A colpi di andreottismo

A prima vista si direbbe che Carlo Calenda e Matteo Renzi, dal punto di vista caratteriale, psicologico e politico, siano diversi come il giorno e la notte. Si sono alleati elettoralmente dopo essersi giurati eterna antipatia, ma, strada facendo, aumentano i loro punti di contatto in una sorta di pseudo-strategia a più voci, difficile da capire, facile da intuire.

Sono sostanzialmente due i loro obiettivi, uno sulla sinistra e uno sulla destra, peraltro abbastanza collegabili fra di loro: una sistematica e rancorosa intenzione di creare disturbo al Partito Democratico da una parte, dall’altra parte una furbesca voglia di inserirsi nello spazio moderato della maggioranza per mettere in difficoltà Forza Italia e, adagio-adagio, accreditarsi come terza, quarta o quinta colonna del governo Meloni.

Qualcosa si era intravisto durante l’elezione del presidente del Senato: non ci sono e ci saranno mai le prove, ma il soccorso rosso (?) durante la votazione di Ignazio La Russa non poteva che venire di lì con una sorta di messaggio lanciato immediatamente cogliendo la palla al balzo. Hanno dato un bacetto al rospo, cominciando da subito a tenersi le mani libere, pagando persino qualche piccolo prezzo a livello istituzionale (leggi “carichette” parlamentari).

Poi c’è stato il discorso di Renzi nel dibattito sulla fiducia al governo: un “andreottismo” bello e buono, un abilissimo colpo di teatro, che ha lasciato intendere parecchie cose nei rapporti fra Giorgia Meloni e il terzo polo. Le prime mosse governative sono state nel segno della continuità con l’impostazione draghiana: il rigore di bilancio, la netta scelta di campo occidentale, il ritocco alle misure che lo stesso Draghi giudicava avventate o quanto meno esagerate (mi riferisco al reddito di cittadinanza e al superbonus del 110% in edilizia). E non era stato proprio il terzo polo ad attestarsi elettoralmente sull’agenda Draghi?

In men che non si dica siamo arrivati al gatto-Calenda che fa le fusa al capo del governo, mentre la volpe-Renzi sta a guardare con un certo interesse misto a gelosia. Potrebbe bastare poco per farli litigare; due simili pavoni prima o poi sono destinati ad andare in rotta di collisione. I patti spartitori su ruoli e competenze sembrano infatti molto precari.

D’altra parte l’ingaggio a poco prezzo delle fuoruscite forziste (Gelmini e Carfagna) la dice lunga, così come è chiarissima la sponsorizzazione della candidatura di Letizia Moratti a governatore della Lombardia: mosse che danno fastidio a Forza Italia e che imbarazzano e mettono alla punta il PD. L’obiettivo è quello di raspare potere contrattuale e consenso a destra e manca.

Forse però stanno esagerando, l’incontro fra Meloni e Calenda è un tantino prematuro e piuttosto clamoroso. D’altra parte il ferro va battuto quando è caldo. Per Giorgia Meloni fa comunque brodo, per Forza Italia è una spina nel fianco piuttosto scoperto, per la maggioranza di governo significa un certo qual alleggerimento della connotazione destra-destra, che tutto sommato fa bene sia a livello italiano che internazionale.

Nel campo del centro-sinistra è molto difficile valutare i contraccolpi di questa tattica del terzo polo: potrebbe costringere il PD ad uscire dal cerchiobottismo tattico, ma nello stesso tempo strappargli a livello programmatico la bandiera del riformismo-radicale ipotizzato da Luca Ricolfi. Forse varrebbe la pena accelerare indirettamente il processo, lanciando qualche messaggio cifrato a Berlusconi, il quale non aspetta altro che sfilarsi da un accordo di governo che lo imbarazza, stretto com’è fra Meloni e Salvini, che gli toglie ruolo a livello europeo, che non lo rassicura affatto nei suoi interessi affaristici. Si tratterebbe di un lavorare di sponda tra forzisti e democratici: un altro “andreottismo” di stampo difensivo, di mera sussistenza in attesa che si sgonfino i palloni del terzo polo.

La politica italiana è ridotta così: si è costretti a prestare molta attenzione a personaggi che non la meritano. Basti dire che a sinistra il PD si trova al bivio fra Giuseppe Conte e Calenda-Renzi e magari, fra poco tempo, Giorgia Meloni dovrà scegliere fra Silvio Berlusconi e Calenda-Renzi. E cosa direste se il PD cominciasse a ventilare un compromesso storico con Fratelli d’Italia, tagliando fuori tutte le mezze ali e costringendo il M5S a fare la parte della sinistra extra-parlamentare. Sono tutte elucubrazioni tattiche con cui sfogare una sorta di montante avversione verso la bassa politica: divertimento innocuo per politologi (sic!) scemi o totalmente disillusi.

Le armi tattiche

Niente proroga per ora sull’invio di armi a Kiev, comunque non senza un passaggio “vero” in Parlamento. Palazzo Chigi fallisce la spallata tentata con il blitz di lunedì in Senato, quando la maggioranza ha inserito a sorpresa un emendamento a un decreto inerente missioni Nato e sanità in Calabria per continuare a mandare aiuti militari all’Ucraina fino alla fine del 2023. La reazione delle opposizioni (Terzo polo escluso) sortisce l’effetto sperato e l’esecutivo, alla fine, ci ripensa. Non è però una resa senza condizioni perché il ministro della Difesa, Guido Crosetto, ha già chiarito che un eventuale, alternativo, decreto armi ad hoc (la richiesta avanzata dal Pd), andrà comunque approvato entro fine anno e potrebbe essere varato già nel Cdm convocato per domani. L’imperativo è fare presto, pena la fine della «copertura giuridica con cui l’Italia sta dando seguito agli impegni presi in sede Ue e Nato», come ha ricordato lo stesso responsabile della Difesa. Una circostanza di cui sono consapevoli anche i dem, che potrebbero aver fatto leva affinché il governo accogliesse la proposta di un provvedimento dedicato, assicurando in cambio il sostegno alla politica estera del governo e guadagnando l’isolamento del M5S. (dal quotidiano Avvenire)

Alla mia viscerale contrarietà all’invio di armi all’Ucraina si aggiunge la pena per i tatticismi governativi e parlamentari sulla materia: si sta giocando vergognosamente. La maggioranza di governo ha l’assoluta necessità di legittimarsi in senso occidentalista, filoamericano, europeista e quale occasione migliore di schierarsi, senza se e senza ma, per l’acritica e pedissequa prosecuzione della linea bellicista, camuffata da imprescindibile difesa dell’indipendenza ucraina.

