USA e…getta

Un tempo la società italiana registrava gli indirizzi politici e di costume provenienti dagli Usa con un certo ritardo, facendone spesso una brutta copia. Poi le cose si invertirono e cominciammo noi a fare testo e a dare un nuovo senso di marcia alla politica, infettando gli americani. Un esempio? Il fenomeno berlusconiano non è forse stato un preludio a quello trumpiano!?

In questa fase storica molto complessa e particolare è difficile valutare le reciproche influenze. Il ritorno alla normalità democratica con l’elezione alla Casa Bianca di Joe Biden avrebbe dovuto essere una spinta al processo di integrazione europea dopo le inopinate e disfattiste intromissioni di Donald Trump. Non è purtroppo stato così a causa della debole e miope politica bideniana, ma anche a motivo della testardaggine dei Paesi europei a non volersi costituire in polo unitario con cui porsi negli equilibri internazionali, oltre tutto sconvolti dal crescente peso del gigante cinese, dal Covid e dalla guerra In Ucraina.

Sembrava che le elezioni di midterm negli Usa segnassero una vera e propria onda rossa repubblicana con tutto quel che ne poteva conseguire. Fortunatamente non è andata proprio così: Donald Trump non esce trionfatore, anzi esce personalmente indebolito pur nella crescita dei consensi al partito repubblicano. Misteri della politica americana e, come sostiene qualcuno, conseguenza dello scombussolamento nei criteri di scelta da parte di un elettorato liquido, volubile e portato al pragmatismo.

L’onda destrorsa, che si è abbattuta sulle coste politiche italiane, risentirà di questo vento pur schizofrenico ma comunque assai poco identitario? Se fossi in Giorgia Meloni non mi sentirei tanto tranquilla: non pensi di avere conquistato il cuore e la mente degli italiani. Chi l’ha votata aspetta cose concrete, mentre affiorano perplessità sull’inquietante incipit del nuovo governo, comunque lo si voglia osservare e valutare: al momento mi sembra ci sia in atto, nonostante gli stucchevoli e reiterati sondaggi, più una severa sospensione del giudizio che una entusiastica adesione. Chi non l’ha votata, la notevole maggioranza degli italiani, potrebbe anche svegliarsi di soprassalto per aprire conflittualità a livello sociale più e prima che politico.

Il governo italiano ha fatto la scelta di sdraiarsi come uno zerbino su cui cammina la Nato: basterà catturare questa benevolenza americana per sopravvivere? L’Italia non è più il principale punto di riferimento degli Usa. A loro serve un alleato meramente accondiscendente o un interlocutore razionale e dialogante? Spero nella seconda ipotesi.

Nel momento in cui sembra aprirsi qualche timido scenario diplomatico in ordine alla guerra russo-ucraina, serve agli Usa una sponda di movimento o un convitato di pietra? Non basta il draghismo senza Draghi. Rischiamo di essere automaticamente snobbati e messi in subordine rispetto alla ricerca di nuovi equilibri geopolitici. Con tutta la buona volontà non credo che la novità femminile apportata da Giorgia Meloni possa compensare la perdita di autorevolezza dovuta all’uscita di scena di Mario Draghi.

Ho recentemente usato una irriverente metafora: a Biden faceva comodo un badante di lusso, considerata la sua traballante leadership a livello occidentale. Ora si ritrova con una misera maestrina d’asilo… Nel momento in cui il presidente americano riprende forza, noi siamo in grado di offrirgli solo un brodino tiepido. Tutta qui l’Italia? A quel punto sarà inevitabile per gli Usa rivolgersi a qualche altro leader europeo. E così noi saremo becchi e bastonati, a consolarci con le sparate demagogiche ed identitarie di una destra senza capo né coda.

I soldi ci arrivano dall’Europa: noi facciamo finta di non saperlo e andiamo a disturbare il can che dorme. Il prestigio ci arrivava da oltre Manica: noi lo abbiamo perso, sperando magari di essere tenuti in gioco da un redivivo, sconclusionato ed inaffidabile Trump. É l’Italia di Giorgia Meloni, stupido!

 

Salvoni e Melonini

Nel dibattito politico viene posto il dubbio amletico sulle cazzate identitarie del governo: sono farina del sacco nostalgico di Giorgia Meloni o di quello barricadiero di Matteo Salvini? Si tratta del pesante tributo da pagare al rinascimento salviniano o del rispolveramento meloniano della propria routine ideologica?

Sono portato a pensare che Giorgia Meloni voglia presentarsi con un abito nuovo o almeno con un abbigliamento double face, “un po’ draghetta e un po’ ducetta” come ha ironicamente scritto Massimo Giannini, il direttore de “La Stampa”. Scelta obbligata per non farsi risucchiare, a livello italiano e ancor più europeo, in un pericolosissimo revival neofascista. Già prima delle elezioni si parlava di un corso accelerato frequentato da Giorgia Meloni alla scuola europea di Mario Draghi. O non ha imparato la lezione oppure tra il dire democratico e il fare governativo c’è di mezzo il mare di una scomoda ideologia.

Matteo Salvini, alle prese con la sua traballante leadership uscita malconcia dalla prova elettorale, ha l’assoluto bisogno di battere dei colpi identitari e, per renderli più accettabili in casa meloniana, ha fatto un miscuglio tra leghismo e neofascismo che presumo faccia inorridire Umberto Bossi (e non solo). Viene spontaneo ricordare il leader storico della Lega, perché fu proprio lui a mettere in crisi il primo governo berlusconi non accettando compromessi antistorici con la sdoganata destra finiana.

In parole povere Salvini starebbe sfilando dalle tasche dei competitor intragovernativi i tratti identitari con cui rifarsi il trucco alla faccia di una imbarazzata Giorgia Meloni, costretta a stare al gioco per continuare l’ascesa elettorale a costo di incidenti politici e diplomatici. Questo strano e pericoloso connubio ideologico non potrà però durare all’infinito. Il politologo e storico Giovanni Orsina sostiene che l’attuale maggioranza di destra abbia tempo diciotto mesi per il suo praticantato governativo, fino alla prossima verifica elettorale di carattere generale se non nazionale. Nel frattempo i praticanti, lungo l’accidentato percorso tra identità e pragmatismo, potrebbero però subire la tentazione del ritorno al comodo punto di partenza.

Da una parte le sirene salviniane verso cui il premier non ha avuto l’accortezza di premunirsi con la cera governativa, dall’altra parte l’impazienza degli esaminatori che intravedo all’opera in Europa e nelle università. Mi riferisco allo scetticismo dei partner europei (quelli che contano) e allo spontaneismo studentesco che cova sotto la cenere. Queste saranno le forche caudine sotto cui dovrà passare il governo.

Qualcuno ipotizza che anche le prossime elezioni regionali in Lombardia e Lazio potrebbero infilare non poche pulci nelle orecchie dell’elettorato di destra, costretto ad un ravvicinato bagno di realismo. L’eventuale scardinamento del sistema di potere leghista in Lombardia, tramite la candidatura della fuoruscita Letizia Moratti, condivisa dal centro-sinistra (ipotesi francamente molto problematica sul piano politico e identitario) o altra candidatura in alternativa alla destra, che possa incontrare i favori dell’imprevedibile elettorato lombardo, potrebbe mettere a dura prova la navigazione di Giorgia Meloni. A maggior ragione se il centro-sinistra riuscisse a vincere la gara elettorale laziale. Ormai purtroppo la politica si fa a colpi elettorali ben assestati.

