Il papa è più uguale degli altri

“Bergoglio al Policlinico Universitario Fondazione Agostino Gemelli è stato sistemato al decimo piano, interamente dedicato al Vescovo di Roma, negli stessi locali che in passato hanno già ospitato ricoveri papali. Nella suite ci sono tutte le strumentazioni mediche necessarie per monitorare lo stato di salute: in particolare, l’apparecchiatura per l’emogasanalisi, un esame che consente la misurazione di alcuni importanti parametri sanguigni, tra cui i livelli circolanti di ossigeno e anidride carbonica e il pH ematico. Esami che hanno permesso di verificare la presenza di un’infezione respiratoria. Di particolare importanza la tac toracica, che ha dato esito negativo.

Con il Pontefice si troverebbero tra gli altri Andrea Arcangeli, direttore della Direzione di Sanità ed Igiene del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, e Massimiliano Strappetti, assistente sanitario personale del Pontefice.

La stanza del Gemelli è una specie di mini appartamento, sobrio e accogliente, nell’ala destra dell’Ospedale, vicino al cosiddetto reparto «solventi». Nella suite tutta bianca e con arredi semplici ci sono, oltre allo spazio per il letto, il bagno, una tv naturalmente. Gli ambienti sono ovviamente collocati e gestiti in un livello di sicurezza e riservatezza assolute. Si giunge alla camera del Papa attraverso un lungo corridoio, che è sotto il controllo congiunto della Polizia di Stato italiana, della Gendarmeria vaticana e degli uomini della sicurezza del Policlinico; al passaggio si arriva oltre che da una rampa di scale anche con un ascensore utilizzato dal personale sanitario. Nella suite ci sono anche angoli – in particolare un salottino con una poltrona letto – per lo staff papale. Il Vescovo di Roma può raccogliersi in preghiera, o celebrare messa o partecipare alla funzione, in una piccola cappella con un inginocchiatoio e un grande crocifisso. La stanza del Papa ha grandi finestre che danno sul piazzale dell’ingresso principale del Nosocomio”. (dal quotidiano “La stampa”)

È inutile nascondere come il trattamento riservato al pontefice faccia a pugni con quello riservato al cittadino comune: file al pronto soccorso, mancanza di letti, mancanza di medici, reparti affollati, lungaggini per analisi ed esami e chi più ne ha più ne metta. Il confronto è impietoso, ma viene spontaneo farlo, anche perché il papa predica molto bene, ma in questo caso, razzola male recitando la parte del privilegiato, del malato di lusso, del raccomandato altolocato.

Ha scelto una residenza (quasi) francescana a Casa Santa Marta, ma la sua suite ospedaliera, a occhio e croce, non ha proprio niente di francescano. Confesso che la cosa mi sta disturbando, in molti lo pensano anche se nessuno ha il coraggio di dirlo.  Avrei gradito molta più sobrietà: dal policlinico Gemelli non si sta innalzando un inno alla povertà e all’uguaglianza.

Perché non trasformare questa suite in alcune modeste camerette da mettere a disposizione dei poveri cristi e tra queste quella del papa a cui riservare anche sul piano sanitario un trattamento come a tutte le altre persone malate?

Non si tratta di demagogico pauperismo, ma di evangelica povertà condivisa. Papa Francesco ci ha abituato a segni, a scelte emblematiche a gesti significativi e allora ci aspettiamo da lui sempre qualcosa di semplicemente straordinario e rivoluzionario. Forse non è né giusto né opportuno.

Forse sto cadendo nella tentazione in cui i tifosi cadevano nei confronti di Roberto Baggio quando giocava nella nazionale di calcio? Ogni volta che entrava in possesso del pallone ci si aspettava una giocata straordinaria (un colpo di tacco, una acrobatica rovesciata, un palleggio insistito, etc.), che magari nell’economia della squadra rendeva poco. Il grande e meritatissimo consenso che si è creato attorno al papa non vorrei che mi portasse psicologicamente a pretendere da lui una profezia continua (che non è più profezia).

E chi sono io per criticare il Papa? Tuttavia mi faccia un regalo: restringa l’appartamento papale ospedaliero al minimo e dignitoso indispensabile per sé e per i suoi successori.

Gli auguro di guarire in fretta, di uscire il più alla svelta possibile dall’ospedale e di non avere bisogno di ritornarci, ma, se dovesse capitare, starà meglio lui e ci darà un esempio che farà stare meglio tutti.

 

Per chi suona la campana democratica

Volete sapere qual è la differenza fra giornalismo e politica, fra l’analisi dei fatti a livello mediatico e quella operata in sede politica? La risposta non è facile in un mondo dove ognuno cerca di fare non tanto e non solo il proprio mestiere, ma molto spesso anche il mestiere degli altri. Nei dibattiti televisivi i giornalisti si mescolano ai politici, tendono a darsi risposte prima che i politici riescano a formularle; i politici dal canto loro cercano la ribalta e anticipano le domande. In conclusione un gran casino!