L’opposizione anziché porre seri dubbi sulla linea governativa preferisce fare la voce grossa, ma solo a livello metodologico (competenza del Parlamento a decidere), magari trattare con la maggioranza per ottenere qualche piatto di lenticchie (presidenza Copasir e Commissione di vigilanza Rai) e dividersi tra critici (M5S e Verdi-Si), collaborazionisti (PD) e stampella della meloniana gioventù (terzo Polo).

Questa è la politica italiana. La guerra sta scoprendo gli altarini e diventa occasione per i propri giochini. Nessuno ha il coraggio di prendere posizioni nette di fronte al popolo italiano sempre più scettico e dubbioso su una guerra che si sta cronicizzando e con cui ci stiamo rassegnando a convivere. Conviviamo con la guerra, con la pandemia, col disastro ambientale, con la povertà che aumenta. Siamo all’abc, vale a dire alla difesa della democrazia a livello puramente metodologico e meramente formale (meglio di niente si dirà).

Il governo puntava a chiudere la partita alla chetichella infilando un emendamento in un decreto a portata di mano. Il M5S e il PD hanno respinto sdegnosamente questo sotterfugio, chiedendo un provvedimento ad hoc da discutere come tale in aula. Il governo ha ritirato l’emendamento.

Una presa di posizione che ha consentito ai democratici di intestarsi il risultato ottenuto: «Ci sembra che il governo abbia compreso», ha rivendicato Malpezzi, ribadendo poi la «piena disponibilità a lavorare sul tema con serietà». Crosetto, del resto, è stato piuttosto chiaro, dicendo di aspettarsi che «i parlamentari di opposizione rispettino l’impegno che ci ha portati, per dimostrare la volontà di dialogo del governo verso il Parlamento, al ritiro dell’emendamento».

Sarà il prosieguo della discussione a Montecitorio sulle mozioni a dire se l’intesa funzionerà. Se così fosse Giuseppe Conte si troverebbe solo, condizione che lo ha favorito in campagna elettorale, ma che complica le manovre per la presidenza della commissione di Vigilanza Rai. Chiaro però che oggi, nel corso del suo intervento, ribadirà la linea “zero compromessi”, rafforzando magari l’asse pacifista assieme all’alleanza Verdi-Si (con cui le interlocuzioni non si sono mai fermate). Oggi tra l’altro si voterà la presidenza del Copasir e anche in questo caso i possibili compromessi coi dem (che vorrebbero l’ex ministro della Difesa, Lorenzo Guerini), potrebbero saltare in partenza. (sempre dal quotidiano Avvenire)

Se fossi un parlamentare non voterei l’invio di armi nemmeno sotto tortura o a rischio della vita. I parlamentari invece non trovano di meglio che confabulare, sollevando un po’ di fumo per accontentare la linea bellicista a livello internazionale e per salvare le rispettive facce a livello politico. Lo chiamerei gioco delle parti. E mi dovrei sentire in colpa per essermi astenuto alle recenti elezioni? Un caro amico mi ha inviato in questi giorni un messaggino riepilogativo: “Questi politici ci prendono per il culo: condoni mascherati, finti dialoghi, indecisionismo tattico, sindaci compromessi e sciagurati. Spero che ci farai un articolo!”. Per quanto è nelle mie possibilità…

 

 

L’utile “fantasmizzazione” della storia

Roberto Saviano rinvia due incontri al Teatro Valli di Reggio Emilia, domenica 27 e lunedì 28 novembre. In una lettera spiega: «Rinuncio, in queste settimane di attacchi continui, per timore di esporvi, di esporre chi mi ospita: responsabilità, questa, che sento gravosissima. E la sento tanto più perché vedo la lontananza siderale di chi, da posizioni di forza, potrebbe schierarsi, esprimere un’opinione e invece tace. Rinuncio adesso perché vivere in queste settimane occasioni pubbliche, per me, è difficile. L’esposizione fisica preoccupa me e chi mi sta attorno perché l’odio è tangibile e non esiste alcuno scudo».

Come cambia il mondo…negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso erano altri i personaggi che in Emilia non entravano e non riuscivano a parlare in pubblico: gli esponenti del Msi o giù di lì, vale a dire coloro che si collegavano in qualche modo al fascismo. Nelle città emiliane non si scherzava. Basti ricordare la fine del governo Tambroni, insediatosi con i voti missini, che fu costretto a dimettersi dopo le manifestazioni di piazza di Genova e Reggio Emilia. Mi sembra doveroso fare di seguito un tuffo nel passato non per evocare ed aizzare un clima di scontro, ma per nostalgia democratica e partecipativa.

La strage di Reggio Emilia avvenne il 7 luglio 1960 durante una manifestazione sindacale nel centro della città, dove le forze dell’ordine uccisero cinque civili inermi, tutti operai iscritti al PCI. La strage fu l’apice di un periodo di alta tensione in tutta l’Italia, in cui avvennero scontri con la polizia. I fatti scatenanti furono la formazione del governo Tambroni, monocolore democristiano con il determinante appoggio esterno del MSI, e l’avallo della scelta di Genova (città partigiana, medaglia d’oro della Resistenza) come sede del congresso del partito missino. Le reazioni d’indignazione furono molteplici e la tensione in tutto il paese provocò una grande mobilitazione popolare.

L’allora Presidente del Consiglio, Fernando Tambroni, diede libertà di aprire il fuoco in “situazioni di emergenza” e alla fine di quelle settimane drammatiche si contarono undici morti e centinaia di feriti. Queste drammatiche conseguenze avrebbero costretto alle dimissioni il governo Tambroni.

La sera del 6 luglio la Camera Confederale del Lavoro di Reggio proclamò per l’indomani, giovedì 7, uno sciopero generale provinciale dalle 12 alle 24 «in seguito ai gravi fatti avvenuti a Licata e a Roma». Era previsto un comizio nella centrale Sala Verdi (ridotto del teatro Ariosto) perché la Prefettura lo aveva proibito all’aperto, negando anche la possibilità di usare altoparlanti per diffondere all’esterno, su piazza della Libertà (oggi piazza della Vittoria), quello autorizzato.