In conclusione, l’idillio Meloni-Salvini non potrà durare in eterno e prima o poi bisognerà uscire dagli equivoci. Forse era meglio se, anziché esorcizzare drasticamente le velleità berlusconiane, Giorgia Meloni avesse tenuto aperto un filo di collaborazione con Forza Italia, una sponda in Europa e un calmiere di moderazione in Italia. Mattarella permettendo, valeva la pena rischiare un ministro della giustizia di stampo garantista a tutto tondo, piuttosto che consegnarsi mani e piedi ai ricatti leghisti. Fammi indovino che ti farò ricco. In entrambe le ipotesi a rimetterci sono gli italiani, i quali, peraltro, se la sono voluta.

A tale proposito voglio concludere alleggerendo il discorso e riportando una quasi-gag contenuta nel programma televisivo di Rai 3 “Rebus” di domenica 06 novembre 2022. Si tratta di una bella trasmissione culturale, che va in onda alla domenica pomeriggio, condotta da Giorgio Zanchini con ospite fisso Corrado Augias: i due dialogano brillantemente su temi interessanti con l’aiuto di esperti, scrittori, giornalisti, etc. Nella puntata succitata il tema era la povertà: affrontato con una bella analisi sociologica da una esperta di cui al momento mi sfugge il nome. Al termine della dissertazione, quando ormai stavano scorrendo i titoli di coda, Corrado Augias si è lasciato andare ad un lapidario commento: “Adesso abbiamo un governo che al riguardo ha cominciato bene e sono sicuro che farà ancor meglio in futuro…”. Giorgio Zanchini, stupito del quasi-fuori onda, ha chiesto: “É ironico?”. Al che Augias ha risposto laconicamente: “Veda lei…”. Sono scoppiato in una irrefrenabile ma amara risata: certe volte si ride per non piangere o per sfogare lo stress accumulato… Onore comunque al coraggio televisivo di Augias! Non ho idea se lo scambio fosse stato preparato, ma non credo ed è venuto veramente molto bene.

 

Il ping pong sovranista

Come scrive Ugo Magri su “Huffington post”, la politica a livello europeo sta soffrendo il paradosso sovranista. Giorgia Meloni infatti rischia di essere inguaiata dagli amici: per dirottare i migranti ha bisogno della solidarietà dei leader moderati o di sinistra, che però vengono poi aggrediti dai sovranisti di casa, inconsapevoli che se fallisce lei è un guaio per tutti loro. In Francia è successo così. Agli ultimatum italiani Macron aveva risposto con la disponibilità ad accogliere a Marsiglia i migranti portati in salvo dalla Ocean Viking. A quel punto è partita la sbruffonata salviniana “dell’aria è cambiata” con l’irritato dietro front del governo francese.

Forse però non è andata proprio solo così. Macron ha sentito il fiato sul collo della destra lepeniana o lepenista come dir si voglia (gli amici di Giorgia Meloni) e, per non mettersi contro una consistente fetta di opinione pubblica, ha fatto una rapida macchina indietro, salvo poi nel giro di qualche giorno tornare ai più miti consigli dell’accoglienza dei migranti in quel di Tolone.

Una sorta di clamoroso ed imbarazzante autogol sovranista. Per rifarsi la faccia la destra francese, accortasi dello sgarbo ai colleghi italiani, ha dovuto arrampicarsi sugli specchi con le mani sporche di grasso: ha dichiarato infatti che l’operato di Giorgia Meloni “è assolutamente legittimo. La difesa dei confini fa parte del programma che ha proposto agli italiani, e ora sta rispettando l’impegno. Rifiutando di accogliere le navi delle Ong, poi, non rende servizio solo all’Italia. Ma a tutta Europa e in primis alla Francia, che sappiamo essere la destinazione finale della gran parte dei migranti dall’Africa”. A dichiararlo è stata Marion Maréchal Le Pen (nipote di tanta zia), vicepresidente del partito Reconquete, in una intervista a ‘Libero’.

“L’accoglienza della Ocean Viking è un precedente che rischia di mettere ancora più in difficoltà la Francia. Inviando ai trafficanti di essere umani il messaggio che d’ora in poi c’è una nuova porta di accesso all’Europa. Detto ciò non credo che il governo francese possa permettersi di dare lezioni all’Italia”, aggiunge Marion Le Pen. “Questa vicenda rivela ancora una volta il doppio gioco di Macron. Scagliandosi contro il governo italiano vuol fare credere ai francesi di avere una politica di fermezza. Ma i dati dicono che durante il suo governo c’è stato il record assoluto di immigrazione con oltre un milione di nuovi titoli di soggiorno. La verità è che Macron è uno dei presidenti francesi con meno consenso della storia ed è privo di una maggioranza parlamentare. Con un governo collage che lo costringe a dover inviare in continuazione segnali politici a destra e a sinistra per evitare la dissoluzione dell’Assemblea. L’attacco a Meloni gli serve per spostare l’attenzione dai problemi interni creando un nemico immaginario esterno”.

Stiamo assistendo ad un vomitevole gioco delle parti sulla pelle degli immigrati. Nessuno li vuole, ma scarica sugli altri l’obbligo dell’accoglienza. L’anti-immigrazione si sovrappone e si interseca con sovranismo e nazionalismo in un groviglio eticamente disumano, politicamente miope e civilmente suicida.

Nell’opera Falstaff di Giuseppe Verdi, mastro Ford, per mettere a dura prova la castità della moglie, si spaccia per un innamorato della donna e istiga, con l’adulazione e l’omaggio di un sacco di monete e di una damigiana di vino pregiato, sir John a fare delle coraggiose avance. E a richiesta dà la seguente motivazione: “Se voi l’espugnate, poi, posso anch’io sperar: da fallo nasce fallo…Che ve ne par?”. La destra francese in stile fordista vuole mettere in buca Macron (la moglie Alice), strumentalizzando la durezza della falstaffiana destra italiana, per poi ottenere i propri vantaggi, abbandonando magari Giorgia Meloni al proprio destino con in mano il cerino migratorio acceso (Falstaff fa una brutta fine, gettato assieme ai panni sporchi nell’acqua del Tamigi).

Questa è la destra europea. È vero che le istituzioni europee sono state sempre nelle mani di socialdemocratici e popolari, i quali non hanno certo brillato per europeismo e per volontà di affrontare i problemi migratori in una logica comunitaria. Non si è trattato e non si tratta di indirizzi politici, ma di nazionalismi incontenibili e incontrollabili e su queste derive la destra gioca un ruolo importante e per certi versi, come detto, paradossale. Che l’Italia possa diventare la punta di diamante o l’utile idiota dell’intolleranza e della disumanità è una prospettiva che mi fa accapponare la pelle.

 

Troppi maestri per lo scolaretto piddino

Michela Murgia su “La Stampa”: “Caro Letta, dicci qualcosa di sinistra”. L’opposizione tace di fronte al nuovo fascismo governativo, impegnata nel suo Risiko interno. Noi intellettuali siamo rimasti soli e stanchi di fare da supplenti morali a un partito incolore.