Una brutta differenza rispetto alle conferenze stampa televisive di un tempo, che, forse in modo troppo schematico e censorio, davano tuttavia l’idea di un certo ordine nei rapporti tra i giornalisti interroganti e gli esponenti politici interrogati. È inutile rimpiangere il passato!?

Torno alla domanda iniziale prendendo ad esempio un fatto eclatante accaduto in Israele: una protesta spontaneamente oceanica contro il governo reo di voler introdurre una riforma della giustizia che punta a un rafforzamento dei poteri dell’esecutivo a scapito di quelli della magistratura. In particolare, secondo il testo, il governo dovrebbe: avere più rappresentanza nel Comitato responsabile di raccomandare la nomina e destituzione dei giudici; mettere un freno al potere della Corte Suprema sulla revisione delle leggi, compresa la “Legge Fondamentale” (un corpus di leggi con rango costituzionale: Israele non ha una Costituzione); permettere a una maggioranza parlamentare semplice – 61 deputati sui 120 della Knesset – di annullare le sentenze della Corte Suprema relative a modifiche o annullamenti delle leggi.

Secondo il premier Netanyahu, la riforma è necessaria perché la Corte Suprema ha troppi poteri ed è eccessivamente pervasiva nella vita dello Stato. I suoi detrattori ritengono invece che il premier, atteso da un lungo iter processuale, stia utilizzando la riforma per mantenere il controllo sulle nomine dei giudici. E per accontentare gli alleati di estrema destra che gli hanno consentito di fare il governo.

I giornalisti ed i commentatori politici hanno registrato l’evento come un fatto che mette a soqquadro i rapporti interni ad Israele nonché i rapporti internazionali a livello di Medio-Oriente e nei confronti degli Usa. Tutte osservazioni pertinenti e interessanti. Nessuno però si è sforzato di andare oltre e di scavare nelle motivazioni che hanno portato un autentico fiume di cittadini in piazza.

Finalmente ho sentito qualcosa di più da Pier Luigi Castagnetti, un politico a tutto tondo, uno dei giusti provenienti dalla prima repubblica: ha sottolineato la straordinarietà di una protesta che non parte da rivendicazioni economiche pur democraticamente rispettabili, ma provenienti da un concetto di politica individualistica e consumistica (io cosa ci guadagno, cosa porto a casa) come emerge dalle concomitanti proteste francesi. Gli Israeliani sono scesi in piazza per difendere la democrazia da un attacco del governo, per salvaguardare i principi costituzionali dagli assalti di un governo che vuole condizionare se non addirittura intaccare i poteri della Magistratura, sovvertendo uno dei cardini della democrazia, vale a dire la distinzione dei poteri.

Questo è il vero significato politico! Le altre sono conseguenze più o meno eclatanti che restano in superficie. Un noto storico ha subito virato spiegando il flop del governo, costretto a fermarsi, con i dubbi sollevati dall’esercito e con le interferenze degli Usa, come se il popolo non contasse niente e facesse solo da contorno alla storia dettata da ben altri soggetti. Una visione un po’ troppo realistica al limite del cinismo anti-democratico.

Per favore, lasciamo alla politica il suo respiro, non soffochiamola sotto o dietro gli equilibri dei poteri forti. I cittadini israeliani ci stanno dando una lezione, cogliamone la portata e consideriamola un positivo segno in controtendenza rispetto all’individualismo imperante ed al capitalismo sempre più invadente ed asfissiante.

 

La maternità non è un mutuo

La “gravidanza solidale e altruistica” va resa possibile in Italia, come nel Regno Unito, in Canada e in Grecia. Con accorgimenti chiari: la donna che “in modo autonomo e volontario decide di ospitare nel proprio utero un embrione sviluppato attraverso le tecniche di fecondazione in vitro” deve avere almeno 42 anni, essere già mamma e avere un reddito che la renda indipendente, quindi non trovarsi in stato di bisogno.

Si tratta della proposta dell’Associazione Luca Coscioni: la maternità surrogata diventerebbe altruistica (così è stata immediatamente definita dai media). Posso capire lo sforzo di rendere eticamente accettabile una pratica piuttosto raggelante, rispetto i proponenti per il loro impegno su tante battaglie importanti, ne riconosco la serietà e il coraggio. Tuttavia mi sembra che il limite invalicabile venga non tanto convintamente superato, ma abilmente aggirato.

Difficile al limite dell’impossibile riscattare l’egoismo di chi vuol essere madre o padre a tutti i costi con l’altruismo di chi è disposto a offrire, seppure senza alcun condizionamento psicologico o economico, il proprio utero alla bisogna. La corda è troppo tirata e non può che spezzarsi.

