Tutte le tangentopoli sono bigie

In attesa che emergano eventuali e precise responsabilità di carattere penale, di fronte alla tangentopoli europea non si può che ascoltare la musica di fondo, che tuttavia disturba assai le orecchie di chi concepisce la politica non come l’arte degli affari propri e dei potenti, ma come un servizio alla gente. Il ciclone giudiziario che sembra imperversare presenta due relative novità qualunquiste: anche i gatti europei sono bigi e bigi sono anche gli esponenti politici.

Mia sorella metteva da parte gli schemi politici tradizionali, che a suo pensare, a livello europeo, servivano a coprire una sostanziale e generalizzata conservazione o addirittura un’opzione reazionaria. Quando andò, in rappresentanza del movimento femminile della Democrazia Cristiana, in visita alle istituzioni europee, tornò a casa estremamente delusa e, col suo solito atteggiamento tranchant, disse fuori dai denti: “Sono tutti dei mezzi fascisti!”. Credo che un po’ di ragione ce l’avesse. Penso volesse dire che non credevano in un’Europa aperta, solidale, progressista e partecipata, ma erano chiusi in una concezione burocratica, conservatrice se non addirittura reazionaria. Può darsi che da allora la situazione sia addirittura peggiorata. Chissà cosa direbbe oggi alla luce del trumpismo, del populismo e del sovranismo. Lo immagino e non mi azzardo a scriverlo per non esagerare alle sue spalle.  Non vorrei che fossimo costretti a cercare il male minore, vale a dire chi è meno conservatore, meno reazionario, meno fascista: il compromesso ipotizzabile ai livelli più bassi. E cosa aggiungerebbe a margine degli attuali i rumors tangentizi o tangentari come dir si voglia? Dove regnano la burocrazia in sostituzione della politica e l’intrigo internazionale al posto della diplomazia, può succedere di tutto.

Resta da verificare se i fatti emergenti siano considerabili come brutte eccezioni di una regola sana o come regole insane di una brutta macchina europea. Qualcosa che non va mi sembra comunque indiscutibile. L’affarismo inquina i rapporti politici a livello internazionale come del resto anche a livello nazionale. Si dirà che è sempre stato così e sempre sarà così. L’affarismo non ha tempo e non ha confini. Non è una consolazione, ma una desolazione.

Parlando di religione e prendendo a riferimento il Vangelo si dice che i mercanti entrano nel tempio: questa concettosa realtà è stata sviluppata ed ammodernata nel senso che il tempio è entrato nel mercato. Facendo un parallelismo si potrebbe dire che gli affaristi entrano in politica, ma che, progressivamente, le istituzioni politiche stanno funzionando come un affare. È questo il più x che ci deve alquanto preoccupare.

Sul fronte dei partiti bisogna aggiungere che l’affarismo non ha tessera. Enrico Berlinguer in una famosa intervista rilasciata ad Eugenio Scalfari fu spietato analista e facile profeta nel porre “la questione morale” come un macigno che grava sulla credibilità della politica. Destra e sinistra non solo si stanno sempre più assomigliando sul piano programmatico, ma arrivano ad essere simili (in senso negativo) anche moralmente parlando. È un disastro!

D’altra parte, come avveniva con incredula sofferenza durante le animate ed approfondite discussioni con l’indimenticabile amico Walter Torelli, ex-partigiano e uomo di rara coerenza etica e politica, già agli inizi degli anni novanta constatavo che alla politica stava sfuggendo l’anima, se ne stavano andando i valori e rischiava di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restava che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”.

Non so se venga prima la degenerazione partitica o l’inquinamento istituzionale: sono strettamente connessi ed interdipendenti. Chi viene colto con le mani nella marmellata ha buon (?) gioco nel nascondersi dietro un fatalistico “così fan tutti”.

Certo questi emergenti scandali danno un’ulteriore picconata alla credibilità della politica e dell’Europa. Rischia di vincere il qualunquismo verso i partiti e lo scetticismo verso le Istituzioni europee. Sapete così facendo dove si va a finire? Nel fascismo! Diamogli pure una bella truccatina, rivestiamolo di panni alla moda, spacciamolo come un’inevitabile involuzione globale, riteniamolo una risposta al vuoto pneumatico del mondo in cui viviamo, sempre fascismo rimane. E che la sinistra stia a guardare o addirittura ne sia coinvolta è cosa che mi fa accapponare la pelle.

Molto tempo fa, se non ricordo male ai tempi della tangentopoli italiana scoppiata negli anni ottanta/novanta del secolo scorso, un mio acuto conoscente mi pose una domanda (quasi) retorica: “Sono più qualunquisti i cittadini che non ne possono più di una politica sporca o i politici che continuano a sporcare le istituzioni in cui operano?”. Non risposi niente, mi salì un nodo alla gola pensando a quanti avevano servito gli ideali democratici. Tutti gabbati?!

 

L’evasione barbarica

L’Italia è maglia nera sul fronte del mancato gettito dell’Iva. Il dato, relativo al 2020, emerge dall’ultimo rapporto della Commissione Europea pubblicato ieri sul “gap” Iva, e cioè la cifra mancante rispetto a quanto previsto. Complessivamente, ai 27 Stati membri sono “mancati” 93 miliardi di euro (il 9,1%).

L’Italia è in testa, appunto, con 26 miliardi di euro (anche se in flessione rispetto ai 31,08 miliardi del 2019). Una cifra che, da sola, basterebbe e avanzerebbe a coprire i 21 miliardi di euro previsti dal governo nella legge di Bilancio per il caro-bollette nel 2023.

L’Italia è seguita da Francia (14 miliardi di euro) e Germania (12 miliardi). Il Belpaese è invece terzo in termini di percentuale con il 20,8%, ovvero quindi più di un euro d’imposta evasa ogni 5 dovuti al Fisco, ma dietro economie assai meno sviluppate della nostra come la Romania con il 35,7% e Malta con il 24,1%; mentre i più “virtuosi” sono Finlandia (1,3%), Estonia (2%) e Svezia (2%).

Se è vero che, come sosteneva patriotticamente il presidente Sandro Pertini, l’Italia non è né prima né seconda a nessun altro Paese, purtroppo bisogna ammettere che vanta dei tristi primati che ne condizionano lo sviluppo socio-economico e l’assetto democratico.

Sono sostanzialmente tre i fenomeni negativi che ci contraddistinguono e che pesano sulla società come autentici macigni: la mafia e la corruzione in genere, la burocrazia e l’evasione fiscale. Sono difetti annosi e tra loro collegati.

Due parole sull’inefficienza burocratica. Molto tempo fa il ministro della riforma burocratica Massimo Severo Giannini, dopo qualche tentativo andato a vuoto, vista la difficoltà al limite dell’impossibilità di cambiare le cose, diede le dimissioni preannunciando di voler emigrare negli Usa. Giustamente l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini lo rimproverò aspramente. Avevano ragione entrambi?! Il primo si arrendeva di fronte alla forza delle procedure e degli apparati burocratici, il secondo strigliava la politica incapace di superare gli apparati.