Carlo De Benedetti in una intervista al “Corriere della sera”: Perché i dem abbandonino la “borghesia che hanno conquistato” e ritornino ad abbracciare le cause del progressismo, sarà necessario che non siano “schizzinosi” e appoggino la candidata promossa da Carlo Calenda, vale a dire Letizia Moratti in Lombardia.

Sono i due estremi della critica al PD, che rischiano di toccarsi.  La vita politica italiana preferisce infatti snobbare gli inquietanti allarmi che suonano a destra per ripiegare sulla clamorosa inconsistenza della sinistra. Il dibattito è attorcigliato attorno alla sconfitta elettorale del partito democratico ed alla conseguente ed impellente necessità di rivederne identità, strategia, tattica e classe dirigente. Su questo argomento molto gettonato si stanno esercitando fior di giornalisti, commentatori, intellettuali, politologi, imprenditori oltre a politici di sinistra, destra e centro. Tutti vogliono insegnare al PD a fare il PD.

Alcuni partono dalla fine della lezione, vale a dire dal nuovo leader e dal gruppo che dovranno prendere in mano le redini del partito; altri dalla precipitosa tattica elettorale regionale (leggi appoggio alla candidatura  di Letizia Moratti a governatore della Lombardia); altri dalle alleanze parlamentari da tentare per trovare un minimo di coordinamento nell’opposizione al governo di destra (leggi scelta tra essere cannibalizzati dal M5S, meglio dire Giuseppe Conte, oppure essere bacchettati da Italia viva-Azione, meglio dire Renzi-Calenda); altri dall’analisi del retroterra socio-culturale del partito (leggi l’improba gara di rispolverare l’interclassismo democristiano, navigando tra la bonaccia salottiera dell’odierna borghesia e le disperate tempeste conflittuali delle popolari povertà); altri ancora dalla genealogia del partito per verificarne il Dna e le insuperabili tare ereditarie (leggi un partito morto ancor prima di nascere, soffocato nella culla, in costante sala di rianimazione, in sala del commiato, in rinnovata e disperata nuova gestazione).

Quando un soggetto è gravemente ammalato, trova spinta e fiducia se ha intorno a sé una equipe di diagnostici che analizzano le cause della sua malattia, ma soprattutto di medici che prescrivono le terapie appropriate e seguono attentamente il decorso della malattia per verificarne l’andamento e il processo di guarigione. Nel caso del PD, troppi sono gli analisti in contrasto fra di loro e pochi i medici in grado di scegliere i farmaci con i relativi tempi e modi di somministrazione. Di conseguenza il malato si deve arrangiare con il rischio di peggiorare la situazione, oscillando fra i pannicelli caldi congressuali, gli interventi di chirurgia plastica ed estetica e le radicali ed invasive ma incertissime operazioni di chirurgia d’urgenza e generale.

Avevo salutato a suo tempo la nascita del partito democratico come la sintesi della mia esperienza di base quale cattolico democratico dialogante con i comunisti. Purtroppo, strada facendo, da una parte si è appassito l’impegno politico dei cattolici di sinistra, dall’altra parte si è “castizzata” la dirigenza post-comunista: risultato (quasi) finale, un partito incapace di interpretare e rappresentare le istanze progressiste, timoroso della radicale e imprescindibile fedeltà ai valori della sua storia e ricercatore di un improbabile riformismo, inchiodato al pragmatismo emergenziale ed al modernismo comunicativo.

In un simile prato segato, non c’è modo di nascondersi (sarebbe necessario per riprendere il filo socio-culturale) e tutto è possibile (per apparire senza essere). Hanno ragione tutti: Michela Murgia con la sua ansiosa e sacrosanta ricognizione etica, Carlo De Benedetti con il suo impaziente pragmatismo politico. In mezzo Enrico Letta a (non) fare da parafulmine.

In questo momento storico gli italiani non riescono a turarsi il naso e scegliere la sinistra, preferiscono fiutare la destra. Personalmente mi sono rifugiato in una sorta di anosmia politica. Se fossi un elettore lombardo non avrei infatti il coraggio di aderire alla proposta di De Benedetti.  “Per risollevarsi si punti quindi su Letizia Moratti. Almeno sul sostegno, in coppia con il Terzo polo. Anche perché “ha avviato una profonda revisione del suo passato berlusconiano”. Nonostante l’ingegnere – che da ragazzo, racconta, andava al mare nell’hotel di proprietà della famiglia Moratti – abbia “idee politiche da sempre opposte alle sue”, nella ex vicepresidente lombarda ci crede: “Le riconosco professionalità, capacità, onestà, passione, ambizione: tutte qualità”.

Resto fermo al concetto della politica intesa come mediazione ai livelli più alti: pur con tutto il rispetto e finanche l’ammirazione per la candidata non è il caso del compromesso morattiano. Non è però nemmeno la sdegnosa masturbazione culturale davanti agli enormi problemi di chi soffre veramente e non può aspettare l’eiaculazione tardiva di un PD in evidente disfunzione erettile. E allora? Forse saranno i disastri della destra a salvare la sinistra. Forse sveglieranno la sinistra i cortei studenteschi in tutta Italia per una giornata ribattezzata dagli studenti stessi “No Meloni Day”.  Nel frattempo non resta che soffrire…

 

Il boomerang missilistico

Mio padre era perfettamente consapevole dei rischi professionali che correva, se ne rendeva conto, riusciva perfino a scoprire i meccanismi psicologici che scatenano la paura o il panico. Al riguardo raccontava un episodio vissuto in prima persona: stava alacremente lavorando in tutta tranquillità alla sommità di una lunga scala a pioli, quando senza motivo gli capitò di abbassare lo sguardo e di avvertire che un pezzo di scala non era correttamente incastrato: il momento del brivido, all’acrobata avevano tolto improvvisamente la rete ed il gioco si faceva molto duro.

Raccontò di non avere retto l’impatto e di essere sceso con insolita e meticolosa prudenza, fischiettando timidamente per alleggerire la tensione, e di avere raggiunto terra con il sudore sulla fronte ed una tremarella insolita nelle gambe. Ma per lui l’aspetto singolare era quello di avere retto la situazione per molto tempo inconsapevolmente, come se niente fosse e di esser crollato psicologicamente non appena reso edotto della situazione abnorme e del precario equilibrio garantito da una scala non correttamente montata.

L’altra sera, quando abbiamo saputo della caduta di due missili in territorio polacco, vale a dire sul “nostro” campo, quello della Nato di cui facciamo parte, ci siamo spaventati, forse perché abbiamo percepito più direttamente il pericolo di essere coinvolti in un conflitto di cui parliamo, ma che in realtà sentiamo lontano.

Di missili ne sono caduti tanti, ma, tutto sommato, ci hanno lasciato indifferenti, li abbiamo visti come in un film di guerra: ne abbiamo chiacchierato molto al bar-sport della politica. Questa volta qualcosa era cambiato, anche se le prime precipitose reazioni dei leader politici italiani (Enrico Letta e Carlo Calenda: il centro-sinistra che teme di essere scavalcato a destra…) non hanno abbandonato il cliché del tifo prima ancora di sapere se il gol subito era valido, anticipando il responso del Var bellico tuttora in corso.

