Criminali di professione, statisti per passatempo

Ricordo come, poche ore prima del ritrovamento del cadavere del piccolo Tommy (vicenda parmense sconvolgente di alcuni anni fa), avessi razionalmente temuto il peggio da un rapimento che si intuiva fosse stato eseguito da delinquenti dilettanti allo sbaraglio: finire nelle mani di soggetti, intenzionalmente “capaci di tutto”, ma operativamente “buoni a nulla” anche nel male, è il massimo del rischio che potesse capitare a Tommy. Fui facile ed involontario profeta: resto convinto che questo misfatto sia stato frutto di improvvisazione e miraggio e l’epilogo, irrimediabilmente ed immediatamente tragico, sia dovuto al terrorizzato sbocco di una follia delinquenziale premeditata, ma, non per questo, meno insensata.

Portiamo questo episodio dal particolare al generale, da Parma al mondo, da un rapimento alla guerra. Siamo in presenza di un assetto internazionale in cui i protagonisti sono spesso criminali professionisti, ma politici/statisti (?) a livello dilettantesco. Mi riferisco a Vladimir Putin e al suo strano competitor Prigozhin, capo della milizia mercenaria Wagner. Siamo tutti attenti a capire come finirà il duello tra questi due macellai, che purtroppo non finirà nelle loro botteghe, ma si allarga anche alle nostre.

Criminali li sono, non c’è alcun dubbio, ma dallo scontro fra due criminali difficilmente potrà venire qualcosa di buono: sono oltre tutto dei pessimi politici, Putin si è infilato in un tunnel bellico da cui non riesce ad uscire, Prigozhin ha messo in moto un colpo di stato (?) che si è squagliato come neve al sole. In mezzo migliaia di morti, lutti e rovine, conseguenze devastanti in tutto il mondo, non solo in Ucraina. Come ha giustamente commentato Alberto Negri del “Manifesto”, due Putin non possono coesistere, quindi…

Come finirà questa improvvisa e imprevedibile vicenda dei mercenari che si montano la testa è difficile da immaginare, non si riesce nemmeno a capire quali ripercussioni potrà avere sulla Russia, sul potere di Putin, sulla guerra con l’Ucraina e sugli equilibri internazionali. Una cosa è certa: solo Dio sa trarre il bene dal male e quindi non rimane che confidare in lui.

A noi resta soltanto la verifica dei disastri che combinano le guerre: guerra chiama guerra, violenza chiama violenza, Putin chiama Prigozhin e viceversa. Se nessuno ha il coraggio di mettere fine a questa spirale, in un modo o nell’atro periremo tutti. Per un attimo mi sono paradossalmente scoperto a fare il tifo per Prigozhin, poi mi sono detto: sperare che la guerra possa finire per opera di un feroce e sanguinario mercenario della guerra stessa, impegnato in tutto il mondo a sostenere le più atroci cause, è veramente una “cagata pazzesca”.

 

Mes…tare nel torbido

Il Meccanismo europeo di stabilità (Mes), noto anche come «fondo salva stati», è stato creato sulla scia degli interventi nella crisi del debito sovrano avvenuta nel 2010 con gli interventi ripetuti per scongiurare il default della Grecia. Con l’arrivo della pandemia si è pensato di modificarlo dotandolo di 240 miliardi da utilizzare per affrontare l’emergenza sanitaria.

Nato nel 2012 con un trattato intergovernativo, il Mes serve a concedere a condizioni prestabilite assistenza finanziaria ai Paesi membri che dovessero trovarsi in difficoltà a finanziarsi attraverso il collocamento normale di titoli di Stato. In cambio ci sono da sottoscrivere una serie di condizioni. Fino ad ora è intervenuto in aiuto di Irlanda, Portogallo, Cipro, Spagna per l’esposizione finanziaria delle banche e Grecia per complessivi 295 miliardi, considerando anche gli interventi garantiti dall’Ue dal 2010. In cambio dei prestiti, è previsto un programma di rientro e di controllo del debito con piani di aggiustamento macroeconomico, riforme draconiane secondo i più critici che vanno dalle pensioni alla spesa pubblica a interventi più diretti. Criteri più leggeri sono richiesti invece per le linee di credito precauzionali, per Stati colpiti da choc avversi ma in condizioni finanziarie che presentano fondamentali sani. (dal quotidiano “La stampa”)

L’Italia su questo istituto economico finanziario europeo sta facendo il pesce in barile. Non si capisce bene il perché. Per motivi di scetticismo ideologico verso l’invadenza UE, per motivi di sovranismo economico-finanziario, per motivi di tatticismo volti a contrattare questa partita con altre (vedi Pnrr), per motivi di distinzione partitica all’interno dell’attuale maggioranza di governo? Di tutto un po’? Fatto sta che siamo l’unico Paese europeo a non aver ratificato questo strumento e questo insistente corteggiamento/tallonamento da parte della Ue non ci deve inorgoglire ma ci deve preoccupare. Siamo isolati, deboli e isolati e magari in prospettiva becchi e bastonati.

Giorgia Meloni gira come una trottola, ma sta facendo una gran confusione e punta più all’immagine che alla sostanza: dopo il bacio della pantofola a Biden, dopo i baci e abbracci con Zelensky, è rimasta a metà del guado. Mi è bastato osservare lo sguardo perplesso di Macron durante la conferenza stampa alla fine dei colloqui franco-italiani. Stiamo attenti perché il governo Berlusconi crollò per effetto degli sguardi franco-tedeschi. La storia potrebbe ripetersi, nel qual caso non ci rimarrebbe che tornare da Mario Draghi.

