Il PD tra cultura cattolica e nuovismo d’annata

Da tempo all’interno del Partito Democratico covava un fuoco sotto la cenere, quello dei cattolici democratici a cui, per tutta una serie di motivi, il Pd andava stretto. Detto in estrema sintesi, il malcontento derivava da un certo qual tradimento degli ideali cattolici e della cultura popolare, che dovevano costituire uno dei pilastri del partito, nato proprio dalla fusione tra le due culture storiche della sinistra, vale a dire quella comunista e quella cattolica.

Lo schiacciamento progressivo sulla gestione del potere, il pedissequo allineamento alla sinistra di stampo laburista, la debordante ed egemonica opzione per la difesa dei diritti civili a scapito di quelli sociali, l’imbarazzante spostamento dalle piazze ai salotti, il prevalere della fredda, burocratica e castale impostazione post-comunista, il colpevole silenziamento del dibattito interno ridotto agli equilibrismi correntizi, l’allontanamento dai valori per puntare tutto sul consenso pragmatico, la perdita di feeling con le componenti sociali più disagiate a vantaggio di quelle più intellettualmente a la page sono i punti critici su cui si è consumato, strada facendo, una sorta di strappo culminato in una convivenza da separati in casa.

Evidentemente il congresso ha stimolato questa crisi interpretata da Pierluigi Castagnetti in un recente convegno dei cattolici democratici e popolari, dal quale era uscito una sorta di ultimatum a riprendere i contenuti della carta fondativa del PD, che davano il giusto rilievo all’apporto culturale e politico dei cattolici.

Dal dibattito congressuale e dalle proposte dei candidati alla segreteria non sono emersi significativi e rassicuranti riscontri e quindi la mina ha continuato a vagare in attesa dei risultati delle elezioni primarie. Probabilmente la vittoria di Stefano Bonaccini – alla cui candidatura alcuni personaggi di primo piano inquadrabili nel filone storico e culturale del cattolicesimo democratico (per tutti cito Graziano Del Rio) avevano dato il loro appoggio – avrebbe messo una certa sordina alle rivendicazioni cattolico-popolari, proseguendo magari un modus vivendi poco chiaro, fatto più di fragili equilibri interni che di forti e condivisi richiami culturali. A quanto pare non è andata così.

L’esplosiva vittoria di Elly Schlein ha invece esasperato il problema, considerata l’estraneità della nuova segretaria rispetto alla storia ed alla cultura del cattolicesimo democratico. Mentre con Stefano Bonaccini si poteva trattare una combinazione per vivacchiare, con Elly Schlein occorrerebbe ricostruire da zero quella fusione impostata e tentata dal 2007 in avanti, rivisitandola alla luce della cultura innovativa ma un tantino sconclusionata di cui è interprete la giovane e nuova leader piddina.

Sono partite quindi le manovre per una presa di distanza da parte di un mondo ancora tutto da individuare, ma comunque in cerca di coniugazione degli ideali cattolici con la moderazione politica e il posizionamento centrale, cose assai lontane dalla mentalità schleiniana. L’accentuazione del carattere di sinistra sta cioè inducendo certi cattolici a riposizionarsi in campo politico, con l’intenzione, oserei dire l’illusione, di riprendere sbrigativamente quell’autonomia persa strada facendo.

La suddetta analisi è operata dall’esterno in base più ad impressioni che ad elementi concreti. Ci sarà tempo e modo di esaminare ed approfondire questa intricata situazione. Mi resta al momento il quasi obbligo di proporre alcune riflessioni a caldo dopo il successo di Elly Schlein, che potrebbe spingere alla precipitosa fuga dal PD i cattolici “moderati” orientati verso il centro dello schieramento politico. Lo faccio nella mia qualità di anomalo cattolico democratico, distaccato dalla politica attiva in epoca non sospetta, vale a dire fin dai tempi della segreteria democristiana di Arnaldo Forlani, modesto precursore nei fatti  rispetto alla nascita del PD quanto ad esperienze di dialogo e collaborazione tra cultura cattolica e cultura comunista  a livello di base (nelle sezioni di partito, nei quartieri, sui problemi concreti della gente), deluso ed umiliato nel tempo dall’andazzo piddino fino ad arrivare ad un progressivo astensionismo a livello di militanza e di elettorato.

Posso capire l’imbarazzo dei cattolici, ma non comprendo la loro opzione a favore di Stefano Bonaccini: mi sembra che abbiano inteso parlare con lui di corda con cui impiccarsi. Cosa potevano trovare di interessante nell’esponente più moderno ed autorevole della casta post-comunista al di là di una combinazione di stampo doroteo fra due tradizioni, quella comunista e quella cattolica, tradite e umiliate nel compromesso ai livelli più bassi. Mi sembrano atteggiamenti dettati più dalla paura di “sparire” che dalla voglia di “vivere”.

Posso comprendere anche lo sconcerto di fronte all’affermazione di Elly Schlein, così lontana ma così vicina alla sensibilità politica dei cattolici di sinistra se si ha il coraggio di scendere dai massimi sistemi ai problemi concreti e drammatici che stiamo vivendo. Quanto alla temuta e montante “sinistrite”, ben venga anche perché mi sento più di sinistra rispetto alla nuova segretaria (in base ai criteri soliti, anche se un po’ datati). Faccio di seguito tre esempi di discontinuità, che sembra tanto preoccupare l’establishment di tutti i tipi e di tutti i generi.

