La semplicità di un papato raffinato

Alla morte di papa Giovanni Paolo II la Chiesa manifestava, almeno a livello gerarchico, un bisogno di identità: si proveniva da un lungo e poliedrico pontificato, che aveva buttato coraggiosamente la Chiesa nella mischia, creando un ponte carismaticamente personalistico fra il laicismo mondano e il tradizionalismo cattolico.

La identità si poteva trovare in una Chiesa pastoralmente evangelica e aperta al nuovo, impersonificata dal cardinal Carlo Maria Martini, oppure in una Chiesa dogmaticamente e teologicamente legata alla Tradizione, impersonificata dal cardinale Joseph Ratzinger. Fu scelta la seconda strada probabilmente sulla base di un compromesso a cui Ratzinger non si attenne, costringendo Martini a parlare spesso ex media laici.

Il papato di Ratzinger va inquadrato in una dotta impostazione teologica che delineava Gesù nei libri, ma preferiva rifugiarsi nella dottrina a livello pastorale.  Con ogni probabilità, al di là della presa d’atto dei propri limiti di resistenza fisica, fu la consapevolezza dell’inadeguatezza profetica e pastorale a spingere opportunamente e coraggiosamente Ratzinger ad una storica rinuncia.

Con questo atto “rivoluzionario” Benedetto XVI ha riscattato all’ultimo minuto un papato di conservazione e di non poche contraddizioni. Ed ecco rispuntare la ricerca di un’identità che papa Francesco ha finalmente puntato tutta sul Vangelo a costo di lasciare a loro stesse le strutture di governo della Chiesa. Ratzinger si è fatto da parte con una correttezza esemplare anche se qualche volta è stato tirato per la tonaca, resistendo però alle lusinghe degli scontenti in cerca di una sorta di antipapa. Gli va dato atto di non avere minimamente strizzato l’occhio ai menagramo della Curia e della Gerarchia retrograde. E non è un merito da poco!

Sul piano della testimonianza personale in papa Benedetto si è vista tanta umiltà, tanta semplicità, nonostante la raffinatezza e la profondità del suo pensiero e la tentazione di rifugiarsi nell’elaborazione dottrinale a scapito dell’impegno pastorale. I cattolici (stranamente soprattutto i giovani), hanno compreso ed apprezzato questa sua difficile battaglia risolta con grande equilibrio e intelligenza. Questa è forse la cifra impressa dallo Spirito Santo. E lui li ha ricompensati degnamente senza voler strafare e ritirandosi al momento giusto.

Papa Benedetto è morto due volte ed entrambe le volte è risuscitato: la prima volta nella riservatezza di un monastero, la seconda nell’aldilà in cui è entrato con le carte in regola. Per lui non c’è bisogno quindi delle esaltazioni più o meno mediatiche e/o delle ricostruzioni più o meno retoriche. Risulta che abbia chiesto semplicità per le sue esequie, evitando ogni e qualsiasi accelerazione verso gli altari. La sua grande intelligenza gli ha fatto scegliere l’approccio più giusto per presentarsi al trono dell’Altissimo, davanti al quale troverà il vero senso del suo pontificato.

Una miss…ina al governo

Vincendo un fazioso (lo ammetto!) senso di repulsione, ho seguito pressoché integralmente la lunghissima conferenza stampa di fine anno del presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ricavandone alcune provocatorie riflessioni.

La prima riguarda la statura politica del personaggio. Ormai va di moda considerarla un leader. Se essere tale vuol dire interpretare i difetti della (sua) gente, Giorgia Meloni è un leader. Mia sorella Lucia, per certi versi più netta di me nei giudizi, direbbe, usando una gustosa espressione dialettale: “niént pighè in t’na cärta” oppure “da lè a niént da sén’na…”. Se vogliamo essere buoni, la carta è di quelle che fanno un certo effetto, mentre la cena è e rimane assai magra. A parte gli scherzi, Giorgia Meloni, sul piano della dialettica politica se la cava, più con la presunzione di essere brava che con l’idea di avere qualcosa da dire.

La contraddittoria pochezza è emersa soprattutto sulle problematiche internazionali: è riuscita a mettere in fila una seria di cavolate impressionanti, dal misconoscimento del trattato del Quirinale con la Francia al rifiuto di un’Europa federale, dalla pedissequa e strumentale accettazione della Nato alla velleitaria contrapposizione tra Usa ed Europa (quell’Europa in cui peraltro non crede…), dal categorico rifiuto del Mes (e se per caso ne avessimo bisogno?) alla diplomazia del “se vuoi la pace prepara, anzi fai, la guerra”. Se l’Europa fosse in un momento di prestigio, ci avrebbe già mandato a quel paese (leggi Ungheria e Polonia), ma in questo momento è in difficoltà e quindi è disposta (o costretta) a sopportare anche gli strafalcioni meloniani.