La lezione dovrebbe essere quella che ci fa capire la paradossale inutilità e insensatezza della guerra: un sostanziale e globale fuoco amico, che sta a indicare, nel gergo militare, quella situazione in cui soldati o mezzi vengono a trovarsi sotto il fuoco delle proprie batterie o di quelle alleate, ma che può essere concettualmente allargato in senso geo-politico, etico e persino diplomatico.

Marco Tarquinio su “Avvenire” lo spiega molto bene: “Le armi tradiscono sempre. L’umanità per principio e prima di tutto. Ma tradiscono anche, e molto più di quanto si ammetta, gli intenti di chi le schiera e di chi le scaglia. Rivelano o stravolgono quelle intenzioni, trascinando allo scontro, spingendo avanti l’incendio della guerra, travolgendo quel che resta del senno che dovrebbe impedire agli esseri umani di tornare a scannarsi. Oppure, e questo è l’unico tradimento che si può apprezzare, le armi mostrano e dimostrano che tradiscono persino chi le brandisce e le usa, nonostante creda di esserne perfettamente padrone. In due casi su tre questo è quello che è accaduto ieri al confine ucraino-polacco dove missili russi (prima notizia) o pezzi di missili russi abbattuti dalla contraerea ucraina (seconda notizia) o pezzi di missili ucraini usati contro missili russi (terza possibilità) o missili non russi (versione di Mosca) hanno distrutto e ucciso in terra di Polonia, cioè nel perimetro dell’Alleanza Atlantica, cioè in quella che siamo abituati a pensare come casa nostra”.

Ma questa amara, profonda e sconvolgente riflessione viene immediatamente messa a tacere con la solita tesi ribadita da Mikhailo Podoliak, consigliere del presidente Volodymyr Zelensky. “Solo la Russia è responsabile della guerra in Ucraina e dei massicci attacchi missilistici. Solo la Russia è la causa scatenante dei rischi, in rapido aumento, per i Paesi di confine. Non c’è bisogno di cercare scuse e rimandare le decisioni chiave: è ora che l’Europa chiuda il cielo sopra l’Ucraina, anche per la sua sicurezza. É l’unica logica possibile: la guerra è stata iniziata dalla Russia ed è alimentata dalla Russia. La Russia ha attaccato massicciamente l’Ucraina con missili da crociera, ha trasformato la parte orientale del continente europeo in un campo di battaglia. Quando un Paese aggressore lancia un massiccio attacco missilistico sull’intero territorio di un grande Paese situato nel continente europeo con le sue vecchie armi sovietiche, prima o poi si verifica una tragedia sul territorio di altri Stati”.

Pur con tutto il rispetto per le ansie dell’Ucraina e con tutto il disprezzo possibile per le smanie della Russia, non assomiglia alla futile scusa che da ragazzini si accampava durante i litigi: “È stato lui a cominciare…”? E allora continuiamo a chiacchierare di guerra al bar e ad incrociare missili a tutto spiano.

 

Il pozzo delle armi non ha fondo

Francesco Palmas sul quotidiano Avvenire firma un articolo che riporta i risultati di inchieste così efficacemente sintetizzati: “Le mani delle mafie dell’Est sulle armi «donate» a Kiev dall’Occidente”. Ne riporto di seguito il testo.

“Emerge un traffico di ordigni bellici e di triangolazioni che coinvolgono anche l’Iran e la Russia. L’allarme era partito dall’Interpol. È una tremenda guerra, dagli esiti drammatici per tutti, anche per l’area Schengen per la libera circolazione nell’Unione Europea. I servizi segreti occidentali stanno piano piano smarrendo le tracce del diluvio di armi che gli alleati riversano da tempo in Ucraina. Protetti da voti governativi e parlamentari, i traffici legali stanno purtroppo alimentando circuiti clandestini: un buco nero gestito dalle mafie ucraine, con la complicità di trafficanti transnistriani, moldavi e romeni. Siamo finiti in un buco nero che divora tutto, con la probabile connivenza di ufficiali intermedi dell’esercito di Kiev. Jurgen Stock, direttore generale d’Interpol, non aveva sbagliato, mesi addietro: «L’enorme disponibilità di armi in Ucraina –aveva detto – si ripercuoterà sulla proliferazione di traffici illeciti a guerra finita». Stock non ci aveva preso solo sui tempi, perché l’Ufficio nazionale d’inchiesta finlandese ha già intercettato carichi provenienti dall’Ucraina e destinati a criminali finlandesi. A gestire i traffici sarebbero gruppi come Bandidos MC, che innervano molte metropoli ucraine. Il problema sta assumendo proporzioni inedite, perché sarebbero coinvolti pure Svezia, Danimarca e Paesi Bassi, raggiunti via terra e via mare dai mercanti di morte. Alcuni gruppi criminali sono attivi ormai dal 2016, altri sono più recenti. Il mercato in cui sguazzano è enorme e promettente, perché il confine fra Moldavia, Romania e Ucraina non è ermetico. A luglio, l’Ue aveva cercato invano di rimediarvi, creando in Moldavia «un hub di supporto alla sicurezza interna e al controllo delle frontiere». Ma qualcosa non ha funzionato. La frontiera è porosa, fitta com’è di boschi e foreste, difficili da sorvegliare.

È un affare anche per le mafie moldave e della Romania: un fucile di precisione occidentale frutta fino a 3mila euro, un’arma d’assalto vale fino a 1.700. E la rotta romena comincia a fare concorrenza a quella balcanica, da sempre porta girevole dei traffici clandestini diretti in Europa occidentale. Le gang criminali offrono di tutto, anche armi pesanti, razzi anticarro, mine e granate. I servizi segreti statunitensi e il dipartimento di Stato non se la sentono tuttavia di accusare Kiev. Ritengono più verosimile che ad alimentare i circuiti illeciti siano i russi e i loro “proxy” dell’est ucraino, entrati in possesso di molte armi occidentali, bottino di tante battaglie contro i regolari di Zelensky. Il generale Pat Ryder, portavoce del Pentagono, ha già messo le mani avanti: «Abbiamo nostri uomini all’ambasciata statunitense a Kiev. Con l’addetto militare, stiamo ispezionando gli equipaggiamenti che forniamo all’Ucraina. Finora non sono emerse falle nel sistema di controllo».

Ma la guerra produce caos e gli ufficiali americani non si spingono al fronte, dove il confine fra il lecito e l’illecito svanisce e prosperano i crimini. Su una cosa gli americani hanno tuttavia ragione: le armi occidentali catturate dai russi offrono a Mosca il destro per orchestrare altri traffici. Secondo “Skynews”, almeno un aereo cargo dell’intelligence militare russa avrebbe fatto la spola con l’Iran: stivava a bordo missili anticarro anglo-svedesi e armi antiaeree statunitensi. Un carico prezioso, ceduto ai pasdaran in cambio dei famigerati droni-kamikaze. Il Pentagono finora non conferma, ma neppure smentisce. L’affare sarebbe vantaggioso sia per gli iraniani, maestri nel copiare le tecnologie altrui, integrarle in armi indigene e cederle ai vassalli mediorientali, sia per Mosca: in un colpo solo il Cremlino avrebbe ottenuto sistemi iraniani chiave in mano senza urtare gli amici israeliani, timorosi che cacciabombardieri russi di ultima generazione fossero barattati con Teheran in cambio di armi”.