Sul piano politico la premier italiana ha sulle spalle la soma del sovranismo (Polonia, Ungheria etc.) e la complicità delle impresentabili destre estreme (nostalgici nazifascisti all’interno e all’estero) e non riesce a costruire un rapporto positivo con i Paesi europei fondamentali, anche perché sta puntando a nuovi equilibri in vista delle prossime elezioni europee: uno spostamento a destra dell’area dei conservatori o, se si vuole, uno spostamento verso i conservatori della destra, con il superamento degli attuali equilibri da grande coalizione popolar-socialista e marginalità delle destre.

La Lega di Salvini rientra in queste prospettive o si distingue da esse? La recente presa di posizione del ministro leghista dell’economia e finanza Giancarlo Giorgetti, piuttosto possibilista sul Mes, seppure nascosta dietro il dito dei tecnici ministeriali, come deve essere interpretata? Come una salita sul carro europeista conservatore, come una presa di distanza dagli strafalcioni identitari salviniani, come una paura verso le reprimende della potente burocrazia europea?

La maggioranza governativa è indubbiamente in grosse difficoltà, tra ministri (quasi) indagati e ministri (quasi) pasticciati, con un partito forte (FdI) schiacciato in mezzo alle patetiche pretese leghiste ed ai penosi tentennamenti forzitalioti post- berlusconiani, con un Pnrr sempre più tutto da gestire, con le fughe in avanti del presidenzialismo e delle autonomie rafforzate.

Ciononostante gli italiani sembrano mantenere un certo consenso soprattutto verso Fratelli d’Italia anche se, come osserva qualche commentatore, trattasi di una destra senza capo sociale e senza coda giustizialista, una destra in via di confusa conversione al post-berlusconismo rubato agli eredi più o meno legittimi: una destra in confusione, che si smentisce continuamente, che rinnega il proprio (in)glorioso passato, ma che, nonostante tutto, tiene botta e si prepara in modo piuttosto agguerrito alle prossime elezioni europee. Potrebbe essere un passaggio di automatico rafforzamento, ma anche un esame di democrazia moderna con voti piuttosto negativi: dieci in confusione, cinque in socialità, quattro in riforme, tre in economia e finanze. Ritornare alla prossima sessione!

 

Purtroppo non basta la fiscal suasion

«La giustizia fiscale tra i cittadini», uno dei principi fondamentali della Costituzione. Sergio Mattarella lo ha ripetuto tante volte. E lo ha ribadito ancora al Quirinale incontrando il nuovo capo della Gdf Andrea De Gennaro.

Parole come quelle del Capo dello Stato, sembrano ovvie, ma non lo sono affatto. Confrontiamole infatti con quelle che in materia hanno sciorinato alcuni governanti del presente e del passato.

Il Guardasigilli del governo Meloni, l’ex pm Carlo Nordio, ha infatti, proprio in questi giorni, detto: “Sono stato in magistratura fino al 2017 e non ho mai visto un evasore in manette. Il che significa che o qualcosa non ha funzionato o si parte da un principio sbagliato. Cioè che la legge penale abbia un effetto dissuasivo repressivo. Il criminale quando decide di delinquere non va a spulciare il codice penale per vedere la pena, pensa sempre di farla franca. Tutto questo ha provocato, però, una serie di processi penali assolutamente inutili, dannosi per tutti”.   

La legislazione tributaria attuale, “purtroppo, è schizofrenica e piena di ossimori”, mentre il sistema sanzionatorio nuovo “rappresenta un’assoluta novità e si inserisce in un più ampio programma di risoluzione della giustizia”, che punta in primis alla “semplificazione normativa”. Il ministro ha, poi, citato le parole del presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, sottolineando che “l’approvazione della delega sulla riforma fiscale è una vera e propria svolta per l’Italia, una rivoluzione attesa da 50 anni. Con il nuovo fisco delineiamo una nuova idea d’Italia, vicina alle esigenze dei contribuenti e attrattiva per i contribuenti”. 

“Se l’imprenditore onesto decidesse di assoldare un esercito di commercialisti, dicendo loro ‘io pago fino all’ultimo centesimo di imposte e pago voi e voi mi dovete far dormire sonni tranquilli’ non ci riuscirebbe, perché comunque qualche violazione verrebbe trovata” aggiunge il Guardasigilli. (Adnkronos)

E veniamo alla premier Giorgia Meloni. A Catania, alla chiusura della campagna elettorale per le amministrative siciliane, non è riuscita (non ha potuto o voluto) trattenere ‘’una voce dal sen fuggita’’ rivelatrice dei suoi reconditi pensieri: “L’evasione devi combatterla dove sta: big company, banche, non sul piccolo commerciante a cui chiedi il pizzo di Stato solo perché devi fare caccia al reddito più che all’evasione fiscale”. (Uffpost)

In una sorta di crescendo rossiniano arriviamo a Silvio Berlusconi, ad una delle sue amate barzellette sui finanzieri: indimenticabile quella raccontata più volte nei comizi. Eccola: «In un’azienda si sente bussare alla porta con decisione alle 7,30 di mattina: “Toc, toc”. “Chi è”, risponde preoccupato il capo azienda. “Siamo i ladri, dobbiamo fare una rapina”. “Ah, meno male. Credevo fosse la Guardia di Finanza”». (Verità e Affari)

Le affermazioni di Nordio sono furbe ma inaccettabili, in quanto provengono da un governante, che non dovrebbe essere rassegnato a convivere con la debolezza dello Stato e della Legge istituzionalizzandola in una sorta di “liberi tutti”, non dovrebbe buttare elegantemente la spugna, ma dovrebbe fare di tutto per capovolgere le situazioni di ingiustizia.

