Nella notte destrorsa tutti i gatti sono neri

Nella vita della Repubblica italiana non si era mai verificata una così netta, e per certi versi preoccupante, divaricazione, di carattere culturale, storico e politico, fra le Istituzioni dello Stato come quella del 25 aprile 2023. Non so fino a che punto i cittadini lo abbiano capito e come abbiano reagito, anche perché, se è vero che la liberazione dell’Italia dal nazifascismo fu opera di popolo, è purtroppo altrettanto vero che l’inghippo neofascista in cui siamo caduti è opera di sciagurate elezioni politiche fatte al buio e che hanno sprofondato il Paese nel buio.

Siamo piombati nel peggior revisionismo storico possibile ed immaginabile, in una deriva culturale pazzesca, in una visione politica senza valori e senza riferimenti. Il Presidente della Repubblica ci sta prendendo per i capelli, ma sinceramente non so se basterà anche se gli dobbiamo essere profondamente grati.

Abbiamo un governo che balbetta di democrazia, che non ha il coraggio di schierarsi per puro calcolo elettorale e per “pataglia sporca”, e pensa di cavarsela guardando la storia di traverso, preferendo nascondersi dietro la tanto criticata e osteggiata Europa, dietro la tanto blandita Ucraina, dietro la teoria degli opposti regimi, persino dietro le parole di Paola Del Din, medaglia d’oro al valor militare per la sua attività durante la Resistenza con il nome di “Renata”. Del Din nel 2005 disse che pur non avendone fatto parte non si sentiva di esprimere un giudizio negativo su Gladio, l’organizzazione paramilitare che avrebbe dovuto costituire l’opposizione armata in Italia in caso di invasione sovietica. Per questo fu contestata all’epoca da militanti di Rifondazione Comunista e altre persone in piazza. Meloni scrive che Del Din «durante la Resistenza combatteva con le Brigate Osoppo, le formazioni di ispirazione laica, socialista, monarchica e cattolica. Fu la prima donna italiana a paracadutarsi in tempo di guerra. Il suo coraggio le è valso una Medaglia d’oro al valor militare, che ancora oggi, quasi settant’anni dopo averla ricevuta, sfoggia sul petto con commovente orgoglio. Della Resistenza dice: “Il tempo ci ha ribattezzati Partigiani, ma noi eravamo Patrioti, io lo sono sempre stata e lo sono ancora”».

Abbiamo un presidente del Senato, autentica macchietta kitsch del fascismo d’antan, che, in un crescendo larussiano di cavolate, arriva a sostenere che la Costituzione non c’azzecca con l’antifascismo (roba da vilipendio della Repubblica), per poi fuggire in quel di Praga a scontare il proprio peccato sulla tomba di Jan Palach, patriota cecoslovacco divenuto simbolo della resistenza anti-comunista del suo Paese (una vomitevole e strumentale giravolta storica, che offende tutti, in primis Ian Palach).

Spesso ricorro agli aneddoti paterni per spiegarmi meglio. A mio padre piaceva molto questo: durante una partita di calcio un giocatore si avvicinò all’arbitro che stava facendone obiettivamente di tutti i colori. Gli chiese sommessamente e paradossalmente: «El gnu chi lu cme lu o agh la mandè la federassion?» (Lei è stato inviato ad arbitrare questa partita dalla Federazione o è venuto qui spontaneamente, di sua iniziativa?). Si beccò due anni di squalifica.

Sarebbe il caso di porre questa provocatoria domanda ai signori e alle signore di cui sopra, anche se purtroppo la risposta potrebbe colpevolizzare una piccola folla elettorale di cui avere compassione, fatta di pecore che non hanno pastore.

A questo bailamme istituzionale fa da accompagnamento un penoso dibattito culturale che, a furia di spaccare il cappello in quattro, finisce col criminalizzare i partigiani, che ne avrebbero fatto di cotte e crude, e redimere i fascisti che sarebbero stati in buona fede.

Di questo passo non so dove si potrà andare a finire. Un popolo che ignora il proprio passato non saprà mai nulla del proprio presente (Indro Montanelli). E allora non ci resta che seguire i consigli di Sergio Mattarella, che nel suo discorso celebrativo ha esordito dicendo: «“Se volete andare in pellegrinaggio, nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano, per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione”. È Piero Calamandrei che rivolge queste parole a un gruppo di giovani studenti alla Società Umanitaria, a Milano, nel 1955».

 

 

 

Pillole di incrociata demagogia

Con la decisione del comitato prezzi e rimborsi dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco, è arrivato il via libera per rendere gratuita la pillola anticoncezionale per le donne di tutte le fasce d’età, con un costo stimato per il Servizio sanitario nazionale di 140 milioni di euro all’anno.

Apriti cielo! Si è scatenata un’assurda polemica.  Prima a scagliarsi contro la decisione, Pro Vita & Famiglia che bolla come «grave e pericolosa» la decisione: Maria Rachele Ruiu, membro del direttivo, si è chiesta come sia possibile «conciliare la pillola contraccettiva libera e gratuita come panacea di tutti i mali, senza sottolineare i gravi effetti collaterali fisici e psicologici che possono portare fino a depressione e istinti suicidari» e «invitare le ragazzine a bombardarsi di ormoni». Si dice «sconcertato» anche Massimo Gandolfini, leader del Family Day, perché è una scelta che «va nella direzione opposta rispetto al problema della denatalità» con importanti risorse che «potrebbero essere allocate invece per alleviare le gravi condizioni di famiglie” con figli disabili che hanno necessità di farmaci costosissimi non forniti gratuitamente dal Servizio sanitario nazionale». Un tema condiviso anche dal network di associazioni “Sui tetti” e dal Moige, il Movimento Italiano Genitori, che arriva a dire che l’Aifa «discrimina chi fa i figli: «Si aiuta – secondo il direttore Antonio Affinita – chi non vuole avere figli, ma ci si dimentica delle famiglie. Noi vogliamo eguale gratuità per le spese diagnostiche e terapeutiche per i figli visto che la natalità è la vera emergenza nazionale». A chiedere all’Aifa di fare un passo indietro è poi la senatrice di FdI Lavinia Mennuni perché «ben altre» sono le priorità sociosanitarie, come appunto la natalità e il sostegno alla famiglia. È la stessa esponente di FdI a ricordare che ad assumere la decisione sono stati «i vertici in scadenza dell’Aifa», mentre è un compito che «compete alla politica» (dal quotidiano “Avvenire”).

