Una destra a scostamento ridotto

La politica spunta da tutte le parti, da dove meno te l’aspetti. Tutti pensano alle difficoltà del governo Meloni in relazione alla gravissima situazione economica, mentre invece stanno emergendo due autentici macigni contro cui il governo sta andando a sbattere: il rapporto con la magistratura e la cosiddetta autonomia rafforzata delle regioni. Manco a farlo apposta questi due nodi molto intricati sono nelle mani di due ministri non legati a Fratelli d’Italia, ma uno, Roberto Calderoli ministro per gli affari regionali e le autonomie, riconducibile a Matteo Salvini ed al desiderio spasmodico di recuperare visibilità e consenso per la Lega in chiave territorialmente autonomista, l’altro, Carlo Nordio ministro della giustizia, paladino più o meno berlusconiano del ridimensionamento dei poteri della magistratura.

Rispuntano dalla finestra le spinose questioni sorte alla formazione della compagine ministeriale, vale a dire il peso di Salvini e Berlusconi all’interno del governo: non fu un caso la loro comune alzata di sopracciglio di fronte alla prepotente autocandidatura meloniana a dirigere l’orchestra governativa. Furono costretti ad accontentarsi di un Giorgetti al Mef e di un Nordio alla Giustizia: erano ben altre le loro mire, ma Giorgia Meloni si impuntò e sembrò averla vinta.

Il tempo non le sta dando ragione. Quanto al presidenzialismo, cavallo di battaglia identitario del partito della premier, si sta profilando la pietra d’inciampo della regionalizzazione spinta ispirata dalla Lega; quanto al giustizialismo securitario fumosamente buttato negli occhi degli elettori, si sta verificando un corto circuito con i magistrati collegabile più ad una rivincita di stampo berlusconiano che ad una razionale revisione garantista del sistema giudiziario.

Per Giorgia Meloni stanno rispuntando i fantasmi che pensava di avere liquidato, ponendo gli alleati, ridimensionati dalle urne, a sgabello dei suoi piedi. Per governare non bastano i voti, bisogna essere capaci e fare comunque i conti forse più con gli amici che con i nemici.

Proprio nel momento in cui la premier si stava attrezzando a cavalcare lo statalismo vincente (?) sulla mafia, c’è qualcuno che piccona lo Stato mettendone in discussione l’unità e qualcun altro che butta benzina sul fuoco dei rapporti fra i poteri dello Stato. Le stanno sfilando il trionfalismo di facciata, ributtandola nella bagarre costituzionale ed istituzionale.

Roberto Calderoli e con lui la Lega, in mezzo a tanto rancore, collocano anche qualche seria ragione, così come Carlo Nordio e con lui Silvio Berlusconi, in mezzo a tanta rivalsa anti-giudiziaria, mettono anche qualche sacrosanta puntualizzazione. Il clima però è tale da rendere impossibili riforme ad alto contenuto politico. Fin che si scherza coi fanti-rav le cose possono anche sembrare accettabili, quando non si lasciano stare i santi-costituenti le cose si complicano maledettamente e le battaglie identitarie diventano dei veri e propri boomerang.

All’interno della maggioranza di governo si stanno aprendo grosse crepe. È pur vero che la destra è capace di assorbire queste divisioni tramite il collante del potere e del consenso populista, ma non sarà così facile. Silvio Berlusconi da una parte fa il burattinaio di Tajani, che svolge in modo ridicolo il ruolo di vice-premier, dall’altra prova a “marionettizzare” un Carlo Nordio che vuole giocare in proprio un’antica battaglia. Matteo Salvini da una parte si accontenta di mettere in campo Piantedosi e Calderoli per piantare qualche bandierina leghista, dall’altra si candida ad una durissima riscossa nella gara alla palma di vero populista.

Ne vedremo delle belle. Probabilmente è meglio lasciarli litigare in cortile che giocare in Parlamento. Anche se Carlo Nordio nella sua area governativa non credo si accontenti del poco che sta dicendo, ma abbia in testa qualcosa che sta nascondendo. Calderoli nella sua materia alla fine farà non tanto quel che gli ordinerà Salvini, ma quanto deciderà Luca Zaia.

 

Il ribollente pentolone della curia vaticana

L’ennesima riapertura del caso di Emanuela Orlandi, questa volta disposta dalle autorità vaticane, riporta d’attualità un pentolone maleodorante in cui c’è dentro di tutto e di più. Le ipotesi su questa vicenda si sprecano e si intrecciano, dalla pedofilia ai servizi segreti, dalla geopolitica ai loschi affari del Vaticano, dalla malavita più o meno organizzata ai ricatti reciproci etc. etc.

Per me, che sto curiosando a livello mediatico su queste vicende, è l’occasione per tornare criticamente sulla realtà della gerarchia vaticana e sui suoi comportamenti oscillanti fra lo scandalo e l’omertà. Parto da quanto don Andrea Gallo raccontava, con la sua ineguagliabile verve, vale a dire una barzelletta sferzante: «Voi sapete che nella nostra Santa Madre Chiesa, uno dei dogmi più importanti è la Santissima Trinità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. L’amore e la comunione vanno in tutto il mondo, e si espandono. Lo Spirito Santo dice: “Andiamo a farci un giro. Io sono affascinato dall’Africa”.  Il Padre risponde: “Be’, io andrò a vedere il paradiso delle Seychelles. Perché non capisco come mai i miei figli e figlie hanno il paradiso in terra”. Gesù ascolta e non risponde. Allora gli altri due: “Tu non vai?” Gesù: “Io ci son già stato duemila anni fa”. “Non ci farai mica far la figura che noi andiamo e tu rimani”, gli dicono in coro il Padre e lo Spirito Santo. “Va be’, allora vado anch’io”. “Dove vai?” “A Roma”. “Sì, ma a Roma dove vai?” “Vado in Vaticano”. “In Vaticano?”, dicono increduli il Padre e lo Spirito Santo. Gesù risponde: “Eh sì, non ci sono mai stato”».

Non voglio “papizzare” un discorso che riguarda tutte le alte sfere del Vaticano e, in un certo senso, tutta la gerarchia e tutti i componenti del popolo di Dio. Ognuno ha le sue responsabilità nell’agire, nel parlare e nel tacere. Tuttavia è forte la tentazione di leggere la storia della Chiesa attraverso i pontefici nei loro rapporti col potere vaticano, anche perché è la Chiesa stessa, che sciorina in continuazione questa visione “papacentrica”: l’eccessiva, fuorviante e strumentale risonanza data alla morte e alla vita di Joseph Ratzinger, da cui esce una sorta di antipapa da santificare alla faccia di papa Francesco, non è che l’ultima manifestazione di questa impostazione assai poco evangelica, conciliare e sinodale.

