S.o.s Meloni a Draghi, save our sgovernment

Meloni esclusa dalla cena all’Eliseo con Zelensky: “L’ennesimo sgarbo di Macron”. L’entourage della premier punta il dito contro Parigi, ma cresce il timore di essere isolati. Il Pd sottolinea il confronto con Draghi, che invece c’era: anche su Kiev siamo ai margini (La stampa).

Quando Giorgia Meloni, poco dopo il tramonto, vola a Bruxelles per il consiglio europeo, a Parigi sta per cominciare la cena fra Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Volodymyr Zelensky.  Lei, la premier italiana, non è stata invitata. Né il presidente francese le aveva detto nulla di quest’appuntamento l’ultima volta che si erano sentiti al telefono, lunedì scorso (La Repubblica).

C’era da aspettarselo! A livello europeo, con il governo di destra, siamo stati retrocessi in serie B. I francesi non aspettavano altro e gli elettori italiani hanno loro fornito l’occasione su un piatto d’argento. Se da una parte non hanno tutti i torti a diffidare dei nostri attuali governanti, incerti, divisi, inaffidabili e incapaci, dall’altra parte hanno torto marcio, perché l’Italia, nonostante tutto, non merita di essere tagliata fuori dal gioco europeo.

Tedeschi e francesi hanno dovuto sopportare obtorto collo la primazia di Mario Draghi e, quando gli italiani lo hanno mandato a casa, hanno tirato un sospirone di sollievo sicuri di poter giocare al gatto col topo con Giorgia Meloni.

È inutile che Giorgia Meloni giudichi inopportune le iniziative franco-tedesche nei confronti di Zelensky, può anche avere ragione, ma la sua situazione è debole per motivi storici, politici e personali. Non le è bastata la frettolosa conversione al draghismo per riscattare un passato fatto di populismo e sovranismo. D’altra parte anche in Italia la recente legge di bilancio ha sì seguito pedissequamente le orme draghiane, ma non appena è uscita dal seminato dell’agenda Draghi ha combinato autentici disastri sociali, giudiziari e finanziari. All’estero lo sanno e si confermano nei loro dubbi sulla serietà e sulla vocazione europeista dell’attuale governo italiano. Intendiamoci, non è che francesi e tedeschi siano europeisti autentici, ma a loro viene comodo relegarci in una sorta di limbo europeo.

Quanto ai rapporti con l’Ucraina non ha senso la penosa gara meloniana “all’ucrainismo”, anche perché non sono comunque battibili le saghe retoriche del Parlamento Europeo: così facendo il governo italiano non recupera credibilità globale, ma si sbilancia ulteriormente a futura memoria europea ed internazionale. La debolezza congenita del governo Meloni in politica estera ha solo una possibilità di riscatto: puntare e scommettere su una presidenza della Repubblica di Mario Draghi (lui sì che se ne intende!). Il presidenzialismo della destra non è motivato dal punto di vista istituzionale, ma potrebbe essere un escamotage tattico per portare Draghi al Quirinale con un voto popolare innescato dalla destra e ingoiato dalla sinistra. E così per sette anni Giorgia Meloni avrebbe le spalle coperte. Poi si vedrà.

Draghi non sarebbe insensibile a queste sirene, anche se, una volta insediatosi al Quirinale con un larghissimo voto popolare, potrebbe fregarsene altamente di Meloni e Cocomeri per diventare l’asse di equilibrio della politica italiana. A quel punto i partiti che lo hanno tolto di mezzo, lo dovrebbero convintamente accettare in tutto e per tutto, i partiti che lo hanno fin troppo appoggiato non potrebbero che continuare a farlo: si scatenerebbe la gara al draghismo e la politica non so dove andrebbe a finire.  L’operazione Draghi non sarà più chirurgica così come l’aveva impostata Sergio Mattarella, ma esistenziale per almeno quattordici anni. È la fantapolitica o, per meglio dire la non-politica, stupido!

Viva la Costituzione e abbasso Sanremo

Mi sono categoricamente astenuto dal seguire in televisione la celebrazione del 75° anniversario dell’entrata in vigore della Costituzione italiana proposta al Festival di Sanremo. Lo avrei potuto fare da “guardone”, ma ho sempre rifiutato di puntare sulle ostentate fortune altrui, preferendo ripiegare sulle mie dignitose miserie.

Ricordo quando avevo l’occasione di assistere agli spettacoli lirici all’Arena di Verona: quanto mi infastidivano coloro che all’ingresso “sgolosavano” facendo ala agli elegantoni ed osservando la sfilata del pubblico vip. Potevano benissimo costruirsi qualche occasione alternativa, ma confondevano la cultura con l’ostentazione dell’evento culturale.

Troppo seria la Costituzione per essere spettacolarizzata, seppure da un grande uomo di cultura (mi riferisco a Roberto Benigni), seppure alla compiaciuta presenza di un grande uomo politico (mi riferisco a Sergio Mattarella), seppure a fin di bene (la divulgazione del nostro patto democratico-repubblicano).

La dignitosa povertà valoriale non dovrebbe portare all’accattonaggio politico-culturale, ma dovrebbe portare al sacrificio di scelte educative consapevoli e mirate. Per avviare un bimbo al mondo dello spettacolo non si parte dal circo equestre (con tutto il rispetto per chi lavora in esso) altrimenti in lui si farà strada l’idea che lo spettacolo non sia anche qualcosa di impegnativo, ma soltanto qualcosa di leggero e divertente.

Che messaggio è arrivato agli italiani dal mix Sanremo-Costituzione? Che il Festival è una cosa seria (e non lo è per niente) e la Costituzione è una roba divertente (e non lo è per niente, soprattutto con le arie che tirano). Probabilmente Sergio Mattarella si sarà chiesto: se il mio illustre predecessore Sandro Pertini andò a tifare per la nazionale di calcio, come del resto ho fatto anch’io, perché non andare al festival di Sanremo a tifare per la vera democrazia? Che confusione!

Non voglio pensare che si sia trattato di una scialuppa di salvataggio lanciata al Festival a rischio affogamento nel populismo bellicista: il populismo buono che scaccia quello cattivo? Sempre populismo è! Forse si è trattato di un pazzo tentativo di bonificare la spazzatura festivaliera con un depuratore costituzionale. Forse l’idea di dare un’immagine positiva del Paese nonostante Sanremo. Forse la pura follia di riscattare i vizi popolani con le virtù popolari. I dati sull’audience ci diranno che l’esperimento è riuscito. Cosa si deve fare per salvare la democrazia…

Sarò uno sclerotico e nostalgico cultore della Costituzione, sarò un talebano della Resistenza, sarò un cittadino fuori dal tempo, sarò tutto quel che volete, ma cosa ci faceva Mattarella al teatro Ariston, cosa c’entra la Costituzione col Festival di Sanremo? Qualcuno magari prima o poi me lo spiegherà. Viva l’Italia! L’Italia che si dispera per le tante disgrazie e l’Italia che s’innamora improvvisamente per la Costituzione (chiedo scusa per la brutta parafrasi di uno stupendo brano di Francesco De Gregori).

