Sotto l’arroganza niente

Nella mia ormai lunga vita ho visto molti governi e mi sono interessato ad essi con occhio sempre critico: basti ricordare un episodio della mia fanciullezza.

Ero andato con mia madre e mia nonna a trascorrere qualche giorno di vacanza a Fabbro Ficulle (paese in provincia di Terni), ospite del convento dove viveva mia zia suora orsolina.  Avevo quattro-cinque anni, non ricordo con precisione. Pranzavamo in una saletta messa molto gentilmente a nostra disposizione ed in quella saletta vi era un apparecchio radio: la nonna gradiva ascoltarla durante il pasto, soprattutto le piaceva ascoltare il giornale radio. Un giorno, al termine del notiziario politico, me ne uscii candidamente con questa espressione: “Adesso nonna chiudi pure la radio, perché a me interessa il governo”. Lascio a voi immaginare le reazioni di mia madre, ma soprattutto di mia nonna, incredula e divertita, che rideva di gusto, ma forse avrà anche fatto qualche pensiero sul futuro di questo strano nipote.

Resto in tema di governi e devo tristemente ammettere di non avere mai riscontrato un atteggiamento così arrogante e presuntuoso come in quello attuale. Non capisco da cosa sia causato anche se mi trovo costretto a cercarne qualche plausibile motivazione.

Si tratta della prima volta di una compagine ministeriale guidata da una donna e questo indubbiamente può rendere Giorgia Meloni un po’ troppo autocompiaciuta e “pienissima di seissima”. Aggiungiamoci che si tratta del primo governo italiano veramente di destra e che scatta quindi l’orgoglio per avere superato una sorta di storica barriera e ottenuto il pieno sdoganamento elettorale. Pensiamo anche alla convinzione di essere stati eletti a larga maggioranza direttamente dal popolo: non è proprio così, ma la temperatura elettorale percepita da questo governo è più alta ed in continuo aumento rispetto a quella reale. Per finire consideriamo la rivincita della politica in senso stretto sulla politica in senso tecnico molto praticata nell’ultimo decennio: la smania di superare il complesso di inferiorità tramite una eccessiva dose di autostima.

L’inizio non è certo stato dei migliori ed ho l’impressione che, per coprire gli errori inanellati nel brevissimo periodo (una simile quantità di cavolate era difficile da prevedere anche per i più critici ed i più scettici), anziché correggersi ed emendarsi ci si voglia ancor più accreditare nel medio termine lasciando intendere che il disegno programmatico è quello di mettersi contro tutto e tutti (molti nemici molto onore, boccaccia mia statti zitta…) per segnare una discontinuità identitaria che diventa politica (non si tratta di fascismo in senso stretto, ma in senso lato e moderno).

Credo che gli osservatori snob, che non accettavano il preventivo esame finestra sulla storia passata, si convincano che purtroppo non torna nemmeno la prova del nove sul presente: l’approccio politico del governo è a dir poco inquietante e rivela una chiara ispirazione populista a livello interno e sovranista a livello internazionale.

Forse in Europa l’hanno capito e non accettano la sfida: hanno i loro punti deboli, ma con la nostra arroganza forniamo loro un perfetto assist. Alle storiche debolezze di mafia, corruzione, evasione fiscale, bilancio deficitario e burocrazia aggiungiamo anche la debolezza della forza dell’arroganza, e la misura è colma.

Persino l’uomo politico migliore di Fratelli d’Italia, vale a dire Guido Crosetto, dopo essere stato collocato nel posto ministeriale sbagliato a causa di un clamoroso conflitto di interessi rimosso in fretta e furia, si è lasciato andare a pesanti apprezzamenti su un avversario politico durante un fuori onda: altro sintomo di arroganza e di mancanza di stile. L’attuale governo magari passerà alla storia anche come quello dei fuori onda.

Non ho capito se il principale responsabile di questa deriva arrogante sia Matteo Salvini con i suoi sputtananti luoghi comuni oppure Giorgia Meloni con i suoi imbarazzanti antenati. Di tutto un po’. Antonio Tajani regge il moccolo. Sergio Mattarella sembra stia facendo il possibile per raccogliere gli escrementi governativi lasciati nel pur brevissimo tragitto: gli stanno rovinando la reputazione. Faccio la parafrasi di un aforisma di Fabrizio Caramagna: il governo è qui per spaccare il mondo, mentre Mattarella cerca di riattaccarne i pezzi. Speriamo che il Capo dello Stato resista, anche se in questo strano Paese qualcuno dovrebbe cominciare ad aiutarlo parlando forte e chiaro prima che sia troppo tardi.

 

 

Il pugno di ferro…battuto

Voglio, solo per un attimo, prescindere dalle ragioni di carattere umanitario, che dovrebbero comunque essere alla base di tutte le politiche, più che mai di quelle riguardanti l’immigrazione e la sua regolamentazione. Il modo di porsi del governo Meloni sembra guidato dalla tattica del “pugno di ferro”: con i giovani trasgressivi (vedi norma penale sui rave party), con gli studenti che osano protestare (vedi esordio manganellante all’università La Sapienza di Roma), con gli immigrati che chiedono asilo (vedi il vergognoso atteggiamento – peraltro ben presto abbandonato affibbiandone la colpa alle “bizzarrie” dei medici – verso lo sbarco dalle navi dei “carichi residuali” in cerca di un approdo di sussistenza esistenziale).

L’atteggiamento è improntato chiaramente al criterio del “punirne uno per educarne cento”, al messaggio della “pacchia è finita” (di quale pacchia abbiano finora usufruito i giovani, gli studenti e gli immigrati non è dato conoscere), all’imperativo categorico della difesa dell’ordine e della legalità prima di tutto e ad ogni costo, all’esibizione muscolare nella soluzione dei problemi, anche i più complessi e delicati, all’ingresso nel negozio di cristalleria col garbo dell’elefante. Il tutto non per risolvere i problemi, ma solo per dare l’idea agli elettori di una certa qual sicurezza di fronte ad essi. La campagna elettorale è finita, ma continua alla grande.