Forse anche Bergoglio, negli anni vissuti da pontefice e nei precedenti vissuti da vescovo e cardinale, avrà accumulato responsabilità non indifferenti. Questo non significa che debba togliere il disturbo. Con questo criterio la Chiesa non sarebbe mai partita: gli undici non erano forse dei vigliacchetti qualsiasi e Pietro non era un voltagabbana? Seppero redimersi, convertirsi e purificarsi a caro prezzo. Credo che papa Francesco stia cercando di farlo. Rispettiamo il suo travaglio interiore e il suo coraggioso tentativo di voltare pagina (è la base sostanziale della sua nomina a pontefice). Teniamocelo stretto! Spero che, avvicinandosi, per motivi di incipiente ed ulteriore anzianità, la fine del suo pontificato, egli si liberi dai lacci e dai lacciuoli, che possono ancora tenerlo legato ad una certa qual ragion di Chiesa.

Dei suoi predecessori ho una mia originale, anche se assai sbrigativa ed impietosa, idea riguardo al loro atteggiamento verso la Curia e gli intrighi vaticani. Pio XII era parte integrante della Curia, proveniva direttamente da essa e fu autentico interprete dei suoi desiderata, tenendo ben sigillata la cassaforte da cui non emerse alcun significativo contrasto.

Giovanni XXIII fu nominato come papa di breve transizione, ostaggio delle mire curiali, un pontefice da manovrare: si sbagliarono di grosso, perché seppe adottare decisioni in netta controtendenza, coniugando in modo geniale la bonarietà con il coraggio, l’essenzialità della fede con la necessità di tradurla in scelte di epocale innovazione.

Paolo VI soffriva, si macerava e poi si arrendeva all’impossibilità del cambiamento; lui, che aveva esperienza curiale, ma che dalla Curia era stato allontanato per andare a reggere la diocesi di Milano, non seppe prendere il toro per le corna e lasciò bollire la pentola forse dal timore che potesse esplodere.

Giovanni Paolo I somatizzò il dramma al punto da morirne in pochi giorni; mia sorella aveva una sua paradossale e intrigante versione della morte di papa Luciani. Diceva: “Gli hanno fatto conoscere Paul Marcinkus e gli è dato un colpo…”. Per rimanere alla sporcizia vaticana presumibilmente connessa alla vicenda Orlandi mia sorella si chiedeva: “A prescindere dal fatto dell’esistenza di legami col rapimento della ragazzina di cittadinanza vaticana, che cosa ci stavano a fare le spoglie di Enrico De Pedis, un mafioso italiano, boss dell’organizzazione mafiosa romana banda della Magliana, nella sontuosa tomba della basilica romana di Sant’Apollinare?”.

Giovanni Paolo II volò alto (fin troppo rischiando di fare la fine di Icaro), se ne fregò altamente, andò per la sua strada, si illuse di cavare anche un po’ di sangue dalle rape (mi riferisco ai fondi dello Ior destinati a Solidarnosc); alla curia pose il sigillo ratzingeriano e ritenne così di bloccare in senso minimalista le “sporcaccionate” incipienti.

Benedetto XVI, che le sporcaccionate le aveva viste e denunciate, seppur genericamente, nella curia e in tutta la Chiesa, ci rimase dentro alla grande e gettò opportunamente la spugna. Si rifugiò nell’alta teologia e probabilmente capì di avere sbagliato mestiere: rischiava di fare la parte del medico pietosamente accademico che fa la piaga inesorabilmente puzzolente.

Arriviamo così alla ventata di aria fresca portata da papa Francesco. Ha avuto il coraggio di aprire la finestra, smettendola di pensare che bastasse respirare con l’ossigeno delle bombole tradizionali, curiali, gerarchiche e clericali. L’aria bergogliana è stata e sarà sufficiente per cambiare le strutture e le mentalità, combattendo, a mani nude evangeliche, la conservazione ed i suoi addentellati di potere e di intrigo? Uso al riguardo un piccolo episodio del suo pontificato. Ad una ragazza madre, che si è rivolta a lui col timore che non le battezzassero il figlio per mancanza dei presupposti canonici, rispose candidamente che, se ciò fosse malauguratamente successo, quel battesimo lo avrebbe somministrato lui stesso. Stupenda ed eloquente risposta! Però… avrei preferito che le avesse detto: “Fammi sapere e sappi che io interverrò su chi osa negare questo dono ad un figlio di Dio e sul sistema equivoco di autoritarismo dottrinale che si cela dietro certo perbenismo clericale…”. Cosa voglio dire?

Saprà papa Francesco innovare a costo di sbaraccare il sistema di potere che vacilla ma resiste? La riapertura dei casi di Emanuela Orlandi e di Mirella Gregori potrà essere un’occasione propizia per aprire dossier e armadi inquietanti o sarà la ulteriore conferma che da certe operazioni di pulizia si rischia di non uscire vivi e allora…meglio lasciar perdere… In effetti Gesù ebbe il coraggio di andarci fino in fondo e non ne uscì vivo, andò in croce e però ci insegnò che per cambiare le cose bisogna essere pronti a fare altrettanto.

Quando constato come tanti papi siano diventati o stiano diventando Santi, mi viene qualche dubbio. Pur con tutto il rispetto, temo che nell’aldilà troveremo parecchie novità, riguardo alla nostra vita e a quella della Chiesa.

A queste mie povere, ma sincere, provocazioni il caro ed indimenticabile amico don Domenico Magri rispose ricordandomi che Tertulliano, già nel IV secolo, aveva definito la Chiesa: “casta meretrix”: mica male! Comunque, aggiunse, noi osiamo amarla lo stesso!

Quando l’ovvio non è scontato

De Rita: “Troppi slogan, così alla prima prova la destra al governo delude i suoi elettori”.  Maria Novella De Luca su La repubblica Intervista il sociologo: “Gli aumenti pesano sulle famiglie e Meloni non fa più proclami ma perché la rabbia diventi protesta serve tempo”. “Questa Destra è impreparata a governare. E i suoi elettori, la piccola borghesia, le periferie, le corporazioni che non hanno votato sui programmi ma soltanto come onda di opinione, hanno scoperto di essere impreparati alle delusioni della Politica. La benzina che aumenta perché tornano le accise, il carrello della spesa che sfora tutte le previsioni, la povertà che avanza.

