Ogni simile ama il suo simile

Cosa diceva Salvini nel 2019 a proposito di Bolsonaro, Putin e Trump alla Festa della Lega a Cervia? “Ritengo che Putin sia un grande uomo di Stato e di governo. Non perché mi abbiano pagato per dirlo, come ritiene qualche fenomeno. Così come ritengo Trump una salvezza per gli americani, così come ritengo un grande presidente brasiliano Jair Bolsonaro” affermava convinto Salvini alla Festa della Lega a Cervia nel 2019.

Quelle parole dovrebbero far arrossire di vergogna non tanto chi le ha pronunciate, ma chi ha votato colui che le ha pronunciate.  Salvini si difenderà ricordando il celebre aforisma di James Russel Lowell: “Solo i morti e gli stupidi non cambiano mai opinione”. Chi ha votato Salvini ribatterà: “Sono tutti uguali nel dire le cose che convengono a loro”.

D’altra parte anche Giorgia Meloni non sta scherzando nelle sue giravolte: l’unica che potrebbe finalmente darle un po’ di dignità non ha il coraggio di farla. Mi riferisco al fascismo del neofascismo. Ma tant’è. In effetti nella destra-destra italiana, e non solo italiana, c’è proprio un miscuglio pseudo-ideologico tra il pensiero e la prassi di questi tre squallidi personaggi della nostra storia recente (Putin, Trump e Bolsonaro): il peggio del peggio che la politica globale può offrire in dono.

Ogni popolo ha la destra che merita. A volte mi chiedo cosa abbia guadagnato Silvio Berlusconi a mettersi in questa penosa compagnia di giro italiana: isolamento politico, perdita di consenso elettorale, marginalità europea, ulteriore emorragia della dignità personale, inconsistenti vantaggi affaristici a lui ben cari.  Ogni tanto si scuote e protesta, poi si tace e non riesce più a saltarne fuori. Anche a volersi sfilare non saprebbe dove andare a parare. Non era meglio se continuava a darla su a Draghi e Mattarella?

Ebbene mi sono ricordato del dopo attentato alle torri gemelle: incontrando la sera stessa una cara amica ci scambiammo parole di sconforto legate ai personaggi che in quel periodo dominavano la scena politica a livello internazionale. Bush figlio, Putin e Berlusconi appunto. Che compagnia! Evidentemente il cavaliere ha la vocazione ad associarsi ai peggiori della pista. Non trovo altra spiegazione. D’altra parte Putin è un suo grande amico; Trump è perfettamente in linea col berlusconismo e le sue intuizioni; Berlusconi è un gregario della destra negazionista sul clima, al carro di Trump e Bolsonaro.

Quindi Salvini è in buona compagnia, mentre Berlusconi va dove lo porta il cuore. Giorgia Meloni ne ha da fare di piroette per liberarsi di questi scomodi alleati. Iddio li fa e poi li accoppia. Comodo dare la colpa a Dio…

 

Gli indietristi alla riscossa

“É già iniziata la resa dei conti in Vaticano…ne vedremo delle belle…”, così il messaggio inviatomi da un amico a commento di quanto sta accadendo a margine della morte e del funerale di Joseph Ratzinger. Il tormentone è appena cominciato: il peggiore dei “la” lo ha dato l’irresponsabile Monsignor Georg Gänswein, ex segretario e braccio destro di Ratzinger, che non si è lasciato sfuggire l’occasione per attaccare papa Francesco, reo di averlo esautorato da capo della Prefettura della Casa Pontificia e ancor più reo di avere finalmente liquidato il latino dalla messa.

Evidentemente questo raffinato burocrate vaticano si sentiva intoccabile, così come riteneva la messa in latino una sorta di “Fortezza Bastiani”, ultimo avamposto dell’Impero vaticano affacciato sulla frontiera della modernità. In molti si chiedono che sorte avrà adesso questo servo sciocco (?) dei conservatori: mi auguro che venga destinato ad un incarico tale da farsi il mazzo e smetterla di giocare al manovratore di cardinali e papi.

Temo però che si tratti solo della punta dell’iceberg contro cui vogliono far sbattere papa Francesco. È partita la riscossa, si sono svegliati tutti al fine di isolare papa Francesco e riportare la Chiesa indietro nel tempo.

Nel novembre scorso papa Francesco, parlando ai componenti della Commissione teologica internazionale, ha messo coraggiosamente e chiaramente i paletti al tradizionalismo, usando un linguaggio molto spontaneo, poco canonico e assai incisivo: “La Tradizione fa crescere la Chiesa dal basso verso l’alto, come le radici con l’albero. Ma oggi c’è un grande pericolo: quello di andare indietro, “l’indietrismo”, che porta a pensare secondo la logica: si è fatto sempre così. La tradizione è l’origine della fede: o cresce o si spegne, è la garanzia del futuro, e non un pezzo da museo. Il tradizionalismo è la fede morta dei vivi, la tradizione ci fa muovere in questa direzione: verticale, da giù in su”. C’è un grande pericolo oggi: andare in un’altra direzione, l’indietrismo. Andare indietro, ‘sempre è stato fatto così’, meglio andare indietro che è più sicuro e non andare avanti con la tradizione. É il caso di “alcuni movimenti di Chiesa”: restare fissi in un tempo, indietro, sono gli indietristi. Qualche movimento nato alla fine del Vaticano I, cercando di essere fedele alla tradizione, così, oggi… Fuori di questa direzione verticale, dove la coscienza morale cresce, la coscienza di fede cresce. Invece l’indietrismo ti porta a pensare ‘si è fatto sempre così’ e non ti lascia crescere”.

Da chi è composto questo nostalgico movimento indietrista? C’è un po’ di tutto: componenti della Curia vaticana abbarbicata al proprio potere, cardinali intenti più a condizionare che aiutare il papa nel governo della Chiesa, componenti di un clero che punta a mantenere il proprio ruolo burocratico, laici comodamente seduti sul loro bigottismo di maniera, sapienti e intelligenti a cui Dio tiene nascosto i segreti del Regno e che si rifugiano nella loro asfittica cultura religiosa, fanatici e integralisti sempre pronti a fare la guerra in nome di Dio, etc. etc.