Molti anni or sono, il Ministro per la riforma burocratica Massimo Severo Giannini, dopo qualche tentativo si dimise annunciando il proprio espatrio verso gli Stati Uniti. L’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini, che lo aveva nominato, si incazzò giustamente. Un governante non può comportarsi così. Nordio ripete attivamente l’errore commesso passivamente da Giannini.

Le sparate demagogiche di Giorgia Meloni arrivano a barattare i principi costituzionali con un piatto di lenticchie servito agli evasori buoni da contrapporre agli evasori cattivi. Roba da matti, i padri costituenti si scaravolteranno nella tomba. L’articolo 53 Della Costituzione recita: “Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva. Il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Sulla Costituzione e sull’equità fiscale non si può quindi scherzare.

D’altra parte il contrastato e disturbato mentore di Giorgia Meloni, quel Silvio Berlusconi che peraltro la giudicava supponente, prepotente, arrogante e offensiva, sul fisco scherzava apertamente, salvo poi lasciarci le unghie a livello penale, dando immancabilmente la colpa all’accanimento dei magistrati.

Morale della favola: flat tax più o meno camuffata, condoni fiscali più o meno subdoli, legittimazione strisciante dell’evasione. Ha il suo bel daffare il Presidente della Repubblica a brandire la Carta Costituzionale davanti a gente che di quella carta fa un uso assai improprio, molto simile a quello che Umberto Bossi voleva riservare al tricolore.

 

 

 

Il governo tocca il fondo sui fondi

Una delle più inspiegabili e inammissibili lacune dello Stato italiano nei confronti dei suoi cittadini consiste nella stitichezza a supportare invalidi e famigliari delle vittime di eventi peraltro quasi sempre dovuti alla debolezza delle strutture pubbliche: lavoro, calamità, terrorismo, etc. etc.

Medaglie sì, pensioni col contagocce e con enormi ritardi. Risparmiamo (?) sulla pelle dei cittadini più sfortunati: roba che grida vendetta. Purtroppo è un difetto storico che va oltre gli indirizzi politici dei governanti di turno. Questioni burocratiche? Quando non sappiamo a chi dare la colpa, ce la prendiamo con la burocrazia di cui tutti, più o meno, siamo vittime. Non mi sento però di liquidare una simile manchevolezza in questo modo sbrigativo.

Quando vedo consegnare onorificenze e medaglie, quando sento la solita frase del “non vi dimenticheremo”, mi viene spontaneo pensare se e quando mai queste persone avranno quel sostegno economico che meritano e che magari è stato loro promesso. Probabilmente dopo il danno avranno le beffe di vedersi costretti ad inoltrare domande, a fare interminabili file agli sportelli pubblici, a chiedere quanto di loro sacrosanta spettanza.

Frequentavo la quarta classe dell’istituto tecnico commerciale: in questa scuola c’era l’usanza di iscrivere in un albo d’onore (sic!) gli allievi che si distinguevano per il loro profitto. Alla fine del primo trimestre avrei avuto i requisiti per quella iscrizione (nessuna insufficienza), ma avevo un voto basso in condotta (eravamo stati nella mia classe tutti puniti per alcune marachelle) e quindi persi “l’onorificenza”, per la verità senza grosso dispiacere da parte mia. Quando l’insegnante, che nutriva grande stima nei miei confronti, mi diede con un certo rammarico questo annuncio di fronte a tutti i miei compagni di classe, non esitai ad esprimere una sostanziale indifferenza alla questione: un mio compagno, volle dire ironicamente la sua e rivolto verso di me chiese, provocatoriamente e ad alta voce affinché la professoressa potesse sentire: «Si prendono soldi ad essere iscritti nell’albo d’onore?». Lo disse in uno sguaiato dialetto parmigiano per rendere ancor più ficcante la battuta. Fu immediatamente redarguito dall’insegnante, lui si scusò e la cosa finì così.

Forse aveva brutalmente ragione: siamo sempre pronti a riconoscere i meriti a parole salvo fregarcene altamente di premiarli in modo concreto. Si tratta della “paccaterapia” vale a dire la pacca sulla spalla che risolve tutto.

Un decreto del ministero del Lavoro approvato a maggio e passato sotto traccia per alcune settimane ha ridotto l’importo che le famiglie delle vittime del lavoro – o di chi subisce un grave infortunio – possono ricevere dallo Stato. Il testo del decreto 75/2023, firmato dalla ministra Marina Calderone, specifica le nuove cifre: il minimo è di 4mila euro, se c’è una sola persona superstite nella famiglia. Il massimo 14.500 euro euro per più di tre superstiti. Si considerano familiari i coniugi e i figli, e se non ci sono si allarga a genitori, fratelli e sorelle.

Nel 2022, le cifre erano ben diverse: 6mila euro la soglia minima, ben 22.400 quella massima. E la differenza si vede, ovviamente, anche per le quote intermedie. Per due superstiti si pagano 7.500 euro, che un anno fa erano 11.400. Per tre superstiti, la somma è di 11mila euro contro il 16.800 assegnati nel 2022.