Mi ha sempre interessato e parzialmente convinto la definizione della sociologia come “sistematica elaborazione dell’ovvio”. Ne trovo una contraddittoria conferma nella citata impietosa analisi formulata da Giuseppe De Rita sul rapporto fra l’attuale governo di destra ed il suo elettorato in parte storico in parte contingente.

In questo periodo mi chiedo insistentemente chi e perché abbia concesso tanta fiducia alla destra capitanata da Giorgia Meloni e perché tale consenso persista nonostante le pessime prove che il governo sta dando, anzi addirittura tenda a crescere nonostante le autentiche prese in giro emergenti dai comportamenti governativi raffrontati alle promesse elettorali.

Giuseppe De Rita individua l’elettorato di supporto alla destra nella piccola borghesia assetata di ordine e sicurezza, nelle periferie alla disperata ricerca di un posto al sole (sarebbe meglio dire alla luna), nelle corporazioni rinchiuse nell’illusoria ed egoistica difesa del loro particolare. A ben pensarci sono le categorie tipiche dell’elettorato di una destra che mostra la sua faccia sociale assieme a quella reazionaria. Fin qui l’analisi di De Rita è convincente anche se piuttosto ovvia.

Poi viene il difficile. Come mai in una società dove niente si può nascondere, l’opinione pubblica continua a dare fiducia a governanti così scopertamente incapaci e clamorosamente incoerenti? La risposta è che occorre del tempo per elaborare la delusione e riprendere un minimo di lucidità dopo la sbornia elettorale. Qui la spiegazione si fa assai debole e sfuggente.

Risulta che alla discesa in campo di Silvio Berlusconi all’inizio degli anni novanta del secolo scorso, l’equipe di sondaggisti messi al lavoro avesse individuato alcuni punti forti per trascinare l’elettorato, ma ponendo la condizione che il tutto avesse un breve periodo di vita, dopo di che la gente si sarebbe svegliata. Sei mesi si disse allora. Oggi sento parlare di due anni. Possibile? Evidentemente la società ha tempi di reazione piuttosto lunghi nonostante la valanga di chiacchiere da cui è investita.

Qualcuno dice che Giorgia Meloni abbia scelto la strada dell’autoreferenzialità nel confronto con i media e i social: le contraddizioni autogestite ed autogiustificate fanno un effetto diverso da quelle evidenziate dai giornalisti. Resta comunque misteriosa la tanto scarsa capacità reattiva dell’elettorato di fronte a verità sbattute dolorosamente in faccia agli italiani. L’avverbio abusato nel linguaggio corrente è “ovviamente”: è diventato un intercalare insulso e fastidioso. Di ovvio per gli elettori non c’è niente, nemmeno il portafoglio.

Mio padre, da grande saggio qual era, sosteneva che per giudicare e fare i raggi etici a una persona bizoggnava guardarne e toccarne il portafoglio. È lì che casca l’asino, è lì la prova del nove di certi superficiali convincimenti, di certa disponibilità parolaia. «Tochia in-t-al portafój…». Questa teoria, peraltro forse troppo semplice al limite della banalità, sembra non funzionare più: la gente non vota più in base al portafoglio reale, ma in base a quello virtuale, che si appalesa non immediatamente, ma nel tempo.

Sarà così? Staremo a vedere anche se c’è qualcosa nell’aria che mi sfugge. Non ci vedo chiaro. Così diceva il radiologo a mio padre mentre gli stava facendo una lastra allo stomaco. «A crèdd, rispose mio padre, a ghé scur cme la bòcca ‘dun lòvv!». Alla fine il responso fu che il mio genitore era sano come un pesce. Qualche mese dopo mio padre dovette farsi operare: aveva ben tre ulcere che stavano degenerando… L’oscurità dell’ambulatorio non aveva evidentemente aiutato il radiologo. Speriamo che anche il sociologo non venga clamorosamente smentito: l’operazione chirurgica in tal caso ce la farà magari la troika europea.

 

 

L’acuto sparato alla “viva Meloni”

Per favore, tutto ha un limite. Che la destra da sovranista si sia trasformata in europeista non è molto credibile, ma può anche essere successo. Che la destra non sia più corporativa lo dimostra il recente corto circuito tra il governo e la corporazione dei benzinai ridotti a speculatori petroliferi. Che la destra non sia più populista ma rigorista l’ha ottenuto Mario Draghi con un autentico miracolo per il quale passerà alla storia. Che la destra non sia più nazionalista ma atlantista è merito dell’Ucraina a cui non si possono far mancare le armi. Che la destra difenda i nuovi poveri, vale a dire le partite iva e non i vecchi poveri, vale a dire i pensionati e i percettori del reddito di cittadinanza, è frutto dell’evoluzione socio-economica a cui ci si deve adattare. Che la destra non abbia le idee chiare e si rifugi nei tira-molla coordinati e continuativi è segno di moderna crisi davanti al nuovo che avanza. Che la mafia abbia preso paura della destra al potere e si sia arresa alla forza dello Stato lo dimostra l’arresto di Matteo Messina Denaro. Che la gente sia sempre più di destra lo certifica l’andamento dei sondaggi. Che la destra sappia governare bene lo dimostra la sinistra che non sa quali pesci pigliare. Che la destra riesca persino a ridimensionare il covid ne è una prova il “vivus” proclamato dopo il “mortus” sinistrorso e draghiano di due lunghi anni. Che la destra abbia la bacchetta magica per cambiare nome al Ministero dell’Istruzione aggiungendo “… e del Merito”, valorizzando così, appunto, il merito, esigenza tante volte sottolineata e poco praticata, è cosa buona e giusta. Che la destra sia capace di far fare sacrifici alla gente in nome di un ritorno al “Dio, patria e famiglia” di mussoliniana memoria lo possiamo anche credere. Che la destra abbia completamente vuotato i suoi armadi dagli scheletri del neofascismo lo sostengono persino molti pensatori di sinistra (forse sono rimasto solo io ad avere seri dubbi al riguardo): l’importante, come ha detto l’autorevole notabile della destra Gianfranco Fini, è che il presidente del Senato applichi correttamente il regolamento dell’aula a nulla importando che un giorno sì e l’altro pure sia preso da attacchi di vomito neofascista provenienti dalla sua indigesta storia personale, famigliare e politica.