 

Gli ossimori della democrazia

In merito al dopo terremoto in Turchia risulta che “dalla provincia di Hatay arriva sui social la denuncia che i soccorsi non sono stati tempestivi. Un testimone riferisce che “non ci sono squadre di soccorso della gestione turca dei disastri e delle emergenze a Hatay. Le persone stanno cercando di estrarre i propri cari intrappolati sotto le macerie. Fa freddo, piove, manca l’elettricità”. Per i post “provocatori che miravano a creare paura e panico” la polizia ha arrestato quattro persone, mentre è in corso un’indagine più ampia sugli account dei social media. Negli ultimi anni le autorità turche hanno dato un giro di vite ai post sui social media, soprattutto a quelli considerati di supporto al “terrore” e questo ha portato ad accuse di limitazione della libertà di espressione” (Avvenire).

Ebbene, sono andato a riprendermi il discorso che, nel 1980 all’indomani del terremoto in Irpinia, fece l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini. Lo riporto di seguito nei passaggi fondamentali.

“Italiane e italiani, sono tornato ieri sera dalle zone devastate dalla tremenda catastrofe sismica. Ho assistito a degli spettacoli che mai dimenticherò. Interi paesi rasi al suolo, la disperazione dei sopravvissuti […] Sono arrivato in quei paesi subito dopo la notizia che mi è giunta a Roma della catastrofe, sono partito ieri sera. Ebbene, a distanza di 48 ore, non erano ancora giunti in quei paesi gli aiuti necessari. È vero, io sono stato avvicinato dagli abitanti delle zone terremotate che mi hanno manifestato la loro disperazione e il loro dolore, ma anche la loro rabbia. […] Quello che ho potuto constatare è che non vi sono stati i soccorsi immediati che avrebbero dovuto esserci. Ancora dalle macerie si levavano gemiti, grida di disperazione di sepolti vivi. […]

Nel 1970 in Parlamento furono votate leggi riguardanti le calamità naturali. Vengo a sapere adesso che non sono stati attuati i regolamenti di esecuzione di queste leggi. E mi chiedo: se questi centri di soccorso immediati sono stati istituiti, perché non hanno funzionato? Perché a distanza di 48 ore non si è fatta sentire la loro presenza in queste zone devastate? […]

Non deve ripetersi quello che è avvenuto nel Belice […] dove a distanza di 13 anni non sono state ancora costruite le case promesse. I terremotati vivono ancora in baracche: eppure allora fu stanziato il denaro necessario. Le somme necessarie furono stanziate. Mi chiedo: dove è andato a finire questo denaro? Chi è che ha speculato su questa disgrazia del Belice? E se vi è qualcuno che ha speculato, io chiedo: costui è in carcere? […] Perché l’infamia maggiore, per me, è quella di speculare sulle disgrazie altrui. Quindi, non si ripeta, per carità, quanto è avvenuto nel Belice, perché sarebbe un affronto non solo alle vittime di questo disastro sismico, ma sarebbe un’offesa che toccherebbe la coscienza di tutti gli italiani, della nazione intera e della mia prima di tutto.

Un appello voglio rivolgere a voi, italiane e italiani, senza retorica, un appello che sorge dal mio cuore, di un uomo che ha assistito a tante tragedie, a degli spettacoli, che mai dimenticherò, di dolore e di disperazione in quei paesi. A tutte le italiane e gli italiani: qui non c’entra la politica, qui c’entra la solidarietà umana, tutte le italiane e gli italiani devono mobilitarsi per andare in aiuto a questi fratelli colpiti da questa nuova sciagura. Perché, credetemi, il modo migliore di ricordare i morti è quello di pensare ai vivi”.

Due modi di intendere e vivere la democrazia. È soprattutto nei momenti di grave difficoltà che dovrebbe emergere la superiorità del sistema democratico rispetto agli altri. Non mi scandalizzo dei ritardi nei soccorsi, può succedere in concomitanza con eventi di eccezionale gravità. Non è il caso di gufare, ma semmai di dare una mano.

La mia riflessione è però un’altra. Winston Churchill in un discorso alla Camera dei Comuni, nel novembre 1947, pronunciò una frase diventata storica: «È stato detto che la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle forme che si sono sperimentate finora». In quelle sperimentate dopo il 1947 c’è anche l’autocrazia turca, una forma di governo in cui un singolo individuo, Recep Tayyip Erdoğan, detiene un potere pressoché assoluto. Questo abile e squallido dittatore non ho mai capito cosa ci stia a fare nella Nato se non a squalificarla ulteriormente. Nella guerra fra Russia e Ucraina gioca un vomitevole ruolo di finto mediatore: in mancanza di meglio ha trovato un suo incredibile spazio di manovra.

Siccome il lupo perde il pelo ma non il vizio, eccolo alle prese col terremoto: sta mettendo il bavaglio a chi si lamenta per i ritardi e la disorganizzazione del dopo scisma. Poveri Turchi, se lo devono bere anche perché da lui transiteranno gli aiuti di Oriente e Occidente: non è certamente questo il momento di stare a sottilizzare sulla patente democratica di Erdoğan.

Tutti hanno definito il terremoto in Turchia e Siria come un’apocalisse. Non vorrei che diventasse anche il segno di un’apocalisse geo-politica: nei rapporti fra gli Stati non ci si capisce più niente, siamo in mano a nessuno, se non ad autentici e vari delinquenti (ce n’è una bella scelta). Il terremoto aggiunge una tessera al mosaico di autodistruzione totale, in senso proprio (la catastrofe naturale), ma anche in senso politico (la democrazia sotto i piedi e sotto le macerie). Erdogan non ha nemmeno il buongusto di ammettere l’incapacità a gestire il dopo-terremoto, preferisce prendersela coi social media che denunciano un pezzo di verità.

D’altra parte, a casa nostra non va molto meglio: per coprire la inettitudine diplomatica e la vuotaggine valoriale in merito alla guerra russo-ucraina, facciamo i bravi italiani commuovendoci per i disastri di questo conflitto nel bel mezzo di un festival della canzone. Un perfetto ossimoro culturale e geopolitico, della serie “canta che passa anche la guerra”.

 

 

Il casto “amplessonio” degli omosessuali

Papa Francesco ha dovuto ribattere la lingua dove il dente cattolico duole: il discorso dell’omosessualità. Riporto di seguito le sue testuali parole pronunciate durante la conferenza stampa tenuta sull’aereo di ritorno dal viaggio in Congo e Sud Sudan.