La virata in senso “pacifista” della politica estera italiana con un atteggiamento più critico verso gli Usa e la Nato, con un approccio più costruttivo e diplomatico verso la guerra russo-ucraina, con una più stringente e positiva azione verso l’Europa, non sarebbe in linea con la cultura e la storia del cattolicesimo democratico? Si pensi all’atlantismo critico di Giuseppe Dossetti, al pacifismo politico di Giorgio La Pira, all’europeismo profetico di Alcide De Gasperi.

E che dire dell’immigrazione? Cosa ci sarebbe di scandaloso nell’abbandonare la fallimentare tattica degli accordi con i Paesi di provenienza e di transito per andare verso una gestione totale del fenomeno migratorio in tutte le sue fasi al fine di gestirlo a livello europeo con spirito umanitario e con i giusti sacrifici finanziari e sociali?

E cosa c’è di scandaloso nel voler rivedere i principi del cosiddetto “jobs act”, dando assoluta priorità alla battaglia contro il precariato, smettendola di contrapporre in modo schematico difesa dei salari e creazione di lavoro? Non fa parte del patrimonio culturale dei cattolici di sinistra quel filone sindacal-aclista dei Giulio Pastore, dei Carlo Donat Cattin, dei Franco Marini? E allora?

Ho fatto solo alcuni esempi che dovrebbero smorzare la drammatizzazione anti-Schlein e indurre, prima di passare ai fatti, a discutere e parlare di sinistra, lasciando perdere la solita stucchevole insistenza centrista. So benissimo che non sarà facile coniugare la radicata tradizione del cattolicesimo democratico col volatile nuovismo della cultura modernista, ma sarebbe un errore ritirarsi dal gioco prima di vedere le carte. Intendiamoci bene, non sono molto preoccupato delle fughe al centro dei moderati, ma temo che nella confusione degli smottamenti del PD venga sepolta la cultura dei cattolici di sinistra, che fa parte della mia vita politica e del mio impegno sociale.

 

Un mare di morti e di colpe

L’ennesima tragedia in mare è avvenuta col naufragio di un barcone carico di migranti avvenuto in Calabria sulla spiaggia di Steccato di Cutro. Si temono decine e decine di morti. È partito il cinico gioco allo scaricabarile delle responsabilità politiche. Il centro destra continua imperterrito a sostenere la necessità di fermare a tutti i costi l’ingresso dei clandestini sui barconi degli scafisti. Il centro-sinistra punta ad accordi con i Paesi rivieraschi per drenare la fuga dei migranti. L’Europa non fa niente. L’Onu fa le mozioni degli affetti. I disperati della “o la va o la spacca” muoiono in mare.

La mia prima reazione è di carattere etico-religioso: saremo tutti chiamati a rispondere del sangue di questi nostri fratelli e magari proveremo a difenderci di fronte al Padre Eterno, affermando di non essere noi i loro custodi. Non funzionerà e finiremo molto male, nel mare infernale delle nostre colpe.

Se ci spostiamo sul piano politico, pur ammettendo la complessità del problema, bisogna smetterla di considerare e trattare la questione migranti come un’emergenza: si tratta di un problema strutturale del nostro sistema mondiale, oltre tutto aggravato da guerre, carestie e pestilenze.

Per rimanere in ambito europeo, possibile che la UE non riesca a varare uno straccio di manovra complessiva per gestire l’accoglienza e l’integrazione di questi soggetti? L’Italia però non deve nascondersi dietro le responsabilità europee. Abbiamo fatto e continuiamo a fare errori gravissimi al riguardo, promettendo l’impossibile, colpevolizzando chi cerca di dare una mano, continuando ad alzare muri, fuorviando la pubblica opinione con la criminalizzazione dei migranti considerati delinquenti o mangia pane a tradimento e consentendo il vergognoso sfruttamento di questi poveri diavoli.

Gli accordi con i Paesi di provenienza o transito non hanno funzionato, anzi si sono rivelati occasioni di emarginazione e tortura per questi soggetti, che provano a fuggire da condizioni di vita impossibile o, sarebbe meglio dire, di morte possibile. Non c’è una politica dell’immigrazione, si affrontano le situazioni così come si presentano e si finisce col contare i morti. Anche la sinistra a livello italiano ed europeo non è esente da gravi colpe e responsabilità.

Don Luigi Ciotti, presidente di Libera dice: «Alla globalizzazione del mercato abbiamo abbinato quello che papa Francesco chiama globalizzazione dell’indifferenza, persino il disprezzo verso le sofferenze degli altri, le loro speranze. Il riemergere del razzismo verso gli immigrati, alimentato da politici senza scrupoli, che un giorno dovranno rendere conto di questo, è il segno di uno spaventoso regresso etico».

Papa Francesco non risparmia parole e prese di posizione: «Cosa succede al mondo di oggi che, quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarla, ma, quando avviene la bancarotta dell’umanità del dramma dei migranti, dei rifugiati e degli sfollati, non c’è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto? E così il Mediterraneo è diventato un cimitero e non solo il Mediterraneo…».