Così, il Fondo di sostegno per le famiglie delle vittime di gravi infortuni sul lavoro è stato ridimensionato. Il pagamento una tantum è una pratica gestita dall’Inail, nata nel 2007, che viene erogata alle famiglie dopo la morte o il grave infortunio di un lavoratore o una lavoratrice, entro un mese. Si rivolge anche a chi non ha un’assicurazione Inail. Più avanti, poi, con apposite verifiche si fissa un indennizzo specifico in base alle circostanze che vengono accertate. (Fanpage.it)

È stato chiesto conto al ministro competente e staremo a sentire cosa risponderà. Nel frattempo posso vergognarmi? Sì, mi vergogno! Mi si dirà che sono piccole ingiustizie a fronte di altre ben più grosse e clamorose. Qui però c’è accanimento, c’è sadismo di Stato, ben più del pizzo di Stato (ammesso e non concesso che esista, forse solo, speriamo nel cervello di Giorgia Meloni).

 

 

I buffoni seri e quelli ridicoli

“Cominciate a fare le brigate di cittadinanza – dice dal palco al popolo pentastellato – mascheratevi col passamontagna e di nascosto andate a fare i lavoretti, sistemate i marciapiedi le aiuole, i tombini, senza dare nell’occhio”.

Non ci voleva molto a capire che si trattasse di una provocazione ironica che intendeva scuotere i cinquestelle e spingerli a reagire ad un certo andazzo della politica e dell’amministrazione della cosa pubblica. Ma esponenti politici e media in mala fede hanno reagito scandalizzati sostenendo che si trattasse di un equivoco e pericoloso invito alla politica armata.

Beppe Grillo è stato così costretto a tornare ad ironizzare: “Per favore fermatevi, era una boutade. Possibile che prendete tutto sul serio? Arrivano notizie drammatiche: è stato avvistato un pensionato di 74 anni che stava aggiustando sei tombini di notte con il passamontagna. Un albanese con la cazzuola ha messo a posto otto marciapiedi nella notte con il passamontagna”. Ed ha aggiunto: “Serve anche una legge. Il governo deve reagire, deve fare una legge. Abolire l’abuso d’ufficio e mettere l’abuso di lavori socialmente utili. Finitela. Siate coerenti con voi stessi e con il governo e con la politica. Uscite e applaudite la città. Dovete dire – ha concluso Grillo – ‘guarda che bel tombino devastato, che meraviglioso marciapiede rotto, guarda che piante ammuffite!’. Questo dovete fare. Smettetela perché altrimenti scoppia un casino ottimale!”.

Le reazioni più strumentali si sono avute nel partito democratico la cui segretaria aveva partecipato alla manifestazione grillina contro la precarietà durante la quale è avvenuto il “fattaccio” e la cui seduta della direzione ne è stata pretestuosamente “influenzata”.

“Il ritorno sul palco di Beppe Grillo inguaia Elly Schlein e il Pd. L’uscita sulle «brigate di cittadinanza con passamontagna» (in realtà lanciate mesi fa dal garante e proposte come una libera associazione di cittadini per lavori di pubblica utilità) crea scompiglio e ieri ha portato alle dimissioni dal Consiglio regionale del Lazio di Alessio D’Amato, ex assessore alla Salute e candidato del centrosinistra alle scorse regionali. Non è il solo ad aver espresso disagio rispetto alla partecipazione della segretaria al corteo voluto sabato da Giuseppe Conte contro la precarietà, ma la sua reazione è certamente quella più rumorosa.  «Va prestata grande attenzione a cosa si dice. E se lo si fa in una manifestazione pubblica, sì, possono essere considerate eversive – ha detto D’Amato -. Il passamontagna si è messo in circostanze nefaste per la Repubblica mentre per le proprie idee si combatte a viso aperto». Non è chiaro al momento se le dimissioni siano l’anticipo di un addio al partito (magari per approdare proprio al Terzo polo) ma il diretto interessato non pare escluderlo: «Dipenderà dall’evoluzione della discussione nei prossimi giorni. Sono sorpreso che nessuno mi abbia chiamato e lavorerò per far valere le tesi della sinistra riformista, che deve avere un linguaggio chiaro, farsi comprendere e contrastare sia i sovranisti che i populisti». Da notare inoltre che è stato lo stesso D’Amato a segnalare il diffuso «malcontento e malessere» nel partito «a cui bisognerà dare una risposta politica» e comunque, ha aggiunto, «la cosa più grave è che a 24 ore di distanza dalle parole di Grillo non ci sia stata una presa di distanze netta».

A ricucire ci ha provato Matteo Ricci, sindaco di Pesaro, coordinatore dei primi cittadini Pd, ma anche sostenitore dell’abrogazione dell’abuso d’ufficio: «Se Schlein ha sbagliato ad andare nella piazza della manifestazione organizzata da Conte? No. Noi dobbiamo trovare un modo di coordinarci con le opposizioni. Altrimenti Meloni farà quello che vuole. È giusto che la segretaria tessa una tela su temi specifici». «Le parole di Grillo sono sbagliate e pericolose – ha aggiunto -. Credo che le abbia scelte per prendersi la scena e ostacolare un rapporto costruttivo tra le opposizioni. Che invece dovrebbe essere l’obbiettivo di tutti. Invece, alla prima vera occasione d’incontro, ci ha pensato Grillo con la sua uscita a ostacolare quell’avvicinamento»”. (dal quotidiano “Avvenire”)

Una volta tanto che Beppe Grillo fa bene il proprio mestiere di buffone prestato alla politica si scatena un’assurda polemica. Mi pare che in questo caso sia più buffonesca la posizione di Alessio D’Amato che muore dalla voglia di uscire dal PD e trova un inconsistente pretesto per farlo o cominciare a farlo.