Il grande indimenticabile Indro Montanelli bollava, dal punto di vista etico, queste discussioni come “beghe di frati”. Sono perfettamente d’accordo con lui. Quanto alle controindicazioni sanitarie, tutti i farmaci ne hanno e sta all’individuo interessato, aiutato dai medici, fare il calcolo dei costi e dei benefici. Non si può fra l’altro essere rigoristi con le pillole anti-concezionali e possibilisti con vaccini etc. etc.

In secondo luogo, se ci spostiamo politicamente sul discorso delle risorse impiegate per garantire gratuitamente la pillola anticoncezionale, mi sembra oltre modo demagogico tirare in ballo a sproposito le famiglie con figli disabili o comunque altri soggetti meritevoli di aiuto pubblico. La cifra stanziata non è esorbitante, ma soprattutto dovrebbe essere un aiuto ad una maternità responsabile e all’impostazione di una sessualità non finalizzata al solo scopo procreativo.

La contraddizione rispetto agli indirizzi governativi di sostegno alla natalità è evidente quanto inesorabile: infatti la natalità non si incoraggia con la maternità irresponsabile o coatta, ma con politiche miranti a far prendere coscienza le giovani generazioni delle proprie responsabilità. L’uso della pillola anti-concezionale non deve essere esorcizzato, ma inserito nel contesto culturale e valoriale del mondo attuale.

Quando si parte col piede sbagliato (mi riferisco alla natalità come fine assoluto) si fa poca strada e si cade di fronte alle prime difficoltà, confondendo magari i paracarri con gli ostacoli che si frappongono al cammino. Smettiamola di fare demagogia su famiglia, natalità, procreazione e salute.  Ho l’impressione che le beghe di frati di cui sopra stiano diventando pretesti politici per nascondere assurde e reazionarie fughe all’indietro.

Non intendo assolutamente iscrivermi al referendum “pillola sì-pillola no” e tanto meno adottare una comoda equidistanza tra tesi opposte, preferisco invece usare un taglio critico sul discorso. Ecco perché mi sono riferito fin qui ad una parte degli argomenti, quelli “ideologicamente” contrari alla contraccezione liberalizzata. C’è però un’altra parte di argomenti a sostegno della contraccezione, che finiscono col banalizzarla e considerarla la panacea di tutti i mali, pensando di licenziare sbrigativamente il problema riducendo medici, consultori, sanità pubblica a meri distributori di pillole anticoncezionali.

Non può essere così, infatti l’argomento critico più intelligente l’ho colto in un discorso che traggo sempre dal quotidiano “Avvenire” con riferimento alle dichiarazioni di Livia Cadei, presidente dei consultori cristiani: “Il punto allora è l’educazione alla sessualità, che manca drammaticamente nel nostro Paese: «C’è una sistematica riduzione di questa sfera alla genitalità pura e un azzeramento sconfortante del tema della generatività». Quei 140 milioni di euro all’anno Livia Cadei li riserverebbe a percorsi di dialogo e di confronto coi ragazzi e le ragazze”. A mio giudizio quei fondi non sarebbero però necessariamente e manicheisticamente alternativi, ma potrebbero essere aggiuntivi, perché effettivamente “oltre la pillola, c’è di più”.

L’ignoranza è diventata una virtù

Il presidente della Camera commette una eloquente gaffe su Bachelet, il giurista ucciso dalle Br. Lorenzo Fontana apre la seduta in cui si vota la fiducia sul decreto Pnrr con un saluto agli studenti presenti in aula. Ma, quando si tratta di nominare l’istituto tecnico da cui provengono gli studenti – il Vittorio Bachelet di Ferrara, intitolato al giurista ucciso dalle Brigate Rosse – la sua pronuncia è imbarazzante. Lo pronuncia all’italiana, come se non lo avesse mai sentito nominare. Vittorio Bachelet è morto nel febbraio del 1980. Fontana è nato nell’aprile dello stesso anno. Non può ricordare, ma un po’ di conoscenza della storia da chi presiede la Camera dei Deputati la si potrebbe pretendere.

Il ministro Francesco Lollobrigida non chiede scusa sulla sostituzione etnica: “Sono ignorante, non razzista”. Nessun dietrofront del ministro: «Conta il calo demografico». È nato nel 1972, quando fortunatamente l’Italia aveva da anni voltato pagina rispetto alle scelte razziste del ventennio fascista, però di razzismo e di pulizia etnica se ne è continuato a parlare e nel mondo se ne è continuato a praticare. Si potrebbe dire: è ministro dell’agricoltura e quindi… Se il suo collega della Cultura sostiene che Dante Alighieri era di destra, a lui si può perdonare che non sappia cos’è il razzismo.

Braccia rubate all’agricoltura: un tempo era la brutta battuta tipica per dire ad un ragazzo che il suo impegno e capacità di studio o lavoro erano inadeguate e, pertanto, avrebbe fatto meglio a tornare ai campi, come se il mestiere di contadino fosse condannato, per decisione tacita e universale, a contare poco. Razzismo anche questo. A maggior ragione il ministro dell’agricoltura dovrebbe smentire nei fatti questa teoria discriminante, invece sembra dire: “Scusatemi ma io mi occupo di agricoltura, quindi posso essere ignorante sul resto…”.

La Lega si è smarcata (senti chi parla…): parole brutte quelle di Lollobrigida (in tema di denatalità e migranti ha suggerito di non arrendersi alla «sostituzione etnica»).  Giorgia Meloni (lei sì che se ne intende…) ha esposto sostanzialmente lo stesso concetto, ma con maggiore prudenza e abilità (bisogna fare dei figli e non ripiegare sui migranti).

