Il campionato delle scimmiette

Il mondo del calcio italiano è sempre più in subbuglio, nuvole minacciose incombono e lasciano intravedere una crisi profonda negli assetti societari, negli aspetti finanziari e nei rapporti commerciali. Il castello non regge più ed i terremoti sono in corso o dietro l’angolo.

Ebbene in questa situazione cosa fanno i protagonisti? Continuano imperterriti a svolgere il loro compitino. I giornalisti si occupano delle traballanti difese delle grandi squadre. I moviolisti discutono di fuorigioco semi-automatico. I giocatori fanno le bizze ( ultimo Zaniolo per tutti). I tifosi a Napoli esultano per l’imminente scudetto, nelle altre piazze protestano ora contro le società, ora contro i calciatori, ora contro la giustizia sportiva, ora contro la Federazione. I manager delle società calcistiche fanno finta di concludere affari senza avere il becco d’un quattrino e scambiandosi giocatori tanto per dare un po’ di fumo negli occhi alle tifoserie sempre più disincantate e camuffare i bilanci sempre più disastrosi.

Delle suddette proteste l’unica che ammetto, nella sostanza e non nella forma violenta (per questa ci vorrebbe il pugno durissimo così come per le società che vivono di espedienti amministrativi), è quella contro i calciatori superpagati che fanno i loro porci comodi, minacciando fughe verso lidi più remunerativi (vergogna!!!).

Tutti fanno come le tre scimmiette che non vedono, non sentono, non parlano. Il redde rationem si sta avvicinando a meno che…il capitalismo non abbia nel cassetto una qualche soluzione di riserva: forse in tutti c’è la (quasi) certezza che il calcio non possa finire, un retropensiero duro a morire. Il mio divorzio con questo assurdo mondo avvenne proprio nel momento in cui la squadra di Parma era in auge: mi chiesi il perché io dovessi soffrire o gioire per gli interessi economici di Calisto Tanzi, il patron della Parmalat e del Parma Calcio. Ebbi ragione da vendere, il tempo dimostrò che non ne valeva la pena.

Forse qualcuno sta cominciando ad aprire gli occhi, anche se tutto continua ad essere più o meno mediaticamente coperto. A volte, seguendo qualche partita di calcio, mi sento persino in colpa nella mia radicalità anti-sistema.

Poi vado a rileggere il libro di ricordi sulla vita di mio padre. Cosa direbbe lui oggi di calciopoli, Moggiopoli e via dicendo. Forse riprenderebbe le ingenue esclamazioni di mia madre di fronte alla sarabanda degli uomini che ruotano attorno al calcio: “Co’ farisla tutta ch’la génta lì s’a ne gh’ fìss miga al balón?”. Non avrebbero più pane per i loro denti, il castello crollerebbe rovinosamente ed in effetti qualche serio cedimento ha cominciato a verificarsi.

Il concetto, che aveva mio padre del fenomeno calcio, tagliava alla radice il marcio; viveva con il setaccio in mano e buttava via le scorie, era un “talebano” del pallone. Per evitarle accuratamente pretendeva che il dopo partita durasse i pochi minuti utili per uscire dallo stadio, scambiare le ultime impressioni, sgranocchiare le noccioline, guadagnare la strada di casa e poi…. Poi basta. “Adésa n’in parlèmma pu fìnna a domenica ch’ vén”. Si chiudeva drasticamente e precipitosamente l’avventura calcistica in modo da non lasciare spazio a code pericolose ed alienanti, a rimasticature assurde e penose. Altri bei tempi.

Si badi bene che mio padre non era un soggetto che seguiva la partita in modo distaccato; era molto coinvolto, amava il calcio, (lo considerava lo sport più bello del mondo perché semplice, giocabile da tutti, per tutti molto comprensibile, affascinante e trascinante nella sua essenzialità, spettacolare nella sua variabilità ed imprevedibilità), sentiva fortemente l’attaccamento alla squadra (soprattutto nelle partite stracittadine con la Reggiana soffriva fino in fondo) e non sottovalutava il fenomeno “calcio” (fotball come amava definirlo in una sorta di inglese parmigianizzato).

Resta la nostalgia, restano i ricordi e la sempre più dimostrata verità secondo la quale si vive anche di ricordi.  Vale per tante questioni, calcio compreso. L’importante è non fare finta di niente, come se niente fosse. Sicuri solo di una cosa: non sarà mai possibile, come auspicava un mio zio, più contestatore che bastian contrario, che il calcio diventi un gioco in cui ventidue palloni rincorrono un uomo (o una donna). Sarebbe troppo bello!

 

Se questo è un ministro…

Durante una rappresentazione teatrale a livello parrocchiale, un attore improvvisato, che non aveva imparato a dovere la sua parte, ad un certo punto, nel momento di massima tensione drammatica della vicenda, si bloccò su una battuta: “questa casa va a catafascio”. Di lì non ci si muoveva, la frase veniva ripetuta alla ricerca dell’imbeccata da parte degli altri protagonisti che non arrivava, il suggeritore non sapeva più che pesci pigliare, la recita si impantanò, venne calato il sipario, sperando che il pubblico apprezzasse il colpo di scena, mentre invece si scatenò in urla e fischi contro tutto e tutti. La commedia finì malissimo: un fiasco pazzesco.

