Il precariato fatto manovra

Governo. Pos, Reddito di cittadinanza, pensioni: la manovra cambia. Tour de force per chiudere entro l’anno. Notte di lavoro in Commissione, per il voto alla Camera prima di Natale. Alta tensione tra maggioranza e opposizione. Meloni rassicura: non arriveremo all’Esercizio provvisorio.

Retromarcia sui limiti ai Pos, modifiche sulla rivalutazione delle pensioni, via d’uscita dai mutui variabili, altra sforbiciata al Reddito di cittadinanza. La manovra cambia con gli emendamenti arrivati dal governo e altri che si attendono dai relatori. Mentre è dura polemica con l’opposizione che accusa la maggioranza tanto sui contenuti quanto sulla gestione dell’iter parlamentare della legge. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni assicura che i tempi saranno rispettatati: «Chi evoca l’esercizio provvisorio cerca l’esercizio provvisorio. Per quanto ci riguarda andiamo avanti e mi sento di garantire che ci sarà la legge di bilancio nei tempi previsti». Spunta intanto una norma sulle intercettazioni operate dagli 007 che fa gridare allo scandalo Pd e M5s. Una misura ancora in bilico perché la presidenza della Camera ne sta valutando l’ammissibilità”. (Nicola Pini su Avvenire di martedì 20 dicembre 2022)

A livello professionale ho vissuto quasi con angoscia le manovre governative con maratone parlamentari di fine anno. Un caro e scrupoloso collega non azzardava mai pronostici, voleva aspettare a tutti i costi i provvedimenti definitivi: già c’è confusione nelle leggi pubblicate in Gazzetta Ufficiale, figuriamoci in quelle in divenire soggette ai tira e molla tra partiti a livello di governo e di parlamento.

Niente di pregiudizialmente scandaloso quindi nelle incertezze del governo Meloni. Resta tuttavia un senso di smarrimento di fronte a un governo che una ne dice e dieci ne fa, che cambia continuamente la logica di bilancio, che dà l’impressione di sparare nel mucchio e di concedere a pioggia. Non è una cosa seria. Siamo alle prese con una manovra camaleontica, sgusciante e incerta. Anche la UE se ne è accorta e ha mosso alcuni appunti fin troppo benevoli. A volte mi viene il dubbio che si tratti di un comportamento studiato per prevenire nel caos ogni e qualsiasi critica. Ogni giorno bisogna ricominciare daccapo e anche le critiche rischiano di impazzire assieme alle norme in questione.

Tra i giocatori, uno viene scelto a sorte e bendato, diventando così la “mosca cieca”. Viene fatto girare più volte su sé stesso per “disorientarlo” e al via deve riuscire a toccare gli altri, che possono muoversi liberamente all’intorno senza allontanarsi troppo dal posto originario. Lo scopo del gioco è prevalentemente il divertimento in quanto non ci sono né vinti né vincitori in esso. Sembra proprio di assistere ad un simile gioco in cui però non ci si diverte affatto e alla fine perdono tutti.

Sarebbe interessante rifarsi al programma di governo per verificarne la compatibilità col tourbillon di novità in via di introduzione: non è possibile farlo perché il casino manovriero è tale da perderci la bussola. E questa sarebbe una destra-destra con le idee chiare, con il coraggio delle proprie scelte e con la coerenza rispetto alla propria identità…ma fatemi il piacere…

Gli elettori che le hanno dato fiducia come la staranno prendendo? Mi viene in mente una simpatica barzelletta in cui un ciclista causa involontariamente un ingarbugliato incidente. Il conduttore di un’automobile convolta nella bagarre, scende dalla macchina e chiede stizzito al ciclista colpevole del gran casino: “E adesso come la mettiamo?”. Risposta: “Mi a m’la mètt in spàla (riferito alla bicicletta), lu la machina c’al s’la mètta in sacòsa…”. Potrebbe essere il dialogo tra la ciclista Giorgia Meloni e i suoi malcapitati automobilisti-elettori.

 

 

Le trombe piddine e le campane catto-democratiche

Torno con la mente, a metà degli anni sessanta, sui banchi di scuola. Con un mio compagno di classe, Mario Tanzi, l’amicizia andava oltre il sano cameratismo scolastico per allargarsi al dialogo umano, culturale e politico. Io cattolico e democristiano, lui non cattolico e comunista: di fronte alla realtà incandescente di quegli anni riuscivamo, pur partendo da culture e sensibilità diverse, a trovare un fervido terreno d’incontro, un punto di convergenza in base ai valori che ci ispiravano (la giustizia sociale, l’attenzione alle classi popolari, la laicità della politica, etc.). Ci scambiavamo esperienze, idee, ansie, preoccupazioni, dubbi e certezze. Eravamo in anticipo di dieci anni rispetto al compromesso storico. Ci ritrovammo dopo alcuni anni, impegnati entrambi nel movimento cooperativo, lui quello di matrice socialista, io quello di ispirazione cristiana: il dialogo riprendeva con una immediatezza sorprendente e con affascinante fluidità. Poi arrivammo quasi a lavorare insieme a servizio delle cooperative, prescindendo dagli schemi, che, nel nostro piccolo, eravamo stati capaci di superare coraggiosamente e, oserei dire, pionieristicamente. Quando si costituì il partito democratico andai a quelle esperienze di quarant’anni prima e mi dissi: per me e Tanzi la fusione arrivava in ritardo, meglio tardi che mai!

Cosa è successo dal 2007 ad oggi? Cammin facendo la cultura socialista è diventata la base di sussistenza per una sorta di casta egemonica e la cultura cattolico-democratica in parte si è affievolita, in parte si è omologata ad equilibri politici fatti di pragmatismo e di puro governismo.

I valori che dovevano costituire la carta identitaria di questo nuovo partito sono stati in gran parte dimenticati se non addirittura traditi. Il consenso in caduta libera e l’impeachment morale sono le conseguenze clamorose e drammatiche di questa perdita valoriale. L’elettore lo ha capito mentre l’eletto ha fatto i cavoli suoi.

Il partito democratico ha qualche chance di ripresa? Solo se ritorna alle sue origini, vale a dire a quelle due culture fondamentali ed alla loro combinazione virtuosa. Se si illude di vivacchiare alla meno peggio o se ritiene di mutare il quadro valoriale per trasformarsi in un partito di sinistra tout court, magari sempre più mirato ai pur sacrosanti diritti civili, ma sempre più lontano dalla “fraternità” di bergogliana connotazione, rischia grosso avendo davanti un futuro assai incerto, poco credibile e ancor meno coinvolgente.