Sulle incongruenze della manovra economica se l’è cavata buttando il reddito di cittadinanza in tribuna in attesa di una qualche politica del lavoro, giustificando la flat tax come un risarcimento ai lavoratori autonomi di piccolo calibro rispetto ai rischi inerenti la loro attività, ammettendo di aver voluto inviare soltanto alcuni messaggi identitari, di aver voluto piantare alcune bandierine direzionali, di non avere quindi in mente un vero e proprio disegno al di là di un liberismo di facciata che non piace nemmeno a Confindustria.

Interrogata inevitabilmente sui ripiegamenti neofascisti di Fratelli d’Italia ha superato Ignazio La Russa e Isabella Rauti, dando una penosa lettura della storia del Movimento sociale, quale difensore d’ufficio dell’assetto repubblicano e costituzionale a cui convertire i recalcitranti italiani del dopoguerra. I più sostengono che si tratti di problemi superati: acqua passata non macina più. Non sono d’accordo: questa è acqua passata che continua a macinare e l’attuale governo è il mulino ideale.

Se togliamo il discorso sul presidenzialismo tutto il resto si è dispiegato nell’ovvietà: le risposte si conoscevano prima delle domande. Un rassicurante inno alla normalizzazione di una destra di governo, che vuole governare senza scossoni, ma lanciando messaggi identitari (per tutti la guerra ai rave party), dando l’impressione di cambiare, finendo in realtà col salvare l’insalvabile (l’evasione fiscale) e col tradire ogni e qualsiasi sensibilità sociale (tipica fine della destra che finisce sempre per difendere gli interessi dei ricchi).

Alle preoccupazioni di fondo rispetto a questo governo non ha aggiunto e tolto nulla. Credo che Giorgia Meloni abbia la situazione della sua maggioranza sotto perfetto controllo, che l’opposizione non abbia al momento nessuna chance per metterla in qualche crisi, che l’Europa resti a guardare senza intenti bellicosi, che la gente rimanga al palo della recente consultazione elettorale.

Chi potrà creare qualche difficoltà a questo governo? Nessuno al momento! A meno che l’Italia non vada dentro una grave recessione e allora in molti potrebbero svegliarsi dal sonno e cominciare a gridare…Mi auguro che non occorra un bagno di sangue socio-economico per buttare all’aria una situazione che va radicalizzandosi “con” infamia e senza lode.

 

 

 

 

 

 

La variante La Russa

Il 22 dicembre 1947, con 453 voti favorevoli e 62 contrari, dopo 170 sedute, l’Assemblea costituente approva la Costituzione repubblicana, che entrerà in vigore il 1° gennaio 1948.

Il 26 dicembre 1946 viene fondato il MSI, un partito che, viaggiando sul filo del rasoio della storia e della Costituzione, ha tenuto viva politicamente la nostalgia per il ventennio fascista.

Ebbene, a dimostrazione che l’Italia non ha ancora chiuso i conti col suo passato, le due date sono state paradossalmente e vergognosamente celebrate quasi in contemporanea.

A introdurre questo corpo estraneo (?) nel dibattito pubblico ci hanno pensato purtroppo due illustri rappresentanti delle Istituzioni: Ignazio La Russa, nientepopodimeno che presidente del Senato, seconda carica dello Stato (ricorda suo padre, «fra i fondatori del Movimento Sociale Italiano in Sicilia e che scelse il Msi per tutta la vita, la via della partecipazione libera e democratica in difesa delle sue idee rispettose della Costituzione italiana») e Isabella Rauti, senatrice e sottosegretaria alla Difesa («Onore ai fondatori ed ai militanti missini»). Nascondendosi dietro il ricordo dei loro padri, hanno lanciato, condito con la memoria famigliare e con la scusa di ricordare il MSI, un chiaro e lampante messaggio politico di una destra che non recide i fili col passato fascista, ma tende ad esibirli al disonore del mondo.

La cosa ha scatenato reazioni polemiche soprattutto da parte della comunità ebraica e del partito democratico. Il problema però sta a monte. La botte dà il vino che ha e quindi la questione riguarda la scelta della botte piena, che lascia intravvedere un’Italia ubriaca. Gli italiani il 25 settembre 2022 hanno sdoganato i neofascisti, mettendoli in condizione di governare il Paese. Questa è la triste realtà. È inutile scandalizzarsi a posteriori, la frittata storica è fatta e ce la dobbiamo ingoiare.

