La democrazia della guerra

“La maggioranza degli italiani è stanca della retorica bellicista e chiede la pace. Lo dicono i numeri, ma purtroppo in Parlamento il 50% e oltre dell’opinione pubblica favorevole alla tregua, non si vede. Ho molto apprezzato la scelta di coscienza di Paolo Ciani di Demos, che ha votato in modo contrario rispetto al gruppo dei democratici e progressisti sull’Ucraina. Penso sia giusto e necessario chiedere coerenza a deputati e senatori su questo tema cruciale. Il problema invece è che la politica ha alzato un muro contro la società civile”. (dall’intervista rilasciata da Emiliano Manfredonia, presidente delle Acli, al quotidiano Avvenire”)

“La principale obiezione che viene mossa all’ipotesi di una tregua è che né Putin, né Zelensky sarebbero disposti ad accettarla. Intanto bisogna vedere se è davvero così, perché finora quella strada non è stata neanche tentata. O se è invece l’Occidente a non avere utilizzato la forza contrattuale di cui dispone per spingere le parti verso un graduale cessate il fuoco. Bisogna far lavorare i diplomatici. Qualcuno sostiene che sono in corso trattative segrete per delineare i possibili futuri confini nella regione ma a mio avviso queste questioni dovranno essere trattate da una conferenza internazionale che si configuri come una seconda Conferenza di Helsinki che riproponga le condizioni per una sicurezza e cooperazione in Europa. La pace è un processo, e il primo passo deve essere volto a limitare l’intensità del conflitto fino a una cessazione delle ostilità”. (dall’intervista rilasciata ad Avvenire da Mario Primicerio, impegnato in prima persona nel gruppo fiorentino “Mille contro la guerra”)

I nodi sono proprio questi: una democrazia occidentale che non si cura della sensibilità e della mentalità della gente; una politica che rifugge dalla diplomazia. In un’epoca in cui si sprecano i sondaggi di opinione, in cui si rincorre l’audience a tutti i costi, in cui il consenso è catturato mediaticamente, il Parlamento italiano (ma credo sia così in tutti i Paesi europei) se ne frega altamente di come la pensa il popolo in materia bellica. E pensare che l’opinione prevalente della gente è in controtendenza rispetto alla narrazione dei media e quindi risulta molto genuina e spontanea. E poi ci si chiede perché la gente diserti le urne…

Quanto alla diplomazia la si concepisce come mestiere da servizi segreti o giù di lì, mentre dovrebbe rappresentare la nobile arte del dialogo e degli accordi internazionali. Possibile che non si riesca ad avviare nessun serio tentativo per discutere di pace? Forse viene più comodo continuare il massacro pur di difendere gli equilibri, che sono tutto meno che equilibri. La guerra in atto in Ucraina, è bruttissimo doverlo ammettere, tutto sommato fa comodo agli Usa, che in tal modo riescono a tenere Putin sulla corda, e piace anche alla Cina, che tiene Putin in mano per fagocitarlo nel tempo. L’Europa non conta nulla e tradisce la sua natura.  Diceva David Sassoli (viene continuamente e giustamente ricordato) che l’Europa non è un incidente della storia, poiché è nata sulle ceneri del nazifascismo e si è data un orizzonte di pace. Preferiamo fare a gara fra chi è più bellicista, fra chi vuol far credere che l’Ucraina si aiuta solo a furia di armi. Triste e assurda competizione!

Letta, Bonaccini, Veltroni…ma anche Meloni

Giorgia Meloni è stata “migliore di quanto ci aspettassimo” sulle questioni economiche e finanziarie. Lo ha detto Enrico Letta, segretario del Pd, secondo quanto riporta il New York Times. Letta, continua il quotidiano statunitense, ha affermato che la Meloni ha abbandonato l’aggressività’ chiaramente dichiarata nei confronti dell’Unione Europea, decidendo di “seguire le regole” ed evitando di “commettere errori”. Per Letta, “la realtà’ è che lei è forte. É in piena luna di miele, senza un’alternativa all’interno della maggioranza e con l’opposizione divisa”.

Dopo l’intervista Letta è stato il turno di Stefano Bonaccini: “Meloni non è una fascista, è una persona certamente capace”. Il candidato segretario Pd segnala che “il fatto che l’Italia sia stata esclusa dal vertice dell’Eliseo non è un buona segnale”. Nonostante questo, aggiunge Bonaccini, “mi pare che Meloni abbia tutto l’interesse a stare dentro il Patto Atlantico e all’Eurozona”. Quanto alla maggioranza, “sono partiti baldanzosi, ho l’impressione che siano incorsi in qualche incidente di troppo e soprattutto voglio vedere come si comporteranno rispetto al tema Europa”. Tuttavia, Bonaccini invita ad evitare critiche affrettate: “Serve misura”, sottolinea e ricorda che, ad esempio, “sui balneari, con cui siamo sempre andati d’accordo nella mia regione, le gare vanno fatte”. (La Repubblica).

Valter Veltroni, l’ex segretario dem che evitava pure di nominare l’avversario Silvio Berlusconi, Intervenendo alla presentazione di un libro, afferma che «la sinistra che torna e quella che si camuffa non costituiscono un’alternativa credibile alla destra che ha trovato, con Giorgia Meloni, una leader determinata. E non sarà delegittimando gli avversari e parlando solo di loro che si crescerà, lo si dovrebbe aver capito». Liberarsi, dunque, della tentazione stalinista di demonizzare l’avversario. Ma lo capiranno? (Il Secolo d’Italia).