Per commentare il fenomeno dell’evasione fiscale vado invece a prestito dalla saggezza di mio padre, che non era un economista, non era un sociologo, non era un uomo erudito e colto. Politicamente parlando aderiva al partito del buon senso, rifuggiva da ogni e qualsiasi faziosità, amava ragionare con la propria testa, sapeva ascoltare ma non rinunciava alle proprie profonde convinzioni mentre rispettava quelle altrui. Volete una estrema sintesi di tutto cio? Eccola! Rifletteva ad alta voce di fronte alle furbizie varie contro le casse pubbliche: «Se tutti i paghison e i fisson col ch’l’è giust, as podriss där d’al polastor aj gat…».

Aggiungo di mio una considerazione al limite del banale: le risorse per risanare i conti pubblici e per mettere le casse erariali in grado di sostenere le giuste riforme bisogna cercarle, trovarle e prelevarle laddove sono annidate. Occorre il coraggio di individuare la ricchezza e di sottoporla ad un equo prelievo fiscale. Da quando mi interesso di politica, vale a dire da sempre, ho sentito premettere e promettere una riforma fiscale. Se ne sono succedute parecchie, più o meno di carattere generale, ma non hanno ottenuto il risultato sperato. Spesso sono rimaste vittima di eccessi burocratici, spesso sono affondate nella confusione normativa, spesso hanno dribblato il problema di fondo per ripiegare sulla tassazione più facile da applicare.

Il discorso sarebbe lunghissimo. Mi limito a considerare che, se è vero che all’attuale governo, per onestà intellettuale, non possono essere imputate carenze risalenti alla notte dei tempi, è altrettanto vero che le prime mosse non lasciano ben sperare. Il condono, la permissività nell’uso del contante, la non obbligatorietà fino ad un certo limite per l’adozione del pos per i pagamenti, l’introduzione, seppur limitata, della tassa piatta, sono tutti segnali in grave controtendenza rispetto all’esigenza di una rigorosa azione fiscale. Non so se si tratti di una consapevole strizzata d’occhio ai potenziali evasori, di un tranquillizzante messaggio ai già consolidati evasori, di una resa all’evidenza dell’inscalfibile evasione. Certamente sono decisioni che non forniscono buone prospettive a chi aspetta qualche “inequità” in meno.

Qualcuno (il giornalista Antonio Padellaro) sostiene che gli Italiani così abbiano perso le elezioni e perdano sempre più la fiducia nella politica, che regolarmente li delude. È innegabile che, creando i presupposti per un governo di destra, gli elettori abbiano sorvolato su quanto insegna, seppur sommariamente, la storia: nei momenti di gravi difficoltà con la necessità di fare grossi sacrifici, è la sinistra a poter governare, mentre la destra è adatta a gestire le fasi di relativo benessere economico. Mi si dirà che anche la sinistra fa molta fatica a tassare i ricchi per sollevare i poveri, che anche Mario Draghi ha fatto ben poco in tal senso. Figuriamoci la destra!

Non mi sorprende quindi che il governo Meloni stia brancolando nel buio della impossibilità politica ad introdurre una tassazione equa quale presupposto per una redistribuzione della ricchezza a favore dei soggetti più in difficoltà. Gli Italiani, prima di votare, hanno buttato in aria il cappello e siccome l’aria sembrava tirare verso destra, sono andati in quella direzione. Adesso cominciano a rendersene conto, ma forse è un po’ tardi.

Resta il mistero della fede in Sergio Mattarella, resosi ulteriormente e clamorosamente evidente nella serata inaugurale della stagione lirica scaligera. Applausi frenetici ed interminabili, grida di riconoscenza e ringraziamento verso il Presidente, che non rappresentano un fatto isolabile localmente e culturalmente, ma lo specchio fedele di un comune sentire del popolo italiano. Come si concili un simile sentimento con il voto recentemente espresso, resta un interrogativo per certi versi sconvolgente. Gli elettori nelle urne hanno premiato coloro che si sono posti in drastica controtendenza rispetto alla visione istituzionale e politica portata avanti con grande fatica e senso di responsabilità da Sergio Mattarella. Valli a capire gli Italiani! Magari, di fronte alle cavolate iniziali del governo (eletto dal popolo, si dice con una forzatura democratica), si difenderanno sostenendo che tutti i gatti sono bigi e che ci hanno provato. Con una piccola differenza, che le scelte politiche non sono come quelle degli abiti da indossare, che si possono cambiare sbrigativamente.

Possibile che da un governo di destra si aspettassero un comportamento di giustizia fiscale? Impossibile, ma vero! Comunque forse pensano di mettersi a posto la coscienza e il portafoglio applaudendo Mattarella, il quale, da parte sua, non può che prendere faticosamente atto della situazione, cercando di smussare gli angoli contro cui rischiamo di sbattere la testa.

La classe non è acqua

Roma, 22 novembre 2022 – Dal Quotidiano Nazionale – Conferenza stampa sulla manovra 2023   con coda polemica. La premier Giorgia Meloni ingaggia un botta e risposta con i giornalisti al momento delle domande. Prima sui tempi di approvazione della legge di bilancio. “Io più di fare la legge di bilancio in 30 giorni non potevo fare. Il precedente governo la fece il 20 novembre e stava lì da febbraio, non da settembre come noi, ribatte. Abbiamo fatto il nostro meglio per lasciare il tempo al Parlamento”.

Poi quando i cronisti protestano perché lei accenna ad andar via per un altro impegno istituzionale. “Non mi pare si possa dire che non siamo disponibili. Mi ricordo che in altre situazioni siete stati molto meno assertivi, disponibili – dichiara la presidente del Consiglio seccamente -. Mi dite di tagliare l’introduzione? Ma questa è una legge di Bilancio, penso che nessuno si aspetti che presentiamo una legge di Bilancio in 4 minuti. Siamo persone serie, le cose le voglio spiegare”.  

Di fronte alle rinnovate rimostranze dei ‘colleghi’ giornalisti, la presidente del Consiglio sbotta: “Ho il presidente di Confartigianato che sta aspettando me, gli spiegherò che altrimenti voi dite che non rispondo alle domande. Non mi pare siate stati così coraggiosi in altre situazioni. A cosa mi riferisco? Lo so io, lo so”.

La premier si sottopone dunque a un altro giro di domande e, immancabile, arriva quella sui rapporti con il presidente Emmanuel Macron. “La crisi diplomatica con la Francia sui migranti, visto che è dovuto intervenire anche il presidente della Repubblica, le ha insegnato magari ad avere un approccio meno propagandistico nei confronti dei Paesi partner dell’Italia a partire dai suoi alleati?”, chiede il cronista. “È una vita che voi volete insegnarmi qualcosa… però c’è modo e modo di fare le domande”, risponde a muso duro. Poi spiega: “No, non mi ha insegnato niente, perché credo di aver fatto il mio lavoro come sempre, difendendo gli interessi della nazione e non mi pare che, a differenza di quanto raccontato per molto tempo da chi mi insegna come deve funzionare il mondo, stia crollando qualcosa qui intorno”.