I depositari della tradizione cattolico-democratica si sono finalmente svegliati e stanno lanciando una seria e drammatica provocazione al congresso in atto nel PD: o si ritrova il filo della matassa o si va ad una divaricazione insanabile, che non sarebbe il solito frutto bacato del frazionismo della sinistra, ma la conseguenza della perniciosa sottovalutazione del contributo che alla politica hanno dato e possono dare i cattolici democratici progressisti.

Come sintetizza Il Fatto quotidiano.it, in un recentissimo ed interessantissimo convegno di carattere politico-culturale, il sasso nella piccionaia piddina è stato lanciato da una delle componenti fondative del 2007, quella degli eredi della sinistra democristiana che – insieme a chi rappresenta la tradizione ex comunista – sognavano di creare il soggetto unico di centrosinistra, e autosufficiente. E invece ora che il Pd mette mano alla sua Carta dei Valori, gli ex popolari sono con un piede sulla soglia di casa, con in mano la valigia. A guidare la protesta è Pierluigi Castagnetti, l’ultimo segretario del Ppi e presidente dell’associazione “I Popolari”, il soggetto giuridico erede del partito fondato nel 1919 da don Luigi Sturzo e resuscitato dopo il collasso della Dc per effetto di Tangentopoli e la nascita del bipolarismo. Castagnetti ha aperto il convegno sulla “utilità” dei “Cattolici Democratici nella politica di oggi” con questo ragionamento: se il Pd con la riscrittura della Carta dei valori “cambiasse natura“, abbandonando quella di “partito in cui si incontrano e si ascoltano culture politiche diverse”, allora gli ex popolari “ne trarrebbero le conseguenze”. 

È inutile sottolineare come io sia personalmente molto interessato al discorso in quanto “reduce” da un impegno politico basato proprio sui valori del cattolicesimo democratico. Nella mia vita ho cercato infatti di esprimere l’anelito alla vera politica, aderendo all’azione della sinistra cattolica all’interno della D. C., in un impegno nel territorio, nelle sezioni di partito, nel consiglio di quartiere, laddove il dialogo col PCI si faceva sui bisogni della gente, delle persone, laddove si condividevano modeste ma significative responsabilità di governo locale, laddove la discussione, partendo dalle grandi idealità, si calava a contatto con il popolo. Quante serate impiegate a redigere documenti comuni sulle problematiche vive (l’emarginazione, la scuola elementare, l’inquinamento, la viabilità), in un clima costruttivo (ci si credeva veramente), in un rapporto di reciproca fiducia (ci si guardava in faccia prescindendo dalle tessere di partito). Mi sia permessa una caustica riflessione: forse costruivamo dal basso, senza saperlo, il vero partito democratico, molto più di quanto abbiano fatto i leader dal 2007 in avanti e soprattutto molto più di quanto stiano facendo alcuni fra quelli attuali, che rischiano di buttare a mare anche la nostra storia, confondendo ancora una volta i valori con le proprie incallite posizioni.

Ho avuto l’onore di essere allora presidente del quartiere Molinetto (io democristiano sostenuto anche dai comunisti) in un’esperienza positiva, indimenticabile, autenticamente democratica. Ricordo con grande commozione il carissimo amico Walter Torelli, scomparso da diversi anni, comunista convinto, col quale collaborai in un rapporto esemplare, sfociato in un’amicizia, che partiva dall’istituzione (quartiere) per proseguire nel dibattito fra i partiti, per arrivare alla condivisione culturale ed ideale di obiettivi al servizio della gente.

Mi sento in dovere di ripensare con gratitudine a quando Torelli, a nome del Pci, mi dichiarò la sua totale disponibilità ad appoggiare la mia candidatura a presidente di quartiere: la cosa mi riempì di orgoglio e soddisfazione. Riuscimmo infatti a collaborare in modo molto costruttivo. Tutta la mia militanza politica e partitica è stata caratterizzata da questa convinta e costante ricerca del dialogo, a volte tutt’altro che facile, a volte aspro e serrato, ma sempre partendo dai valori del cattolicesimo democratico, al servizio della popolazione in nome dei valori condivisi.

Non so se ero più di sinistra io o i miei interlocutori comunisti: ero definito un cattocomunista, un comunistello di sagrestia. Non ero e non sono mai stato un comunista, ero e sono legato a certi valori e il vederli messi in crisi da politiche sbagliate, da derive immorali, da confuse e velleitarie riformulazioni identitarie mi fa soffrire e mi allontana dalla politica. Spero che il colpo di reni catto-democratico dia una scossa benefica, tale da consentirmi almeno di tornare alle urne quando verrà il momento.

Un papa sindacalista, un sindacato papista

I contenuti dell’incontro del sindacato della CGIL con papa Francesco, anticipato peraltro da una interessante intervista rilasciata dal segretario Maurizio Landini al quotidiano Avvenire, accendono una fiammella di speranza nel panorama politico italiano.

Alcuni si sono chiesti se il sindacato non stia rinunciando alla propria laica funzione di rappresentanza del mondo del lavoro per conquistare strumentalmente la simpatia del papa, diventando una sua agenzia ed entrando a pieno titolo nella galassia cattolica. Il solito modo manicheo di porsi di fronte alla realtà.

Non credo che il sindacato corra alcun rischio del genere, ma abbia tutto da guadagnare nel confronto con il papa così sensibile ai problemi del lavoro e della giustizia sociale. È emerso infatti un idem sentire a mio giudizio molto importante ed incoraggiante. A voler proprio sottilizzare (?) forse la CGIL di Maurizio Landini sta rubando il ruolo al PD, che non riesce a trovare una dimensione politica fattiva sulle problematiche del lavoro e una ispirazione culturale e valoriale fondamentale nelle linee del cattolicesimo democratico, così come avrebbe dovuto avvenire proprio con la costituzione e la vita di questo partito. Forse proprio questa è una delle principali carenze che hanno portato il PD ad una grave crisi politica a cui si è aggiunta anche una crisi di carattere morale.