Certo che la destra poteva essere almeno più elegante, invece ha sbattuto in faccia a tutti il certificato di buona condotta neofascista ponendo un esponente di grido missino sull’alto scranno del Senato. Auguriamo lunga e pimpante vita al presidente Mattarella, anche perché, se dovesse avere seri impedimenti nello svolgimento delle sue funzioni, ci troveremmo, seppur provvisoriamente, ad avere come Capo dello Stato nonché rappresentante dell’unità nazionale un personaggio che fa una confusione tremenda fra il Movimento Sociale Italiano e la Costituzione Italiana.

Forse ancora più clamorosa la scelta di Isabella Rauti come componente del governo, anche perché figlia di un esponente missino assai chiacchierato a livello di trame nere. Non so quali deleghe le abbia concesso il ministro Crosetto, ma, dico la verità, avere una così orgogliosa neofascista alla Difesa mi preoccupa e mi inquieta.

I casi sono due: o gli italiani hanno, strada facendo, perso gli anticorpi contro il virus fascista e le sue moderne varianti oppure l’(inco)scienza politica ha sentenziato che questi virus non sono più attivi e pericolosi. Credo che entrambe le ipotesi siano plausibili e tali da normalizzare una situazione che normale non è affatto.

A questo punto ho il timore che diventino addirittura controproducenti le proteste, le richieste di dimissioni, le grida scandalizzate. Dobbiamo abituarci a convivere col virus: lo stiamo facendo in modo poco serio per il covid, lo dobbiamo fare obtorto collo anche per il virus neofascista, sperando che sia piuttosto innocuo (ho i miei seri dubbi al riguardo).

 

 

Il carcere non è ancora la morte

Il problema delle carceri, udite-udite, è tornato “di moda” non tanto per i continui suicidi che si verificano al loro interno, ma perché alcuni ragazzi sono fuggiti dal carcere minorile di Beccaria a Milano. Già questo approccio la dice lunga: fa più rumore un evaso di una schiera di suicidi.

Nella mentalità corrente e nei programmi di governo è l’ultimo dei problemi alla faccia di Voltaire che sosteneva come “la civiltà di un Paese sia data dalle condizioni delle sue carceri”. Se adottiamo il criterio volterriano l’Italia la possiamo considerare incivile. Non perché dalle carceri si evada con facilità, ma perché in esse si vive in modo disumano: vale per i detenuti e vale anche per gli agenti di custodia.

Facciamo nuove carceri? Sicuramente dal punto di vista strutturale siamo assai carenti, ma preferirei partire dall’altra parte del discorso. Perché tanto sovraffollamento? La lentezza della giustizia tiene in carcere molte persone in attesa di giudizio, una parte rilevante delle quali è poi giudicata innocente o comunque sottoposta non a pena detentiva. Molti reati andrebbero depenalizzati in quanto punibili in altro modo, forse anche più incisivo e scoraggiante. Occorrerebbe valutare e regolamentare il ricorso a pene alternative ed inoltre consentire ai carcerati di uscire per lavorare. Credo infatti che la rieducazione dei condannati si basi soprattutto sul lavoro, che costituisce la premessa per un serio seppur graduale reinserimento nella società.

Così “sgolfate” e ridimensionate le carceri potrebbero essere meglio strutturate, organizzate e sorvegliate. Esistono poi i problemi delle donne-madri e dei minori. Il solo pensiero di tenere in carcere soggetti rientranti in queste due categorie mi rabbrividisce. Per loro valgono a maggior ragione i discorsi fatti sopra.

Ho l’impressione che i provvedimenti atti al reinserimento dei carcerati vengano adottati con leggerezza o con lentezza scatenando l’ira di certa pubblica opinione. Le forze politiche, all’infuori di uno storico e serio interessamento del partito radicale e delle associazioni collegate ad esso, se ne fregano altamente. Temono di scontrarsi con le opinioni correnti, considerano l’argomento ostico e pericoloso, ritengono di fare altre scelte prioritarie. Qualcosa di importante e meritorio fanno i volontari e i sacerdoti, ma certamente non basta.

E così si va avanti alla meno peggio, un suicidio oggi e uno dopodomani, condizioni igienico-sanitarie penose, rapporti conflittuali fra detenuti, prepotenze a go-go, violenze varie, droga nelle celle, etc. etc. Possibile che non si riesca a combinare nulla?