Mi vengono spontanee due riflessioni, una di merito e una di metodo. Nel merito sono d’accordo con Grillo: chi amministra e governa deve smetterla di parlare di massimi sistemi e deve cominciare a farsi su le maniche affrontando i problemi concreti della gente. Un modo per combattere la precarietà potrebbe essere ad esempio anche quello di impegnare le persone, disoccupati, sottoccupati, detenuti, etc., nei lavori socialmente utili. La protesta popolare dovrebbe proprio partire dalle cose piccole per arrivare gradualmente a quelle grandi.

Nel metodo penso che anche la provocazione, l’ironia, l’iperbole dialettica possano avere la loro funzione positiva esattamente contraria a quella temuta dai benpensanti, vale a dire distogliere i contestatori dalla protesta violenza per farli confluire nella proposta disincantata e concreta.

Quanto al partito democratico, mi pare che inchiodarlo ad una sorta di diaspora grillina sia il modo peggiore possibile per rinnovarlo e rilanciarlo. E poi non si dice che il PD ha perso contatto e consenso a livello popolare? Allora, scendere in piazza su temi squisitamente popolari come la lotta alla precarietà non è un modo per recuperare contatti e consensi? Certo, non basta, ma tanto per cominciare…

 

La direzione che non marcia

Una relazione lunghissima, ben 21 pagine, articolata tra l’azione politica del Pd, i temi cardine dell’agenda dem, il rapporto con gli alleati e le questioni interne. Elly Schlein a 360 gradi oggi in Direzione Pd. Appuntamento a cui la segreteria è arrivata dopo giorni di tensioni, acuite dalla partecipazione sabato alla manifestazione M5S. Punto, anche questo, sul quale Schlein non si è sottratta argomentando sul ruolo di collante di una possibile futura coalizione che la segretaria vuole interpreti il Pd. Ai dem chiede lealtà, garantisce pluralismo ma ai critici si rivolge con franchezza: “Forse il problema è che a qualcuno questa linea non piace, ma allora sarebbe più onesto ammetterlo anziché trovare altre scuse”. E ribadisce: “Mettetevi comodi, siamo qui per restare e restare insieme”. (adnKronos)

La lunghezza della relazione, i subliminali contrasti interni, le critiche esterne mi hanno fatto ripensare alle riunioni del consiglio nazionale della Democrazia cristiana, con la differenza che in quello il dibattito era molto più radicato (nelle correnti), aperto (non c’erano le primarie a fare da freno) e trasparente (nessuna paura ad esprimere dissenso).

Il partito democratico non è una forza politica leaderistica e monolitica (tutto sommato è un suo pregio), ma un insieme di idealità diversificate: il problema è che non esiste chi sia in grado di fare sintesi politica. Elly Schlein ci sta provando con enorme fatica. Non ho ancora capito se ciò sia dovuto ad una sua debolezza oppure alle opposizioni piuttosto sconclusionate, aprioristiche e velleitarie che incontra.

Credo abbia effettivamente individuato alcune linee programmatiche su cui lavorare sodo anche se i media hanno sorvolato sui contenuti per puntare alle gag di Beppe Grillo ed ai rapporti col movimento cinque stelle.

Ci sono molte fronde interne, ci sono fuoruscite marginali ma significative, serpeggia un certo scetticismo, tende a prevalere il mugugno: quando la Schlein  parla in generale è generica, quando scende sul particolare è limitata, quando pone delle priorità è divisiva, quando si occupa un po’ di tutto è inconcludente, quando parla di pace è pacifista, quando si schiera con l’Occidente e bellicista, quando dialoga col M5S è troppo remissiva, quando privilegia il Pd è integralista, quando si occupa di diritti civili è movimentista, quando punta sui problemi del lavoro è demagogica, quando parla di riforme è vaga, quando agisce in proprio si è montata la testa, quando temporeggia  è una minestra scaldata e via di questo passo.

I casi sono due: o si ritiene che la forma e la sostanza del partito democratico siano inadeguati a questa fase politica oppure ci si va e ci si sta dentro a ridere e piangere. In questo ha perfettamente ragione la segretaria quando chiede schiettezza e lealtà: il tempo dei giochini è ampiamente scaduto. Personalmente propendo per il primo caso anche se non so dove andare a sbattere la testa, ma non mi sento più di scegliere il male minore, pretendo qualcosa di più.

L’investitura dalla base ottenuta con le primarie aperte all’esterno dà indubbiamente una certa forza alla segreteria Schlein, ma dall’altra parte la costringe a trascurare almeno in parte la dialettica interna. Il problema di un partito di sinistra sta nel coniugare le idealità con i programmi concreti e nel considerare il dialogo a tutti i livelli come presupposto dell’azione di governo.

Elly Schlein ha molte idee in testa e molte idealità nel cuore, ha meno capacità di ascolto e dialogo, fa molta teoria e poca pratica. Restando al Pd, chi potrebbe in questo momento storico fare meglio di lei? C’è senz’altro chi ha più intelligenza, esperienza e capacita politica, ma è superato dai tempi e logorato dalle vicende passate. E allora? Fatela lavorare, qualcosa di buono sta già facendo, aiutatela e non mettetela sulla graticola delle discussioni stucchevoli e nel tritacarne dei rapporti più tesi. Ho tante perplessità sul suo conto, ma vedo una onestà intellettuale, una pulizia morale, una disponibilità all’impegno, uno sforzo al rinnovamento. Non è moltissimo, ma nemmeno poco.

 

Un uomo, una donna, due vescovi

Lo ha fatto dalle pagine de “La Repubblica” Concita De Gregorio. Non ho letto, per non esserne influenzato, il suo raffronto fra le due omelie tipiche di questi giorni: quella tenuta dal cardinal Delpini, vescovo di Milano, alle esequie di Silvio Berlusconi, quella del cardinal Zuppi, vescovo di Bologna, tenuta alle esequie di Flavia Franzoni Prodi. Provo a fare questo accostamento con le mie personali riflessioni.