L’insofferenza verso i giornalisti non è comunque una prerogativa di Giorgia Meloni. Ritengo utile metterla a confronto con due illustrissimi suoi predecessori di parecchio tempo fa: Bettino Craxi e Aldo Moro. L’arte di reagire con stizza alle domande imbarazzanti era abbastanza in uso anche nella prima Repubblica, ma, come si suole dire, c’è modo e modo.

Partiamo con Craxi. Il quotidiano Paese Sera ai socialisti non perdonò gli abusi, e gli episodi di corruzione, sempre più frequenti sotto la gestione di Craxi. Craxi lo odiava. Quando Claudio Fracassi, in una trasmissione televisiva, disse che Paese Sera era un giornale libero e indipendente, Craxi rispose: “Bè, questo vallo a raccontare a tuo nonno”. Fracassi dimostrò allora che Paese Sera aveva uno stile: “Lei, onorevole Craxi – ribatté soavemente – è un maleducato”. 

Altro siparietto nel 1986 vide protagonisti un giornalista e l’On. Bettino Craxi: – “Si dice che i socialisti abbiano voluto autoaffondare il governo…”.  “Chi lo dice è un coglione.” – “Ma lo dice Altissimo…”  “Allora è un Altissimo coglione!”.

 

Vediamo Aldo Moro. Durante una conferenza stampa da Presidente del Consiglio – allora la serie di tribune elettorali culminava in quella riservata al capo del governo in carica – di fronte ad una domanda ripetitiva, con il suo inconfondibile e flemmatico stile, non degnò neppure di uno sguardo il giornalista pappagallo, si rivolse al moderatore e laconicamente disse: «Ho già risposto…». Con quella scarna battuta aveva indirettamente rivolto ai suoi colleghi un pressante invito alla sostanza della politica (lui che sapeva fare discorsi di ore, era capace di non sprecare neanche un minuto sulle oziose polemichette da quattro soldi) ed una lezione di etica professionale ai giornalisti chiacchieroni e disattenti. Se non ricordo male il giornalista in questione naturalmente non si accontentò e prosegui in una polemica ideologica che avrebbe richiesto chilometriche risposte. Moro la fece corta e aggiunse: “Sono talmente pesanti le sue accuse che, se lei è convinto di quel che dice, non vale la pena che io la contraddica: giudicheranno gli elettori…”.

 

Che dire? Giorgia Meloni non ha la stoffa arrogante e presuntuosa di un Craxi e tanto meno la sobrietà e la calma di Aldo Moro. Sono cambiati i tempi? Sì, ma soprattutto è diminuito il livello dei politici e dei governanti. Si può essere intransigenti con classe e si può essere altezzosi in punta di forchetta. Non è il caso di Giorgia Meloni!

 

Un ministro laico o togato o targato?

Il quadro riformatore della giustizia prospettato dal ministro Carlo Nordio, nel suo intervento alla commissione Giustizia del Senato, in cui ha presentato le linee guida del suo ministero, è stato impropriamente ed esageratamente considerato come un pesante attacco contro i magistrati e l’attuale assetto della magistratura.

Il dibattito conseguente si è immediatamente spostato sulla contrapposizione manichea tra garantismo e giustizialismo, nel senso che il ministro Nordio viene visto come un vindice filoberlusconiano rispetto alle ingerenze giudiziarie nella politica alla faccia di Giorgia Meloni storicamente auto-considerata una forte, inesorabile e pregiudiziale fustigatrice dei comportamenti scorretti e illegittimi. Si sta facendo a gara nel cercare passati pronunciamenti meloniani giustizialisti in chiara discontinuità con l’attuale linea del suo governo così come impostata dal garantista ministro Nordio.

Le incoerenze di Giorgia Meloni si sprecano un po’ in tutti i settori, dai rapporti con le istituzioni europee alle politiche di bilancio, dalla lotta all’evasione fiscale ai rapporti con l’Occidente. Aggiungiamoci pure tranquillamente la giustizia intesa in senso stretto e lato. È legittimo porsi il dubbio di come potrà fare a convivere con le idee riformatrici di Carlo Nordio, che peraltro era stato individuato da Fratelli d’Italia come candidato di bandiera durante la recente elezione parlamentare del presidente della Repubblica. Staremo a vedere: le contraddizioni nell’iniziale azione di governo non mancano, in parte dovuti ad improvvisazione ed inesperienza, in parte dovuti alla ricerca di un compromesso fra velleità identitarie di una destra non governativa e la necessità di affrontare le situazioni con un taglio pragmaticamente governista (lo chiedono l’Europa, i mercati, le varie emergenze, le scarse risorse disponibili, l’inevitabile scala di priorità nei problemi), in parte dovuti alle divergenze di vedute programmatiche fra i partner di governo (divisi sostanzialmente su quasi tutto ad esclusione del mantenimento del potere conquistato).

Ciò non toglie che sia necessaria una vera e radicale riforma della giustizia, anche perché bisogna ammettere il flop della precedente ed altolocata ministra Marta Cartabia, verso la quale si nutrivano attese purtroppo andate deluse.

La giustizia è materia delicatissima che tocca nel vivo delle persone e dei rapporti istituzionali e fra Stato e cittadino. Non può quindi essere affrontata in modo superficiale e tanto meno in base a presupposti di polemica squisitamente politica. Ecco perché sono andato a rileggermi un documento che l’ex senatore nonché insigne giurista Giorgio Pagliari mi fece avere in occasione della celebrazione dei referendum sulla giustizia dello scorso giugno, malamente sprecati quale occasione di sbloccare almeno la strada verso una vera e radicale riforma. Ne riporto di seguito alcuni brevi ma importantissimi passaggi.

“La situazione, non può essere più tollerata per le troppe disfunzioni oggettive, che rendono inefficienti tanto la giustizia civile, quanto la giustizia penale. E per un contesto che porta troppa parte della Magistratura – in specie, quella inquirente – a pensare che autonomia e indipendenza significhino impunità e comunque libertà di usare gli strumenti a sua disposizione fino al confine dell’”abuso del diritto”.

I magistrati, infatti, sono gli unici dipendenti pubblici, che, in buona sostanza, non devono rispondere della loro azione sul piano della responsabilità civile. E, tra l’altro, questo consente, contro logica e principi, che la pubblica accusa, possa avviare indagini, chiedere l’arresto di persone e/o il sequestro preventivo di beni, senza essere chiamata a rispondere delle proprie azioni, che incidono sulla vita delle persone financo più delle sentenze definitive, neanche quando le stesse iniziative siano giudicate errate, prive di fondamento giuridico, da sentenze dei giudici penali.

Quanto alla separazione delle carriere appare, nel quadro attuale, l’unico rimedio possibile per creare le condizioni di un’effettiva indipendenza tra la magistratura inquirente e la magistratura giudicante., così da assicurare un vaglio vero da parte di quest’ultima delle richieste dei PM, troppo spesso oggi senza un filtro vero”.