Enrico Letta più che Giorgia Meloni difende se stesso ed il suo appiattimento sulla linea Draghi: è chiaro che, se Giorgia Meloni si è convertita al draghismo come sembra, Letta, che ne è stato un sostenitore acritico, non può che esprimere apprezzamento. Non faccia quindi il furbetto della moderazione e vada a quel Paese. Quanto all’opposizione divisa, ne è forse il maggior responsabile, perciò scenda dal pulpito e si metta fra gli ultimi banchi a battersi il petto per gli errori commessi.

Stefano Bonaccini non faccia il bullo, ma veda di guidare il PD alla riscossa culturale prima che politica. Lasci perdere le lezioni di stile: c’è gente ridotta in povertà, che aspetta un’azione politica forte ed a cui sicuramente non danno fastidio il richiamo ai valori dell’antifascismo e la contestazione al centro-destra anche su questo piano. Non faccia l’ex comunista all’emiliana, non ripieghi sulla brutta copia di Pierluigi Bersani, dia slancio alla sua segreteria. Parola d’ordine: tirare giù senza pietà!

Ormai fa chic rendere a Giorgia Meloni l’onore delle armi con tanti inopinati riconoscimenti. Tutto opportunismo e niente più. Il ragionamento di fondo consiste nel ritenere che affondare i colpi non serva a conquistare voti, tanto vale essere prudenti, tolleranti e lungimiranti (?). Guai a parlare di agganci col neofascismo, non bisogna toccare questo tasto. Ignazio La Russa quindi è uno specchiato democratico, Isabella Rauti una donna della Resistenza, Giorgia Meloni una coerente e convinta antifascista. Guai a intravedere in parecchie scelte politiche del nuovo governo una qualche reminiscenza di fascismo e razzismo. Il fascismo è morto e sepolto! Mi permetto di non essere d’accordo e di rivendicare fra i motivi del mio astensionismo dalle urne proprio questa falsa moderazione.

Quanto a Valter Veltroni, il suo “maanchismo” non ha liniti ed evidentemente punta a comprendere anche Giorgia Meloni. Forse non farebbe male a dedicarsi totalmente ai libri anziché giocare a fare il notabile di turno. Dopo aver varato sbrigativamente e teoricamente un partito, il Pd appunto, non è stato capace di gestirlo, se ne è andato e adesso fa il saputello.

Mi permetto di esprimere un giudizio estremamente critico verso questa destra-destra e purtroppo anche verso questa sinistra non sinistra.  La validità delle proprie tesi politiche non si scopre solo coi voti, ma con la coerenza valoriale e storica. Non so, oltre tutto, se il PD perda più voti a causa di un’opposizione all’acqua di rose o per un’opposizione troppo radicale, intransigente ed antifascista. Sarebbe interessante verificarlo.

 

 

 

 

 

La rivalutazione del bunga-bunga

Le sentenze si rispettano, non si commentano. Mi atterrò scrupolosamente a questa indicazione nel riflettere sull’ennesimo caso giudiziario riguardante Silvio Berlusconi: il cosiddetto processo Ruby ter andato a sentenza assolutoria perché i fatti non sussistono.

Il cavaliere per quanto concerne la propria condotta morale risponderà alla sua coscienza. Chi sono infatti io per giudicare la moralità delle persone? Riguardo alla umana giustizia ha risposto e sta tuttora rispondendo di fronte alla magistratura in una interminabile, farraginosa e lunghissima serie di processi in cui non ci si raccapezza se non per osservare come Berlusconi abbia il triste primato di essere, a torto o a ragione, il più processato premier di tutti i tempi. Tutta colpa di una magistratura che fa politica? Ma fatemi il piacere… Tuttavia torno al rigoroso rispetto del postulato iniziale: in fin dei conti chi sono io per voler capire il diritto penale?

Resta una chiave di lettura, quella politica, sulla quale mi sento in dovere di esprimere giudizi. Rifiuto categoricamente, per Berlusconi e per qualsiasi politico, la premessa in base alla quale la politica dovrebbe stare fuori dalle stanze da letto dei governanti.

La costituzione italiana all’articolo 54 recita testualmente: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. Silvio Berlusconi rientra alla grande fra questi cittadini, ma purtroppo non ha adempiuto le sue funzioni pubbliche con disciplina ed onore, in un miscuglio di interessi personali e pubblici, in una sarabanda di vicende sporche in cui ha trascinato Il Paese, rovinandone l’immagine e screditando la politica ridotta a spasmodica ricerca di enormi tornaconti privati e copertura di vizi privatissimi, istituzionalizzando i conflitti di interesse al punto che i suoi elettori lo votavano in base ad un ragionamento paradossale: “Dal momento che sa fare così bene i propri interessi, chissà che non sappia fare altrettanto bene anche i nostri”.

In un qualsiasi Stato democratico si sarebbe dovuto dimettere da quel dì, lui è stato dichiarato decaduto dopo parecchi anni per poi tornare a pieno titolo nell’agone politico con qualche velleità quirinalizia e sedersi nell’aula del Senato tra applausi, baci e abbracci.