Sono sempre stato e sono tuttora molto aperto sulle problematiche sessuali e riproduttive. Ho sempre rifiutato un approccio dogmatico, preferendo partire evangelicamente dal principio base “dell’amore” per costruire su di esso ogni e qualsiasi impalcatura di carattere civile e religioso. Alle coppie gay arrivo con molta facilità, direi quasi con soddisfazione, all’adozione dei figli da parte di queste coppie arrivo di conseguenza seppure senza soddisfazione, a maggior ragione ammetto la fecondazione eterologa quale contributo della scienza alla maternità e paternità responsabili (anche se mi resta in bocca un retrogusto di meccanico laddove niente dovrebbe esserlo), ma davanti all’utero materno ridotto a oggetto di scambio mi fermo e resto irrimediabilmente sconvolto.

Si tratta comunque di una forzatura pazzesca della natura. È pur vero che di forzature ne abbiamo fatte e ne stiamo facendo parecchie, pagandone amaramente e drammaticamente le conseguenze. Mi pare che si scontrino due atteggiamenti a cui voglio comunque concedere il beneficio della buonafede. Da una parte chi ritiene che a tutto ci debba essere un limite imposto dalla natura e ancor più dalla integrità morale, dall’altra parte chi ritiene che, dal momento che questi limiti possono venire subdolamente aggirati, tanto vale regolamentare la materia per renderla almeno compatibile col vivere civile, lasciando alla coscienza individuale la compatibilità etica.

Il discorso possibilista è stato facilmente (?) adottato in materia di divorzio e di aborto, anche perché i danni derivanti dalla violazione delle regole rigide erano ben più gravi di quelli ascrivibili ad una legislazione “possibilista”. Se arriviamo alla maternità surrogata il discorso non regge più: il danno di ridurre la procreazione a mercato “dell’usato sicuro” è veramente inaccettabile. La teoria del male minore non vale più né per gli individui né per la società.

Credo che anche la coscienza collettiva progressivamente sempre più aperte a certi discorsi, su questo punto giustamente si blocchi, ritenendolo esagerato e improponibile come un vero e proprio salto nel buio. Anche di questo il legislatore dovrà tenere conto non per sottoporre la questione ad un surrettizio referendum, ma per interpretare il pensiero prevalente dei cittadini. È pur vero che il legislatore dovrebbe tracciare una direzione di marcia, ma si deve fermare quando la marcia rischia di essere quanto meno pericolosa se non disastrosa.

 

Il dito nella piaga o sul grilletto

“Fate qualcosa, fate qualcosa di grosso”, aveva implorato due settimane fa, parlando alla periferia di Los Angeles, dove a gennaio un uomo aveva ucciso undici persone in una sala da ballo. Un Joe Biden così affranto non lo aveva visto nessuno dei giornalisti al seguito. Fino a ieri. “Fa stare male – ha commentato poco dopo la strage di Nashville, che ha provocato sette morti in una scuola. La frustrazione ha portato Biden a formulare un nuovo appello: “Il Congresso bandisca le armi d’assalto”. (Dal quotidiano “La Repubblica”)

Sarò impietoso, ma la mia istintiva reazione è stata: “Senti da chi viene la predica!”. So benissimo che queste reiterate e inspiegabili stragi americane non hanno niente a che vedere con le guerre e tanto meno con quella russo-ucraina. Credo inoltre che la semplice messa al bando o almeno la ristrettezza dell’uso delle armi non risolva sic et simpliciter il problema di questi improvvisi scoppi di violenza, che hanno motivazioni psicologiche e sociali molto complesse e profonde. Tuttavia la mentalità delle armi regna sovrana nella società americana e purtroppo anche nel cervello di Joe Biden, da cui non traspare nemmeno un filo di ansia pacifica (che delusione la sua presidenza!).

Dietro le armi stanno interessi colossali che guidano i destini dell’umanità. E chi, come Biden, ha enormi responsabilità di governo, dagli Usa al mondo intero, dovrebbe riflettere prima di fare appelli a vanvera, che non concludono niente e che servono soltanto a incipriare il volto di una società disperatamente violenta che ama giocare alla guerra a tutti i livelli. Al riguardo consiglierei a Biden la lettura del pensiero di papa Francesco così come emerge dai suoi pronunciamenti di cui mi permetto di offrire di seguito una piccola rassegna.