Maurizio Landini, da galantuomo qual è, riconosce l’utilità di collegarsi, pur nel rispetto della laicità del sindacato, al patrimonio ideale del cattolicesimo così come arricchito e rinverdito dal magistero di papa Francesco. Il papa giustamente non si fa alcun scrupolo di dialogare apertamente con i rappresentanti dei lavoratori: il suo imperativo evangelico è quello di spremere olio persino dalle rape mediatiche, figuriamoci dal sindacato, che dovrebbe essere interprete autentico di quel lavoro che “permette alle persone di essere se stesse e di migliorare il mondo. Il lavoro costruisce la società, è un’esperienza primaria di cittadinanza, che crea comunità”.  Il papa prende in considerazione e valorizza il contributo di chi opera per la giustizia. “Il sindacato, dice il papa, è chiamato ad essere voce di chi non ha voce. Voi dovete fare rumore per dare voce a chi non ha voce”, raccomandando in particolare “l’attenzione per i giovani, spesso costretti a contratti precari, inadeguati e schiavizzanti”.

Torno a Landini e alla CGIL non per curiosare su eventuali velleità, ma per cogliere certe opportunità sul piano culturale, sociale e politico. Se lo facesse anche il PD sarebbe una gran bella cosa! Ritrovare un sindacato che tenta di superare il corporativismo per elaborare una visione complessiva della società è un fatto incoraggiante e assai positivo. Non certo per tornare al collateralismo, ma per trovare le persone più in difficoltà ed avere a cuore i loro interessi sindacalmente rappresentati o almeno rappresentabili. La politica, quella della sinistra in modo tutto particolare, deve fare un passo indietro per tornare ai valori fondanti di una società democratica e solidale: il sindacato può e deve essere interlocutore privilegiato.

Non è un caso se una delle correnti della sinistra democristiana, quella peraltro a cui aderivo, vantava una matrice sindacal-aclista: il cattolicesimo progressista viene anche di lì e, leggendo integralmente la suddetta recentissima intervista di Maurizio Landini, ho rispolverato con una certa nostalgica soddisfazione le mie origini politiche. Come non ricordare Carlo Donat Cattin, il quale da ministro del lavoro, che aveva portato a compimento lo Statuto dei lavoratori, rispondeva alle critiche del mondo imprenditoriale per il suo approccio ai conflitti di lavoro, affermando di non essere il ministro delle imprese ma del lavoro o ancor meglio il ministro dei lavoratori e non del lavoro.

Maurizio Landini afferma tra l’altro: “Diciamo anzitutto che la produzione legislativa dei diversi governi negli ultimi decenni ha aumentato la precarietà nel lavoro e favorito una frantumazione dei diritti dei lavoratori. Aumentando la competizione tra le persone che per vivere hanno bisogno di lavorare. Occorre quindi ripristinare un principio di equità e di uguaglianza con un nuovo Statuto dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori, che sancisca uguali diritti e tutele per tutti, a prescindere dal tipo di rapporto di lavoro: a tempo indeterminato o a termine, autonomo o a partita Iva. Questo penso sia il compito primario del sindacato e della politica: mettere al centro la persona ed evitare che chi per vivere deve lavorare debba accettare qualsiasi condizione. Dopodiché, anche le organizzazioni sindacali, a partire da quella che io rappresento, devono cambiare, essere sempre più in grado di rappresentare l’intero mondo del lavoro e le sue diverse forme. Per questo, però, è necessario anche un sostegno legislativo alla contrattazione collettiva, che cancelli i “contratti pirata” e dia valore generale ai contratti nazionali, sancisca così anche un salario minimo e gli altri diritti normativi. Penso alla malattia, gli infortuni, le ferie, il Tfr, solo per citarne alcuni, che debbono essere garantiti a tutti i lavoratori e le lavoratrici”.

I lavoratori si sentono vedovi inconsolabili della politica e del sindacato e si rivolgono un po’ al primo che passa, sperando di ottenere qualche attenzione. Sarebbe ora che, oltre a quella di papa Francesco, sentissero la voce del sindacato e della sinistra. È vero che il mondo è cambiato, che il welfare è andato in crisi, che il capitalismo ha i secoli contati, che il liberismo imperversa, ma i diritti di chi lavora e quelli di chi non trova lavoro devono avere rappresentanza credibile, altrimenti…

 

La moralizzazione immorale

Ho il massimo rispetto per la magistratura anche se non prendo per buono, e prima del tempo, tutto ciò che emerge dalle inchieste giudiziarie. Per oro colato accetto solo ed esclusivamente il Vangelo, sul resto mi permetto sempre di dubitare, di aspettare, di approfondire, di discutere.

Tira un’aria di sputtanamento generale che non mi piace. I giudici non sono i salvatori della Patria. Le tangentopoli mi colpiscono, ma mi chiedo: la presenza della corruzione è arcinota a tutti e allora perché le inchieste hanno carattere ciclico, un gran casino per qualche mese poi tutto rientra nel silenzio e se ne riparla dopo anni, mentre magari nel frattempo i risultati delle inchieste vengono ridimensionati.

Sembra che le inchieste siano state suggerite dai servizi segreti: Dio ce ne scampi e liberi. Mi risulta che Aldo Moro li accettasse come un male necessario non stupendosi delle loro malefatte in quanto le considerava la versione aulica delle sempiterne spie, le persone peggiori esistenti sulla terra. Quando ci sono di mezzo i servizi segreti siamo sicuri che giustizia non venga fatta. Chi mi dice che il marcio emergente non sia anche lo sfogatoio della devianza dei servizi segreti, una sorta di paravento giudiziario dietro cui essi si nascondono nei loro intrighi nazionali ed internazionali. La storia ce ne dà ampia anche se opaca dimostrazione.

Forse tutto rientra nella degenerazione del lobbismo fatto sistema. Allora il difetto sta nel manico e si salvi chi può! I corridoi della politica sono zeppi di lobbisti e le mazzette girano vorticosamente. Qual è il confine tra il lecito e l’illecito? Probabilmente il più maldestro dei percettori che si fa trovare con le dita nella marmellata. Se si cancellasse di brutto e radicalmente il lobbismo dalla vita delle pubbliche istituzioni, probabilmente crollerebbe tutto, non si muoverebbe più nulla.

Sia ben chiaro che non intendo affatto sminuire le enormi responsabilità della politica corrotta, ma ricordiamoci che dietro i corrotti ci sono i corruttori e le loro trame, quelle fanno molta fatica a venire a galla perché sono parte integrante di un sistema che rischierebbe di crollare. Galleggiamo su un mare di corruzione latente che via via emerge e talora si rende visibile.

E che dire dei rapporti internazionali? La coesistenza pacifica non viaggia forse sul filo del rasoio dei più loschi affari? L’equilibrio fra gli Stati non è garantito dalle porcherie reciproche? Nessuno può scandalizzarsi fino in fondo di nessuno. Ognuno ha la sua abbondante coda di paglia. Quando proprio i rapporti diventano sbilanciati allora si fa una guerra che serve a ritrovare il peggiore equilibrio.