Mi sembrano i due punti nodali da affrontare e da cui partire. Il resto, mi riferisco al discorso dell’uso/abuso delle intercettazioni, dell’obbligatorietà dell’azione penale, delle modalità di accesso alla magistratura, della funzione disciplinare sull’operato dei giudici, dipende dalla soluzione che si vuol dare ai nodi di fondo.

Il ministro ha sollevato anche altri discorsi, vale a dire la lotta contro la corruzione, la depenalizzazione dei reati, il sistema carcerario: tutte questioni molto rilevanti. Temo che, essendo il ministro un ex-giudice (ricordiamo che Oscar Luigi Scafaro come magistrato si sentiva «la toga cucita sulla pelle») e dovendo trovare comunque un punto d’incontro con le opinioni corporative dei magistrati, non affronterà il discorso della responsabilità dei magistrati, che, a mio modesto giudizio dovrebbe essere la madre di tutte le riforme in materia. Lo affermo non per sfiducia nei giudici, ma per troppa fiducia in essi, tale da non capire perché non vogliano assumere fino in fondo tutte le loro responsabilità.

Staremo a vedere cosa ci salterà fuori. Ricordiamoci che si tratta di una delle riforme poste dall’Unione Europea fra le condizioni per usufruire dei fondi del PNRR e che, al di là delle esigenze di una società che voglia considerarsi civile e democratica, comunque rappresenta una necessità imprescindibile per rendere la società italiana accogliente verso gli investimenti provenienti dall’estero.

Rammentiamo che non c’è giustizia senza garanzia dei diritti per tutti e non c’è garanzia dei diritti senza una giustizia efficiente e ficcante. Ecco perché mi fa venire il latte alle ginocchia la stucchevole polemica fra garantisti e giustizialisti e, se vogliamo, anche quella volta a prevedere se la riforma, che verrà varata, sarà berlusconiana o meloniana. Non mi fido dell’uno e dell’altra. Mi chiedo: riuscirà Carlo Nordio a ragionare con la sua testa sulla base della propria preparazione ed esperienza? Glielo auguro di cuore nell’interesse di tutti i cittadini. Non sta dicendo cazzate e non è poca cosa. Indro Montanelli esigeva che i politici parlassero poco e non puntassero a scaravoltare il mondo, ma si limitassero a far bene quel che serve. Ecco perché mi limito al momento ad aspettare con ansia una vera e radicale riforma della giustizia.

 

Il regime iraniano e la resistenza delle donne

Non vorrei che l’aria occidentale inquinasse più che favorire la resistenza iraniana e che gli islamici al potere lasciassero intendere che le donne iraniane rischiano di passare dalla schiavitù del velo a quella del femminicidio facile-facile.

Purtroppo l’Islam rimane saldamente ancorato ad una impostazione coranica scriteriatamente maschilista e antifemminista da cui non riesce a schiodarsi. Mentre il cristianesimo è riuscito gradualmente ad affrancarsi da una tradizione pesante e alienante, l’islamismo ne rimane vittima, anche perché non ha il riferimento evangelico (e non è poca cosa) a fargli da sponda. Mi pare che l’obbligo del velo da parte delle donne musulmane, al di là dell’inevitabile enfatizzazione dialettica che se ne sta facendo, rientri proprio in un retaggio oppressivo, che sta implodendo.

Quindi mi sembra molto pertinente quanto scriveva il teologo Vito Mancuso sulla libertà di “costume” in occasione della polemica sull’uso del burkini in spiaggio: «È semplicistico dire che alla libertà di andare in spiaggia con il bikini deve corrispondere quella di andarvi con il burkini: nel primo caso infatti si assiste a un movimento di liberazione del corpo, mentre nel secondo di asservimento. E la libertà, se la si intende seriamente, non è mai solo astratta, cioè fare quello che si vuole, ma sempre concreta, cioè fare quello che è giusto e fa bene, e non ci sono dubbi che la liberazione del corpo sia un bene, anche per la liberazione della mente che ne consegue».

Sosteneva ancora Vito Mancuso: «L’imam di Firenze ha accostato le suore cristiane alle donne musulmane, ma ha dimenticato che le suore rappresentano un gruppo particolare di donne che ha liberamente scelto di vivere in povertà, castità e obbedienza, e il cui abbigliamento richiama il loro stile di vita alternativo. Sono ben lontane però dal rappresentare tutte le donne occidentali, le quali hanno altrettanto liberamente orientato se stesse secondo ben altri stili di vita e di abbigliamento. L’islam, che non ha suore, in un certo senso tende a rendere un po’ suore tutte le donne che vi aderiscono».

Credo sia difficile per l’Occidente sostenere la resistenza iraniana, che si sta allargando ai giovani (donne e giovani sono la combinazione giusta per scardinare questo regime teocratico), senza cadere nelle forzature laiciste, nelle strumentalizzazioni politiche e geo-politiche, nelle disquisizioni etiche. Trovare la misura tra la solidarietà verso chi combatte per la liberalizzazione del sistema e la prospettiva dell’omologazione sic et simpliciter dell’Iran e del suo sistema agli schemi nostrani non è facile e impone convinzione assieme a serietà e rispetto. Siamo belli come il sole: da una parte protestiamo contro il regime iraniano, dall’altra non rinunciamo ad una geopolitica che lo mantiene al potere; da una parte ci scandalizziamo del trattamento oppressivo riservato alle donne, dall’altra continuiamo imperterriti con il nostro maschilismo che ci porta in tutti i sensi al femminicidio; da una parte cantiamo a squarciagola l’inno della democrazia, dall’altra della democrazia facciamo scempio nelle nostre scelte politiche di popolo e di governo.

Al di là di tutto mi sembra resti aperta nell’Islam (non solo quello radicale o radicaleggiante), grande come una casa, la questione femminile, che considero (e si sta rivelando sempre più) centrale ed emblematica. Non è certo con la più spietata delle repressioni che si può affrontarla. Ma facciamo attenzione a non soffiare sul fuoco. Che credibilità abbiamo infatti per pontificare sulla democrazia e sulle libertà? Men che meno sul rispetto per i diritti delle donne, da noi violentate tra le mura domestiche, nei parchi, negli androni dei palazzi, sfruttate sessualmente, considerate bambole gonfiabili da eliminare dopo l’uso, torturate ed uccise nella normalità quotidiana.

Potremmo anche finire con l’imbarazzare o addirittura squalificare un sacrosanto movimento di liberazione, che osservo con grande speranza, che condivido nelle sue ansie di rinnovamento, che mi auguro possa essere un passo avanti per la democratizzazione dell’Iran e del mondo intero. Solidarietà dunque alle iraniane e agli iraniani che si battono coraggiosamente per i loro diritti, ma niente precipitazione annessionistica né in senso culturale né in senso politico, semmai un aiuto fatto di scelte politiche chiare e coerenti.