Al primo apparire sulla scena governativa di Silvio Berlusconi la gente superava bellamente il suo clamoroso conflitto d’interessi col paradossale ragionamento del “se è capace di fare i suoi interessi, chissà che non sappia fare anche i nostri”. Forse Giorgia Meloni spera che gli italiani adottino nei suoi confronti un ragionamento analogo: se è capace di mettere in riga i rompicoglioni vari, chissà che non sia in grado di farsi valere in Europa e di mettere a posto anche le bollette del gas.

Da una parte, quella sociale e interna, abbiamo la tattica del pugno di ferro, brandito contro i soggetti deboli (presto sarà il turno dei diversi, delle donne, degli accattoni, etc. etc.), dall’altra la schizofrenia europea altalenante fra la durezza sull’immigrazione e la morbidezza sull’economia. A ben pensarci è lo stesso comportamento adottato dai Paesi sovranisti dell’est-europeo, che hanno abbondantemente attinto fondi ed aiuti per poi essere indisponibili ai sacrifici in senso comunitario.

Ma con l’Europa questo giochino non può funzionare: i partner europei non si spaventano affatto davanti al pugno di ferro meloniano, al contrario ce lo rigirano contro arrivando persino a ventilare qualche ricattino. Della serie: con tutti i soldi che ottenete dall’Europa state a fare i furbi con qualche centinaio di immigrati sballottati nelle acque marine di vostra competenza? Il pugno di ferro sui tavoli europei fa sorridere e ci rende oltre tutto antipatici. Non si spaventa proprio nessuno!

A dimostrazione di ciò Giorgia Meloni ha avuto il primo vero e proprio incidente all’estero: il comunicato del governo italiano che, dopo l’annuncio della disponibilità ad accogliere nel porto di Marsiglia la nave Ocean Viking con a bordo 234 migranti, celebrava la vittoria nel braccio di ferro, sembra abbia fatto infuriare Macron,  scatenando un giallo nello scambio di informazioni tra l’Eliseo e Palazzo Chigi e portando i francesi ad un dietro front accompagnato da un durissimo commento: «Non si possono gestire così le relazioni diplomatiche». Siamo al dilettantismo e all’improvvisazione: per governare occorrono i voti, ma bisogna anche e prima di tutto esserne capaci.

Matteo Renzi da presidente del Consiglio adottò la tattica inversa: spillò comprensione e aiuti economici dalla UE, offrendo in cambio molta tolleranza e disponibilità sul fronte dell’accoglienza agli immigrati. Mario Draghi accantonò il nodo della gestione dell’immigrazione per concentrarsi sul PNRR e le condizioni poste al suo finanziamento. Questo non significa che il problema possa essere nascosto o accantonato, ma affrontato in un difficile ma imprescindibile contesto di dialogo e collaborazione, ribaltando completamente il ragionamento: non il categorico rifiuto all’accoglienza se non preceduto da impegni di gestione e redistribuzione dei migranti, ma accoglienza quale biglietto da visita per iniziare una trattativa sul problema di fondo.

Gli esponenti della maggioranza di governo si stanno facendo strumentalmente scudo delle recenti parole di papa Francesco interpretandole come un atto di accusa nei confronti delle inadempienze europee. Ho ascoltato con grande attenzione il discorso del Papa, che parte dalla necessità di accogliere, accompagnare, promuovere e integrare gli immigrati per poi sottolineare la necessità che il problema trovi la soluzione a livello europeo in quanto i singoli Stati non sono in grado di affrontarlo organicamente e nella continuità. Siamo ben lontani dal provocatorio e disumano pugno di ferro preludio ad un ultimatum verso l’Unione Europea ed i suoi membri.

Sembra che, nel recente incontro avvenuto fra Giorgia Meloni e Ursula von der Layen, alle insistenze del nostro premier sulla redistribuzione dei carichi migratori la sorridente presidente della Commissione Europea abbia fatto presente che forse l’Italia non ha molto da guadagnare da questa ricontrattazione, considerate le cifre attuali degli immigrati presenti nei diversi Paesi (l’Italia non ne ospita infatti molti…) e soprattutto considerato l’enorme impegno della Polonia ad accogliere i profughi ucraini. Attenzione quindi alle vittorie di Pirro!

Sarà bene, intanto che è presto, darsi una regolata ed una calmata a trecentosessanta gradi e smetterla di governare con le tabelline dei sondaggi alla mano: le previsioni elettorali che negli Usa davano l’arrivo dell’onda rossa repubblicana sono state sostanzialmente smentite. I consensi vanno e vengono, mentre i problemi rimangono e non vanno affrontati facendo la voce grossa, men che meno coi deboli anche perché poi arrivano i forti che ce la fanno abbassare.

 

Non è ivi perfetta Letizia

Alcide De Gasperi amava definire la Democrazia Cristiana un partito di centro che guarda a sinistra. Chi si assume la responsabilità di collocarsi al centro dello schieramento politico non può infatti accontentarsi di rimanere fermo lì a guardarsi l’ombelico, deve necessariamente allargare lo sguardo: è vero che chi si definisce di centro non pensa solo alla geografia politica, ma ad un modo ragionato ed equilibrato di intendere la politica senza radicalismi ed estremismi, tuttavia bisogna pure guardarsi intorno.

La D.C. non si ritenne mai autosufficiente, ma cercò sempre la collaborazione con altri partiti, prima i centristi cosiddetti laici, poi i socialisti, poi addirittura i comunisti. Questo partito aveva la capacità di, sintetizzare al proprio interno diverse sensibilità culturali, diverse esperienze sociali, diverse storie e vocazioni politiche (le correnti ne erano lo strumento anche se purtroppo a volte si trasformarono in gruppi di potere). In un certo senso un partito onnicomprensivo, che però riusciva, seppure con una certa fatica, a dialogare con le altre forze politiche (mai con l’estrema destra, salvo qualche piccolo “spiacevolissimo” episodio: il governo Tambroni che durò assai poco, l’elezione di Leone alla presidenza della Repubblica).

Il centro dello schieramento politico è stato successivamente cannibalizzato da Berlusconi, il quale osò definirsi un secondo De Gasperi (mi si perdonerà la trivialità, ma a De Gasperi assomigliava forse nel pisciare…): guardava solo a destra, sdoganando i neofascisti e i leghisti più col profumo dei soldi che con argomenti politici convincenti.