Tutti corrotti e tutti innocenti? Assolutamente no! Attenzione però a non creare consistenti capri espiatori politicamente strumentalizzabili e socialmente devastanti. La sinistra italiana ed europea non ha certamente supremazia morale, ma dove si vuole parare sputtanandola in lungo e in largo? Soumahoro e famiglia non saranno stinchi di santo, ma non è che con lui si vogliano criminalizzare tutti coloro che cercano di dare una mano agli immigrati? Le istituzioni europee sono inquinate, ma allora ci rifugiamo tutti nel sovranismo e ridimensioniamo il processo di integrazione?

La procura di Modena è arrivata a bacchettare un prete di frontiera sul fronte dell’immigrazione, invitandolo surrettiziamente a farsi i propri affari di sacrestia lasciando perdere i disperati del mare. Dietro l’angolo della moralizzazione incipiente ci sarà il rischio della paralisi egoistica ed individualistica?

La politica è sporca, l’Europa è un coacervo di imbroglioni, le organizzazioni non governative sono un affaristico bluff, la sinistra è maldestra, chi soccorre gli immigrati è un opportunistico impiccione, ognuno si faccia gli affari suoi. È lì che vogliamo arrivare?

Preti in cerca di caritatevoli guai

“Fa più rumore un albero che cade che un intera foresta che cresce”: è il noto aforismo di Laozi, chiamato anche in molti altri modi (come Lao Tzu, Lao Tse, Lao Tze, Lao Tzi e altro ancora), figura discussa della tradizione culturale e religiosa cinese, di cui non è dato sapere né l’esistenza certa, né il periodo esatto in cui avrebbe realmente vissuto. Oggi potremmo aggiungere che cadono troppi alberi con un frastuono assordante, mentre la foresta in crescita è piuttosto scarsa anche perché rischia di venire ulteriormente silenziata.

È il caso di don Mattia Ferrari di Modena: è stata chiesta dalla procura l’archiviazione dell’inchiesta sulle minacce al cappellano della Mediterranea saving humans, arrivate da account twitter legati alla mafia libica. Così scrive sul quotidiano Avvenire Daniela Fassini, al cui pezzo mi rifaccio con ampie citazioni.

Cosa dice la procura di Modena per giustificare l’archiviazione del caso? Nega che le minacce ricevute arrivino dalla mafia libica, come invece è dimostrato da inchieste giornalistiche e atti parlamentari. Fin qui niente di particolarmente strano: evidentemente il giudice non ha ritenuto sufficienti le prove che dimostrano come le minacce provengano da un account legato alla mafia libica, anche se molti elementi porterebbero a diverse conclusioni.

Le argomentazioni più sbalorditive riguardano una sorta di “appunto” rivolto all’operato umanitario del sacerdote e non solo a quello. Nel documento della Procura si sottolinea, infatti, che «se il prete esercita in questo modo, diverso dal magistero tradizionale», deve in un certo senso aspettarsi reazioni contrarie e fra queste di essere bersagliato. La procura osserva come l’esposizione sui social network naturalmente provochi reazioni, specie a carico di chi porta il suo impegno umanitario (e latamente politico) sul terreno dei social o comunque del pubblico palco – ben diverso dagli ambiti tradizionali – riservati e silenziosi – di estrinsecazione del mandato pastorale – e lo faccia propalando le sue opere con toni legittimamente decisi e netti».

Per il pm, insomma, un sacerdote che prende posizione accanto ai poveri e agli ultimi non è abbastanza “discreto” ed è troppo “pubblico” e anche un po’, seppure in senso lato, “politico” e deve aspettarsi e, in fondo, subire reazioni. In altre parole, chi si occupa di diritti umani e si dedica all’impegno umanitario non deve sorprendersi se poi finisce nel mirino, anche se è un prete. Anzi, forse, proprio perché è un prete. Come se essere sacerdote significasse dire Messa, amministrare i sacramenti e stare in silenzio.

Don Mattia, oltre a essere cappellano della Ong “Mediterranea Saving Humans”, è infatti molto impegnato in un’azione pastorale e umanitaria a difesa delle persone migranti, in particolare di quelle che vengono soccorse nel Mediterraneo. Una missione, come si sa, tipicamente diffusa tra chi, all’interno della Chiesa, si occupa degli ultimi e dei più fragili. Ed è proprio per questo suo impegno che si sono accesi su di lui riflettori anche assai ostili. In particolare da parte del già citato account Twitter da cui, appunto, sono partite tutte le minacce.

La decisione della procura modenese suscita molte perplessità in quanto dimostra una mentalità a dir poco ristretta sulla missione pastorale di un sacerdote, una indifferenza burocratica verso i problemi delle persone migranti, un atteggiamento quasi sospettoso verso quel mondo che si dedica all’impegno umanitario. Siamo al “chi glielo fa fare”, al “se la va proprio a cercare”.

Se è vero come è vero che purtroppo anche le pronunce giudiziarie risentono dell’aria che tira nella società e nella politica, non si può dimenticare che in questo momento storico aiutare i migranti è diventata un’azione fastidiosa, che le ong vengono viste con sospetto, che chi grida per la giustizia farebbe bene a parlare piano o addirittura a stare in silenzio, perché deve sentirsi solo il rumore dell’egoismo con gli alberi che cadono per causa sua e men che meno il grido dei disperati che muoiono. La decisione della procura modenese sembra in un certo senso, senz’altro in buona fede, figlia dell’indifferenza del potere verso chi soffre e persino verso chi osa aiutarlo.

Papa Francesco ha costretto la Chiesa e il mondo a volgere lo sguardo verso la drammatica realtà della migrazione,  che dovrebbe interrogare le nostre coscienze più che spaventare le nostre comodità: ma rimane comunque un ritardo, uno stacco tra gli accorati appelli papali, talora assai prossimi ai teatri della disperazione e della morte, e l’impegno concreto all’accoglienza ed all’integrazione di questi fratelli sballottati dalle onde e poi rimpallati tra un confine e l’altro, fra un muro di indifferenza e di ostilità  e un filo spinato di totale rifiuto. Come non fare un collegamento fra don Mattia Ferrari di Modena ed il caro indimenticabile amico don Luciano Scaccaglia di Parma.