La più bella e più attuale dimostrazione di ignoranza viene dal presidente del Senato Ignazio La Russa. Nei giorni scorsi mentre si avvicinava la festa della liberazione dal nazifascismo mi chiedevo: “Cosa farà mai per prendere parte alle manifestazioni celebrative? Porterà in piazza il busto di Mussolini sottratto al suo personale museo e lo frantumerà di fronte a tutti?”. Mi sarei accontentato anche di molto meno. Invece ecco la solita idiozia: “Nella Costituzione non c’è alcun riferimento all’antifascismo”. Secondo il presidente del Senato i “partiti moderati non volevano fare questo regalo al Pci e all’Urss”.  Sembra uno scherzo, ma purtroppo non lo è. Non sto nemmeno a controbattere. “Coi fanciulli e coi dementi spesso giova il simular”.

Forse c’è qualcuno che gioca a fare il finto tonto. Non so se preferire di essere governato da tonti o da finti tonti. Un bel problema. Gli italiani sembra che abbiano scelto loro stessi di fare i finti tonti: un modo per risolvere il dilemma. “Ignoranti d’Italia, l’Italia s’è addormentata…”. Solo i partigiani potrebbero portarci via da questa asfissiante deriva destrorsa, ma purtroppo possono solo scaravoltarsi nelle tombe, sta a noi ricordarli, onorarli e imitarli.

Nel periodo   in cui mio padre lavorava da imbianchino come dipendente si trovò ad eseguire un lavoro del tutto particolare, scrivere sui muri, a caratteri cubitali, motti propagandistici fascisti (“vincere”, “chi si ferma è perduto” e roba del genere).

Al geometra che sovrintendeva, ad un certo punto, tra il serio ed il faceto disse: “Quand è ch’a gh’dèmma ‘na màn ‘d bianch? “.   “Beh”, rispose lui in modo burocratico, “per adesso andiamo avanti così, poi se ne parlerà. A proposito cosa dice la gente che passa?”.  Era forse un timido ed innocuo invito ad una sorta di delazione ma mio padre, furbamente, non ci cascò ed aggiunse: “Ch’al s’ mètta ‘na tuta e ch’al faga fénta ‘d njent e ‘l nin sentirà dil béli “. La zona era infatti quella del Naviglio, autentico covo di antifascismo e papà mi raccontò come, tutti quelli che passavano di lì, uomini, donne e bambini le sparassero grosse anche contro di lui, senza tener conto del famoso detto “ambasciator non porta pena”.

 

 

Bastone per i migranti, carota per i figlianti

Sull’antifascismo mio padre era intransigente, non ammetteva discussioni: quando mia madre timidamente osava affermare che però Mussolini aveva fatto anche qualcosa di buono, mio padre non negava, ma riportava il male alla radice e quando la radice è malata c’è poco da fare. Mia madre si riferiva soprattutto al sostegno che il regime fascista dava alla maternità (non a caso Mussolini venne a Parma in occasione dell’inaugurazione della casa della madre e del fanciullo), mio padre faceva invece un ragionamento politico di fondo.

Devo ammettere che in questi giorni ho irriso alle preannunciate misure governative di sostegno alla famiglia in chiave demografica: chissà perché spunta sempre qualcosa che ricorda il ventennio.

Dopo il silenzio del primo giorno, quando gli è stato attribuito un piano tecnico per rilanciare la natalità in Italia tramite incentivi fiscali, Giancarlo Giorgetti, chiamato dal Senato per essere ascoltato sul Def, rompe gli indugi e conferma che l’idea c’è. «Non ci può lasciare indifferenti la curva demografica, dobbiamo immaginare di mettere in campo un’azione choc. Penso sia il caso soprattutto di eliminare disincentivi alla natalità: non possiamo tassare allo stesso modo cbi è single e chi ha una famiglia con figli perché è evidente che quest’ultimo sopporta dei costi che alterano il concetto – tanto caro a tanti – della progressività del carico fiscale», spiega il ministro dell’Economia (dal quotidiano “Avvenire”).

Non solo non mi convince questo discorso, ma ci vedo un nostalgico ritorno alla socialità di stampo fascista. Sarò fissato, ma… intravedo l’edizione riveduta e corretta della tassa sul celibato.

Scrive il quotidiano “Avvenire”: “Il vero scandalo è che faccia ancora scandalo che un piano di sostegni fiscali alla famiglia e alla natalità possa ancora essere bollato come «dannoso e pericoloso». Scambiato addirittura per un rigurgito di cultura fascista, quando scelte simili sono state già fatte in mezza Europa. Certo, il merito della proposta avanzata in questi giorni dalla Lega è ancora tutto da decifrare. E cifre sparate a caso aumentano la confusione. Ma, per favore, almeno sui figli, almeno sul drammatico inverno demografico, evitiamo i conflitti ideologici e discutiamo assieme di equità orizzontale e sostegni alle famiglie. Si è fatto – bene e insieme – con l’Assegno unico, proviamoci anche col Fisco”.

Io non mi scandalizzo, continuo invece a sentire puzza di neofascismo: come non vedere che questi preannunciati provvedimenti fanno da bilanciamento psicologico a quelli in materia migratoria. Non sono d’accordo sull’atteggiamento di valutare un provvedimento alla volta. La politica non è dare un colpo al cerchio e uno alla botte e tanto meno è serio prendere in considerazione solo il cerchio dimenticando la botte. Questa asettica insistenza sulla famiglia coglie il problema a valle e non a monte, finendo col considerare la famiglia soltanto una macchina per fare figli. Si guarda al dito della crisi demografica e non alla luna di una società e di un mondo che vanno in rovina.

Mi si dirà che proprio per questo bisogna ripartire dalla famiglia. Posso essere d’accordo, ma ricordiamoci che la famiglia non è un’isola, non è un’entità a se stante. Per giudicare un quadro non si prende un particolare, ma bisogna guardare l’insieme da cui il particolare prende significato. La politica non è legiferare a casaccio dando un contentino a Tizio ed uno a Caio, tanto meno agire col criterio del “toc ‘d pan e ‘na bastonäda”: era la mirabile sintesi che una donna faceva in negativo del comportamento dei suoi parenti, i quali avevano fatto finta di soccorrerla nei momenti difficili della sua vita, salvo lasciarla nei guai alla prima occasione.