Negli ultimi tempi c’è stata una ripresa identitaria della destra, prima la Lega ed ora Fratelli d’Italia, con il conseguente assottigliamento dei centristi ridotti a ruota di scorta.  Il terzo polo di Renzi e Calenda vorrebbe rinverdire il centrismo, pestando i piedi al PD e strizzando l’occhio alla destra.

Fallito il tentativo elettorale di guardare a sinistra, l’occasione ghiotta per rompere i coglioni a sinistra e destra è la candidatura di Letizia Moratti a governatore della Lombardia, reduce da un cambio di connotati del proprio viso ed in cerca di un nuovo profilo politico. La mossa appare piuttosto semplicistica e strumentale; sia da parte della Moratti, che si è improvvisamente stancata di reggere il moccolo alla Lega, che si è accorta di non trovare riscontri agibili in Giorgia Meloni in tutt’altre faccende affaccendata, che si è staccata da Silvio Berlusconi che non le può più garantire niente anche perché non disposta ad entrare nel patetico giglio magico delle Fascina e delle Ronzulli, che ha provato a seguire le orme di Mariastella Gelmini e Mara Carfagna col rischio di arrivare terza; sia da parte di Calenda e Renzi in disperata ricerca di avventure tout court.

Non ho particolare simpatia per Letizia Moratti, donna elegante, di classe, di buone maniere, ma niente di più. Un ottimo assist per il terzo polo, una pessima trappola per il Partito Democratico. Sta venendo avanti una ben strana mentalità: siccome quel che rimane della sinistra versa in grosse difficoltà di consensi, l’unica soluzione è candidare qualche personaggio di destra per catturare un certo mondo insoddisfatto e in confusione.

Siamo nella cosiddetta “società liquida”, quella odierna senza riferimenti culturali, sociali e politici, che tende a sciogliere valori ed ideali in un liquido asettico, inodoro e insaporo, su cui galleggiare mollemente e pigramente, dove le persone vagano senza meta e senza storia (come pecore senza pastore). Quella società liquida che mia madre originalmente, involontariamente, spontaneamente, superficialmente e “matusalmente” (da matusa) aveva a suo modo ricostruito: “J òmmi i vólon fär il dònni e il dònni i vólon fär j òmmi. Podrala andär bén”. Quanta ansiosa nostalgia, quanta graffiante ironia, quanta spietata critica e quanta inconsapevole ingenuità ci fossero in quelle parole è cosa difficile da calcolare; le butto lì tanto per dire, anche per divertirmi un po’. So che quanto detto da mia madre può essere equivocato in senso reazionario, ma fa lo stesso. Io voglio arrivare a ben altre conclusioni, vale a dire ad una sinistra, che, per conquistare consenso, vuol fare la destra.

Mi auguro che il PD non cada nel tranello e lasci perdere, lasci cioè al suo destino lo strabismo anti-degasperiano di Renzi e Calenda, cioè di un eventuale centro che guarda a destra sventolando l’agenda Draghi con una mano e con l’altra rubando le donne migliori (?) a Berlusconi.

 

 

Briciole di finta umanità

“Un toc ‘d pan e ‘na bastonäda”: era la mirabile sintesi che una donna faceva in negativo del comportamento dei suoi parenti, i quali l’avevano soccorsa (?) nei momenti difficili della sua vita. Questa cinica filosofia dell’aiuto si attaglia perfettamente al comportamento teorizzato dall’attuale ministro Piantedosi, adottato per far fronte alla situazione dei migranti parcheggiati sulle navi in attesa che termini il vergognoso scaricabarile.

La situazione di Catania “la stiamo seguendo caso per caso, ci stiamo comportando con umanità ma anche con fermezza sui nostri principi”. Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi a margine della presentazione del calendario dei Vigili del fuoco a Roma sui migranti respinge le accuse della sinistra e ribadisce la linea degli “sbarchi selettivi”.  Umanità e fermezza, “in tal senso programmeremo le nostre azioni, stiamo lavorando sia su tavoli europei che su tavoli nazionali. Il pugno duro delle ONG? Vediamo cosa succederà nelle prossime ore” afferma il capo del Viminale.

 “Stiamo accogliendo anche le altre navi che arrivano, non credo che abbiamo fatto mancare a nessuno l’assistenza umanitaria che credo sia stata diffusamente e internazionalmente apprezzata”, ha aggiunto Piantedosi.

 Ci sono altre due navi in avvicinamento? “Non ci hanno chiesto ancora niente. Quando entreranno, faremo le valutazioni caso per caso”, ha detto Piantedosi al Teatro Argentina di Roma, a margine della presentazione del calendario istituzionale dei Vigili del Fuoco. “Non credo che abbiamo fatto mancare a nessuno l’assistenza umanitaria”. Se verranno fatte scendere le persone con disagio psicologico? “Ci sono degli organismi competenti che fanno questo tipo di valutazione”, prosegue il titolare del Viminale. Queste persone “sono costantemente sotto monitoraggio delle Autorità competenti territoriali”, assicura. (Il tempo.it)

Ci vuole una bella faccia tosta per fare simili dichiarazioni! Si tratta di briciole di umanità, consistenti nel prestare soccorso solo a chi rischia di morire, tanto per salvare la faccia, accompagnate da bastonate programmatiche, che rivelano il vero volto di un governo che sta lisciando il pelo al suo scriteriato elettorato.

In cosa consisterebbe la fermezza? Nell’aprire sulla pelle dei migranti un braccio di ferro con la UE. Anziché, dopo avere seriamente salvato il salvabile, aprire un dialogo costruttivo per smuoverla da un atteggiamento omertoso, si tende a criminalizzarla, sfruttando il fatto che da troppo tempo effettivamente su questo enorme problema fa il pesce in barile (salvo strizzare paradossalmente l’occhio a chi non vuol sentir parlare di redistribuzione dei migranti).

L’altro corno della fermezza riguarda l’annoso ed inaccettabile sputtanamento delle ONG, che hanno l’ardire di salvare vite umane per sbatterle sotto il naso dei governanti di turno, ipotizzando addirittura criminali legami tra organizzazioni non governative e scafisti.