Anche lui era cristianamente e sacerdotalmente esagerato: qualcuno di questa sua tendenza faceva oggetto di censura o di critica, mentre in realtà si trattava proprio della sua capacità culturale di affrontare radicalmente le situazioni in perfetto stile evangelico. Ebbene la denuncia del problema, da cui era solito partire, nel caso dell’immigrazione trovò la suo profetica espressione ed il suo apice nell’occupazione della chiesa di S. Cristina da parte di 30 immigrati nel gennaio 2005 (grande freddo!). Questa sacrosanta provocazione fece scandalo, ad essa seguì una forte polemica contro il parroco don Luciano Scaccaglia e la sua comunità aperta e accogliente, rei di averli ospitati col Vangelo alla mano. Anche quella volta c’era stato il preludio dello sgombero, ad opera dei vigili urbani, dai ruderi di una cartiera abbandonata, inutilizzata, lasciata al degrado, ma considerata più preziosa delle vite di schiavi senza valore. A Parma nel 2005 i perbenisti bigottoni, i leccapreti col conto in banca e gli appartamenti sfitti, i clericali ad oltranza sempre dalla parte del manico curialesco si scatenarono ed aprirono un fronte di reazionaria polemica, andando persino molto al di là della tollerante reazione dell’allora vescovo Cesare Bonicelli. Gli amministratori comunali preferirono il silenzio. Parma non si smentisce mai (certo nel 1922 i parmigiani avevano ben altra sensibilità e coraggio): la reazione dominante fu quella dell’indifferenza. A proposito di indifferenza il grande Mario Tommasini, non a caso grande amico ed ammiratore di don Scaccaglia, si rifaceva a questa visione: «C’è un male che affligge il mondo. Un male che se ti prende ti fa morire dentro. E che se lo subisci ti fa soffrire il dolore più inaccettabile, più insopportabile. Questo male è l’indifferenza, che è sinonimo di freddezza, di disinteresse. L’insensibilità è figlia della rassegnazione, non del disamore. Non è odio, non è volere il male, è però accettare che il male ci sia. Che ci sia il dolore».

 

 

La sporcizia nel lussuoso bagno lobbistico

Sta imperversando e dilagando lo scandalo della corruzione europea a livello istituzionale e politico. Mi rifaccio al dettato costituzionale italiano, che prevede lo svolgimento della funzione pubblica con onore e la rappresentanza politica degli interessi generali del Paese (si chiami Italia e/o Europa).

Ci stiamo mettendo letteralmente sotto i piedi l’etica scambiandola per affarismo o addirittura per corruzione, mentre la politica la stiamo riducendo ad arte dei propri sporchi affari che si spingono addirittura a livello internazionale. Si arriva a mettere in vendita, con lauti incassi di denaro, appoggi verso Stati che calpestano i diritti umani. Una sorta di triplice tradimento: dei propri elettori, dei propri Paesi, dell’umana convivenza.

Quante volte mi è capitato di ascoltare giudizi del tipo “la politica è una cosa sporca” e mi sono sempre rifiutato di aderire a simili visioni qualunquistiche; devo ammettere che però, pur senza indulgere a giustizia sommaria e senza sbrigative generalizzazioni, queste reazioni scandalizzate diventano purtroppo sempre più comprensibili se non giustificate.

Tra le varie analisi impietose che si stanno elaborando ne ho ascoltata una molto acuta e interessante espressa dal noto giornalista Beppe Severgnini durante la trasmissione “Otto e mezzo” de La7. Con un approccio di stampo psicologico egli giudica la deriva tangentizia come una conseguenza della compromissione esistenziale tra i politici e i vip della società. La stretta vicinanza o addirittura la contiguità tra chi fa politica e chi fa guadagni da nababbo in campo economico, professionale, culturale, artistico, sportivo etc. etc. induce in irresistibile tentazione gli operatori politici trascinati in una logica di guadagni facili e di vita lussuosa. Il resto viene da sé: se uno fa tanto ad entrare in certi mondi e in certe logiche non ne esce più. La tentazione non guarda in faccia nessuno, non tiene conto delle tessere di partito, tutti coglie e tutti affascina e…purtroppo molti ci cascano. Allora la soluzione del problema sta a monte, non tanto nelle ideologie, ma nella coscienza di chi fa politica e nella preventiva selezione della classe politica.

Vorrei al riguardo richiamare due esperienze personali. Mi riferisco innanzitutto a quello che giudico il mio maestro di politica e di etica politica e il mio più autorevole referente in questo campo: il senatore Carlo Buzzi per tanti anni parlamentare della Democrazia Cristiana.  Ricordo quando qualche suo “amico di corrente” (ebbi infatti per diversi anni l’opportunità’ di partecipare al comitato di coordinamento della sinistra D.C. parmense di “Forze Nuove”) lo rimproverava di non tenere rapporti lobbistici con gli ambienti confindustriali parmensi: Buzzi rispondeva che non aveva mai rifiutato il dialogo a nessuno, ma da qui ad instaurare rapporti preferenziali o cose del genere… Atteggiamenti che qualcuno definiva esagerati, puritani, ma che io, molto modestamente, giudico più che giusti anche se gli crearono rischi di emarginazione, di poca considerazione sui media locali etc. Certamente Buzzi non era interlocutore dei cosiddetti poteri forti, a nessun livello. Sapeva perfettamente il rischio che si corre a mettere anche solo un piede dentro certi meccanismi, aderendo a certe logiche.

Nei lontani anni ottanta il mio carissimo amico Walter Torelli, comunista tutto d’un pezzo, durante una delle solite chiacchierate, mi chiese, dal momento che mi sapeva piuttosto informato sulla cronaca politica, di riferirgli dell’episodio relativo a Massimo D’Alema, il quale, in occasione di una sua presenza in un salotto romano, rimbrottò vivacemente il cane di casa che gli era montato sulle scarpe. Ammise snobisticamente che gli erano costate una grossa cifra. L’amico Walter innanzitutto mi confessò tutta la sua indignazione e la sua riprovazione per un comportamento eticamente inaccettabile: «Da un dirigent comunista robi dal gènnor an ja soport miga!». Poi aggiunse con tanta convinzione: «Lé propria ora chi vagon a ca tùtti».

Mi sembra di aver detto tutto!