Ci illudiamo di fermare l’emorragia, di bloccare i flussi migratori, di alzare muri in terra e di chiudere i porti in mare e non capiamo che respingere i migranti è un atto di guerra. Forse paradossalmente la consideriamo una guerra difensiva, una sorta di legittima difesa dei nostri sporchi interessi.

Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso “profondo dolore per le tante vite umane stroncate dai trafficanti di uomini”, ma subito dopo è passata all’attacco: “Si commenta da sé l’azione di chi oggi specula su questi morti, dopo aver esaltato l’illusione di un’immigrazione senza regole”. Il governo, ha aggiunto, “è impegnato a impedire le partenze e con esse il consumarsi di queste tragedie, e continuerà a farlo, anzitutto esigendo il massimo della collaborazione agli Stati di partenza e di provenienza. È criminale mettere in mare una imbarcazione lunga appena venti metri con ben duecento persone a bordo e con previsioni meteo avverse. È disumano scambiare la vita di uomini, donne e bambini col prezzo del “biglietto” da loro pagato nella falsa prospettiva di un viaggio sicuro”.

Lasciamo stare le ovvietà sugli scafisti. Chi sarebbero invece coloro che speculano? Probabilmente le Ong, colpite di recente da un decreto restrittivo del ministro dell’interno Matteo Piantedosi, che vedono in questa catastrofe un “desolante vuoto di soccorsi”. Non voglio parafrasare il noto adagio, sostenendo: “Muoiono i migranti, governo razzista”. Giorgia Meloni non ha soltanto la responsabilità di aver promesso di chiudere i porti, di fermare i migranti, di determinare per loro la fine della “pacchia” (sic!), ha anche la colpa di ostacolare indirettamente i soccorsi in mare, di essere amica dei Paesi europei più recalcitranti sulla questione immigrazione, di chiamare in causa un’Europa in cui non crede. E le critiche sarebbero speculazioni?  Ma ci faccia il piacere…

A proposito del fatto che ognuno debba assumersi le proprie responsabilità, sul naufragio a Crotone, il ministro degli Interni Matteo Piantedosi, attestandosi sulla velleitaria linea dell’evitare a tutti i costi le partenze dei migranti disperati, ha vergognosamente dichiarato: “Se fossi disperato? Non partirei, perché sono stato educato alla responsabilità: a non chiedermi cosa devo aspettarmi dal Paese in cui vivo, ma a cosa posso dare io”. Roba da matti!

 

 

 

Una discontinuità tutta da riempire

L’imprevista vittoria di Elly Schlein alle primarie del Partito Democratico apre scenari inediti e impegnativi per la politica italiana. Si tratta di un fatto che scompiglia la situazione: tutti coloro che avevano il PD come riferimento politico, seppure a fatica e più o meno opportunisticamente, avevano fatto la scelta Bonaccini per dare un minimo di continuità al discorso della sinistra. Sono tutti in braghe di tela, costretti a riposizionarsi all’interno o all’esterno del partito.

Il loggione di Parma ogni tanto ruggiva: il famoso e simpatico critico musicale Rodolfo Celletti ammetteva di godere, sotto sotto, allorquando i parmigiani spazzolavano qualche mostro sacro del bel canto. Però aggiungeva: «Ho la sensazione che a voi parmigiani piacciano un po’ troppo gli acuti sparati alla viva il parroco…». Le primarie hanno spazzolato il mostro sacro della politica di turno, il tenore del buon governo regionale, il fine tessitore del post-comunismo all’emiliana, il laburista moderno e capace. Gli elettori filo-democratici gli hanno preferito un soprano alle prime armi, capace di sparare acuti alla viva la società civile. Sono in perfetta assonanza politica con Rodolfo Celletti, godo, ma fino ad un certo punto. La discontinuità mi dà una certa speranza, ma nello stesso tempo mi inquieta il nuovismo improvvisato.

In poche parole, saprà Elly Schlein rinsaldare le fila di un partito malconcio, resistendo agli attacchi dell’establishment, degli ex-renziani, dei moderati in cerca d’autore, dei centristi di maniera, dei cattolici di destra spaventati e di quelli di sinistra insoddisfatti (sono fra questi ultimi), e non facendosi incantare dalle sirene dei marpioni che l’hanno strumentalmente appoggiata. Riuscirà a non farsi intrappolare nello schema del potere interpretato al femminile, evitando accuratamente di diventare una sorta di contraltare di sinistra estrema a quello di destra-destra incarnato da Giorgia Meloni, o ancor peggio prestandosi alla contrapposizione fra “Dio, patria e famiglia” e “Politica, mondo e individui”?