Ci sono due facce fascisteggianti del governo Meloni: quella impresentabile e nostalgica dei raduni mussoliniani e quella dell’ordine pubblico garantito dai forti a spese dei deboli. Di fronte alla prima gli italiani alzano le spalle, davanti alla seconda applaudono. Non tutti gli italiani, d’accordo, ma sono comunque troppi. Ha ragione da vendere lo scrittore Antonio Scurati quando sostiene che il popolo italiano non ha saputo fare i conti col proprio passato per rimuoverlo veramente, convintamente e definitivamente.

 

 

Tra rave party e presidi operai

Tagadà, la trasmissione televisiva de La7, nel pomeriggio del 03 novembre scorso, ha avuto il meritevole coraggio di affrontare il problema della recente, sconclusionata, inopportuna, evasiva e repressiva norma anti rave party, varata in fretta e furia dal governo Meloni, dando voce agli oltre 400 operai che da 16 mesi hanno costituito un presidio per salvare il loro posto di lavoro e lo stabilimento produttivo della GKN (a Campi Bisenzio tra Firenze e Prato), una multinazionale inglese impegnata nel settore automotive e produttrice di semiassi ed elementi di trasmissione, che nel luglio del 2021 ha deciso di delocalizzare selvaggiamente, inviando una lettera di licenziamento ai lavoratori, i quali da parte loro si sono mobilitati  contro il baratro della imminente ed immanente povertà.

L’azienda è a rischio chiusura senza un intervento pubblico nell’ambito di una politica industriale, che non risponda soltanto ai meccanismi brutali del mercato. I lavoratori, oltre continuare ad esprimere la loro protesta ed a chiedere l’aiuto dei governanti (assenti) e la solidarietà delle forze sociali (molto presenti a livello studentesco, ambientalistico ed associazionistico), hanno espresso un serio, profondo ed acuto giudizio sul provvedimento governativo che tanto sta facendo discutere.

Hanno introdotto una considerazione che oserei definire sociologica, facendo la distinzione tra difesa della legalità e attacco alla legittimità sociale della protesta: l’assurda severità e genericità della norma  è un diversivo per coprire l’assenza dello Stato sui grandi problemi e/o un modo per mettere la sordina alla rivolta sociale, per seppellire sotto la cenere dell’ordine pubblico il fuoco della sacrosanta difesa dei diritti, per rompere la mobilitazione spegnendo sul nascere la convergenza delle forze sociali.

Gli operai e le operaie della GKN, con un pizzico di sana demagogia, constatato che dai rave party vengono fuori elementi ribelli ma che aspirano a modo loro ad una emancipazione sociale, si sono chiesti cosa venga fuori invece dai consigli di amministrazione delle multinazionali e dei fondi finanziari e chi siano quindi dal punto di vista storico i criminali da scovare e combattere (per non parlare di mafiosi, grandi evasori e corrotti).

Alla domanda se si sentano nel mirino in quanto occupanti abusivi di un luogo di proprietà altrui (lo stabilimento in cui lavoravano) hanno risposto con grande dignità e compostezza di non sentirsi affatto in colpa, di voler comunque continuare la mobilitazione e di sentirsi parte di tutto un mondo a loro vicino, che potrebbe essere toccato, direttamente o indirettamente, dagli indirizzi del nuovo governo e dalle eventuali conseguenti forzature poliziesche e giudiziarie.

Ritengo la reazione di questi operai molto più importante ed interessante delle disquisizioni giuridiche e politiche inanellate in questi giorni: si va al sodo, al di là delle sottigliezze normative dei giuristi, delle inconfessabili motivazioni della destra e degli omertosi distinguo della sinistra.

L’ordine pubblico non può prescindere dall’ordine sociale: non si può fare affidamento sulla repressione, ma occorre innanzitutto comprendere i motivi del disagio sociale e le ragioni dei conflitti sociali. Questo è il punto di partenza. Purtroppo ha cominciato a tirare una gran brutta aria. Il problema infatti non sono i rave party, vale a dire le «feste di delirio» dei grandi raduni di giovani, per lo più clandestini e di carattere trasgressivo, ma la squallida “tristezza governativa” di carattere repressivo. È finita la pacchia? Sì, temo proprio che sia finita la pacchia della democrazia, almeno ne ho il serio timore.

In questi giorni si è celebrato il sessantesimo anniversario della morte di Enrico Mattei: mi piace al riguardo ricordare la sua capacità di coniugare l’imprenditorialità con la difesa e lo sviluppo dell’occupazione. Ebbe il coraggio di salvare l’azienda Pignone sull’orlo del fallimento per salvare, in risposta anche alle insistenze del sindaco di Firenze Giorgio La Pira, il posto di lavoro di tanti operai che rischiavano il licenziamento. Si guardò bene dal consigliare a La Pira di arrendersi alle logiche speculative e tanto meno dal chiedere l’intervento della polizia per fermare la protesta dei lavoratori. Non si fermò e, a costo di andare oltre i meri interessi dell’Eni, intervenne, così come fece di fronte alla logica imperialista americana, all’ordine mafioso esistente in Sicilia, ai rischi di mettere a repentaglio la propria incolumità.

Risulta che Aldo Moro prima e più che puntare alla repressione delle violenze giovanili si angosciasse di fronte ai drammi comportamentali giovanili per non riuscire a capirli e prevenirli. Non rinunciò mai al dialogo, probabilmente dialogò anche coi suoi carcerieri.

Altro che attacco ai rave party, altro che “Dio, patria e famiglia”, altro che mera difesa dell’ordine pubblico, altro che atlantismo a senso unico, altro che europeismo a corrente alternata!

Alla spasmodica ricerca di una pace pulita

La via della pace non si percorre con le armi. La voce del popolo che invoca il cessate il fuoco arriva da Roma dove si sono radunati migliaia di cittadini, attivisti e membri del mondo associativo e della società civile per la manifestazione nazionale apartitica promossa dalle principali reti del movimento per la pace: Rete italiana pace e disarmo, Campagna Sbilanciamoci!, AOI (Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale), #StopTheWarNow. Sono circa 600, in totale, le realtà che hanno aderito alla mobilitazione per chiedere un immediato cessate il fuoco, un negoziato per la pace, il bando di tutte le armi nucleari e la solidarietà per il popolo ucraino e per le vittime di tutte le guerre. (Avvenire)

Incredibile ma vero! Cosa ha fatto notizia per questo meraviglioso evento? La partecipazione alla manifestazione di Enrico Letta col suo sgangherato PD e di Giuseppe Conte col suo presuntuoso M5S. Quanto alle 600 realtà sociali, chi se le caga? Questa, signore e signori, è la nostra informazione!