Staremo comunque a vedere e…spero di sbagliarmi.

 

 

 

 

 

Il ponte sul semestre

Le ultime analisi di Proger Index per PiazzaPulita su La7 evidenziano come l’apprezzamento degli italiani verso Giorgia Meloni sia in leggero calo, così come le intenzioni di voto verso Fratelli d’Italia.

Non sono solito dare valore ai sondaggi, che tuttavia in questo caso mi spingono a due categorie di valutazioni, una di ordine storico e una di carattere politico.

Riavvolgo la pellicola e torno al primo clamoroso successo di Silvio Berlusconi alle elezioni del 1994. La creazione di Forza Italia ebbe un notevole impatto sulla scena politica italiana. Con un partito nato ufficialmente solo due mesi prima delle elezioni politiche, Berlusconi aveva il dichiarato progetto politico di attirare l’elettorato italiano di centro e centrodestra – rimasto senza rappresentanza dopo il dissolvimento dei partiti colpiti dagli scandali di Tangentopoli, in seguito ai quali l’indignazione elettorale aveva decretato la fine e la successiva frantumazione della Democrazia Cristiana, principale partito di centro della politica italiana – oltre che la parte più moderata dei socialisti, cioè la coalizione di governo degli ultimi anni (pentapartito), i cosiddetti «moderati». La scena politica italiana era in fermento: nonostante alcuni analisti considerassero tardiva l’entrata in scena di Berlusconi (a soli due mesi dalle elezioni), egli riuscì a sfruttare con successo la propria immagine di uomo nuovo, ottenendo la vittoria alle elezioni politiche del 1994.

Si dice però che gli esperti, che inventarono, ispirarono e guidarono la sua discesa in politica, gli avessero predetto come la sbornia populista sarebbe durata sei mesi, dopo di che i nodi sarebbero venuti al pettine. I messaggi identitari di allora, vale a dire anticomunismo, liberalismo, nuovismo etc. avrebbero presto mostrato la corda e la cotta elettorale sarebbe stata smaltita. Fu così anche se poi il berlusconismo fra alti e bassi seppe riciclarsi alla grande e durò ancora per molto tempo e forse non è ancora finito.

Giorgia Meloni sta terminando il suo semestre governativo. Vuoi vedere che anche per lei la pacchia elettorale finirà e comincerà una sorta di lento ma inesorabile redde rationem? È certamente più un ingenuo auspicio che una ragionata previsione, ma la speranza è l’ultima a morire. Forse l’eco delle sue grida identitarie si sta spegnendo e viene allo scoperto la sua strafottente pochezza. Ed eccoci alla valutazione politica.

Sul potenziale tavolo del governo Meloni sono presenti in bella evidenza alcuni enormi problemi. Ne cito solo quattro, quelli che mi sembrano più urgenti e drammatici: mi riferisco all’esorbitante affaire pubblico del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, al discorso imprescindibile dell’immigrazione, all’allarmante situazione del sistema sanitario, alla guerra russo-ucraina.

Prima di affrontare questi autentici nodi gordiani, il governo ha pregiudizialmente e tatticamente cercato una legittimazione a livello internazionale ed europeo in particolare, ottenuta tra molte perplessità ed un certo scetticismo, dovuti al quanto meno equivoco passato politico della premier Meloni, alla scarsa affidabilità dei maggiorenti dei partiti di governo (Salvini e Berlusconi), alla contraddittoria collocazione di tali partiti nello scenario europeo (opzioni verso le destre estreme e verso i Paesi sovranisti) e alla modesta levatura dei componenti della compagine governativa (ogni giorno viene evidenziata in modo clamoroso).

Sulla base di questo traballante rispetto tutto da consolidare, il governo, oltretutto diviso al proprio interno in una competizione tra Lega e FdI, naviga a vista senza bussola e senza carta nautica e quindi si limita ad operazioni di piccolo cabotaggio tanto per non rimanere fermo, preoccupato di conservare e implementare la propria identità destrorsa e di buttare un po’ di fumo negli occhi con autentici depistaggi programmatici.

È stato così fin dall’inizio con la cavolata dei rave party, è così ancora con la sciocchezza del sovranismo linguistico, con la zappata sui piedi del divieto per le carni sintetiche, con la sostituzione etnica, con una sorta di tassa sul celibato e con atteggiamenti bigotti sulle problematiche etiche: in mezzo una serie di tira e molla vergognosi, che, tra l’altro, puzzano di nostalgie inconfessabili lontano un miglio, una continua esibizione di specchietti per le allodole, una serie di marchette a favore dell’elettorato di riferimento. Inconsistenza e contraddittorietà ammantate di ridicolo decisionismo e di reazionario perbenismo.

La parola d’ordine governativa sembra essere “depistare”: quando emerge una qualche forte preoccupazione, anziché fornire risposte plausibili nel merito, meglio introdurre qualche assurda novità per distrarre l’attenzione. Mi sembra che il più colossale depistaggio sia il discorso del ponte sullo stretto di Messina. É la cartina di tornasole di quanto detto sopra: una boutade elettoralistica, un progetto velleitario, una tomba in cui seppellire tutti i ritardi infrastrutturali che stanno emergendo, un modo per spendere male i quattrini, che non ci sono e che non si riescono nemmeno a recuperare dove potrebbero essere.

Le difficoltà emergenti dall’attuazione del PNRR vengono buttate all’indietro, ma senza alcuna credibile scelta sul futuro, lasciato all’inadeguatezza burocratica, all’incompetenza amministrativa ed alla confusione decisionale. Al di là del ritornello “è colpa dei governi di Conte e Draghi” non si va. Giorgia Meloni ha la botte piena di voti (si fa per dire) e vorrebbe essere la moglie ubriaca del buongoverno (con i soldi della Ue). Non ci riesce e allora si accontenta di qualche precaria sbronza.