Seguendo il dibattito/intervista andato in onda a Otto e mezzo su La 7 con protagonista il ministro nonché vice-presidente del Consiglio, nonché leader contrastato della Lega, nientepopodimeno che Matteo Salvini, si aveva la sensazione di ascoltare un disco rotto o un attore che, come quello di cui sopra, si era dimenticato la parte e ripeteva continuamente una lezioncina frettolosamente imparata a memoria del tipo: “Io non mi curo di queste minutaglie (si parlava di intercettazioni telefoniche, di immigrazione, di armi all’Ucraina, etc. etc.) ho ben altro a cui pensare e da fare, ponti, strade, ferrovie, lavori pubblici; non mi posso distrarre…”. La puntata televisiva è andata avanti su questo binario, complice anche una scarsa capacità degli intervistatori di costringere il personaggio a venire giù dal pero.

Mi ricordo di un altro episodio occorsomi durante la mia vita professionale. Ero componente di una commissione d’esame ad un corso finalizzato alla formazione, selezione e assunzione di addetti contabili per società cooperative. Un candidato, alla domanda riguardante la struttura di un bilancio societario, rispondeva insistentemente con un “capirete se non so come è fatto un bilancio…”.  Al che il collega che mi affiancava sbottò: “Se lo sa, meglio per lei, ma ci faccia la cortesia di dimostrarcelo: è meglio anche per lei…”. Il botta e risposta surreale prosegui per qualche minuto, poi finalmente il candidato si sciolse e si sfogò: era stato trattato molto male in un precedente rapporto di lavoro in una cooperativa e quindi non credeva nella serietà della procedura in cui si era reimmesso. A quel punto, dopo avergli espresso tutta la nostra comprensione e l’impegno a sollecitare un più serio comportamento da parte delle aziende che attingevano ai candidati selezionati e proposti, il colloquio poté svolgersi regolarmente, con un discreto esito finale. Non ricordo come finì la storia. Ricordo solo che assomiglia molto al colloquio tra i “commissari de La 7” e il ministro Salvini sotto esame. Lui alla fine non si è sfogato, ha tenuto la parte fino in fondo, ha fatto una gran brutta figura da tutti i punti di vista.

E questo sarebbe un ministro del nuovo governo? E questo sarebbe un vice-presidente del Consiglio? E questo sarebbe il leader di un partito politico di maggioranza? E questo sarebbe uno che la sa lunga e ottiene consensi e voti? Sono stato pervaso da un senso di grande tristezza. Speriamo che almeno Matteo Salvini si dedichi veramente alle opere pubbliche dipendenti dal suo ministero. Ho seri dubbi però che chi non ha una visione generale della situazione possa dedicarsi alle cose particolari. Se si costruisce una casa non è che chi installa l’impianto idraulico possa fregarsene altamente del progetto, del progettista, del capo-mastro, degli artigiani ed operai impegnati in altri aspetti della costruzione. Sarà una casa destinata ad andare a catafascio…

 

Quando la memoria si accorcia…

Giorgia Meloni nel 1996 a 19 anni: “Mussolini è stato un buon politico, il migliore degli ultimi 50 anni”. Era il 1996. In Italia, due alleanze concorrevano alle elezioni del 21 aprile. La destra con il partito di Silvio Berlusconi, Forza Italia, Alleanza Nazionale e il CDD. La sinistra con il partito di Romano Prodi, il PDS, il PPI e le varie sinistre (coalizione dell’Ulivo). In un servizio del telegiornale francese Soir 3 Giorgia Meloni, all’epoca 19enne, viene descritta come una militante molto attiva di Alleanza Nazionale che riprende idee neofasciste. Nell’intervista in francese, la Meloni spiega che Mussolini è stato un buon politico per l’Italia, un’idea (secondo la tv francese) condivisa dal 61% dei militanti di Alleanza Nazionale e da sua madre, Anna Paratore, ex militante del partito fascista MSI e poi di Alleanza Nazionale.

Poi è cominciato il cammino di conversione (?) fino ad arrivare a circa due mesi fa quando, in merito alla celebrazione dell’anniversario del Movimento Sociale Italiano, ha dichiarato in conferenza stampa: “Ha traghettato verso la democrazia milioni di italiani sconfitti dalla guerra. Ha partecipato ad eleggere presidenti della Repubblica: si può condividere o no, ma è stato un partito della destra democratica, dell’Italia democratica e repubblicana. Ha avuto un ruolo nella battaglia contro il terrorismo”.

Cimeli fascisti, bassorilievo e statua del duce Benito Mussolini: «C’è anche un simbolo comunista, ma gliel’ho messo sotto i piedi», dice ridendo Ignazio La Russa in un video girato a casa sua. Le immagini risalgono al 2018. La Russa è il nome che la senatrice a vita Liliana Segre, testimone dell’olocausto e chiamata a presiedere le prime sedute di Palazzo Madama, ha scandito per dichiararlo nuovo presidente del Senato.

“Me ne frego della liturgia, la verità è che, quando esprimo le mie idee, rosicano. Se avessero voluto uno solo per dirigere il traffico dell’aula di Palazzo Madama, avrebbero potuto eleggere un semaforo. Io non rinuncio, e non rinuncerò mai, al mio pensiero”. Così Ignazio La Russa in un colloquio con il Corriere della Sera. In occasione del compleanno del Msi, “ho deciso di intervenire anche io. Rispetto le sensibilità della comunità ebraica, ma li invito a documentarsi bene. Anche perché il Msi è sempre stato schierato a favore di Israele, mentre pezzi di sinistra, spesso, tifavano per i palestinesi. E se Almirante scriveva su ‘La difesa della razza’ “poi riconobbe l’errore. E fondò un partito che ha eletto capi di Stato, sostenuto la democrazia”. “Io rispetto le leggi, i valori costituzionali, in aula sono imparziale e super partes. Ho le mie idee. Non le rinnego. E ho il diritto di celebrare la figura di mio padre, con orgoglio e senso di appartenenza ad un partito dove, a lungo, ho militato anche io. Dov’è il problema?”.