«Chi parla della pace spesso non è attendibile, perché il proliferare degli armamenti conduce in senso contrario. Sarebbe un’assurda contraddizione parlare di pace, negoziare la pace e, al tempo stesso, promuovere o permettere il commercio delle armi» (papa Francesco ai diplomatici, 15 maggio 2014)

«Perché armi mortali sono vendute a coloro che pianificano di infliggere indicibili sofferenze a individui e intere società? Purtroppo la risposta, come tutti sappiamo, è semplicemente per denaro: denaro che è intriso di sangue, spesso del sangue innocente. Davanti a questo vergognoso e colpevole silenzio, è nostro dovere affrontare il problema e fermare il commercio di armi» (papa Francesco, discorso all’Assemblea plenaria del Congresso degli Stati Uniti d’America)

«Lancio un appello a tutti quelli che usano ingiustamente le armi di questo mondo: deponete questi strumenti di morte. Armatevi piuttosto della giustizia, dell’amore e della misericordia, autentiche garanzie di pace» (papa Francesco, viaggio in Centrafrica)

 «Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia» (papa Francesco, discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari)

«La corsa agli armamenti non risolve né risolverà mai. Essa serve solo a cercare di ingannare coloro che reclamano maggiore sicurezza, come se oggi non sapessimo che le armi e la repressione violenta, invece di apportare soluzioni, creano nuovi e peggiori conflitti» (papa Francesco nella sua Esortazione “Evangelii Gaudium)

Stando a quanto emerge dalle cronache l’autrice della strage sarebbe una giovane donna, che si è laureata lo scorso anno, una ex studentessa di ventotto anni della Covenant school, una scuola elementare cristiana, laddove si è svolta la carneficina. La polizia di Nashville ha diffuso un fermo immagine del video di sorveglianza della scuola che ritrae Audrey Hale mentre imbraccia un fucile d’assalto. La 28enne indossa pantaloni mimetici e un berretto rosso. La polizia su Twitter ha pubblicato anche una foto della Honda Fit con cui è arrivata alla Covenant school e dei vetri del portone d’ingresso frantumati dai colpi d’arma da fuoco. Dopo aver ucciso tre bambini di nove anni e tre adulti, a 14 minuti dall’inizio della sparatoria la ragazza è stata uccisa dalla polizia. Il presidente Joe BIden ha disposto bandiere a mezz’asta alla Casa Bianca e in tutti gli edifici federali in onore delle vittime della sparatoria di Nashville, in Tennessee, fino al 31 marzo (fonte adnkronos).

Vai a capire cosa sarà scattato nella mente di questa persona. Gli psicologi saranno al lavoro per imbastire qualche motivazione di carattere individuale, i sociologi si eserciteranno nelle ovvie cause sociali, io preferisco rifugiarmi nelle parole di cui sopra dette da papa Francesco: è l’unico che ha il coraggio di mettere il dito nella vera piaga, mentre tutti gli altri, direttamente o indirettamente, lo mettono sul grilletto.

La democrazia senza rete

Sono rimasto molto colpito dalla violenza della protesta francese contro la riforma pensionistica varata dal presidente Macron. Non ho approfondito queste novità legislative, ma i sacrifici imposti non mi sono sembrati tali da giustificare una simile reazione popolare: niente in confronto alla riforma Fornero disposta dal governo Monti parecchi anni or sono. Mi sono chiesto il perché di tanta virulenta protesta.

Alla luce di alcune analisi di politologi e riflettendo sulle peculiarità istituzionali della Francia sono arrivato ad una conclusione forse un po’ semplicistica, ma non destituita di fondamento, riconducibile al regime presidenziale vigente in quel Paese a noi vicino. Risulta infatti che di questa riforma, la quale, se non erro, prevede l’innalzamento di due anni del limite di età per il diritto alla pensione (da 62 a 64 anni), non abbia discusso nel merito il Parlamento, chiamato ad una sorta di ratifica del provvedimento con una risicata fiducia concessa al governo, e non abbiano discusso i sindacati, chiamati a “berla da bótte”.

Dove voglio arrivare?  Il sistema presidenziale dà indubbiamente maggiori garanzie di continuità, efficienza e chiarezza, ma ridimensiona la funzione delle altre istituzioni (Parlamento e Governo), toglie indubbiamente forza e ruolo alla politica (i partiti) e non consente alle cosiddette forze intermedie (i sindacati) di fare massa critica interpretando i pareri e gli umori dei lavoratori e delle forze produttive.

Il confronto, senza filtri e mediazioni, finisce in piazza e rischia di trasformarsi in scontro con tutte le conseguenze del caso. La democrazia è anche manifestazione e protesta di piazza, ma è, soprattutto e prima di tutto, partecipazione dei cittadini alle scelte tramite i loro rappresentanti politici e sindacali. L’assemblearismo in politica diventa automaticamente populismo. Non sono certo di avere messo il dito nella piaga francese, ma intendo metterlo preventivamente nell’eventuale piaga italiana di un presidenzialismo ancor più sbrigativo e superficiale di quello francese. Il presidenzialismo senza gli opportuni e doverosi contrappesi rischia di mutilare la democrazia, seppure sull’altare del continuismo e di svuotare la partecipazione, sostituendola col populismo.