Chi si illude di contribuire alla pace inviando armi, chi si scandalizza per la posizione contraria all’ulteriore invio di materiale bellico, chi continua imperterrito a pensare che le armi facciano bene all’Ucraina è servito. Solo Dio permette il male in quanto è capace di ottenere il bene dal male. Noi non possiamo rassegnarci e non dobbiamo scherzare col fuoco. La parola pace non è una illusione, è la più realistica delle intenzioni. La guerra è una disgrazia che porta altre disgrazie, una catena infinita di porcherie disumane. La vogliamo interrompere o preferiamo fare un piacere alle mafie e financo alla Russia?

Forse l’ho già scritto più di una volta, ma ritengo come non mai che repetita iuvant. Mio padre, ogni volta che sentiva notizie sullo scoppio di qualche focolaio di guerra, reagiva auspicando una obiezione di coscienza totalizzante. Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?

 

 

L’autoscontro del luna park europeo

“La telefonata tra Emmanuel Macron e Sergio Mattarella è avvenuta sabato sera. Il colloquio che doveva servire ad allentare il braccio di ferro sui migranti tra Francia e Italia è un replay di quello che è successo nel 2019. Quando l’inquilino del Quirinale si adoperò per ricucire i rapporti con l’Eliseo dopo la trasferta di Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista con i Gilet Gialli. All’epoca Parigi richiamò l’ambasciatore a Roma. Esattamente la stessa minaccia di questi giorni. In più, Mattarella ha informato la premier Giorgia Meloni subito dopo il colloquio. Ecco perché nell’intervento non c’è nulla di strano. O meglio, non c’era. Perché dopo l’irruzione nel dibattito di Ignazio La Russa invece c’è chi fa notare che un esplicito dissenso tra la prima e la seconda carica dello Stato è stato piuttosto raro nella storia istituzionale. Così come il ruolo di garanzia del presidente del Senato dovrebbe imporre di non schierarsi con il governo.

Nelle intenzioni del Quirinale e dell’Eliseo il colloquio doveva servire a evitare l’escalation. Ovvero quella rottura tra Parigi e Roma innescata dalla nota di Palazzo Chigi in cui si dava per acquisito l’approdo di Ocean Viking in Francia. Un comunicato interpretato come un atto ostile da Macron. Perché poco prima il ministro dell’Interno Gérard Dermanin aveva spiegato al suo omologo Matteo Piantedosi che per Parigi l’unica soluzione era lo sbarco in Italia. E perché la nota di Meloni ha lasciato scoperto il fianco dell’esecutivo alle accuse dell’estrema destra francese. Per questo, spiega oggi Marzio Breda sul Corriere della Sera, il Capo dello Stato non pensava certo di commissariare Palazzo Chigi. O di entrare nel merito delle scelte tecniche nei confronti delle Ong. Come le aperture dei porti, gli sbarchi, i ricollocamenti delle persone.

Mattarella sperava invece di spazzare via certe ruggini. Che potevano finire per coinvolgere anche dossier molto più rilevanti. Come la Legge di Bilancio o il Recovery Plan. In questa ottica poco importa chi abbia telefonato a chi. Anche se l’agenzia di stampa Ansa fa sapere che secondo alcune fonti di governo è stato il Quirinale a comporre il numero. Mentre il comunicato è stato vagliato dall’Eliseo e da Roma prima della diffusione a 36 ore dal colloquio: «Il Presidente Sergio Mattarella, ha avuto con il Presidente Emmanuel Macron, un colloquio telefonico, nel corso del quale entrambi hanno affermato la grande importanza della relazione tra i due Paesi e hanno condiviso la necessità che vengano poste in atto condizioni di piena collaborazione in ogni settore sia in ambito bilaterale sia dell’Unione Europea».

Proprio perché questo è il quadro istituzionale di partenza Marcello Sorgi su La Stampa oggi parla di uno «sgarbo mai visto» in relazione all’intervento di La Russa. Proprio lui all’inizio del suo mandato aveva riconosciuto l’importanza di essere super partes nel proprio ruolo. E proprio lui ieri è intervenuto schierandosi apertamente dalla parte del governo nello scontro. Sebbene non spettasse a lui dirlo, il presidente del Senato ha inteso rimarcare il senso «identitario» della svolta a destra dopo le elezioni del 25 settembre. E cercare di smarcare Fratelli d’Italia dal pressing di Matteo Salvini, che sembra fermamente deciso a recuperare voti dai suoi alleati con la stessa strategia usata all’epoca del governo con il Movimento 5 Stelle. Anche se nel frattempo sono passati molti anni e c’è un Papeete di mezzo.

Così ora si è capito che il governo tira diritto. Il passo successivo sarà il ritorno dei decreti sicurezza. Con i sequestri e le multe che già hanno vissuto una stagione all’epoca del Conte I. Per far capire all’elettorato che questo è il modo di tutelare gli interessi nazionali. Anche se il prezzo dovesse essere la progressiva marginalizzazione dell’Italia nell’Unione Europea. Ovvero proprio quello che Meloni aveva giurato di voler evitare”. (Alessandro D’Amato su Open-giornale online, 15 novembre 2022)

Il corto circuito istituzionale provocato dal presidente del Senato è un fatto di una gravità inaudita: non ho memoria di roba del genere. Una scorrettezza, che non può passare inosservata: siamo sostanzialmente al limite dell’offesa e dell’attentato alla libertà del Presidente della Repubblica (artt. 276 e 277 del codice penale). C’è il triste precedente del 2018 allorquando Mattarella venne ignobilmente attaccato da M5S e Fratelli d’Italia e minacciato di impeachment per avere stoppato la nomina di Paolo Savona a ministro dell’economia. Anche allora c’era di mezzo la salvaguardia dello spirito europeistico.

Nel nostro Paese sta saltando il profondo senso costituzionale in nome di fantomatiche prove muscolari, esibite da un governo di irresponsabili demagoghi e difese faziosamente da un presidente del Senato in vena di protagonismo debordante e inquietante. Un tempo il governo interveniva immediatamente in difesa delle prerogative del Capo dello Stato, oggi tace dopo essersi fatto difendere dal presidente del Senato. Non è questione di galateo istituzionale, è questione di rispetto della divisione dei poteri a salvaguardia della democrazia.

Vorrei però affrontare anche la questione nel merito. Sì, perché c’è in ballo la situazione dell’Europa, il suo futuro e la collocazione dell’Italia nel processo di integrazione europea. È inutile menare il can per l’aia dell’assenza e/o dell’incapacità della UE ad affrontare le questioni di vario genere tra cui quella migratoria. È scontato che certe problematiche debbano trovare il giusto ambito nel livello europeo. Il paradosso sta però nel fatto che le lamentele e le rimostranze verso la UE vengono proprio dagli Stati e dalle forze politiche sovraniste: da una parte difendono con le unghie e coi denti gli interessi nazionali, dall’altra chiedono che l’Unione Europea intervenga per togliere le castagne dal fuoco. Come se le istituzioni europee non dipendessero dagli Stati membri e le regole di funzionamento e intervento non dovessero essere decise, quasi sempre all’unanimità, da accordi sovranazionali, giocati continuamente tra l’ardita impostazione federalista e il minimalista assetto confederale.