“Su questo problema ho parlato in due viaggi, prima tornando dal Brasile: se una persona di tendenza omossessuale è credente, cerca Dio, chi sono io per giudicarlo? Questo ho detto in quel viaggio. Secondo, tornando dall’Irlanda, è stato un viaggio un po’ problematico perché quel giorno era uscita la lettera di quel ragazzo… ma lì ho detto chiaramente ai genitori: i figli con questo orientamento hanno diritto di rimanere in casa, non potete cacciarli via di casa. E poi ultimamente ho detto qualcosa, non ricordo bene cosa, nell’intervista alla Associated Press. La criminalizzazione dell’omosessualità è un problema da non lasciar passare. Il calcolo è che, più o meno, cinquanta Paesi, in un modo o in un altro, portano a questa criminalizzazione – mi dicono di più, ma diciamo almeno cinquanta – e anche alcuni di questi – credo siano dieci, hanno la pena di morte (per gli omosessuali n.d.r.) – questo non è giusto, le persone di tendenze omosessuali sono figli di Dio, Dio gli vuole bene, Dio li accompagna. È vero che alcuni sono in questo stato per diverse situazioni non volute, ma condannare una persona così è peccato, criminalizzare le persone di tendenza omosessuale è una ingiustizia. Non sto parlando dei gruppi, ma delle persone. Alcuni dicono: fanno dei gruppi che fanno chiasso, io parlo delle persone, le lobby sono un’altra cosa, sto parlando delle persone. E credo che il Catechismo della Chiesa Cattolica dice: non vanno marginalizzati. Credo che la cosa su questo punto sia chiara”.

Prendo atto con soddisfazione dei notevoli (?) passi avanti compiuti dalla Chiesa cattolica a livello papale: ho l’impressione che il papa, tutto sommato e non solo su questo tema, sia molto più avanti delle gerarchie vaticane, dei sacerdoti e dei laici. È giusto che sia così anche perché il pastore deve indirizzare le pecore e non si deve accontentare di tenerle unite a costo di rendere statico il gregge.

Diceva il cardinale Walter Brandmüller nell’ambito dei lavori sul sinodo della famiglia: «Quanto alle persone omosessuali ritengo sia sempre valido ciò che leggiamo nel catechismo della Chiesa Cattolica: “Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza…Le persone omosessuali sono chiamate alla castità come noi tutti…”. Del resto vale sempre la classica formula: no al peccato, braccia aperte alla persona».  L’atteggiamento era ed è, negli esponenti più tradizionalisti della gerarchia e non solo della gerarchia, ben qualificato (sic!) dai tre termini: disordinata, compassione, castità. Gli omosessuali rappresenterebbero una situazione disordinata e di fronte al disordine sarebbe automatico rimettere le cose (in questo caso i sentimenti) al loro posto. Però i cattolici sono buoni e allora hanno compassione: dal pulpito della loro coscienza in (dis)ordine compatiscono i fratelli e le sorelle che sbagliano. Poi arriva la cambiale in bianco: se vuoi entrare in gioco devi pagare con i soldoni della castità, puoi nutrire un amore solo a mezzo servizio, guardare ma non toccare. Della serie tu sei fuori, ma io ti faccio entrare purché tu non rompa… Su questi presupposti non si può costruire nulla di buono se non un comodo pietismo di cui le persone omosessuali farebbero volentieri a meno.

Allora il papa ha forse fatto un passo avanti rispetto a queste posizioni di retroguardia: ha cioè sdoganato l’omosessualità dal disordine in cui era relegata, con doveroso rispetto e senza paternalistica compassione. Sulla criminalizzazione la denuncia mi sembra automaticamente dovuta: mancherebbe altro che il papa non la condannasse.

Viene concesso rispetto e accoglienza agli omosessuali, senza discriminazione alcuna. Un passo avanti? Certamente sì rispetto ai ritardi storici e culturali accumulati. Certamente no rispetto alle attese di una pastorale inclusiva del mondo omosessuale. In certi negozi è appeso un cartello con su scritto: “Si fa credito solo ai novantenni accompagnati dai genitori”. Non vorrei che d’ora in poi sulle porte delle chiese si apponesse quest’altro cartello: “Si accolgono gli omosessuali casti al par di neve alpina”.

Sì, perché il punto dolente rimane quello della castità prevista dal catechismo.  Il rapporto fra i gay non può chiamarsi matrimonio, al massimo si potrà definire “amplessonio”. Insomma è come mettere un dito in un orecchio. E poi si tratterebbe di un “amplessonio” di puro desiderio, da non consumare, da vivere in modo platonico.

La Chiesa perde il pelo della condanna facile, ma non il vizio del guardare dal buco della serratura delle camere da letto. Se fossi omosessuale coltiverei tranquillamente la mia fede in Dio, ma non consentirei a nessun catechismo di rovistare tra le mie lenzuola. Capisco però la sofferenza di sentirsi obbligati alla castità. Non ha alcun senso e oltre tutto esiste il rischio di confinare i rapporti omosessuali nell’area del vizio.

Diceva il cardinal Martini: «Non è male che due omosessuali abbiano una certa stabilità di rapporto e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli. Non condivido le posizioni di chi, nella Chiesa, se la prende con le unioni civili». Troppo bello per essere vero, troppo avanzato per fare il papa. Bergoglio per arrivare fin lì, su questo ed altri problemi, ha molta pappa da mangiare. Accontentiamoci, ma fino ad un certo punto.

 

 

 

 

 

La vita incastrata nei principi

In occasione della celebrazione della giornata della vita (05 febbraio 2023), per denunciare tutti i modi in cui oggi è insidiata la “cultura della vita” la Cei ha diffuso un messaggio («La morte non è mai la soluzione») in cui propone a tutti di chiedersi se, di fronte a tante situazioni personali e collettive drammatiche, la proposta di spegnere la vita umana – con aborto, eutanasia, suicidio, ma anche femminicidi, abbandono dei migranti e guerra – sia davvero in grado di risolvere le questioni per le quali viene offerta come soluzione sbrigativa ed efficiente, o non sia piuttosto l’ora per un impegno coinvolgente a sostegno della vita in qualunque situazione.

A prescindere dall’enfasi con cui si celebrano queste giornate, ridotte a rivisitazione ciclica di principi astratti o riproposizione dogmatica di luoghi comuni, mi pare che, nonostante gli sforzi apprezzabili, si ricada nel solito polpettone nel quale si rischia di perdere il gusto autentico della vita. Passo quindi in rapida rassegna le questioni per toglierle dalla confusa genericità e portarle nella realtà, facendomi aiutare da personaggi che, a mio giudizio, la sapevano e la sanno lunga.

ABORTO: «Sta’ a sentire, non incastriamoci nei principi. Se mi si presenta una povera donna che si è scoperta incinta, è stata picchiata dal suo sfruttatore per farla abortire o se mi arriva una poveretta reduce da uno stupro, sai cosa faccio? Io, prete, le accompagno all’ospedale per un aborto terapeutico: doloroso e inevitabile. Le regole sono una cosa, la realtà spesso un’altra. Mi sono spiegato?» (don Andrea Gallo).

MALATI TERMINALI: «Sulla base di una scelta chiara e consapevole della persona interessata, bisogna rispettare il suo diritto alla non sofferenza, a un minimo di dignità in ciò che rimane della vita. Ogni caso ha una sua trama e una valutazione diversa» (don Andrea Gallo).

