Chi va con Orban diventa orbo

Nei giorni scorsi mi è stato chiesto un parere sulla questione Lgbtq+/Orban con relativo e conseguente giudizio sull’atteggiamento del governo italiano e della sua maggioranza, che non ha votato a livello di Parlamento europeo la reprimenda contro l’Ungheria per la sua legge che vieta contenuti omosessuali per i minori.

Cerco di esaminare la questione sul piano etico e sul piano politico, partendo dal 2021, anno in cui fu varata questa discutibile normativa. La riforma approvata a inizio giugno di quell’anno dal parlamento dell’Ungheria, come scriveva il quotidiano “Avvenire”, in realtà è nata per contrastare con più efficacia la pedopornografia integrando alcune norme già in vigore, rischiando tuttavia di equiparare – e questo è il suo limite – orientamenti sessuali omosessuali e condotte e pratiche abiette che configurano veri e propri reati. L’intento della legge è quello di evitare che siano resi disponibili ai minori contenuti non adatti alla loro età o che richiedono una maturità ancora lontana. L’articolo più contestato è il 6/a, che riforma una legge del 1997 sulla “protezione dei bambini”, in cui si legge che «è vietato rendere accessibile alle persone che non hanno raggiunto i 18 anni un contenuto pornografico o che rappresenta la sessualità in modo gratuito o che diffonde o ritrae la divergenza dall’identità corrispondente al sesso alla nascita, il cambiamento di sesso o l’omosessualità». 

In un infuocato dibattito al Parlamento Europeo a Strasburgo, la presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, lanciò parole durissime contro il governo di Viktor Orbán. «La legge – tuonò – usa la protezione dei bambini come pretesto per discriminare le persone per via del loro orientamento sessuale. È una vergogna». Dunque «se l’Ungheria non aggiusterà il tiro la Commissione userà tutti i suoi poteri di guardiano dei Trattati. Dall’inizio del mio mandato abbiamo aperto circa quaranta procedure di infrazione legate al rispetto dello Stato di diritto e se necessario ne apriremo altre». Il governo ungherese reagì e andò avanti imperterrito per la propria strada.

Arriviamo ai giorni nostri in cui quindici paesi dell’Unione Europea hanno deciso di partecipare al ricorso della Commissione Ue contro la legge ungherese anti Lgbtq+. Fra loro Francia e Germania, ma l’Italia non compare nella lista, facendo una netta retromarcia rispetto agli impegni assunti a suo tempo dal governo Draghi.

Torno però sulla materia del contendere dal punto di vista etico. Mi sembra che per uccidere il moscerino del timore dello scivolamento verso una certa ed innegabile confusione sessuale si spari con il cannone dell’intolleranza e della discriminazione verso le diversità: non si può entrare nel negozio di cristalleria della corretta educazione alla sessualità con il garbo di un elefante spaventato dall’omosessualità. Fuor di metafora non è ammissibile nascondere od esorcizzare la realtà con la paura di esserne contaminati. È un approccio retrogrado che oltre tutto finisce per essere un boomerang e creare un clima diseducativo di conflittualità in campo sessuale. L’omosessualità non può essere presentata come una colpa, la transessualità non è un capriccio di pervertiti, parlarne non è pornografia da punire severamente.

Certo, occorre equilibrio e senso della misura, cosa che purtroppo i movimenti Lgbtq+ spesso dimostrano di non avere, lasciandosi andare all’esibizionismo più che al rispetto delle diversità, alla provocazione più che alla costruzione di un clima di tolleranza e di convivenza civile. Il proibizionismo non ha mai avuto effetti positivi sulla coscienza individuale e collettiva: cosa vuol dire vietare di spiegare ai giovani che esiste l’omosessualità e che la sessualità non è una gabbia omologata in cui rinchiudere schematicamente tutto e tutti? Per evitare il peggio si finisce col generalizzarlo e col sovrapporlo al meglio.

C’è però da fare anche un discorso politico. Non è infatti un caso se questi atteggiamenti puritani in campo sessuale si inquadrano in derive autoritarie come nel caso dell’Ungheria e non solo. Occorre riflettere al riguardo per capire come tutti i regimi illiberali usino l’ansia dell’ordine sessuale quale chiavistello per instaurare il disordine democratico. La storia lo insegna. Quindi il governo italiano non si deve chiudere in una sorta di splendido isolamento perbenista (è inutile nasconderlo, siamo nel mirino, vedi censura sul discorso del mancato riconoscimento della cittadinanza ai figli provenienti da famiglie omogenitoriali), rispolverando il concetto del “molti nemici molto onore”, perché non ce lo possiamo permettere. Non si tratta di rinunciare all’autonomia di giudizio, ma come non rilevare che la cattiva compagnia di Orban e c. non ci aiuta affatto all’interno della Ue laddove questi Stati dimostrano totale incapacità di vivere la realtà dell’Unione europea: dall’immigrazione ai meccanismi di solidarietà economico-finanziaria, dai rapporti con la Russia ai diritti civili, si mettono di traverso, funzionando da autentici guastatori.

Dimmi con chi vai e ti dirò chi sei: vale per i nostri rapporti con questi falsi, scomodi ed inopportuni alleati. In conclusione non isoliamoci pensando di trovarci a nostro agio più a Washington (vedi Nato e guerra russo-ucraina) e Budapest (vedi pruriti antieuropei e antistorici) che a Bruxelles e Strasburgo. Siamo in Europa, ci dobbiamo restare convintamente e costruttivamente senza rinunciare al nostro contributo critico, ma anche senza fughe all’indietro. Nel governo Meloni e nella maggioranza che lo sostiene peraltro non tutti sono d’accordo “sull’orbanismo” e sull’isolazionismo di stampo trumpiano. Da sempre Lega e FdI fanno a gara nello smarcarsi più dialetticamente che concretamente dall’UE, mentre i berlusconiani intendono rimanere agganciati al treno europeo (salvo l’imbarazzante putinismo del loro leader). Ma questo è un altro discorso…e alla fine il potere li mette tutti d’accordo (qualche crepa si sta aprendo sulle nomine nelle aziende pubbliche), mentre l’Europa, quella che conta, ci sta a guardare e prima o poi ci presenterà il conto.