Tutti questi cattolici sono alla ricerca di un leader: lo hanno surrettiziamente e forzosamente trovato nel defunto papa emerito, ma non basta. Non so dove andranno a parare. So che faranno di tutto per mettere i bastoni fra le ruote della carrozzina di papa Francesco.

In questo momento però Bergoglio corre altri due rischi. Il primo è quello di essere esageratamente spinto, dai progressisti tedeschi e d’altra nazionalità (nel mio picccolo mi colloco su questa sponda), verso avventure più provocatorie che realistiche, verso pericolose fughe in avanti. È il momento di fidarsi di papa Francesco, di lasciarlo lavorare in santa pace, di fornirgli validi assist sinodali e non di scatenare inutili e controproducenti polemiche. Il secondo rischio è di natura endogena: sentendo approssimarsi la fine del suo papato, Francesco può essere preso dall’ansia di spararle grosse (solo Dio sa quanto mi piacerebbe…), di sfogarsi, di usare la scopa alla Giovanni Battista. Deve resistere a questa tentazione usando i toni giusti e puntando sulle questioni più rilevanti.

Volete un esempio? Il giorno dopo i funerali di Ratzinger, la messa dell’Epifania in san Pietro era celebrata dal cardinale Tagle, un pupillo di papa Francesco, messo da lui a capo del dicastero per l’evangelizzazione dei popoli. Nella mentalità di Bergoglio questo è il dicastero più importante in sostituzione di quello per la dottrina della fede (gli eredi della Santa inquisizione e del Sant’uffizio), regno incontrastato di Joseph Ratzinger. Può sembrare una questione di lana caprina. Personalmente la ritengo un’opzione importantissima: un bagno di pastoralità per la Chiesa arroccata su posizioni dottrinali.

Il papa, fatte salve tutte le auspicabili riforme di metodo e merito, si dovrebbe qualificare per il cuore di pastore, per la mano ferma nel condurre il gregge, per la mente teologicamente aperta alla diffusione del Regno di Dio. Sul cuore di Francesco non ho dubbi, sulla sua mano ferma registro che in troppi parlano a sproposito tra i conservatori e forse anche fra i progressisti, sull’elaborazione teologica, il suo punto debole, dovrebbe farsi aiutare e credo che sia da tempo in questo ordine di idee.

Il discorso vale per l’ultimo, speriamo lungo, scorcio del suo papato, ma vale anche per la preparazione del nuovo papato: buon lavoro e non mi dimenticherò di pregare per lui.

 

 

Il presidenzialismo, dolcetto o scherzetto

Quando il gioco va male o rischia di andare male o si fa pesante, conviene cambiare le regole, altrimenti… Mi sembra questo il ragionamento minimalista della destra al potere, che intende rafforzarsi introducendo nella Costituzione il presidenzialismo, cioè una forma di governo personalizzata e legittimata direttamente dal popolo.

Non sono pregiudizialmente contrario ad una simile novità anche se non vedo sinceramente i presupposti per la sua introduzione. Innanzitutto al presidenzialismo occorrerebbe accompagnare una serie di altre modifiche istituzionali volte ad un riequilibrio di poteri, ad una ridefinizione del sistema di pesi e contrappesi in mancanza del quale l’impianto democratico potrebbe scricchiolare.

Si è già provato in passato a cambiare la Costituzione a spizzichi e bocconi con risultati assai discutibili: si pensi alla riforma del Titolo V della Costituzione che ha modificato sostanzialmente il riparto delle funzioni legislative, regolamentari e amministrative tra Stato e regioni, creando più confusione che precisione, più inefficienza che razionalità, più “scaricabarile” che senso di responsabilità.

La nostra Costituzione è troppo “bella” ed è stata ideata e varata da una classe politica a cui quella attuale non è degna nemmeno di slegare i lacci dei sandali. Solo il pensiero di rimettere in gioco il testo costituzionale davanti all’attuale Parlamento mi fa tremare le vene ai polsi. Basti dare un’occhiata ai presidenti delle Camere, al ministro per le riforme, agli esponenti di maggioranza e opposizione per buttare la spugna e lasciar perdere.

Non c’è il clima politico per affrontare una simile impresa, inoltre non vedo a latere dei partiti una intellighenzia in grado di impostare sul piano giuridico, e culturale in genere, un tale processo di cambiamento. Forse sarebbe molto meglio cercare di attuare in tutto e per tutto l’attuale Costituzione piuttosto che farneticare su una sua riforma. Ci ha provato in un recente passato Matteo Renzi sbagliando completamente l’impostazione, non tanto nel merito che, tutto sommato, poteva anche starci, ma nel metodo, vale a dire usando l’arma costituzionale per mettere in piega la capigliatura politica, mentre invece è la politica che dovrebbe fare la permanente alla Costituzione.

Prendiamo pure in considerazione sic et simpliciter di affidare in tutto o in parte poteri di governo ad un presidente eletto direttamente dal popolo. Siamo in presenza di una profonda crisi del sistema partitico: chi proporrebbe il candidato presidente? Pensiamoci: gli attuali partiti a livello parlamentare non sono stati in grado di esprimere seri presidenti dei due rami del Parlamento. C’è da vergognarsi! Se tanto mi dà tanto…

Il bipolarismo, peraltro ancora tutto da venire, quali candidature potrebbe mai sfornare e proporre ai cittadini? Proviamo per gioco ad ipotizzarlo rebus sic stantibus. Forse ci si potrebbe arrivare con il meccanismo delle elezioni primarie come negli Usa. A destra si potrebbero misurare Giorgia Meloni e Luca Zaia. A sinistra Stefano Bonaccini e Carlo Calenda. Sono stato ottimista, perché potrebbe andare anche molto peggio…Con Giorgia Meloni presidente plenipotenziaria dovrei varcare per la prima volta nella mia vita i confini nazionali per rifugiarmi all’estero. Con Stefano Bonaccini potrei rimanere in patria, ma soltanto per vivere di ricordi. Chiedo scusa, ma bisogna pur pensare anche a queste estreme conseguenze.