Come ormai spesso accade l’unica istituzione che prende seriamente in considerazione il problema dei carcerati è il Papa, che peraltro deve scontrarsi con la prevalente mentalità anche dei cattolici. In una recentissima omelia natalizia papa Francesco ha detto che siamo bravissimi a considerare i carcerati come delinquenti passati e non come uomini e donne presenti e futuri. È la vergognosa verità!

La Costituzione italiana all’articolo 27 recita: “L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”. All’articolo 13 si prevede: “É punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. La legge stabilisce i limiti massimi della carcerazione preventiva”.

L’abuso della carcerazione preventiva, la situazione delle carceri, una rieducazione a dir poco carente e l’indiretta spinta al suicidio sono una patente violazione, un vero e proprio sgarbo costituzionale. Noi sappiamo probabilmente solo una minima parte dello scempio che avviene all’interno delle patrie galere.

Oltre tutto può capitare a tutti di commettere un reato e di finire in carcere, a volte anche per errore più o meno clamoroso degli organi inquirenti e giudicanti. Non è quindi un problema riservato ai delinquenti, che magari trovano la strada per arrangiarsi e sopravvivere, è un tema della società se vuole essere chiamata civile.

 

Briciole di cittadinanza

Dodici ore al giorno per 700 euro: “È indegno, così tengo il Reddito”. Padre di due ragazze disabili a Scampia è pronto a rinunciare al sussidio. «Voglio lavorare, non essere assistito. Ma trovo solo opportunità fuori dalle regole» (La Stampa).

Siamo perfettamente d’accordo che l’assistenzialismo è di per sé una sconfitta della politica: se c’è bisogno di intervenire a sostegno di persone che non riescono a vivere dignitosamente all’interno dei meccanismi socio-economici del sistema vuol dire che la politica non riesce ad intervenire sul sistema stesso per renderlo equo o almeno compatibile con i diritti basilari dei cittadini.

Il cosiddetto reddito di cittadinanza rientra nella categoria degli interventi assistenziali e dovrebbe consentire di sopravvivere a quanti non riescono ad esercitare un diritto fondamentale, quello al lavoro.  L’art. 4 della Costituzione recita: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società”. Si tratta di un diritto/dovere.

Perché quindi il reddito di cittadinanza? Perché nella nostra società non esistono per tutti i presupposti per godere di un diritto e sarebbe oltre modo assurdo criminalizzare chi si trova in questa incresciosa situazione addossandogli comunque il dovere di lavorare a qualsiasi condizione, anche la più ingiusta e offensiva. Sta passando l’opinione secondo la quale la concessione del reddito di cittadinanza sia un incentivo alla pigrizia ed al parassitismo. Stiamo capovolgendo i fondamenti del vivere civile: non trovare un lavoro accettabile sta diventando una colpa.

Lo Stato scarica sul cittadino le proprie manchevolezze: non sono io che non ti consento di lavorare in modo dignitoso, sei tu che non hai voglia di lavorare perché ti rifiuti di accettare un lavoro purchessia magari a condizioni di sfruttamento. È più demagogico insistere su questo strumento assistenziale o depennarlo di fatto insinuando che il lavoro c’è, basta cercarlo e accettarlo a scatola chiusa.

Ogni aiuto offerto al cittadino trova purtroppo chi ne approfitta: è un discorso vecchio come il cucco. L’esistenza di pochi approfittatori non giustifica però l’inerzia dei pubblici poteri di fronte allo stato di assoluta necessità di tanti cittadini.

L’attuale governo sta affrontando il problema all’interno di due presupposti inaccettabili: quello appena citato della generalizzazione degli eventuali abusi e quello del dovere di accettare un lavoro qualsiasi che verrebbe prima del diritto ad un lavoro accettabile in quanto rispondente alle regole dell’equità e del buon senso.

Così facendo si sta scoperchiando una pentola in cui bolle il lavoro border line, a salari da fame, a condizioni di sfruttamento, a modalità pericolose, fuori dalle regole sindacali e di legge. Se pretendiamo che i beneficiari del reddito di cittadinanza si tuffino in questa pentola sbagliamo due volte: pretendiamo l’impossibile dai “poveri” e giustifichiamo il vergognoso comportamento dei “ricchi”.

La normativa sul reddito di cittadinanza si può quindi migliorare solo ed esclusivamente in parallelo con una seria politica del lavoro. Diversamente rischiamo, per dirla col Vangelo, di togliere ai cagnolini persino la possibilità di cibarsi delle briciole che cadono dalla tavola dei padroni. Già l’assistenzialismo è una forzatura che li considera cagnolini, togliere loro le briciole è il massimo dell’ingiustizia da parte di una società che non vuole nemmeno dare una mano a chi non ce la fa.