Non è vero che in Europa tutti i gatti siano sovranisticamente bigi, anche se, purtroppo, tutti, chi più chi meno, sono in colpa e quindi non ha senso giocare a scaricabarile. Tuttavia bisogna avere presente che esistono, realisticamente parlando, due approcci al problema europeo: lo sbrigativo incipit conflittuale tra gli Stati e il paziente metodo del passo dopo passo. Attualmente il governo italiano ha scelto la provocazione quale stile nei rapporti con i partner europei, il braccio di ferro a prescindere persino dalle forze muscolari in campo. Finora, pur tra difficoltà e contraddizioni, si era tenuto un atteggiamento trattativista, esaltato dall’autorevolezza di Mario Draghi e dal carisma del nostro capo dello Stato, culminato non a caso nel recente patto del Quirinale tra Italia e Francia. L’intervento discreto e leale di Sergio Mattarella vuole portare il governo a più miti consigli, cercando di trasformare lo scontro di livello intergovernativo in confronto di livello comunitario: della serie sediamoci intorno ai tavoli sovranazionali, discutiamo apertamente e vediamo di uscirne con qualche seppur faticoso passo avanti.

Opera meritoria quella del nostro presidente della Repubblica che sta giocando tutta la sua esperienza e credibilità per il bene dell’Europa, che significa anche il bene dell’Italia. Invece di essergli grati e di seguirne i preziosi consigli, sta scattando la cosiddetta sindrome rancorosa del beneficiato innescata dalle miserevoli parole del presidente del Senato e dalla smania identitaria del Governo. Ne usciremo vivi?

 

 

 

Magliette e manichini

Mio padre diceva con molta e gustosa acutezza: «Se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a  guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón».

Ho accostato al riguardo due fatti che qualcuno iscriverà nel catalogo del folclore goliardico. Non sono affatto d’accordo. Vediamoli in cronaca per poi commentarli.

  • In tv con i simboli neofascisti. Enrico Montesano si è presentato alle prove dell’ultima puntata di “Ballando con le stelle” indossando una maglietta nera con il simbolo della X Mas, il reparto d’assalto della Marina militare fascista (Motoscafo armato silurante) e con il motto dannunziano “Memento audere semper”. Le immagini andate in onda in tv non sono passate inosservate e sui social si è scatenato il putiferio, con numerosi utenti indignati che hanno chiesto a gran voce l’esclusione immediata dell’attore dalla competizione. Tra i tanti commenti sui social di utenti indignati sulla maglietta sfoggiata da Enrico Montesano, anche quello di Fiorella Mannoia: “Ma si, ora va bene tutto, divise naziste scambiate per travestimenti di carnevale, saluti romani, commemorazioni fasciste, faccette nere, che vuoi che sia un nostalgico attore con una maglietta della Decima Mas.” (Tgcom 24)

 

  • Un manichino con le sembianze della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, con indosso abiti militari, è stato appeso a testa in giù durante una manifestazione organizzata da due collettivi di Bologna che stavano manifestando il loro dissenso verso le politiche del nuovo governo e contro il caro energia. L’azione, documentata sulle pagine social degli stessi attivisti, è stata organizzata sotto le Due Torri, in Piazza di Porta Ravegnana, e per le vie del centro e vi hanno partecipato circa 200 persone. “La Meloni non è la benvenuta – si legge nel post che accompagna le foto dell’azione organizzata in centro nel tardo pomeriggio – a pochi giorni da un decreto ‘anti-rave’ ci troviamo nuovamente ad invadere le strade di Bologna. È facile attaccare mediaticamente la movida, la socialità per privarci della nostra libertà di creare antagonismo. Questo abuso nei confronti della dissidenza travestito da decreto è in realtà l’ennesima norma securitaria agitata da un governo fascista che ci vuole obbedienti, silenziose e, di fatto, oppresse”. (Avvenire)

C’è poco da fare, l’aria che tira puzza di neofascismo lontano un miglio e ognuno reagisce a modo suo: chi con provocatoria nostalgia, chi con provocatorio allarmismo. La violenza è presente in filigrana in entrambi i fatti: quella apologetica e quella vendicativa. Il timore è che entrambe le evocazioni possano essere prese sul serio dagli esaltati di turno.

Si dirà che è tutta colpa di chi sta rispolverando i fantasmi del fascismo per squalificare il governo di destra: se è per quello, il governo si sta squalificando da solo, ponendosi in inquietante continuità, riveduta e scorretta, con certe logiche (intolleranza verso le proteste studentesche, verso il ribellismo giovanile, verso l’immigrazione clandestina, verso la trasgressione sessuale, etc. etc.).

Si dirà che sta spuntando un tentativo di criminalizzare l’attuale governo, istigando le teste calde a reagire in modo scomposto tale da indurre a reazioni violente certe frange di oppositori sbrigativamente portate a scegliere estremi rimedi per estremi mali. Non si può seminare subdolamente divisione e conflittualità a livello istituzionale (presidenze di Senato e Camera, ministri in bilico costituzionale, governo forte con i deboli) per poi scandalizzarsi se in un simile clima qualcuno possa perdere la bussola del confronto democratico.

Scherzare col fuoco è un esercizio molto pericoloso e contagioso. Se comincia il governo, ci sarà inevitabilmente chi sta al gioco, aizzando il fuoco della nostalgia e chi non accetta lo scherzo (?) o, se si vuole, lo accetta fino in fondo, trasformandolo in fuoco purificatore di un passato tornato di moda.

Il rischio è che la situazione non finisca con magliette e manichini, ma in modo assai più incendiario. Possibile che gli italiani non abbiano messo in conto questi rischi, che non abbiano capito che le elezioni non sono un risiko, che la democrazia non ammette titubanze ed eccezioni, che guardando indietro si può finire nel tombino?

“Son Felice in-t-al tombén!”, grida il malcapitato, chiedendo aiuto ai passanti. “S’at si felice, alóra sta lì!”, gli rispondono alzando le spalle. Chi è causa del suo mal pianga se stesso. Sarà durissima!

 

 

La migrazione non è un’opinione

Quando non si vuole risolvere un problema o lo si vuole rimuovere senza risolverlo, se ne prende un aspetto non decisivo e si costruisce su di esso addirittura un programma di governo. Il problema dell’immigrazione vive di improvvisazioni, su cui abbiamo formato un’opinione quanto meno superficiale e parziale se non addirittura fasulla. I migranti ci rubano il lavoro (mentre ne abbiamo bisogno per i mestieri che gli italiani non vogliono o non possono più esercitare), compromettono le nostre casse erariali (mentre è dimostrato che è molto più quel che versano in tasse e contributi di quel che ricevono in aiuti e soccorsi), vengono in Italia per delinquere e vivere di espedienti (mentre le loro malefatte sono perfettamente in media con le nostre), si lasciano irretire dal mondo degli scafisti pur di approdare al paese di bengodi (mentre sono dei disperati che per scappare da situazioni infernali rischiano la morte e che spesso noi sfruttiamo in modo vergognoso a livello lavorativo), si fanno salvare dalle ONG che poi li scaricano sul groppone degli Stati malcapitati (mentre le ONG andrebbero quanto meno rispettate se non ringraziate)  e via di questo passo.