Riporto le parole spese sulla vita di Berlusconi.

Essere contento e amare le feste. Godere il bello della vita. Essere contento senza troppi pensieri e senza troppe inquietudini. Essere contento degli amici di una vita. Essere contento delle imprese che danno soddisfazione. Essere contento e desiderare che siano contenti anche gli altri. Essere contento di sé e stupirsi che gli altri non siano contenti. Essere contento delle cose buone, dei momenti belli, degli applausi della gente, degli elogi dei sostenitori. Godere della compagnia. Essere contento delle cose minime che fanno sorridere, del gesto simpatico, del risultato gratificante. Essere contento e sperimentare che la gioia è precaria. Essere contento e sentire l’insinuarsi di una minaccia oscura che ricopre di grigiore le cose che rendono contenti. Essere contento e sentirsi smarriti di fronte all’irrimediabile esaurirsi della gioia. Ecco che cosa si può dire dell’uomo: un desiderio di gioia, che trova in Dio il suo giudizio e il suo compimento.

Quando un uomo è un uomo d’affari, allora cerca di fare affari. Ha quindi clienti e concorrenti. Ha momenti di successo e momenti di insuccesso. Si arrischia in imprese spericolate. Guarda ai numeri a non ai criteri. Deve fare affari. Non può fidarsi troppo degli altri e sa che gli altri non si fidano troppo di lui. È un uomo d’affari e deve fare affari.

Quando un uomo è un uomo politico, allora cerca di vincere. Ha sostenitori e oppositori. C’è chi lo esalta e chi non può sopportarlo. Un uomo politico è sempre un uomo di parte.

Quando un uomo è un personaggio, allora è sempre in scena. Ha ammiratori e detrattori. Ha chi lo applaude e chi lo detesta. 

Silvio Berlusconi è stato certo un uomo politico, è stato certo un uomo d’affari, è stato certo un personaggio alla ribalta della notorietà.

Ma in questo momento di congedo e di preghiera, che cosa possiamo dire di Silvio Berlusconi? È stato un uomo: un desiderio di vita, un desiderio di amore, un desiderio di gioia. E ora celebriamo il mistero del compimento.

Ecco che cosa posso dire di Silvio Berlusconi. È un uomo e ora incontra Dio.

Riporto di seguito anche le parole spese sulla vita di Flavia Franzoni Prodi.

Ecco Flavia, che ha imparato tanto da Gesù mite e umile di cuore. Mite lo è sempre stata, con quel radicalismo dolce che era la sua fermezza e che la coinvolgeva intimamente alle vicende del prossimo. Amava i piccoli. Riservata, in un mondo sguaiato, pieno di vanagloria, davvero vana, di penosa esibizione perché riduce l’amore ad apparenze. Flavia preferiva la sobria e solida vicinanza alla vita vera, partendo dai più fragili, legandosi a loro nella sua ricerca accademica mai chiusa nei corridoi, facendo i luoghi dell’umanità le vere aule dove imparare e vivere, da studiare con cuore e intelligenza, con curiosità e interesse, per provare l’urgenza di cambiare e la programmazione per costruire le soluzioni. E generosità significa anche passare il proprio sapere senza appropriarsene, consegnarlo agli altri, perché non ne ha mai fatto strumento di potere ma di servizio. ‎Generosa ma non accomodante. Si schernirebbe e, a questo punto, mi inviterebbe alla sobrietà! Però è giusto ricordare come con Achille Ardigò, e tanti altri, scelse una branca della Sociologia vicina alle marginalità, che per certi versi verifica e corregge le decisioni degli economisti, certi tagli alla spesa, ad esempio, con conseguenze spesso lasciate a chi viene dopo, perché vede il mondo a partire dai poveri e non viceversa. Con tanta passione civile per i servizi sanitari e sociali, uniti alla comunità umana, come l’assistenza domiciliare che ha dentro una comunità che rende la città casa, indispensabile perché sia pubblica e universalistica, con prossimità e cura, con la pazienza di un lavoro all’uncinetto. Con intelligenza una sua amica ha scritto che Flavia riportava ogni cosa al suo senso profondo, in politica, nelle relazioni occasionali e in quelle profonde, familiari. Era come se lei avesse la bussola. Ci si può smarrire, senza un orientamento così. Ma anche ritrovare, certo, definitivamente. E questa bussola ci porta nel cuore di Gesù, vince e vincerà ogni solitudine.

Emergono, al di là delle differenti esperienze, due modi di intendere la fede, due mentalità di vita, due impostazioni esistenziali e, se vogliamo, anche due diversi approcci della comunità cristiana al ricordo delle persone.

Nel primo caso siamo al ritratto di un uomo che ha agito in proprio, da uomo in balia dei suoi desideri, che ha interpretato a suo modo le beatitudini evangeliche; nel secondo caso siamo davanti all’esistenza di una donna che si è sforzata di prendere alla lettera le beatitudini evangeliche improntando ad esse le sue scelte di vita.

Per quanto riguarda gli omileti, nel primo caso abbiamo uno stile ecclesiale molto abilmente diplomatico e distaccato, una perfetta (?) combinazione tra il dire e il non dire, fra il dire quello che tutti hanno visto e che vede la gente e il non dire quello che dice il Vangelo per paura di giudicare e disturbare il giudizio mondano.

Nel secondo caso lo stile omiletico è molto evangelico e poco diplomatico, una analisi che va oltre le apparenze che ingannano e fruga nel segreto di una vita che ha portato avanti la testimonianza del “non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”, senza santificazione di sorta ma con piglio coraggiosamente costruttivo.