 

Il PD tra inadeguatezza del nuovo e riproposizione del vecchio

«Io entro, anzi rientro in questa comunità e in questo circolo in punta di piedi, innanzitutto ad ascoltare. Non siamo qui certo per sostituire il Pd, ma per provare insieme a rinnovarlo e a ridare il senso di un impegno comune. Con grande emozione torno a far parte di questa comunità con il messaggio che noi non abbiamo bisogno di un partito degli eletti e delle elette, e neanche di un partito delle correnti, ma di un partito di militanti in cui si dà più voce alla base e questo congresso ce ne dà l’occasione. Il Pd rappresenta una comunità molto viva, vivace, nonostante veniamo da una dura sconfitta elettorale. É l’unico partito che dopo la sconfitta ha deciso di rimettersi in discussione. Credo sia un bel gesto di generosità e umiltà di questa comunità democratica. Non c’è soluzione di continuità, il senso dell’impegno è lo stesso di allora cioè l’idea di provare a cambiare cioè non il potere per il potere, ma il potere per cambiare in meglio le vite delle persone, delle comunità e anche del pianeta».

Ho ripreso e ricostruito dal quotidiano La Stampa le prime interessanti dichiarazioni della campagna elettorale di Elly Schlein, candidata a guidare il partito democratico, rilasciate a Bologna all’atto del ritiro della tessera del partito.

A primissima vista l’approccio sembra umile (cosa più unica che rara in questo mondo di padreterni). Mio padre era solito affermare: «L’ è al tón ch’a fà la muzica…».  E aveva mille ragioni.  Ma veniamo appunto alla musica. Altrettanto significativa la scelta della porta d’ingresso, la Bolognina, in un certo senso simbolo della capacità del partito comunista a rinnovarsi profondamente nella continuità. Non mi piace troppo però lo schiacciamento sull’eredità comunista, che rischia di significare una sorta di perpetua egemonia sulla sinistra, la quale dovrebbe invece essere molto più aperta, sia socialmente che culturalmente, pena la ricaduta nel difetto principale che ha connotato il PD, vale a dire la “castizzazione” e burocratizzazione post-comunista.

In un periodo in cui tutto dura poco più dell’espace d’un matin, è necessario un forte richiamo alle proprie radici culturali ed alla propria storia per non andare avanti alla cieca. Ebbene, quanto alle radici culturali mi sembra che Elly Schlein non sia in grado di recuperare pienamente ed autorevolmente il cattolicesimo democratico come uno dei piloni portanti della costruzione democratica della società post-bellica. Vanno benissimo i vagiti ambientalisti e nuovisti, ma, se non si resta legati ad uno dei cordoni ombelicali fondamentali, il nascituro PD rischia di non avere il DNA e il pedigree in ordine.

La valorizzazione storica del percorso compiuto dalla sinistra cattolica, comunista, socialista e laica è impresa ardua: la tentazione è quella di lasciar perdere, finendo col buttare il bambino assieme all’acqua sporca. Avrà Elly Schlein la capacità di interpretare il passato, sgrossandolo dagli errori e rinverdendolo nelle sacrosante scelte identitarie? In questo forse sarà ostacolata dal suo più forte competitor, il marpione di turno, quel Bonaccini che infatti sta già raccogliendo adesioni soprattutto in base alla capacità di tenere unito il partito democratico in un indistinto recupero culturale e storico di tutto e tutti, utilizzando il pragmatismo governativo come collante.

Vengo brevemente agli aspetti sociali dell’operazione di rinnovamento. Gli schemi tradizionali sono saltati ed è purtroppo saltato anche il legame con le componenti sociali più povere e deboli. La cultura socialista non mi sembra in grado di ritrovare il filo della matassa delle nuove povertà, abbarbicata com’è al pur sacrosanto “radicalismo” dei diritti civili ed al pericoloso “benpensantismo” verso i ceti medi salottieri. Ritorna la necessità di un forte richiamo alla cultura cattolica, l’unica in grado di mettere in campo lo slancio ideale e porre le basi per la rifondazione di una società rassegnata ai (vecchi e nuovi) poveri sempre più poveri ed ai (vecchi e nuovi) ricchi sempre più ricchi.

Il processo di rinnovamento o di ricostituzione ex-novo del partito democratico dovrebbe anche imbarcare tutte quelle forze tenute ai margini della moderna società liberal-progressista o liberal-conservatrice (mai come adesso in politica gli estremi si toccano). Il dirigismo amministrativo non lascia spazio alla partecipazione popolare, il governismo tecnocratico non consente discorsi riformatori, la mediatizzazione del dibattito politico non concede voce ai coristi, ma solo alle primedonne e/o ai comprimari di spicco. In questo senso la candidatura di Elly Schlein potrebbe avere le carte in regola per smuovere le acque, aprire le porte, cambiare aria e coinvolgere i soggetti più emarginati e silenziati al di fuori degli schemi imprigionanti, opprimenti e demoralizzanti.

Sto cercando non dico di salvare il salvabile, ma di vedere se ci possa mai essere qualcosa ancora da salvare. Prima di buttare a mare definitivamente il PD (partito che da diverso tempo non voto più) mi sembra infatti doveroso trovare un’alternativa (che allo stato non vedo) e/o fare una paziente individuazione dei presupposti per un recupero. É quello che, magari in modo sconclusionato, ho cercato di fare, mettendo la candidatura di Elly Schlein in discussione sul piano del recupero culturale, storico e sociale e intravedendone garbatamente l’inadeguatezza. Meglio però, tutto sommato e minimalisticamente parlando, mettere alla prova l’inadeguatezza del “nuovo” che attestarsi sulla riproposizione pedissequa del “vecchio”.

La candidatura alla guida della sinistra di questa giovane donna, non malata di protagonismo ma semmai di ingenuo entusiasmo, ha almeno, senza alcun dubbio, il merito di far discutere, di avviare un dibattito, di evitare il rischio dell’arrivo di un personaggio della nomenclatura che metta a posto tutto, vale a dire niente.

Elly Schlein non mi convince affatto, non mi pare adeguata, però prima di buttarla a mare vorrei esaminarla, proseguendo la prova finestra sui tre punti che mi sono sforzato di individuare: il pluralismo culturale, la rivisitazione critica della storia passata e l’apertura verso un nuovo assetto sociale.

Non conosco il personaggio Schlein: l’umiltà l’ho vista solo nelle parole con cui si è presentata al varco. Per il resto può darsi che sia ben diversa rispetto ad una prima superficiale impressione. Qualcuno, che la sa molto più lunga di me, la teme borghesemente arrogante, culturalmente integralista e politicamente egoista. Se fosse così… Si sarà montata la testa? Può darsi benissimo! Ad un insopportabile pavone preferisco comunque una gallinella ruspante tendente magari alla tacchinella.  Siamo messi proprio bene…nel pollaio PD.