L’attuale governo è molto abile (fino a quando?) nello scaricare le colpe. Sul problema migratorio le colpe vanno alla Ue che lascia sola l’Italia, alle Ong che salvano troppa gente in mare, agli stessi migranti che rappresentano un “carico residuo” per le navi, che sono degli irresponsabili mettendo in mare loro e i propri figli a rischio della vita, all’opinione pubblica che costituisce un elemento attrattivo per i migranti, accettandoli supinamente e “buonisticamente”.  Da una parte uno scaricabarile bello e buono, dall’altra un freddo invito al menefreghismo sociale (vedasi vergognosa vicenda Cutro).

Quando il governo Meloni è alle strette, si difende col fatto di essere in carica da pochi mesi e di dover affrontare problemi annosi su cui non avrebbe responsabilità. È una scusa che lascia il tempo che trova, anche perché il buongiorno si vede dal mattino e oltretutto gli attuali governanti provengono da forze politiche che hanno governato, e governato male, anche in passato. Molti dei componenti della compagine governativa non vengono dalla luna, ma da precedenti negative esperienze, si pensi ai berlusconiani, ai leghisti, alla stessa Meloni e ai suoi compagni di partito.

C’è tuttavia in ballo una questione enorme a carattere contingente: il PNRR con tutti quei soldi che ballano tra Ue e Stato italiano. Ebbene mentre stanno emergendo gravissimi ritardi, che rischiano di farci perdere un’occasione irripetibile, è pronta la scusa. Gira e rigira, la colpa è della Ue e…di Draghi. Per quanto concerne la Ue (che poi, fino a prova contraria, siamo anche noi) dovremo stare molto attenti a non irritare l’interlocutore, ma a dialogare umilmente e costruttivamente, pena un corto circuito a dir poco pazzesco.

Quanto al governo Draghi, i casi sono due. Se non era in grado di gestire questa partita, chi lo ha buttato all’aria per andare a sostituirlo, avrebbe dovuto essere al corrente della cosa e non tirarla fuori adesso, sul più bello, per giustificare una situazione che sta diventando insostenibile e rischiosissima. Diversamente avrebbero dovuto lasciare Draghi stesso a cavare dal fuoco le proprie castagne.

Se invece Draghi, come credo, aveva impostato bene il lavoro, perché lo hanno sbrigativamente mandato a casa ben conoscendo la difficoltà di prenderne e gestirne l’impegnativa eredità? E poi non c’è da sorprendersi se in Europa si fidavano più di Draghi rispetto a quanto si fidino di Meloni e c. Lo sapevano benissimo: il carisma e la classe di Draghi non erano e non sono acqua. Invece di investirlo maldestramente con critiche assurde, sarebbe meglio che provassero a chiedergli qualche consiglio e qualche appoggio. Adesso c’è Giorgia Meloni, gli italiani l’hanno voluta, votata e se la tengano. E se perderemo un sacco di soldi, peggio per noi. Vorrà dire che saremo riusciti a farci del male con le nostre stesse mani. Mio padre con un simpatico strafalcione diceva: «Chi è causa del suo mal pianga me stesso». Sì, perché magari ci rimetterà anche chi non l’ha votata. E chi l’ha votata comincerà ad aprire gli occhi?

 

 

Le ripartenze bergogliane

Ho un’idea tutta mia (al limite dell’eresia) dell’azione dello Spirito Santo nella vita della Chiesa, quanto meno a livello di gerarchia. Non ci sarebbe bisogno di ricordare al riguardo una gustosa barzelletta, ma è troppo bella e quindi la riporto di seguito.

“Dio Padre osserva, con attenzione venata da una punta di scetticismo, l’attivismo dei cardinali di Santa Romana Chiesa, ma non riesce a capire fino in fondo lo scopo della loro missione. Con qualche preoccupazione decide di interpellare Dio Figlio in quanto, essendosi recato in terra, dovrebbe avere maggiore dimestichezza con questi importanti personaggi a capo della Chiesa da Lui fondata. Dio Figlio però non fornisce risposte plausibili, sa che sono vestiti con tonache di colore rosso porpora a significare l’impegno alla fedeltà fino a spargere il proprio sangue, constata la loro erudizione teologica, la loro capacità diplomatica, la loro abilità dialettica, ma il tutto non risulta troppo convincente e soprattutto rispondente alle indicazioni date ai discepoli prima di salire al cielo.  Anche Dio Figlio non è convinto e quindi, di comune accordo, decidono di acquisire il parere autorevole di Dio Spirito Santo, Lui che ha proprio il compito di sovrintendere alla Chiesa.  Di fronte alla domanda precisa anche la Terza Persona dimostra di non avere le idee chiare, di stare un po’ troppo sulle sue ed allora il Padre insiste esigendo elementi precisi di valutazione, minacciando un intervento diretto piuttosto brusco e doloroso. A quel punto lo Spirito Santo si vede costretto a dire la verità ed afferma: «Se devo essere sincero, anch’io non ho capito fino in fondo cosa facciano questi signori cardinali, sono in tanti, ostentano studio, predica e preghiera. Pregano soprattutto me affinché vada in loro soccorso quando devono prendere decisioni importanti. Io li ascolto, mi precipito, ma immancabilmente, quando arrivo col mio parere, devo curiosamente constatare che hanno già deciso tutto!»”.

Nel conclave del 2013 lo Spirito Santo prese i cardinali in contropiede e sfruttò una ripartenza sulla base delle preoccupazioni che essi avevano di recuperare consenso ad una Chiesa alla frutta, in grave crisi di credibilità, dovuta agli scandali, in particolare quello della pedofilia. Fece un perfetto assist a Bergoglio, che segnò un gran gol e mise in salvo la barca di Pietro, che faceva acqua da tutte le parti. I cardinali ingoiarono il rospo e lo votarono senza convinzione, ma con curiale opportunismo.