Per non parlare della contro-manifestazione milanese di Renzi e Calenda, che è sembrata fatta apposta per distinguersi politicamente a tutti i costi e per lanciare la candidatura di Letizia Moratti a presidente della regione Lombardia, a prescindere dalle bombe, dai morti, dai lutti, dalla guerra e dalla pace.

Enrico Letta evidentemente si è ricordato di essere segretario di un partito di sinistra, forse ha capito, con grave e colpevole ritardo, che atlantismo non fa necessariamente rima con pacifismo (si rilegga al riguardo la storia del neoatlantismo, di Fanfani, Mattei, La Pira). Senza considerare che l’appiattimento sulla linea bellicista del governo Draghi non ha certamente pagato a livello elettorale. Ma questo è il meno. Il più viene da un tunnel in cui ci siamo infilati senza il minimo accenno critico verso una situazione disastrosa.

Poi Giuseppe Conte: deve capire che non si baratta la contrarietà all’invio delle armi all’Ucraina con un piatto di consensi elettorali. La pace è un discorso molto più serio e impegnativo. Pur dando atto ai grillini di aver saputo esprimere qualche timido dissenso in merito alla deriva bellicista europea ed occidentale, non penso che essi possano rappresentare quel mondo che ha finalmente deciso di scendere in piazza, a dispetto di quanti sostengono che il farlo non serva a nulla e sia meglio legare l’asino dove vuole il padronale antiputinismo storicamente tardivo, diplomaticamente miope, umanamente strumentale, sostanzialmente bellicista.

Che dire a Carlo Calenda e Matteo Renzi? Di smetterla di fare i furbetti del “terzopolino”, usando in tal senso persino la guerra e la pace. Ma mi facciano il piacere…E pensare che, come direbbe mio padre con una colorita espressione dialettale, «I ‘n é miga du gabiàn…». Non ho approfondito e stabilito da dove venisse questo suo modo di dire: probabilmente il richiamo al “gabbiano” era dovuto al fatto che questo strano uccello si diverte a rovistare nella spazzatura, nel “rudo” e quindi non dimostra di essere un mostro di furbizia.

Mi ritrovo nella posizione di chi dice basta! Contro chi sostiene di voler di difendere l’Ucraina ad oltranza, ma in realtà difende un assetto mondiale che non regge ed in cui anche l’Ucraina, se non cambiamo le cose, verrà prima o poi risucchiata nonostante le armi a disposizione. C’è in atto l’intenzione di trasformare la guerra in una dogmatica difesa dell’Ucraina senza pensare che l’Ucraina non si può difendere solo con le armi. La grande manifestazione, pur avendo una valenza politica, era una forte provocazione culturale sul modo di essere di fronte alla realtà internazionale. Sta alla politica a livello italiano ed internazionale prendere atto, cambiare visione e registro.

La presenza cattolica nella suddetta manifestazione è stata molto rilevante anche se giustamente non egemonica. Il mondo cattolico più avanzato ed impegnato può dare e sta dando un contributo alla pace. Il papa non manca occasione per distinguersi dal rassegnato ripiegamento sugli schemi di guerra. Il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna nonché presidente della Conferenza Episcopale Italiana nel suo messaggio al manifestante per la pace scrive:

«Quante volte devono volare le palle di cannone prima che siano bandite per sempre?». «Quante orecchie deve avere un uomo prima che possa sentire la gente piangere?». «Quante morti ci vorranno finché non lo saprà che troppe persone sono morte?». «Quando sarà che l’uomo potrà imparare a vivere senza ammazzare?». Io, te e tanti non vogliamo lutti peggiori, forse definitivi per il mondo, prima di fermare queste guerre, quella dell’Ucraina e tutti gli altri pezzi dell’unica guerra mondiale. Le morti sono già troppe per non capire! E se continua, non sarà sempre peggio? Chi lotta per la pace è realista, anzi è il vero realista perché sa che non c’è futuro se non insieme.

È la lezione che abbiamo imparato dalla pandemia. Non vogliamo dimenticarla. L’unica strada è quella di riscoprirci “Fratelli tutti”. Fai bene a non portare nessuna bandiera, solo te stesso: la pace raccoglie e accende tutti i colori. Chiedere pace non significa dimenticare che c’è un aggressore e un aggredito e quindi riconoscere una responsabilità precisa. Papa Francesco con tanta insistenza ha chiesto di fermare la guerra.

Poco tempo fa ha detto: «Chiediamo al Presidente della Federazione Russa, di fermare, anche per amore del suo popolo, questa spirale di violenza e di morte e chiediamo al Presidente dell’Ucraina perché sia aperto a serie proposte di pace». Chiedi quindi la pace e con essa la giustizia. L’umanità ed il pianeta devono liberarsi dalla guerra. Chiediamo al Segretario Generale delle Nazioni Unite di convocare urgentemente una Conferenza Internazionale per la pace, per ristabilire il rispetto del diritto internazionale, per garantire la sicurezza reciproca e impegnare tutti gli Stati ad eliminare le armi nucleari, ridurre la spesa militare in favore di investimenti che combattano le povertà.

E chiediamo all’Italia di ratificare il Trattato Onu di proibizione delle armi nucleari non solo per impedire la logica del riarmo, ma perché siamo consapevoli che l’umanità può essere distrutta. Dio, il cui nome è sempre quello della pace, liberi i cuori dall’odio e ispiri scelte di pace, soprattutto in chi ha la responsabilità di quanto sta accadendo. Nulla è perduto con la pace. L’uomo di pace è sempre benedetto e diventa una benedizione per gli altri. Ti abbraccio fraternamente».

Possibile che solo le più alte gerarchie della Chiesa abbiano il coraggio di fare queste proposte? Silvio Berlusconi, nei suoi senili vaneggiamenti, ha recentemente affermato, nel contesto di un discorso rubato alla privacy politica, che nel mondo non esistono leader che possano prendere in mano la situazione tragica in cui versiamo. Poi è caduto, come al solito, nel basso della sua smisurata egolatria, aggiungendo, fra il serio e il faceto, di fare eccezione a questa drammatica regola con la sua saggezza e autorevolezza. Io preferisco considerare una vera e non buffonesca eccezione: papa Francesco! Se Berlusconi mi ascoltasse, risponderebbe: “Sì, hai ragione: io e il papa!”. E intanto le bombe continuano a cadere e siamo alla penosa ricerca di quelle sporche, come se ne esistessero di pulite.