 

 

Il difensivismo anti-evangelico

La Chiesa, meglio sarebbe dire la ditta “vatican-clericale”, sta adottando, attraverso i suoi media, i suoi apologeti ed i suoi difensori d’ufficio, tre linee di difesa, una dopo l’altra, retrocedendo progressivamente di fronte all’emersione di realtà scandalose, di cui si sapeva, ma che, siccome tutto ha un limite e questo limite è stato ampiamente superato, ha messo decisamente sotto scacco l’istituzione nelle sue strutture fondamentali. Di fronte a documenti e notizie più che imbarazzanti, prescindendo dal fatto se siano o meno veritieri, si parte col “vittimismo”: povera Chiesa…da quante illazioni e attacchi deve difendersi… Ricordo quando fui costretto ad interrompere l’omelia di un sacerdote che, alludendo all’emersione del fenomeno dei preti pedofili, rigirava la frittata difendendo la Chiesa in quanto vittima dell’ondata mediatica sugli scandali di carattere sessuale. Mi sentii in dovere di controbattere che semmai le vittime erano i bambini e tutti i soggetti segnati da queste terribili vicende. Il meccanismo difensivo è sempre lo stesso, cambiano gli scandali, e sinceramente non so quali siano i più gravi.

Nel caso di Emanuela Orlandi e delle bordate del fratello Pietro si risponde che il diritto alla verità, così poco rispettato dalle gerarchie vaticane, non è diritto all’illazione. Mi permetto di aggiungere: ma nemmeno alla pregiudiziale e intoccabile santificazione dei ministri della Chiesa, non foss’altro perché la santità non è perfezione di vita, ma impegno di conversione (vedi buon ladrone, Maria di Magdala, Zaccheo, etc. etc.). Solo la Chiesa Cattolica e quella Ortodossa hanno la tradizione di proclamare santi e sante uomini e donne per la loro vita esemplare. I fratelli Ebrei, i fratelli Musulmani e le Chiese sorelle Protestanti affermano invece che la santità appartiene solo a Dio, tutti gli esseri umani sono peccatori che Dio ha perdonato e salvato. Dei Santi, dei Beati e di tante persone a noi care, in Paradiso ma non necessariamente “canonizzate”, testimoni dell’amore di Gesù e dei valori universali, abbiamo tutti bisogno e diciamo loro: «Grazie!», ma non irritiamoci e non scandalizziamoci se il loro operato in questa vita viene discusso e criticato, magari a volte anche sgarbatamente.

Sono d’accordo con la paradossale inattendibilità di un papa Wojtyla che va in cerca di avventure notturne con due monsignori polacchi: fa il paio con il bacio di Giulio Andreotti a Totò Riina. Il problema non consiste nel coinvolgimento diretto del papa, ma nell’emersione di un altolocato clima sporco esistente in Vaticano in materia sessuale e affaristica. Possibile che in 27 anni di pontificato (dal 1978 al 2005) Giovanni Paolo II non si sia accorto del marciume esistente in Vaticano e non abbia fatto nulla per porvi qualche rimedio? Questa è la domanda inquietante a prescindere dall’azzardato teorema giudiziario del “non poteva non sapere”. Possibile che non abbia saputo che un alto esponente della criminale Banda della Magliana era sepolto in una basilica romana? Per non parlare di monsignor Marcinkus e dello Ior: possibile che non sapesse delle porcherie finanziarie non certo ascrivibili solo a Marcinkus ma ad un sistema malato? Gira da tempo un’illazione in base alla quale una parte dei soldi sporchi dello Ior sarebbero stati girati a Solidarnosc: della serie “lo sterco del diavolo” faccia almeno da concime per campi virtuosi. E dalli con le illazioni…chiedo umilmente scusa.

La prima linea difensiva punta quindi al “catenaccio”, al vittimismo ed a retrocedere a pure illazioni tutti gli indizi di colpevolezza o di omertà, pretendendo prudenza e assoluta correttezza da chi è toccato nel vivo e tenta disperatamente di cercare un briciolo di verità, non aiutato, ma prima preso in giro e dribblato e adesso finalmente ascoltato. È più grave l’eccesso colposo in legittima ricerca della verità o l’annosa, dolosa e omertosa copertura della verità stessa?

In seconda battuta parte la contraerea delle “mele marce”, la difesa a uomo: quando la realtà emerge in modo clamoroso, allora si tenta di buttarla sul discorso della quasi inevitabilità che in una istituzione possano esserci componenti che sbagliano senza per questo dovere squalificare tutto e tutti. L’argomento è decisamente più furbo, assomiglia molto alle difese politiche, tenta di confondere le acque con la lotta tra male e bene presente anche nella Chiesa. È certamente vero: non si può pretendere che tutti siano stinchi di santo, ma questo non può comportare la comoda adozione del “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. La Chiesa, volenti o nolenti, interpreta la parte del messia e non dell’adultera, quindi deve fare pulizia, perché quello che emerge è tutt’altro che carità, tutt’altro che povertà, è miseria umana. Di più: è scandalo da macina al collo, è commercio di beni sacri. È simonia!

Quando l’attacco si fa pesante parte la difesa a zona: la Chiesa deve pur vivere e fare i conti col vil danaro, è sulla terra e non in cielo, quindi può finire col compromettersi e sporcarsi, ma comunque a fin di bene. Nessuno mette in discussione la struttura, ma semmai la sovrastruttura: è l’impostazione che è sbagliata. Investire serve, ma in modo corretto e pulito, senza distrazione di fondi, senza speculazioni, senza manovre mafiose, senza procedure massoniche, senza sotterfugi delinquenziali. Il denaro non deve essere un fine, ma un mezzo: la ricchezza infatti non è maligna in sé, dipende dall’uso che se ne fa.  Il sesso non è peccato, lo è se viene praticato nel buio vizioso e nel vomitevole mercato. Si dirà che, come al solito, il male fa molto baccano rispetto al bene in larga parte presente all’interno della Chiesa e del comportamento dei suoi ministri. Proprio in difesa di questo bene occorre denunciare e non coprire il male, tutt’altro che marginale nei tratti salienti di una gerarchia sempre più abbarbicata alla vuota, farisaica e clericale difesa di regole che non assomigliano neanche lontanamente al dettato evangelico.

Le difese d’ufficio pertanto nulla tolgono alla gravità degli scandali e ancor prima alla intollerabilità di un clima fatto di sotterfugi affaristici e sessuali. Temo che esista un tumore maligno all’interno della Chiesa-istituzione: occorre il bisturi. Un supplemento di coraggio per il Papa: scoperchiare le pentole e mandare a lavorare gli imboscati di lusso. Un po’ di trasparenza e riforma. Forse qualcosa sul caso di Emanuela Orlandi si sta muovendo: dopo quarant’anni…

 

 

La famiglia bellicista allargata

L’Europa deve ridurre la sua dipendenza dagli Stati Uniti ed evitare di essere trascinata in uno scontro tra Cina e Stati Uniti su Taiwan: il presidente francese Emmanuel Macron, in un’intervista a Politico.eu e a due giornalisti transalpini sul suo aereo di ritorno da una visita di stato di tre giorni in Cina, ha sottolineato la sua teoria di “autonomia strategica” per l’Europa, presumibilmente guidata dalla Francia, per diventare una “terza superpotenza”. “Se le tensioni tra le due superpotenze si surriscaldano… non avremo il tempo né le risorse per finanziare la nostra autonomia strategica e diventeremo vassalli”, sono le parole del presidente francese.