L’indomani il corteo di protesta era composto da circa 20.000 manifestanti. Un gruppo di circa 300 operai delle Officine Meccaniche Reggiane decise quindi di raccogliersi davanti al monumento ai Caduti, cantando canzoni di lotta.

Alle 16:45 una carica di un reparto di 350 poliziotti, al comando del vicequestore Giulio Cafari Panico, investì la manifestazione pacifica. Anche i carabinieri, al comando del tenente colonnello Giudici, parteciparono alla carica entrando in piazza dal lato opposto. Sorpresi e incalzati dai caroselli delle camionette, dai getti d’acqua e dai lacrimogeni, gli scioperanti cercarono rifugio nel vicino isolato San Rocco, tentando di proteggersi dietro ogni sorta di oggetto trovato, seggiole, assi di legno, tavoli dei bar e rispondendo alle cariche con lancio di oggetti. Respinte dalla disperata resistenza dei manifestanti, le forze dell’ordine impugnarono le armi da fuoco e cominciarono a sparare ad altezza d’uomo. Secondo alcune testimonianze, invece, gli spari iniziarono prima di qualsiasi gesto offensivo da parte dei manifestanti.

Cinque persone rimasero uccise, sul posto o spirando poco dopo in ospedale. Oltre ai cinque morti si contarono 21 feriti da arma da fuoco: sedici ricoverati in ospedale con prognosi di varia durata, cinque medicati e dimessi. Risulta inoltre che altri feriti non si siano presentati in ospedale allo scopo di non farsi identificare. Fra le forze dell’ordine ci furono cinque contusi. Nel corso della giornata vennero inoltre effettuati 23 arresti, e decine di persone furono denunciate.

Fra le tante drammatiche testimonianze, terrificante quella di Guido Soragni: «[…] un poliziotto, arrivato di corsa, sparò una raffica a bruciapelo contro un ferito, che morì sul colpo. L’altro ferito, mentre cercava di soccorrere il caduto, venne raggiunto da una raffica di mitra sparata sempre dallo stesso poliziotto…».

Della sparatoria esiste anche una straordinaria quanto casuale documentazione sonora, incisa da un commesso che aveva portato in negozio un magnetofono per registrare il comizio sindacale: 35 minuti di grida, spari, sirene di ambulanze e di polizia, «agghiacciante sparatoria, non una guerra, ma una fredda carneficina» scrisse Maria Antonietta Macciocchi, direttrice del settimanale Vie Nuove. Settimanale che decise di pubblicare quella registrazione incidendola su disco, definito da Pier Paolo Pasolini «il più terribile – e anche profondamente bello – che abbia mai sentito».

Qualcuno dirà che si tratta solo di ingombranti fantasmi del passato. No, questa è storia, che dovrebbe insegnare tante cose. Invece purtroppo si sta ripetendo all’incontrario. Sinistra, se ancora esisti, batti un colpo. Può darsi che una certa qual rivolta di piazza si possa scatenare nel meridione in conseguenza dei tagli annunciati sul reddito di cittadinanza, può darsi che gli studenti facciano sentire la loro protesta in senso verticale ed orizzontale. I sindacati dei lavoratori non mi ispirano grande fiducia.

Che ad un personaggio come Roberto Saviano venga messo indirettamente il bavaglio è cosa che grida vendetta. Roberto Saviano avrebbe dovuto presentare al Teatro Valli il suo libro su Giovanni Falcone “Solo è il coraggio”. I motivi, spiega lo scrittore, sono il clima di odio nei suoi confronti e lo “squadrismo quotidiano che i giornali di estrema destra, in alcuni casi pagati direttamente da esponenti della maggioranza parlamentare, stanno facendo”. Saviano si vede “sulle loro prime pagine ogni giorno, attaccato nella maniera più bassa e vile”.

Gli attacchi ricevuti, precisa Saviano in una lunga nota, sarebbero riconducibili al processo in cui è accusato di diffamazione nei confronti dell’attuale presidente del consiglio, Giorgia Meloni, che si è aperto lo scorso 15 novembre. I fatti risalgono al dicembre 2020 quando in una trasmissione televisiva si scagliò contro chi porta avanti le campagne anti-immigrazione, paragonando il mancato soccorso in mare come a una ambulanza che non interviene per i feriti in strada e usando l’appellativo “bastardi”, riferito a Giorgia Meloni, allora parlamentare di Fratelli d’Italia e a Matteo Salvini (che per questo episodio si è costituito parte civile pur non avendo querelato all’epoca) per il loro contrasto alle ong.

La fondazione I Teatri di Reggio Emilia, per bocca del direttore Paolo Cantù, esprime “solidarietà e grande dispiacere per essere costretta a rinviare un appuntamento, da molto tempo atteso e voluto per dare alla città e agli studenti la possibilità di sentire parlare di criminalità organizzata da uno dei giornalisti e scrittori italiani più esperti in materia”. Continua Cantù: “ci dispiace che l’attualità politica abbia preso il sopravvento e stiamo già cercando una data alternativa, il prima possibile, per riuscire ad avere Roberto Saviano con noi, per continuare ad esercitare fino in fondo la nostra funzione di spazio e presidio pubblico di pensiero e dialogo”.

In una lettera aperta, il sindaco e presidente della fondazione Luca Vecchi dice: “Caro Roberto Saviano, mi preme dirti che non sei solo: l’amministrazione comunale e la città sono al fianco di chi si impegna in prima persona contro la criminalità organizzata, per la legalità e la sicurezza, sin dai tempi in cui il prefetto Antonella de Miro cominciò, in questa terra, a operare sul fronte del contrasto alle mafie economiche. Qui stiamo e qui ci troverai, sempre”. Dunque, “sono fiducioso che questo sia, per noi, solo un arrivederci”, continua vecchi. “Lascio a te, caro Roberto, l’autonomia di una riflessione e di una decisione definitiva sulla tua partecipazione in futuro al nostro incontro. Voglio solo dirti che quei ragazzi pronti a riempire il teatro municipale Romolo Valli hanno bisogno del tuo pensiero, delle tue parole, del tuo impegno. Resisti Roberto. Ti aspettiamo in città al più presto”, conclude il primo cittadino.