Considero semplicemente agghiacciante che simili personaggi rivestano le massime cariche dello Stato e che abbiano avuto il conseguente ardire di sedersi in prima fila al Quirinale per celebrare la memoria della Shoah. Che vergogna! Non butto la croce addosso a nessuno, ma confesso che la loro vista mi disturbava. Per fortuna la cerimonia è stata bellissima e commovente e l’intervento del Presidente Mattarella, come al solito, veramente perfetto.

Non posso accettare che esponenti politici con un passato-presente pieno di ombre neofasciste e di tolleranze per non dire simpatie verso il fascismo, rappresentino la Repubblica. Mi si dirà che sono stati regolarmente e democraticamente votati. Non mi basta! La storia e la Costituzione vengono prima delle urne e vanno oltre i suoi responsi.

Succede come nelle peggiori malattie: è più grave la nostalgica e subdola ricaduta del neofascismo rispetto alla insensata, conformistica ed opportunistica caduta del fascismo. Nel caso, errare è (dis) umano, perseverare è diabolico. La storia si è incaricata di dimostrare inequivocabilmente che il razzismo è presupposto culturale e frutto inevitabile del nazifascismo vecchio e nuovo.

Io, in coscienza, la penso così!  Se gli italiani dormono, si svegliassero! Se fossi giovane, prenderei in seria considerazione di emigrare; sono anziano e mi rifugio nei ricordi famigliari, parentali, amicali, politici e sociali. Ciononostante soffro e non posso tacere. Non credo di dover chiedere scusa, semmai scusa dovrebbe chiederla qualcun altro. E poi chissà perché l’antisemitismo e il razzismo ritornano d’attualità!? Giorgia Meloni e Ignazio La Russa non ne saranno certamente sola causa ed infausto effetto, però…

 

 

 

Gli insegnanti gabbati e ingabbiati

Torna a far discutere il tema dei finanziamenti alla scuola e, soprattutto la questione degli stipendi agli insegnanti che potrebbero essere differenziati anche in base al territorio. La scuola pubblica ha bisogno di nuove forme di finanziamento, anche per coprire gli stipendi dei professori che potrebbero subire una differenziazione regionale. E per trovarle, si potrebbe “aprire ai finanziamenti privati” ha detto il ministro dell’istruzione e del merito Giuseppe Valditara alla piattaforma di dialogo promossa da PwC e gruppo Gedi “Italia 2023: persone, lavoro, impresa”. Bisogna “trovare nuove strade, anche sperimentali, di sinergia tra il sistema produttivo, la società civile e la scuola, per finanziare l’istruzione, oltre allo sforzo del governo” ha spiegato il ministro. (Rainews).

Quando il clima è teso e difficile, a parlare si sbaglia sempre e quindi, come minimo, prima di dare aria ai denti bisognerebbe contare fino a dieci. É il caso dei ministri del governo Meloni, che a turno sparano una cazzata al giorno sperando di togliere il medico di torno al Paese.

Il ministro della giustizia Carlo Nordio, che ha scatenato una stucchevole e sdruccevole polemica sull’uso delle intercettazioni telefoniche nelle inchieste, ha passato il testimone al collega Giuseppe Valditara ministro dell’istruzione, che sembra tornare, in modo riveduto e scorretto, al famigerato discorso delle gabbie salariali per gli insegnanti, con l’aggiunta di un pizzico di finanziamenti privati per la scuola pubblica.

Le reazioni negative non si sono fatte attendere e non è mia intenzione entrare nel merito di questa polemica che probabilmente durerà fino a quando il premier Meloni dichiarerà che ogni e qualsiasi riforma della scuola dovrà essere preventivamente discussa con i sindacati (come dire che delle fantasiose trovate del suo ministro non se ne farà proprio nulla).

Posso capire la smania di dare l’impressione di voler intervenire su tutti i problemi e certamente il problema della scuola e degli stipendi vergognosi degli insegnanti è in cima alla lista, ma non basta spararle grosse per avviarli seriamente a soluzione. Anche perché queste incaute sparate costringono ad inevitabili e farsesche marce indietro.

Stimolato da una dotta dissertazione del filosofo Massimo Cacciari, sono andato e riprendere la differenza etimologica fra istruzione ed educazione. Istruire vuol dire introdurre nozioni e cose utili nel soggetto a cui ci si rivolge; educare significa esattamente il contrario, vale a dire “tirar fuori, estrarre” elementi comportamentali dal soggetto interessato.

Non è un caso se il ministero che si occupa di queste cose si chiama appunto ministero dell’istruzione a cui è stato recentemente aggiunta la locuzione “del merito”: gli insegnanti vengono quindi trattati da istruttori e non da educatori con tutte le conseguenze del caso. Tra queste anche quella di pagarli poco e male e magari quella di differenziare il loro compenso su base regionale e in base al costo della vita: operai della scuola, che sfornano in serie prodotti di fabbrica. Senza sottovalutare il lavoro degli operai e l’importanza delle fabbriche.

Ho sempre avuto un concetto molto alto della scuola e degli insegnanti. Cerchiamo di essere seri: di considerare cioè la scuola come la più importante agenzia educativa dopo e assieme alla famiglia e di ritenere gli insegnanti come veri e propri educatori e non istruttori pagati a cottimo su scala regionale.

Una malattia psico-politica

All’avvio della legislatura la rabbia di Silvio Berlusconi venne messa nero su bianco in un “pizzino” che fece il giro del mondo. Il Cavaliere, dopo aver incassato il no alle sue pretese/proposte relative alla compagine ministeriale in via di formazione e dopo aver mandato al diavolo La Russa (“Giorgia non ha disponibilità ai cambiamenti, è una con cui non si può andare d’accordo”), mise per iscritto alcuni appunti da cui risultava una fotografia piuttosto netta e schietta di Giorgia Meloni: “Supponente, prepotente, arrogante e offensiva”. Berlusconi non ha mai fatto marcia indietro rispetto a quei giudizi così pesanti, qualcuno pensa che fossero stati appositamente messi a portata di telecamere per esprimere tutte le proprie perplessità su un leader improvvisato e inconsistente.