Il capo dell’Eliseo, che ha trascorso circa sei ore durante la sua missione con il presidente Xi Jinping, ha detto che “il grande rischio” che l’Europa deve affrontare è di essere coinvolta “in crisi che non sono le nostre, che le impediscono di costruire la sua autonomia strategica”. Xi e il Partito comunista cinese hanno sostenuto con entusiasmo il concetto di autonomia strategica di Macron e i funzionari di Pechino vi fanno costantemente riferimento nei loro rapporti con i Paesi europei sulla convinzione che l’Occidente sia in declino e che la Cina sia in ascesa: uno scenario che potrebbe accelerare se le relazioni transatlantiche si indeboliranno.

Secondo l’inquilino dell’Eliseo una accelerazione della crisi su Taiwan non è nell’interesse dell’Europa. La domanda “a cui gli europei devono rispondere è: è nel nostro interesse accelerare una crisi su Taiwan? No. La cosa peggiore sarebbe pensare che noi europei dobbiamo diventare seguaci di questo argomento e prendere spunto dall’agenda degli Stati Uniti e da una reazione eccessiva cinese”, ha aggiunto Macron (da Il Fatto quotidiano).

Non si è mai capito se questa posizione storicamente assunta dalla Francia sia dovuta ad un sacrosanto desiderio di autonomia rispetto allo strapotere americano o se discenda dalla smania di grandeur nei confronti dei partner europei. La Francia purtroppo gioca in proprio e non in squadra, ragion per cui anche i suoi migliori intendimenti teorici finiscono con l’essere velleitari o comunque fini a loro stessi. In parole povere, della Francia non c’è da fidarsi, basti pensare all’avventura antilibica promossa da Sarkozy che trascinò nel 2011 il mondo occidentale (Italia compresa) in una vicenda bellica assurda i cui effetti negativi continuano tutt’ora a farsi sentire.

Le dichiarazioni rilasciate da Macron e sopra riportate sono indubbiamente e lucidamente realistiche, ma finiranno come sempre per segnare solo uno smarcamento tattico che porterà ulteriore divisione in casa europea e metterà in ulteriore difficoltà la strategia europea, se mai ne esiste una. Niente a che vedere con una adesione critica alla Nato e con una ricerca di equilibri pacifici.

Nell’attuale schieramento politico italiano non si intravede alcuna schiena non dico dritta ma nemmeno obliqua di fronte alla peraltro sconclusionata strategia americana: non ci mancava altro che il governo Meloni per appiattirci senza condizioni sulla Nato e sugli Usa.  E pensare che qualche rigurgito di indipendenza di giudizio e di comportamento l’Italia la riuscì ad esprimere anche in clima di piena guerra fredda. Oggi neanche a parlarne.

Resto convinto che, come dice papa Francesco, occorra uscire dagli schemi rigidi di guerra per provare a sperimentare schemi di pace. Invece purtroppo continuiamo ad essere schiavi della guerra e non bastano certo i tatticismi macroniani ad invertire la tendenza. In Italia la destra al governo sparla bene e la sinistra balbetta male dopo avere sparlato quando era al governo. Chi osasse fare discorsi di pace forse verrebbe portato in trionfo, salvo essere crocifisso alle prossime elezioni: se non erro è già successo a chi di pace se ne intendeva assai e che perse il referendum popolare finendo in croce quale vittima sacrificale della guerra fredda tra Romani ed Ebrei.

 

Il pentolone vaticano

È durato oltre sette ore l’annunciato colloquio di martedì 11 aprile in Vaticano tra il Promotore di giustizia Alessandro Diddi e il fratello di Emanuela Orlandi, Pietro. Quest’ultimo è arrivato a bordo di un’auto bianca poco dopo le 14,30, entrando dal varco con cancellata, di fianco al Palazzo del Sant’Uffizio, per uscirne parecchio dopo le ore 21,00.

Circa un’ora prima, parlando con i cronisti in attesa, l’avvocato della famiglia Orlandi, Laura Sgrò, aveva chiarito che Pietro Orlandi ha incontrato Diddi in qualità di testimone. «Per questo – aveva aggiunto la mia presenza non è prevista. Abbiamo depositato una memoria, il Pm sta facendo il suo lavoro, credo che siano in una fase di approfondimento di questa memoria e della documentazione rilasciata in precedenza».

Ora «saltino fuori i dossier», aveva aggiunto la legale. «L’auspicio è che si faccia luce su questa vicenda e si possa scrivere una nuova pagina di storia» e che ora «Vaticano e Italia possano collaborare». Infatti, a parere di Sgrò, «ci sono persone ancora in vita che possono dare il loro contributo».

Nella memoria, ha quindi spiegato l’avvocatessa, «abbiamo raccolto elementi che sono il frutto di un lavoro di indagini difensive, l’abbiamo messa a disposizione del promotore e ora tocca a lui fare le indagini adeguate, valutare la fondatezza e la completezza e soprattutto rimettere insieme tutti i pezzi del puzzle». Il quale promotore in una intervista pubblicata martedì dal Corriere della Sera, ha annunciato: «Sul caso Orlandi papa Francesco e il segretario di Stato, il cardinale Pietro Parolin, vogliono che emerga la verità senza riserve». Perciò, promette, su alcuni documenti probatori non dovranno più insinuarsi equivoci e ombre (dal quotidiano “Avvenire”).

Sono passati quarant’anni e sulla sorte di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori se ne sono ipotizzate, dette e sentite di tutti i colori, tra varie omertà, strani silenzi, probabili depistaggi e carsiche verità. Il Vaticano è stato ripetutamente tirato in ballo dal momento che la Orlandi era cittadina di quello Stato, ma l’impressione è sempre stata quella di un imbarazzato silenzio o ancor peggio di una mancanza di volontà a collaborare con le autorità giudiziarie investite delle indagini.

Molti i paradossali intrighi entro cui è stata collocata questa vicenda e non si è mai capito se fossero frutto di fantasie o di probabili mezze verità. Sembra che papa Francesco abbia deciso di togliere ogni e qualsiasi coperchio dalla pentola di questa vicenda. Se è così, era ora. Non è mai troppo tardi, pur considerando che molti documenti saranno finiti al macero, molti testimoni saranno finiti al cimitero e riaprire le indagini a distanza di quarant’anni dai fatti è un’impresa assai ardua.