 

 

 

 

 

 

Mi sento un “tabelano” del…calcio

Ho (da tempo) la netta impressione che il mondo del calcio viva sopra una montagna di debiti e di bilanci falsi. Tutti fanno finta di non saperlo a cominciare dai tifosi che preferiscono fare i guardoni dei divi del pallone. Personalmente ero entusiasta degli stadi vuoti imposti dalle restrizioni covid: si stava benissimo senza i cori che accompagnano le gesta delle squadre. Ora tutto è tornato alla normalità, il rito è stato ripristinato. Che peccato!

Stiamo vivendo l’avventura dei campionati mondiali con la Rai che ci inonda di stupidaggini, sciorinate da cronisti logorroici e da commentatori che ci insegnano che il pallone è quadrato e rispetta le loro assurde teorie calcistiche. Non se ne può più!

Molti anni fa in pieno “miracolo parmalattiero” smisi improvvisamente di seguire il Parma Calcio, peraltro ben messo in campo e in classifica. Durante una partita al Tardini con la Lazio mi trovai a soffrire di tifo e mi chiesi: che senso ha che io soffra per difendere gli interessi di Callisto Tanzi!? Smisi di frequentare lo stadio e fui facile profeta: il Parma viaggiava sopra una montagna di soldi praticamente falsi.

In questi giorni seguo le partite dei mondiali anche se mi chiedo continuamente: che senso ha questa sarabanda della tifoseria connotata di artificiosi patriottismi? che senso ha sorbirsi le cronache fatte solo di enfasi costruita dai mangiapane a tradimento sulle loro assurde professionalità? che senso ha entusiasmarsi per divi superpagati che, stando ai loro cachet, dovrebbero essere in grado di sfondare le reti ad ogni tiro in porta, che senso ha seguire un evento sportivo chiacchieratissimo da tutti i punti di vista, un vero e proprio circo calcistico? che senso ha fingere di divertirsi all’interno di un fenomeno di evasione di massa? che senso ha?

L’unica risposta plausibile la trovava mia madre, che a domanda rispondeva con un’altra domanda: “Co’ farissni tutt chi ciciaron lì se neg fis miga al balón?”. Drastico un mio zio, una sorta di anarchico del pallone, il quale prometteva di seguire il calcio, a condizione che “vintidù balón i corrison adrè a n’omm”.

Il concetto, che aveva mio padre del fenomeno calcio, tagliava alla radice il marcio; viveva con il setaccio in mano e buttava via le scorie, era un “talebano” (o “tabelano” detto con un simpatico strafalcione) del pallone. Per evitare accuratamente le code mediatiche pretendeva che il dopo partita durasse i pochi minuti utili per uscire dallo stadio, scambiare le ultime impressioni, sgranocchiare le noccioline, guadagnare la strada di casa e poi…. Poi basta. “Adésa n’in parlèmma pu fìnna a domenica ch’ vén”. Si illudeva, manteneva un certo distacco, erano altri tempi.

Il calcio è un male necessario. Gli affarismi che stanno a monte vengono visti con estrema tolleranza, tanto, così fan tutti…I compensi da nababbi non scandalizzano nessuno, almeno loro ci fanno divertire…Le chiacchiere mediatiche servono a passare innocuamente il tempo, a sostituire al catastrofismo dilagante il “calcismo” pedante…

Ricordo un episodio che mi raccontò un mio carissimo amico: si trovò a passare una lunga serata, impegnatissima in disquisizioni di alto livello culturale…alla fine i partecipanti al dibattito finirono per andare a puttane, non in senso figurato, ma in senso proprio.

Mi sta succedendo una cosa analoga: dopo avere disquisito sull’inoppugnabile e devastante fenomeno dell’alienazione calcistica, mi rifugio davanti al video per vedere le avventure pedatorie delle varie squadre nazionali, per verificare se sia meglio Messi o Mbappé.

Continuo a seguire il più bello spettacolo sportivo del mondo (sic!), anche se inquinato, rovinato, disastrato da chi ci vive davanti, dietro, sopra, sotto ed a latere. Bisogna pur vivere, ma niente Tv a pagamento, quelle proprio no e poi no. La (in)coerenza è l’anima del commercio calcistico.

La felpata vendetta della tecnica

In merito alla manovra economica del governo, moniti sono arrivati da Balassone, capo del servizio struttura economica del Dipartimento economia e statistica della Banca d’Italia, in audizione sulla legge di Bilancio 2023 nelle commissioni Bilancio di Camera e Senato, essenzialmente su tre scenari. Il primo è quello dell’equità fiscale. “In un periodo di inflazione elevata, la coesistenza di un regime a tassa piatta e uno a progressività come l’Irpef comporta una ulteriore penalizzazione a chi è soggetto a quest’ultimo”, ha dichiarato riferendosi all’estensione del regime semplificato sulle partite Iva fino a 85mila euro di fatturato. “La sussistenza di regimi fiscali eccessivamente differenziati tra differenti tipologie di lavoratori – ha spiegato – pone un rilevante tema di equità orizzontale, con il rischio di trattare diversamente, in modo ingiustificato, individui con stessa capacità contributivo”. Questo, va detto, non tiene però conto della diversità intrinseca tra Partite Iva e lavoratori dipendenti sul fronte delle tutele, delle garanzie sul reddito e delle spese sostenute per welfare, previdenza e via dicendo.

Il secondo fronte è quello del tetto al contante e dei pagamenti Pos, su cui la manovra del governo Meloni allenta la stretta rispetto agli esecutivi precedenti. Per Balassone “l’introduzione di istituti che riducono l’onere tributario per i contribuenti non in regola rischiano di entrare in contrasto con la spinta alla modernizzazione del paese che anima il Pnrr e con l’esigenza di continuare a ridurre l’evasione fiscale”.

Terzo punto è quello del reddito di cittadinanza. Bene la revisione, nota Bankitalia, per “risolverne le criticità”. Ma Balassone mette in guardia dalla totale eradicazione in assenza di altre misure di contrasto alla povertà e, soprattutto, inclusione al lavoro. “L’efficacia del rafforzamento degli obblighi formativi per i beneficiari attraverso il sistema della riqualificazione professionale presuppone un’adeguata offerta di corsi, la cui qualità sia verificata in modo appropriato, nelle regioni economicamente meno sviluppate del Paese”, ha concluso.

Non sono rilievi di poco conto o prettamente tecnici: precise e puntuali critiche sulla politica fiscale, sulla lotta all’evasione e sul reddito di cittadinanza. La Banca d’Italia, seppure in punta di forchetta, boccia la manovra ritenendola non equa dal punto di vista fiscale e insensibile sul piano sociale. Se si trattasse di un esame a livello universitario, la conclusione sarebbe: ritorni alla prossima sessione!

Mentre le opposizioni non fanno il loro mestiere, vuoi per esigenza congressuale, vuoi per eccesso di strumentalità, vuoi per mero tatticismo, mentre Confindustria e sindacato fanno fin troppo il loro mestiere non riuscendo a dare un significato complessivo alle loro critiche, mentre la stampa non entra nel merito dei problemi e si limita al solito manicheismo destra-sinistra, la Banca d’Italia dice la sua e merita molta attenzione, anche perché non si tratta di un pulpito di parte o di partito, ma di un’istituzione che dovrebbe avere riguardo alla situazione socio-economico-finanziaria del Paese.