Questa deriva politica è ancora in atto e solo la storia ci dirà se e quando finirà e quanto abbia danneggiato il nostro Paese e la democrazia. La commistione fra pubblico e privato è stata recentemente sancita dalla seguente decisione: “La presidenza del Consiglio ha comunicato di avere in data odierna dato incarico all’avvocatura dello Stato perché revochi la propria costituzione di parte civile nel processo penale “c.d. ‘Ruby ter’ a carico – fra gli altri – del senatore Silvio Berlusconi”. La costituzione, si legge nella nota di Palazzo Chigi, “era stata disposta nel 2017 dal governo Gentiloni, un esecutivo a guida politica, in base a una scelta dettata da valutazioni sue proprie, in un momento storico in cui non erano ancora intervenute pronunce giudiziarie nella medesima vicenda”. La formazione, prosegue il comunicato, “avvenuta nell’ottobre 2022, di un nuovo governo, espressione diretta della volontà popolare, determina una rivalutazione della scelta in origine operata. Ciò appare tanto più opportuno alla stregua delle assoluzioni che dapprima la Corte di Appello di Milano con sentenza del luglio 2014, divenuta irrevocabile, poi il tribunale di Roma con sentenza del novembre 2022, hanno reso nei confronti del senatore Berlusconi in segmenti della stessa vicenda”.

Un autentico obbrobrio costituzionale e politico! Un piacere fatto a Silvio Berlusconi per calmarne le intemperanze. Il berlusconismo continua ad imperversare come stile di comportamento politico e governativo. A trent’anni dalla discesa in politica del cavaliere stiamo ancora girando intorno al pero dei suoi affari e dei suoi vizi privati trasformati in pubbliche virtù, al punto che mi sta diventando simpatico, anche perché almeno lui aveva e ha il carisma, mentre i suoi destrorsi successori di carisma non ne hanno affatto e combinano disastri in perfetta continuità non affaristica ma politica. Il regime berlusconiano non è affatto finito!

Berlusconi ha fatto credere al Parlamento italiano che Ruby Rubacuori, la sua fiammetta minorenne, fosse nipote del presidente egiziano Hosni Mubarak. Giorgia Meloni fa credere al popolo italiano che un’amica di Abascal, Orban, Morawiecki, Le Pen e Akesson possa essere una convinta e costruttiva europeista alla faccia di Macron e Scholz. Tutte questioni diplomatiche?!

 

 

Sangiuliano e Sanmichele alleati vs Parma

Il ministro della cultura Gennaro Sangiuliano si è specializzato nella catalogazione politica degli artisti a destra e a sinistra. È partito in quarta con nientepopodimeno che Dante Alighieri: lo ha definito “il fondatore del pensiero di destra in Italia”.  “Quella visione dell’umano della persona la troviamo in Dante – ha aggiunto Sangiuliano – ma anche la sua costruzione politica credo siano profondamente di destra”.

Poi assieme ad altri colleghi di schieramento politico ha connesso tutti gli artisti (?) sanremesi col pensiero di sinistra. Volete mettere Dante Alighieri e la sua donna angelicata con Fedez, pseudonimo di Federico Leonardo Lucia, e i suoi baci demoniaci? Dante, che se ne intendeva, era di destra; Fedez che sa solo trasgredire è di sinistra.

Dante mi è molto caro anche se Sangiuliano ha tentato di rovinarmelo; di Fedez non me ne può fregar di meno, anche se me lo vogliono affibbiare come esponente della cultura di sinistra. Ci volevano Sangiuliano e la destra meloniana per riscrivere la storia dell’arte classica e contemporanea. Non saremo loro mai abbastanza riconoscenti.

Poi è arrivato anche Giuseppe Verdi e il ministro della cultura si sarà chiesto: e questo dove lo metto? Allora è partita la vicenda dell’acquisizione, tutela e valorizzazione di Villa Verdi, la casa museo del grande compositore, tramite fondi raggranellati con una serie di eventi musicali sparsi in tutta Italia. All’appello pubblico rivolto a fondazioni lirico sinfoniche e teatri il caso (?) ha voluto che la fondazione del teatro Regio di Parma, attualmente in mano ad un’amministrazione di sinistra, non rispondesse all’appello: ottima occasione per far presente che non solo Verdi aveva antipatia per Parma, ma che era anche un uomo di destra in quanto taccagno imprenditore agricolo, nazionalista spinto e liberale cavouriano anche se non troppo convinto. E allora cosa c’azzecca Giuseppe Verdi con Parma? Che i parmigiani si divertano con Fedez e lascino stare Verdi!

Ad un certo punto penso che il ministro si sia accorto di avere esagerato e allora si è accontentato di aver procurato una figuraccia all’amministrazione comunale di Parma, rendendosi comunque disponibile al bel gesto riparatore, cioè ad inserire in extremis una ulteriore data in calendario, coinvolgendo il Teatro Regio nella serie di eventi musicali verdiani. Si tratta di mie illazioni, lo ammetto. Possibile però che un ministro della cultura non abbia capito al volo che Parma avrebbe dovuto essere della partita a prescindere dalle adesioni burocratiche e dalle proposte formali? Parma col suo Teatro rischia di entrare solo dalla finestra forse per colpa dei gusti politici di Gennaro Sangiuliano e di Giuseppe Verdi? Ma anche per un altro motivo specularmente “gaffoso”, che vado di seguito ad esporre.

Michele Guerra si è fatto prendere in contropiede dal Ministero con l’esclusione del Teatro Regio da questo programma di concerti, accampando scuse che non stanno né in cielo né in terra. Avrebbe dato l’adesione oralmente a margine della conferenza stampa di presentazione dell’iniziativa ministeriale. Cosa ci voleva a formalizzarla e a tradurla in un progetto (la specialità della ditta Michele Guerra e c.). Come già detto, probabilmente al ministro Sangiuliano, squallido personaggio di questo altrettanto squallido governo, non sarà parso vero di tagliare fuori Parma amministrata dalla sinistra: un dialogo fra sordi che mal si adatta alla musica verdiana. A maggior ragione quindi bisognava essere accorti ed intraprendenti e venire giù, una buona volta, dalle nuvole.