Gli elementi prodotti da Pietro Orlandi, basati su indiscrezioni raccolte in ambienti assai poco raccomandabili e vertiginosamente resi in parte pubblici, relativi ai più alti ambienti vaticani dell’epoca fanno rabbrividire, sono semplicemente sconvolgenti: la pista della pedofilia o comunque dell’intrigo a sfondo sessuale o comunque del ricatto contro i poteri vaticani è sempre stata molto chiacchierata e mai seriamente indagata e tanto meno provata. Il rischio di infangare è quindi piuttosto preoccupante, anche se papa Francesco, nel dare disposizione di riaprire il caso facendo chiarezza a trecentosessanta gradi, ha deciso di correre parecchi rischi: la ricerca della verità comporta prezzi dovuti. Al momento non voglio nemmeno pensare all’ipotesi che in questi giorni sta trapelando. Si potrebbe dire al fratello di Emanuela, che peraltro non sembra intenzionato ad infierire alla ricerca di colpevoli a tutti i costi: “Scherza coi fanti e lascia stare i santi”. Purtroppo però fanti e santi sembrano mischiarsi, probabilmente qualche santo ha giocato a fare il fante e qualche fante si è nascosto dietro i santi. Si è capito da tempo che di fanti affaristi e sporcaccioni il Vaticano è stato pieno, di qui a pensare che il male abbia raggiunto le più alte (addirittura altissime) sfere, il passo non è assolutamente breve. Prima di lordare gli altari pensiamoci bene…

Don Andrea Gallo raccontava, con la sua ineguagliabile verve, una barzelletta sferzante: «Voi sapete che nella nostra Santa Madre Chiesa, uno dei dogmi più importanti è la Santissima Trinità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. L’amore e la comunione vanno in tutto il mondo, e si espandono. Lo Spirito Santo dice: “Andiamo a farci un giro. Io sono affascinato dall’Africa”.  Il Padre risponde: “Be’, io andrò a vedere il paradiso delle Seychelles. Perché non capisco come mai i miei figli e figlie hanno il paradiso in terra”. Gesù ascolta e non risponde. Allora gli altri due: “Tu non vai?” Gesù: “Io ci son già stato duemila anni fa”. “Non ci farai mica far la figura che noi andiamo e tu rimani”, gli dicono in coro il Padre e lo Spirito Santo. “Va be’, allora vado anch’io”. “Dove vai?” “A Roma”. “Sì, ma a Roma dove vai?” “Vado in Vaticano”. “In Vaticano?”, dicono increduli il Padre e lo Spirito Santo. Gesù risponde: “Eh sì, non ci sono mai stato”».

Allorquando cominciarono ad emergere maliziose critiche verso papa Francesco, alcuni anni or sono, su questioni inerenti atteggiamenti omertosi verso i preti pedofili (il discorso potrebbe essere valido pure in relazione al ritardo con cui il papa ha deciso di fare un po’ di luce sulla vicenda di Emanuela Orlandi), scrissi ad un mio carissimo amico sacerdote: “Forse anche Bergoglio, nei pochi anni vissuti da pontefice e nei precedenti vissuti da vescovo e cardinale, avrà accumulato responsabilità non indifferenti. Questo non significa che debba togliere il disturbo. Con questo criterio la Chiesa non sarebbe mai partita: gli undici non erano forse dei vigliacchetti qualsiasi e Pietro non era un voltagabbana? Seppero redimersi, convertirsi e purificarsi a caro prezzo. Credo che papa Francesco stia cercando di farlo. Rispettiamo il suo travaglio interiore e il suo coraggioso tentativo di voltare pagina (è la base sostanziale della sua nomina a pontefice). Teniamocelo stretto!

Dei suoi predecessori ho una mia originale idea riguardo al loro atteggiamento verso la Curia e gli intrighi vaticani: Paolo VI soffriva, si macerava e poi si arrendeva all’impossibilità del cambiamento; Giovanni Paolo I somatizzò il dramma al punto da morirne in pochi giorni; Giovanni Paolo II se ne fregò altamente, andò per la sua strada, si illuse di cavare anche un po’ di sangue dalle rape; Benedetto XVI ci rimase dentro alla grande e gettò opportunamente la spugna. Quando constato come tanti papi siano diventati o stiano diventando Santi, mi viene qualche dubbio. Pur con tutto il rispetto, temo che nell’aldilà troveremo parecchie novità, riguardo alla nostra vita e a quella della Chiesa”.

L’amico sacerdote mi rispose: “Caro Ennio, condivido in toto: purtroppo è così. Tertulliano già nel IV secolo aveva definito la Chiesa “casta meretrix”: mica male! Comunque noi osiamo amarla lo stesso! Grazie. Buondì. Mi piace molto il finale: “Dei suoi predecessori ho una mia originale idea riguardo al loro atteggiamento verso la Curia e gli intrighi vaticani: Paolo VI soffriva, si macerava e poi si arrendeva all’impossibilità del cambiamento; Giovanni Paolo I somatizzò il dramma al punto da morirne in pochi giorni; Giovanni Paolo II se ne fregò altamente, andò per la sua strada, si illuse di cavare anche un po’ di sangue dalle rape; Benedetto XVI ci rimase dentro alla grande e gettò opportunamente la spugna. Quando constato come tanti papi siano diventati o stiano diventando Santi, mi viene qualche dubbio. Pur con tutto il rispetto, temo che nell’aldilà troveremo parecchie novità, riguardo alla nostra vita e a quella della Chiesa”.

Chiedo scusa se ho riportato due volte il delicato passaggio, non per vanagloria, ma per rendere ancor più evidente il mio pensiero critico al limite della provocazione.

 

La beffa mediatica della coccodrillesca solidarietà

Alcuni anni or sono, quando andavo a fare visita ad una mia carissima cugina, ricoverata all’ospedale maggiore di Parma in stato di coma vegetativo, mi capitava di imbattermi all’entrata in un gruppetto di donne che recitavano ostentatamente il rosario in riparazione dei peccati riconducibili all’aborto. Mi davano un senso di tristezza e di pochezza. Per non mancare loro di rispetto frenavo l’impulso di interrogarle provocatoriamente: «Ma voi cosa sareste disposte a fare per una donna sull’orlo dell’aborto? Avreste il coraggio di ospitarla in casa vostra? Avreste la generosità di sostenerla economicamente in modo continuativo? Avreste la forza di aiutarla umanamente ad una scelta così difficile rispettandone la sofferta decisione? Sareste disponibili a fare gratuitamente turni di assistenza a questa mia cugina, alleviando la pena di suo marito, costantemente presente al capezzale di una moglie inchiodata nel letto senza prospettive di ritorno ad un seppur minimo livello di funzioni vitali?».