 

 

La meglio gioventù

Ho la netta impressione (e sotto-sotto la speranza) che la questione giovanile aperta scriteriatamente dal governo possa diventare una sociale buccia di banana su cui fare una benefica caduta. Forse la destra ha impostato una partenza maldestra, iniziando da un terreno molto delicato, che tocca nel vivo della nostra complessa società: la questione giovanile, che non può essere affrontata con piglio esclusivamente repressivo pena lo scoppio di proteste a catena.

Innanzitutto si sta facendo d’ogni erba un fascio (non è un termine allusivo…), mettendo insieme le manifestazioni studentesche e i rave party, escludendo i raduni di stampo fascista e i disordini degli ultras del tifo calcistico: bastone per la protesta degli studenti, intento punitivo per la trasgressione giovanile conviviale, omertosa carota di accondiscendenza per i rigurgiti nostalgici, vergognosa tolleranza per il clima violento nelle curve degli stadi.

Innanzitutto emerge un inconfutabile ed inaccettabile “pluripesismo” opportunistico, discriminatorio e fazioso. Il mondo giovanile viene approcciato in modo spietatamente critico quando mette in discussione le regole del perbenismo politico e sociale, viene silenziosamente accettato quando rientra nei canoni e nei riti della società consumistica e parodistica. Il potere non è infatti disturbato dai casinisti degli stadi, funzionali alla filosofia pallonara, né dai fascisti di ritorno, testimoni di un passato da giubilare, ma da chi osa mettere in discussione certe norme di comportamento conformista.

Il governo Meloni ha inviato una sorta di ultimatum ai giovani: la pacchia è finita, o vi mettete in riga o avrete dure conseguenze. Se proprio volete sfogarvi andate a tifare in curva negli stadi o a farneticare nei raduni della nostalgia.

Se aspettiamo che il governo venga messo alle strette dall’opposizione parlamentare ci dobbiamo rassegnare ad un ventennio (è un termine allusivo…), fatto di ordine pubblico da una parte, di inequità e diseguaglianza sociale dall’altra. Le tre minoranze politiche, che per la verità sarebbero maggioranza numerica, si stanno crogiolando in una diatriba sul sesso del centro-sinistra mentre la destra di Giorgia Meloni sta per espugnare la cittadella costituzionale.

Non resta che “la sperànsa di malvestìi ca faga un bón invèron”. Il buon inverno forse ce lo possono far sperare i giovani che non si rassegneranno tanto facilmente all’aria che tira. Sono (quasi) sicuro che alla prima cazzata in chiave meritocratica del ministro dell’istruzione scoppierà il finimondo della scuola e non basteranno i manganelli della polizia a contenere la protesta. Sono altrettanto (quasi) sicuro che alla prima cazzata del ministro (o ministra come dir si voglia) per la famiglia, la natalità e le pari opportunità scoppierà il finimondo del Lgbt e non basteranno i bacchettoni cattolici per venire in soccorso del governo Meloni-Ruini. La società civile, non trovando adeguata rappresentanza politica, saprà farsi valere direttamente. Persino i sindacati potrebbero aver qualche rigurgito di vitalità. Almeno lo spero.

 

 

 

Un batter di ciglia per alzare le ciglia

Ogni e qualsiasi ragionamento politico parte dalle bollette e arriva alle bollette. Tutto ruota interno all’aggravio dei costi energetici. Chi non le cita non è serio e credibile, anche perché, udite-udite, agli italiani non interesserebbe la politica, ma il peso delle bollette sui bilanci famigliari e aziendali.

Che gli italiani non siano dei mostri di acutezza politica è dimostrato dal fatto che avevano al governo uno stimato ed autorevolissimo personaggio anche e soprattutto a livello europeo e mondiale e hanno premiato nelle urne le forze politiche che lo hanno fatto cadere. Guardando le manifestazioni di gratitudine della Ue, rivolte a Mario Draghi all’atto della sua uscita di scena, mi sono detto: cosa penseranno in giro per il mondo degli italiani che non hanno esitato a farlo fuori? Meglio lasciar perdere…

Dalla schizofrenia elettorale al menefreghismo politico però ce ne passa. Non credo che gli italiani siano talmente tonti e sprovveduti da pensare che le bollette viaggino su un binario separato rispetto alla politica. Quindi mi rifiuto categoricamente di credere che siano disinteressati ai contrasti interni alla maggioranza di governo, alla diversità di vedute relativamente alla guerra in Ucraina, ai rapporti fra Italia ed Europa, alle tentazioni sovraniste presenti, checché se ne dica, nel pensiero della destra che si accinge a governare, alla competenza ed esperienza di chi ci governerà.

Se può essere vero che si è votato al buio, non è detto che si continui a vivere al buio. Gli italiani hanno indirettamente acconsentito a che la politica sfrattasse Draghi dalla paura di essere da lui messa da parte per lungo tempo. Ora la politica è tornata in pompa magna e bisognerà fare i conti con essa nel quotidiano, visto che non la si è voluta o potuta valutare a livello di sacrosanti ed inevitabili massimi sistemi.

E allora teniamoci le pur spassose e scettiche “occhiate” di Silvio Berlusconi in chiara ed attendista perplessità, che la dicono lunga sulla tenuta del governo. Continuiamo a convivere con le provocatorie e scorrette “sparate” di Matteo Salvini e con i suoi gabinetti a latere, abbozzati in netta controtendenza rispetto alle avvisaglie governative di Giorgia Meloni.

Prepariamoci a parecchi conflitti d’interesse latenti in certi ministri. A tal proposito fa sorridere l’intransigenza di Giorgia Meloni rispetto alla velleitarie difese berlusconiane a livello di ministero della Giustizia per poi cadere sulle bucce di banana dello stabilimento balneare di Daniela Santanché, ministra del Turismo,  e di Guido Crosetto, ministro della Difesa che conosce il settore a menadito per la sua esperienza pluriennale da presidente di Aiad, la federazione confindustriale che cura gli interessi delle aziende del settore dell’aerospazio e della difesa.