 

 

 

Il piano che va piano

C’era da aspettarselo. Il piano nazionale di ripresa e resilienza rischia di rimanere invischiato, da una parte sui tempi di realizzazione dei vari progetti a costo di perdere i fondi stanziati e dall’altra nelle accelerazioni impresse a casaccio a costo di sprechi e pressapochismi.

A prescindere da considerazioni politiche, era più che opportuno lasciare a Mario Draghi il pallino in mano nella fase realizzativa del piano, almeno per il rispetto delle principali scadenze e delle finalizzazioni dei vari interventi. Ci avrebbe certamente aiutato il suo carisma nei confronti della Ue, impietosamente attenta alla italiana inconcludenza, la sua conoscenza ed esperienza in merito alla macchina della pubblica amministrazione, il suo occhio vigile ad evitare storture affaristiche e clientelari. Intendiamoci bene, avrebbe anche lui avuto non poche difficoltà a concretizzare un simile piano, ma saremmo un tantino più tranquilli.

Non so se e come ci salterà fuori l’attuale governo e lungi da me gufare contro gli interessi nazionali. Ho l’impressione che la situazione sia un po’ fuori controllo e che l’Italia stia rischiando grosso ripiombando nel disastro di non sapere spendere e/o di spendere male i soldi europei. Mancheremmo un’occasione storica, anche se non ritengo che tutto l’ambaradan politico-programmatico possa essere individuato solo ed esclusivamente nel Pnrr.

Siamo stati molto bravi nel chiedere aiuto, siamo stati accontentati in tal senso, ora dobbiamo dimostrare di saper utilizzare presto e bene gli aiuti. Per l’amor di Dio non facciamo subentrare i conflitti fra centro e periferia, tra governo e regioni, tra regioni e comuni, tra nord e sud, tra economia e socialità. Tutti si diano una mossa e si impegnino al meglio delle loro capacità e responsabilità. Se devo essere sincero non vedo questa mobilitazione, spero di sbagliarmi.

Penso che qualche consiglio utile lo possa dare ancora Mario Draghi con i riferimenti del suo governo, penso che Paolo Gentiloni possa svolgere un importante ruolo di collegamento con l’Unione europea dal suo posto di commissario all’economia, penso che Sergio Mattarella ce la metterà tutta per aiutare e incoraggiare chi di dovere. Basterà?

Ho molta paura degli inghippi burocratici, temo le infiltrazioni mafiose, mi spaventano i campanilismi e i clientelismi, mi preoccupa la polemica politica, mi terrorizza l’idea di un gioco allo scaricabarile, dubito, bisogna pur ammetterlo, della competenza dell’attuale governo.

É per tutti un’impresa molto ardua, non facciamo pertanto i faciloni. Mettiamocela tutta. Di più non saprei dire. Che la questione non si risolva in infinite e stucchevoli polemiche. La sfida è epocale: la politica o saprà dimostrare di essere capace di spendere e gestire i soldi pubblici o dovrà buttare definitivamente la spugna.

 

La giostra politica del calcinculo

Tra le numerose contraddizioni ed anomalie presenti nella manovra di bilancio varata dalla nuova maggioranza ve n’è una che, a mio giudizio, grida vendetta più di altre già ingiuste, inique e inconcludenti. Se avete un po’ di pazienza ci arrivo.

L’unico sottile filo logico presente nella legge finanziaria si trova in alcune strizzate d’occhio, in alcuni contentini per certe fette di elettorato soprattutto di Fratelli d’Italia (così ha sostenuto acutamente e indiscutibilmente la giornalista Flavia Perina durante una puntata di “Otto e mezzo” su La7): le partite iva accontentate con l’innalzamento dei limiti per la flat tax, i commercianti, i taxisti e altri soggetti a contatto diretto coi consumatori finali  rassicurati col casino combinato sul Pos, i pensionati più anziani e poveri illusi con un ridicolo aumento delle pensioni minime, il mondo dei ristoratori, dei balneari e degli albergatori aiutati indirettamente con il ridimensionamento (quasi annullamento) del reddito di cittadinanza, i cui beneficiari dovranno accettare proposte di lavoro purchessia da imprenditori spregiudicati che andranno a nozze nel sottopagare i loro lavoratori.

Si tratta di esempi per una legge di bilancio inqualificabile da tutti i punti di vista: fiscale con un incoraggiamento significativo ad evadere, pensionistico con pesanti tagli alla rivalutazione degli emolumenti non certo tali da meritare una ulteriore e pesante falcidia, economico con nessun serio sostegno a famiglie ed imprese. Lasciamo perdere le “cazzate” dell’ultima ora come la licenza d’uccidere i cinghiali in città (una misura per tenere alto il morale dei cacciatori di frodo, scatenare l’ira degli animalisti, mettere in ridicolo la politica…) e come lo scudo penale per gli evasori totali (robaccia della peggior specie).