Sono soddisfatto di non avere votato Guerra e forse mi rammarico di non aver votato Vignali (che al riguardo ha pubblicato un’ineccepibile presa di posizione). Intendiamoci bene, non è che il futuro di Parma dipenda da questi concerti: chi non ha un tetto continuerà a non averlo, chi in centro città avrà bisogni fisiologici impellenti continuerà a non saper dove sbattere la testa e qualcosa d’altro, chi si troverà in coda ai mezzi di raccolta dei rifiuti continuerà a bestemmiare (ho scelto tre problemini a caso…), ma farsi trovare in castagna fino a questo punto è ridicolo e grave. Sostanzialmente la cosa verrà rimediata, resta tuttavia una gaffe clamorosa di un sindaco che non riesce nemmeno a gestire la cultura (perde in casa…), limitandosi a chiacchiere progettuali fini a loro stesse. Un doppio pasticcio da cui Parma, almeno a livello d’immagine, esce con le ossa rotte.

 

La Milano-Sanremo elettorale

Del festival di Sanremo non mi interessa un cavolo, lo considero un’arma di distrazione di massa in difesa del consumismo di massa. Sono però rimasto incuriosito dal dibattito che intorno ad esso si è scatenato e continua a tenere banco. Dopo Dante Alighieri (sic!) anche Sanremo è finito sotto inchiesta per verificare se sia di destra o di sinistra.

Io, nella mia ingenuità avrei attualmente e sbrigativamente risposto di “destra” nel senso che serva a dare una visione godereccia e divertente della società funzionale al potere. Quando l’ho addirittura visto legittimato in apertura dalla kermesse costituzionale alla presenza del Capo dello Stato, mi sono detto: “É fatta, è partito un perfetto assist per la destra al potere…”.

Invece ho imparato che a Sanremo si sarebbe fatta campagna elettorale per la sinistra a suon di volgari trasgressioni e di diritti (in)civili, al punto che parecchi autorevoli (?) commentatori, davanti ai risultati delle elezioni regionali hanno parlato di vittoria della destra (o del centro-destra come dir si voglia) nonostante Sanremo, arrivando addirittura, tra il serio e il faceto, a tentare un parallelismo qualitativo e quantitativo fra la percentuale di ascolti sanremesi e quella delle astensioni dalle urne in Lombardia e Lazio.

Non ho capito se si volesse fare dell’ironia su Sanremo e/o sulla sinistra o se si intendesse, molto più probabilmente, ridicolizzare la sinistra che, non sapendo più da che parte voltarsi per ottenere consensi, si affiderebbe al circo equestre dello spettacolo leggero spacciato per pesante. Qualcuno avrà magari pensato anche ai rave party, che c’entrano come i cavoli a merenda.

Fatto sta che, complice gran parte dei media, si sta teorizzando la spartizione della società fra il tartufesco perbenismo, interpretato e rappresentato dalla destra, e lo strumentale anticonformismo della sinistra: una sociologia spicciola e balorda, che sta solo elaborando sistematicamente la realtà della politica ridotta a futile chiacchiera.

Così facendo si finisce col favorire l’inculturazione totale della politica e col mettere a rischio e banalizzare la democrazia.  Se andiamo avanti di questo passo, la democrazia diventerà luogo riservato a chi vuol scherzare. Non sarà più questione di scegliere pragmaticamente il meno peggio, ma di giocare al tanto peggio tanto meglio. Stiamo trasformando la democrazia da sistema a sovranità popolare a regime in rappresentanza del nulla. E a chi è morto per conquistarcela e a chi si è dato da fare per svilupparla non resterà che scaravoltarsi nella tomba.

A proposito, mio padre considerava l’ultimo atto del Trovatore di Verdi come la tomba dei tenori, vale a dire la prova del nove della loro adeguatezza al ruolo, che spesso finiva coi fischi. Non vorrei che fossimo arrivati all’ultimo atto della politica, vale a dire alla verifica della sua capacità a riempire di contenuti le istituzioni democratiche. Come finirà? Applausi per il soprano Cocomeri e fischi per gli altri interpreti?  La mia esperienza teatrale mi insegna che non può finire così, perché alla fine il fiasco non salva niente e nessuno.

 

La democrazia in freezer

È vero che una democrazia si riconosce dal dopo-elezioni, ma il rito elettorale ne resta comunque un irrinunciabile presupposto. E quando la popolazione rifiuta di partecipare al rito significa che la fede sta venendo meno e il rito rischia di diventare una parodia di democrazia.

I risultati elettorali della consultazione regionale in Lombardia e Lazio sono basati su una parodia che ne inficia valore e significato. Mi fanno pena i commentatori che si esercitano nel teorizzare l’onda lunga del centro-destra. Ma quale onda lunga? Qui c’è l’alluvione della sfiducia totale nella politica compreso il centro-destra la cui vittoria è assai simile a quella di Pirro.

La nostra democrazia è gravemente malata e assume disperatamente dei farmaci a casaccio illudendosi di migliorare le proprie condizioni. Probabilmente non passerà molto tempo e ci si accorgerà che la medicina non fa effetto e se ne proverà un’altra e poi un’altra ancora, mentre la malattia peggiorerà col rischio di cronicizzarsi. Prima il berlusconismo, poi il renzismo, poi il leghismo, poi il grillismo. Adesso è il turno del melonismo.