Pensiamoci bene anche perché in Italia non esiste una storia attendibile che ci conduca verso questa meta. Non mi scandalizzo pregiudizialmente, cerco solo di mettere in chiaro i rischi di una riforma istituzionale che mette non pochi dubbi sulla tenuta del nostro sistema democratico. L’abbinamento con i poteri rafforzati concessi alle Regioni complicherebbe ancor più la situazione, sottraendo la politica al vaglio dei cittadini, che avrebbero ben poche armi in più rispetto alle mere elezioni. Se è vero come è vero che la politica inizia il giorno dopo delle consultazioni elettorali, rimarrebbero poche chance partecipative e la democrazia verrebbe oggettivamente svuotata.

A volte mi sento vedovo delle “belle” proteste di piazza di un tempo, arrivo a desiderarle per contrastare l’attuale deriva destrorsa pseudo-legittimata dalle urne, ma preferisco virare sui partiti che dovrebbero ritrovare identità, idealità e capacità nonché sui sindacati che dovrebbero dare fiato alle sacrosante istanze dei lavoratori. In questa fase storica non nutro grande stima e non accordo grande fiducia agli uni e agli altri, ma la strada, seppure in salita, mi sembra quella. Stiamo ben attenti a non buttare l’acqua sporca della inconsistenza partitica e sindacale con il bambino del vero ed autentico ruolo di partiti e sindacati così come previsto dalla Costituzione italiana.

 

Paragoni impossibili

“Io non sono Mosè e non ho prosciugato l’Adige”. Con queste parole Giorgia Meloni ha risposte picche a chi in Parlamento ha sollevato il drammatico problema della siccità. Se proprio voleva essere spiritosa avrebbe dovuto citare, adattandolo al caso, il famoso detto: “Non piove, governo ladro”. Invece ha innanzitutto dimostrato la sua crassa ignoranza in materia biblica. Infatti, come le ha puntualmente ricordato Beppe Severgnini, Mosè non ha prosciugato un bel niente, ha diviso il mar Rosso salvo richiuderlo addosso agli Egiziani, e nel deserto, dopo le mormorazioni degli Ebrei, ha cavato acqua dalla roccia. Niente di male, ma un po’ più di cultura non guasterebbe (forse la battuta gliel’ha suggerita il ministro Sangiuliano? Se è così ha sbagliato ministro, doveva rivolgersi a Eugenia Roccella specializzata nella connessione tra politica e religione).

Forse il paragone con Mosè poteva starci non tanto con riferimento al fiume Adige, ma al mar Mediterraneo.  Lì sì che sarebbe opportuna la divisione delle acque per non far affogare tanti migranti. Sarebbe però interessante capire se, nella mentalità meloniana, i disperati in fuga sui barconi siano da assimilare al popolo ebraico che fuggiva dal giogo egiziano oppure se Mosè sia da assimilare ad un buonista che voleva salvare tutti per poi tenerli quarant’anni nel deserto.

Ma c’è dell’altro. Nell’ultimo atto di Bohème, Rodolfo consola Mimì che sta morendo, definendola “bella come l’aurora”, ma lei realisticamente lo corregge, dicendogli “hai sbagliato raffronto, dovevi dire bella come il tramonto”. Ad un innamorato si può perdonare. Comunque bisogna stare attenti ai paragoni, perché, se diventano impossibili, fanno ridere. E Giorgia Meloni rientra in questa fattispecie. Ha il potere di rendersi ridicola.

Ma c’è un altro problema ancora: chi vuol far ridere e non ne è capace, finisce col far piangere. Le battute bisogna saperle fare, altrimenti è meglio lasciar perdere. In caso contrario ci si attira addosso troppa ironia: “L’era ‘na dònna tant picénna che, quand la s’ mettèva i ociäj, la paräva vunna in biciclétta…”.

Sovranismo a corrente alternata

Sul problema migratorio Maurizio Ambrosini sul quotidiano “Avvenire” fotografa con grande precisione l’atteggiamento del governo italiano presieduto da Giorgia Meloni. Attingerò a piene mani dal suo articolo.

Le richieste italiane sono fondamentalmente un manifesto sovranista, quello annunciato alla Camera dalla premier prima della partenza: «Prevenire le partenze irregolari, arginare il traffico di esseri umani, dedicare adeguate risorse finanziarie, collaborare con i principali Paesi di origine e transito dei migranti, aumentare i rimpatri, incentivare la migrazione legale e i corridoi umanitari». A parte l’ultimo punto, su cui il governo italiano in realtà ha soltanto previsto un (allo stato) modesto aumento degli ingressi per lavoro, la linea è quella della chiusura, dei respingimenti, della delega del lavoro sporco di contrasto delle partenze ai Paesi di transito, in modo particolare a quelli rivieraschi.

È in effetti la linea politica sovranista, vale a dire una posizione politica che propugna la difesa della sovranità nazionale, in contrapposizione alle dinamiche della globalizzazione e alle politiche sovrannazionali di concertazione. C’è una contraddizione di fondo: non si può rinchiudersi nel proprio guscio e poi stupirsi che gli altri (Paesi europei) facciano altrettanto e chiedere con insistenza che la gallina (la Ue) metta le uova a disposizione di tutti, vantando ipocritamente la propria disponibilità ad aprire il pollaio ai pulcini sperduti (profughi).