Registriamo con rassegnazione il ritorno delle abbuffate a livello di sottogoverno per compensare l’andata di certe sbrigative rottamazioni. Tutto come da copione dilettantesco. Gli interessi berlusconiani, dopo essere stati espulsi dalla porta del ministero della giustizia, ammesso e non concesso che Carlo Nordio non sia in perfetta sintonia con la visione pseudo-garantista del cavaliere, stanno ritornando dentro dalla finestra del sottosegretariato alle telecomunicazioni. La scorpacciata di vice-ministri e sottosegretari è servita a placare gli appetiti dei vincenti/perdenti. Qualcuno osserva che, tanto, è sempre stato così. Appunto. C’era bisogno di appoggiarsi al post-fascismo per cambiare tutto affinché nulla cambi?

E l’Europa si accontenterà delle giravolte frettolose di Giorgia Meloni comunque condizionate dalle code di paglia berlusconiane e salviniane e dai suoi trascorsi imbarazzanti, dalle simpatie di Paesi e leader assai poco europeisti e democratici? Qualcuno sostiene che la Ue sarebbe talmente debole e frazionata da non poter scagliare pietre contro il governo Meloni: della serie tutto il mal non vien per nuocere, in una vergognosa gara al ribasso. Stiamo passando da un premier italiano che ha spinto sull’europeismo ad uno che frena sulla stessa strada.

Sarebbe il caso di dire che la politica cattiva fa le bollette cattive e non che le bollette cattive scacciano la politica cattiva. Gli italiani, prima o poi, lo capiranno e forse alzeranno paradossalmente le ciglia assieme a Berlusconi e magari urleranno “aridateci er puzzone”.

 

 

Bandierine e cotillons

Parto dal criterio sbrigativo suggerito dal grande giornalista Indro Montanelli per giudicare le persone: “guardategli la faccia…”. Mia sorella era grande ammiratrice di Indro Montanelli, non per le sue idee politiche, ma per il suo approccio ai fatti e soprattutto alle persone. Quindi, quando apparve in prima battuta sulla scena fiorentina Matteo Renzi con tutto il suo profluvio di ambiziose e bellicose mire, andò a prestito dal suddetto criterio montanelliano. E infatti mia sorella d’acchito sentenziò riguardo a Renzi: «Che facia da stuppid!». Non ebbe purtroppo tempo di vederne la scalata ai massimi livelli del partito e del governo nonché tutta la sua successiva azione politica e quindi non sono in grado di sapere cosa ne avrebbe pensato in seguito e cosa ne penserebbe oggi.

Più ascolto Matteo Renzi nelle sue fastidiose ed egocentriche smargiassate e più devo ammettere che mia sorella aveva ragione da vendere. Nella sua recente uscita a “L’aria che tira” su La7, ha inanellato una serie di brillanti (?) cazzate, tali da farmi sentire in colpa per avergli concesso, parecchio tempo fa, qualche esagerata attenzione.

Ma come si permette questo signore di insolentire Massino D’Alema, di cui ha tutti i difetti e nessun pregio: D’Alema, secondo Renzi, avrebbe l’obiettivo di distruggere il Partito Democratico. Può essere anche vero, ma ricordiamoci che “la prima gallina che canta ha fatto l’uovo”. Renzi pensi a fare il centro, se ne è capace, possibilmente non continuando a raccogliere gli scartini berlusconiani. Credo si sia reso conto della propria inconcludenza ed infatti sembra lasciar fare a Carlo Calenda, salvo scaricarlo non appena dovesse raggiungere qualche buon risultato. Della serie “va’ avanti ti c’am scapa da rìddor”. Vuole fare il padre nobile e, se va avanti così finirà col fare il padre ignobile del suo partitino, costruito intorno a se stesso e pochi carissimi amici, che gli danno sempre ragione. Con Massimo D’Alema ha un conto aperto: a suo tempo, nel 2014, lo avrebbe potuto proporre come Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ma gli preferì Federica Mogherini che aveva il pregio di far parte o di poter far parte del suo cerchio magico (da lè a niént da sén’na…). In quell’occasione dimostrò di non vedere oltre ad un palmo dal proprio naso: non fece l’interesse dell’Italia che avrebbe avuto un importantissimo punto di riferimento a livello europeo e non seppe fare nemmeno il suo interesse personale accontentando e allontanando un agguerritissimo e furbissimo avversario di partito. Preferì rottamarlo, a quale scopo lo sa solo lui…

Ma come si permette questo signore di insolentire Enrico Letta arrivando a definirlo un buon giocatore di subbuteo: altra sua illustre vittima sbrigativamente sacrificata per approdare al governo in cui peraltro finì lui pure vittima del proprio egocentrismo, scommettendo tutto su se stesso e perdendo tutto malamente alla roulette delle riforme costituzionali. Anche lui sta politicamente giocando a calcio balilla: infatti, tra un ammiccamento segreto e uno palese, sta rischiando di fare il balilla di Giorgia Meloni.

Sia ben chiaro che non ho mai avuto un particolare trasporto verso Masimo D’Alema anche se lo considero un politico molto intelligente, lucido, brillante e di gran classe, come ha dimostrato anche nel recente intervento a “In onda” su La7,  in cui ha snocciolato concetti importanti sul passato, sul presente e per il futuro, sfatando alcuni luoghi comuni, come l’errata teorizzazione dei partiti senza ideologia (leggasi valori) alla spasmodica ricerca di identità (leggasi specchietti per le allodole elettorali), come la rottamazione dei partiti novecenteschi salvo votare abbondantemente per l’unico vero partito novecentesco rimasto in lizza (leggasi Fratelli d’Italia), come accusare i grillini di tenere equivoche posizioni e provocarli da sinistra salvo poi abbandonarli proprio quando cominciavano a parlare progressista.

Così come giudico molto severamente Enrico Letta nel suo conclamato deficit strategico, ma retrocederlo ad infantile politico da bar parrochiale mi sembra una cattiveria che alla fine si ritorce contro Renzi e la sua insopportabile arroganza. Badi piuttosto lui ad elaborare e presentare uno straccio di strategia che vada al di là di Maria Elena Boschi alla presidenza del Copasir in cambio di una ventilato bastone della gioventù per Giorgia Meloni.