SUICIDIO: «(…) Ho ricevuto decine di lettere da parte di sacerdoti. Dicevano di essere addolorati per quel rifiuto del funerale in chiesa. In tanti mi hanno rassicurato: Dio non la pensa come Ruini (…) Tanto dolore ma anche tanta passione per la vita, giorni pieni di relazioni umane, affetti, amicizie e un corpo che alla fine impediva loro di comunicare come avrebbero voluto, prigionieri di una vita che per loro non lo era più. Perché ognuno di noi ha sensibilità, capacità di sopportazione e visioni diverse, ma la Chiesa deve accogliere, capire e non giudicare (…) La Chiesa è cambiata grazie a Bergoglio, visto che dubito Scola faccia qualcosa contro il volere del Papa. Ma credo anche grazie a tutti quei sacerdoti che stanno vicino a chi soffre. Senza giudicare» (Mina Welby, intervista del 07 marzo 2017 sul rifiuto del funerale al marito nel 2006 e sulla preghiera in chiesa a suffragio di Fabiano Antoniani, ricorso al suicidio assistito).

FEMMINICIDIO: «Una vera e propria “fabbrica del pregiudizio”. C’è una tendenza, della destra cattolica e della destra estrema, ad affossare ogni apertura verso le unioni omosessuali, ma anche verso quei nuovi linguaggi, suggeriti dall’Europa e dall’Oms, che dovrebbero insegnare ai bambini il rispetto tra maschi e femmine, radice della prevenzione di omofobia e femminicidi» (Maria Novella De Luca, fotoreporter).

ABBANDONO DEI MIGRANTI E GUERRA: «Non può esserci legalità senza uguaglianza! Non possiamo lottare contro le mafie senza politiche sociali, diffusione dei diritti e dei posti di lavoro, senza opportunità per le persone più deboli, per i migranti, per i poveri. Legalità sono i gruppi e le associazioni che si spendono ogni giorno per questo. Legalità è la nostra Costituzione: il più formidabile dei testi antimafia. Le mafie e ciò che le alimenta – l’illegalità, la corruzione, gli abusi di potere – si sconfiggono solo costruendo una società più giusta. Legalità è speranza. E la speranza si chiama “noi”. La speranza è avere più coraggio. Il coraggio ordinario a cui tutti siamo chiamati: quello di rispondere alla propria coscienza» (Don Luigi Ciotti).

«Doversi confrontare con un papa che si occupa di poveri, di migranti, di lavoratori e di senza lavoro e ha sostituito l’ossessione sessuale e la mania di scrivere direttamente in chiesa le leggi, con quella dell’uguaglianza e della protezione dei deboli, è un bel problema» (Furio Colombo, giornalista e scrittore).

«Un cristiano, di fronte al dramma di milioni di esseri umani  vittime della guerra, della fame, della violenza, della cecità anonima della finanza e del mercato, della ‘politica‘  di potere, proverà vergogna per non riuscire a far nulla nemmeno per quelle poche migliaia  di disgraziati che giungono fino al suo Paese, ma non potrà tacere e non gridare ‘vergogna’ a chi chiude gli occhi di fronte al proprio fratello in umanità che soffre e muore, tanto più se chi si astiene dall’agire ha responsabilità, onori e oneri di governo» (Enzo Bianchi, allora Priore della comunità monastica di Bose).

«Respingere i profughi è un atto di guerra, un altro capitolo di quella guerra mondiale a pezzi. Controllare i poveri ci illude di controllare la povertà, tenerli a distanza ci fa credere che non ci siano, oppure che siano abbastanza lontani da non minacciare i nostri privilegi. Gli esclusi diventano scarto, da spremere ancora un po’ per estrarre quel poco di ricchezza che ancora rimane: da parte di trafficanti senza scrupoli, datori di lavoro disonesti, e più recentemente anche alcuni paesi sviluppati, nei quali si propone di confiscare i pochi beni di chi scappa dalla guerra in conto contributo per le spesse di accoglienza» (Card. Louis Antonio Tagle, presidente di Caritas Internazionale).

«È ancora fecondo il grembo da cui nasce la guerra. Non basta far abortire il mostro, occorre togliere l’utero. L’unica violenza permessa a un pacifista» (B. Brecht).

Alcuni anni or sono, quando andavo a fare visita ad una mia carissima cugina, ricoverata all’ospedale maggiore di Parma in stato di coma vegetativo, mi capitava di imbattermi all’entrata in un gruppetto di donne che recitavano ostentatamente il rosario in riparazione dei peccati riconducibili all’aborto. Mi davano un senso di tristezza e di pochezza. Per non mancare loro di rispetto frenavo l’impulso di interrogarle provocatoriamente: «Ma voi cosa sareste disposte a fare per una donna sull’orlo dell’aborto? Avreste il coraggio di ospitarla in casa vostra? Avreste la generosità di sostenerla economicamente in modo continuativo? Avreste la forza di aiutarla umanamente ad una scelta così difficile rispettandone la sofferta decisione? Sareste disponibili a fare gratuitamente turni di assistenza a questa mia cugina, alleviando la pena di suo marito, costantemente presente al capezzale di una moglie inchiodata nel letto senza prospettive di ritorno ad un seppur minimo livello di funzioni vitali?».

Pongo una domanda “brutalmente delicata”: è più difesa della vita l’obiezione di coscienza dei medici contro l’aborto, la recita del rosario per il perdono del peccato di aborto o l’aiuto concreto ad una donna in difficoltà a non abortire (accettandone comunque la sua decisione finale)?

E poi, non dimentichiamo quanto scritto da papa Francesco nella lettera per l’Anno Santo della misericordia: «Ho deciso, nonostante qualsiasi cosa in contrario, di concedere a tutti i sacerdoti per l’Anno Giubilare la facoltà di assolvere dal peccato di aborto quanti lo hanno procurato e pentiti di cuore ne chiedono il perdono».

 

Il poker di piccoli assi

Stefano Bonaccini: «Noi dobbiamo batterci per ridurre le disuguaglianze e le distanze sociali e territoriali. Questa è la missione della sinistra e il Pd deve tornare ad essere un baluardo del diritto al lavoro buono, di quello alla salute e all’istruzione, della lotta al cambiamento climatico, tenendo insieme lavoro e ambiente».

Gianni Cuperlo: «Io ho assistito a quella bellissima giornata promossa dall’associazione dei Popolari, presieduta da Castagnetti, e mi aveva molto colpito la qualità della discussione. La tesi di fondo era che la natura del Pd va preservata perché altrimenti viene a mancare la base, il piedistallo su cui si è fondato quel progetto, nato dall’ambizione più coraggiosa dell’ultimo mezzo secolo, che ha messo insieme diverse culture di questo Paese (comunista, socialista, azionista, laica, il cattolicesimo democratico, l’ambientalismo, femminismo, diritti…). Il ritorno di Art.1 oggi è stato senz’altro positivo. Dobbiamo trovare la ragione di una sintesi, non dobbiamo esprimere un nuovo programma di governo anche perché non si voterà a breve. Nessuno può più bastare a se stesso».