Bergoglio, a modo suo, è entrato a gamba tesa, forse più a parole che nei fatti, nella mentalità clericale e negli equilibri vaticani e ha messo in qualche subbuglio le sacre stanze. Ha ripiegato, si fa per dire, sul Vangelo, trovando in esso la spinta e la difesa per cambiare registro. In parte c’è riuscito, in larga parte no. Lo dimostra la recente apertura degli armadi, dei cassetti, degli archivi della memoria sulla vicenda di Emanuela Orlandi, che, in un certo senso, potremmo definire la madre di tutti gli scandali, perché in essa trovano una probabile e demoniaca sintesi tutte le pecche ed i vizi della gerarchia, dall’affarismo ai legami col potere, dal sesso ai soldi.

Paradossalmente colui che doveva mettere ordine e dare una regolata agli assetti vaticani, sta rischiando di ributtare, a fin di bene, la Chiesa nell’occhio del ciclone: il marciume latente è tale infatti da rischiare di non uscirne vivi. Forse, anzi senz’altro, papa Francesco ha aspettato troppo a fare pulizia e la sporcizia sta venendo prepotentemente a galla, rischiando di travolgere le scrivanie, i pulpiti e finanche gli altari. Il conto aperto con la verità è tale da creare quel clima di discredito che dieci anni or sono si voleva evitare. Il prezzo da pagare è molto salato e va dato atto a Bergoglio di avere il coraggio, anche se un po’ tardivo, di reimpostare “la fallimentare contabilità etica del vaticano”.

Mio padre dava una interpretazione colorita e semplice delle situazioni aggrovigliate al limite della legalità. Diceva infatti con malcelato sarcasmo: «Bizoggna butär in tazér parchè a s’ris’cia ‘d mandär in galera dal comèss fin al sìndich, tutti invisciè…». Se volete, una sorta di versione da osteria della visione affaristico-massonica della nostra società. Se trasferiamo la boutade paterna dal municipio in Vaticano…

Se si va avanti nella ricerca della verità a trecentosessanta gradi, senza fermarsi di fronte a nessuno, ho l’impressione che diventerà difficile ritrovare il filo della matassa per riuscire a recarsi in chiesa alla domenica e nelle feste comandate. Qualcuno sostiene che in fin dei conti non ci sia niente di nuovo che non si sapesse già o si potesse facilmente immaginare. In parte è vero, ma un conto è parlar di morte un conto è morire.

Adesso si capiscono meglio le difficoltà incontrate da papa Francesco, camuffate con le dispute teologiche, con le difese dell’identità cattolica, con la scusa dell’integrità morale, con la pretestuosa salvaguardia della tradizione. L’attuale papa dà fastidio perché rischia di scoprire “gli altarini e gli altaroni”. Non oso nemmeno pensare a quante pressioni riceverà per ammorbidire i toni, per calmare le acque, per stoppare inchieste compromettenti, per salvare il salvabile. Sono più che sicuro che qualcuno gli griderà: “Qui andiamo tutti in malora!”. Spero che lui abbia la freddezza di rispondere: “Avete nel tempo trasformato il Vaticano in un luogo di malaffare, adesso basta!”.

La curia vaticana è sempre furbescamente salita sul carro del pontefice di turno, pensando di poterlo manovrare, condizionare, persino ricattare: a volte non c’è riuscita, perché è entrato in gioco lo Spirito Santo. Non resta che sperare nella tenuta fisica e pastorale di Bergoglio. Spirito Santo pensaci tu!

 

 

 

Il governo slitta o pattina sul ventennio

Uno scivolone del ministro dell’Agricoltura Francesco Lollobrigida infiamma il dibattito politico. Da un convegno organizzato dalla Cisal il titolare della Sovranità alimentare interviene sul tema denatalità e migranti suggerendo di non arrendersi alla «sostituzione etnica». «Gli italiani fanno meno figli – è il ragionamento – e li sostituiamo con qualcun altro. Non è quella la strada». 

In molti si aspettavano una presa di distanza da parte di Giorgia Meloni, invece al ministro ha fatto meramente eco la Presidente del Consiglio, che non ha aggiustato il tiro, ma lo ha reso appena più presentabile.

“Per troppi anni non ci sono stati investimenti sulla natalità”, ha detto la premier Meloni parlando a margine dell’inaugurazione del Salone del mobile. “In Italia abbiamo un problema di tenuta del sistema economico e sociale, non abbiamo investito sulla natalità. In Italia ci sono sempre più persone da mantenere e sempre meno persone che lavorano, questo problema si risolve in vari modi: il modo su cui lavora il governo non è solo quello dei migranti, ma anche quello della grande riserva inutilizzata che è il lavoro femminile. Portandolo alla media europea e puntando sulla demografia, con l’incentivazione da parte delle famiglie di mettere al mondo dei figli”.

Il discorso della crisi demografica è grande come una casa, è la conseguenza di tanti fattori umani, sociali, economici e politici. Metterlo strumentalmente in contrapposizione con l’ingresso nel Paese dei migranti che sostituirebbero la nostra etnia è semplicemente una “cazzata” di stampo fascista. Scusate se uso un sostantivo triviale e un aggettivo “antistorico”, ma è ora di finirla con queste subdole riproposizioni di una mentalità di regime.

Pulizia etnica (migranti), pulizia sessuale (omosessuali), pulizia sociale (i senza lavoro), pulizia culturale (rave party), pulizia procreativa (filiazione doc): un filo nero che lega il sacco e che giustifica politiche di un certo stampo. È ingenuo e pericoloso sostenere che il fascismo è morto se sono vivi i suoi presupposti ideologici seppure riveduti e (s)corretti. Ogni giorno si registra un’uscita in tal senso: a prima vista sembrano espressioni estemporanee al limite del ridicolo. Se però si mettono in fila e si leggono in controluce emerge un disegno a dir poco reazionario.

Non so se la premier se ne renda conto, se sopporti o se condivida, se lisci il pelo a certe nostalgie o se abbia in testa una vera e propria strategia di ritorno a un inqualificabile passato. La celebrazione della prossima festa del 25 aprile potrebbe essere l’occasione per sgombrare il campo da qualche forte perplessità, anche se non è solo questione di parole ma di fatti e di linea politica.