Non ho una visione tecnocratica della politica ed infatti ho vissuto con molto spirito critico l’esperienza di governo draghiana, che gira e rigira, pur nella sua oserei dire indispensabilità, aveva connotati riconducibili alla tecnica che supplisce alle carenze della politica. Certo era molto meglio se questa parentesi si fosse conclusa in tempi ragionevolmente più lunghi, ma ormai è fatta e la politica ha inteso riappropriarsi in modo secco e per certi versi velleitario del proprio ruolo e del proprio spazio.

E allora la Banca d’Italia, l’Istituzione che ha la funzione diretta ad assicurare la stabilità monetaria e la stabilità finanziaria, requisiti indispensabili per un duraturo sviluppo dell’economia, alza il ditino e si permette di dissentire. Servirà? Mi auguro di sì. Queste critiche dovrebbero scuotere il governo e indurlo a qualche serio ripensamento prima che sia troppo tardi.

D’altra parte persino i sondaggi, per quel che valgono, indicano che gli italiani non la stanno prendendo molto bene. Forse era meglio se ci pensavano prima, tuttavia quando si esprime un certo spirito critico è sempre un fatto positivo.

È necessario però che tutti facciano la loro parte e non lascino alla Banca d’Italia il ruolo critico che dovrebbe caratterizzare tutta la società democratica. Scusi a lei piace Giorgia Meloni? Se andiamo avanti a colpi di questo genere rischiamo di non uscirne vivi. Io, che pur do un giudizio politico estremamente negativo sulla svolta a destra del Paese (e che destra!), che pur non dimentico la storia, che non digerisco il neofascismo riveduto e scorretto al potere, devo sforzarmi di guardare dentro questa scatola di governo che non mi attira affatto. Che la Banca d’Italia mi e ci assista!

C’è chi confonde il vino con l’aceto

Quando nel 2014 Giorgia Meloni alla domanda “Ma come blocchi gli sbarchi? Li fai affogare?” rispondeva “Si esattamente”. Riemerge in rete lo scontro a Ballarò su Rai 3 tra l’allora presidente di Fratelli d’Italia, oggi Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni e il sottosegretario alle politiche Europee del governo Renzi, Sandro Gozi. Meloni sosteneva che bisognava bloccare l’accoglienza fino a quando non si fosse sconfitta l’Isis. E poi incalzata da Gozi, che chiedeva “Ma come li fermi? Li fai affogare tutti? Li vuoi morti nel mediterraneo?”, Meloni rispondeva in un botta e risposta brutale e poco comprensibile: “Si, esattamente”.

Al di là di queste parole, che voglio immaginare dal sen fuggite, che conta è l’episodio nel suo complesso, questo breve spezzone televisivo: semplicemente agghiacciante forse grottesco (provare a rivederlo per credere).  E le parole non sono niente, è il tono che stupisce ancor di più: aggressivo, prepotente, sgarbato, oserei dire violento. Contro chi? Contro dei poveri disgraziati che rischiano fame, torture e morte.

Alcuni mi diranno che acqua passata non macina più, che Giorgia Meloni è cambiata. Purtroppo quella non era acqua, ma vino, di quello balordissimo e come noto il vino buono invecchiando migliora, mentre il vino cattivo diventa aceto.

A proposito di vino, voglio chiamare in causa mio padre ed il suo peccato di presunzione: «Bizoggna ésor bón ‘d bévor». Intendeva vantare la capacità di scegliere la giusta quantità, ma anche la migliore qualità. Se sul primo punto ho sempre avevo qualche perplessità, sul secondo non avevo dubbi. Mi capitò di assistere ad una scena clamorosa al riguardo. Durante l’intervallo di una partita di calcio, andammo insieme a bere presso la precaria mescita che veniva aperta nel dietro della “tribunetta” dei distinti, gestita da un amico. Mio padre si fece servire un bicchiere di vino bianco. Ne bevve un sorso e lo sputò clamorosamente dicendo: «Mo co’ m’ ät dè?». Io ebbi il timore che si potesse scatenare uno spiacevole alterco. Invece, senza fare una piega, il barista chiese delicatamente: «Mora, net piäzol miga col vén chi, ‘spéta…a t’nin dagh un bicér ‘d n’ätor…». Mio padre lo assaggiò e disse: «Cosst al ne va miga mäl» e lo bevve tranquillamente. Tornando sugli spalti gli chiesi: «Papà era veramente così balordo?». Mi rispose: «L’era balórd cme l’alsía e mi dal vén balórd  nin voj miga, an bév miga tant par bévor …».

Ho la netta impressione che gli italiani abbiano accettato per buono, e stiano iniziando a berlo come tale, il vino Meloni: se ne accorgeranno presto dell’errore e allora succederà quel che ipotizzava mio padre, il quale non era un patito del vino genuino e nostrano e non comprendeva parenti e amici che si cimentavano nella “mostatura” casalinga (“al vén fat coj pè”, nel senso di fatto male), in quanto sosteneva che ognuno deve fare il proprio mestiere senza oltretutto correre il rischio “ ‘d bèvor par tutt l’an un vén ch’a  sa ‘d bòtta” e intendendo quindi dare assoluta priorità al palato rispetto alla tracciabilità del prodotto.

Quindi o avranno il coraggio di sputarlo facendo un’autocritica feroce oppure continueranno a berlo come se fosse buono, facendo come quel tale che si scottò la lingua e la bocca dopo aver detto a impressione che la minestra era fredda.

Ma c’è un altro aspetto che viene messo in discussione dall’episodio meloniano, da cui sono partito ed a cui rinvio chi avrà la pazienza di riviverlo a distanza di otto anni: il più x femminino da cui molti sono rimasti affascinati ed a cui continuano ad applaudire tanto per essere moderni. E la femminilità di Giorgia Meloni al governo del Paese sarebbe una novità valida in se stessa e come tale da accogliere ed applaudire acriticamente? Ma fatemi il piacere…se una donna al governo ha nel suo retroterra culturale l’idea di difendere gli interessi italiani fino al punto di lasciare morire affogati i migranti, allora meglio un uomo, perché da lui me lo posso anche aspettare, mentre da una donna no e poi no. Resto soffertamente spiazzato.

Ripeto, forse per la seconda o addirittura per la terza volta, quanto ha dichiarato Edith Bruck, scrittrice, poetessa e traduttrice, sopravvissuta alla shoah, scappata dall’Ungheria e rifugiatasi in Italia dove tuttora vive: “Meloni sarà premier, la prima premier donna in Italia. Questo non è un bene in sé. Anzi: spesso, nei posti di vertice, le donne diventano peggiori degli uomini: tendono a volerli superare, e fanno peggio di loro, sono ancora più spietate. Nei campi di concentramento, le kapò che ho incontrato erano peggiori degli uomini: inumane, cattive. Non è un fatto strutturale, naturalmente, ma di contesto. Non sono sicura che il Paese sia maturo abbastanza per lasciare che una donna ai posti di comando riesca a essere chi è davvero. Meloni è circondata da uomini di un certo tipo, lavora in una struttura di un certo tipo. È amata da chi le dice cose terribili come “hai le palle”, cioè: vali perché sei come un uomo”.