Paola De Micheli: «Ora dobbiamo rimettere in campo le nostre politiche in maniera più radicali, risposte concrete ai bisogni delle persone, per un’Italia più giusta. Politiche per il lavoro, un nuovo statuto dei lavori, perché il mondo è cambiato. C’è stata una compressione dei salari e dei diritti. Malattia, maternità, salario minimo sono i nuovi diritti universali da riconoscere. La legge sulla rappresentanza sindacale, la transizione ambientale nella visione dell’ecologia integrale di papa Francesco per nuove politiche industriali, la sanità pubblica e la “scuola totale”».

Elly Schlein: «Quando mi sono candidata ho detto che avrei voluto ridare al Pd una identità chiara e coerente su una visione di futuro che tenga insieme il contrasto a ogni forma di disuguaglianza, la giustizia sociale, il tema del clima e di come affrontiamo la conversione ecologica, e il tema del lavoro di qualità. Perché nell’intrecciarsi di queste tre grandi sfide, la politica è rimasta indietro e non vede quanto siano connesse. Sono andati avanti il pensiero di elaborazione culturale, accademica e anche religiosa (quando l’enciclica Laudato si tiene insieme il grido di dolore della terra e il grido di dolore dei poveri centra una nuova frontiera dove la politica non si è ancora fatta trovare). Il Pd deve dire la sua. Questo è l’obiettivo. Dobbiamo riuscire a investire nelle energie rinnovabili, che sono le uniche energie di pace, perché non è cambiando la nostra dipendenza dalle fonti fossili di Putin a quelle di qualcun altro che riusciamo a fare un salto di qualità, anche a salvaguardia della democrazia e della tutela dei diritti umani. Questi sono i temi fondanti del Pd, non ci vuole una resa dei conti identitaria, ma bisogna sfidare tutte le culture di provenienza su un terreno su cui società civile, le nuove generazioni e l’associazionismo cattolico stanno già facendo cose».

Ho preso, non a caso, alcune dichiarazioni rilasciate al quotidiano Avvenire da parte dei candidati alla segreteria del Partito Democratico. Di questo partito mi preme la rifondazione culturale: solo così ritengo possa riprendere respiro, strategia e consenso popolare.

Credo francamente che nessuno dei candidati abbia il carisma del capo. Se non c’è il leader, non lo si può inventare o improvvisare. Bisogna prenderne atto e agire di conseguenza, ripiegando (?) su un gruppo dirigente sufficientemente compatto, storicamente in linea, socialmente motivato e soprattutto culturalmente aperto. Solo così si può tentare una improba risalita politica.

Ho apprezzato nei candidati lo sforzo collaborativo: la forza la può fare più l’unione degli intenti che la spinta leaderistica. Chiunque vinca la battaglia interna, si mettano a lavorare seriamente insieme, partendo dalla base culturale a cui fa bene riferimento Gianni Cuperlo. Forse Stefano Bonaccini provenendo dall’esperienza governista del PD è portato a sottovalutare il retroterra culturale di riferimento. Forse Paola De Micheli non riesce a captare la portata storica dell’incontro fra cultura comunista e cattolica. Forse Elly Schlein vola fin troppo alto rischiando di bruciarsi le ali.

Voglio concedere attenzione critica a questi personaggi per valutarne la capacità di trascinare il PD fuori dalle secche tattiche per tornare ad una sinistra valoriale e coraggiosa. Rimango piuttosto scettico, ma questo non deve impedirmi di emozionarmi, sperare e sognare ad occhi ben aperti, mentre sembra che tutto spinga tutti a “credere, obbedire e combattere”.

 

La burocratica cosmesi del razzismo

Il decreto legge sulle Ong, come era facile prevedere, è stato fortemente bacchettato dal Consiglio d’Europa e quindi il governo italiano dovrà considerare la possibilità di ritirare il decreto stesso oppure adottare durante il dibattito parlamentare tutte le modifiche necessarie «per assicurare che il testo sia pienamente conforme agli obblighi del Paese in materia di diritti umani e di diritto internazionale». È quanto chiesto da Dunja Mijatovic, commissaria per i diritti umani del Consiglio d’Europa, in una lettera inviata al ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, il 26 gennaio scorso. Il governo italiano ha già replicato, definendo «infondati» i rilievi mossi dall’organizzazione di Strasburgo.

Mijatovic osserva di «essere preoccupata che alcune delle regole contenute nel decreto ostacolino la fornitura di assistenza salvavita da parte delle Ong nel Mediterraneo centrale». In particolare, secondo la commissaria, le disposizioni del decreto, prevedendo che le navi debbano raggiungere senza indugio il porto assegnato per lo sbarco di chi è stato salvato, impediscano alle Ong di effettuare salvataggi multipli in mare, costringendole a ignorare altre richieste di soccorso nell’area se hanno già delle persone a bordo. Mijatovic evidenzia che «rispettando questa disposizione, i comandanti delle Ong verrebbero di fatto meno ai loro obblighi di salvataggio sanciti dal diritto internazionale».

 Inoltre Mijatovic afferma di essere inquieta del fatto che «alle navi delle Ong sono stati assegnati, come porti sicuri, luoghi lontani nel centro e nord Italia», un fatto che tra l’altro «prolunga le sofferenze delle persone salvate in mare e ritarda indebitamente la fornitura di un’assistenza adeguata a soddisfare i loro bisogni primari». «Mi risulta – scrive Mijatovic – che l’adozione di questa prassi sia nata dall’intenzione di assicurare una migliore ridistribuzione dei migranti e dei richiedenti asilo sul territorio nazionale. Questo obiettivo potrebbe essere raggiunto sbarcando rapidamente le persone soccorse e assicurandosi che ci siano accordi pratici alternativi per ridistribuirle in altre zone del Paese».

Il terzo appunto di Mijatovic riguarda «l’indeterminatezza della nozione di “conformità ai requisiti tecnici” contenuta nel decreto e che potrebbe portare a lunghe e ripetute ispezioni di sicurezza delle imbarcazioni delle Ong, impedendo loro di riprendere il lavoro di salvataggio». La commissaria tocca, infine, altri due punti che riguardano la politica migratoria italiana. Da un lato chiede al governo di sospendere la cooperazione con la Libia e dall’altro chiede informazioni «sulle accuse, contenute in alcuni rapporti dei media, circa la pratica di rimpatrio di persone dall’Italia alla Grecia su navi private, dove gli individui sono privati della libertà in condizioni molto preoccupanti e senza aver avuto la possibilità di presentare una domanda d’asilo in Italia» (resoconto tratto da Il sole 24 ore).

Quando vedo e ascolto il ministro Matteo Piantedosi vengo colto da un senso di paura: sì, è un governante che mi fa paura, perché associa l’arroganza degli alti burocrati alla insensibilità sociale dei politici della peggior destra, perché dà maldestra copertura tecnico-giuridica alle scelte politiche improntate alla ricerca di ordine e sicurezza pubblica sulla pelle dei soggetti più deboli ed indifesi, perché ammanta di formale perbenismo legalitario un sostanziale attacco ai diritti umani.