Ancora una volta, Meloni ha poi rilanciato la leggenda dell’Italia «campo profughi d’Europa»: un’affermazione contraddetta dai dati reali, certificati da Eurostat, secondo cui nel 2022 la Germania ha ricevuto 218.000 richieste d’asilo, la Francia 137.000, la Spagna 116.000, l’Italia 77.000. I richiedenti asilo non arrivano soltanto dal mare. Sbagliato ed enfatico anche parlare di un’emergenza senza precedenti. Nel 2015 e 2016 nella Ue le richieste di asilo hanno superato il milione, a causa soprattutto della guerra in Siria e della fuga di chi poteva da quel martoriato Paese. E allora l’accoglienza fu garantita soprattutto dai tedeschi.

Quindi non è affatto vero che l’Italia sarebbe la cenerentola dell’immigrazione su cui si scaricherebbe gran parte del peso dei disperati: è una narrazione obiettivamente scorretta, un luogo comune, un alibi a copertura delle nostre manchevolezze. Ma arriviamo al tanto vituperato accordo di Dublino, che, in poche parole, tende a scaricare il problema migratorio sulle spalle del Paese di primo ingresso e l’Italia è indubbiamente, almeno per la provenienza dal mare, molto esposta e costretta in prima battuta a far fronte all’ondata migratoria. Un regolamento da rivedere.

Quanto alla riforma delle Convenzioni di Dublino, l’ostacolo principale è rappresentato dai governi del gruppo di Visegrad, che l’attuale governo italiano e il suo principale partito, Fratelli d’Italia, considerano come i loro migliori alleati. Si tratta di una contraddizione insanabile. È soprattutto a causa loro che la Ue non è riuscita finora ad andare oltre il concetto di «solidarietà volontaria» nell’accoglienza condivisa dei profughi.

La politica internazionale è fatta di equilibri fra Stati e mettersi dalla parte sbagliata comporta autentici disastri. La scelta degli alleati è pregiudiziale: non solo “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”, ma anche “dimmi con chi vai e te ne pentirai”. Giorgia Meloni si è appiattita sulla scelta Nato per farsi bella agli occhi scettici dell’Occidente (su tale scelta peraltro ci sarebbe molto da discutere). All’interno della Ue però ha scelto gli interlocutori sbagliati. Sarebbe come se una famiglia puntasse ad andare d’amore e d’accordo con i vicini di casa e giocasse faziosamente nel proprio condominio schierandosi con i rompipalle.

Se qualcosa si muove nel senso desiderato dal governo italiano, è sul fronte Nato. Qui il segretario dell’Alleanza, Stoltenberg, alla vigilia del vertice di Bruxelles ha raccolto l’assist del ministro Crosetto, dicendosi disponibile a inviare navi Nato nel Mediterraneo per presidiare le acque, come già nell’Egeo. La Nato rafforza così il suo ruolo in Europa. Lo scenario di guerra disegnato dal segretario dell’Alleanza atlantica, mettendo insieme la presenza crescente del gruppo Wagner in Africa, l’instabilità della Tunisia, l’invasione dell’Ucraina, è eloquente e insieme inquietante: barche cariche di profughi disarmati, tra cui donne e bambini, in fuga da paesi come Siria e Afghanistan, diventano minacce esiziali per l’Europa, da contrastare ricorrendo alle navi da guerra. Viene da commentare: se non lasciasse presagire esiti tragici, sarebbe un discorso ridicolo.

Tutto assurdo e contraddittorio a tutti i livelli. Se per gli Italiani questo vuol dire governare…

La tempesta etico-politica nel bicchiere del buonsenso

Si fa un gran parlare di matrimonio e filiazione fra soggetti omosessuali. Vorrei innanzitutto provare a capovolgere l’approccio al discorso. Se l’istituto giuridico dell’Unione Civile regola già i rapporti fra i partner, non vedo sinceramente problema a fare un ulteriore passo avanti riconoscendo il matrimonio egualitario. In una società dove nessuno si vuol sposare e fare figli (vedasi il calo dei matrimoni e delle nascite), concediamo questa possibilità a chi la chiede convintamente e, se il buon giorno si vede dal mattino, a chi, partendo con più spinta, forse ha meno probabilità di sciogliere il vincolo strada facendo.

Una controindicazione sarebbe la possibilità di adozione da parte delle coppie gay? La contrarietà discenderebbe dal già fin troppo alto numero di coppie eterosessuali che richiedono l’adozione: mi sembra banale al limite del ridicolo. L’inflazione adottiva si combatte con il rialzo dei requisiti delle persone disposte all’adozione? Quanto alla stabilità di coppia penso di avere già detto sopra: l’instabilità del vincolo non dipende dal sesso dei coniugi, ma dalla loro serietà e convinzione. Mi sembra di rivivere una delle ragioni per la contrarietà al divorzio: l’abbandono dei figli a loro stessi a cui si contrapponeva e si contrappone una convivenza forzata e formale.