 

L’ombrello protettivo contro i migranti

La (non) politica migratoria del governo e della maggioranza parlamentare (supinamente accodata), vista l’impraticabilità dei blocchi portuali, vista la velleità della guerra agli scafisti, vista l’assurdità degli ostacoli frapposti all’opera delle Ong, vista la debolezza politica nei confronti della Ue da cui non si riesce ad ottenere una revisione degli accordi penalizzanti in essere, vista l’impossibilità di rimpatriare tout court migliaia di immigrati clandestini, visto che comunque bisogna far credere alla gente che è finita la pacchia per gli immigrati, allora bisogna lavorare sullo smantellamento del sistema di accoglienza. Ecco infatti spuntare l’azzeramento della cosiddetta protezione speciale per i cittadini stranieri inserito in un quadro normativo improntato alla possibilità di adottare misure e procedure emergenziali al di sopra dei diritti dell’uomo.

Come bene spiega Daniela Fassini sul quotidiano “Avvenire”, la protezione speciale è un permesso di soggiorno che spetta ai richiedenti asilo che non possono usufruire delle altre due forme di asilo: ovvero lo status di rifugiato, che viene concesso a chi rischia la persecuzione per motivi sessuali, religiosi o etnici nel proprio Paese d’origine; o la protezione sussidiaria per i cittadini di Paesi in guerra. Il permesso di soggiorno per protezione speciale parte dal presupposto che, se si rifiuta a una persona straniera un permesso di soggiorno, occorre valutare se esistano “seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”, che ne impediscono l’espulsione. È un permesso di soggiorno della durata di 2 anni, rinnovabile, che viene rilasciato al richiedente asilo che non possa ottenere o non abbia ancora ottenuto la protezione internazionale. Può essere convertito in permesso di soggiorno per lavoro.

È importante perché, in aggiunta allo status di rifugiato (per motivi di persecuzione) e alla protezione sussidiaria (per i cittadini dei Paesi in guerra), riconosce una forma di protezione che fa riferimento all’insieme di obblighi costituzionali e internazionali. Il riferimento normativo è l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’Uomo (Cedu) che riconosce ad ognuno di noi il diritto alla vita privata e familiare: è il riconoscimento di una protezione speciale anche per radicamento sociale, dato da indicatori oggettivi quali la durata e l’esistenza di un lavoro o la presenza di legami familiari e sociali duraturi che indicano un radicamento nella società. Dal 2020 ha contribuito a regolarizzare quelle persone che hanno appunto costruito negli anni questo radicamento sociale.

Una forma di protezione simile è presente in 18 paesi europei su 27. La Francia e la Germania, ad esempio, hanno normative che sono molto simili alla nostra protezione speciale e mirano a stabilizzare le persone che possono dimostrare un radicamento sociale e fanno riferimento anche loro all’art. 8 della Cedu. La Germania, in particolare, pochi mesi fa, nel 2022, ha sostanzialmente copiato parte del nostro impianto prevedendo forme di riconoscimento della presenza stabile degli stranieri. É vero invece che non esiste al riguardo una normativa europea comune per tutti, per cui ogni Paese decide in proprio, con lo strumento più opportuno per le proprie esigenze.

Gli ultimi dati risalgono al 2021. Tra le 52.987 decisioni di prima istanza emesse nel corso dell’anno, si è registrato un aumento del riconoscimento degli status di protezione. Complessivamente, al 44% dei richiedenti è stato riconosciuto lo status di protezione in prima istanza: di questi, al 32% è stata concessa una forma di protezione internazionale, mentre al 12% è stato concesso lo status di protezione speciale (fonte: Asgi). Nel 2022 sono complessivamente 10.865 i cittadini stranieri che hanno ottenuto la protezione speciale. In Spagna 20.925 e in Germania 30.020 (fonte: Eurostat).

Mi sembra una misura basata su indiscutibili ed irrinunciabili principi umanitari, la cui eliminazione finirebbe con l’essere punitiva verso l’ultimo anello della catena migratoria: i più disperati fra i disperati. Il solito iniquo e sbrigativo metodo per non affrontare il problema e soprattutto per rinunciare a priori a gestirlo seriamente.

È significativo che il Parlamento non riesca a discuterne in modo costruttivo, che molti rappresentanti delle Istituzioni locali siano nettamente contrari, che si voglia sventolare una bandiera ideologica di risulta, infilandola sulla carne viva degli sfigati.

Si brancola nel buio. Come detto, la protezione speciale – che il governo vuole eliminare, attraverso gli emendamenti al decreto Cutro in sede di esame al Senato – e la dichiarazione dello stato di emergenza sono i due fronti di scontro maggioranza-opposizione in tema di immigrazione. Fronti che vanno oltre il Parlamento e coinvolgono anche sindaci e presidenti di regione di centrosinistra. Al disastro di Cutro si vuole aggiungere un altro potenziale disastro. Va considerato anche il fatto che, senza possibilità di concessione della protezione speciale, senza cioè questo ulteriore filtro, rischiamo di condannare alla clandestinità parecchie persone che non riusciremo comunque ad espellere e che saranno costrette a vivere di espedienti più o meno delinquenziali.

Complimenti ed auguri. Abbiamo un governo che non sa e non vuole governare, un Parlamento che non sa e non vuole legiferare, politici che tirano un sasso nella piccionaia migratoria per poi nascondere la mano dietro il mancato supporto della UE. Anche le opposizioni non brillano per proposte concrete e lungimiranti. Un giro vizioso e presuntuoso.

Ammettiamo pure che si tratti di affrontare un’emergenza (non è così perché si tratta di un problema esistente da molto tempo e conseguente ad annose ed errate politiche interne ed internazionali): le emergenze non si affrontano a colpi di maggioranza, ma coinvolgendo tutte le forze politiche e sociali, tutti i territori e le loro rappresentanze, tutta la popolazione correttamente informata, chiedendo sacrifici a chi può farli.