Sono disposto a sopportare tutta la tortura di cui sopra, ma che Dante Alighieri fosse di destra il ministro della cultura Sangiuliano lo vada a raccontare a suo nonno, ammesso e non concesso che suo nonno sia in vita e abbia un’arteriosclerosi galoppante (altrimenti lo stopperebbe subito), cosa che non escluderei visto lo stato mentale del nipote.

Si rappresentava il Trovatore di Giuseppe Verdi, un’opera “da loggione” nel senso che sembra propria strutturata e concepita per soddisfare i gusti del loggione. Interprete principale era il tenore Richard Tucker, un fuoriclasse americano non molto noto al grande pubblico italiano, ma decisamente un grande cantante. Ebbene, alla prima rappresentazione, il loggione non gradì certe sue emissioni vocali di scuola americana e contestò ripetutamente la sua performance in modo clamoroso. Ricordo l’espressione attonita di mio padre, che non riusciva a capire un simile comportamento del pubblico e mi faceva cenni ripetuti di consenso alla interpretazione del grande cantante. Ma il bello venne durante un intervallo. Un loggionista assai critico fu incalzato da mio padre che gli chiese, un po’ provocatoriamente, da quali tenori avesse ascoltato migliori interpretazioni del ruolo di Manrico del Trovatore, in modo da poter così violentemente contestare quella di Tucker. Il loggionista, gonfio della propria ignoranza, rispose seccamente che aveva sentito cantare molto meglio il Trovatore da suo zio. A quel punto mio padre sbottò e chiuse la conversazione con una battuta lapidaria al limite dell’offensivo: “A m’ sa che to zio al fiss un gran äzon”.  Piaciuta? A me piacque perché era il degno sigillo ad una serata “no”, non del tenore ma del loggione. In questo quadretto c’è tutto l’approccio di mio padre alla musica ma anche alla vita: libero pensatore, libero giudizio, libere idee, mai il cervello all’ammasso, si chiami tifo, si chiami loggione, si chiami…destra in vena di riscossa pseudo-culturale, si chiami ministro Gennaro Sangiuliano alle prese con la Divina Commedia.

Rimanendo sotto la metafora teatrale è giusto ricordare che il loggione di Parma ogni tanto ruggiva: il famoso e simpatico critico Rodolfo Celletti ammetteva di godere, sotto sotto, allorquando i parmigiani spazzolavano qualche mostro sacro del bel canto. Però aggiungeva: «Ho la sensazione che a voi parmigiani piacciano un po’ troppo gli acuti sparati alla viva il parroco…».

Purtroppo bisogna prendere atto che il loggione è cambiato e non saprei quale accoglienza riserverebbe al tenore-ministro della cultura, impegnato in un impazzito, steccabile e stonato do di petto con cui stupire l’uditorio, ridotto appunto a loggione-tifoso dell’acuto sparato alla “viva Giorgia Meloni”. Lo saprebbe svergognare? Un tempo sì, oggi non lo so!

 

I tromboni che coprono i suoni armonici

Un conto è esprimere soddisfazione per l’arresto del boss mafioso (l’ultimo?) Matteo Messina Denaro, un conto è cavalcare trionfalisticamente l’evento come sta facendo gran parte della politica ed il governo. Si è scatenata immediatamente la corsa a mettere il cappello sopra questo fatto, dimenticando bellamente che questo arresto arrivo con appena trent’anni di ritardo.

Meglio tardi che mai, ma questo ritardo è inquietante e impone parecchie riflessioni sul fenomeno mafioso e i suoi legami con la politica, la società e le istituzioni. Se non esistessero questi legami, la latitanza di questo personaggio sarebbe durata molto meno.

Come si legge in una nota del Quirinale, “il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha telefonato questa mattina al Ministro dell’Interno e al Comandante dell’Arma dei Carabinieri per esprimere le sue congratulazioni per l’arresto di Matteo Messina Denaro, realizzato in stretto raccordo con la Magistratura”. Poche appropriate e sobrie parole per cogliere il vero significato “istituzionale” dell’evento, che in un certo senso potrebbe e dovrebbe rappresentare la vera novità da cogliere e coltivare. Il resto mi è sembrato fuffa retorica, strumentale e fastidiosa, mirante a buttare fumo negli occhi.

La lotta alla mafia è il nostro problema e lo rimane anche dopo questo arresto eccellente, che non cancella il fenomeno mafioso nel frattempo evoluto verso forme di affarismo delinquenziale sempre più sofisticate ed allargate. Se si è girata una pagina, non significa che il quaderno sia finito.

Non credo che questo arresto possa suonare a consolazione per i famigliari delle vittime di mafia così come non credo che segni un distacco significativo della società dal fenomeno mafioso. Una giustizia che arriva con trent’anni di ritardo è più una beffa che una rassicurazione. Una latitanza durata trent’anni testimonia di una persistente area di omertà serpeggiante a tutti i livelli.

Il ministro degli Interni impegnato all’estero ha espresso il proprio rammarico per non poter partecipare alla “festa” (ma quale festa? non ricordo se abbia usato proprio questo termine, ma il concetto era questo) ed ha aggiunto che “ci vuole tempo ma la giustizia arriva” (una quasi barzelletta…).

“È una giornata storica, un giorno di festa per le persone per bene, per le famiglie delle vittime della mafia, perché il sacrificio di tanti eroi non era vano”. Lo ha detto la premier Giorgia Meloni ai cronisti a Palazzo di giustizia dopo l’incontro col procuratore capo di Palermo. “Mi piace immaginare che questo possa essere il giorno nel quale viene celebrato il lavoro degli uomini e delle donne che hanno portato avanti la guerra contro la mafia. Ed è una proposta che farò”. Forse si sta esagerando, ma ormai purtroppo tutto si muove in chiave mediatica e secondo logiche di mera strumentalizzazione politica.

Sinceramente non riesco ad unirmi a questo stentoreo coro di osannanti, preferisco pensare silenziosamente e coscienziosamente a tutti coloro che hanno dato la vita e che continuano a rischiarla, a quanti fanno silenziosamente il proprio dovere. È così che si combatte la mafia, non con le trombonate retoriche del momento.

Se da scuola portavo a casa un buon voto, mio padre, di mestiere imbianchino, era soddisfatto, ma non mi faceva tanti complimenti, anzi mi gelava dicendo: «T’è fat al tò dovér, né pu né meno che al tò dovér…Se a mi a m’ vén bén la pituräda ‘d ‘na cambra, ti co’ m’ dit? T’è fât al tò mester…».