Lasciando stare le simulazioni e tornando a bomba, ‘l é mej stär in-t-i primm dan. Fidiamoci ancora una volta dei padri costituenti che la sapevano e la vedevano lunga. Se dovessimo eleggere una nuova assemblea costituente, ne vedremmo delle belle, prima, durante e dopo. Se prendessimo la scorciatoia di una commissione bicamerale per cercare accordi più o meno trasversali finiremmo in un nulla di fatto o in un vomitevole polpettone. Se lasciassimo fare all’attuale parlamento, dove stanno succedendo cose assurde e disdicevoli, dovremmo innanzitutto ribattezzarlo a “pirlamento”, come ho sentito dire a margine di una lucida e spietata analisi politica formulata da una simpatica anziana signora. D’altra parte non è che le cose migliorerebbero dando la parola alle urne: lo abbiamo verificato il 25 settembre 2022.

E allora? Teniamoci la moglie-Costituzione così com’è! Non facciamo la figura degli amanti che fuggono e cominciano a litigare scendendo le scale: della serie la Politica e il Parlamento sono una cosa seria. ‘L è mej ‘na mojéra stagionäda che ‘na galanta siochètta.

 

I sogni del ratzingerismo calante e del bergoglionismo crescente

Morto un papa cambia la Chiesa! Forse potrebbe succedere proprio che, paradossalmente, l’evento scatenante nostalgie passatiste diventi invece il punto di rottura verso un futuro imprevedibile quanto rivoluzionario.

La morte di Joseph Ratzinger, checché se ne dica, costringe la Chiesa a voltare pagina, andando addirittura ben oltre le già importantissime novità introdotte da papa Bergoglio: il papa ritornerà vescovo di Roma, una sorta di primus inter pares, ben lontano dal tradizionale e infallibile tuttologo; finirà il pur affascinante e travolgente dogmatismo per lasciare spazio alla ricerca di modi nuovi di incarnare il Vangelo nella vita; i cardinali lasceranno spazio e ruolo ai vescovi, i veri interlocutori del popolo di Dio; il clericalismo verrà quanto meno ridimensionato, un po’ per necessità un po’ per virtù e sostituito da una crescente responsabilizzazione del laicato; il presbiterato prescinderà finalmente dall’obbligo celibatario; il ruolo della donna diventerà fondamentale in una Chiesa rivoltata come un calzino; l’apertura al sociale sarà sempre più la cifra caritatevole della comunità ecclesiale (la linea Bergoglio prenderà sempre più piede) ; crescerà l’insofferenza sul piano pastorale verso la rigidezza mostrata sui temi d’etica sessuale («vogliono mettere tutto il mondo in un preservativo», si dice che così commentasse Bergoglio con gli amici alla vigilia del conclave che elesse papa Ratzinger).

Può sembrare il libro dei sogni di un povero cristiano, ma può darsi invece che, stranamente, l’esaltazione della tradizione, concomitante alla morte di Ratzinger, possa diventare la tomba della conservazione intesa come difesa a denti stretti del passato. L’azione dello Spirito Santo non consiste forse proprio nel buttare all’aria gli schemi?

Il sinodo che tende a vivacchiare ed a splendere di luce riflessa potrebbe rappresentare l’occasione per innescare meccanismi partecipativi e decisionali almeno innovativi se non rivoluzionari. Paradosso dei paradossi: un sinodo che nasce dalle ceneri di un papa emerito conservatore. Non fu forse così per il concilio Vaticano II? Non nacque dalle intuizioni di un papa vecchio, emerito nelle intenzioni di chi lo aveva scelto, che doveva essere manovrato e riservato alla mera transizione?

Innanzitutto è auspicabile che sia finita la visione unilaterale e verticistica del “papacentrismo”: la Chiesa Cattolica è una comunità ed al suo interno esistono carismi (servizi) fra i quali c’è anche quello del Vescovo di Roma. A tutti i livelli, la Chiesa deve esprimere, all’interno e all’esterno, la piena e totale adesione allo stile evangelico, liberato dalle incrostazioni della tradizione e dai lacci dell’esercizio del potere. Quindi la procedura della scelta e l’impostazione dell’alta funzione papale nonché di quella episcopale devono essere rivisti sostanzialmente e formalmente in un bagno di partecipazione e condivisione coinvolgente: bisognerebbe partire dall’assoluto primato della dimensione  pastorale rispetto a quella istituzionale; al centro dello stile ecclesiale si dovrebbe porre la collegialità; la vita dell’istituzione e la stessa pastorale andrebbero “sclericalizzate”, liberate dall’affarismo, ridotte all’essenziale in senso economico ed organizzativo e subordinate alle esigenze evangeliche; occorrerebbe puntare al forte coinvolgimento del laicato ed alla imprescindibile valorizzazione della presenza femminile.

Occorre, anziché autocompiacersi della santità sbandierata ad ogni piè sospinto, prendere coscienza della fragilità cronica di una Chiesa incapace di leggere i segni dei tempi e di andare incontro ai problemi dell’uomo, della donna, della società, del mondo. Il vero dramma è una Chiesa che si piange addosso, che si guarda l’ombelico, che arranca rispetto alle sfide del mondo contemporaneo, che si rifugia nello sterile dogmatismo e nel penoso rigorismo, che si limita a rammaricarsi della scarsità degli operai nella vigna e della propria appassita capacità all’impegno evangelico, che vive spesso di campanilismo ecclesiale o di retrograda contrapposizione alla modernità, che non rispetta la laicità dello Stato, che si compromette col potere, che difende ipocritamente la vita con i principi irrinunciabili senza condividere i drammi delle persone.