Fin qui i rosari di comodo! Ma in questi giorni sono spuntate anche le solidarietà di comodo. L’abbandono del neonato Enea alla culla per la vita del policlinico di Milano da parte della madre ha suscitato una sorta di “grilloparlantismo” assai poco credibile in difesa della vita: una ostentata gara per offrire tardive e ipocrite offerte di aiuto, in soccorso di una madre, che sta purtroppo soffrendo per una frittata probabilmente irreparabile.

Di fronte al problema del rispetto della vita nascente si registrano tre atteggiamenti: da una parte la ripulsa ideologica con relativa demonizzazione delle donne che decidono di abortire; dall’altra l’enfatizzazione giuridica del diritto all’aborto, che diritto non è, ma semmai ripiego dopo una sconfitta del vivere civile; dall’altra ancora l’obiezione di coscienza verso l’applicazione di una legge che prevede il male minore (?). Sono posizioni che lasciano il tempo che trovano, che sostanzialmente portano a girarsi dall’altra parte rispetto al problema.

Adesso spunta un quarto atteggiamento coccodrillesco: offrire aiuto alla madre che non ha avuto (giustamente) il coraggio di abortire per spingerla ipocritamente a ravvedersi e a riprendersi cura del neonato abbandonato. Un subdolo mix delle tre posizioni suddette, una sorta di buonistica messa a posto della coscienza con tanto di mediatizzazione al seguito. È lo specchio fedele della nostra assurda società del malessere. Ci commuoviamo e piangiamo sul latte versato: “lägormi su ordinasión”.

Lasciamo in pace la madre del piccolo Enea, senza colpevolizzarla e senza farle cadere dall’alto un moralismo di pura facciata, cerchiamo piuttosto di applicare al meglio la legge in materia di aborto laddove dice che “il consultorio o la struttura socio- sanitaria” devono aiutare la donna e, se ci sono le condizioni, “il padre del concepito” a “rimuovere le cause che porterebbero alla interruzione della gravidanza”, promuovendo “ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna, offrendole tutti gli aiuti necessari sia durante la gravidanza sia dopo il parto”, trasformiamo le obiezioni di comodo in impegno all’aiuto della donna nei modi e tempi giusti, finiamola una buona volta con le ideologie a favore o contro l’aborto e in ossequio a principi astratti e cerchiamo di varare una legislazione in positivo a supporto della maternità.

Mi sembra che la migliore sintesi del discorso sulla difesa della vita nascente la facesse don Andrea Gallo: «Sta’ a sentire, non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una povera donna che si è scoperta incinta, è stata picchiata dal suo sfruttatore per farla abortire o se mi arriva una poveretta reduce da uno stupro, sai cosa faccio? Io, prete, le accompagno all’ospedale per un aborto terapeutico: doloroso e inevitabile. Le regole sono una cosa, la realtà spesso un’altra. Mi sono spiegato?».

Mi permetto di farne a titolo personale una spregiudicata parafrasi collegata al caso in questione: «Sta’ a sentire, non facciamo finta di essere buoni. Se mi si presenta una donna che non riesce a farsi carico per diversi motivi della creatura da lei messa al mondo, sai cosa faccio? Io, indegno cristiano, dopo un sereno, discreto e solidale confronto senza esito, la accompagno alla culla per la vita dell’ospedale più vicino: doloroso e inevitabile. Gli aiuti vanno dati nei modi e nei tempi giusti senza colpevolizzazioni di sorta. Mi sono spiegato?».

 

 

 

L’incubo dell’emergenza e il sogno della normalità

“Su proposta del ministro per la Protezione civile e le Politiche del mare Nello Musumeci, il governo ha deliberato lo stato di emergenza su tutto il territorio nazionale a seguito dell’eccezionale incremento dei flussi di persone migranti attraverso le rotte del Mediterraneo.

Lo stato di emergenza, sostenuto da un primo finanziamento di cinque milioni di euro, avrà la durata di sei mesi. Questo provvedimento permette di stanziare fondi ad hoc ma anche di attribuire poteri straordinari al governo, che può, quindi, emanare ordinanze derogando alle norme in vigore.

Secondo fonti governative la dichiarazione dello stato di emergenza consente di assicurare risposte più efficaci e tempestive sul piano della gestione dei migranti e della loro sistemazione sul territorio nazionale. Le stesse fonti evidenziano che il numero degli sbarchi è largamente superiore rispetto al passato.

E ancora si fa presente che lo stato emergenziale potrà essere usato per velocizzare i respingimenti. Questo però, ecco i dubbi di chi si occupa dei migranti e della loro accoglienza, potrebbe essere usato per mettere in atto espulsioni facili, magari senza considerare bene lo status legale o la situazione umana di chi è arrivato in Italia fuggendo da situazioni di guerra, fame, persecuzione, grave degrado umano o civile.

Resta da vedere come sarà applicato e con quali obiettivi. Non sempre le esperienze di stato di emergenza del passato hanno conseguito risultati realmente positivi” (dal quotidiano “Avvenire).

È da decenni che esiste il problema dei migranti, quindi è piuttosto curioso sostenere che l’afflusso dei disperati verso le nostre coste rappresenti un’emergenza: che lo rende tale è l’incapacità dei governanti a gestirlo in modo serio. Si è passati col tempo dall’indifferenza verso il fenomeno all’illusione di poterlo arginare con i blocchi navali e poi con i respingimenti e poi ancora con i rimpatri e sempre scaricando il barile delle colpe verso l’Unione europea come se questa fosse una istituzione a noi estranea. La destra si è reiteratamente abbarbicata alla promessa demagogica e razzista dei blocchi, la sinistra ha tentato di regolare i flussi tramite improbabili accordi con gli Stati di partenza: il problema è rimasto intatto nella sua inevitabilità e ciclicamente ripresenta il suo conto sempre più salato.