Supponente, prepotente, arrogante e offensiva. Proviamo a coniugare questi aggettivi spregiativi con il comportamento effettivo di Giorgia Meloni nei primi tre mesi circa di governo.

Supponente è un individuo che dimostra o rivela una sdegnosa superiorità, una persona presuntuosa, altezzosa, saccente e sussiegosa. Giorgia Meloni ha vestito i panni dell’umiltà verso i poteri forti: Mario Draghi, l’Ue, la Nato, l’Economia. Ha sprigionato tutta la sua presunzione in fatto di identità valoriale e di politica sociale: rivendicando la propria storia personale, la propria mission corporativa, il proprio populismo a servizio dei ricchi per togliere ai poveri.

Prepotente è chi ostenta spirito egoistico e volontà di sopraffazione. Forse la prepotenza l’ha dimostrata più nei confronti degli alleati che degli avversari. Si sente forte e quindi… Salvini è a cuccia, Berlusconi a letto. Non contano un cavolo. Anche sulle nomine di sotto-governo farà la voce grossa, lasciando ai partner di governo solo qualche briciola. Arriviamo addirittura ad una sorta di sindrome di Stoccolma di leghisti e forzisti. Fino a quando non si sa, per ora è così.

Arrogante è colui che esprime un senso di superiorità nei confronti di un altro soggetto, manifestato attraverso un costante disdegno e un’irritante altezzosità. Giorgia Meloni ha cominciato subito al primo incontro col capo dello Stato, sembrava lei il presidente della Repubblica, era lei che si autocandidava, era lei che giganteggiava: a Berlusconi non rimase che alzare il sopracciglio e a Salvini ingoiare la pillola. L’arroganza si esprime anche e soprattutto nel continuo rimangiarsi la parola alla faccia di chi l’ha votata: il suo governare è un continuo fare e disfare dettato da incompetenza, ma spacciato come capacità di mediazione (con i benzinai, con tutti quanti vengono alle prese col governo). Anche i suoi ministri fanno la figura dei cani che abbaiano fin che non interviene la padrona a metterli a tacere. Provano ad alzare la voce, ma viene loro chiuso immediatamente il becco.

Offensivo è un soggetto che lede la dignità, l’integrità o l’autorità altrui. Forte del suo crescente consenso popolare, sta dimostrando scarso rispetto per le istituzioni, per le forze sociali e per quelle economiche, persino per le corporazioni che l’hanno elettoralmente sostenuta. Gode di un eccessivo riguardo a livello mediatico, sfrutta al massimo la sua femminilità peraltro giocata al maschile. Sensibilità zero, considerazione per gli altri sì, soltanto per chi le conviene e torniamo così da dove siamo partiti.

Il cerchio di Giorgia Meloni si chiude. Mi sembra un’accozzaglia di tutti i peggiori difetti della politica in versione femminile. E gli italiani? Per ora la stanno bevendo da botte. Fino a quando non lo so. Probabilmente, se non succederà qualche finimondo esterno o qualche tragico incidente interno (non lo auguro all’Italia), andremo avanti parecchio.

Mio padre raccontava la gustosa barzelletta di quel bambino che, in un linguaggio equivoco tra italiano e dialetto parmigiano, terminava la poesia di Natale con: «…e tanti ingurij al papà…». Al che il padre rispondeva: «Sì, e un m’lon in tla schén’na a tò mädra…». La Meloni nella schiena ce l’abbiamo tutti, anche chi non l’ha votata come il sottoscritto. Per esorcizzarne o almeno attutirne l’effetto un mio arguto conoscente l’ha simpaticamente “sottonominata” Giorgia Cocomeri.

 

 

 

 

 

Realgeopolitik a prova di sciacallaggio

In un clima di guerra lo sciacallaggio è sempre stato di casa e lo si può esercitare in diversi modi, rovistando tra le macerie alla ricerca di qualche oggetto prezioso o comunque riciclabile, incassando tangenti dalle forniture militari e dalle situazioni emergenziali. Sembra che la corruzione stia viaggiando a pieno regime nel governo dell’Ucraina: non c’è da scandalizzarsi, ma nemmeno da sorvolare.

L’assetto politico di questo Paese non è tranquillizzante e dovrebbe indurre a molta cautela nello spalancare porte e finestre ad uno Stato aggredito e che quindi merita aiuto, ma che dovrebbe anche dimostrare di meritarselo, soprattutto in prospettiva.

È pur vero che tutti gli Stati democratici sono ammalati di corruzione e non possono stare a sottilizzare con i loro partner, è altrettanto vero che ad uno che sta annegando non si possono fare esami del sangue per verificarne la salute, tuttavia la situazione politica dell’Ucraina non sembra per nulla rassicurante a livello di correttezza amministrativa e di rispetto dei principi democratici.

La difesa dell’Ucraina sta sempre più assumendo il carattere di una diga in difesa dell’Occidente e degli equilibri internazionali contro la minaccia destabilizzante portata dalla Russia. Se è così non ha tanto importanza chi governa o governerà l’Ucraina, ma il fatto che essa rimanga autonoma o ancor meglio che rientri nell’area europea e nell’alleanza atlantica. La “realgeopolitik” impone questi discorsi e la pace purtroppo viene in subordine ad essi.