Mia madre acutamente ed ironicamente osservava, sferzando la rivoluzione avvenuta nei costumi e nei ruoli: «Il dònni i volon fär i òmmi e i òmmi i volon far il dònni: podral andär bén al mónd?». Mi raccomando: Elly Schlein, da donna impegnata in politica ai massimi livelli, non faccia la brutta copia degli uomini quanto a falso decisionismo e insopportabile arroganza. Metta in campo tutta l’umiltà di cui è capace per avviare un processo di rinnovamento tutt’altro che semplice. Si apra, senza pregiudizio alcuno, ai fermenti della società, cerchi di ospitarli opportunamente e di interpretarli correttamente; non caschi nella trappola dell’antipolitica, ma tenti di ripulirla e rifondarla sui valori storici e culturali della sinistra in tutte le sue componenti. Non abbia fretta, ma dia in fretta alcuni segnali ben precisi di una rotta chiara e netta, senza farsi trascinare in beghe correntizie e in discussioni asfittiche. Sappia contornarsi di persone valide e leali al di là degli equilibrismi di potere.

Penso che il voto premiante per lei sia stato un voto più di opinione che politico: non ne faccia un alibi per snobbare la politica, ma semmai per incanalarla su adeguate risposte alle domande della gente, soprattutto della gente che soffre, valorizzando tutte le forze e le espressioni di una società che punta alla solidarietà.

Confesso di nutrire parecchi dubbi sulla sua capacità di guidare un grande partito. Infatti non l’ho votata. Come da tempo sto facendo, mi sono astenuto. Ciò non toglie che mi stia sforzando di vedere il suo bicchiere mezzo pieno. C’era da scegliere fra due bicchieri poco invitanti. Chissà che non possa provare a sorseggiare da quello di Elly Schlein. Auguri, buon lavoro e buona sinistra!

 

 

 

Il tresette col morto

Che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia avesse provocato la possibilità di un vero e proprio conflitto mondiale si era capito da tempo. D’altra parte in un’era globalizzata come quella attuale basta poco a scompigliare le carte del mondo intero. Da tempo papa Francesco sostiene che sia da tempo in atto una guerra mondiale seppure a spizzichi e bocconi: un focolaio qua un focolaio là, un’alluvione latente da cui emergono i fontanazzi bellici sparsi nel mondo.

Il focolaio russo-ucraino era in atto da parecchio tempo, è stato sottovalutato o retrocesso a mero conflitto locale in cui non mettere il naso, senonché il focolaio ha prodotto un incendio in piena regola e i pompieri occidentali, anziché contribuire a smorzarlo, hanno buttato benzina sul fuoco, mossi da interessi divergenti, trascinati dagli Usa, senza andare tanto per il sottile e senza fare alcun mea culpa sugli errori ed omissioni del passato.

L’invasione andava fermata sul piano militare, la Russia diventava improvvisamente il nemico da battere a tutti i costi, l’Ucraina costituiva l’avamposto occidentale da cui non retrocedere. Da una parte il conflitto veniva ideologizzato e storicizzato in un rapporto “ancestralmente” difficilissimo tra Ucraina e Russia, dall’altra parte veniva interpretato come pericoloso attacco culturale alla democrazia occidentale, dall’altra ancora come etica ed imprescindibile necessità di difendere l’Ucraina da un’aggressione in piena regola.

Stiamo tuttora andando avanti su questo schema, forse più subito che condiviso dall’Europa disunita nei confronti degli Usa. In questi ultimi giorni sono avvenuti tre fatti di natura e portata diversa che hanno complicato la situazione e che potrebbero costringere gli attori a rivedere se non il copione almeno lo stile interpretativo.

La proposta di pace formulata dalla Cina, a prescindere dai suoi contenuti, che definirei preliminari, ha reso ancor più evidente come la soluzione del problema passi anche da questa terza potenza in campo: i cinesi hanno battuto un colpo per chiarire, se ce n’era bisogno, che non intendono fare da spettatori nel teatro bellico. Tutta da capire la loro strategia, oscillante fra la mera difesa dell’espansionismo economico e la conquista di un protagonismo politico alle spese dell’amica Russia da cannibalizzare nel dopo-Putin.

La votazione tutt’altro che unanime della recente mozione Onu di condanna verso la Russia sta a dimostrare come una buona fetta del mondo e dei suoi abitanti non sia assolutamente in linea con l’impostazione del problema da parte dell’Occidente. L’opinione pubblica mondiale è spaccata e non si può pensare che il pensiero scettico e critico di chi rifiuta la spartizione sic et simpliciter fra buoni e cattivi sia da considerare un elemento di dettaglio.

La piccata reazione di Zelensky alle divisioni nella maggioranza di governo italiana sta a dimostrare come da parte ucraina esista una forte preoccupazione rispetto alla sempre più significativa presa di distanza critica delle opinioni pubbliche europee: l’Ucraina infatti non può pensare che tutto dipenda dai baci e abbracci statunitensi, ma sta capendo che il suo futuro è anche nelle mani europee a livello economico e politico.

Il gioco quindi è molto più complicato di quanto si voglia far credere e allora o ci si rassegna ad una guerra costante nel tempo con evidenti e pazzesche ripercussioni sul nostro modo di vivere e di morire oppure si comincia un giro diplomatico, delicatissimo ma inevitabile, di cui la sortita cinese può essere una sorta di apertura.