Alessandro Sallusti ha affermato che l’Italia è un Paese di destra. Purtroppo è un Paese in cerca di democrazia, che si affida molto spesso al peggior offerente: è la volta della destra. La sinistra, se vuole diventare la giusta terapia per la guarigione e non per l’accanimento terapeutico, non può limitarsi a combattere gli effetti indesiderati della cura destrorsa, ma deve partire da una corretta diagnosi dei mali della nostra società per affrontarli in modo impietoso senza affidarli al medico più o meno di turno.

Non resta che augurarsi quindi che gli attuali scenari politici siano precari e in via di rapida evoluzione. Nel frattempo smettiamola di enfatizzare il ruolo dei comprimari, facendo finta che siano attori protagonisti. Bisogna prima andare a scuola di teatro e poi si potrà partecipare ad una vera e propria rappresentazione democratica.

È normale che i vincitori di oggi cantino vittoria magari tentando di stare al meglio sul carro e che gli sconfitti cerchino di alleggerire la disfatta cercando di scaricarsi reciprocamente le colpe. Nel campo dei vincenti la Lega vuole ritrovare un certo protagonismo, Berlusconi intende far valere i suoi trascorsi da protagonista, FdI si accredita come il nuovo che avanza. In quello dei perdenti il PD si accontenta di aver evitato il peggio in attesa di ripartenza, il M5S rinvia tutto alla prossima consultazione nazionale, il terzo polo farnetica di liberal-popolarismo.

Sono tutti senza politica e senza popolo. Il rischio grosso è che possa presentarsi sulla scena un ciarlatano scientifico, un Berlusconi riveduto e scorretto che metta la democrazia in freezer per i prossimi trent’anni. Lui ci sta pensando, cavalcando paradossalmente una sorta di opportunistico pacifismo, ma l’età glielo vieta. Se fosse più giovane, staremmo freschi…

 

Il canto dell’ex gallo

“Se fossi stato il presidente del Consiglio non sarei mai andato a parlare con Zelensky, perché stiamo assistendo alla devastazione del suo Paese e alla strage dei suoi soldati e dei suoi civili. Bastava che cessasse di attaccare le due repubbliche autonome del Donbass e questo non sarebbe accaduto, quindi giudico, molto, molto negativamente il comportamento di questo signore”.

Con queste parole il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi, a margine del suo voto per le elezioni regionali in Lombardia, ha commentato l’esclusione del presidente del Consiglio Giorgia Meloni dalla cena con i leader di Germania, Francia e Ucraina: Scholz, Macron e Zelensky. La guerra secondo Berlusconi va conclusa con un piano Marshall: “Biden prometta miliardi, non armi. E questo signore cesserà il fuoco”.

Non credo si tratti di una estemporanea dichiarazione assimilabile allo sfogo del nonno che gira per casa in mutande, sputando imbarazzanti verità. Non credo nemmeno che rientri nella comprensibile e finanche “solidarizzabile” insofferenza del nonno, che la sa lunga, verso l’insopportabile presunzione della nipotina, che non sa niente.

Innanzitutto Silvio Berlusconi, in questo caso, non ha detto cazzate. Zelensky ha grosse responsabilità, che non possono essere bellamente nascoste dietro la concessione di un’aprioristica difesa d’ufficio. Gli Usa dovrebbero smetterla di giocare alla guerra per interposta persona e usare il proprio appoggio all’Ucraina non per incallirla in una guerra suicida, ma per avviarla verso una trattativa di pace pur difficile ma imprescindibile. L’Europa anziché gareggiare al proprio interno nell’invio di armi a Zelensky potrebbe tentare una sorta di “ricatto pacifista” nei confronti dell’Ucraina: in Europa sì, ma a condizione che si faccia di tutto per interrompere una spirale in via di tragico consolidamento. Questa la mia libera interpretazione delle imbarazzanti ma interessanti parole in libertà berlusconiane.

Non penso però che il tutto sia solo da considerare come una voce dal sen fuggita o come uno spassionato consiglio al governo italiano ed al suo premier in particolare. Così vorrebbe far credere Forza Italia con un penoso comunicato teso a nascondere la mano dopo avere lanciato il sasso. Lo riporto di seguito perché la dice lunga: «Il sostegno del presidente Berlusconi in favore dell’Ucraina non è mai stato in dubbio. Ha solo espresso la sua preoccupazione per evitare la prosecuzione di un massacro e una conseguente grave escalation della guerra, senza venire mai meno all’adesione di Forza Italia alla maggioranza di governo, alla posizione della Nato, a quella dell’Europa e degli Stati Uniti. Il presidente Berlusconi non ha mai nominato Putin, dal quale ha più volte sottolineato di essere rimasto deluso, ha solo spiegato che nessuno è esente da responsabilità. A dimostrazione di come egli sia preoccupato e desideri un ritorno alla pace che interrompa questa spirale di violenza e di morti, ha auspicato un gigantesco piano Marshall in favore dell’Ucraina e del suo popolo».

L’uscita del cavaliere ha un senso politico o quanto meno tattico? Difficile negarlo per la tempistica scelta (in concomitanza con le elezioni regionali in Lombardia e Lazio), per i toni adottati (tutt’altro che morbidi e concilianti), per l’agitata contingenza che sta vivendo la maggioranza di governo (giornalieri e malcelati contrasti), per lo storico scetticismo espresso da Berlusconi fin dalla nascita di questo governo (ricordiamoci dell’eloquente alzata di sopracciglio al Quirinale dopo la sbracata autocandidatura di Giorgia Meloni).