Ho recentemente ascoltato fior di esperti affermare che l’escalation bellica potrebbe comportare anche interventi diretti nel conflitto da parte delle forze armate occidentali: a estremi mali estremi rimedi? Preferisco dire che gli estremi rimedi servono solo a estremizzare i mali. Ma, come noto, io sono un pacifista incallito e, dal momento che non trovo interlocutori a livello politico (il PD non ha il coraggio di dire nemmeno una parolina al riguardo), non posso che rifugiarmi culturalmente nel pur problematico pensiero di papa Francesco: «…è lecito fermare l’aggressore ingiusto. Sottolineo il verbo “fermare”. Non dico bombardare, fare la guerra. “Fermarlo”. I mezzi con i quali si possono fermare, dovranno essere valutati… una sola nazione non può giudicare come si ferma questo, come si ferma un aggressore ingiusto…».

Mio padre affermava ironicamente: “Quand as trata ‘d fär ‘na guéra ig mètton un minùd par decìddor, quand as trata ‘d far la päza i tiron fôra stanta milla bàli…”.

 

Per qualche daspo in più

Un pullman distrutto dalle fiamme ed almeno 5 persone ferite. É questo il bilancio della guerriglia urbana che ha visto contrapposti tifosi della Paganese e della Casertana, avvenuta tra via San Domenico e via Leopardi a Pagani, a poche centinaia di metri dallo stadio “Torre”. 

A due settimane dagli incidenti in autostrada tra ultras del Napoli e della Roma che hanno paralizzato l’Italia il calcio è ancora una volta sinonimo di violenza tra bande opposte. Una partita considerata a rischio quella tra Paganese e Casertana e per la quale entrambe le società, nei giorni che l’hanno preceduta, hanno fatto appello alla calma sperando che il derby campano fosse una festa per i tifosi e per lo sport. 

Appelli che sono caduti nel vuoto con la follia ultrà che è stata protagonista del pomeriggio. Tutto è accaduto poco prima del fischio d’inizio della gara, in programma alle 15,30. Un bus Mataluna proveniente da Caserta e che trasportava una cinquantina di tifosi rossoblù è stato fatto bersaglio di un vero e proprio agguato, con lancio di petardi contro il veicolo. 

Durante i disordini la parte posteriore del pullman è stata data alle fiamme, che ben presto si sono propagate a tutto il mezzo. I tifosi a bordo sono stati fatti scendere rapidamente e messi in salvo. Il rogo, che ha anche attinto la parte esterna di una palazzina, è stato spento dai vigili del fuoco intervenuti sul posto. 

Nei concitati minuti successivi si sono registrati scontri tra bande lungo la strada che conduce allo stadio. Tafferugli su cui sono ora in corso accertamenti da parte dei carabinieri di Nocera Inferiore che sono stati coadiuvati dai colleghi di Salerno per sedare gli animi. (Caserta news).

Il pensiero è andato spontaneamente al durissimo intervento repressivo del governo contro i cosiddetti rave party, vale a dire manifestazioni musicali autogestite, dall’accesso completamente libero e gratuito per chiunque. Caratterizzate dal ritmo incalzante della musica, principalmente tecno, goa, acid house, jungle, drum & bass o psy-trance, dagli stravaganti ambienti allestiti, da performance di artisti, giocolieri e giochi di luce, si tengono solitamente in spazi isolati, per esempio all’interno di aree industriali abbandonate o in grandi spazi aperti, come campi, cave, boschi e foreste, con durata variabile da una notte fino a più di una settimana.

Si è entrati a gamba tesa non tanto per difendere l’ordine pubblico (le leggi al riguardo esistevano già, il fenomeno è molto contenuto, le violazioni sono più folkloristiche che rivoluzionarie), ma per dare un segnale propagandistico alla gente assetata di legalità, per tenere fede ai messaggi elettorali lanciati a piene mani in senso repressivo.

C’è però anche un inconfessabile scopo che è quello di normalizzare tutta la spinta contestatrice giovanile, criminalizzandola con lo spauracchio dello spaccio e del consumo di droga e con il timore di violazioni al diritto di proprietà sugli spazi e sugli immobili: tolleranza zero verso chi osa trasgredire non tanto l’ordine pubblico, ma il quieto vivere di una società sazia e disperata. Alla fastidiosa cultura della trasgressione si vuole rispondere con quella del moderno manganello. Non è un caso se i politici del nuovo (?) corso hanno utilizzato spesso, e talvolta a casaccio, l’espressione reazionaria de “la pacchia è finita” (o roba del genere).

Mi si dirà che la destra non fa che mostrare il suo vero volto: non mi stupisce il fatto in sé stesso, mi colpisce l’indifferenza con cui viene assorbito, senza fiatare, quasi come l’inevitabile destino di una società sbagliata. Alle contraddizioni di una società in crisi si risponde con il mero ripristino di una finta e falsa legalità.

Ma vengo ai disordini provocati dalle tifoserie calcistiche. Come mai di fronte a questi eventi, molto frequenti e cruenti, non si risponde con eguale fermezza, con altrettanta tempestività e durezza? La risposta è molto semplice, tale da qualificare come puramente retorica la domanda. Qui è in gioco il sistema economico di cui il calcio è parte integrante a tutti i livelli e con tutti i difetti di una società allo sbando: dalla violazione delle regole finanziarie alla distrazione di massa, dalle triviali “inequità” alle porcherie della ingiustizia sportiva, dalla mediatizzazione del circo calcistico alla coccodrillesca moralità che lo circonda.