Occorre finalmente raccogliere le provocazioni del Concilio Vaticano II: la collegialità vissuta come partecipazione di tutti, la centralità del Popolo di Dio, l’apertura al ruolo della donna nella pastorale e nei sacramenti, una visione nuova e gioiosa della sessualità nel rispetto delle tendenze personali e intime e, soprattutto, una Chiesa povera, trasparente a livello economico, esperta in comprensione, quella di Gesù, e non in condanne e anatemi.

Non si può evitare di toccare gli aspetti più scabrosi della vita della Chiesa: gli scandali della pedofilia riconducibili a comportamenti molto diffusi tra i sacerdoti in diverse parti del mondo e alle inchieste sull’omosessualità viziosa e mercenaria praticata nelle strutture curiali. Il discorso sta nel rapporto tra magistero ecclesiale e sfera della sessualità. Sono stati creati assurdi imbarazzi e mantenuti storici pregiudizi: dalla colpevolizzazione della masturbazione a livello adolescenziale alla esorcizzazione dei rapporti prematrimoniali, dalla condanna del divorzio con la conseguente emarginazione sacramentale dei divorziati, alla demonizzazione dell’aborto sempre e comunque, dal rifiuto aprioristico del controllo delle nascite a quello paradossale  dell’uso del preservativo anti-aids, dalla sottovalutazione delle unioni di fatto alla demonizzazione dell’omosessualità, dalla testarda difesa del celibato sacerdotale alla visione formalistica e statica del concetto di castità. Parecchi Padri della Chiesa aborrivano la sessualità, ne erano inorriditi e terrorizzati. L’atto sessuale era follemente bollato nella sua esecrabile impurità, la riproduzione doveva avvenire senza provare alcun piacere, come atto razionale e scevro da ogni passionalità. Una storia simile spiega molte delle gravi devianze, anche attuali, da parte di uomini di Chiesa. Sessuofobia fa rima con sessuomania e con viziosa omosessualità, purtroppo di casa in Vaticano e ambienti collegati. La forte ed ingiustificata ostilità verso l’omosessualità dichiarata e vissuta in una tensione sentimentale copre la sporca indulgenza verso l’omosessualità dell’intrigo e del favoritismo mercenario. Occorre quindi ripartire da un concetto aperto della sessualità vissuta come dono di Dio, come espressione di amore e dono, come talento da impiegare al meglio secondo coscienza. Basta con gli assurdi e vessatori codici di comportamento!

La forte presa di coscienza ed il coraggio del dialogo interno ed esterno saranno il miglior viatico per un processo che sappia promuovere un rinnovamento di metodo e di merito. La Chiesa ha bisogno di cambiare Non basta pregare e tacere. Credere e obbedire. Ogni cristiano ed ogni comunità devono portare il proprio contributo critico alla vita della Chiesa. All’attesa si devono accompagnare la riflessione, la provocazione, la protesta, la proposta, l’impegno, la testimonianza, la condivisione.

 

I rutti possono nascondere i ruggiti

Le reiterate scivolate neofasciste degli esponenti dell’attuale maggioranza di governo riconducibili al partito dei Fratelli d’Italia mi irritano assai, ma non si tratta soltanto di un fastidio “epidermico”, bensì di un’allergia ben più profonda e preoccupante. Non riesco a capacitarmi di essere governato da una classe politica che mantiene aperto il conto col fascismo e non ha nemmeno il buongusto di tacere, ma al contrario ostenta legami storici e politici con un passato impresentabile e vomitevole.

Non mi convince affatto la tesi dell’intellighenzia che va per la maggiore, autorevolmente rappresentata dal filosofo Massimo Cacciari, secondo la quale il fascismo sarebbe una storia finita e il pericolo per la democrazia non sarebbe più questo e insistere su questo tasto finirebbe col portare voti alla destra. In questa moderna (?) valutazione sono contenute affermazioni di vario genere.

C’è un giudizio storico di definitiva archiviazione del fascismo peraltro tutta da dimostrare: in Italia, più che mai, il fascismo non è stato una malattia sofferta e guarita fino in fondo e quindi non abbiamo gli anticorpi per combattere eventuali insorgenze delle varianti con cui il virus si può ripresentare.

C’è una valutazione politica sulla tenuta della democrazia e sui rischi che essa corre: non sarebbero più riconducibili al fascismo, ma ad altre derive e degenerazioni. Ho un concetto di fascismo piuttosto allargato, che valica confini storici e geografici e le sue tracce le vedo in molti fenomeni ed in molte esperienze di stampo dittatoriale, autoritario, autocratico ed in parecchi vizi dei regimi democratici stessi. Basti pensare al berlusconismo, che ne ha riproposto tante opzioni sul piano sociale, economico, finanche psicologico.

C’è infine un discorso opportunistico secondo il quale continuare a gridare al lupo non servirebbe a nulla se non ad addomesticare il lupo e a renderlo inoffensivo o addirittura attrattivo.  Su questo punto mi viene in aiuto il giornalista Andrea Scansi che, durante una puntata di Otto e mezzo su La 7 ha ribattuto ad uno stizzito Massimo Cacciari come, se uno facesse una gara di rutti in televisione e così raccogliesse voti, non per questo diventerebbe accettabile e non lo si dovrebbe criticare.

Con tutto il rispetto e l’ammirazione per Massimo Cacciari preferisco comunque rifarmi agli insegnamenti paterni, anche perché mio padre il fascismo lo ha vissuto veramente, non l’ha studiato sui libri, non lo ha discusso nei dibattiti: l’antifascismo era parte integrante e fondamentale della sua vita, a livello etico, culturale, storico, esperienziale, umano prima che politico. Su questo non si poteva discutere: quando mia madre timidamente osava affermare che però Mussolini aveva fatto anche qualcosa di buono, mio padre non negava, ma riportava il male alla radice e quando la radice è malata c’è poco da fare.