E allora cosa vuole combinare? È facile scadere nella fantapolitica, ma bisogna considerare che nel comportamento berlusconiano niente è puramente casuale: d’altra parte le sue dichiarazioni lasciano intendere un’attenta calibratura delle parole e non una “sparata” di mera insofferenza antimeloniana, antieuropea, antiamericana, antizelenskyana, antigovernativa, antitutto.

Sono portato a inquadrare questa uscita in una tattica di riavvicinamento tra Forza Italia e Lega, favorita da un certo qual idem sentire in materia di guerra russo-ucraina. All’approccio realistico di Berlusconi fa riscontro quello economicistico di Salvini: di questa guerra non se ne può più, soprattutto non ne possono più gli italiani che sono in stragrande maggioranza ad essa contrari. Ebbene, queste manovre politiche potrebbero mettere il fronte forza-leghista in una posizione di ritrovata assonanza con l’opinione pubblica, allontanandola dalle simpatie verso Fratelli d’Italia e la sua leader, e potrebbero ridimensionare lo strapotere meloniano, facendo balenare persino la possibilità di un certo cannibalismo verso il cosiddetto terzo polo di Renzi e Calenda in cerca di futuro. Non è un caso che Berlusconi nei giorni precedenti la consultazione elettorale lombarda abbia affermato che avrebbe votato volentieri per la Moratti (magari lo avrà fatto e fatto fare), lanciando un messaggio a certi ambienti stanchi di una deriva destrorsa fine a se stessa, che non hanno però ripiegato sulla Moratti, ma probabilmente hanno preferito astenersi.

Siccome però Berlusconi ha sempre interpretato la politica anche e soprattutto pro domo sua, cos’ha da guadagnare in soldoni da queste manovre così opache e complicate? Bisognerebbe fare quattro chiacchiere fuori dai denti con i maggiorenti di Mediaset e dintorni. Non ho questa possibilità. Mi limito a pensare che comunque un recupero di potere politico di Berlusconi non faccia male al suo impero aziendale. Si ritorna sempre lì. Certamente la premiership di Giorgia Meloni non fa molto gioco in tal senso, anzi…

Il risultato elettorale, tutto da approfondire, potrà fornire ulteriori indicazioni al riguardo delle ipotesi suddette. Magari il tutto si rivelerà un mero ballon d’essai. A Berlusconi non resterà che la soddisfazione narcisistica di aver riconquistato la scena senza incassare voti? Ho qualche dubbio. Come minimo si metterà all’ombra dell’astensionismo dilagante, accreditandoselo come qualunquismo filo-berlusconiano, puntando cioè su un ritorno di fiamma con la gente che non l’ha ancora dimenticato. Morale della favola: la politica sta raschiando il fondo del peggior barile della democrazia e l’astensionismo, che ha raggiunto livelli clamorosi (si pensi che a Roma due abitanti su tre non sono andati a votare), lo sta a dimostrare.

 

 

 

La regionalizzazione delle schermaglie partitiche

Spero che gli abitanti di Lazio e Lombardia non leggano i giornali non ascoltino il dibattito mediatico e guardino ai loro problemi e alla capacità dei candidati a risolverli. Sembra infatti che le elezioni regionali non servano a definire la classe dirigente per i prossimi cinque anni, ma a dirimere le questioni interne ai due schieramenti di maggioranza e opposizione a livello nazionale.

Come usciranno dalle urne gli equilibri fra FdI, Lega e Forza Italia o, per meglio dire, fra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi? Questo sembra il principale, se non addirittura l’unico, quesito elettorale. Fratelli d’Italia cannibalizzerà i partner di governo o dovrà rassegnarsi a fare i conti con questi alleati e i loro diversificati desiderata? Non c’è materia politica di carattere nazionale o internazionale che li veda uniti e compatti: la Lega punta all’autonomia differenziata, FdI al presidenzialismo, Forza Italia al moderatismo e via di questo passo.

Se poi parliamo della guerra in Ucraina siamo in presenza di tre linee politiche molto distinte nei loro tre opportunismi internazionali: il filo-atlantismo di Giorgia Meloni, l’economicismo di Matteo Salvini contrario quanto meno alle armi all’Ucraina e alle sanzioni alla Russia, la realpolitik berlusconiana, che punta ad un arbitrato pseudo-diplomatico fra le parti in guerra.

Le ultimissime uscite di Silvio Berlusconi, che mirano ad infastidire Giorgia Meloni, recuperando un po’ di consenso, prospettando un’asse politico difensivo tra Forza Italia e Lega, strizzando l’occhio a Letizia Moratti e a chi l’appoggia apertamente, aggiungono sale tattico alla consultazione elettorale a prescindere dai suoi contenuti istituzionali.

E i problemi delle due regioni non interessano a nessuno, restano sullo sfondo e non trovano risposte adeguate. Due regioni che vengono da esperienze amministrazioni diverse, ma che, tutto sommato, presentano gli stessi problemi, a dimostrazione del fatto che la politica si divide su questioni post-ideologiche, ma non affronta le questioni concrete. A questo punto se laziali e lombardi fossero seri e coerenti dovrebbero astenersi dal voto (sembra che lo stiano facendo alla grande…).

A sinistra o giù di lì gli equilibri interni sono, forse più seriamente, ancora più difficili e inconcludenti: poteva essere un tentativo di riscossa partendo proprio dai problemi e mettendo da parte le smanie egemoniche, invece è diventata una rissa tattica alla faccia degli elettori.