Il provvedimento più insulso ed irritante mi sembra però il cosiddetto salva-calcio, vale a dire la rateizzazione in 60 rate mensili con un interesse del 3% per il versamento di somme già tardivamente esigibili, riguardanti ritenute fiscali e previdenziali per le società calcistiche di serie A (costo circa un miliardo). Cos’è questa marchetta al di là in un’iniziativa lobbistica di Claudio Lotito, presidente della Lazio nonché senatore di Forza Italia eletto nella circoscrizione Molise? Un’agevolazione, motivata dalla crisi Covid (ma fatemi il piacere…), ad un mondo che non la merita, che viaggia a cavallo del filo del rasoio della correttezza gestionale, che sfonda bilanci con ingaggi da nababbo ai divi del pallone, che una ne inventa e cento ne fa per quadrare, meglio dire truccare i conti. Ma i tifosi forse saranno contenti, il loro diversivo socio-politico è salvo! E sull’altare degli stadi pieni e degli affari delle tv a pagamento verrà santificata anche Giorgia Meloni, che magari si rappacificherà al riguardo con Silvio Berlusconi.

In questo periodo si fa un gran parlare di sporcizia nel mondo della politica e quella di cui sopra cos’è? Il lobbismo fatto politica. Berlusconi alla sua discesa in campo, nei primi anni novanta del secolo scorso, dopo tangentopoli cavalcò l’uscita dell’affarismo dalla porta giudiziaria e lo fece rientrare dalla finestra che dava direttamente sui suoi interessi politicizzati ed istituzionalizzati. Giorgia Meloni, dopo aver fatto finta di essere diversa, ha fatto uscire la politica dalla porta della neutralità tecnica e la sta facendo rientrare dalla finestra delle sue clientele e convenienze di partito e di governo. Finalmente i cittadini si sono riappropriati della politica: per farsi gabbare da una presuntuosa scolaretta spacciata per un’innovativa leader.

La terza fase di Gianni Cuperlo

Si doveva partire dalle idee. Quando un qualsiasi gruppo smarrisce la strada, per ritrovarla bisognerebbe cercare la mappa, usare la bussola, interrogarsi sul percorso adottato per capire quale possa essere quello da adottare, invece spesso, è anche il caso del partito democratico, si comincia a discutere su chi debba condurre il gruppo, verso quale metà non si sa.

Il PD di fronte ad una seria crisi culturale, etica e politica che lo ha investito, riparte dalla scelta del capo cui affidare la barca che sta facendo acqua da tutte le parti. La quarta candidatura in campo, quella di Gianni Cuperlo, spero non rientri in questo gioco pseudo-leaderistico, mi auguro anzi che lo possa scompigliare. Stando alla caratura culturale del soggetto, alle sue dichiarate prime intenzioni, al garbo metodologico e dialogico che lo contraddistingue, lascia sperare in un serio anche se difficile tentativo di riportare il discorso alle origini del partito per verificarne la tenuta valoriale, la storia passata e le prospettive future.

Qualcuno lo giudica un lupo che ha perso il pelo comunista, ma non il vizio egemonico. Se ci si mette su questa strada del processo alle intenzioni e dei ricordi imbarazzanti non se ne esce vivi. Se Cuperlo comunista è, mi pare lo sia nel senso di recuperare i valori e la cultura di un’esperienza politica che merita rispetto e considerazione, una cultura, che, pur in mezzo a errori e contraddizioni, ha contribuito fondamentalmente alla costruzione della Repubblica italiana. Forse con Cuperlo si ritorna alle scelte di fondo e a chiedersi se a sinistra ci sia spazio per un dialogo collaborativo e politico fra le due tradizioni culturali di peso, quella socialista (preferisco per chiarezza definirla comunista) e quella cattolica.

Era il dilemma moroteo, risolto in più fasi, quella del pur corretto e leale scontro ideologico, quella della piena democratizzazione dell’allora PCI tramite una problematica scommessa di collaborazione governativa e quella successiva (la terza fase) di competizione democratica fra due forze alternative, una di sinistra (il Pci sdoganato) e una di centro (la DC purificata). Purtroppo questa visione strategica è stata bruscamente interrotta dall’assassinio del suo ideatore: è stata sostituita dal craxismo che ha navigato tra democristiani e comunisti cogliendone soltanto le vocazioni al potere, centrale per la DC, periferico per il PCI. La politica è andata alla deriva tangentizia, è spuntato Berlusconi che ha costretto comunisti e cattolici progressisti a trovare obbligate vie d’intesa per contrastare un disegno di restaurazione che oserei definire fascista in chiave moderna e per certi versi persino “profetica” (intendo in senso negativo).