In secondo luogo perché resistenza (nel cuore e  nel cervello), costituzione (alla mano), repubblica (nell’urna) impongono una scelta di campo imprescindibile e indiscutibile: sull’antifascismo non si può scherzare anche se qualcuno tra revisionismo, autocritiche, pacificazione, colpi di spugna rischia grosso, finendo col promuovere il discorso di chi vuole voltare pagina, non capendo che coi vuoti di memoria occorre stare molto e poi molto attenti e che (come direbbe mio padre) “in do s’ ghé ste a s’ ghe pól tornär“.

Sì, caro professor Cacciari, dove si è stati si può anche tornare e chi mi garantisce che con Giorgia Meloni e c. non si stia scherzando col fuoco. Al di là dei disgustosi revival missini, in alcuni provvedimenti adottati dal governo si intravvede una logica fatta di intolleranza, di ordine, di discriminazione, di faziosità, che non lascia ben sperare.

Basti fare riferimento all’uso della decretazione d’urgenza per colpire le Ong. Dice al riguardo l’ex magistrato Armando Spataro: «Davanti all’ultimo dei decreti sicurezza, non resta che rispolverare “la disobbedienza civile”». Come membro del Comitato per il soccorso in mare e finanziatore dell’acquisto di una nave, sono convinto che non serve alcuna autorizzazione per salvare vite. Parliamoci chiaro: questo può definirsi, senza se e senza ma, come “decreto anti-ong”. Perché interviene senza neanche rinforzare le attività di soccorso che competerebbero allo Stato, ma segue una via populista con lo scopo di limitare le attività umanitarie, per l’ennesima volta in nome della tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica, che però non c’entrano nulla».

Io sarò fissato, ma ci vedo qualcosa di fascista, sento puzza di bruciato. Mi sono andato a risentire cosa diceva il professor Cacciari sul decreto sicurezza di Salvini nel 2019: condannava in modo plateale quelle misure non molto diverse da quelle attuali, le riteneva ingiuste e contrarie ad ogni e qualsiasi regola etica prima che giuridica. Non era e non è fascismo quello di Salvini e non è fascismo quello di Piantedosi? Più fascismo di così! Cacciari, per meglio spiegare il concetto della ripulsa verso le leggi ingiuste e contrarie ai diritti fondamentali della persona, fece addirittura un parallelo con le leggi razziali. Non capisco perché oggi sia così tollerante verso il governo Meloni e rifiuti categoricamente ogni e qualsiasi impeachment, almeno virtuale e culturale, a livello di neofascismo.

Concludo con un’amara prospettiva: in certe derive ci si scivola dentro quasi senza accorgersene, certe supposte entrano nel nostro organismo senza fare rumore o creare scompiglio. La metafora non è elegante, ma rende bene l’idea.

 

Il funerale in piazza, in teatro, in salotto, ma non in…Chiesa

Fino all’ultimo viaggio: una situazione senza precedenti ha contraddistinto la vita, e ora la morte, di Joseph Ratzinger. Primo pontefice dimissionario in 600 anni e il primo papa il cui funerale, solenne ma sobrio per sua espressa volontà, sarà celebrato da un altro Papa in carica. Secondo il vaticanista spagnolo e direttore del portale Religión Digital, José Manuel Vidal, “Benedetto XVI dava molta importanza ai riti, alla liturgia, ai paramenti. Con lui abbiamo visto – spiega Vidal – paramenti che nessun Papa aveva mai usato nei tempi moderni. Curava molto la liturgia. E così ha chiesto che il suo funerale fosse solenne, ma sobrio. In linea con la sua personalità” (da euronews).

Mi spiace, ma devo ammettere di avere un concetto di liturgia molto lontano da quello ratzingeriano e da quello prevalentemente messo in pratica. Il dato emergente dalle celebrazioni è quello della “ritualità ingessata”. Assistiamo in televisione ai riti celebrati in Vaticano, in S. Pietro a Roma, e ne cogliamo la pesante spettacolarizzazione, abbiamo la sensazione di assistere ad assurde messe in scena (a quando, papa Francesco, una ventata di aria fresca anche in questo campo? A quando il licenziamento degli insopportabili ed impettiti maestri di cerimonie, protagonisti pedanti ed irremovibili delle celebrazioni eucaristiche?). Poi entriamo in certe chiese periferiche e torniamo a terra, per constatare la routinaria pochezza di liturgie sbrigativamente ed anonimamente finalizzate solo al tagliando di adempimento del precetto festivo. Da una estremità all’altra: dalla vuota enfasi rituale alla banalizzazione precettistica.

Il funerale di Benedetto XVI ha sofferto della paradossale contraddizione tra sobrietà e solennità. Significativa al riguardo l’assurda combinazione tra il rosario che veniva recitato e le immagini della coreografica sistemazione delle autorità civili, dei cardinali, dei vescovi, dei preti, delle suore e del popolo di Dio inevitabilmente collocato nel loggione di piazza San Pietro e relegato al ruolo di urlante sbandieratore del “santo subito”.

I politici chiacchieravano fra di loro (cosa si saranno detti Dio solo lo sa…), tutti gli altri erano protagonisti o comparse di una rappresentazione teatrale. Dove fosse la sobrietà in questo ricercato cerimoniale “zeffirelliano” e dove fosse la solennità in questa passerella “felliniana” è tutto da scoprire.

Papa Bergoglio sembrava, come avviene peraltro sempre durante i riti che presiede, un pesce fuor d’acqua, lui che ha rifiutato fin dall’inizio del suo pontificato i segni dell’onore e della regalità in linea col “Patto” firmato da alcuni Padri Conciliari nelle catacombe di Domitilla durante il Concilio Vaticano II: «Noi vescovi rinunziamo per sempre all’apparenza e alla realtà della ricchezza, specialmente nelle vesti (stoffe di pregio, colori vistosi) e nelle insegne di metalli preziosi (questi segni devono essere effettivamente evangelici) … Nel nostro modo di comportarci, nelle nostre relazioni sociali, eviteremo ciò che può provocarci privilegi, precedenze o anche di dare una qualsiasi preferenza ai ricchi e ai potenti (per esempio: banchetti offerti o accettati, “classi” nei servizi religiosi ecc.)».