Richard Strauss consigliava al buon direttore d’orchestra di non guardare i tromboni per non incoraggiarli. Io mi permetto di parafrasarlo pregando i buoni cittadini di non ascoltare i tromboni per non rovinarsi le orecchie.

 

 

Ma Gesù parlava più chiaro…

Dopo le dichiarazioni di Georg Gänswein parla monsignor Piero Coda, segretario generale della Commissione teologica internazionale. In una lunga ed interessante intervista rilasciata a Riccardo Maccioni sul quotidiano Avvenire, osserva come rattristino le critiche e i malcontenti insorti dopo la morte di Benedetto XVI, arrivando ad un’affermazione forte: il chiacchiericcio distrugge l’atmosfera di fraternità. Il tono è piuttosto aulico, ma la musica è abbastanza precisa e decisa.

Al termine dell’intervista gli viene chiesto: “Ma a suo modo di vedere qual è l’eredità più importante che ci ha lasciato Benedetto XVI?”. Il teologo risponde così: «Suo imperdibile contributo è stato richiamare con la sua autorevolezza di uomo di Dio e di grande teologo una decisiva verità: l’opera di rinnovamento messa in moto dal Vaticano II va promossa in presa diretta col nucleo vivo del Vangelo di Gesù e nell’alveo della Tradizione ecclesiale, immaginando oggi con uno slancio nuovo quell’allargamento della ragione in dialogo con la fede che solo è capace d’implementare le strutture portanti – a livello culturale, politico, economico – di una città planetaria della verità, della giustizia, della fraternità e della pace».

Ho letto e riletto più volte questa sintetica descrizione del papato ratzingeriano, alla fine mi sono dovuto arrendere: non ho capito niente. Sicuramente è tutta colpa della mia ignoranza, anche se mi sono chiesto cosa capirà il popolo di Dio di queste dotte dissertazioni. Mi consolo col fatto che Gesù non era un prete, non era un teologo, non era uno scriba, non era uno studioso delle scritture anche se le citava in continuazione, non era un cattedratico e parlava in dialetto. Comunque mi sono venute in mente alcune cose.

La prima è la diffidenza espressa da papa Francesco nei confronti della «teologia»: difficile per esempio dimenticare la sua battuta, tra il faceto e il molto serio, nei riguardi dei teologi degni di essere confinati in un’isola deserta a risolvere i loro problemi. 

La seconda è il provocatorio scetticismo di don Andrea Gallo: «Non mi curo di certe sottigliezze dogmatiche, perché mi importa solo una cosa: che Dio sia antifascista!». Più chiaro di così! Metto questa affermazione in stretto collegamento con quanto mi ha recentemente detto un mio carissimo amico in ordine al dibattito riapertosi con una certa virulenza tra conservatori e progressisti all’interno della Chiesa: «C’è poco da sottilizzare, Vangelo è di sinistra!». Sarà vero che le categorie e gli schemi politici non si adattano alla vita della Chiesa, ma non v’è dubbio che la portata del messaggio evangelico sia rivoluzionaria e comporti una forte disponibilità all’impegno sociale e politico finalizzato alla giustizia.

La terza la colgo da un breve passaggio del discorso tenuto dal cardinal Carlo Maria Martini a Vallombrosa nel 1984: «La prassi cristiana non riesce a trovare il giusto rapporto tra la speranza escatologico-messianica e le speranze, le aspettative degli individui e delle comunità, in relazione alla giustizia, ai diritti umani e così via». Chissà perché parlando di Joseph Ratzinger mi viene spontaneo pensare a Martini.

Ecco perché concludo con il ricordo fatto dal caro amico don Luciano Scaccaglia del cardinal Martini: «Tre anni or sono moriva il card. Carlo Maria Martini, grande studioso della Bibbia, pastore e profeta. Sulle orme di Gesù, partendo dalla giustizia quale conseguenza della fede, era aperto alle persone, non facendosi mai imprigionare dagli e negli schemi,  con una grande attenzione ai non credenti, ai poveri, ai malati, agli indigenti, agli stranieri, agli omosessuali, alle coppie di fatto, ai divorziati risposati, ai detenuti, financo ai terroristi; affrontava serenamente il dialogo con le altre religioni, si poneva, a cuore aperto, davanti alle problematiche sessuali, alla bioetica, all’eutanasia, all’aborto, all’accanimento terapeutico, all’uso del preservativo, al sacerdozio femminile, al celibato sacerdotale. Sempre pronto all’incontro con gli “altri”, con tutti».

Chiedo scusa a monsignor Coda se mi sono permesso di mettere un pizzico di veleno sulla coda della sua bella e importante intervista: non so se arriva alle mie seppur indirette e discutibilissime conclusioni di cui sopra. Forse sì, forse no. A risentirci alla prossima morte di papa.

 

 

 

 

 

 

Pissi pissi Bau Bau

“L’Occidente è complice, non aiuterà le donne iraniane a liberarsi del regime”. Non dobbiamo aspettarci alcun appoggio degli Stati occidentali alle lotte delle donne in Iran, afferma Maryam Namazie in una intervista a cura di Federica D’Alessio, pubblicata su MicroMega. Solo la mobilitazione in prima persona può far vincere la rivoluzione, gli Stati prediligono il “business as usual”.

Maryam Namazie è una storica attivista iraniana per i diritti delle donne e per la difesa della laicità, da anni si spende con la parola scritta, in video e attraverso interventi in pubblico, anche in Italia, per la liberazione delle donne in Iran e non solo; contro la sharia e contro l’apartheid di genere, e nella denuncia delle complicità degli Stati occidentali.

Riporto di seguito una domanda e una risposta molto eloquente.

D: Quale crede sia stato il ruolo dei Paesi occidentali in questo tipo di svolta culturalista, e quale pensa sia il loro punto di vista sulle conseguenze di questo loro atteggiamento: prevede una presa di coscienza delle drammatiche conseguenze di un tale “pilatismo” culturale?  Abbiamo visto il pilatismo all’opera, per esempio, in modo abbastanza chiaro durante gli ultimi mondiali di calcio in Qatar, dove l’unica voce delle lotte per la libertà femminile è stata di fatto il silenzio dei giocatori iraniani.

R: Non credo che gli Stati occidentali faranno nulla per favorire la liberazione delle donne in Iran. Saranno sempre dalla parte del business as usual e del profitto piuttosto che della dignità umana e del benessere. Ma se qualcosa è cambiato o sta per cambiare, dipende dall’opinione pubblica. Dipende dall’empatia e dalla solidarietà umana. Al di là dei confini e delle differenze, per ciò che ci rende tutti fondamentalmente umani. È questa solidarietà che ha costretto all’espulsione del regime dall’UNCSW. È questa solidarietà che può aiutare il popolo iraniano a porre fine al regime islamico e a inaugurare una nuova alba.