Con Cuperlo torniamo a questo punto? Riuscirà il PD a riprendere un proficuo dialogo a tutto campo tra le tradizioni comunista e cattolica progressista? Sono compatibili queste due culture o sono soltanto costrette ad accordarsi per fare argine alla destra non più e solo berlusconiana, ma meloniana, vale a dire sostanzialmente e, forse persino spregiudicatamente, reazionaria più che conservatrice. Sarà possibile riprendere il discorso laddove era stato interrotto dalla tragica morte di Aldo Moro, per aggiornarlo ai tempi nuovi (?) e rilanciarlo in termini più stringenti? Potrà ancora esistere il PD rispolverato, riveduto e corretto o dovremo rassegnarci all’ennesima e forse anti-storica scissione, dettata dall’esigenza di fare chiarezza sul piano culturale prima che politico? Meglio uniti nella confusione ideale o meglio divisi nella chiarezza ideologica? Ci potrebbe stare la terza via di Gianni Cuperlo!

Mi sembra che Cuperlo possa essere l’uomo giusto per tentare questa verifica a trecentosessanta gradi. Tra il continuismo castale di Stefano Bonaccini, il nuovismo velleitario anche se sincero di Elly Schlein, l’opportunismo minimalista e simpatico di Paola De Micheli, si insinua il purismo culturale perbenista di Gianni Cuperlo. Mi viene spontaneo concedere qualche chance a quest’ultimo, sperando che almeno possa contribuire a chiarire certe questioni che, lasciate a loro stesse, da culturali rischiano di diventare ideologiche e di radicalizzarsi in campo partitico più che politico. Poi magari si vedrà…

L’evento che cambia tutto

Parto col Natale della famiglia. Quando si avvicinavano le feste di Natale mio padre registrava quasi con fastidio, con un notevole senso di sorpresa, una ricorrente domanda che gli veniva formulata “Indò vät par Nadäl “. Questo succedeva nel periodo delle vacche grasse, perché, quando regnava sovrana la miseria, tali richieste sarebbero risuonate assurde per non dire offensive. E la risposta, pronta e spontanea anche se un po’ risentita e giustamente provocatoria, fulminava l’interlocutore: “Tutti, s’ j én lontàn, i fan di vèrs da gat  par gnir a ca’, e mi ch’a són a ca’ vót ch’a vaga via?” . Si trattava, a ben pensarci, di un libero rifacimento del classico “Natale con i tuoi”, ma un po’ più ragionato e motivato da una logica stringente e indiscutibile che inchiodava, col buon senso, chi proponeva l’evasione in una pur legittima uscita dagli schemi. Per mio padre non se ne poteva neanche parlare: Natale=famiglia e basta così. Questa battuta, che spesso in vista del Natale mi capita di rammentare e riecheggiare, mi serve per introdurre la prossima parte del racconto.

Ricordo il Natale della povertà. Non ero ancora nato ma mi hanno ripetutamente raccontato che la mia famiglia ebbe un periodo di gravissime difficoltà economiche. La miseria regnava sovrana in molti strati sociali, mio padre era disoccupato, mia madre lavorava ma il reddito non era sufficiente, per farla breve non c’era il becco d’un quattrino per affrontare le feste natalizie. Posso immaginare il dramma interiore di mia madre, esposta in prima persona in una situazione sfuggitale di mano, lei che non aveva sofferto la fame nella sua famiglia di origine, che non era abituata ad un regime di vita così austero, che aveva abitato in alloggi semplici ma sufficienti: raggiungeva l’acme natalizia della pena, magari con qualche rimpianto in agguato, con una tristezza infinita nel cuore senza potersi sfogare con nessuno. Arrivò in soccorso lo zio ribelle, quel Bonfiglio che, nella sua simpatica rivoluzione personale, combatteva anche la miseria, ottenendo interessanti successi ed aprendo il cuore a chi lo aveva sempre accolto incondizionatamente: intervenne senza bisogno di sollecitazioni con una generosità unica, capace di cambiare la situazione, di donare con gioia. Mise a disposizione tutto quanto poteva servire a trascorrere il Natale con la necessaria serenità economica, facendo anche una iniezione di fiducia, mettendo in campo una carica umana incredibile ed ineguagliabile. Bonfiglio salvò la sorella da una situazione incresciosa, la tolse dall’orlo del precipizio e mise il proprio sigillo ad un Natale storico per la mia modesta famiglia.