“Esprimo vicinanza e solidarietà a Roberto Saviano, a nome mio personale, della Regione e di tutta la comunità emiliano-romagnola. Che ritenga di dove rinunciare a partecipare a due incontri previsti al Teatro Valli di Reggio Emilia anche per non esporre i presenti a pericoli è un monito che non può essere sottovalutato”. Così il presidente della Regione, Stefano Bonaccini. “Una rinuncia che fa ancora più male – prosegue- in una terra dove valori comuni e condivisi di libertà e civica convivenza ci vedono lavorare insieme, istituzioni, società civile, associazioni, penso in particolare a Libera e ad Avviso Pubblico, contro le mafie e l’infiltrazione della criminalità organizzata. A partire dalla prevenzione nelle scuole fino alla collaborazione costante e continua con magistratura, inquirenti, tutte le forze dell’ordine, che ringrazio per l’attività incessante e quotidiana che portano avanti. Grazie a loro si sono svolte e si stanno svolgendo inchieste rilevanti, a partire da Aemilia, il cui processo come Regione abbiamo voluto si potesse svolgere proprio qui, in Emilia-Romagna”. “A Roberto Saviano – conclude Bonaccini – va un forte abbraccio: abbiamo bisogno della sua voce e della sua testimonianza, per un impegno che deve essere anche di tutti noi”.

Ben vengano queste attestazioni di solidarietà, anche se mi sembrano troppo flebili e isolate. Il clima mediatico è molto disponibile verso l’attuale governo di destra, l’aria che tira non viene certo da sinistra nonostante le sbruffonate vittimistiche di Giorgia Meloni. Un tempo si scendeva in piazza per molto meno, oggi la gente ha perso la memoria, non riesce a interpretare la politica, non ha più senso critico, fa di ogni erba un fascio e le voci dissonanti vengono messe a tacere. Guai a parlare di fascismo. E, se tutto questo non è fascismo, cosa è?

La triviale geometria governativa

Se non ho capito male, la manovra economica-finanziaria del governo sta subendo degli aggiustamenti in itinere: si passa dai percettori del reddito di cittadinanza ai carcerati. L’amministrazione penitenziaria dovrà tirare la cinghia. Sono scioccanti le cifre dei suicidi in carcere. Ebbene una prima risposta del governo è quella di stringere i cordoni della borsa per quanto concerne le carceri. Come volevasi dimostrare: all’elettorato di destra non frega niente delle patrie galere, buttiamo via la chiave e non se ne parli più.

Buona destra non mente! Spero di essermi sbagliato, di non aver capito bene in cosa consisteranno questi tagli, mi auguro che non si voglia impostare una vera e propria guerra tra poveri. Potrebbe trattarsi della goccia che fa traboccare il vaso in via di riempimento o svuotamento. Sono sinceramente rimasto sorpreso e spero di dovermi correggere.

Se si vuole correre in aiuto di chi ha bisogno del sostegno dello Stato, i modi per impostare una seria politica di bilancio, a prescindere dalla possibilità di sforare ulteriormente nei conti pubblici, sono sostanzialmente due: aumentare le risorse a disposizione andando a cercarle dove sono (vedi pressione fiscale sui soggetti privilegiati e lotta all’evasione) e diminuire le spese inutili o comunque superflue.

Mi sembra che il governo innanzitutto non abbia ben individuato i soggetti da aiutare e per quanto riguarda il reperimento delle risorse stia facendo un gran casino con tassazione forfettaria, condoni fiscali, tolleranza verso gli evasori, etc. etc. Quanto alla spending review stiamo pensando alle carceri: spero che ipotizzino almeno una riforma della giustizia che alleggerisca la carcerazione e non pensino allo svuotamento per sfinimento dei carcerati.

La sociologia prevede il comportamento delle aziende sull’orlo del fallimento consistente nel risparmio sulle gomme e le matite: sarà così anche per l’azienda-stato? E quali saranno le gomme? E quali le matite? E quale l’inevitabile disastro (più sociale che economico) verso cui si cammina?

A volte mi viene il dubbio di essere prevenuto. Sarà così? Magari lo fosse! Comincia l’iter parlamentare della manovra: qualcuno avrà il coraggio di dire qualcosa? Stiamo a vedere. Dal nulla contenuto nella manovra stessa (la prima impressione era questa) stanno uscendo inquietanti novità in un autentico crescendo rossiniano.

Il segmento governativo di bilancio rischia di essere compreso fra due paradossali punti: i poveracci del reddito di cittadinanza sbrigativamente trattati come fancazzisti di professione e i carcerati altrettanto sbrigativamente considerati delinquenti di professione. Rifiuto categoricamente questa geometria governativa.

Le frane differenziate

La frana che ha investito Ischia, come succede (quasi) sempre in conseguenza di eventi calamitosi, ha innescato un coro grilloparlantesco, che canta di sistematiche violazioni ed incurie ambientali come causa di questi disastri.

La narrazione prevalente è quella di un Sud-Italia trasandato e lasciato a se stesso in condizioni penose, che prima o poi esplodono in vere e proprie tragedie umane ed ambientali. Che in Meridione l’assetto della società, a tutti i livelli, sia presupposto di autentici sgretolamenti è cosa nota. Non mi sento però di criminalizzare i meridionali e le loro classi dirigenti, operando un sussiegoso confronto con il resto d’Italia e con le regioni virtuose. Rifiuto categoricamente il facile aforisma “l’Italia frana, Meridione ladro”.

Siamo infatti sicuri che le frane capitino solo al sud, che al nord vi sia una sorta di paradiso terrestre, che veneti, lombardi ed emiliani siano sempre e comunque i primi della classe? Ho sempre faticato a sopportare chi si sente migliore e magari lo è effettivamente, figuriamoci cosa provo davanti a quanti si spacciano per migliori degli altri senza esserlo (ogni riferimento a Stefano Bonaccini non è puramente casuale).