A volte mi torna alla mente un gustoso episodio della mia vita scolastica. L’insegnante di tecnica commerciale, durante un’interrogazione, aveva proposto la soluzione di un problema fornendo una serie di dati su cui costruirla. Il mio brillante compagno di classe si applicò con impegno e diede una sua articolata e plausibile risposta. Senonché la professoressa non tardò a svelare l’equivoco: la soluzione presupponeva la conoscenza di un dato che non era disponibile. L’interrogato ci rimase male e, con una reazione a metà fra l’ingenuità e la faccia tosta, si mise sulla difensiva dicendo: “Sì, d’accordo, ma qualora avessi conosciuto quel dato…”. L’insegnante fu magnanima e non interpretò la cosa come una presa in giro e si limitò a riprendere l’allievo, evocandone ripetutamente il cognome con un tono di voce fra lo spazientito e l’ironico. Da quel giorno nella mia classe, quando si voleva sgattaiolare fuori del seminato e rispondere pero per pomo, si diceva: “Sì, ma qualora…”. Mi sembra che il governo italiano stia ipotizzando, in modo peraltro sgarbato, la soluzione europea del fenomeno migratorio e della ripartizione dei profughi senza tenere conto della globalità delle cifre, che la Francia (e non solo) ci mette sotto il naso. I governanti italiani però insistono e sostanzialmente ribattono: “Sì, ma qualora le cifre fossero solo quelle degli sbarchi in Italia…”.

Voglio tentare qualche riflessione, facendomi aiutare da quanto scrive opportunamente Maurizio Ambrosini sul quotidiano “Avvenire”, che citerò di seguito abbondantemente (in corsivo).

Occorre partire dalla realtà per analizzarla con senso di umanità e non distorcerla ripiegando sulla disumanità. Le vittime dell’immigrazione male accolta e mal gestita non sono gli italiani, ma gli immigrati. “Viviamo un tempo fosco in cui le persone in fuga diventano «armi di una guerra ibrida», ai confini della Polonia, «carico residuale» sulle coste italiane, «animali» nel linguaggio di Donald Trump. Si cercano e ottengono voti respingendo le persone, oppure deportandole da un’altra parte. Basti pensare al tentativo di Danimarca e Regno Unito di trasferire i richiedenti asilo in altri continenti”.

Il governo italiano, raccogliendo peraltro un indirizzo populista che da tempo “avvelena” la nostra pubblica opinione, parte dal presupposto che l’Italia sia isolata e costretta a fronteggiare a mani nude l’ondata di migranti più o meno clandestini che si riversa sulle sue coste. “Ma che cosa c’è di vero nell’idea dell’Italia «lasciata sola» a fronteggiare gli afflussi di profughi? Non molto, in verità, se si allarga lo sguardo dagli approdi via mare (e dalla parte minima di essi derivanti dai salvataggi in mare operati da Ong internazionali) all’accoglienza delle persone in cerca di protezione internazionale: quelle in definitiva che comportano oneri di ospitalità e presa in carico da parte degli Stati riceventi.

Secondo Eurostat, nel 2021, sono arrivate ai governi della Ue 537mila prime richieste di asilo, aumentate del 28% rispetto al 2020, anno della pandemia. E ad accoglierne di più è stata come sempre la Germania (148.000), seguita proprio dalla Francia (104.000), poi dalla Spagna (62.000). L’Italia si è collocata al quarto posto, con 45.000 richieste di asilo: meno della metà dei cugini transalpini. Se guardiamo al rapporto con la numerosità della popolazione, la Svezia (25 richiedenti asilo ogni 1.000 abitanti), l’Austria (15), o la stessa Francia (6), sono più ospitali dell’Italia (3,5), collocata sotto la media dell’Europa Occidentale.
Ci sono poi i cosiddetti “movimenti secondari” dei rifugiati che, arrivati sul territorio di uno Stato, si spostano in un altro e ripresentano una domanda di asilo: la Francia nel 2021 ne ha ricevuti 30.000, molti dei quali passati attraverso l’Italia. Il punto è che i profughi non arrivano solo dal mare, ma anche via terra, a piedi, in auto, con trasporti pubblici, oppure in aereo, come i venezuelani che sbarcano in Spagna. Gli sbarchi sono più drammatici e visibili, ma non prevalenti. È uno sguardo ristretto, disinformato o volutamente distorto, quello che vede soltanto i profughi che approdano sotto casa sua”
.

Il metodo dovrebbe essere comunque quello della collaborazione e non quello dello scaricabarile vittimistico. “La pacchia è finita”. La pacchia di chi? di cosa? Finiamola con questi atteggiamenti da osteria. Vale anche e soprattutto nei rapporti con gli altri Stati europei, con la Francia in particolare. “Parigi ha poi accettato volontariamente la ricollocazione di 3.500 persone sbarcate in Italia: impegno appunto volontario, attuato con lentezza e presumibile riluttanza, ma pur sempre gesto di buona volontà. La provocazione italiana, che ha rivendicato come una vittoria l’accoglienza della Ocean Viking in un porto francese («L’aria è cambiata»: il ministro Salvini su facebook), ha scatenato la contro-provocazione francese: niente più accoglienza volontaria. Chiedere solidarietà ai vicini per storia e geografia e poi bastonarli o irriderli non è mai una buona mossa, così come far finta di non vedere le frontiere ermeticamente chiuse e la solidarietà sistematicamente negata dai vicini ideologici (i Paesi con governi nazional-sovranisti)”.

Sia ben chiaro che nessuno è senza peccato, che, come diceva il grande Sandro Pertini, l’Italia non è né prima né seconda a nessuno e che, come dice l’altrettanto grande presidente Sergio Mattarella, “la risposta alla sfida migratoria avrà successo soltanto se sorretta dai criteri di solidarietà all’interno dell’Unione”. “Dove la Francia si muove su un terreno discusso e discutibile è il controllo dei confini terrestri: qui la libera circolazione attraverso le frontiere interne della Ue è stata di fatto ristretta, sono state introdotte forme di profilazione razziale, sono stati perseguitati gli attivisti, è stata messa a repentaglio la vita dei profughi in transito per un principio di difesa dei confini non meno assolutizzato, e disumano, di quello che in Italia si è tornati a inalberare. Nessuno in Europa d’altronde ha la coscienza pulita, se si pensa alle discusse imprese di Frontex ai confini esterni, o agli accordi con Paesi di transito come Libia, Turchia, Marocco”.

Non serve improvvisare un fronte dei Paesi sfigati e scoperti (Italia, Malta, Cipro, Grecia) contro i Paesi ben allineati e coperti (Francia, Germania e c.) e tanto meno basarsi su un’asse ideologico con i Paesi sovranisti (Ungheria e c.) chiusi nei loro egoistici confini. Non serve ed è eticamente sbagliato fare dell’immigrazione materia di propaganda sfruttando lo smarrimento della gente di fronte alla gravità del problema, illudendo i cittadini che si respira meglio non facendo entrare i forestieri, non capendo che si sopravvive solo aprendo porte e finestre a costo di prendere qualche raffreddore. “Anche Ron DeSantis è diventato una celebrità trasportando sull’isola di Martha’s Vineyard 50 migranti senza documenti validi, perlopiù venezuelani, convinti di andare a Boston. Gli esseri umani bisognosi di protezione diventano strumento cinico e crudele di cattura del consenso politico. Vogliamo tenacemente sperare in un Occidente e in un’Europa migliori, di cui l’accoglienza ai profughi ucraini ha dato un esempio: non sia un’eccezione, ma un’anticipazione profetica di un mondo migliore e più umano”.