Chiudo col Natale della Fede. Scrive padre Raniero Cantalamessa: “Solo dopo aver contemplato la “buona volontà” di Dio verso di noi, possiamo occuparci anche della “buona volontà” degli uomini, cioè della nostra risposta al mistero del Natale. Questa buona volontà si deve esprimere mediante l’imitazione dell’agire di Dio. Imitare il mistero che celebriamo significa abbandonare ogni pensiero di farci giustizia da soli, ogni ricordo di torto ricevuto, cancellare dal cuore ogni risentimento anche giusto, verso tutti. Non ammettere volontariamente nessun pensiero ostile, contro nessuno: né contro i deboli, né contro i forti, né contro i piccoli, né contro i grandi della terra, né contro alcuna creatura che esiste al mondo”.

Buon, e se permettete anche Santo, Natale a tutti!

 

 

Il pronto ostacolo

“Nella sala d’aspetto del pronto soccorso non c’è posto. E così una mamma ha fatto quello che poteva: ha preso il figlio in braccio, l’ha coperto con quello che aveva e si è seduta nel “garage” dove si fermano le ambulanze. In attesa, al freddo, di un aiuto. È successo all’ospedale Santa Maria Regina degli Angeli ad Adria, in provincia di Rovigo. La foto denuncia, che ritrae la donna con il suo piccolo in braccio avvolto in una coperta, ha subito fatto il giro del web. 

Come racconta Il Gazzettino, il “garage” delle ambulanze è stato trasformato in una sala d’attesa per l’esecuzione dei tamponi anti Covid. A riscaldare solo un generatore di calore. «Non è nel mio carattere lamentarmi ed esporre certi problemi sui social – ha denunciato il marito della donna, Alessio Marangon, postando la foto-denuncia su Facebook –, ma questa non potevo non pubblicarla. Questa è l’accettazione del pronto soccorso di Adria». 

«Ma dove stiamo andando a finire?», si interroga un utente nei commenti al post. La vicenda, purtroppo, per i cittadini non è una novità. «Successo anche a noi purtroppo, sia con mio figlio piccolo e sia da sola… – scrive un altro utente -.  Addirittura una volta ci hanno fatto il tampone sulla porta senza neanche farci entrare». Un altro aggiunge: «Il pronto soccorso di Rovigo è peggio».

Una situazione a cui l’amministrazione comunale risponde annunciando di aver «avuto assicurazione dal direttore di Ulss5 Patrizia Simionato che l’organizzazione dell’accettazione del pronto di soccorso di Adria verrà prontamente risolta per dare la giusta accoglienza alle persone che necessitano», ha comunicato il sindaco Omar Barbierato”. Dal quotidiano La stampa del 17 dicembre 2022)

Due amare riflessioni. Siamo in Veneto, nel Nord-Italia dell’efficientismo e della buona amministrazione pubblica. Ma fatemi il piacere… Nella sanità esistono voragini di inadeguatezza rispetto ai bisogni dei cittadini. I padreterni governatori regionali scendano dall’Olimpo in cui si sono collocati, facciano un bagno di umiltà e mettano mano alle cose essenziali. Vale per i governatori di destra, sinistra e centro, del nord, del sud e del centro. Nell’immaginario individuale e collettivo ricorrere al pronto soccorso è diventato un dramma: proprio nel momento in cui una persona avrebbe più bisogno di essere accolta, ascoltata e curata, viene trattata come un cane. Non so se sia per mancanza di strutture, di personale, di organizzazione dei servizi. So che è uno schifo!

Ci siamo riempiti la bocca di lotta al Covid. Ma quale lotta, se per l’esecuzione di un tampone ci si comporta così.  Dopo tre anni dall’inizio della pandemia non siamo ancora riusciti ad organizzare una seria modalità per l’esecuzione dei tamponi. Se il buon giorno si vede dal mattino…E smettiamola di pontificare, facciamo concretamente le cose possibili e mettiamo seriamente in cantiere quelle attualmente impossibili. Le regioni chiedono a gran voce ulteriore autonomia. Se la usano come si evince dal suddetto episodio di malasanità, non certo isolato nel tempo e nello spazio, sarà meglio pensarci due volte. E non mi si dica che il decentramento è proprio il modo per essere più vicini ai bisogni della gente. Dovrebbe in teoria essere così, ma dopo cinquant’anni dall’entrata in funzione delle Regioni, sono non solo scettico, ma addirittura centralista.