Due modi di essere uomo, donna e vescovo. Giudicherà il Padre Eterno!

 

 

 

Prosegue la strage degli innocenti

Emerge sempre più che la strage di Pylos è stato il drammatico e colpevole esito dei “non soccorsi”. Con un video che dimostra con chiarezza come il peschereccio fosse fermo, con mare calmo, in attesa di soccorsi. Invece si sono avvicinati solo mercantili, lanciando con una fune pacchi di acqua in bottiglia. Quindi non una fune per trainare. (dal quotidiano “Avvenire”)

Assistiamo inerti e addirittura indifferenti alle stragi di migranti, che si susseguono e che purtroppo vanno in crescendo. Questi eventi tragici non li abbiamo saputi prevenire nei tempi passati con una lungimirante politica di aiuto ai Paese sottosviluppati, non li riusciamo nemmeno ad evitare con una gestione razionale e solidale del fenomeno migratorio, non li evitiamo nemmeno a valle con i soccorsi umanitari.

Rimangono sempre, se non le certezze, almeno i dubbi atroci che si sarebbero potuti evitare con atteggiamenti solerti e adeguati verso chi chiede aiuto per non morire affogato. Capisco le difficoltà, ma non ci si può rassegnare a fatti del genere: è un comportamento che grida vendetta al cospetto di Dio e della storia.

Forse esiste la orribile riserva mentale del lasciarli morire dal momento che non riusciamo ad accordarci fra di noi sulla loro accoglienza: un gioco a rimpiattino che finisce in tragedia.  Prima scarichiamo e rimbalziamo le responsabilità sull’accoglienza, poi buttiamo le colpe addosso al Paese di turno. Questa volta è la Grecia ad essere sul banco degli imputati, qualche mese fa l’Italia. Non è un caso che siano i Paesi più esposti all’ondata migratoria (che avrebbero da tempo dovuto meglio organizzarsi al riguardo), mentre gli altri non muovono un dito (dovrebbero capire che il problema riguarda tutti) e tutti stanno a guardare le mosse altrui (io ho già dato, ora tocca a te). Si parla da sempre di gestione comunitaria del fenomeno, ma ogni Paese guarda i propri interessi e tutto finisce lì.

Il grande sindaco di Firenze Giorgio La Pira ammetteva di non riuscire a dormire sapendo che c’erano operai che rischiavano il posto di lavoro. A maggior ragione gli attuali governanti dovrebbero avere sonni molto agitati sapendo che c’è gente disperata in mare che muore affogata. Tutti dovremmo sentirci colpevoli e chiamati in causa. Nessuno è esente da colpe. Fin qui l’umano senso di responsabilità. Poi vengono le colpe della politica e dell’economia, dell’intero sistema che trova nei fenomeni migratori le valvole di sfogo ai propri problemi e squilibri: i migranti e la loro eventuale morte sono il prezzo da pagare per il “benessere” delle nostre democrazie. Orribile ipotesi!

Possibile che non si possa fare almeno qualcosa per alleviare le sofferenze di tanta gente e per evitare la sua tragica fine? Impossibile, ma vero!

 

La politica tra blasismo e fedezismo

Non sono in grado di capire se la disfatta elettorale della sinistra spagnola abbia una portata europea (probabilmente sì), vale a dire se lasci intendere o meno un andamento generale elettorale verso destra o se dipenda da questioni di carattere contingente e/o locale (considerata la natura amministrativa della recente tornata elettorale iberica). Credo purtroppo che si tratti di un indirizzo che si sta allargando e radicando in molti Paesi, Italia compresa. Quali i motivi?

Durante animate ed approfondite discussioni, tra me e l’indimenticabile amico Walter Torelli, ex-partigiano e uomo di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta si constatava come alla politica stesse sfuggendo l’anima, se ne stessero andando i valori e rischiasse di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restasse che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti? Temo di sì.

Il susseguirsi di emergenze gravissime ha inoltre evidenziato l’inadeguatezza della politica a fare fronte ad un mondo che sta rapidamente cambiando, a governare i conseguenti processi, a dare un senso agli impellenti sacrifici individuali e sociali.

Tanto vale allora ripiegare sull’egoismo individuale, sociale e nazionale e su questo piano la destra è indubbiamente meglio attrezzata e più credibile. Mentre la sinistra balbetta di fronte alle nuove problematiche non riuscendo a coniugarle con la necessità di profonde revisioni programmatiche, la destra, direttamente o indirettamente, urla slogan, che promettono adattamenti fatti di tecnicismo pseudo-liberale e di nostalgico ritorno agli schemi del tempo andato.

La destra dovrebbe essere conservatrice di natura, mentre la sinistra dovrebbe essere progressista per vocazione. Molto più facile e meno rischioso conservare quello che esiste in nome del puro mantenimento delle libertà anziché lavorare per il cambiamento verso l’uguaglianza e la giustizia sociale in base a determinati valori impegnativi e stimolanti. La sinistra, dopo la crisi delle ideologie, non è riuscita a sostituire la fede nel marxismo con valori altrettanto forti da mettere alla base delle sue politiche. Persino negli Usa la sinistra ha recentemente deluso le aspettative valoriali dopo la tempesta populista ed egoista di Donald Trump. Joe Biden non è riuscito infatti ad incarnare la riscossa valoriale e solidale a cui si guardava con interesse e speranza. In Europa la sinistra non riesce ad essere veramente riformista nel senso di proporre riforme radicalmente legate a determinati valori coinvolgenti a livello popolare e si limita a distinguersi dalla destra combattendola sul suo terreno, quello del pragmatismo e così destinandosi alla sconfitta.