E che dire delle Regioni che puntano all’autonomia differenziata, vale a dire ad un ulteriore riconoscimento della capacità di governare (ogni riferimento a Roberto Calderoli, ministro per gli affari regionali e le autonomie del Governo Meloni, non è puramente casuale). Abbiano l’umiltà di verificare tutte le loro competenze alla luce dei risultati raggiunti: a mio giudizio ci sarebbe da ridere per non piangere. È così certamente anche per la salvaguardia territoriale. Quindi andiamo adagio a scagliare le prime pietre e guardiamo i peccati di tutti coloro che governano ai diversi livelli e nei diversi ambiti, per non parlare della mancanza di senso civico nei cittadini del nord, del centro e del sud.

Occorrerebbe ripartire dall’etica, come scrisse alcuni anni fa il settimanale “Famiglia cristiana”, in un editoriale dal titolo “Quei cumuli di monnezza, spietata metafora del Paese”: «Dietro molti “masanielli della monnezza” ci sono interessi della camorra, per alimentare il circuito delle discariche abusive e dello sversamento di rifiuti speciali che arrivano anche dal Nord: il Sud come pattumiera d’Italia. Ma ora il fenomeno tocca altre città, come Palermo. Il problema riguarda il Paese. Non serve scaricare o rinfacciarsi le colpe. Le responsabilità non possono rimbalzare da una parte all’altra. Solo una presa di coscienza collettiva potrà far uscire Napoli e l’Italia dall’emergenza. Solo un soprassalto di dignità civica potrà sanare guai ambientali e d’immagine del Paese. Come ha ricordato il cardinale Crescenzio Sepe, guida morale del capoluogo partenopeo, le battaglie per la legalità e per una buona amministrazione, in fondo, sono le stesse. La pulizia morale si lega a quella ambientale. Bisogna ripartire dall’etica».

Il discorso di cui sopra puntato ai rifiuti vale per tutto quanto riguarda l’ambiente. La difesa ambientale è un colabrodo: non accorgiamocene soltanto quando succede qua e là qualche finimondo e non affibbiamone la colpa ai responsabili di turno. Quando mi trovo a discutere con qualche persona amica di politica italiana in ambito europeo, mi “rifugio” in una sorta di ritornello. I mali italiani, in aggiunta a quelli degli altri Paesi, sono tre, la mafia- corruzione, la burocrazia e l’evasione fiscale. Mettiamo in connessione le frane di Ischia e di tutto il nostro territorio con queste anomalie etico-sociali e troveremo di che vergognarci senza fare i saputelli, i faciloni e i predicatori.

 

 

 

La quarta (drammatica) fase di Aldo Moro

Voglio spendere alcune parole sul dramma del rapimento e della morte di Aldo Moro, rivissuto tramite la serie televisiva di Marco Bellocchio. Ho infatti visionato questa ricostruzione cinematografica molto provocatoria, interessante e toccante. Penso e spero di trovare il “coraggio” di scrivere qualcosa di organico e impegnativo sulla vicenda, per ora mi limito a poche battute a caldo, anzi a caldissimo. Sono infatti rimasto sconvolto dall’intreccio drammatico proposto: ci sarà sicuramente qualche forzatura, ma ho cercato di cogliere l’intenzione di rivivere appassionatamente questa vicenda in cui la politica si intreccia clamorosamente con l’umanità dei personaggi.

Dramma è un’opera diretta a riprodurre, nei modi della rappresentazione teatrale, una vicenda che si fondi e si sviluppi su elementi di conflitto particolarmente significativi (talvolta addirittura simbolici) nell’ambito delle esperienze sociali e spirituali proprie di determinati ambienti o individui o di particolari momenti storici della cultura e della società. Questa mi è sembrata la chiave di lettura.

Il dramma di Moro consapevole della propria levatura morale rispetto ai bassifondi della politica democristiana e non solo; il dramma di un politico, che vede franare miseramente lo stile dialogico di una vita impegnata in tal senso e forse anche i limiti di un’azione troppo timida e bloccata sull’unità della DC partito-stato; il dramma di un uomo che vuole vivere, mentre si rende conto di essere vigliaccamente martirizzato; il dramma di un cristiano che non può fare a meno di giudicare (sferzante e pesantissimo il “condivisibilissimo” giudizio su Andreotti, ma anche quello su Cossiga); il dramma di una famiglia da lui faticosamente tenuta insieme, ma non unita e abbarbicata al suo carisma più che all’amore reciproco; il dramma di una moglie durissima, ma consapevole del valore del suo uomo-gigante, mentre lo vede abbandonato  da tutti i nani di cui probabilmente conosceva, non solo per sentito dire, i limiti umani e politici (anche l’uomo migliore infatti, Zaccagnini, non va oltre il pianto…).

Il dramma della politica che non riuscì a prescindere dai propri rigidi e freddi schemi messi a repentaglio dalla contestazione terroristica. Veramente non si poteva trattare con le Brigate Rosse? Per dirla con Marco Pannella, vinse più la Ragion di Stato che lo Stato di diritto. La forza della democrazia sta nel confrontarsi pacificamente con tutti ed era questo concetto che Moro tentò di spiegare nelle sue lettere: bisognava scommettere sulla vittoria da conquistare sul campo e non da difendere sdegnosamente ed aprioristicamente. La pensavo così allora e la penso così ancor più oggi, dopo aver visto le storture politiche nate proprio dalla fine prematura di un disegno di evoluzione democratica di cui Moro era inventore ed interprete. La sua tragica fine continua a gettare una luce sinistra sulle vicende politiche di ieri, oggi e…domani.

Il dramma di Francesco Cossiga forse un po’ troppo ridicolizzato, ma probabilmente l’unico che, complice anche il proprio squilibrio psicologico (la storia si incaricò di farlo emergere), aveva tutti gli elementi intellettuali e reali per contestualizzare l’evento da tutti i punti di vista e per intravedere, almeno in filigrana, l’intrigo internazionale in cui probabilmente eravamo parzialmente finiti nel segno della più spietata realpolitik.

Il dramma di papa Paolo VI, molto amico ma anche molto politico e quindi in totale e paralizzante sofferenza (un atteggiamento tipico di questo grandissimo e indimenticabile papa); la nota espressione del “senza condizioni” riferita alla liberazione di Moro, aggiunta e inserita nel messaggio, peraltro nobilissimo, inviato alle BR, segna la poco evangelica resa della ragion di Chiesa alla suddetta Ragion di Stato; anche il papa finì per comportarsi più come capo politico e religioso che come leader cristiano e umano.