Comprensibile la reazione tutto sommato possibilista di Zelensky, il quale probabilmente non vuole fare la parte del morto in un drammatico tresette giocato fra Russia, Usa e Cina. Meno accettabile la reazione drasticamente negativa di Usa e Nato, a meno che non si voglia disprezzare la proposta cinese per poi comprarla al più basso prezzo possibile. E l’Europa? Inspiegabilmente afona, alle prese con le smanie di supremazia al proprio interno, con le spinte sovraniste e populiste e con la carenza di leadership. E l’Italia? Lasciamo perdere…

 

 

Il perbenismo a braccetto col fascismo

“Cari studenti, in merito a quanto accaduto lo scorso sabato davanti al Liceo Michelangiolo di Firenze, al dibattito, alle reazioni e alle omesse reazioni, ritengo che ognuno di voi abbia già una sua opinione, riflettuta e immaginata da sé, considerato che l’episodio coinvolge vostri coetanei e si è svolto davanti a una scuola superiore, come lo è la vostra. Non vi tedio dunque, ma mi preme ricordarvi solo due cose. 

Il fascismo in Italia non è nato con le grandi adunate da migliaia di persone. È nato ai bordi di un marciapiede qualunque, con la vittima di un pestaggio per motivi politici che è stata lasciata a sé stessa da passanti indifferenti. ‘Odio gli indifferenti’ – diceva un grande italiano, Antonio Gramsci, che i fascisti chiusero in un carcere fino alla morte, impauriti come conigli dalla forza delle sue idee. 

Inoltre, siate consapevoli che è in momenti come questi che, nella storia, i totalitarismi hanno preso piede e fondato le loro fortune, rovinando quelle di intere generazioni. Nei periodi di incertezza, di sfiducia collettiva nelle istituzioni, di sguardo ripiegato dentro al proprio recinto, abbiamo tutti bisogno di avere fiducia nel futuro e di aprirci al mondo, condannando sempre la violenza e la prepotenza. Chi decanta il valore delle frontiere, chi onora il sangue degli avi in contrapposizione ai diversi, continuando ad alzare muri, va lasciato solo, chiamato con il suo nome, combattuto con le idee e con la cultura. Senza illudersi che questo disgustoso rigurgito passi da sé. Lo pensavano anche tanti italiani per bene cento anni fa ma non è andata così”. 

Troppo bella e lucida la breve analisi di questa preside di una scuola media superiore di Firenze per essere commentata: dice tutto, ma purtroppo dire la verità, come al solito, dà molto fastidio. Infatti ecco spuntare il ministro dell’istruzione Valditara, il quale, non solo ha taciuto di fronte alla inquietante performance di una squadraccia fascista, ma ha ritrovato la voce per dissentire dalla preside e addirittura minacciarla di provvedimenti disciplinari: “È una lettera del tutto impropria mi è dispiaciuto leggerla non compete ad una preside lanciare messaggi di questo tipo e il contenuto non ha nulla a che vedere con la realtà: in Italia non c’è alcuna deriva violenta e autoritaria, non c’è alcun pericolo fascista, difendere le frontiere non ha nulla a che vedere con il nazismo o con il nazismo. Sono iniziative strumentali che esprimono una politicizzazione che auspico che non abbia più posto nelle scuole; se l’atteggiamento dovesse persistere vedremo se sarà necessario prendere misure”. Ignorante, presuntuoso e antidemocratico (volevo dire di peggio…).

Purtroppo questa piccola ma significativa vicenda mi conferma nelle mie serie preoccupazioni antifasciste. Non sto a ripetermi. Come volevasi dimostrare. Le valanghe di neve a debole coesione si estendono a partire da un punto e, come rivela il nome, si formano quando la neve è debolmente coesa. Quando su un pendio molto ripido i legami tra singoli cristalli di neve cedono, la neve rotola a valle trascinando con sé sempre più cristalli e dando origine a una valanga a forma di V rovesciata con distacco puntiforme che diventa progressivamente sempre più grande. Temo possa succedere così anche in campo socio-politico.

 

La sinistra in sonno non ama la pace

Mi convinco sempre più che l’unica vera opposizione all’attuale governo di destra potrà essere esercitata dagli studenti. La storia insegna che a combattere contro i regimi più o meno autoritari di destra e di sinistra sono scesi in piazza gli studenti in tutta la loro generosità scantonante talora nella velleità, in tutta la loro forza d’urto scantonante talora nella violenza.

Non è un caso se uno dei primi atti del governo Meloni fu proprio quello di reprimere sbrigativamente e pesantemente una manifestazione studentesca all’università di Roma. Il discorso continua e il governo viene surrettiziamente aiutato da squadristi ignorati da Fratelli d’Italia o derubricati a giovinastri rissosi. Storia vecchia come il cucco. C’è poco da fare, si respira aria di destra e gli squadristi si sentono legittimati ad intervenire. Nessuno a destra prende seriamente le distanze: in Parlamento si tace o si tende a trattare la questione come un regolamento di conti fra gruppi giovanili violenti.