Si definisce come “BAU” l’acronimo delle parole inglesi “Business As Usual”, che indicano un vecchio modo di fare business, basato su compiti ripetitivi e nessun senso critico per il miglioramento. È vergognoso dover ammettere che la nostra democrazia mette in secondo piano i sacrosanti diritti delle donne iraniane rispetto agli affari da portare avanti con l’Iran. La pur forte reiterata denuncia da parte del nostro Presidente della Repubblica trova una contraddizione nella prudenza a livello governativo.

Mi sovviene una barzelletta, già più volte riportata, ma sempre gustosa e assai significativa. Su un calesse trainato da un asino viaggia un gruppo di suore con tanto di madre superiora. Ad un certo punto l’asino si blocca e non vuol più saperne di proseguire. Il “cocchiere” le prova tutte ma sconsolato si rivolge alla badessa: «In questi casi l’esperienza mi dice che l’unico modo per sbloccare la situazione, costringendo l’asino a proseguire, è la bestemmia. Mi spiace, ma non c’è altra soluzione…». La suora dopo qualche ovvio tentennamento pronuncia la sua sentenza: «Se è davvero così, non resta altro da fare, ma mi raccomando la bestemmia gliela dica piano in un orecchio…».

Ebbene la nostra “bestemmia” contro il regime teocratico di Teheran la dobbiamo dire piano, non tanto per non scandalizzare i “sottanoni” islamici, ma per non disturbare gli affari che l’Occidente e l’Italia fanno con l’Iran, paese produttore di petrolio e interlocutore interessante per le nostre esportazioni.

Papa Francesco nel discorso del 04 febbraio 2017 ai partecipanti all’Incontro “Economia di Comunione”, promosso dal Movimento dei Focolari, ha detto: «Il giorno in cui le imprese di armi finanzieranno ospedali per curare i bambini mutilati dalle loro bombe, il sistema avrà raggiunto il suo culmine. Questa è l’ipocrisia». Vale per le armi e vale per tutti i traffici all’ombra dei quali calpestiamo i diritti fondamentali della persona umana, delle donne in particolare.

Rassegnarsi alla peggiore delle realpolitik non è ammissibile. Bisogna continuare a protestare, a gridare, a testimoniare che le persone vengono prima degli affari individuali e di Stato. Così come non merita ascolto la richiesta di rispetto verso una religione di Stato che sacrifica le libertà all’osservanza delle sue paradossali regole, non merita alcuna attenzione chi butta il sasso parolaio per poi nascondere la mano affaristica.

Posso concludere con qualche provocazione? Siamo proprio sicuri che la difesa degli sporchi interessi internazionali serva a qualcosa e a qualcuno pulito? Come mai si sostiene l’Ucraina a costo di mandare armi in continuazione (a favore degli interessi forti dell’industri bellica) e non si ha il coraggio di interrompere i rapporti economici con l’Iran per fare pressione e ottenere giustizia per le donne iraniane e per quanti in quel Paese vengono torturati e massacrati per difendere il potere della religione (?) di Stato (a danno dei portatori di interessi deboli)? Sono i misteri della geopolitica!

 

 

 

 

 

Le scarpe penali e le ciabatte penose

Riforma Cartabia, il caso scarcerazioni: a Palermo salvi tre boss, nessuno denuncia. Erano accusati di sequestro e lesioni, i pubblici ministeri costretti a fare dietrofront. Il sottosegretario Delmastro: “Lavoriamo a una revisione dei reati per i quali è necessaria la querela”. Due giorni fa, il presidente del tribunale Antonio Balsamo aveva lanciato l’allarme dalle pagine di “Repubblica Palermo”: “La riforma Cartabia, che ha introdotto alcune importanti innovazioni come l’udienza filtro e il calendario del processo, prevede una cosa che mi preoccupa molto – aveva detto – ; d’ora in poi, per procedere su un sequestro di persona sarà necessaria una querela di parte. (La Repubblica)

Rapina semplice, lesioni e minacce: i buchi della riforma Cartabia. Per tre boss salta il processo. In pratica se un mafioso minaccia un cittadino o gli procura lesioni o la vittima presenta querela o il processo non viene neppure istruito. (La Stampa)

Non sono un giurista, non sono un giustizialista e nemmeno un garantista. Non parto quindi né da preconcetti ideologici né da competenze specifiche. Mi sto solo interrogando da semplice cittadino.

Se non erro la riforma della giustizia penale elaborata dal ministro Marta Cartabia aveva tra i suoi obiettivi quello posto dalla Ue per usufruire dei fondi previsti dal PNRR, vale a dire semplificare la giustizia penale ed accorciare i tempi dei processi in modo da rendere la giustizia più razionale ed efficiente. Niente da dire.

Possibile che un ministro con un pedigree di tutto rispetto (attività accademica ed incarichi istituzionali di altissimo livello) non si accorga di fare, come si suole dire, una scarpa e una ciabatta: lo “sgolfamento” delle procedure (scarpa) ottenuto a prezzo della concessione di autentici favori alla delinquenza (ciabatta)?

Incredibile, ma vero! Il discorso meriterebbe di essere approfondito dal punto di vista giuridico (tra depenalizzazione e obbligatorietà dell’azione penale) e politico-istituzionale (arrivare ad un sistema giudiziario che funzioni). Non ne ho le capacità. Sarebbe opportuno che l’ex ministro Cartabia battesse un colpo per chiarire meglio la portata della sua riforma e, se necessario, suggerisse qualche correttivo per migliorarla.

Un brutto colpo per il prestigio del governo Draghi, per la giustizia che, come la scuola, la burocrazia, la sanità, etc. etc., sembra irriformabile, per il nostro Paese messo dietro la lavagna e costretto a starci nonostante i tentativi di rifarsi una immagine spendibile.

 

 

 

La luce perpetua della destra meloniana

Se è vero, come sosteneva Giorgio Ruffolo in un suo celebre libro, che il capitalismo ha i secoli contati, temo che anche la destra-destra italiana non sia da meno, non tanto per virtù proprie, ma per gravi difetti altrui.