 

 

 

Il giornalismo senza peli sulla penna

Ho tardivamente appreso con dolore della scomparsa di Fabrizio Castellini, direttore del settimanale “La Voce di Parma”, con cui ebbi l’onore di collaborare per diversi anni, del quale ho stimato il coraggio e l’abnegazione nell’esercitare la professione giornalistica su una piazza difficilissima come Parma.

Il “suo” giornale ha fatto ottime battaglie senza guardare in faccia nessuno, tenendo fede alla sua mission, che era quella di fornire alla città uno spiraglio di verità contro il falso conformismo mediatico dominante.

Ho cominciato a collaborare con La voce di Parma quasi per caso nel 2008: era scoppiata una polemica censoria da parte degli ambienti vaticani nei confronti di Famiglia Cristiana, rea di tenere un atteggiamento “troppo obiettivo” nei confronti del berlusconismo ancora imperante, e mi fu facile e spontaneo raccontare le analoghe vicende di Vita Nuova degli anni settanta, che mi costrinsero ad abbandonare, assieme ai colleghi, la redazione per insanabile contrasto con l’allora vescovo monsignor Amilcare Pasini in occasione del referendum sul divorzio.

Gli inviai il pezzo (quasi al buio) e lo vidi pubblicato in prima pagina. Da cosa nacque cosa, ci incontrammo e mi spalancò le porte del giornale: da allora non mi ha mai rifiutato un articolo o anche minimamente censurato un pezzo, dandomi tante occasioni di esprimere le mie idee in modo continuativo: un miracolo per me e per il mio pensiero così border line.

La collaborazione è stata anche l’occasione per un bel rapporto di amicizia fatto di stima, dialogo e condivisione di atteggiamenti e giudizi, complice anche la comune amicizia con don Luciano Scaccaglia, di cui il giornale ospitava regolarmente le coraggiose e indimenticabili omelie. Il rapporto amichevole di Castellini col “pretaccio parmense” era ben precedente al mio, che era nato proprio grazie a La Voce di Parma e alla battaglia difensiva fatta dal giornale in favore di don Scaccaglia, tenuto sempre nel mirino del potere clericale cittadino e spesso ingiustamente da esso attaccato.

Tra i tanti incontri avuti con Castellini mi permetto di ricordare forse il più eloquente: dopo che lui mi aveva incontrato inizialmente nella mia tana solidale in cui prestavo da pensionato un servizio di volontariato in una piccola cooperativa sociale, lo andai a trovare nella vecchia sede (?) del giornale, una stanzetta senza finestre in un sottoscala, una specie di rifugio carbonaro. Da quel giorno, come gli dissi, ho collaborato col giornale con ancora maggiore convinzione e impegno: «Tu, se fossi in Sicilia, saresti già stato spedito all’altro mondo dalla mafia…». Ricordo ancora perfettamente la sua risposta: «Ci sono tanti modi per far fuori una persona, a Parma nei miei confronti hanno usato l’omicidio professionale, mi hanno rovinato e isolato…». Potevamo sembrare “due sfigati” con la penna in mano.

La collaborazione al giornale è durata per circa un decennio poi, gradualmente, la spietata ed ammirevole franchezza di Castellini si è talora involuta arrivando, sempre e comunque in buona fede, al giudizio temerario, a volte addirittura gratuito ed ingiustificato. A quel punto ho preferito ritirarmi in buon ordine senza creare alcun contraccolpo sui lettori del giornale e senza mettere in alcuna difficoltà l’amico direttore al quale dovevo comunque gratitudine, ammirazione e rispetto.

L’amicizia e la stima reciproca sono rimasti intatte: ci siamo incontrati occasionalmente alcune volte. Lui ha provato simpaticamente a ripristinare il collegamento giornalistico, ma non era più possibile e nemmeno opportuno.

Considero l’attività giornalistica di Castellini, pur con qualche esagerazione nei toni, qualche scantonamento di stile e qualche accanimento di troppo, un autentico servizio alla verità della vita di Parma. Leggere La voce ha voluto dire scoprire il retroscena del potere, un lato di Parma nascosto, in quanto scomodo o addirittura inconfessabile o addirittura ai limiti o persino oltre i limiti della legalità.

Gli sarò sempre grato per l’amicizia offertami, per il servizio reso alla città e per avermi concesso coraggiosamente la possibilità di “sfogare” liberamente la mia verve giornalistica. Dopo questa lunga parentesi infatti non mi è rimasto altro da fare che ripiegare su un “giornalismo domestico”, coltivato in modo prettamente personale sul mio sito internet.

 

 

 

I topi che ballano davanti alla gatta

Lavoravo da pochi mesi e avevo conosciuto ben pochi utenti dei servizi in cui ero professionalmente impegnato, ma uno non perse tempo e, incontrandomi occasionalmente per strada, mi disse apertamente: “Sa cosa le devo dire dottore? Che quell’ufficio dove lei lavora è un gran casino!”. Rimasi molto male e non feci altro che chiedere tempo per cercare di mettere ordine, per quanto nelle mie modeste e relative possibilità, nella situazione così drasticamente e sinceramente dipinta.

Se dovesse capitarmi di incontrare qualche esponente dell’attuale maggioranza di governo, userei la stessa espressione verbale di quel mio simpatico ma implacabile interlocutore. “Sa cosa le devo dire onorevole? Che quel governo lì è un gran casino!”.

La confusione regna sovrana, non solo a livello programmatico in un vergognoso tira e molla sulle misure di bilancio 2023 e su parecchie altre questioni che si stanno profilando, ma anche a livello politico in un rapporto apparentemente conflittuale tra le forze politiche di maggioranza, che scalpitano su quasi tutto. Sarà una questione catalogabile come “tattica del ladri di Pisa” o sarà qualcosa di più consistente?

Da una parte si colgono le intemperanze più salviniane che leghiste e dall’altra quelle più berlusconiane che forzitaliote. Sembra una gara per conquistare la palma del miglior populista, anche perché il premier Giorgia Meloni ha dovuto in gran parte dismettere i panni del sovranismo per rendersi minimamente accettabile nei consessi europei, quelli dello sfondatore di bilanci per far quadrare i conti della spesa, quelli del riformatore per tranquillizzare i reazionari e i conservatori. Ne sta venendo fuori proprio un “gran casino”. Nella confusione programmatica si aprono spazi politici in cui si immettono i partner di governo alla ricerca di identità e visibilità. Secondo casino!