E allora possono bastare i daspo per dare un colpo al cerchio e gli aiuti alle società calcistiche per dare un colpo alla botte. Non chiamateli tifosi. Non lo sono. Sono delinquenti e come tali dovrebbero essere trattati. Ma allora come si fa a tenere in piedi il calcio? I tifosi sfogano le loro frustrazioni, i club rispondono al loro istinto di conservazione, i media si guadagnano il pane a tradimento. E i governanti? Stanno a guardare e non possono disturbare. Impiegano forze e risorse pazzesche per dare un po’ di fumo legalitario negli occhi di chi preferisce non vedere. Ma pugno duro con i rave, loro sì che si possono e si devono combattere. E gli elettori applaudono, ridendo allegramente.

Due papi al prezzo di uno…stallo reazionario

Il cardinale Gerhard Mueller, nel suo ultimo libro “In buona fede”, è spietato su papa Francesco: i suoi amici privilegiati se accusati di abusi; un cerchio magico fa le nomine in Vaticano; il «no» alla messa in latino avrebbe addolorato e allontanato le frange tradizionaliste; il pontefice si sarebbe circondato da persone «non preparate dal punto di vista teologico»; in Vaticano ormai le informazioni circolerebbero «in modo parallelo»: da una parte i canali istituzionali purtroppo sempre meno consultati dal pontefice, e dall’altra quelli personali utilizzati persino per le nomine dei vescovi o dei cardinali; la gestione dell’affair  Becciu, il cardinale accusato di essersi arricchito assieme ai suoi famigliari con i fondi della Segreteria di Stato vaticana, sarebbe stata portata avanti senza prove e senza possibilità di difesa per l’interessato.

Il cardinal Mueller, l’ex  Prefetto della Dottrina della Fede, allontanato da questo incarico, ha il dente avvelenato contro il papa ed è diventato la punta di diamante dell’opposizione, i cosiddetti tradizionalisti o “indietristi”, presenti più che mai all’interno della gerarchia cattolica (ma anche nel popolo di Dio), ringalluzziti dalla strumentale enfatizzazione dell’insegnamento ratzingeriano innescato dalla morte del pontefice emerito: vogliono inchiodare la Chiesa al passato, arrivando persino a “sputtanare” papa Francesco, accusandolo di autoritarismo (ma non sono loro gli scrupolosi assertori dell’infallibilità papale?), di avere creato una sorta di cerchio magico a Santa Marta (proprio loro che appartengono alla consorteria del potere curiale!), di creare corsie privilegiate (la predica viene dal pulpito di chi punta ad una Chiesa collusa col potere all’affannosa ricerca di privilegi e di connivenze!!!), di destrutturare la comunità cristiana (ma Gesù non voleva strutture rigide, schemi prefabbricati, voleva la carità come struttura portante), di tagliare nettamente la lingua latina nella liturgia (ma il Concilio Vaticano II non aveva collegialmente deciso una linea?).

L’accusa di modernismo è vecchia come il cucco: l’hanno formulata verso Gesù, quindi… Papa Francesco non sarà perfetto, mi accontento di viverlo e verificarlo come pastore evangelico. E se lo vadano una buona volta a rileggere il Vangelo questi signori, che confabulano nei sacri palazzi, osservando solo “la tradizione degli uomini”.

Mi piace immaginare come reagirebbe mia sorella Lucia di fronte a questi attacchi sconsiderati. Direbbe con ogni probabilità: ”Cosa dovrebbe fare il papa con questa manica di reazionari preoccupati soltanto di difendere il loro potere, gente inaffidabile e intrigante? Se si è creato un gruppo di collaboratori di fiducia, ha fatto benissimo…”. Il loro modo di agire la dice lunga sulla loro mala fede: lanciano i sassi e poi nascondono la mano dietro il ricordo di Benedetto XVI. Lavorano nell’ombra, sputano veleni, lanciano accuse in stile prettamente curiale. E pretenderebbero di essere rispettati e considerati? Ma mi facciano il piacere!

Di fronte a questa incresciosa situazione, mentre c’è in atto il chiaro tentativo di indebolire il papato, partono i pompieri, i negazionisti delle due correnti presenti all’interno della Chiesa, vale a dire quella dei conservatori e dei progressisti, quanti cioè che vogliono a tutti i costi affermare il continuismo tra il papato di Ratzingher e quello di Bergoglio, coloro che considerano il pluralismo all’interno della Chiesa come un pericolo e non come una ricchezza. Sembrano, tanto per fare un paragone politico, quelli che “destra e sinistra per me pari sono”, salvo andare regolarmente a votare per la destra.

Papa Francesco, che non invidio affatto, ha due possibilità su cui giocare: fregarsene altamente di questa falsa opposizione, contando sul proprio carisma e sul consenso popolare, ma soprattutto puntando al discorso evangelico senza se e senza ma, rilevando come gli oppositori non abbiano un leader da portare avanti e quindi evidenzino una estrema debolezza tattica aggiunta ad una scoperta strategia reazionaria; provare a rafforzare le basi teologiche del suo pontificato inserendo tra i suoi fedelissimi personaggi di alto spessore che sappiano contrastare ogni e qualsiasi tentativo di “ereticizzare” la sua pastorale e provare a riformare, pur con la dovuta cautela, la struttura curiale e un po’ tutto l’ambaradan gerarchico della Chiesa.

La seconda strada darebbe indubbiamente maggiori garanzie di tenuta nel tempo, ma forse non avrebbe il tempo di avviarsi compiutamente data l’età avanzata del papa e la sua salute piuttosto cagionevole. La prima prescinderebbe da valutazioni di opportunità per attestarsi sulla sostanza evangelica scelta come riferimento globale e totale del pontificato francescano.

Termino la riflessione ponendomi una provocatoria domanda a livello mediatico: non è per caso che d’ora in poi saremo costretti a sorbirci citazioni parallele in una sorta di “maanchismo papale” della serie “papa Francesco dice, ma anche papa Benedetto ha detto”. Convergenze parallele? Non più di tanto! Forse convergenze soprattutto frenanti e fuorvianti. E lo Spirito Santo? Se la vedrà Lui!