Un grazie di cuore a Maurizio Ambrosini, sociologo e accademico italiano, noto per i suoi studi sulle migrazioni, dal quale mi sono lasciato interpellare e guidare. Trasformo in conclusione l’incipit del suo ammirevole, onesto, documentato ed imparziale pezzo. “Italia e Francia si rinfacciano, dunque, accuse di disumanità e di irresponsabilità sul dossier sbarchi e rifugiati, offrendo un deprimente spettacolo di discordia e di contrapposizione in un momento in cui l’Europa dei diritti e dei valori universali dovrebbe essere più che mai unita”.

 

Meglio il calore trasgressivo della tiepidezza perbenista

«L’amore di Dio che nell’Eucaristia ci raggiunge nella semplicità dei segni e del rito non ci dà il diritto di agire con disinvoltura o addirittura con trascuratezza e superficialità. Quanto emerge dal video che tu hai diffuso dimostra invece proprio questo: il contesto, l’abbigliamento, il modo di trattare le sacre specie, la libertà nel formulare le orazioni e la stessa preghiera eucaristica, alcune battute fuori luogo e infelici. Non si può condividere tutto questo».

Lo scrive il vescovo di Brescia Pierantonio Tremolada in una lettera a don Fabio Corazzina il quale, «in occasione di un tour ciclistico in Sicilia», ha celebrato Messa in diretta Facebook indossando un completo da ciclista. Il rito si è svolto domenica 11 settembre a Mazara del Vallo, con un tavolo come altare posto sotto un albero. (dal quotidiano “Avvenire”)

Niente in confronto alla recente sospensione a divinis comminata al prete spezzino, che ho già avuto modo di attenzionare. Se il buon giorno si vede dal mattino, si comincia coi perbenismi sacramentali e parrocchiali e si arriva a mettere alla porta chi si permette di dissentire alla luce del Vangelo. “’Na giornäda bargnìfa”, così mia madre definiva quelle giornate che partono male e sono destinate a non raddrizzarsi: e di simili giornate purtroppo la storia passata e presente della Chiesa ne ha parecchie.

Torno però alla formale intransigenza riguardo ai riti sacramentali. Sarò fissato ma, in un mondo divorato dalle povertà, dalle inequità, dalle guerre, non capisco questa ansia perbenista riguardo all’Eucaristia che è fin troppo semplice ed immediata nei suoi segni: è scandaloso che Dio si trasformi in pane e vino? Sì, più scandaloso di così! E allora cosa c’è di strano e debordante se la Messa viene celebrata sotto un albero con paramenti ciclistici? Non ho visto il video, ma sono sicuro che mi piacerebbe nella sua ardita spontaneità e sono altrettanto sicuro che Gesù non andrà per il sottile. Capirai se un Dio, che non esitava a banchettare con pubblicani e prostitute, si farà impressionare da una liturgia calata a pieno titolo nella realtà. Ma fatemi il piacere…

 Campetti regolamentati “per sensibilizzare”: il vescovo di Frascati, Raffaello Martinelli, è decisamente d’accordo col suo parroco di San Giuseppe a Cocciante, quartiere di Frascati (Roma), che appunto ha regolamentato gli ingressi ai campetti di calcio dell’oratorio per arginare maleducazione e danneggiamenti. “Non siamo per la repressione, ma per la prevenzione”, spiega il vescovo: “Si entra ai campetti dalle 16 alle 19.30”, cioè “Un gesto simbolico per responsabilizzare anche la comunità degli adulti” e “se ci fossero genitori disponibili nel dopo lavoro o anche pensionati si potrebbe aprire anche di più”.

Del resto era un pezzo ­- spiega don Franz Vicentini, il parroco – che “i ragazzi entravano a tutte le ore, anche scavalcando le reti”. Un pezzo che lì dentro c’erano “bestemmie, parolacce, problemi. Ho avuto anche danni alle porte, alle reti, alle recinzioni, i vetri rotti della chiesa perché tirano pallonate per noia”. Così “mi sono detto: creiamo il problema per risolverlo”. Con regole chiare. Ci sono questi campetti e “io voglio che i ragazzi giochino – va avanti don Franz – ma devono avere un certo comportamento: non devono bestemmiare, non devono lasciare immondizia per terra, non devono mettersi le mani addosso. Non devono scavalcare”.

Fosse per il vescovo, “Terrei le chiese aperte ventiquattr’ore su ventiquattro. D’estate, il sabato la cattedrale resta aperta fino a mezzanotte”. Però “serve responsabilità e rispetto del bene comune. Un po’ di educazione civica anche nelle famiglie non guasta”. E se è vero – conclude monsignor Martinelli -che “la maleducazione c’è ovunque purtroppo e che non si possano alzare muri per arginarla, chiedere però maggiore responsabilità è sacrosanto”. (dal quotidiano “Avvenire”).

È più formativa la dialogante tolleranza verso certi comportamenti trasgressivi dei ragazzi o la preoccupazione di omologarli alle regole della buona (?) educazione? Se è giusto ed opportuno tenere aperte le chiese, come si possono chiudere i campetti parrocchiali? Non preoccupiamoci delle bestemmie che volano, preoccupiamoci magari delle preghiere che non volano. La vicinanza ai giovani val bene un vetro rotto. Meglio un po’ di casino parrocchiale di quello delle “movide” urbane e delle discoteche extra-urbane.

Il mio carissimo amico don Sergio Sacchi era un prete costantemente dalla parte degli ultimi, un prete che non aveva paura di sporcarsi le mani coi problemi sociali. Mia sorella, in linea col suo temperamento, in una occasione gli rimproverò di non essere sufficientemente severo con il crocchio di giovani che stazionavano pigramente e chiassosamente sulla scalinata della chiesa di S. Maria del Rosario. Non negò l’evidenza, ammise di essere intervenuto più volte per convincere quei ragazzi a tenere atteggiamenti più consoni al luogo, ma confessò apertamente di non avere il “coraggio” di cacciarli via in malo modo: erano o non erano anche loro parrocchiani bisognosi di attenzione ed accoglienza. Don Sergio trovò in quell’occasione (e non solo in quell’occasione) un deciso avvocato difensore in mia madre: «Al fa bén, un prét al ne manda via nisón. A chi ragas lì chi é cag pól dir ‘na bón’na paròla? Al pàroch!».

Perché il quotidiano “Avvenire”, cosi coraggiosamente aperto sul problema della pace, sui problemi dei Paesi poveri, su tante questioni trascurate dai media laici, si perde in queste quisquiglie clericaloidi, rischiando di dare un colpo al cerchio di una società ingiusta e un colpo alla botte della surrettizia omologazione di una Chiesa perbenista?