Ho fatto molta fatica a partecipare in preghiera, mi sentivo spettatore di una rappresentazione teatrale minuziosamente preparata e disciplinatamente interpretata, dove la Parola di Dio non era il centro ma il pretesto, dove l’Eucaristia non era la sostanza ma la forma, dove le spoglie mortali di Joseph Ratzinger contenute in una sobria bara (l’unico elemento di semplicità in tanta sofisticata liturgia) erano un segno di contraddizione non tanto tra la vita e la morte, ma tra il Vangelo e la sua parodia. Non è mancato nemmeno il contorno salottiero di commenti più o meno appropriati, ma comunque fuori luogo (come avviene in teatro durante uno spettacolo).

Quando si assiste alle esequie di certi personaggi tenute in sale teatrali mi prende un senso di grande tristezza: la vita e la morte considerate uno spettacolo? Se è penoso laicamente parlando, figuriamoci dal punto di vista cristiano. Ebbene, la tentazione finisce con l’averla vinta, almeno così appare.

Le esequie del papa emerito sono sembrate, suo malgrado, una sorta di rivalsa della pomposa e solida tradizione sulla stentata e fragile innovazione, l’incrocio pericoloso fra un passato invadente ed un futuro incerto e indiscreto.   A fare l’impossibile sintesi il brano evangelico del buon ladrone: Gesù che ha perdonato lui, saprà sicuramente perdonare le contraddizioni dei papi, dei vescovi, della Chiesa tutta, che si crede santa, ma che invece è casta meretrice con tutto il rispetto per le meretrici e per tutte le persone caste.

In mezzo a tanta pomposa celebrazione era difficile pregare per e con Joseph Ratzinger: ho tentato di farlo nonostante tutto. Lo faccio con le appropriate parole di papa Francesco che hanno concluso la sua omelia (l’ancora di salvataggio nello stucchevole ed agitato mare liturgico): «Benedetto, fedele amico dello Sposo, che la tua gioia sia perfetta nell’udire definitivamente e per sempre la sua voce!».

 

 

Sporcare per pulire

Dopo i quadri, la facciata del Senato, a Roma. Ieri mattina «alle 7:45 quattro cittadine e cittadini appartenenti alla campagna Ultima Generazione hanno imbrattato Palazzo Madama con un getto di vernice arancione, utilizzando degli estintori. Alla base del gesto – spiega in una nota la stessa organizzazione ambientalista – la disperazione che deriva dal susseguirsi di statistiche e dati sempre più allarmanti sul collasso eco-climatico, ormai già iniziato, e il disinteresse del mondo politico di fronte a quello che si prospetta come il più grande genocidio della storia dell’umanità».

Una delle militanti che ha rivendicato l’azione ha poi spiegato che «la narrativa tanto in voga secondo la quale ognuno di noi può individualmente contribuire a limitare i danni del riscaldamento globale, salvando il pianeta, è senz’altro positiva ma fortemente irrealistica. Non possiamo illuderci che fare la raccolta differenziata e partecipare a cortei organizzati sia sufficiente. È, di conseguenza, proprio al governo e alle istituzioni che rivolgiamo la nostra rabbia di protesta».

Cinque persone sono state fermate ed identificate. La prima conseguenza dell’azione l’ha annunciata Ignazio La Russa: «Il Senato è stato vigliaccamente scelto perché a differenza di palazzo Chigi, della Camera dei deputati e di altre istituzioni, non ha mai ritenuto fino ad ora di dover creare un area di sicurezza attorno all’edificio». Il presidente del Senato ha convocato per oggi alle 15 il Consiglio, «per ogni opportuna decisione» (dal quotidiano Il Manifesto del 03 gennaio 2023).

Mi sembra un caso di trasgressione da accogliere con una certa attenta benevolenza alla luce dello scopo nobile che si propone, della simbologia che adotta, della provocazione che intende inviare a chi di dovere. Non mi scandalizzo affatto e, dico la verità, non ho il “coraggio” di condannare questo gesto di motivata protesta, che appare più come un atto di legittima difesa dall’inerzia istituzionale che di offesa alla dignità delle istituzioni stesse.

Chissà perché trovo qualche analogia con quanto succedeva ai tempi del regime fascista così come raccontava mio padre. Bastava trovarsi a passare in un borgo, dove era stata frettolosamente apposta sul muro una scritta contro il regime, per essere costretti, da un gruppo di camicie nere, a ripulirla con il proprio soprabito (non c’era verso di spiegare la propria estraneità al fatto, la prepotenza voleva così): i graffitari di oggi sarebbero ben serviti, ma se, per tenere puliti i muri, qualcuno fosse mai disposto a cose simili, diventerei graffitaro anch’io (dal libro “Mio padre” da me scritto e pubblicato anche in questo sito internet).

L’imbrattamento di Palazzo Madama ha tutto il sapore di una sacrosanta (almeno nello scopo) protesta contro il regime di indifferenza verso la catastrofe ambientale in cui siamo inseriti; la stizzita reazione perbenista a livello istituzionale, pur non raggiungendo la prepotenza, assomiglia comunque all’insofferenza verso chi contesta un’autentica e rovinosa deriva anti-ecologica.

È scattata la difesa di “facciata”, evitando accuratamente di entrare nel merito degli enormi problemi sollevati dagli imbrattatori. È più comodo guardare e tagliare il dito della protesta piuttosto che la luna degli argomenti di chi protesta.