Il corridoio dei valori perduti

Dopo essere stato un antesignano esperienziale del partito democratico, dopo averne salutato con una certa fiducia la nascita, dopo averlo votato in parecchie consultazioni elettorali, ho cominciato a coglierne le grosse contraddizioni e i pericolosi e scivolosi equivoci, che mi hanno via via portato a non votarlo più e a criticarlo aspramente. Sono tutt’ora estremamente critico nei confronti di questo partito e piuttosto scettico sulle sue prospettive.

Di qui a scaricare sul PD ogni e qualsiasi colpa riguardante la penosa situazione politica che stiamo vivendo ci passa una certa differenza. Non c’è fonte mediatica che non giochi a sparare sul pianista piddino reo di tutte le peggiori suonate che si ascoltano in Italia, in Europa e nel mondo intero. Tutti si esercitano nella ricerca degli errori e delle lacune di questa forza politica: questa è la vox mediatica che si trasforma in vox populi (almeno stando ai sondaggi) e addirittura in vox dei (una delle accuse è infatti quella di tradimento: un Giuda che ha venduto la sinistra per qualche moneta d’argento).

Un partito alla deriva, che ha perso l’identità, che ha dimenticato la propria storia, che ha perso i collegamenti sociali, che ha buttato il bambino dei valori assieme all’acqua sporca delle ideologie. Questo lo spietato, insistente e inconcludente referto mediatico. Questa impietosa diagnosi finisce oltre tutto per assolvere in tutto e per tutto le forze politiche attualmente dominanti.

Tutto però si ferma in superficie, nessuno osa contestualizzare ed approfondire i discorsi. Gino Bartali diceva: «L’è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare!». Sono diventati tutti bartaliani… È vero che i nodi non stanno venendo al pettine, che il congresso del PD sta girando intorno ai veri problemi per rifugiarsi nel riciclaggio leaderistico, che i candidati alla segreteria fanno molta fatica a cogliere le esigenze di rinnovamento, ma una questione fondamentale è stata tuttavia posta dai cattolici democratici, dagli ex-democristiani di sinistra, dai popolari appartenenti alla cultura cristiana, vale a dire la necessità di un ritorno alla virtuosa combinazione da cui è partito il PD, la fusione calda fra cultura comunista e cultura cattolica.

Questa spinta iniziale si è affievolita fino ad esaurirsi, sostituita dall’egemonia castale dei post-comunisti, portando il partito ad una doroteizzazione crescente e fuorviante, ad una pigra subalternità al pensiero liberista, ad un leaderismo forzoso e sbrigativo, ad una vocazione maggioritaria nel quadro di un bipartitismo di importazione, ad un nuovismo equivoco e smemorato, ad una forza politica radical-chic, ad un rifugio nella pur sacrosanta difesa dei diritti civili a scapito di quelli sociali, ad un salotto perbenista di pochi a scapito della “disperazione” di molti.

La funzione storica dei cattolici-democratici non è stata riconosciuta: De Gasperi, Moro, Dossetti, La Pira, Don Milani sono stati messi in soffitta. Le due culture di partenza non si sono confrontate, ma sono servite quasi esclusivamente a pesare la spartizione del potere. Il fermento cattolico è stato bellamente dribblato. Si è fatto finta di non sapere che la dottrina sociale della Chiesa è alla base della Costituzione, che certi valori come l’atlantismo critico e la difesa del diritto al lavoro fanno parte di un patrimonio proveniente dalla cultura cattolica, che la crisi politica è crisi di classi dirigenti ma anche crisi di popolo conseguente alla fine dei partiti veramente popolari (Pci e Dc).

Mi sia consentita una lapidaria e provocatoria constatazione: Giuseppe Conte sta scoprendo l’acqua calda e la sta usando per lavare i panni sporchi del suo populismo. Cosa direbbero Giuseppe Dossetti e don Lorenzo Milani del reddito di cittadinanza e dell’invio di armi all’Ucraina? Il Pd non ha bisogno di alleanze tattiche, ma di riappropriazione del suo patrimonio ideale. Vale anche per il liberismo e/o il liberalismo di Calenda e Renzi: basta rileggere la dottrina sociale della Chiesa. Vadano a quel paese quanti continuano a ridurre la politica di sinistra ad un matrimonio di convenienza elettorale con una giovincella che la sa troppo lunga e/o una tardona che vuol fare la saputella.

Ebbene questo fronte critico cattolico-democratico è stato completamente ignorato dai media: discorso troppo difficile e di scarsa audience, analisi imbarazzante per tutti, soprattutto per i salotti televisivi inchiodati nelle loro schematiche kermesse, prospettiva troppo impegnativa per essere cavalcata e fotografata nei sondaggi di opinione.

Solo Lucia Annunziata nella sua domenicale mezz’ora ha dato voce a questo discorso ed infatti le argomentazioni di cui sopra provengono in gran parte proprio da un interessante dibattito tra Rosy Bindi, Mario Tronti e Claudio Petruccioli.

Mario Tronti è un filosofo e politico italiano, considerato uno dei principali fondatori ed esponenti del marxismo operaista teorico degli anni sessanta. Militante del Partito Comunista Italiano durante gli anni cinquanta, si allontanò dal Pci, pur senza mai uscirne formalmente, ed animò l’esperienza radicale dell’operaismo. Tale esperienza, che va considerata per molti versi la matrice della nuova sinistra degli anni sessanta, si caratterizzava per il fatto di mettere in discussione le tradizionali organizzazioni del movimento operaio (partito e sindacato) e di collegarsi direttamente, senza intermediazioni, alla classe in sé e alle lotte di fabbrica. Fu senatore della repubblica col Pds e col PD.