In compenso la protesta antifascista si sta autoalimentando fino a scantonare inevitabilmente sulla questione Cospito, che qualcosa di destra-sinistra comunque ha in sé. Siamo solo agli inizi. Il timore è che la sacrosanta protesta giovanile non trovi alcuna interlocuzione a sinistra e possa quindi sfociare in vero e proprio conflitto sociale. La sinistra non va oltre la polemica contro il governo che “mantiene il silenzio sull’inaccettabile pestaggio squadrista avvenuto davanti ad un liceo di Firenze, silenzio che se continua si fa complice”. Sarebbe opportuno che il PD facesse un passo di lato rispetto al suo sfuggente congresso o addirittura in pieno clima congressuale aprisse un terreno di confronto con queste forze giovanili a cui sta a cuore l’antifascismo in versione anti-meloniana. Ma lo sappiamo, il PD vuole fare una politica di sinistra senza polemizzare. Aspettiamo che ci scappi il morto come a Genova e Reggio Emilia nel 1960?

FdI minimizza, il PD tentenna, il governo userà il pugno duro e la protesta si potrà fare violenta. Ognuno cominci a prendersi le proprie responsabilità, senza aspettare che la situazione degeneri. Il malumore studentesco è palpabile, mi auguro che trovi sfogo positivo nella protesta contro la guerra e le armi: sarebbe già un passo positivo se gli studenti confluissero convintamente nelle marce per la pace. Ma la politica dove sta di casa?

Il cardinale Matteo Zuppi (Avvenire) afferma che l’alternativa alla guerra è la politica: “Per raggiungere la pace – ha detto il presidente della Cei – occorre far evolvere le parti in lotta, uscendo progressivamente da una mentalità militare per abbracciare una mentalità politica, con un linguaggio proprio, credibile, convincente”. L’ex-senatore Luigi Manconi (La stampa) sostiene che “la sinistra è incapace di immaginare la pace”. Nutro seri dubbi che il PD abbia la forza morale e il coraggio politico di trascinare i giovani sul terreno della ricerca della pace e poi magari anche in quello della dura opposizione al governo Meloni.

Ho seguito il confronto televisivo fra Stefano Bonaccini ed Elly Schlein, candidati alla segreteria del partito democratico. Qualche passettino in avanti si può rilevare, ma molto resta da ideare, quasi tutto. La differenza sostanziale fra i due candidati l’ho vista nella più convinta e credibile apertura al sociale, al mondo giovanile, all’associazionismo laico e cattolico, al volontariato da parte di Elly Schlein. E allora coraggio! I giovani, pur con tutte le loro debolezze e contraddizioni, attendono qualche importante cenno di attenzione e di coinvolgimento.

 

Aquile randagie ieri, oggi e sempre

Ho rivisto con grande commozione il film che ricostruisce l’azione di un gruppo di scout che, dopo la messa fuorilegge del loro movimento da parte del regime fascista, non si arresero e impostarono un’eroica azione di contestazione e resistenza non violenta. Il film prende in considerazione la cellula milanese di questo movimento, che si diede significativamente il nome di “Aquile randagie”. Ci fu un gruppetto di aderenti anche a Parma, guidato da mio zio don Ennio Bonati. Infatti i protagonisti principali del film sono don Giovanni Barbareschi e don Andrea Ghetti, suoi grandi amici e ispiratori della sua “azione partigiana”.

Forse si spiega anche così la mia testarda e ideologica (sic!) opposizione all’attuale governo di Giorgia Meloni, in base all’intransigente richiamo a questo coinvolgente passato fatto di antifascismo etico e culturale prima che politico. Ha sbagliato di grosso il nostro premier a paragonare la resistenza armata ucraina solo al Risorgimento italiano. Probabilmente lo ha fatto per evitare spiacevoli, per lei, richiami alla resistenza italiana al nazi-fascismo prima e durante la seconda guerra mondiale. Il paragone giusto e opportuno era quest’ultimo, in due sensi: in senso storico per le analogie fra le due situazioni, ma anche in senso politico-culturale, perché la Resistenza italiana, nonostante qualche brutta trasgressione soprattutto a fine guerra (significativo il rifiuto categorico delle Aquile randagie alla vendetta), seppe combinare magistralmente e paradossalmente la non violenza (vedi Aquile randagie e non solo) con la lotta armata.  E Dio sa quanto bisogno ci sia di considerare l’opposizione all’invasione russa non solo dal punto di vista militare (si parla, si discute si agisce solo su questo piano inclinato), ma anche di vederne e praticarne gli aspetti non violenti di un rifiuto, aprioristico ed a tutti i costi, della guerra, che dovrebbe scuotere tutte le coscienze e obbligare la politica a scegliere la strada della trasparente e convincente diplomazia.

Mi sembra necessario il richiamo storico all’antifascismo (non allo spauracchio del fascismo), che non è affatto, mi riferisco all’antifascismo, fuori luogo, ma è e dovrebbe essere, nei suoi valori perenni inseriti nella nostra Costituzione, vivo e vegeto, anche nella prassi politica e governativa.  Non si tratta di evocare fantasmi del passato, né di attaccarsi a contrapposizioni manichee fra destra e sinistra, ma di trarre dal passato imprescindibili ed unificanti insegnamenti, validissimi anche per il presente. Non dobbiamo avere paura della politica passata e presente, di cui nonostante tutto abbiamo bisogno (lo dimostra la carenza politica nell’approccio esclusivamente militare al problema della guerra), e non dobbiamo sottovalutare i buoni valori che ci hanno insegnato, testimoniato e tramandato persone come le Aquile randagie.

