra in vena di inquietante riscossa si concentra e si appiattisce sulle preoccupazioni di stampo squisitamente liberale riguardanti il rispetto dei diritti riguardanti la sfera sessuale, mentre sorvola sul rispetto dei principi costituzionali e democratici rinviando la verifica a data da destinarsi. Della serie “l’aborto non si tocca, la flat tax si può anche valutare…gli omosessuali vanno rispettati, sull’antifascismo ormai si può anche sorvolare…le coppie di fatto sono intoccabili, l’euroscetticismo è ammissibile…le persone appartenenti alla galassia lgbt sono giustamente e saldamente integrate nel sistema, degli immigrati chissenefrega…”.

Non vorrei essere equivocato: mi stanno molto a cuore certe questioni e, se del caso, non esiterei a scendere in piazza per difendere il Paese da ogni e qualsiasi retrocessione in materia di diritti nel campo lgbt, ma desidererei uguale intransigenza dal punto di vista della democrazia a livello nazionale, europeo e mondiale.

Torno al discorso da cui sono partito. Nel panorama culturale mancano i valori cristiani o meglio, da una parte, quella del fascismo strisciante, vengono strumentalizzati, estremizzati e radicalizzati: un nostalgico, anacronistico ed integralistico “Dio, Patria e Famiglia”, richiamato da Giorgia Meloni e, per stare alle ultime battute politiche, dal nuovo presidente della Camera. Dall’altra parte, quella progressista dei salotti, vengono ignorati come ispirazione e come riferimento.

Politicamente parlando, ai cattolici sembra non rimanere altro che schierarsi con gli integralisti che fanno rima con fascisti, o con i progressisti che fanno rima con laicisti. A mio giudizio il fallimento del partito democratico sta proprio in questa smemoratezza valoriale rispetto alle culture di riferimento: quella comunista e quella cattolica. Un PD portato avanti in spregio al disegno moroteo, che sta andando a sbattere senza la bussola di partenza.

E il cattolicesimo democratico, che tanta parte ha avuto nello sviluppo della democrazia italiana, che fine sta facendo? L’ultimo dei giusti sembra essere Sergio Mattarella, sempre più confinato nel suo apparente splendido isolamento. Il giornalista Alessandro Sallusti, per coprire l’indegna strumentalizzazione che la destra italiana sta facendo della figura e del pensiero di papa Francesco, ha spezzato una lancia in difesa di queste improprie invasioni di campo, generalizzando tutte le citazioni papali che la politica va facendo, comprendendo nell’esercito dei citatori facili, anche Sergio Mattarella. Una colossale sciocchezza: Lorenzo Fontana appartiene al farneticante cattolicesimo (quello dei rosari branditi in campagna elettorale) prestato ad una farneticante politica, Mattarella è un autentico cattolico, interprete di un filone storico-culturale, che ha fatto da valido supporto alla instaurazione e alla vita della democrazia italiana.

Senza memoria ed elaborazione culturale si va a ramengo. Ce lo ha ricordato, in modo “sublime”, Liliana Segre col suo discorso introduttivo all’insediamento del Senato: nel bouquet di fiori offertole da un post-fascista, chiamato a ricoprire la seconda carica dello Stato, sta tutta la falsità di una politica smemorata e sconsiderata. Se nel fare politica non si parte da Giacomo Matteotti e da tutti i martiri dell’antifascismo, si cade nel baratro del politicamente (s)corretto. Se fossi stato senatore avrei votato per Liliana Segre, invece l’ha spuntata Ignazio La Russa con i voti determinanti di una parte, seppur piccola, del centro-sinistra. È detto tutto!