Rosy Bindi docente universitaria fino al 1989, era accanto a Vittorio Bachelet (del quale era assistente universitaria a Roma) nel momento del suo assassinio il 12 febbraio 1980 da parte delle Brigate Rosse. Lungamente impegnata nell’Azione Cattolica, fa la sua carriera politica nella Democrazia Cristiana, indi nel Partito Popolare Italiano e nell’Ulivo.

Claudio Petruccioli è un politico e giornalista italiano. Parlamentare di lungo corso (Pci, Ds, Pds e Ulivo) è stato anche da luglio 2005 a marzo 2009 presidente del consiglio d’amministrazione della RAI. Afferma: “Ha ragione Pierluigi Castagnetti, che viene dalla Dc: l’identità del partito è a rischio. Io, come credo Castagnetti, ho sostenuto il Pd perché doveva essere l’unione di diversi riformismi in passato divisi e in conflitto tra loro”.

Per rendere l’idea dico che con Rosy Bindi, Mario Tronti e Claudio Petruccioli andrei anche in capo al mondo della sinistra (almeno ci proverei, soprattutto con i primi due), mentre con Stefano Bonaccini (nuovo leader PD in pectore) al massimo potrei bere un caffè amaro.

Qualche timido accenno di attenzione alle rivendicazioni storico-culturali dei cattolici è provenuto dagli altri candidati alla segreteria: da Gianni Cuperlo (culturalmente onesto ed ammirevole, ma politicamente fragile), da Paola De Micheli (troppo opportunisticamente abile per essere credibile), da Elly Schlein (che rischia la parte di tuttologa rivoluzionaria della ditta).

Continuo a sperare che le acque piddine possano essere mosse dai cattolici democratici alla cui scuola e testimonianza sono politicamente vissuto. Se non saranno rose spinose di partito siano almeno rose profumate di un movimento di opinione che scuota le coscienze e che abbia il coraggio tortoriano di dire, dopo la falsa partenza del 2007, a distanza di oltre quindici anni: “Dove eravamo rimasti? Alla carta dei valori di Pietro Scoppola e Alfredo Reichlin!?”.

 

In rete senza rete

L’ex calciatore Dino Baggio, a margine delle frequenti malattie mortali che colpiscono suoi colleghi, ha espresso seri dubbi: le tante sostanze assunte dai calciatori possono avere conseguenze deleterie sulla lora salute? Non si tratterebbe a suo dire di sostanze dopanti, per le quali vengono eseguiti controlli piuttosto frequenti ed accurati, ma di integratori alimentari assunti in grosse quantità.

Non è la prima volta che vengono lanciati allarmi in tal senso e non mi stupirei quindi che venisse risollevato il solito gran polverone per poi mettere a tacere il tutto, evitando così di disturbare il manovratore già peraltro nel mirino di inchieste finanziarie e fiscali, approdate al momento in una clamorosa penalizzazione della Juventus.

Faccio una piccola digressione, premettendo di essere un antipatizzante storico di questa squadra e di questa società calcistica. Devo però ammettere che forse sta pagando per tutti: da tempo si sa che i bilanci pallonari quadrano, almeno patrimonialmente, a suon di finte plusvalenze applicate al parco giocatori. Stando a queste valutazioni, applicate anche ai calciatori nostrani, la nostra nazionale dovrebbe vincere i campionati europei e mondiali per manifesta superiorità.

Così come non so come andrà a finire questa “così fan tutte” calcistica di fronte a una giustizia sportiva che va facilmente nel pallone, non so se la scienza sarà in grado di chiarire i dubbi atroci sull’andamento della salute dei calciatori, ma soprattutto non so se ci sarà l’intenzione di aprire seriamente un fronte di indagine, che metterebbe a soqquadro il mondo del calcio e di tutto lo sport professionistico e anche dilettantistico.

Mi limito pertanto ad una banale, breve e lapidaria riflessione che mi ritorna alla mente ogni volta che assisto a performance sportive di carattere eccezionale: possibile che si tratti solo di risultati dovuti ad allenamenti, ad impegno, a qualità fisiche, a maniacale cura per il proprio corpo sottoposto a sforzi “inumani”? I record si sprecano e si inseguono. Mi chiedo: andando di questo passo i 100 metri piani verranno coperti in un batter d’occhi?

Scherzi a parte il problema esiste da quando esiste lo sport. Dietro tutte le grandi imprese sportive oltre che l’abilità e la forza fisica degli atleti c’è qualche segreto inconfessabile, qualche aiutino al limite della legalità, qualche trasgressione, che mette in discussione addirittura l’incolumità dei recordman e delle recordwoman? Per le atlete fece grande scalpore lo scandalo delle donne dell’Est pompate ai limiti della loro femminilità. Attualmente sono in corso indagini su presunti abusi e pressioni psicologiche ai danni delle ginnaste, torturate nelle loro scelte esistenziali pur di arrivare a risultati “sportivamente” soddisfacenti. C’è già qualcuno che parla di abusi sessuali simili a quelli che avvengono nel mondo dello spettacolo.

Ogni tanto esce qualche eclatante insinuazione assieme a qualche scandaletto. Generalmente parte la sordina o la solita menata dello sport che è sporco né più né meno come tutta la società. Magari può darsi benissimo che qualcuno ci abbia lasciato e ci lasci le penne. Il circo però non ammette, più di tanto, reti protettive. In breve tutto torna alla normalità. È lo sport, stupido! Con buona (?) pace dei Dino Baggio, che forse si svegliano un po’ in ritardo.