Mi si perdoneranno due parole sul primo discorso, quello ideologico. Di fronte a certe clamorose contraddizioni sociali del nostro sistema, che osiamo definire democratico, – tipo le smargiassate ronaldiane – la tentazione di un ricorso/ritorno al più duro dei comunismi è forte.  In questo senso mi divertivo dialetticamente con mia madre, auspicando le tute cinesi del maoismo da far indossare ai vip nostrani super-pagati e super-osannati dal popolo bue. Allora interveniva mio padre con la sua infinita saggezza: osservava malinconicamente come il comunismo finisse col far star male tutti per combattere l’eccessivo benessere di parecchi. In parole povere e demagogiche, per far piangere i ricchi facevano singhiozzare anche gli altri, equiparando tutti nella sofferenza. Era solito sferzare e provocare i comunisti: «I volón fär dvintär tutt povrètt. Mo no, serchèmma ‘d färia dvintär tutt sjòr…». A ben pensarci la versione di mio padre sulla povertà era perfettamente in linea con il dettato evangelico della prima beatitudine, almeno nella più ardita delle interpretazioni: tutti, anche se ricchi, diventino poveri, affinché tutti, anche se poveri diventino ricchi.

Al tramonto del sistema comunista della ex Iugoslavia, scoppiarono tali e tanti conflitti etnici da farmi rimpiangere l’ordine precedente. Dicevo brutalmente a mia sorella: “Sät co’ t’ho da dìr? Che Tito al n’era miga un stuppid! Al tgneva querciäda ‘na brónza cme còlla ‘d la Giarväza…che…Sgnôr l’è mej ca täza…”. Lei giustamente ribatteva: “Sì, ma era la pace dei sepolcri: quella che veniva imputata al re Filippo II nel capolavoro verdiano del don Carlo…”.

Così veniva e viene liquidata sul nascere ogni e qualsiasi nostalgia comunista da parte di un non comunista, anche perché l’ultima esperienza ancora in essere di questo regime, quella cinese, è riuscita a combinare il disastro di mettere insieme tutti i peggiori difetti di comunismo e capitalismo in un vomitevole potpourri nel quale purtroppo ci si deve imbattere a livello internazionale.

Ma veniamo ai secoli contati della destra italiana, chiamiamola per comodità meloniana, solo per intenderci e non per concedere a Giorgia quel che non è di Giorgia, vale a dire una vera e propria ispirazione ideale e storica. Perché questa destra rischia di (s)governare all’infinito? Ci sarà pure qualche ragione al di là del destino cinico e baro di saragattiana memoria. Ne trovo spietatamente tre fra di loro interconnesse.

Prima. Purtroppo, nella moderna mentalità del “mordi e fuggi”, la memoria è molto corta e serve a poco rinfrescarla, passando la politica al var della storia. I media critici si stanno esercitando in questa revisione del passato rivedendo opinioni e proposte degli attuali governanti e mettendole a confronto con quanto essi esprimevano in un passato più o meno recente: roba da sprofondare nell’inferno dell’incoerenza fatta sistema. Eppure, nessuno si scandalizza, nessuno va in crisi, anzi i sondaggi danno la destra in continua e significativa crescita.

Le accise erano una iattura, ebbene adesso vengono rimesse in campo senza battere ciglio per motivi di (in)compatibilità di bilancio. L’Europa era una manica di burocrati da bypassare, ebbene adesso niente si muove se Von del Leyen non vuole. Putin era un grand’uomo, ebbene adesso diamo armi in abbondanza per combatterlo ad oltranza. Trump era il populista di riferimento, ebbene adesso ben venga Biden con la Nato “riarmista” al seguito. Un tempo, non molto lontano, i bilanci erano fatti apposta per essere sfondati, ebbene adesso niente si spende se il draghismo non lo consente. E via di questo passo. A nessuno viene in mente di dubitare della serietà di questi voltagabbana? Scurdammoce o passato e guardiamo avanti!

Seconda. La destra deve fare la destra e nessuno la deve disturbare. E se per caso vuol far credere che la politica muore dal freddo dei piedi provocato dalla speculazione e dai poteri forti, le si può anche credere o far finta di credere. Guardiamo avanti! A nessuno viene il benché minimo dubbio sull’eventualità di andare a sbattere: l’inflazione combattuta col rialzo dei tassi di interesse non piace, ma basta una velleitaria protesta di un Crosetto qualsiasi a placare le ire di tutti; occorrono risorse per avviare una pur minima ripresa economica, ma l’importante è abbassare le tasse e fare qualche condono in perdita per accontentare tutti; stiamo aumentando il debito pubblico a livelli di default, ma l’importante e tirare a campare sperando nella fantasia italiana e nella dabbenaggine europea; la sanità pubblica è in crisi sempre più profonda, ma aiutati che quella privata ti aiuta; la povertà aumenta e le ineguaglianze sociali scoppiano, ma l’importante è mettere in riga i nuovi fannulloni, quelli che percepiscono il reddito di cittadinanza, gli agnelli che sporcano l’acqua ai lupi. Questa destra ha vinto le elezioni e quindi faccia fino in fondo il suo comodo, poi, se ce ne sarà il tempo, si vedrà. Fin qui il paradossale modo di ragionare degli italiani. Il Paese ha imbroccata una strada e bisogna andarci fino in fondo, senza guardare indietro e senza guardare avanti, tirando dritto.

Terza. C’è comunque una ulteriore complicazione, che rischia di diventare una sorta di foglia di fico per le vergogne della destra e di chi la vota: la mancanza di strade politiche alternative immediatamente riconoscibili ed agibili. Sarebbe come dire che una persona, se si accorge di avere imboccato la strada sbagliata, va comunque avanti, non si ferma, non va indietro, non chiede informazioni, poi caso mai si vedrà. Uno strano modo di viaggiare!

Infatti tutti i commentatori chiudono le loro analisi, dando la colpa di questa situazione di incredibile stallo politico e governativo alla sinistra, che dorme sonni inquieti a livello identitario, strategico e programmatico. Se il casellante si perde in chiacchiere e non alza le sbarre del passaggio a livello, chi sente comunque arrivare il treno non si ferma, attraversa i binari e spera che tutto vada bene? Gli italiani stanno comportandosi così. Auguri!

 

Tra spogliarello burocratico e impudicizia politica

“Che il sistema delle spoglie funzioni male, è sotto gli occhi di tutti. Se avesse funzionato, non saremmo qui a lamentarci ogni giorno del malfunzionamento delle pubbliche amministrazioni”. Lo scrive Sabino Cassese in un editoriale sul ‘Corriere della sera’, lanciando una proposta che possa superare l’attuale spoil system.