La complementarietà genitoriale, che mancherebbe alle adozioni da parte di coppie omosessuali, è un argomento più consistente dal punto di vista psicologico e sociale. Tuttavia l’educazione dei figli, naturali o adottivi che siano, dipende sostanzialmente da due fattori: il rispetto e la fedeltà fra i coniugi e il loro esempio di serietà e correttezza nelle relazioni sociali, dal lavoro al pagamento delle tasse, etc. etc. Faccio riferimento a quanto detto da uno psicologo ad un mio carissimo amico in merito alla credibilità della testimonianza dei genitori nei riguardi dei figli: “I figli giudicano i genitori da due comportamenti molto precisi: da come si rapportano con il coniuge e da come affrontano il lavoro”. Mi sembra, in buona sostanza, che i requisiti fondamentale siano l’amore e l’onesta, che fanno premio su tutto e prescindono dal sesso del genitore.

E vengo al secondo effetto del matrimonio omosessuale, vale a dire all’automatico riconoscimento del minore come figlio di entrambi i partner. Sono d’accordo con quanti rilevano che gli ostacoli esistano a monte, vale a dire il divieto italiano del ricorso alla cosiddetta “maternità surrogata” (per tutte le coppie) e alla “fecondazione eterologa” (per le coppie omosessuali). Ritengo che la fecondazione eterologa, pur essendo una pratica forzata e discutibile, una volta ammessa, possa essere praticata tranquillamente anche dalle coppie omosessuali: il discorso è simile a quello per le adozioni.

Ammetto che sia molto più delicato da tutti i punti di vista il discorso dell’utero in affitto. Non credo che gli Stati che lo ammettono siano tutti eticamente depravati, tuttavia le perplessità rimangono. Torna quindi valida la proposta di regolamento Ue per il riconoscimento dei diritti dei figli anche di coppie gay e l’adozione di un certificato europeo di filiazione, che ha l’intento di armonizzare le legislazioni in modo da garantire a tutti i figli in tutti i Paesi Ue il riconoscimento del loro status e dei loro diritti a prescindere dal fatto che la loro nascita e vita avvenga in un contesto genitoriale eterosessuale oppure omosessuale. Forse in questo momento stiamo scatenando la tempesta etica in un bicchiere di minima equità giuridica.

 

 

 

Sotto le sparate niente

“Cantami o diva della Meloni Giorgia l’ira funesta che infiniti addusse lutti agli italiani”. Così ho poetato dopo aver ascoltato l’intervento alle Camere della premier in vista del vertice europeo del 23 e 24 marzo 2023. Questo show di pessimo gusto, fatto davanti al Parlamento, mi ha, se ce n’era bisogno, convinto della inadeguatezza psicologica, ancor prima che politica, e a prescindere dai contenuti (?) della sua azione governativa, dell’attuale Presidente del Consiglio. Non capisco chi si ostina a considerarla una leader: di cosa non saprei proprio.

Le sfuriate meloniane non meriterebbero molta attenzione: siamo al circo, che tutto contiene e tutto giustifica. Ho colto tuttavia due uscite di (in)sicurezza, che mi hanno fatto sbottare in modo particolare. Sulla guerra russo-ucraina, diventata per Giorgia Meloni il certificato di abilitazione a governare in penosa combutta con Usa, Nato ed Europa, si è lasciata andare a due stizzite reazioni nei confronti di chi la criticava, non solo dalle fila della strampalata opposizione, ma anche da quelle della sua scombinata maggioranza.

“Fate proposte!” ha gridato ai suoi critici. Ma non è lei la premier? Non è lei che dovrebbe fare proposte per superare uno stato di guerra sempre più inquietante e preoccupante anche e soprattutto agli occhi della pubblica opinione italiana ed europea? Ritiene che non si possa fare niente di alternativo o almeno complementare rispetto all’invio di armi all’Ucraina e alla ripetizione pedissequa del ritornello della difesa della democrazia? Fa la voce grossa per coprire le contrarietà all’interno dei partiti alleati. Approfitta degli imbarazzati balbettii delle opposizioni per mescolare una pentola sempre più puzzolente di una guerra infinita in cui stiamo sprofondando con masochistica nonchalance.

“Pensate che ci sia qualcuno a cui piace la guerra?”, questa la domanda retorica provocatoriamente posta a chi si dice contrario o quanto meno critico nei confronti della deriva bellicista in cui è intrappolato il nostro Paese. Giorgia Meloni ritiene che la risposta scontata sia “no”. Invece purtroppo la risposta è un secco “sì”. Dietro questa guerra, come per la verità dietro tutte le guerre, ci sono interessi economici riconducibili all’industria bellica e a favorevoli circostanze emergenziali, interessi politici riguardanti la difesa di determinati equilibri internazionali, interessi a mantenere il mondo in una perfida logica di guerra continua ed infinita.