Un tempo si sosteneva che quando le cose vanno male occorre un governo di sinistra che riesca ad imporre sacrifici e prospettive rigorose, mentre quando fanno il latte anche le galline può governare la destra per spartire il bottino. Il discorso sembra essersi capovolto: gli elettori si orientano al meno peggio, individuandolo nel realismo economicista e nel rassegnato qualunquismo incarnati dalla destra sempre più estrema.

Il voto di sinistra è storicamente stato piuttosto ideologizzato e, ammesso e non concesso che le ideologie siano tramontate, l’elettore medio fa molta fatica a dare fiducia a chi non riesce a sostituire niente alle ideologie. Il voto di destra invece è sempre stato piuttosto pragmatico e, ammesso e non concesso che il pragmatismo sia costretto a trionfare, l’elettorato orientato storicamente a destra non scappa dal mercato politico e ripiega sulla bottega più comoda e più promettente.

In Italia allo sparpagliamento elettorale si vuole dare addirittura, a scanso di sorprese, un assetto istituzionale con l’ignobile connubio tra presidenzialismo e autonomismo (quasi) secessionista: il peggio che si possa mettere insieme. Ma tant’è: la politica meglio mandarla in vacanza, meglio farla sotto l’ombrellone. Non ho idea dove ci porterà questa tendenza all’apolitica, che è forse ancor peggio dell’antipolitica. A scegliere, come dice Franco Cardini, tra Ilary Blasi e Fedez? Tra due finte e false trasgressioni? Staremo a vedere.

 

 

La pignatta riformatrice

Ho la netta sensazione che il discorso della giustizia nel nostro Paese soffra di un acceso e distruttivo clima di contrapposizione tra magistratura e politica. Da una parte chi amministra la giustizia ha avuto ed ha la tentazione di combattere il malcostume politico infierendo con troppa disinvoltura sui comportamenti dei governanti e degli amministratori pubblici a tutti i livelli. Dall’altra parte la politica si difende a lumaca vale a dire rinchiudendosi nel proprio recinto e cambiando le leggi per sgattaiolare fuori dalla portata giustizialista e tentando più di depotenziare la magistratura che di moralizzare la vita pubblica.

L’art. 323 del Codice Penale recita: “Salvo che il fatto non costituisca un più grave reato, il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio, in violazione di specifiche regole di condotta espressamente previste dalla legge o da atti aventi forza di legge e dalle quali non residuino margini di discrezionalità, ovvero omettendo di astenersi in presenza di un interesse proprio o di un prossimo congiunto o negli altri casi prescritti, intenzionalmente procura a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arreca ad altri un danno ingiusto, è punito con la reclusione da uno a quattro anni. La pena è aumentata nei casi in cui il vantaggio o il danno hanno carattere di rilevante gravità”.

Il Consiglio dei ministri ha approvato la riforma della giustizia proposta dal guardasigilli Carlo Nordio. Il testo, tra l’altro, elimina il reato di abuso d’ufficio.  E quale sarebbe la motivazione? Per evitare l’abuso dell’abuso d’ufficio che avrebbe paralizzato le procedure burocratiche e che viene considerato afflittivo nella fase delle indagini per le ombre sull’immagine degli amministratori ma scarsamente incisivo visto che l’approdo in dibattimento avviene in un numero molto limitato di casi (nel 2021, ci sono stati solo 18 casi di condanna dopo il dibattimento di primo grado).

In buona sostanza si vuole eliminare il reato perché spaventa e condiziona il comportamento dei pubblici ufficiali sui quali graverebbe la spada di Damocle dell’abuso d’ufficio. Può darsi che sia effettivamente diventato uno spauracchio e una fattispecie esageratamente perseguita dalla magistratura inquirente. Non mi convince però l’argomentazione politica del ministro che cancella con un tratto di penna un reato perché viene brandito come arma impropria dai giudici.

Non sono un giurista, ma resto molto perplesso e mi chiedo: d’ora in poi, se un pubblico ufficiale effettivamente abusa del suo potere, chi lo ferma? Non sono in grado di valutare se nel contesto di questa riformina il discorso sia stato recuperato con altre norme più leggere e più agibili.

Mi pare che il ragionamento di fondo sia questo: dal momento che la magistratura esagera indagando a destra e manca alla ricerca degli abusi, facciamo finta che gli abusi non ci siano più e speriamo bene. Al giustizialismo dei giudici si contrappone il garantismo assoluto a favore di chi amministra. Non mi sembra una contrapposizione seria e costruttiva. Al rischio di un atto di sfiducia pregiudiziale dei magistrati verso la pubblica amministrazione si risponde con un atto di sfiducia verso la magistratura scippandola di una norma di riferimento.

Lungi da me santificare i giudici, ma lungi da me anche colpevolizzarli ante litteram cancellando una loro giurisdizione. In questo clima non si può riformare la giustizia. Non so se sia costituzionale il comportamento del ministro Nordio, ma certamente l’approccio non è equilibrato ma fazioso.

Mi pongo una provocatoria domanda: quali serie riforme si possono impostare quando il premier considera “pizzo di Stato” le tasse e il ministro della giustizia “pizzo dei giudici” le indagini sugli abusi degli amministratori pubblici. Ci sarà pure un modo serio per rendere equa la tassazione senza perseguitare i contribuenti ed equa l’amministrazione senza perseguitare gli amministratori. La politica dovrebbe cimentarsi in tal senso e non giocare alla pignatta col riformismo.