Ritengo sia il fronte più pericoloso dell’attività del governo Meloni. Gli appunti mossi a livello europeo sono puntuali e sacrosanti e l’Italia ci fa una gran brutta figura da tutti i punti di vista: politico, sociale, umanitario. L’immediata replica governativa è presuntuosa e supponente. Anche il più sprovveduto degli osservatori politici constata che quel decreto ha solo ed unicamente lo scopo di creare difficoltà all’attività delle Ong a costo di danneggiare i migranti, esponendoli ad ulteriori gravi rischi: un modo burocratico ed asettico di affrontare una problematica delicatissima che tocca nel vivo della carne umana.

Non ho idea di come finirà la questione. Mentre il Consiglio Europeo e il Governo Italiano cercheranno di quadrare il cerchio, i migranti moriranno in mare o saranno comunque sottoposti ad ulteriori sofferenze. Tutto per tener fede alle spudorate promesse elettorali, che volevano dare assurde garanzie di blocco delle migrazioni sul nostro territorio.  Dal momento che i porti non si potevano chiudere si è inventata una regola per la quale bisogna sbarcare i migranti laddove viene deciso dall’autorità amministrativa a prescindere dalle loro esigenze sanitarie ed umanitarie. Dal momento che le Ong danno molto fastidio in quanto denunciano coraggiosamente e provocatoriamente l’inerzia dei pubblici poteri, verranno subissate di controlli che finiranno col pregiudicare la continuità e la razionalità della loro attività. Dal momento che non si può frenare l’emorragia si punta a mettere i migranti sotto il tappeto dei lager libici o li si rimpatria in modo sbrigativo e senza rispetto dei diritti delle persone.

Se gli Italiani per dormire sonni tranquilli (?) sono disposti a creare veri e propri incubi alle persone bisognose di aiuto, siamo veramente giunti al capolinea della democrazia: ecco da dove viene la mia paura. Tutto ciò è una forma di razzismo bello e buono. E pensare che il ministro Valditara parlando alla cerimonia di celebrazione della Memoria per la Shoah ha avuto il becco di ferro di citare Giorgio La Pira per quanto riguarda la difesa dei diritti della persona umana. La Pira si scaravolterà nella tomba o soffrirà dall’aldilà nel vedere simili scempi (dis)umanitari. Io mi vergogno di essere italiano, corro a vomitare per un tale modo di (s)governare, faccio fatica a prendere sonno quando penso a come l’Italia (non) soccorre chi è disperato.

 

 

La linea dell’ostinazione polemica

Meloni: “Tenere i toni bassi”. Stupore al Colle e alleati freddi. Così “Il giornale” titola il pezzo di Adalberto Signore sulla vicenda parlamentare scoppiata a latere del caso Cospito. E se ne parla in questi termini un giornale di centro-destra vuol dire che effettivamente FdI con i suoi due scriteriati esponenti ha sollevato un assurdo e strumentale vespaio, mettendo in imbarazzo un po’ tutti, dal ministro della Giustizia al presidente del Consiglio, dai partiti di maggioranza al Quirinale.

Faccio riferimento alla squallida vicenda che ha per protagonisti Andrea Delmastro sottosegretario alla Giustizia e parlamentare di FdI, per il quale le opposizioni hanno chiesto le dimissioni a seguito delle dichiarazioni del suo collega di partito e vicepresidente del Copasir, Giovanni Donzelli, in merito ad una visita di una delegazione del Pd nel carcere di Sassari dove era detenuto in regime di 41 bis l’anarchico Alfredo Cospito.

Non so se si tratti di una (in)volontaria quanta clamorosa gaffe istituzionale, di un goffo tentativo di scaricare la tensione politica sull’opposizione parlamentare, di distrarre l’attenzione dal problema del carcere duro a quello della polemica durissima. Fatto sta che si parla solo delle performance di Donzelli e Delmastro mentre lo sciopero della fame di Alfredo Cospito è andato in cavalleria giudiziaria.

Quando a mio padre rimproveravano di essere esageratamente permaloso di fronte a certe espressioni, era solito affermare convintamente: «L’ è al tón ch’a fà la muzica…». E aveva ragione, mille ragioni. Se poi certi toni vengono usati da persone investite di alte responsabilità pubbliche, il discorso diventa clamorosamente offensivo e inaccettabile. E questi signori, che si muovono con il garbo di un elefante in una cristalleria o in un negozio di porcellane, sarebbero coloro che avvicinano la gente alle istituzioni?

Lo scontro politico ha assunto toni surreali: il Pd è diventato un fiancheggiatore degli anarco-insurrezionalisti, i parlamentari si devono tenere alla larga dagli istituti di pena, le informazioni sensibili devono diventare pubbliche, il Parlamento è diventato il cortile dei litiganti, il dibattito politico si fa alle grida. Faccio di seguito riferimento al pezzo giornalistico citato all’inizio.

Il Guardasigilli intervenendo alla Camera e al Senato dice che «in linea di principio tutti gli atti riferibili a detenuti al 41bis sono per loro natura sensibili, ragion per cui ai fini della loro ostentazione occorre una verifica preventiva». Quasi a lasciare intendere che, comunque vadano gli approfondimenti in corso a via Arenula, la scelta di Delmastro di condividere informazioni «sensibili» con Donzelli non è stata opportuna.

Non c’è, infatti, solo lo stupore del Quirinale per quanto accaduto martedì alla Camera, anche se ovviamente il Colle si guarda bene dall’esprimere qualsiasi tipo di giudizio su una vicenda i cui accertamenti sono già affidati ad altri organi giurisdizionali, ma pure la freddezza degli alleati. Silvio Berlusconi in primis, anche se perfino la Lega si sta muovendo con circospezione, nonostante la solidarietà arrivata da un Matteo Salvini alle prese col disegno di legge sull’autonomia differenziata.

Ma c’è anche il fronte interno, che Meloni non sottovaluta. Interno al governo, ma anche a Fdi. Sul primo, pesa il fatto che Delmastro è il plenipotenziario della premier a via Arenula. E quindi c’è chi sospetta che un suo ridimensionamento non agiti poi troppo i sonni di Nordio (che, infatti, non sarebbe stato contrario a un suo passo indietro e che starebbe valutando di toglierli la delega al Dap). Sul secondo, invece, gravano le tensioni interne a Fdi. Con la faida che ha portato al commissariamento della federazione romana che fa capo a Fabio Rampelli. E commissario è stato nominato proprio Donzelli, con strascichi che per ora sono rimasti sotto traccia. Ancora ieri, quando i due si sono incrociati in Transatlantico e Donzelli ha fatto notare a Rampelli di avergli dato ragione per non aver censurato chi lo accusava di «analfabetismo istituzionale» durante la seduta di martedì. «Vogliono raccontare chissà quali divisioni nel nostro partito, ma io ho detto che hai fatto bene e che non c’è nessun retroscena», dice il responsabile organizzazione di Fdi. Con Rampelli che si limita a un cenno di assenso con la testa e un sorriso che ai più pare un po’ tirato.