Ha ragione questa tosta scrittrice: “L’Italia non ha più una coscienza civile e quindi il voto ha premiato l’urlo più forte”. E aggiunge: “Non mi fido di Meloni: quando dice che vuole unirci, intende che tutti dovremo seguire lei”. Mi permetto di spararla grossa: se Giorgia Meloni volesse veramente difendere i miei interessi a costo di respingere brutalmente i migranti, rinuncerei molto volentieri non dico solo a votarla ma addirittura a curare i miei interessi. Tutto il mal non vien per nuocere, se la durezza meloniana mi porta per reazione ad una certa qual generosità. Non diteglielo, perché si potrebbe ulteriormente insuperbire.

 

 

 

Il vedovo inconsolabile e i vedovi allegri

Tutta la mia militanza politica e partitica è stata caratterizzata da una convinta e costante ricerca del dialogo, a volte tutt’altro che facile, a volte aspro e serrato, ma sempre rivolto al servizio della popolazione in nome dei valori condivisi.

Durante le animate ed approfondite discussioni con carissimi amici (ricordo con particolare affetto l’amico Walter Torelli, comunista tutto d’un pezzo), uomini di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta si constatava come alla politica stesse sfuggendo l’anima, come se ne stessero andando i valori e rischiasse di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restasse che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti. In un sistema, dove i valori non contano un cazzo, i cittadini guardano il proprio tornaconto personale, le forze intermedie perseguono la propria sussistenza corporativa, trionfa la finta politica dei servitori obbedienti.

La vita individuale si fonda sulle motivazioni forti: si va dalla sfera etico-religiosa-culturale al piano dei sentimenti, dal campo professionale a quello dei rapporti con le altre persone. Lo stesso discorso vale, a mio avviso, per la società e la politica: le fondamenta devono stare in valori forti e condivisi. Quante volte con l’indimenticabile amico Walter Torelli ci siamo rammaricati per il lento inesorabile declino della politica in fuga dai valori, prevedendo lo scadimento nella inevitabile impostazione affaristica! Il segreto sta nella combinazione virtuosa dei due piani della costruzione: quello delle motivazioni comportamentali individuali e quello degli assetti societari. Se prevale il primo si rischia in negativo l’anarchia, in positivo (si fa per dire) lo stato etico. Se prevale il secondo si rischia in negativo la dittatura, in positivo (si fa per dire) il populismo.

Il tutto sta avvenendo dietro il paravento della caduta delle ideologie.  Nel 1992, il politologo statunitense Francis Fukuyama elaborò la teoria della fine delle ideologie nel suo bestseller “La fine della storia e l’ultimo uomo”. Nel libro, la storia dell’umanità è descritta come un unico processo di evoluzione e progresso che termina alla fine del XX secolo con il raggiungimento della “società ideale”, fondata sull’ordinamento liberaldemocratico, sulla globalizzazione e appunto la fine di ogni ideologia, considerata un retaggio del passato.

Sono due le definizioni dell’ideologia: il complesso delle idee e delle mentalità proprie di una società o di un gruppo sociale in un determinato periodo storico; il sistema concettuale e interpretativo che costituisce la base politica di un movimento, di un partito o di uno Stato. Nel teorizzare e praticare la loro fine si intendeva far uscire la politica da rigidi schemi che impedivano il dialogo e la collaborazione tra le diverse forze politiche imprigionandole in gabbie teoriche che le allontanavano dalla realtà. Senonché il “liberi tutti” ha costituito anche la fine dei valori e delle idealità e la retrocessione della politica a puro pragmatismo più o meno bottegaio.

Insieme all’acqua sporca dei massimalismi e degli integralismi abbiamo buttato via il bambino delle idee e dei valori democratici ed antifascisti, abbiamo perso i riferimenti di fondo e rischiamo di vagare nel buio laddove le luci fatue del populismo e del sovranismo sembrano le uniche bussole rimaste a disposizione. A destra ci si “autosdogana” dall’ingombrante e imbarazzante passato, a sinistra si pecca di benaltrismo, rincorrendo confuse e stucchevoli pseudo strategie di nuovismo e “transpoliticismo”.

Riguardando in questi giorni un bel filmato sull’evento storico della barricate antifasciste parmensi del 1922, una ribellione di popolo verso l’incalzante avvento del regime fascista, mi sono chiesto come è possibile che la storia diventi un esercizio retorico e l’antifascismo un optional da riporre in un angolo per correre dietro al primo che passa senza più badare al patrimonio ideale e valoriale difeso con le unghie e coi denti, senza capire che il fascismo non è una triste parentesi, ma un camaleontico modo di intendere gli assetti sociali e politici.

Ecco perché non comprendo la faciloneria con cui gli italiani, parmigiani compresi, sono saliti sul carro della destra per provare a fare un giro e vedere di nascosto l’effetto che fa. Il ragionamento perfidamente leggero è il seguente: se in politica una bottega vale l’altra, tanto vale provarne una purchessia, non si sa mai che offra qualche interessante opportunità. E le idee? E i valori? Roba da idealisti incalliti e anacronistici come il sottoscritto, inconsolabile vedovo della politica con la “p” maiuscola.

 

 

 

 

L’omertosa narrazione migratoria

Ci sono anche esponenti politici italiani ed europei tra i soggetti su cui la Corte penale internazionale potrebbe avviare un’inchiesta per “crimini internazionali”, commessi durante le operazioni di intercettazione nel Mediterraneo centrale e nei campi di prigionia in Libia.

Integrando una denuncia che era stata presentata un anno fa alla Corte penale, il Centro europeo per i diritti Umani e Costituzionali (European Center for Constitutional and Human Rights, Ecchr) ha fornito agli investigatori nuovi elementi per ricostruire la filiera degli «atroci crimini commessi contro migranti, rifugiati e richiedenti asilo nel contesto libico».

Il centro europeo per i diritti umani e costituzionali chiede di indagare sulla responsabilità penale individuale «di funzionari di alto livello degli Stati membri dell’Ue e delle agenzie dell’Ue in merito a molteplici e gravi privazioni della libertà personale». Tra i presunti coautori figurano esponenti politici ed ex ministri, come «gli ex ministri dell’Interno italiani, Marco Minniti e Matteo Salvini, l’attuale e l’ex primo ministro di Malta, Robert Abela e Joseph Muscat, l’ex Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, l’ex direttore esecutivo di Frontex, Fabrice Leggeri, nonché membri dei Centri di Coordinamento del Soccorso Marittimo italiano e maltese e funzionari di Eunavfor Med e del Servizio europeo per l’azione esterna (Seae)». Secondo l’esposto le condotte contestate potrebbero venire qualificate dalla procura internazionale sotto vari profili, compreso il reato di favoreggiamento nelle attività volte a intercettare migranti e rifugiati in mare per poi riportarli in Libia.