Sarebbe opportuno fare due riflessioni. La prima riguarda la generale indifferenza al problema che ci sta distruggendo: per portarlo all’ordine del giorno bisogna ricorrere a gesti clamorosi. Svegliamoci! La seconda è tutta dedicata alla politica che non riesce ad andare oltre le dichiarazioni di principio. Se aspettiamo la politica facciamo in tempo a morire tutti avvelenati dall’inquinamento o sommersi dai disastri ambientali. Si diano una mossa i governanti!

Sul fatto se sia lecito o meno ricorrere a certe manifestazioni, mi limito ad aggiungere un dubbio amletico: si tratta di comportamento incivile o di disobbedienza civile? So benissimo che si può correre il rischio di legittimare o depenalizzare tutte le trasgressioni e persino di scadere nell’apologia di reato. Ma di quale reato? Il fine giustifica il mezzo? Posso non rispondere!?

 

 

Ma Bergoglio non dorme da piedi

La morte del papa emerito Joseph Ratzinger ha colpito i cattolici costringendoli ad una inopinata passerella, giustamente esorcizzata dall’interessato che ha raccomandato massima semplicità per il suo post-mortem e prontamente praticata, più o meno seriamente, da tutti i media compresi quelli di ispirazione e di provenienza cattolica. È partita una sarabanda, che non fa bene al ricordo obiettivo ed educativo di questo papa, che distoglie la Chiesa in tutte le sue componenti da una proficua elaborazione del lutto, che devia il discorso da un’analisi puntuale e scrupolosa del papato ratzingeriano verso una esaltazione acritica e superficiale, che rischia di sollevare un polverone pazzesco nascondendo farisaicamente i mali della Chiesa sotto il tappeto del trionfalismo.

Non è bastato il testamento spirituale di Benedetto XVI con il suo contenuto essenziale e provvidenziale ad evitare questa fastidiosa e negativa bagarre celebrativa. Questo è il mondo, anche se la Chiesa dovrebbe essere attenta ad escludere questi pericolosi bagni di protagonismo poco evangelico e molto pagano.

È indubbio che la morte di Ratzinger possa sconvolgere non tanto gli equilibri dottrinari saldamente ancorati al Vangelo da papa Francesco, non tanto gli assetti comunitari una volta smaltita la sbornia funeraria, ma quelli di “governo” della Chiesa istituzione. Benedetto XVI ha due grandi meriti: avere ricondotto, con le sue dimissioni, il papato ad una funzione di servizio togliendolo da una secolare aura di infallibilità regale e, successivamente, avere stoppato i rigurgiti, più reazionari che conservatori e tradizionalisti, di una gerarchia in buona parte inquieta e timorosa di prendere il raffreddore davanti alle finestre spalancate da papa Francesco.

Come qualche acuto commentatore ha già ipotizzato, è saltato il tappo, anzi potrebbe essere partito il brindisi alla restaurazione, che non troverà più la barriera protettiva alzata silenziosamente, correttamente ed autorevolmente da Joseph Ratzinger. Forse siamo già entrati in clima di conclave, anche perché la morte di Ratzinger è accompagnata dagli scricchiolii della salute fisica di papa Francesco. Si stanno riaprendo i giochi per chi vorrebbe tornare indietro nonostante gli inviti del papa regnante a non confondere la difesa della tradizione con il mero ritorno al passato.

Se i reazionari sono in fermento, credo che anche papa Francesco stia pensando alla sua successione preparandola a modo suo, allargando il parterre cardinalizio e piazzando cardinali in linea con il suo indirizzo pastorale in punti chiave a livello istituzionale e comunitario. Arrivo persino a sparare due nomi che vanno per la maggiore: il “fanciullesco” Luis Antonio Gokim Tagle e lo “svangatore” Matteo Maria Zuppi (chiedo scusa per queste paradossali e bonarie definizioni, che vogliono solo rendere simpaticamente l’idea).

Il primo è arcivescovo di Manila dal 2011, presidente di Caritas Internationalis e della Federazione biblica cattolica, è un teologo di fama internazionale e come tale ha pubblicato parecchi libri. Come non vedere in lui il pedigree in ordine dal punto di vista della sensibilità sociale, del forte aggancio al messaggio evangelico – e fin qui siamo perfettamente nel solco francescano -, ma ci sarebbe anche la copertura della lacuna bergogliana, maliziosamente individuata nella teologia, nonché un l’ulteriore passo avanti verso l’est del mondo a livello di geopolitica vaticana.

Il secondo è arcivescovo di Bologna e presidente della Conferenza Episcopale Italiana: un uomo di Bergoglio, oltretutto un italiano che potrebbe ingolosire i nazionalisti nostrani condendo con l’italianità una forte connotazione progressista ed innovativa.

Fin qui le manovre e contro manovre vaticane. Se Bergoglio ha in mano delle carte molto interessanti, non altrettanto i suoi avversari annidati certamente nella curia romana, ma anche negli Usa e in quel tessuto clericale che vuole riconquistare spazio e potere. Essendosi spento il semaforo ratzingeriano, il traffico vaticano potrebbe impazzire (ci sarà del lavoro per il vigile Spirito Santo).

E il popolo di Dio? Relegato a tifare per le squadre occultamente in campo o in cerca di protagonismo più o meno sinodale? Ma questo è un altro discorso, su cui mi riservo di andare con calma e col mio solito spirito critico.

 

 

Il fascino indiscreto di Giorgia

“Il chiaro risultato elettorale ha consentito la veloce nascita del nuovo governo, guidato, per la prima volta, da una donna. È questa una novità di grande significato sociale e culturale, che era da tempo matura nel nostro Paese, oggi divenuta realtà”. Così ha testualmente detto il presidente Mattarella nel messaggio augurale agli italiani.