L’Italia continua a gridare “al lupo al lupo” mentre i Paesi della Unione europea si muovono in ordine sparso e sostanzialmente non fanno neanche una piega di fronte alle nostre grida. Il regolamento di Dublino fissa i criteri per determinare quale sia lo Stato membro competente a esaminare la domanda d’asilo in Unione europea di un migrante. Si è stabilita una gerarchia di criteri che tenga conto di posizioni particolari dei richiedenti asilo. Il primo criterio indica come competente lo “Stato membro dove può meglio realizzarsi il ricongiungimento familiare”. Il secondo “lo Stato membro che ha rilasciato al richiedente un titolo di soggiorno o un visto di ingresso in corso di validità”. Il terzo criterio prevede la competenza dello “Stato membro la cui frontiera è stata varcata illegalmente dal richiedente”. Si tratta del criterio “del primo ingresso illegale”. Questa si è rivelata negli anni la norma più applicata e ha messo sotto pressione i Paesi esposti ai confini esterni dell’Ue: Italia, Grecia, Cipro, Malta, Grecia.

Se non si riesce a riformare questo patto è perfettamente inutile continuare le lamentazioni: ironia della sorte, in questa fase l’Italia è ideologicamente alleata con i Paesi più refrattari al fenomeno migratorio. Della serie “ognuno si faccia i muri e i blocchi suoi”.

In questo quadro europeo risulta praticamente impossibile una gestione concordata e programmata dei flussi e dell’accoglienza. D’altra parte non possiamo nemmeno fare le vittime, perché molti dei Paesi europei hanno un carico migratorio ben più elevato del nostro, anche se spesso gestito in modo molto pragmatico e utilitaristico.

È inutile e pericoloso conclamare l’emergenza: inutile in quanto finiremo soltanto col potenziare i lager di prima accoglienza, col renderli pressoché definitivi data la velleità delle procedure di rimpatrio; pericoloso perché rischiamo di scivolare in una sorta di stato autoritario con pieni poteri al governo e innescando il meccanismo istituzionale di “una ciliegia tira l’altra”. Non è un caso che nello stesso giorno il governo Meloni abbia deciso multe molto severe per chi imbratta i monumenti. “Ferme restando le sanzioni penali applicabili, chiunque distrugge, disperde, deteriora o rende in tutto o in parte inservibili o non fruibili beni culturali o paesaggistici propri o altrui è previsto che sia punito con la sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 20.000 a euro 60.000”. Lo prevede il primo comma dell’articolo 1 della bozza del ddl che reca “Disposizioni sanzionatorie in materia di distruzione, dispersione, deterioramento, deturpamento, imbrattamento e uso illecito di beni culturali o paesaggistici”, approdato in Cdm. Si spara alle mosche col cannone, criminalizzando quattro cretini ecologici e depenalizzando i reati di migliaia di evasori fiscali. Se questo non è depistaggio politico, cos’è?

E, gira e rigira, è depistaggio ben più grave e consistente anche lo stato di emergenza per i migranti. Il ministro Piantedosi, nella lunga serie di cavolate che ha snocciolato, ha inserito tra le cause dell’immigrazione crescente anche il buonismo dell’opinione pubblica verso i disperati del mare. Forse sarebbe il caso di usare a fin di bene questo atteggiamento, magari un po’ epidermico, per proporre un piano di intervento sul territorio che coinvolga gli enti locali e i cittadini in modo concreto e fattivo, non a colpi di prefettura ma a colpi di misure condivise e impegnative di solidarietà. Potrebbe essere il modo per invertire la tendenza all’istituzionalizzazione dell’egoismo individuale e sociale: invece di coltivare populisticamente il disagio sociale, proviamo a sostenere e premiare l’impegno sociale. Utopie? Lasciatemi almeno sognare e non istigatemi all’incubo preventivo.

 

 

I vasi comunicanti del coraggio politico

Se a destra i diritti civili sono una sorta di tabù clericaleggiante, a sinistra con Elly Schlein rischiano di essere un totem assorbente e totalizzante. La segretaria nuova di zecca del Partito Democratico ha una sensibilità particolare su questa delicata tematica, che riguarda la difesa delle persone omosessuali, la possibilità di contrarre matrimonio tra le persone dello stesso sesso e di adozione per le coppie omossessuali, la tutela giuridica delle coppie di fatto, la legalizzazione delle droghe leggere, il ricorso al testamento biologico (senza arrivare al suicidio assistito e all’eutanasia) e le tecniche di procreazione medicalmente assistita.

Si preannunciano battaglie molto pressanti su questi problemi ad opera della segreteria piddina, particolarmente vicina alle istanze del movimento Lgbt (Lesbiche, Gay, Bisessuali e Transgender).  Se ne è avuto un congruo acconto col certificato europeo di riconoscimento dei figli delle coppie omosessuali, scansato pretestuosamente dal centro-destra e colto al volo da Elli Schlein, che è scesa anche in piazza a favore di questo provvedimento.

Questo impegno così deciso e indiscutibile non dico che faccia storcere il naso in casa PD, ma certamente suscita qualche perplessità soprattutto nei cattolici aderenti al partito. Personalmente ho da sempre una mentalità molto aperta su queste problematiche sia in campo squisitamente religioso, che, a maggior ragione, in campo civile e legislativo. Mi permetterei di consigliare però a Elly Schlein di usare un po’ di prudenza anche perché la complessità e la delicatezza di questi argomenti la impongono. Eviti di esagerare e di trasformare il PD in agente propagandistico di Lgbt: cerchi cioè di affrontare questi temi con la giusta razionalità e di tradurli in equilibrate e realistiche iniziative legislative ed amministrative. Si tratta di questioni difficili da generalizzare e quindi da discernere con molta calma, sensibilità e realismo. Sono convinto che il Paese su queste cose sia più avanti della politica, ma non bisogna farne bandiere per catturare consensi o battaglie di puro scontro con la destra (non aspetta altro).

Altro campo di grande sensibilità schleiniana riguarda l’ecologia e tutto il discorso della difesa della natura e del territorio, dell’inquinamento, delle fonti energetiche etc. etc. Anche qui non occorre strafare, magari ripiegando su un ecologismo da salotto e/o scadendo nel cosiddetto cretinismo ecologico, ma usare il coraggio dei nervi distesi per avviare concretamente processi di conversione economica e di trasformazione comportamentale.  Elly Schlein su questo terreno non troverà tanto perplessità interne al partito, ma preoccupazioni di ordine sociale, occupazionale e industriale. Tutti sono d’accordo, ma, quando si comincia a fare sul serio, escono tutte le contraddizioni di una politica che non vuol scontentare nessuno.