La situazione bellica è cambiata in questo anno, la guerra di invasione russa e di resistenza ucraina si è via via trasformata in uno scontro tra Russia e Stati Uniti con l’Europa a fare da spettatore e la Cina a fare da profittatore. In questo senso, come ha detto Giuseppe Conte, il governo Meloni è la brutta copia del governo Draghi: Mario Draghi dava una parvenza di dignità ed autorevolezza alla posizione italiana, Giorgia Meloni dà sostanza al mero e strumentale appiattimento del Paese alle logiche Nato (si può essere alleati senza essere succubi!). D’altra parte se provasse a distinguersi cadrebbe immediatamente, come premier e come governo: una pera marcia che ruzzolerebbe nell’orto internazionale. Se si guarda intorno, ha dei ministri capaci solo di crearle seri problemi, ha degli esponenti politici che sanno solo fascistizzare la sua immagine, ha degli alleati che la vedono bene “come un bego nella minestra”. Può contare su un consenso popolare ragguardevole quanto volubile, più ventre molle che zoccolo duro.

Mi auguro che questi infortuni parlamentari, queste cadute di stile, queste arroganti esibizioni muscolari, questi attacchi sparati alla “viva il parroco” siano sintomi di come il pallone gonfiato si stia preparando a scoppiare. Sotto sotto se lo augurano anche Berlusconi e Salvini, pronti a riciclare l’alleanza su basi più equilibrate a livello di potere. E l’opposizione? Per ora è incapace di formulare proposte alternative. E i cittadini? Sempre più sfiduciati e scettici, pronti a “vendersi” al peggior offerente.

Continuate il fuoco

Mentre Kiev dice di seguire con interesse gli sviluppi dei colloqui in corso tra Russia e Cina, chiedendo a Xi di convincere la Russia a mettere fine alla guerra, la Casa Bianca invita gli ucraini a non accettare un eventuale cessate il fuoco, che “ratificherebbe” le conquiste territoriali dei russi e darebbe loro tempo per riorganizzarsi.

Mi sembra di ricordare che i Paesi occidentali abbiano mandato e mandino aiuti militari all’Ucraina lasciando rigorosamente ad essa ogni decisione sugli atteggiamenti da tenere nella guerra scatenata dalla Russia. Il premier Mario Draghi nella conferenza stampa dei leader Ue a Kiev dopo l’incontro con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky disse: “Vogliamo la pace, ma l’Ucraina deve difendersi ed è l’Ucraina a dover scegliere la pace che vuole, quella che ritiene accettabile per il suo popolo. Solo così può essere una pace duratura».

Non voglio giocare con le parole, ma mi sembra che vi sia una bella differenza fra l’atteggiamento europeo e quello americano. È molto evidente l’invadenza statunitense nei confronti di Zelensky, che lascia ulteriormente intendere come la guerra sia anche e soprattutto tra Usa e Russia, anche se il campo di battaglia è l’Ucraina.

Non mi convince assolutamente il presupposto che un cessate il fuoco significherebbe automaticamente una ratifica delle conquiste territoriali dei russi. Se ci si mette in questa logica, temo che la guerra non finirà mai. Un’auspicabile pausa nel conflitto dovrebbe favorire un tentativo di ridiscutere la situazione a prescindere dai risultati della guerra in corso: uscire cioè dalla logica di guerra per provare ad entrare in una logica di coesistenza pacifica. Difficilissimo? Sono d’accordo, ma bisogna provarci altrimenti ci rassegniamo ad una guerra infinita.

Mi auguro che Zelensky possa avere un sussulto di orgoglio e di autonomia, anche se mi rendo conto perfettamente della sua sovranità limitata in due sensi: dall’invasione Russa e dal condizionamento politico-militare americano. Potrebbe intelligentemente provare a tessere un rapporto forte con l’Europa, ma l’Europa è purtroppo debole, divisa e “usadipendente” e allora siamo in presenza di un cane che si morde la coda.

La Cina fa il suo gioco poco pulito, ma andrebbe considerata e coinvolta anziché pregiudizialmente esorcizzata. Forse stiamo regalando la Cina alla Russia mentre invece occorrerebbe l’abilità diplomatica per considerarla una sponda strumentale a cui fare qualche riferimento interessante. Mi scappa detto che bisognerebbe andare a lezione di diplomazia dal Vaticano, che riesce con grande fatica, anche a costo di contraddizioni etiche, a tessere una tela di rapporti con la Cina. Non mi pace molto che la Chiesa accetti e riconosca il regime cinese, mi piace ancor meno la tattica degli Usa, incapaci di muoversi con prudenza e astuzia sullo scacchiere internazionale.  Può darsi che tutto avvenga sotto traccia, ma di risultati non se ne colgono.