Mi permetto di porre una questione retorica molto particolare. Durante gli anni della cosiddetta prima repubblica la politica viaggiava sulle ali del dibattito interno alla Democrazia Cristiana, partito-stato che ospitava al proprio interno diverse correnti di pensiero, che andavano da destra a sinistra e trovavano difficili ma serie sintesi politiche trasferite poi a livello parlamentare e governativo. Non vorrei che scadessimo dalla padella democristiana alla brace di Fratelli d’Italia, precisando che nella prima la democrazia era saldamente al sicuro, mentre nella seconda è in precarie condizioni di sopravvivenza.

Che l’Italia viaggiasse sui binari dello scontro tra Moro e Fanfani (tanto per fare un esempio) era cosa accettabile e persino coinvolgente, che il Paese sia in bilico tra le correnti interne a FdI, fra Rampelli e Donzelli (tanto per fare un esempio) è cosa vergognosa ed inquietante.

Se traferiamo il discorso a livello governativo una cosa era lo scontro tra Craxi e De Mita, ben altra cosa è la difficile convivenza tra Meloni, Berlusconi e Salvini. Stiamo cadendo sempre più in basso e non si vede un punto di risalita. Senso delle Istituzioni: zero. Dialettica parlamentare: zero. Correttezza politica: zero. E via di questo passo.

Se posso essere provocatorio, mi preoccupa molto di più questo clima, che si respira nei rapporti politici, dell’eventuale scontro di piazza innescato dall’anarchico Cospito. Forse sarebbe meglio adottare la linea della fermezza verso i politici incapaci, mandandoli coraggiosamente a casa, piuttosto che ingarbugliarsi nella fermezza verso le proteste anarchiche e anti-sistema. Anche perché, parliamoci chiaro, di quale credibile fermezza possono essere protagonisti i Donzelli, i Delmastro, i Rampelli, e finanche i Meloni, i Nordio, i Piantedosi e chi più ne ha più ne metta.

 

I patti della vergogna coi trafficanti di Stato

Giorgia Meloni e il suo governo sarà meglio che scherzino coi fanti e lascino stare i santi. Il patto stipulato con la Libia non ha proprio niente della coraggiosa lungimiranza dell’allora presidente di Eni, Enrico Mattei, ma ha in sé qualcosa di estremamente vergognoso. Detto in parole povere gas in cambio di immigrati.

Un accordo da 8 miliardi di dollari per aumentare la produzione di gas a favore del mercato interno libico e garantire l’esportazione in Europa, accompagnato da un’intesa per supportare la Libia con cinque imbarcazioni attrezzate nel campo della ricerca e soccorso di migranti in difficoltà in mare.

Stiamo ulteriormente legittimando il governo libico quale partner commerciale e garante del freno al flusso migratorio. Nessuno si preoccupa di vedere come la Libia utilizzi gli aiuti per contenere l’immigrazione verso le nostre coste.  Un patto “vergognoso” perché consegna “5 motovedette a chi si è reso responsabile di torture e stupri ai danni dei migranti”, ha protestato Angelo Bonelli (Avs), invitando la premier “a leggere il rapporto choc dell’Onu che svelò la detenzione arbitraria, le torture e gli stupri a cui sono sottoposti i migranti per mano della guardia costiera libica”.

Purtroppo su questa strada ha camminato anche la sinistra italiana con l’allora ministro degli Interni Marco Minniti. Basti riandare ad un commento dello scorso anno che riporto di seguito. «Se c’è Minniti, allora non vado io». Dopo tre mesi si scopre il motivo per cui papa Francesco, oltre alla «gonalgia acuta» al ginocchio che già lo tormentava, ha deciso di non partecipare all’incontro finale fra vescovi e sindaci del Mediterraneo, che si è svolto a Firenze domenica 27 febbraio: la presenza dell’ex ministro degli Interni Marco Minniti, definito da Bergoglio senza mezzi termini «criminale di guerra» – visto il suo attuale impegno come presidente della Fondazione “Med-Or”, creatura di Leonardo spa, la principale azienda armiera italiana – nonché “padre” degli accordi fra Italia e Libia che consentono di respingere i migranti nei «campi di concentramento» allestiti nel Paese nordafricano (il Manifesto).

La Libia è sempre stata croce e delizia nei rapporti internazionali italiani: le simpatie berlusconiane verso Gheddafi, l’adesione obtorto collo alla guerra Sarkozyana contro Gheddafi stesso, la scelta realista di Minniti, la tattica complessa ed energetica di Giorgia Meloni.

In buona sostanza cosa stiamo facendo per (non) gestire il fenomeno migratorio? Facciamo gli schizzinosi e deleghiamo alla Libia e non solo il lavoro sporco per bloccare le migrazioni; non riusciamo a varare uno straccio di politica di accoglienza ed integrazione a livello italiano ed europeo; tolleriamo indirettamente e conseguentemente l’arrivo degli immigrati clandestini da utilizzare speculativamente per i lavori in nero, da sfruttare e ghettizzare vergognosamente, da consegnare ai sottofondi della criminalità.

Purtroppo fra Minniti e Piantedosi non c’è soluzione di continuità. In pochi hanno il coraggio di denunciare questa vomitevole politica. Mentre Enrico Mattei, alla fine degli anni cinquanta ed inizio anni sessanta del secolo scorso, adottava una coraggiosa e trasparente strategia di equità commerciale petrolifera verso i paesi del Terzo Mondo per aiutarli a crescere, i governi attuali adottano una subdola tattica fatta di mere ed inconfessabili convenienze. Il gas è diventato il pretesto per rifornirsi dai delinquenti di stato, chiedendo ad essi di evitarci il disturbo degli immigrati.

E poi si attaccano le ong perché aiuterebbero i trafficanti di esseri umani…Più traffico inumano di quello governativo…E ci illudiamo di risolvere così i problemi… Forse ci comportiamo come quel tale, un buontempone, una di quelle persone che non si riesce mai a capire fino in fondo se “non ci arrivano o ci marciano”, che era uno specialista nel collocare le trappole per catturare i topi (almeno così diceva lui). Era però talmente di buon cuore che, dopo averli catturati non trovava il coraggio di ucciderli. Allora cosa faceva? Inforcava la bicicletta e li portava in aperta campagna, poi li liberava in qualche prato. Una volta ritornato frettolosamente a casa, si trovò di fronte ancora a due bei ratti in piena forma. Li guardò con stupore e disse tra sé, ma anche rivolto a loro: «Dio av maledissa, siv béle chi, iv fat pu a la zvèlta che mi a tornär indrè?».

Noi diamo l’incarico ai libici di catturare i migranti e di tenerli segregati, ma il flusso è inarrestabile e ce li ritroviamo comunque in Italia. Nel frattempo l’emergenza è diventata normalità e noi continuiamo a trattarla come emergenza in attesa che qualcuno ci tolga le castagne dal fuoco. E i migranti soffrono mentre noi le studiamo tutte per tenerli lontano o per sfruttarli da vicino.

 

 

Caspita! Lasciano morire Cospito!