L’ultimo, ma certamente non ultimo, capitolo, è quello sociale: lavoro, immigrazione, lotta alla povertà, uguaglianza ed equità, istruzione, sanità, etc. etc. A monte di questo blocco di problemi inserirei, non a caso, il discorso della pace, da cui discendono a cascata molti effetti sull’assetto sociale della nostra comunità.  In questo caso mi permetto di consigliare un surplus di coraggio: è inutile continuare ad appiattirsi sulle armi all’Ucraina, sulla pedissequa fedeltà alla Nato e sulla adesione ad un’Europa succube degli Usa. Occorrono iniziative nuove e pacifiche all’insegna della ricerca di equilibri di pace e non di guerra. Non si deve avere paura di usare coraggio e fantasia: qui il consenso popolare non avrebbe e non avrà limiti. La gente non si farà scrupolo di appoggiare una forza politica che impronti i suoi programmi alla progressiva smilitarizzazione, al dialogo a livello europeo ed internazionale, alla ricerca di strategie di pace.

Se c’è fin troppo coraggio nel campo dei diritti civili bisognerebbe aggiungerne parecchio in campo sociale. Elly Schlein non abbia timore di essere criticata e catalogata come pacifista, demagogica e non sufficientemente governista. La politica ha bisogno di pacifismo e di attenzione ai poveri: se non è sinistra questa… E chi non sarà d’accordo – al di là della inevitabile ricerca degli equilibri interni, che non devono però andare a scapito di trasparenza e confronto – si accomodi pure in qualche altro partito o schieramento. A questi insoddisfatti abbia la cortesia di augurare buon viaggio di andata senza ritorno.

Un direttore senza orchestra

C’è un’espressione dialettale parmigiana un po’ triviale, ma che rende bene l’idea: “Al ne sa in dò tgnir al cul”. Si dice di persona irrequieta, “c’la vol ciapär dapartútt e la ‘n sa in dò ciapär”. Definizioni che ben si attagliano a Matteo Renzi, il quale dopo aver fatto il sindaco, ha fatto il segretario del PD, il capo del governo per poi ripiegare sul seggio parlamentare, sul ruolo di leader politico, di conferenziere a go-go e adesso anche di direttore editoriale del quotidiano “Il riformista”. Temo che, come spesso accade, finisca col far male tutto.

La sua opera nel PD fu per certi versi meritoria, pur ammantata di nuovismo a tutti i costi e di sbrigativa rottamazione altrui. Come capo del governo, partito col piede sbagliato della slealtà (in politica si dice che sia un optional), aveva dato una bella svolta in senso dinamico per poi esagerare col riformismo al punto da diventare bersaglio di tutto il conservatorismo alleato contro di lui. Ammetto di avere nutrito in Renzi qualche speranza, probabilmente mal riposta anche se il soggetto non era e non è da sottovalutare e tanto meno da disprezzare.

Il fiuto politico non gli manca anche se viene usato più per distruggere i progetti altrui che per costruirne dei propri. Una volta uscito dal PD sbattendo la porta, si è ripromesso di frantumarlo per poi raccoglierne i cocci più interessanti e, sotto-sotto, questo pensiero rimane nei suoi desiderata. Ha contribuito a distruggere l’alleanza PD-M5S, dopo averne favorito la nascita a livello governativo, puntando sul cavallo giusto, vale a dire Mario Draghi: forse ha, come si suole dire, voluto mettere il cappello sopra un’operazione ben più altolocata.  Ha indubbiamente rotto le uova nel paniere di quanti farneticavano durante l’elezione del presidente della Repubblica, stoppando una mossa vertiginosa che stava prendendo piede, vale a dire la nomina a capo dello Stato del capo dei servizi segreti, un’autentica follia istituzionale.

Poi arriviamo al terzo polo, all’alleanza tattica con Carlo Calenda: due personaggi in cerca d’autore, usciti malconci dalle urne e ossessionati dalla ricerca di uno spazio politico al fantomatico centro, con successive mosse di dubbio gusto nei confronti del governo di destra, solo per distinguersi ad ogni costo.

Capito il mezzo disastro dell’operazione terzopolista, Matteo Renzi si è rivolto a Carlo Calenda: “Va’ avanti ti c’am scapa da ríddor”. Dopo di che ha pensato bene di occupare uno spazio culturale (?) e mediatico in quell’agognato centro moderato, che tutti cercano e nessuno trova (perché non esiste). Si metterà a fare un giornale quotidiano, cavalcando l’opinione pubblica (già) stanca di una destra incapace di governare e di una sinistra capace solo di litigare, raccogliendo appunto pezzi di elettorato a destra e sinistra tra i cattolici imbarazzati e i laici scontenti?

Restano due punti oscuri. Uno di tipo professionale: checché se ne dica, non ci si può improvvisare direttori di un giornale, se non andando indietro nel tempo quando i politici dirigevano gli organi di partito; mi sembra una scommessa a dir poco azzardata. Uno di tipo politico: dov’è questa gran voglia di centro che albergherebbe nell’animo degli italiani? Sembra più il rifugio dei senza tetto che la casa degli scontenti, magari un po’ l’una e un po’ l’altra, ma siamo a livello di minimi sistemi.

 

 

I depistaggi identitari e le sbronze elettorali

Sul potenziale tavolo del governo Meloni sono presenti in bella evidenza alcuni enormi problemi. Ne cito solo quattro, quelli che mi sembrano più urgenti e drammatici: mi riferisco all’esorbitante affaire pubblico del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, al discorso imprescindibile dell’immigrazione, all’allarmante situazione del sistema sanitario, alla guerra russo-ucraina.

Prima di affrontare questi autentici nodi gordiani, il governo ha pregiudizialmente e tatticamente cercato una legittimazione a livello internazionale ed europeo in particolare, concessa fino a mezzogiorno, vale a dire con molte perplessità ed un certo scetticismo, dovuto al quanto meno equivoco passato politico della premier Meloni, alla scarsa affidabilità dei maggiorenti dei partiti di governo (Salvini e Berlusconi), alla contraddittoria collocazione di tali partiti nello scenario europeo (opzioni verso le destre estreme e verso i Paesi sovranisti) e alla modesta levatura dei componenti della compagine governativa (ogni giorno viene evidenziata in modo clamoroso).

Sulla base di questo traballante rispetto tutto da consolidare, il governo, oltretutto diviso al proprio interno in una competizione tra Lega e FdI, naviga a vista senza bussola e senza carta nautica e quindi si limita ad operazioni di piccolo cabotaggio tanto per non rimanere fermo, preoccupato di conservare e implementare la propria identità destrorsa e di buttare un po’ di fumo negli occhi con autentici depistaggi programmatici.

È stato così fin dall’inizio con la cavolata dei rave party, è così ancora con la sciocchezza del sovranismo linguistico: in mezzo una serie di tira e molla vergognosi, una continua esibizione di specchietti per le allodole, una serie di marchette a favore dell’elettorato di riferimento. Consiglio a tutti di analizzare i principali provvedimenti adottati per verificarne la inconsistenza e la contraddittorietà ammantate di ridicolo decisionismo e di reazionario perbenismo.