Mentre il governo mette sul campo qualche assurda bandierina identitaria – la norma anti-rave, l’anticipo del perdono agli operatori sanitari no-vax, l’uso del contante e roba del genere – Massimo D’Alema pontifica (almeno lui lo sa fare!),  Enrico Letta non sa che pesci piglare (troppo coerente e lineare per elaborare il lutto) e Matteo Renzi gioca a fare il pesce in barile per scompilgliare qualche carta al centro, sostituendosi alla bisogna ai più refrattari berlusconiani (evviva il terzo polo!).  E Carlo Calenda finisce col reggere il moccolo a Matteo Renzi. Più vado avanti e più mi accorgo di avere scelto giusto nell’astenermi nella recente consultazione elettorale.

I quartetti a confronto

Mi è capitato di seguire l’intervista televisiva a Gianfranco Fini rilasciata ad una morbida Lucia Annunziata (ho dato una scorsa ai dati reddituali dei giornalisti che vanno per la maggiore e ho capito tante cose…). A prescindere dai contenuti piuttosto modesti, c’era molto stile. Di Fini un autorevole intellettuale di destra, di cui non ricordo il nome, diceva seccamente: “Non sa un cazzo, ma lo dice bene”.

Devo ammettere che l’autore politico della svolta democratica del neofascismo, mal riuscita a giudicare dallo stato dell’arte di Fratelli d’Italia, mi ha suscitato una certa qual nostalgia. Non a livello di fascismo si intende, mancherebbe altro…, ma mettendo a confronto la leadership plurale del centro-destra di trent’anni fa con quella attuale. Vengo ai nomi: Berlusconi-Bossi-Fini-Casini a confronto con Meloni-Salvini-Tajani-Lupi. Una differenza abissale non tanto a livello politico, ma in senso culturale e stilistico. Qualcuno (Marco Travaglio in primis) sostiene che il personale sia sempre lo stesso, riciclato e spacciato per nuovo di fiamma (il riferimento non è affatto puramente casuale). Resta comunque un deficit di carisma, che sicuramente non tarderà a farsi sentire.

Un tempo la sapevano raccontare meglio? Non c’ alcun dubbio, ma aggiungerei anche un surplus carismatico, quello che oggi viene sostituito da un ricorso spasmodico all’identità e ad un passato che peggiora ancor più la situazione. I quattro attuali leader, a cui gli italiani hanno dissennatamente consegnato il Paese, per tornare alla colorita espressione di cui sopra, non sanno un cazzo e lo dicono male. Per la verità la leadership attuale non è plurale ma singolare: Giorgia Meloni giganteggia ed è detto tutto. Berlusconi ha provato a ribellarsi, ma è stato messo clamorosamente a cuccia. Salvini insiste, ma durerà poco. Maurizio Lupi è presente solo nelle fotografie di facciata.

Torno a Gianfranco Fini: autocandidandosi al ruolo di notabile, ha dovuto ammettere gli errori del passato (la scelta di aderire al PdL, la sottovalutazione di FdI), è stato magnanimo nei confronti del triste presente ammettendo a denti stretti e cuore aperto l’amicizia con gli attuali dirigenti, ha dato un sibillino consiglio sui diritti civili da riservare alla discussione parlamentare. Mi aspettavo di più, ma bisogna accontentarsi. Anche la garbata dissertazione sul neofascismo contrapposto al pensiero unico resistenziale mi ha fatto venire il latte alle ginocchia, ma sempre meglio della supponenza meloniana.

E che dire del vuoto pneumatico di Antonio Tajani collocato in bella evidenza al Ministero degli Esteri per non dare fastidio a nessuno? Molto meglio quanto dichiarato da Silvio Berlusconi intervistato da Bruno Vespa per il suo ultimo libro. Si può arrivare a una trattativa di pace nel conflitto ucraino? “Forse: solo se a un certo punto l’Ucraina capisse di non poter più contare sulle armi e sugli aiuti e se, invece, l’Occidente promettesse di fornirle centinaia di miliardi di dollari per la ricostruzione delle sue città devastate dalla guerra. In questo caso Zelensky, forse, potrebbe accettare di sedersi al tavolo per una trattativa”. “In questa situazione – spiega Berlusconi a Vespa nel libro “La grande tempesta” – noi non possiamo che essere con l’Occidente nella difesa dei diritti di un Paese libero e democratico come l’Ucraina”. Sullo stop alle armi, preferendo l’invio di massicci aiuti economici per la ricostruzione, Vespa obietta che Putin dovrebbe almeno lasciare le due regioni (Kherson e Zaporizhzhia) occupate e annesse dopo le altre due del Donbass (Donetsk e Luhansk). Berlusconi sembra d’accordo, pensa però che non si dovrebbe discutere l’appartenenza alla Federazione Russa della Crimea e fare un nuovo referendum nel Donbass con il controllo dell’Occidente.  Poi arrivano le cazzate egolatriche. É convinto che Putin sia ‘un uomo di pace’, confessa a Vespa che ha provato a chiamarlo due volte senza esito all’inizio della guerra e dopo non ha più insistito. Sulle venti bottiglie di vodka e di lambrusco, ricorda che dopo aver raccontato ai suoi deputati delle lettere di auguri, uno di loro gli chiese: “E vi siete fatti anche dei regali?” E lui sorridendo rispose divertito: “Si certo, venti bottiglie di vodka e venti di lambrusco”. Ma tutti, dice, avevano capito che scherzava”. Alla domanda, infine, di Vespa se si senta più vicino all’America o alla Russia, Berlusconi ricorda che una delle cinque standing ovation riservategli dal Congresso degli Stati Uniti il 19 giugno 2011 fu quando raccontò del giuramento di fedeltà agli USA chiestogli dal padre quando dopo la maturità classica lo portò a visitare il cimitero militare americano di Anzio.

E non c’è un’enorme differenza tra lo sparlare di Umberto Bossi e quello di Matteo Salvini: la gente, per dirla con Enzo Iannacci, votava Lega perché Bossi sparlava bene, ora non vota più Lega perché Salvini sparla male.

In conclusione azzardo la tristissima ipotesi che, tutto sommato, forse andava meglio quando andava male.