Due diaspore a confronto, quella di una destra in cerca di unità (?) e quella di una sinistra in cerca di popolo (?). Le urne daranno indicazioni sommarie, probabilmente complicheranno ancor più i rapporti interni ai due schieramenti. La politica si allontana sempre più dalla gente: è un problema molto serio! Le regioni, che dovevano essere una istituzione intermedia capace di interpretare e valorizzare le diverse vocazioni territoriali, sono diventate il campetto di allenamento per i partiti a livello nazionale.

Stiamo purtroppo registrando il fallimento istituzionale e politico dell’ordinamento regionale. E lo si vuole addirittura potenziare con la baggianata delle autonomie differenziate e potenziate. A urne ancora chiuse mi sento di augurare uno scatto di orgoglio agli abitanti della Lombardia e del Lazio: rifiutino di venire trattati come carne da cannone dei politicanti di destra e sinistra. Sarà un’impresa impossibile, vedremo i risultati e probabilmente piangeremo sul voto versato.

 

Poca diplomazia, molto onore

Francia e Germania hanno fatto una riunione a porte chiuse con Zelensky, per decidere le prossime mosse dell’Europa sulla guerra in Ucraina. “Ennesima prova di egoismo e miopia, se siamo in 27 e contribuiamo e soffriamo tutti, non ce ne sono due che valgono più di altri”, commenta Salvini. Macron al contrario ha rivendicato di contare più degli altri. “Noi stiamo pagando più di altri, se non più di tutti, per il costo energetico e di materie prime. A Macron io suggerirei, di vigilare e mantenere la parola data. Faccio riferimento alla TAV, che è ovviamente su due fronti, noi stiamo mantenendo tutti gli impegni economici e temporali mentre in Francia ci sono dei ritardi”.

Meloni a Bruxelles: “Chi pensa ad una Ue di serie A e serie B, chi pensa che l’Europa debba essere un club in cui c’è chi conta di più e di meno, sbaglia. Secondo me quando si dice che l’Ue ha una prima classe e una terza classe, vale la pena ricordarsi del Titanic. Se una nave affonda non conta quanto hai pagato il biglietto”, commenta la presidente del Consiglio. Mentre da Roma si fa sentire Matteo Salvini: “Ho sentito Giorgia ieri, se riusciamo a portare a casa una sveglia in Europa sul tema dell’immigrazione è bene. Devo dire che un certo atteggiamento di spocchia da parte di Macron è incomprensibile. Nel momento in cui c’è la guerra, c’è il caro delle materie prime, i cinesi mandano i palloni spia in giro per il mondo, Macron pensa di fare da solo? – continua il vice premier e ministro – Non penso che andrà lontano, non penso che sia una manifestazione di europeismo, di solidarietà e di acume politico”.

Siamo alla diplomazia da bar sport. Per tessere rapporti internazionali positivi occorre pazienza, lucidità, lungimiranza e magnanimità. Gli attuali governanti italiani dimostrano al contrario di avere intolleranza, confusione, sventatezza e grettezza. Se ci si avventura nella gara a chi sbaglia di più, si va poco lontano. A cosa serve enfatizzare l’egoismo franco-tedesco se poi lo si riequilibra col nostro populismo sovranista. Sembra la competizione dei rutti puzzolenti…

Tutti si interrogano sul perché e il percome delle eclatanti difficoltà nei rapporti con Francia e Germania. Il motivo è molto semplice: Giorgia Meloni è la plastica rappresentazione del comportamento tipico dei deboli che pensano di far la voce grossa coi forti. Mettiamocelo bene in testa: siamo deboli da tutti i punti di vista. Non è un vizio, ma non deve diventare nemmeno una virtù.

Che bisogno c’era di reagire in modo scomposto alla cena di Parigi da cui Giorgia Meloni è stata esclusa. Alla prima occasione e in modo del tutto riservato si potevano chiedere chiarimenti al riguardo. Cerchiamo ciò che ci unisce e non impuntiamoci su ciò che ci divide.

Vogliamo fare i primi della classe nei confronti dell’Ucraina? A parte il fatto che sarebbe meglio tentare di primeggiare nelle iniziative di pace e non nelle alleanze di guerra seppure difensiva, tutti sanno che all’interno dell’attuale maggioranza di governo italiana ci sono ben tre linee politiche diverse fra di loro rispetto ai rapporti con la Russia: l’atlantismo di maniera di Giorgia Meloni va di pari passo con l’opportunismo russofilo di Matteo Salvini e con la storica amicizia berlusconiana nei confronti di Putin. All’estero sono molto più bravi di noi nel vedere i nostri limiti, da lontano li fotografano meglio.

Accusiamo Macron di fare una politica estera ad uso interno, per recuperare visibilità e consenso a livello della propria opinione pubblica. E cosa ha fatto in questo periodo Giorgia Meloni se non marchette ai propri elettori accompagnate da frettolose e poco credibili conversioni europeiste ed atlantiste?

Il nostro presidente del consiglio forse, sotto-sotto, punta alla politica del “molti nemici molto onore”, a scaricare sul Paese il proprio isolamento: un difficile rapporto con i partiti della sua maggioranza, un rapporto insoddisfacente con una penosa classe dirigente del suo partito (si pensi ai Donzelli, ai Delmastro, ai Fazzolari, etc. etc.), una strana convivenza con i ministri che parlano a vanvera e dimostrano limiti incontrollabili, un isolamento a livello europeo, una insolita diffidenza americana. Paradossalmente il suo unico punto di forza sta nella debolezza dell’opposizione, che continua a girare a vuoto ed a commettere errori speculari rispetto a quelli del governo e della maggioranza, e in una coscienza (in)civile del Paese, che si lascia penosamente distrarre dal festival di Sanremo.