Al capo dello Stato vorrei chiedere quale sia il grande significato sociale e culturale dell’entrata a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni. Ma mi faccia il piacere… La parità uomo-donna non comporta di avere un occhio di riguardo per la donna, ma di riservare ad essa un uguale trattamento. Una donna, come del resto anche un uomo, non vale in quanto appartenente ad un genere, ma in quanto persona. Smettiamola di fare retorica e andiamo al sodo per prendere in considerazione e giudicare le persone a prescindere dal sesso di appartenenza. Se poi pensassimo che una donna a Palazzo Chigi possa favorire un’ulteriore emancipazione femminile, temo che sbaglieremmo di grosso, perché daremmo un’idea sbagliata di emancipazione coincidente con il fare necessariamente grandi carriere e quindi finiremmo col creare più illusioni e frustrazioni che impegno e responsabilità.

Al riguardo non mi stanco di fare riferimento ad una intervista rilasciata al quotidiano “La Stampa” nell’immediato post-elezioni, da Edith Bruck, scrittrice, poetessa e traduttrice sopravvissuta alla shoah, scappata dall’Ungheria, suo Paese d’origine, settant’anni fa, che ha trovato rifugio in Italia ed è rimasta a viverci. Ha raccontato quello che ha visto nei campi e quello che è venuto dopo, il fardello che è stato “nascere donna, povera, ebrea, in una vita sola”, nei suoi libri e nelle scuole di tutta Italia, dove incontra gli studenti da anni, convinta che “l’educazione serve a tirare fuori il bene che sta dentro di noi”.

Mesi prima aveva firmato l’appello di Dacia Maraini per una presidente della Repubblica: disse in quell’occasione che però non le veniva in mente il nome di una donna per la carica. Si trattava cioè di stabilire un principio: le donne devono avere accesso alle più alte cariche dello Stato. Ma in Italia nessuna ha ancora maturato un’esperienza necessaria per quel ruolo. Meloni, invece, sarà premier. La prima premier donna. E questo non è un bene in sé. Anzi: spesso, nei posti di vertice, le donne diventano peggiori degli uomini, tendono a volerli superare, e fanno peggio di loro, sono ancora più spietate. Nei campi di concentramento, le kapò che ho incontrato erano peggiori degli uomini: inumane, cattive. Non è un fatto strutturale, naturalmente, ma di contesto. Non sono sicura che il Paese sia maturo abbastanza per lasciare che una donna ai posti di comando riesca ad essere chi è davvero. Meloni è circondata da uomini di un certo tipo, lavora in una struttura di un certo tipo. È amata da chi le dice cose terribili come “hai le palle”, cioè: vali perché sei come un uomo.

Mi ha sorpreso l’opportunistico scivolone di Mattarella, non me l’aspettavo proprio, anche perché si è trattato di una constatazione a cui è stato dato un rilievo improprio a prescindere dalla storia che Giorgia Meloni rappresenta e dalle idee che porta avanti: non c’è peggior cosa che non fare politica, dimenticandosi della politica. Il presidente della Repubblica infatti non deve fare politica in senso stretto e fin qui Mattarella è inattaccabile, ma non si deve dimenticare della politica o, ancor peggio, fingere che non esista, nascondendola dietro un risibile paravento sociologico di basso profilo.

Morale della favola: anche i primi della classe possono sbagliare. Forse questa possibilità li rende ancor più simpatici. Giorgia Meloni allora a qualcosa serve…

 

 

Il morbido mattarello di Mattarella

Il messaggio augurale di inizio anno 2023 di Sergio Mattarella ad un primo ascolto può sembrare più ermetico e felpato del solito.  Per capirlo bisogna ricordare l’operazione Draghi ideata dal capo dello Stato non tanto e non solo per affrontare al meglio le devastanti emergenze, ma per dare tempo alla politica di riprendere credibilità, autorevolezza, ruolo e capacità. Non è andata così perché la politica ha avuto paura di essere emarginata ed allora…ha rialzato la testa senza avere la testa a posto.

Ragion per cui Mattarella, pur accettando obtorto collo la necessità di indire in fretta e furia le elezioni, pur riconoscendo chiarezza al risultato delle urne, pur salutando con favore la rapidità della nascita del nuovo governo, pur cogliendo un significato epocale nella femminile premiership di Giorgia Meloni (sinceramente questo stucchevole omaggio se e ce lo poteva risparmiare…), coglie l’inadeguatezza della politica e dei suoi equilibri governativi e parlamentari.

Di qui l’insistente richiamo ad una visione strategica, ad una moderna progettualità, ad un impegno che guardi al futuro abbandonando ogni tentazione proveniente dal passato. Alla politica Mattarella si è permesso di consegnare una bussola (la Costituzione), di consigliare il rigoroso rispetto della democrazia, di invitare tutti ad onorare le proprie responsabilità, di indicare alcune priorità nei giovani, nel lavoro, nella sanità, nell’ecologia, nella digitalizzazione e nella ricerca della pace.

Può sembrare un fervorino retorico, ma non lo è affatto, basta guardare cosa sta succedendo. Il Presidente sembra dire: mi avete voluto ancora al Quirinale, ebbene io allora vigilerò su quanto combinerete. Una sorta di avvertimento forte anche se corretto, leale e collaborativo.

Il messaggio è stato breve: sono più importanti le cose non dette ma lasciate intendere di quelle dette apertamente. Avrei voluto qualche parola in più sulla pace e sulla necessità che il nostro Paese si sforzi di andare oltre gli equilibri…di guerra. Pretendo troppo?

Mi ha sinceramente commosso il richiamo paterno ai giovani ed alle loro assurde trasgressioni. Ci sta tutto. Forse ha detto ai giovani (nuora) perché tutta la società (suocera) intenda. È un discorso da riascoltare (sarebbe meglio addirittura rileggerlo parola per parola), da meditare e da concretizzare.

I richiami in filigrana alla politica vanno di pari passo con quelli apertamente umani e “civici” ai cittadini (basti per tutti l’invito a pagare le tasse). Tutti lo ringraziano per essere ancora al suo posto, anche se il miglior ringraziamento sarebbe quello di stare tutti al nostro posto per fare la nostra parte.