Non è mai nelle mie intenzioni innescare polemiche politiche asfittiche. Forse vivo con troppa partecipazione emotiva l’attuale momento storico e questo può essere magari equivocato come faziosità. Ritengo giusto comunque esprimere le mie idee pur senza pretesa di possedere la verità. Si tratta delle mie rette intenzioni, nella mia totale disponibilità (nota a tutti) al dialogo ed al confronto: un contributo che, partendo dal passato, vuole essere di aiuto al difficile presente.

Il caso (?) ha voluto che, quasi in contemporanea con la visione del film di cui sopra, abbia potuto leggere la testimonianza di tre donne (anche tra le Aquile randagie c’era la stupenda e affascinante presenza femminile e giustamente il film la mette in rilievo) di oggi, Olga, Kateryna e Darya, che lavorano insieme per boicottare il conflitto russo-ucraino, tre attiviste di Bielorussia, Ucraina e Russia, simbolo della nonviolenza: aiutano i giovani a obiettare e disertare il conflitto voluto da Putin (vedi articolo di “Avvenire” a firma Luca Liverani), a dimostrazione come non sia assolutamente vero che non si possa fare nulla al di fuori della logica delle armi.

La lezione delle Aquile randagie di ieri e dei testimoni nonviolenti di oggi ci dovrebbe scuotere e indurre almeno a far sentire coraggiosamente la voce dissonante di chi vuole cercare la pace. Mio zio Ennio, tra le tante testimonianze di vita che ha lasciato, mi e ci dà anche un preciso e concreto messaggio di pace.

L’emozionante ricordo della testimonianza esistenziale di mio zio Ennio sacerdote, inquadrata anche e non solo nella meravigliosa azione delle Aquile Randagie, costituisce un esempio fulgido e coraggioso di combinazione tra fede e impegno civile, vissuti in modo eroico. Queste memorie storiche ci possano indurre a una scelta a favore della ricerca della pace, uscendo dal tunnel di una catastrofica logica di guerra.

 

Gli elefanti in cristalleria

Non saprei come definirlo. Incidente diplomatico? Sgarbo tra alleati? Provocazione internazionale? Avvertimento all’Italia? Orgoglio nazionalista? Insofferenza alla critica? Mi riferisco alla triste performance di Volodymyr Zelensky, Presidente dell’Ucraina, durante la conferenza stampa conclusiva dell’incontro bilaterale con Giorgia Meloni, presidente del Consiglio dell’Italia.

Rispondendo a una domanda sulle parole di Silvio Berlusconi in merito al conflitto russo-ucraino ha detto testualmente: “Io credo che la casa di Berlusconi non sia mai stata bombardata dai missili. I diversi leader hanno diritto di pensiero, il vero problema è l’approccio della società italiana che a quei leader hanno dato un mandato. Io credo che la casa di Berlusconi non sia mai stata bombardata dai missili, mai siano arrivati con i carri armati nel giardino di casa sua, nessuno ha ammazzato i suoi parenti, non ha mai dovuto fare la valigia alle 3 di notte per scappare o la moglie ha dovuto cercare da mangiare e tutto questo per amore dei fratelli russi. Io auguro pace a tutte le famiglie italiane, anche a chi non sostiene l’Ucraina, ma la nostra è una grande tragedia che va capita. Voglio che vengano qui a vedere con i propri occhi, vedano la scia di sangue che hanno lasciato”.

Reagendo ad un evidente imbarazzo e prendendo la parola dopo la risposta, durissima, di Zelensky alla domanda della stampa italiana sulle parole di Berlusconi, Giorgia Meloni ha affermato: “Per me valgono i fatti e qualsiasi cosa il Parlamento è stato chiamato a votare a sostegno dell’Ucraina i partiti che fanno parte della maggioranza l’hanno votata. Al di là di alcune dichiarazioni, nei fatti la maggioranza è sempre stata compatta. C’è un programma chiaramente schierato a sostegno dell’Ucraina, è sempre stato rispettato da tutti e confido che sarà ancora così. A questa maggioranza piace rispettare gli impegni presi”.

Penso che un simile episodio non abbia precedenti: un autentico colpo di teatro! La prima considerazione che mi viene spontanea è la seguente: la diplomazia non è roba da dilettanti o da teatranti. Gli incontri fra capi di governo vanno preparati e condotti con maestria, soprattutto quando la situazione è gravissima e delicatissima. Il discorso vale per Italia e Ucraina e per i loro massimi rappresentanti. L’ingombrante posizione di Silvio Berlusconi andava chiarita preventivamente a quattrocchi e non in conferenza stampa davanti al mondo intero. Il frettoloso, anche se emozionante, viaggio del premier italiano ha mostrato tutta l’ingenuità e l’impreparazione sua e del suo staff. Il discorso vale anche per Zelensky, il quale dovrebbe essere capace di tenere i nervi a posto, dal momento oltretutto che non fa altro che chiedere aiuto e, quando un capo di governo, glielo garantisce, non può permettersi il lusso di sbattergli in faccia, seppure indirettamente, imbarazzanti questioni politiche interne.