Il dramma dei terroristi delle Brigate Rosse incamminati su una strada fine a se stessa, che di questo si resero conto, ma non ebbero né il coraggio né l’intelligenza di uscire dal vicolo cieco della violenza (Moro con la sua mitezza gliene diede l’occasione, ma non seppero coglierla, buttando continuamente il fango della decisione finale addosso agli altri); sono sempre stato convinto che Moro abbia aperto un dialogo con i brigatisti e sia riuscito a dimostrare la loro inconsistenza culturale col rischio di cadere in giochi che andavano ben oltre la loro farneticante rivoluzione proletaria. Forse lo hanno ucciso proprio perché li aveva smascherati nella loro pochezza.

Il dramma di un Paese che non seppe cogliere la gravità della situazione al di là delle manifestazioni manierate di piazza (anch’io durante la prigionia di Moro non mi ero reso conto dell’enormità del momento storico), fuorviato dal dibattito mediatico sulla pazzia del prigioniero e dalla sua eventuale caduta nella sindrome di Stoccolma (a Stoccolma forse c’erano tutti gli altri…). La scienza è sempre pronta a cavalcare gli equilibri di potere e in quel momento Aldo Moro rappresentava una minaccia: meglio farlo passare da matto!

Mi sono sforzato di cogliere l’occasione per vivere e rivivere questi drammi e mi sono fatto tante domande, che meriterebbero di essere approfondite senza pietà: non so se avrò il coraggio di continuare a riflettere e a piangere, sì perché mi sono ripetutamente commosso fino alle lacrime. Per ora penso possa bastare e chiedo scusa del disturbo.

 

Il lievito cristiano e la pasta politica

Discutendo di politica nello sconforto totale, un mio carissimo amico chiede insistentemente se non tocchi ai cattolici toglierla dalla camera mortuaria in cui langue per trasferirla almeno in camera di rianimazione. Fuor di metafora questo mio acuto interlocutore auspica una forte presa di coscienza dei cattolici al fine di smuovere le coscienze e spingere all’impegno i credenti ispirati dai valori cristiani: una sorta di benefico bagno evangelico rigenerante per la politica italiana.

Non si tratta di integralismo cattolico (recuperato alla grande dal governo di destra presieduto da Giorgia Meloni, che non serve, ed è addirittura fuorviante e pericoloso), né di ripetere pedissequamente l’esperienza storica della Democrazia Cristiana (anche se, tutto sommato, se ne può sentire la nostalgia), ma di valorizzare al massimo la cultura e l’esperienza proveniente dal cattolicesimo nelle sue forme di impegno nel sociale per trasferirle in impegno politico. In fin dei conti nel secolo scorso non avvenne così per l’Azione cattolica che fornì risorse umane e sociali alla Democrazia cristiana, al sindacato, alle Acli? La cosiddetta prima repubblica visse di rendita sulla classe dirigente proveniente soprattutto dalla formazione cattolica e da quella comunista.

Da tempo si parla di ritorno alla politica dei cattolici, non in chiave meramente personale, ma con iniziative movimentiste a livello socio-culturale. Il cantiere sarebbe sempre pronto, ma gli operai non ci sono. I cattolici, quei pochi o tanti che restano, tendono a rimanere scrupolosamente in disparte, quasi per non farsi contaminare dai partiti, salvo permettere assurde cinghie di trasmissione in nome della difesa del potere clericale e prestarsi a strumentalizzazioni varie ed eventuali in nome della difesa dei principi etici.

Niente di tutto ciò! Ho seri dubbi che l’approccio alla storicizzazione dell’impegno cristiano possa avvenire tramite la creazione di nuove strutture politiche, ma il vuoto valoriale è tale che anche la noce cristiana può riempire il sacco, il lievito cattolico può far fermentare la pasta e… mai dire mai!

Paradossalmente interessante è la conclusione di una lettera inviata al quotidiano “Avvenire” da Alessandro Tessari filosofo, già parlamentare della Repubblica in riferimento all’enorme e divisivo problema della guerra. Scrive: «L’unico discorso fuori dal coro è, oggi, quello di papa Francesco. E sono ammirato del suo coraggio solitario e di continuare a cercare un confronto perfino con quella Chiesa ortodossa che non ha esitato a benedire la “crociata” di Putin. Per tanti anni recitavo il mantra che la Chiesa doveva star fuori dalla politica. Mai avrei immaginato di poter desiderare oggi un “partito del Papa”. Per quello, oggi, pur essendo ateo e non credente, potrei perfino votare, vincendo la tentazione di astenermi».

Da credente mi associo a un non credente (nella mia modesta attività politica mi è capitato spesso) per auspicare che le provocazioni papali possano scuotere il cattolicesimo per rimetterlo al centro della scena con un ruolo ancora tutto da scoprire, ma con un impegno tutto da esprimere. Si potrebbe cominciare dalla guerra, laddove i cattolici dovrebbero saperla molto lunga. Si potrebbe prender spunto dalle parole di papa Francesco per riscoprire che la politica è la più alta forma di carità.

 

La mongolfiera e il deltaplano

C’è poco da fare, la tentazione di dare subito un volto al PD è fortissima, magari per cominciare immediatamente a (s)parlarne. Un luogo comune della politica dovrebbe prevedere prima i programmi e poi chi li deve attuare. Si dice così, ma poi ormai che conta sono i leader. Il massimo della negatività si verifica quando non esistono né programmi né leader.

Checché se ne dica a destra dello schieramento politico qualche leader ci sta. Una leaderina c’è, Giorgia Meloni: non riesco sinceramente a capire cosa la gente ci trovi di leaderistico, ma evidentemente chi si contenta gode. Poi abbiamo l’intramontabile Silvio Berlusconi: un certo suo nostalgico, cosmetologico e caricaturale carisma rimane. Matteo Salvini è un leader in bilico, che si difende con le unghie e coi denti: poveri leghisti!

Proseguendo la ricognizione troviamo al centro due mezzi leader: Renzi e Calenda, che stanno insieme pur essendo diversi come il giorno e la notte. Un po’ di leaderismo glielo dobbiamo concedere anche se con molta fatica.