La parola d’ordine governativa sembra essere “depistare”: quando emerge una qualche forte preoccupazione, anziché fornire risposte plausibili nel merito, meglio introdurre qualche assurda novità per distrarre l’attenzione. Mi sembra che il più colossale depistaggio sia il discorso del ponte sullo stretto di Messina. É la cartina di tornasole di quanto detto sopra; una boutade elettoralistica, un progetto velleitario, una tomba in cui seppellire tutti i ritardi infrastrutturali che stanno emergendo, un modo per spendere male i quattrini che non ci sono e che non si riescono nemmeno a recuperare dove potrebbero essere.

Le difficoltà emergenti dall’attuazione del PNRR vengono buttate all’indietro (e fin qui ci potrebbe anche stare), ma senza alcuna credibile scelta sul futuro, lasciato all’inadeguatezza burocratica, all’incompetenza amministrativa ed alla confusione decisionale. Al di là del ritornello “è colpa dei governi di Conte e Draghi” non si va.

Quando mio padre si confrontava con persone, che si lamentavano per il peso derivante dal loro patrimonio immobiliare, era solito consigliare provocatoriamente di regalare il tutto agli altri, risolvendo così il problema alla radice. Nel caso dei soldi derivanti dal PNRR vorrebbe dire rinunciarli oppure richiamare in pista immediatamente Conte e Draghi per passare a loro la patata bollente. Giorgia Meloni ha la botte piena di voti (si fa per dire) e vorrebbe essere la moglie ubriaca del buongoverno (con i soldi della Ue). Non ci riesce e allora si accontenta di qualche precaria sbronza.

A proposito di sbronze chiudo ricordando una barzellettina di uno storico personaggio di Parma, Stopàj: questi, piuttosto alticcio, sale in autobus e, tonificato dall’alcool, trova il coraggio di dire impietosamente la verità in faccia ad un’altezzosa signora: «Mo sale che lè l’è brutta bombén!». La donna, colta in flagrante, sposta acidamente il discorso e risponde di getto: «E lu l’è imbariägh!». Si direbbe: uno a uno. Ma Stopaj va oltre e non si impressiona, ribattendo: «Sì, mo a mi dmán la me pasäda!». Al lettore l’incarico di uscire dalla metafora, sostituendo ai personaggi della gustosa gag i protagonisti della contingenza governativa.

 

 

Quelli dell’Ave Maria

Marisa Frascangeli è una maestra di 58 anni, molto attiva e conosciuta nella piccola comunità di San Vero Milis, un paesone della provincia di Oristano. Ha fatto recitare un’Ave Maria ai bambini di terza elementare l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze di Natale ed è stata sospesa 20 giorni dall’insegnamento, con tanto di decurtazione dello stipendio.

Intervistata dal quotidiano “Avvenire” afferma con molta umiltà: “Era l’ultimo giorno di scuola prima delle vacanze, ho pensato di far fare ai bambini un lavoretto, intrecciando un braccialetto a mo’ di piccolo rosario, e abbiamo recitato insieme un’Ave Maria e un Padre Nostro. Non ho pensato affatto che fosse un’iniziativa fuori luogo. Conosco benissimo i miei bambini e le loro famiglie, nessuno ha scelto l’ora di alternativa, fanno tutti religione e quest’anno riceveranno la Prima Comunione. Molti di loro cantano nel coro della parrocchia, che dirigo. Mi è sembrato naturale quel momento, anche perché all’inizio dell’anno avevo già chiesto ai genitori in una riunione se creasse problema recitare una preghiera, per esempio all’inizio delle lezioni, e nessuno si era opposto, anzi. Detto questo, sono stata assolutamente pronta a mettere in discussione quella mia decisione quando il dirigente mi ha detto che due mamme si erano lamentate dell’accaduto. Abbiamo fatto una riunione, ci siamo chiariti, ho chiesto anche scusa. Sono un’insegnante, sono pronta a mettere in discussione le mie decisioni di qualsiasi tipo esse siano quando i genitori me ne chiedono conto: la scuola d’altronde funziona così, la costruiamo insieme anche nel confronto con le famiglie, e la mia porta è sempre aperta per colloqui, richieste, critiche. Le avrei accolte anche in quel caso e le ho accolte quando c’è stata la riunione dopo la pausa natalizia”.

I casi sono due: o il fatto contestato nasconde dell’altro oppure siamo nel campo della demenza spacciata per laicità. Mi viene spontaneo cedere la parola a mio padre, che reagirebbe in modo semplice, spontaneo e pragmatico, chiedendosi: “Cla méstra lì ala insgnè quél äd brutt ai putén? Am sa propria äd no! Dir ‘n’orasion a la Madònna a neg fa miga mäl ai ragas, ansi!”. Di fronte ai casi di genitori, che entravano in contrasto con gli indirizzi educativi degli insegnanti, si premurava di aggiungere: “A t’ capirè se mi a m’ permetriss äd criticär ‘na méstra”. E aggiungeva: “Mo vót che mi digga quél a un mestór? Par poch ch’al nin sapia al nin sarà sempor pu che mi”. Un mix di modestia, buonsenso e rispetto, cosa che dovremmo ricuperare a tutti i livelli nella nostra convivenza civile.

Non sono un integralista cattolico, ma questi episodi rischiano di indurmi in tentazione. Se le lamentele vengono da famiglie di altra fede religiosa mi permetto di far presente come nel comportamento di questa maestra non ci sia niente che possa turbare la pace religiosa. Se il conflitto nasce da famiglie pregiudizialmente contrarie alla religione, mi permetto di avvertirle che forse stanno scivolando involontariamente verso la religione del nichilismo.

Vogliamo buttarla in politica? Ebbene questi episodi di intolleranza finiscono con l’essere dei perfetti assist a Meloni, Salvini e c., a chi cavalca il ritorno all’identità del “Dio, patria e famiglia” e all’intolleranza nei confronti dei diversi. Non è il caso di insistere ulteriormente su questo concetto. Ricordiamoci infatti la regola che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria.

Che una maestra elementare prima delle vacanze natalizie faccia recitare ai bambini della sua classe un’Ave Maria e un Padre Nostro (io avrei aggiunto anche un Gloria per completare la preghiera) non lo trovo né sconveniente né tanto meno censurabile. Mi disturba invece molto la spropositata reazione delle famiglie e del preside. In una scuola che cade a pezzi in senso fisico, didattico ed educativo, preoccuparsi di questi aspetti è dimostrazione di ottusità mentale e di faziosità intellettuale.