Commentando la notizia con il Guardian che aveva anticipato il deposito dell’esposto, Marco Minniti ha detto: “Non so della denuncia. La valuterò, come gli altri ministri dell’Interno dal 2017 ad oggi. All’epoca, l’accordo era stato firmato dal presidente del Consiglio italiano, Gentiloni, e dal suo omologo, al-Sarraj. Quindi, da tutti i registri, sembra che io non sia il firmatario”.

Nelle 180 pagine consegnate all’Aja vengono introdotti ulteriori «elementi fattuali e giuridici sulle operazioni con cui migranti e rifugiati vengono intercettati in mare e riportati in Libia. La denuncia – chiarisce la professoressa Meloni – giunge alla conclusione che le operazioni con le quali i migranti vengono intercettati nel Mediterraneo e riportati in Libia, spesso dalla cosiddetta. Guardia Costiera Libica con il coordinamento di attori europei, costituiscono di per sé crimini contro l’umanità».

In altre parole, quelle svolte in mare non sono operazioni di soccorso, ma «crimini contro l’umanità sotto forma di grave privazione della libertà personale» secondo lo Statuto di Roma, l’atto fondativo della Corte penale dell’Aja.

Dal 2016 le agenzie dell’Ue e gli Stati membri hanno potenziato lo sviluppo delle capacità e le attività di supporto alle varie agenzie libiche «fornendo finanziamenti, motovedette, attrezzature e formazione, nonché partecipando direttamente a singole operazioni di intercettazione in mare, ad esempio fornendo informazioni sulla posizione delle imbarcazioni in pericolo», si legge nell’esposto.

«Il trattamento disumano e le condizioni di detenzione di migranti e rifugiati in Libia sono ben noti da molti anni. La Libia non è un luogo sicuro per migranti e rifugiati. Il diritto marittimo internazionale prevede che le persone soccorse in mare debbano essere sbarcate in un luogo sicuro. Nessuno dovrebbe essere riportato in Libia», afferma Andreas Schueller, direttore del programma sui crimini internazionali di Ecchr. (dal quotidiano Avvenire, una sintesi dell’articolo a firma Nello Scavo)”

Il tutto rientra nelle cose che si sanno da tempo ma non si dicono, perché troppo scomode, perché considerate inevitabili nel caos del fenomeno migratorio, perché il problema a monte è troppo grande per essere affrontato e gestito seriamente, perché nella politica delle migrazioni si va per tentativi, perché nessuno vuole assumersi fino in fondo le proprie responsabilità preferendo scaricarle sugli altri, perché chi non fa non falla e troppi non fanno niente, perché è facile scagliare pietre senza considerare che nessuno è purtroppo senza peccato.

Ammetto di essere caratterialmente critico e di “sfogare” questa mia propensione anche e soprattutto contro quanti sono investiti di responsabilità politiche ad ogni livello. A volte, preso da un sussulto di globale umanizzazione, mi chiedo come facciano i governanti a dormire la notte sapendo appunto che migliaia di migranti sono detenuti in veri e propri lager, oppure vengono sballottati su barconi gestiti da gente senza scrupoli, oppure vengono palleggiati fra le coste dei recalcitranti Stati di approdo, oppure muoiono affogati nelle acque del mare, oppure vengono accolti in modo inadeguato, oppure vengono sfruttati in modo vergognoso, oppure vengono ritornati al mittente come pacchi indesiderati, oppure vengono comunque considerati un fardello gravoso e inutile.

Una volta parlando con un mio carissimo amico posi proprio il problema di come potesse fare a dormire la notte un sindaco, sapendo che ci sono persone che dormono sotto i ponti della sua città. Mi rispose, con sano realismo storico, che persino i capi nazisti riuscivano a dormire…

Ciò non toglie che le responsabilità esistano e vadano individuate sul piano politico e finanche sul piano personale e penale. Non intendo criminalizzare nessuno e tanto meno condannare sbrigativamente chi ha rivestito o riveste determinati incarichi. Può essere comodo buttare la croce addosso a qualcuno. Tuttavia i problemi esistono e non possiamo girarci dall’altra parte. La Corte penale internazionale faccia il suo mestiere così come il Centro europeo per i diritti Umani e Costituzionali. Mi auguro che queste iniziative possano servire a scuotere le coscienze di tutti, a responsabilizzare quanti sono investiti di funzioni connesse al fenomeno migratorio, ad obbligare la politica ad affrontare seriamente il problema ed a gestirlo in modo umano, razionale e solidale.

Purtroppo siamo in un incolmabile ritardo per quanto concerne l’aiuto ai Paesi da cui provengono i migranti (abbiamo preferito far finta che la parte scomoda del mondo non esistesse), non sta funzionando il compromesso fra Paesi di approdo finale e Paesi di transito (pagare anche profumatamente il disturbo a Turchia, Libia, etc. etc. non funziona da nessun punto di vista, serve solo a rinviare il problema), in tanti anni gli Stati aderenti alla Unione Europea non sono stati capaci di varare un piano di accoglienza e di integrazione (hanno giocato e stanno giocando allo scaricabarile), ci illudiamo di rispedire indietro i disperati che arrivano facendo magari una burocratica differenza fra immigrati regolari e clandestini, fra richiedenti asilo e disgraziati generici (non abbiamo ancora capito che i topi vanno dove c’è il formaggio e il caso vuole che, bene o male, da noi ce n’è, anche se non so per quanto tempo), continuiamo a considerare i migranti ospiti indesiderati se non addirittura candidati alla delinquenza (senza considerare che vengono per svolgere lavori pesanti e faticosi che a noi non piacciono affatto, magari sfruttati in modo vergognoso, magari marginalizzati e spinti nelle braccia della delinquenza comune o organizzata), non finiamo mai la narrazione che li considera un peso per le casse erariali (mentre è ormai ampiamente dimostrato che è ben più grande il loro complessivo concorso alle nostre finanze che non il loro attingere ad esse), non riusciamo a convincerci che il fenomeno migratorio non è un fatto emergenziale, ma un dato imprescindibile del nostro vivere civile (la storia ce lo insegna e quindi è inutile fare i furbi perché, anche volendo prescindere da questioni umanitarie, il problema ci ritorna indietro con gli interessi).

Sia ben chiaro, lo ribadisco a scanso di equivoci, che non intendo criminalizzare nessuno, men che meno Marco Minniti, che ha tentato, a suo tempo, un’azione governativa rivelatasi quanto meno inadeguata se non addirittura un boomerang umanitario, il quale saprà discolparsi dal punto di vista politico e personale. Tuttavia mi sia concesso un pizzico di veleno in cauda. Aveva ragione Bergoglio a non voler partecipare nel maggio scorso a quel convegno in cui dovevano essere presenti certi personaggi implicati in comportamenti politici a dir poco discutibili, fra cui l’ex ministro Marco Minniti, responsabile, anche se indirettamente, a suo dire del trattamento disumano dei migranti nei lager libici? Il papa non è politicamente corretto! Meno male!