Il M5S, che può essere collocato nel limbo della politica italiana (troppo di sinistra per essere di destra e troppo di destra per essere di sinistra), ha trovato in Giuseppe Conte l’uomo del post-grillismo: il furbetto della situazione, che ci sta prendendo gusto. Gioca con le carte truccate, ma gioca e segna qualche punto a proprio favore.

Fermiamoci un attimo. E il partito democratico? Pur avendo a livello amministrativo un personale politico di un certo livello e a livello culturale alcuni cervelli pensanti, non ha elementi chiaramente in grado di assumere una vera e propria leadership. Si stanno profilando tuttavia due candidature, quella di Stefano Bonaccini e quella di Elly Schlein.

Il primo fa parte della categoria dei “pienissimi di seissimo”, per dirla in modo brutale dei “palloni gonfiati”, dei padreterni di periferia: si intesta i meriti della storia emiliana e del benessere socio-economico regionale. È il candidato della migliore e peggiore continuità. Ci sarebbe molto da discutere…

La seconda è la candidata della discontinuità nel segno della gioventù, del genere femminile, del nuovo che c’è anche se non si vede o che non c’è anche se si desidera che ci sia.

Bonaccini poterebbe servire “gattopardescamente” a cambiare tutto per non cambiare niente, Schlein potrebbe rappresentare una ventata che spazza via il partito per provare a costruirne uno nuovo. Senonché per fare un partito ci vorrebbe anche una storia alle spalle possibilmente senza rimanerne prigionieri. Bonaccini, a dargliela lunga, potrebbe costituire l’inizio dell’epoca di cambiamento della sinistra italiana; Schlein, ad essere generosi, potrebbe comportare un cambiamento di epoca. Magari, giocando sulle parole, finiranno per fare un ticket.

Dirò subito di essere neutrale rispetto a questa due candidature, aggiungendo però (alla Benigni) che Bonaccini non mi piace affatto. Non sono disposto a salire sulla mongolfiera bonacciniana. Le sue prime dichiarazioni a supporto della candidatura mi hanno confermato nel giudizio.

Tutto sommato si sta aprendo un congresso chiuso o si sta chiudendo, ancor prima di partire, un congresso aperto. Mi informerò meglio sulla giovane vita e sulle fresche idee di Elly Schlein. Basteranno per farne una leader capace di trovare una identità per il nuovo partito e un programma credibile per governare il Paese? Ho seri dubbi, ma tentare, o meglio, aspettare non nuoce.

 

 

 

(Mal)destra o pirandelliana

“Una legge di Bilancio non si presenta in 4 minuti”. Botta e risposta di Giorgia Meloni con i giornalisti presenti alla conferenza stampa sulla manovra approvata nella notte dal Consiglio dei Ministri. Dopo una introduzione, la premier ha risposto ad un primo blocco di domande ma poi ha chiesto di poter andare per rispettare un appuntamento esterno. I cronisti hanno protestato, chiedendo di poter fare altre domande. “Non mi pare si possa dire che non siamo disponibili. Mi ricordo che in altre situazioni siete stati molto meno assertivi, disponibili – ha spiegato Giorgia Meloni – Mi dite di tagliare l’introduzione? Ma questa è una legge di Bilancio, penso che nessuno si aspetti che presentiamo una legge di Bilancio in 4 minuti. Siamo persone serie, le cose le voglio spiegare”. Di fronte alle rinnovate rimostranze dei giornalisti, la presidente del Consiglio ha aggiunto: “Ho il presidente di Confartigianato che sta aspettando me, gli spiegherò che altrimenti voi dite che non rispondo alle domande. Non mi pare siate stati così coraggiosi in altre situazioni, so io a cosa mi riferisco”.

“Il direttivo dell’Associazione stampa parlamentare non può che stigmatizzare le insinuazioni della presidente del Consiglio sul lavoro dei colleghi. L’Asp si è sempre spesa per una corretta collaborazione tra le istituzioni e i giornalisti che seguono i lavori del Parlamento e di Palazzo Chigi, auspicando che si possano trovare – e accrescere sempre di più – spazi di confronto tra istituzioni e stampa. A partire dalle conferenze stampa, nelle quali il dovere del giornalista è esattamente quello di fare le domande”, dice la nota dell’Associazione Stampa Parlamentare.

“Chi ricopre cariche pubbliche ha il dovere di rispondere alle domande. Né può pensare di liquidare con insinuazioni e dietrologie i giornalisti che cercano di ottenere risposte, perché questo in democrazia è un preciso dovere per chi fa informazione. Va per questo respinta con forza, perché inaccettabile nella forma e nella sostanza, la reazione della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, alle richieste dei giornalisti di rivolgerle altre domande al termine della conferenza stampa di presentazione della manovra economica”. Lo afferma, in una nota, Raffaele Lorusso, segretario generale della Fnsi. “È indubbio – prosegue – che un capo di governo sia oberato di impegni, ma una migliore organizzazione dei tempi, specie quando si discute di temi delicati per la vita del Paese, è sempre possibile. Con l’auspicio che ciò possa avvenire in futuro, non sarebbe male se i cronisti prendessero l’abitudine, come pure talvolta è avvenuto in passato, di non partecipare o abbandonare i comizi camuffati da conferenze stampa di cui, non da oggi, ci sono numerosi esempi lungo tutto lo Stivale. Sarebbe un modo per stigmatizzare in modo chiaro e inequivocabile di fronte all’opinione pubblica i comportamenti di chi continua a confondere il lavoro dei giornalisti con quello, pure prezioso e rispettabile, delle proprie segreterie particolari”.

La polemica si è spostata dai contenuti della manovra governativa di bilancio ai rapporti fra stampa e governo. Le lingue battono dove i denti dolgono: quella di Giorgia Meloni batte sulla sua innata prepotenza politica, che si accompagna ad inevitabile insofferenza al confronto dialettico; quella dei giornalisti sul loro opportunismo, che trovava sbocco ideale nel potere forte draghiano mentre oggi deve ripiegare nella evidente debolezza meloniana. Roba da psicopolitica!

Preferisco fare un commento di fondo al merito delle disposizioni governative. Ho provato a passarle in rassegna sul piano squisitamente politico (sono di destra o di sinistra?), dal punto di vista economico (sono prudenti o azzardate?), dal punto di vista sociale (sono a favore dei ricchi o dei poveri?), dal punto di vista strategico (sono novità o cose vecchie?).