Mi sembrano infatti manovre sconclusionate, di cui faccio fatica a capire il senso. Sia Salvini che Berlusconi stanno difendendo con le unghie e con i denti la loro residua nonché penosa leadership: il primo le spara grosse per avvalorare la sua capacità di rappresentare certe istanze più velleitarie che realistiche; il secondo, come ebbe a dire acutamente l’ingegner Carlo De Benedetti, sembra cercare il pretesto valido per sfilarsi da una combriccola che lo vede ai margini, lui abituato a ben altra prestigiosa considerazione.

Torna d’attualità quell’alzata di sopracciglia esibita al Quirinale dopo la smaccata e poco garbata auto-candidatura meloniana. Salvini non può finire becco per i tradimenti opportunistici di Giorgia Meloni e bastonato dai leghisti rimasti senza riferimenti seri. Berlusconi non può essere il maestro messo dietro la lavagna da una scolaretta saputella e presuntuosa. E allora vanno alla spasmodica ricerca di qualche risibile appiglio, fanno tiri in porta finendo per sfondare la propria rete.  Da un certo punto di vista non hanno tutti i torti all’insegna del “chi si crede di essere questa ragazzetta”; sul piano sostanziale non hanno carte da giocare né a livello propagandistico-elettorale né sul tavolo politico-istituzionale.

Non riesco a prevedere dove andranno a parare. Si tratta, da parte mia, più di curiosità gossippara che di attenzione motivata. Forse il futuro ravvicinato di Salvini dipende dall’esito delle prossime elezioni regionali in Lombardia, laddove Letizia Moratti sta tentando di rubargli altro consenso e di sconfiggerlo proprio nella sua casa periferica, mettendo in discussione i rapporti sociali e la classe dirigente leghista. Forse la sopravvivenza di Berlusconi dipende dalle tattichette renzian-calendiane volte a sottrargli quel poco di centrismo e di moderatismo che riesce ancora a rappresentare.

Giorgia Meloni assomiglia molto alla gatta che gioca coi topi: li lascia vivere finché non avrà l’appetito definitivo per farsene un sol boccone. Sarà proprio così?  Se vedo Salvini piuttosto disperato nella sua tattica, per Berlusconi non sono così certo della sua impellente fine politica. Lui e gli italiani/berlusconiani mi hanno sempre sorpreso. Il cavaliere avrà la presenza di spirito di aprire improvvisamente la porta spinta da Renzi e Calenda per farli cadere miseramente? Tutto sommato ne godrei alquanto. E Gianni Letta gliela lascerà aprire? E le sue aziende cosa diranno? “Qui comando io” risponderà Berlusconi, magari rifugiato sotto il letto con tante donnine ancora intorno.

Piangere sul divismo versato

Il mondo del calcio è ormai talmente sputtanato da doversi rifugiare nelle pericolose patriottiche gioie dei tifosi e nei coccodrilleschi pianti dei calciatori. Ai campionati del mondo, dopo le sbruffonate (vedi i lunghi balletti brasiliani, irridenti verso l’avversario e sopportati da un omertoso arbitro) arrivano puntuali le delusioni più o meno clamorose: i Neymar, i Kane, i Ronaldo piangono. Non c’è niente da piangere, anzi ci sarebbe molto da piangere sul calcio, sul buffonesco professionismo dei calciatori, soprattutto dei divi del pallone.

Mio padre, così come era obiettivo e comprensivo, sapeva anche essere intransigente verso le scorrettezze dei giocatori. Soprattutto pretendeva molto dai grandi campioni superpagati, arrivava alla paradossale esigenza del goal ad ogni tiro in porta per un fuoriclasse come Zico (col da la ghirlanda) incoronato re di Udine al suo arrivo nella città friulana: cose da pazzi! Ma non solo con Zico anche con altri cosiddetti fuoriclasse: mio padre non accettava gli ingaggi miliardari, ne avvertiva l’assurdità prima dell’ingiustizia, faceva finta di scandalizzarsi, ma in realtà coglieva le congenite contraddizioni di un sistema sbagliato.

Mi spiace stonare nel coro osannante a Diego Armando Maradona, ma, a proposito di divismo calcistico, non posso esimermi dal ricordare. Ero alla fermata di un autobus ed attendevo con la solita impazienza l’arrivo del mezzo pubblico; accanto a me stavano un giovane padre assieme a suo figlio bambino, ma non troppo. Sfogliavano un giornale sportivo e leggevano i titoloni: il più eclatante diceva della pesante squalifica comminata a Maradona per uso di sostanze stupefacenti. Si, il grande Maradona beccato con le dita nella marmellata. Il bambino ovviamente reagì sottolineando la gravità della sanzione ed espresse, seppure un po’ nascostamente, il suo rincrescimento per l’accaduto. Qui viene il pezzo forte, la reazione del padre che vomitò (non so usare un verbo migliore): “Capirai quanto interesserà a Maradona con tutti i soldi che ha!!!” Il bambino non replicò e l’argomento purtroppo si chiuse così. Non so ancora darmi ragione del mio silenzio, ma forse fu dovuto al fatto che una bestialità simile non me la sarei mai aspettata da un padre: ci fosse stato “mio padre” non avrebbe taciuto. In poche parole quel signore aveva lanciato un messaggio negativo, diseducativo all’ennesima potenza. Era come dire al proprio figlio: “Ragazzo mio, nella vita conta solo il denaro, delle regole te ne puoi fare un baffo, della correttezza fregatene altamente”. Arrivò finalmente l’autobus, il tutto finì lì, ma ringraziai mio padre perché non ragionava così.

I divi del pallone, i più insopportabili fra tutti i divi. Forse vogliono in extremis tornare ad essere persone normali, che ridono e piangono, ma non sono credibili. Naturalmente il pubblico li scusa anche quando fanno cilecca: è tutta colpa degli allenatori… o degli arbitri…

“Ig dan tròp sòld”, commentava mio padre: di fronte a certi compensi da nababbo ai calciatori professionisti diceva che li avrebbe voluti vedere ad affrontare una squadra di muratori remunerati allo stesso livello? Ciò significa che non sopportava le ingiustizie in genere, ma nemmeno le storture del pianeta calcio, gioco di cui peraltro ammirava l’essenzialità e la semplicità abbinate alla spettacolarità.

Forse invece di mettere mano al fazzoletto per asciugarsi le lacrime di coccodrillo, sarebbe opportuno che si mettessero una mano al cuore per essere più corretti e leali ed una al portafoglio per essere più sobri e generosi.