“Il governo si trova ora dinanzi a un bivio: mettersi sul piano inclinato dell’allargamento del sistema delle spoglie, oppure fare un passo indietro, abbandonarlo, dotare il Paese di una burocrazia stabile, robusta, capace, ben selezionata, imparziale, neutrale e leale rispetto a qualunque forza politica – scrive ancora Cassese – Si tratta di far prevalere la qualità delle persone e non lo spirito di parte; di scegliere non persone fedeli, ma persone capaci. La burocrazia deve essere selezionata secondo criteri oggettivi e non – come viene proposto – in base alla adesione alla ideologia di questo o quel partito. Ma va diretta e deve lasciarsi dirigere dal governo senza frenare o sabotare”.

“Capisco che un governo diretto da chi non è stato al potere nei settantacinque anni di Repubblica si chieda come potrebbe usare il sistema delle spoglie, per poi sopprimerlo – si legge ancora – Questo sarà possibile se si adotta una norma transitoria che consenta di valutare, una volta per tutte, in modo imparziale, la performance, l’idoneità e la neutralità delle persone che oggi ricoprono gli incarichi, confermandole o non rinnovandole, in vista di un meccanismo futuro, a regime, che premi esperienza e capacità e, nello stesso tempo, crei un canale di accesso veloce dei giovani più capaci, ristretto ad un centinaio di uomini e donne che, messi al vertice dell’amministrazione, la facciano funzionare in maniera efficace”.

Cassese chiude con una considerazione significativa. “Così si potrebbe creare un vivaio da cui far emergere una classe dirigente amministrativa. È il più grande regalo che la politica potrebbe oggi fare al Paese”.

Il discorso è quello del cosiddetto spoil system, vale a dire la pratica politica, nata negli Stati Uniti d’America tra il 1820 e il 1865, secondo cui gli alti dirigenti della pubblica amministrazione cambiano con il cambiare del governo.

In particolare, nel caso italiano, con questa espressione ci si riferisce alla possibilità per un governo appena insediato di cambiare alcuni funzionari pubblici, sostituendoli con persone di fiducia o comunque con cui c’è più sintonia dal punto di vista politico.

Lo spoils system in Italia fu introdotto dalla cosiddetta riforma Bassanini, cioè quell’insieme di leggi approvate alla fine degli anni Novanta che modificarono sensibilmente il funzionamento della pubblica amministrazione, ispirate dall’allora ministro della Funzione pubblica Franco Bassanini.

Giorgia Meloni critica il sistema e nella conferenza stampa di fine anno ha detto che servirebbe «una revisione profonda della legge Bassanini», auspicando un sistema che lasci ancora più libertà alla politica nelle nomine dirigenziali, che insomma dia al governo più responsabilità «nel bene e nel male».

In buona sostanza si tratta del difficile rapporto tra politica e pubblica amministrazione. Durante la mia vita professionale mi sono spesso imbattuto in questa devastante conflittualità: disposizioni ministeriali in chiaro ed evidente contrasto con le novità introdotte sul piano legislativo, vale a dire circolari e risoluzioni ministeriali adottate per svuotare di contenuto innovativo delle norme di legge in una sorta di interpretazione in chiave di continuismo burocratico; atteggiamenti di arroccamento difensivo rispetto a qualsiasi modifica normativa che spesso spiazzano ed ostacolano il cittadino utente dei pubblici servizi.

Non è accettabile legare le sorti della dirigenza amministrativa a quelle della classe politica: si verrebbe a creare un via-vai infinito a scapito della competenza e professionalità, si trasformerebbe la pubblica amministrazione in un terreno di pratica clientelare, rischiando di piegare l’applicazione delle leggi agli umori momentanei della mutevole politica.  Nello stesso tempo non è giusto che la casta burocratica tenga in scacco la politica e la diriga dall’esterno, tenendola al guinzaglio, strumentalizzando le proprie competenze e rendendole fini a loro stesse.

Come uscirne? Da una parte con una maggiore competenza ed esperienza della classe politica e dall’altra con una maggiore disponibilità a collaborare ed a rispettare gli indirizzi governativi adottati ai vari livelli istituzionali.

È nato prima l’uovo del corretto e bravo burocrate o la gallina della politica capace di governare? Fra le cause del male burocratico del nostro sistema c’è senza dubbio la debolezza della politica incapace di svolgere il proprio compito e conseguentemente arrendevole ai desiderata della burocrazia. Così come la debolezza politica dipende da scarsa conoscenza delle problematiche amministrative affidate pedissequamente ai burocrati di turno per rifugiarsi stucchevolmente nei massimi sistemi.

Molto tempo fa il ministro della riforma burocratica Massimo Severo Giannini, dopo qualche tentativo andato a vuoto, vista la difficoltà al limite dell’impossibilità di cambiare le cose, diede le dimissioni preannunciando di voler emigrare negli Usa. Giustamente l’allora Presidente della Repubblica Sandro Pertini lo rimproverò aspramente. Avevano ragione entrambi?! Il primo si arrendeva di fronte alla forza degli apparati, il secondo strigliava la politica incapace di superare gli apparati.

Forse non è il caso di emigrare, perché alla nostra demenziale burocrazia gli Usa rispondono con la loro demenziale politica: se in Italia le leggi vengono sostanzialmente disattese dalla lenta e parassitaria macchina burocratica, in America la macchina burocratica applica con sollecitudine leggi sbagliate e contraddittorie. Ognuno ha le sue gatte da pelare. Nel nostro Paese, tutto quanto fatto da una pur debole, confusionaria e discutibile classe politica e di governo a tutti i livelli (anche le poche cose buone e tempestive) rischia comunque di infrangersi contro gli scogli burocratici. Anche la riforma regionale ha finito con l’aggiungere ulteriori catafalchi burocratici (la colorita ed eloquente espressione non è mia e non ricordo da chi venga) alla già pesantissima jungla degli uffici pubblici. Se arriviamo ai comuni le cose peggiorano ulteriormente, perché non conta la vicinanza con il cittadino, ma la professionalità, l’esperienza, la competenza che diminuiscono nettamente andando dal centro verso la periferia.

Alla tentazione di vivacchiare e di sopravvivere all’alternarsi delle vicende politiche fa riscontro quella di entrare a gamba tesa nei meandri della pubblica amministrazione. In mezzo c’è il povero cittadino, il vaso di coccio fra quelli di ferro che giocano a scontrarsi. Alla casta burocratica si contrappone quella politica, una guerra fra caste. È la fine ingloriosa della democrazia!