Chiudo infatti con una piccola ed acida riflessione/sfogo: possibile che tutti gli enormi problemi che abbiamo – dalla guerra sempre più consolidata alla Costituzione sempre più in bilico – trovino eco e si riflettano solo su Sanremo? E poi ci chiediamo perché francesi e tedeschi ci prendano sotto gamba? Sono anche troppo indulgenti! Siamo sgovernati da gente incapace e pensare che ce li abbiamo messi noi… Leggevo in questi giorni una frase, peraltro abbastanza nota, che dice sostanzialmente: ogni nazione ha il governo che merita! Evidentemente noi italiani ci siamo meritati Giorgia Meloni e c. Si temono gli anarchici insurrezionalisti? Forse sono gli unici che capiscono qualcosa, peccato che poi usino la violenza. Violenza no! Protesta sì. Spero negli studenti. Da che mondo è mondo sono sempre stati gli avamposti della protesta sociale. Forse però i problemi sono tanti al punto da non trovare nemmeno un filo che li possa legare in una seria protesta, i soggetti in pericolo sono tanti al punto da intersecarsi e neutralizzarsi a vicenda (potrebbe essere una pista sociologica da approfondire…).

 

I misteri dolorosi del rosario sociale

“L’agonia della Sanità. Liste d’attesa fino a due anni, 8 mila medici in fuga, fondi sotto la media Ue. Così il servizio pubblico esclude i più deboli: 5,6 milioni rinunciano alle cure”. Sanità obsoleta: il 90% dei macchinari andrebbero sostituiti. L’89% delle strutture usa macchinari che andrebbero sostituiti. Il record dei mammografi: il 70% ha oltre dieci anni. L’attacco dei sindacati: «Imprese danneggiate dal tetto di spesa». Ed è in crisi anche l’assistenza domiciliare”. Ecco titoli e sommari di due articoli di Paolo Russo sul quotidiano La Stampa.

Mi sembra una nitida fotografia della più colossale delle contraddizioni infra e post covid: moltissime chiacchiere scientifiche pochissimi fatti “politici”. La miglior difesa contro i virus non è tanto la vaccinazione, che, pur nella sua obbligata introduzione, lascia il tempo che trova tra efficacia ancora tutta da dimostrare ed effetti collaterali tutti da scoprire, ma il cordone sanitario che purtroppo anziché essere tirato e rafforzato viene indebolito.  La sanità si è dimostrata una coperta corta che ha cercato di proteggerci dal virus, ma ci ha scoperto su tutto il resto.

A tre anni di distanza dallo scoppio dell’epidemia ci ritroviamo becchi e bastonati: non abbiamo imparato niente, scopriamo ancor più di avere un sistema sanitario gruviera. Posso capire (?) lo choc iniziale affrontato con buona volontà, ma poi non si è combinato nulla a livello strutturale ed organizzativo. Ciò che poteva e doveva essere una spinta a potenziare ed efficientare il sistema sanitario è diventato l’ombelico a cui guardare con assurda soddisfazione: siamo bravi, abbiamo evitato il peggio, possiamo stare tranquilli.

Non ho ancora capito se sia un problema di risorse insufficienti, di confusione amministrativa, di palleggiamento delle responsabilità, di scelte politiche errate, di insensibilità sociale. Fatto sta che le liste d’attesa per analisi e visite mediche hanno tempi biblici, mancano i medici, prima di entrare in un pronto soccorso bisogna accendere un cero a santa Dinfna, vergine e martire.

È vero che a criticare si fa presto. Infatti liste d’attesa interminabili, sprechi e scandali rappresenterebbero solo una faccia della sanità italiana, che continua a essere una delle migliori al mondo. Nonostante le evidenti difficoltà strutturali ed economiche nelle quali versa il Servizio Sanitario Nazionale, la sanità italiana continua a occupare le posizioni più alte nelle classifiche sulle migliori al mondo. In effetti, al netto dei limiti e dei difetti, il nostro sistema di sanità universale, libera e gratuita per tutti, è un punto di orgoglio per il Paese. A rimarcare tutto questo ci pensa la nota agenzia statunitense Bloomberg, che ha stilato un rapporto basato sui dati elaborati da Organizzazione mondiale della sanità, Onu, Banca Mondiale, Fondo monetario internazionale, dal quale è emerso il livello elevato della sanità italiana.

E allora come la mettiamo? La nostra società è piena di misteri, batte in tal senso la religione. Aumenta la povertà mentre milioni di persone vanno in vacanza e si lamentano non perché mancano i soldi, ma la neve su cui sciare…Per fare una tac ci vogliono mesi e mesi, ma la sanità italiana è di alto livello… Le casse erariali piangono, ma si regala un miliardo di euro alle società calcistiche…L’evasione fiscale è un male endemico della nostra società, ma si introducono parecchi condoni a favore di chi non le paga e si introducono tassazioni di favore per quanti non le vogliono pagare… La crisi occupazionale è gravissima, non c’è lavoro, poi si scopre che molte imprese non trovano persone da assumere o prospettano assunzioni da vero e proprio sfruttamento…della serie il lavoro c’è, ma non si vede.

Ho l’impressione che il dibattito abbia connotati virtuali, fuorvianti e sdrammatizzanti, mentre i problemi esistono in tutta la loro emergenza continua. La sanità ne è la prova del nove. Lì le balle stanno in poco posto. Si rischia di morire alla faccia di Bloomberg!