Leggi transitorie che diventano definitive. Pene rieducative che portano all’ergastolo ostativo. Massimo Cacciari è indignato. Il filosofo, già sindaco di Venezia e senatore, nella sua triplice esperienza di accademico, amministratore e legislatore punta il dito contro la deriva dello stato di diritto. E rivolge un appello a Carlo Nordio, con cui ha coabitato nella città lagunare, affinché limiti l’applicazione del 41bis, legge speciale che tradisce la Costituzione e che va, in prospettiva, eliminato.

Questo, in estrema sintesi, il parere di Cacciari, così come emerge da un’intervista rilasciata al quotidiano “Il riformista” sul caso Cospito, di cui ritengo opportuno riportare di seguito e testualmente alcuni passaggi.

Il regime carcerario del 41bis. Volendo anche lasciare impregiudicato il fatto che sia da dismettere o non dismettere, è evidente che questa pena, la legge speciale sul regime carcerario duro, contraddicendo i principi generali della Costituzione, va applicata comunque con estremo raziocinio. Deve essere dimostrato che dal carcere ci sono dei capimafia stragisti che possono continuare a guidare l’organizzazione malavitosa. Se si decide di mantenere il 41bis, deve essere una extrema ratio, da centellinare e riservare solo ai casi più pericolosi, con comprovate reti di collegamento nella criminalità operativa, dove ci sono boss capaci di tornare a uccidere.

Il caso Cospito. Un caso che con la mafia non c’entra niente. Niente. Un elemento che per carità, avrà sbagliato, si sarà macchiato di reati, ma non ha mai ucciso nessuno e non è a capo di una rete criminale stragista. Se non sbaglio, Cospito è in carcere per aver messo una bomba carta che è esplosa una sera, senza fare danni né feriti. E lo mettiamo al 41bis? Ma dico, stiamo scherzando? Un uomo che sarà pure un militante anarchico, ma cosa vuol dire? È uno di cui possiamo non condividere le idee politiche ma che con la malavita organizzata non ha nulla a che fare. Se siamo in presenza dell’applicazione delle norme in maniera così spregiudicata, per carità, si abolisca il 41bis. Vuol dire che non sappiamo applicare le leggi con la giusta misura, e allora meglio non ricorrervi. È evidente. Aboliamo la norma immediatamente.

La posizione dello Stato. È una cosa assolutamente irragionevole. Una cosa pazzesca. E per questo mi sono rivolto al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che conosco da anni e che è tutt’altro che un giustizialista. È un giurista che ha espresso ancora da tempo i suoi dubbi sulla normativa d’emergenza. Il mio appello è semplice: Nordio sia orgogliosamente se stesso. Si faccia valere nel governo. Non tema nessuno. Batta i pugni sul tavolo. Prenda di petto il tema di quelle norme che dovevano essere transitorie e di emergenza e poi, come mille altre cose in Italia, diventano per prassi definitive. Se non può rimuovere il 41bis, lo faccia applicare con l’attenzione dovuta. Deve almeno riuscire a verificare che le norme vengano applicate solo in casi di straordinaria emergenza. Altrimenti non solo si contraddicono i principi costituzionali ma si cade in aberrazioni del diritto come mai ne abbiamo incontrati prima, neanche in caso di terrorismo. Cospito non può essere trattato come un pericoloso mafioso stragista. Cosa si teme? Che organizzi la rivoluzione anarchica in Italia? Ma vogliamo ridere? Piuttosto che curino questo poveretto. E che lo mettano in condizione di difendersi: il suo reato è da ergastolo? Io davvero non me lo spiego.

Il regime del 41bis e l’ergastolo ostativo. Tanto vale dircelo, senza ipocrisie: lo Stato ammette la Vendetta come pena, deve eseguire condanne esemplari sulla pubblica piazza. Scriviamolo pure: in certi casi la legge ammette che ci sia la Vendetta, come monito spaventoso erga omnes.

Il problema sollevato da Alessandro Cospito, il detenuto giunto allo stremo delle sue forze a seguito di un lungo sciopero della fame per protesta contro la carcerazione dura a lui applicata, mette in evidenza profili di carattere giuridico, umanitario e politico.

Sul piano giuridico si viaggia sul filo del rasoio della Costituzione per non dire in aperta violazione della stessa, che non ammette deroghe ai principi della difesa della salute del condannato e della finalità rieducativa della pena applicata. Sono state fatte eccezioni, che purtroppo sono diventate regole. Occorre tornare nel solco della Costituzione ed uscire dalla logica della vendetta, della gogna, del fine pena mai, del colpirne uno per educarne cento.

Dal punto di vista umanitario non si può prescindere dal rispetto della persona, che è appunto il perno della Costituzione e dal riconoscimento dei diritti fondamentali dell’uomo in quanto tale. Questo è il punto di partenza! Irrinunciabile! Il nostro sistema carcerario, anche senza ricorrere alle durezze ed alle durate particolari, non risponde a questi presupposti, basti pensare al numero di suicidi che avvengono dietro le sbarre.

Politicamente parlando si oscilla pericolosamente tra la difesa dell’ordine e la prevaricazione dei diritti, tra la piazza che ostenta le sue preoccupazioni e la persona che vanta i propri diritti. L’attuale governo, per divergenze interne, per richiami ancestrali a certe dottrine politiche, per maniacale ricerca di identità populista, per opportunismo perbenista, per decisionismo pilatesco e burocratico, brancola nel buio, finendo col lisciare il pelo al giustizialismo da bar, mostrando i muscoli in una battaglia, che non si vince con la forza ma con il buon senso.

La linea della fermezza adottata nel passato ha recato più danni che vantaggi. Durante una squallida e gelida conferenza stampa tenuta dai ministri della Giustizia, degli Interni e degli Esteri (i tecnici purtroppo non si smentiscono e governano come robot senza il cuore: mi fanno paura soprattutto quali membri del governo Meloni, perché fanno da foglia di fico burocratica ad una pericolosissima svolta reazionaria) ci si è addirittura rifatti all’atteggiamento dello Stato tenuto durante il sequestro Moro, condiviso da tanti uomini della Resistenza e dai partiti politici. A mio modesto giudizio sbagliarono tutti, perché la fermezza non è un totem a prescindere, va coniugata con la situazione complessiva dello Stato, della società e con i rischi che si corrono. Il ministro Nordio ha affermato che, se allora si fosse ceduto in qualche modo, sarebbe stato un disastro. I disastri, la morte di Moro e i successivi attentati terroristici, ci furono comunque e del più grave, vale a dire quello politico innescato dalla morte di colui che in quel periodo era il perno dei processi democratici in corso, soffriamo ancora le conseguenze.

Cerchiamo di essere seri e stiamo rigorosamente nell’alveo costituzionale. Vale per il caso Cospito, ma anche per tanti altri casi più o meno emblematici. Se, come sembra, il governo dovesse lasciar morire in carcere Alfredo Cospito, finirebbe oltre tutto col crearne un martire, col fare un perfetto assist ai rigurgiti anarchici e financo terroristici, col mettersi, dietro il paravento della lotta alla mafia, sulla strada insensata ed antidemocratica della criminalizzazione pregiudiziale ed irreversibile di ogni e qualsiasi spinta anti-sistema.