Sono arrivato alla malinconica conclusione che non si tratti né di carne né di pesce. Sembrano studiate apposta per barcamenarsi. Sarà difficile applaudirle, sarà difficile opporvisi, sarà impossibile discuterle. Sotto la manovra niente! Ecco perché la polemica è partita dal metodo di presentazione piuttosto secco e prepotente. Altrimenti da entrambe le parti non si sarebbe saputo cosa dire. Una manovra “così è se vi pare”, incolore, insapore ed inodore. Tutti potranno trovarvi qualcosa di buono salvo smentirsi immediatamente alla disposizione successiva. Tutti potranno trovarvi qualcosa di inaccettabile salvo ammettere che tutto sommato poteva anche andare peggio.

Persino il contendere più delicato, mi riferisco al reddito di cittadinanza, esce talmente mal ridotto dalla ventilata riforma da far rimpiangere e rivalutare la sbrigativa ma sopportabile demagogia grillina. Tutto sommato è da preferire il “popoclientelismo” delle briciole al “criopragmatismo del nulla”. Qualcuno ha parlato di “caccia al povero”, io direi piuttosto che si tratti di “tiro al piccione”. E questa sarebbe la politica che si riappropria del proprio ruolo? Ma fatemi il piacere! Avevano ragione: se avessero aspettato ancora qualche mese, Mario Draghi avrebbe messo le radici a Palazzo Chigi. Invece…

I dialettanti della politica

Inserire il dialetto veneto tra le lingue delle minoranze tutelate dall’articolo 6. Questa l’ultima battaglia della Lega, che si allaccia a quella aperta sull’Autonomia differenziata. Il Carroccio ha infatti presentato alla Camera un disegno di legge per poter insegnare le lingue regionali nelle scuole “di ogni ordine e grado con una particolare attenzione alla scuola materna”.

L’iniziativa parlamentare, a prima firma di Massimo Bitonci, sottosegretario al ministero dello sviluppo Economico, e presentata insieme ad altri 17 deputati leghisti, vuole quindi aggiungere il veneto tra le lingue minoritarie prevedendone l’obbligatorietà dell’insegnamento. Se la riforma andasse a buon fine, servirebbe però un ulteriore passo. La Regione guidata da Luca Zaia dovrebbe infatti siglare un protocollo d’intesa con il ministero dell’Istruzione per definire i criteri generali. 

La norma punta a diffondere il dialetto anche tramite i media. Il disegno di legge coinvolge anche i media del territorio: un articolo infatti prevede che la Regione possa ratificare “accordi con la società concessionaria del servizio pubblico radiotelevisivo e con le emittenti radiotelevisive locali, anche a tal fine appositamente costituite, per la promozione di trasmissioni giornalistiche e di programmi generali in lingua minoritaria”.

Anche in Piemonte si discute di una proposta di Legge simile, a firma del consigliere regionale leghista Andrea Cane. Il provvedimento vorrebbe salvaguardare il patrimonio linguistico e dialettale regionale, “in quanto elemento qualificante dell’identità piemontese”, prevedendo che il dialetto venga utilizzato anche nella cartellonistica, nella segnaletica turistica e per i segnali stradali e introducendo a scuola un’ora facoltativa di piemontese. (Sky TG24)

L’iniziativa leghista dimostra ulteriormente come questo partito sia alla disperata ricerca di una riscossa dopo la batosta elettorale del 25 settembre scorso. Le sta provando tutte, dai migranti ai pensionandi, dai regionalisti ai “dialettisti”. Tutto fa brodo.

Sul supplemento di autonomia alle regioni dissento categoricamente: visto come stanno esercitando gli attuali poteri, dargliene di altri sarebbe un salto nel buio. Fosse per me gliene toglierei. La riforma regionalista, checché se ne dica, è stato poco più di un flop: a burocrazia consolidata ed esperta si è aggiunta burocrazia improvvisata e incapace (provare per credere); agli egoismi corporativi si sono aggiunti quelli territoriale; sulla dicotomia nord-sud si è spalmato un po’ di trucco regionale; ai gruppi di potere centrali stanno facendo da contraltare quelli periferici.

Vorrei solo aggiungere due parole sul discorso del dialetto che, in un certo senso, si inquadra nell’ipotesi della cosiddetta “autonomia differenziata” a livello regionale. Poco più di un maldestro tentativo di rispolverare l’identitario indipendentismo bossiano coniugandolo col sovranismo salviniano: una trappola in cui cadranno probabilmente i palloni gonfiati regionalisti di destra e sinistra.

Stando al vernacolo, dico subito che in casa mia, nel mio quartiere, nella società in cui sono cresciuto si parlava abitualmente il dialetto: nessuno me lo ha mai proibito in base alla sciocchezza che l’uso del dialetto potesse pregiudicare il corretto apprendimento della lingua italiana. A mio giudizio è vero il contrario!

Come diceva Pier Paolo Pasolini, il dialetto vale nella misura in cui riesce ad esprimere la cultura del popolo che lo parla. I dialetti raccontano altre epoche, che tuttavia hanno molte cose da insegnarci. Sono un tuffo rigenerante nel passato: inutile però illudersi di tornare indietro, meglio coglierne i messaggi per tradurne la “valorialità” nella società odierna. Il dialetto è e deve rimanere qualcosa di fresco e spontaneo e quindi non serve indulgere a moralistiche nostalgie: coglie con profonda e spontanea simpatia personaggi reali di un mondo reale, con i loro pregi e difetti senza scadere nel vignettismo calato dall’alto.

Il dialetto deve rimanere nella logica del bicchiere di carta: non si può pretendere di spacciare il dialetto per un bicchiere di cristallo (Pasolini docet). Come diceva un mio grande insegnante, in viaggio, allo stadio, per strada, non si può bere che con un bicchiere di carta…così come non si può dimostrare il teorema di Pitagora usando espressioni dialettali.

Le demagogiche e velleitarie iniziative legislative, veneta e piemontese, rischiano di cedere alla snobistica tentazione dell’accademia dialettale o, ancor peggio, all’impossibile tentativo di risuscitare un modo di vivere, staccato dalla realtà odierna. Il dialetto non si può insegnare a scuola, così come non si può insegnare a vivere. Il dialetto si parla nella misura in cui è vita vissuta e non raccontata.