 

Mattarella bypassa Dublino e Visegrad

Italia e Polonia rinsaldano i loro rapporti. Un vero e proprio asse su immigrazione e conflitto ucraino, sancito dal lungo colloquio (oltre un’ora) che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha avuto con il suo omologo Andrzej Duda. Due Paesi che pagano il posizionamento geografico ai confini dell’Unione, e lo scotto, con carenza di solidarietà dell’Unione, di trovarsi in prima linea uno sul versante Sud-Mediterraneo, l’altro su quello orientale, entrambi alle prese con una vera e propria emergenza di carattere anche umanitario. Mattarella ha messo in evidenza la necessità di «una nuova politica di migrazione e di asilo dentro l’Unione, superando vecchie regole che sono ormai della preistoria», ha detto in chiaro riferimento agli accordi di Dublino (dal quotidiano “Avvenire”). 

Un piccolo grande capolavoro di diplomazia, di europeismo e di sensibilità politica. Non può sfuggire infatti come la Polonia faccia parte del gruppo di Visegrad, un insieme di Stati euroscettici a corrente alternata, vale a dire europeisti quando conviene al loro portafoglio e distanti da Bruxelles quando si tratta di mettere una mano sul cuore e una sul portafoglio. Ebbene Sergio Mattarella è riuscito, almeno a parole, a portare questo difficile partner europeo su posizioni compatibili con le problematiche della Ue nel suo complesso.

Ma non basta. Ritengo che il nostro Presidente della Repubblica abbia dato anche una lezione al governo italiano tracciandogli una via di ragionevolezza e di coerenza da seguire in politica estera. Non può sfuggire la differenza di stile e di linguaggio rispetto a quelli adottati da Giorgia Meloni e dai suoi ministri. Mio padre sosteneva acutamente e convintamente che «L’ è al tón ch’a fà la muzica…». Mattarella canta in modo perfettamente intonato e speriamo possa coprire le stonature governative.

Fino a qualche tempo fa i sondaggi dicevano che la fiducia della gente andava prevalentemente, se non addirittura esclusivamente, a tre istituzioni: Presidenza della Repubblica, Carabinieri e Chiesa Cattolica. Quanto ai carabinieri ci sarebbe molto da discutere. La Chiesa Cattolica dopo il bagno rigenerante bergogliano sembra avvitarsi su un triste passato di intrighi e scandali. Resta il Quirinale corroborato dalla cura mattarelliana fortunatamente proseguita oltre il protocollo terapeutico.

Non saremo mai sufficientemente grati a Sergio Mattarella. Al solo pensare all’ipotesi che non ci fosse lui, mi tremano le vene ai polsi. Che Dio ce lo conservi al suo posto almeno fino al termine del secondo settennato e che la ragionevolezza politica mantenga intatta questa istituzione. Ho fatto i calcoli temporali e il nuovo Capo dello Stato dovrebbe essere eletto dal nuovo Parlamento. Le Camere attuali scadono infatti, salvo scioglimento anticipato, nell’autunno 2027. Il secondo mandato di Mattarella scade nel gennaio 2029 salvo pateracchi pseudo-riformatori. De ‘d chi a là tant nin nase e tant nin móra. Lunga vita a Mattarella, breve vita politica a chi ci sta sgovernando.

 

Domandine difficilottine per papa Francesco

Dopo la recita del Regina Coeli, Francesco ha difeso il predecessore san Giovanni Paolo II, la cui figura negli ultimi giorni è stata al centro di accuse infamanti legate al caso Orlandi, mosse sulla base di anonimi “si dice”, senza testimonianze o indizi. Accuse che il Pontefice ha definito “illazioni offensive e infondate”. Queste le parole del Papa: “Certo di interpretare i sentimenti dei fedeli di tutto il mondo, rivolgo un pensiero grato alla memoria di san Giovanni Paolo II, in questi giorni oggetto di illazioni offensive e infondate”.

Il papa interpreta sicuramente anche i miei sentimenti. Però vorrei porgli qualche “domandina difficilottina”. Come mai, a distanza di quarant’anni dalla sparizione di Emanuela Orlandi e a distanza di dieci anni dalla sua salita al soglio pontificio, ha sentito il dovere di riaprire il caso senza rete protettiva? Evidentemente ritiene che la verità non sia finora emersa e che il Vaticano ne possa avere coperto una parte o il tutto. Di conseguenza pensa che i suoi predecessori non abbiano fatto quanto sta facendo lui, vale a dire promuovere un’indagine a trecentosessanta gradi senza guardare in faccia a nessuno?

E che dire del contesto affaristico e sessuale in cui ha navigato il Vaticano per decenni senza che i suoi predecessori se ne fossero preoccupati più di tanto ad esclusione di papa Luciani che ci ha lasciato le penne. Nessuno vuole “desantificare” papa Wojtyla, nemmeno Pietro Orlandi a cui va perdonato forse un eccesso di zelo indagatorio. Nessuno vuole sommergere il Vaticano sotto una valanga di “illazioni offensive e infondate”. Non crede papa Francesco che i cattolici in primis, ma anche tutti i cittadini abbiano diritto di conoscere un po’ di verità tenuta nascosta in questi quarant’anni? È quello che lui tesso, seppure con troppo ritardo, sta tentando di fare. E allora aspetti un attimo prima di scandalizzarsi e magari faccia anche lui qualche indagine su personaggi che tuttora bazzicano il Vaticano con incarichi di un certo livello.

Credo che sia stato eletto per tentare di recuperare il discredito in cui era caduta la Chiesa. In parte c’è riuscito, ma forse solo in parte. Probabilmente le ostilità che sta incontrando dipendono non tanto da questioni dottrinali o pastorali, ma proprio dal timore che possa toccare certi equilibri e far venire a galla certa robaccia. Ammetto che possa sapere tante cose che per carità cristiana non si possono dire. La misericordia è il tratto dominate del suo pontificato. Ma non può esserci misericordia senza verità ed ammissione delle colpe. E qualcuno in Vaticano di colpe ne ha, come del resto ne ho anch’io nel mio piccolo.