Devo ammettere che Giorgia Meloni esce politicamente ridimensionata dalla vicenda, anche se, almeno nel mio caso, in netto recupero di simpatia e umana solidarietà.  Non deve avere trascorso attimi facili e quindi ad essa va tutta la mia comprensione. Quanto a Zelensky aumentano le mie perplessità sul suo comportamento in generale, sulla sua affidabilità democratica e sulla sua adeguatezza all’improbo ruolo che è chiamato a svolgere.

É stato solo uno sfogo o si è trattato di una reazione calcolata e smisurata? Avrà unicamente voluto “sputtanare” Berlusconi o avrà inteso parlare a nuora (Giorgia Meloni) perché suocera (gli altri capi di governo europei) intenda. L’insofferenza delle pubbliche opinioni europee verso la scriteriata escalation del conflitto è cosa nota a tutti, Zelensky compreso. Forse invece di lanciare avvertimenti trasversali sarebbe il caso di riflettere, dialogare seriamente e concordare linee di azione più moderate e costruttive.

In quale piccionaia voleva lanciare il sasso? Certamente quel sasso è finito nella piccionaia di Giorgia Meloni creando sconcerto all’interno della maggioranza governativa e nella stessa opinione pubblica italiana. Ai sassi berlusconiani ha fatto seguito il sasso zelenskyano: fatto sta che la sassaiola ha investito Giorgia Meloni e il suo governo. Lungi da me “gufare” partendo da questo grave incidente di percorso. Il premier dovrà tuttavia chiarire la propria posizione a livello di rapporti fra i partner di maggioranza, ma ancor di più a livello di considerazione verso la vacillante opinione degli italiani.

Se non ricordo male, la domanda di Monia Guerzoni, inviata del Corriere della sera, che ha acutamente scatenato la polemica, faceva riferimento in premessa a questo discorso a cui peraltro non si è risposto se non ribadendo la fermezza e la saldezza governativa. L’Italia è una repubblica parlamentare e il rapporto istituzionale con la popolazione non è diretto, ma democraticamente mediato. Tuttavia chi siede in Parlamento e chi governa il Paese dovrà pure fare i conti con gli umori degli italiani su un tema di tale portata.

Se Berlusconi voleva riconquistare il centro della scena, c’è riuscito alla grande. Se intendeva creare problemi a Giorgia Meloni, è forse addirittura andato oltre le intenzioni. Se pensava di smuovere la situazione politica italiana, gli resta da fissare un obiettivo preciso che, al momento, resta incomprensibile o addirittura inesistente. Se riteneva di poter mettere a soqquadro la situazione diplomatica internazionale, ha sbagliato tutto, perché non sta facendo altro che rinsaldare ulteriormente la strategia anti-Putin, isolandosi a livello politico europeo (vedi la reazione negativa del Ppe) e non conquistando alcuna credibilità dal fronte pacifista, ma nemmeno da quello trattativista (troppo smaccata e strumentale la sua azione).

In conclusione si continua a parlare di guerra e nessuno, all’infuori di papa Francesco e delle voci culturali del pur articolato e sfaccettato fronte pacifista, osa parlare, nemmeno sommessamente, di pace. Se mi è consentito, vorrei esprimere un crescente incontenibile disagio: il popolo ucraino va al macello e forse noi stiamo soltanto aiutandolo ad andarvi con paradossale complicità.

 

 

Governare o sgovernare, questo è il problema

Ho recentemente ripreso, a margine della sentenza Ruby ter, il principio in base al quale le sentenze non si giudicano, ma si rispettano. Vorrei tentarne una parafrasi applicabile alle leggi: le leggi si rispettano, poi semmai si discutono e si cambiano.

Nel nostro Paese siamo propensi all’obiezione di coscienza, che in diversi casi diventa obiezione di comodo: non era così per l’obbligo del servizio militare, è in gran parte così per il diritto all’aborto. Ma non è questo aspetto che intendo affrontare.

Mi riferisco infatti emblematicamente a due provvedimenti di legge, che vengono maltrattati a causa delle frodi che avrebbero comportato. Si tratta del cosiddetto reddito di cittadinanza e del bonus edilizio.  Il ragionamento che viene fatto è il seguente: siccome c’è gente che ha approfittato di queste agevolazioni, non resta da fare altro che revocarle in tutto o almeno in parte. Il discorso è molto simile a quello che giustifica le punizioni collettive a scuola: siccome non si riesce a individuare il colpevole, si punisce tutta la classe.

Torniamo al reddito di cittadinanza e al bonus edilizio: il primo provvedimento è già stato largamente manomesso e devitalizzato, il secondo è in via di sbrigativa revoca. Tra le motivazioni spicca appunto la trasgressione di queste leggi di cui i cittadini avrebbero approfittato senza avere diritto alle agevolazioni in esse contenute.

Perché chi ha usufruito o vorrebbe usufruire di un diritto, avendone tutti i requisiti e rispettandone tutte le regole, dovrebbe vederselo revocato o vedersi impossibilitato ad esercitarlo in quanto alcuni suoi concittadini si sono comportati male abusandone colpevolmente o dolosamente? È un modo di legiferare sbrigativamente “barbaro”. Un tira e molla che fa a pugni con la certezza del diritto e con la serietà del legiferare e governare.

Sfioro soltanto il merito dei suddetti provvedimenti. Hanno sfondato o rischiano di sfondare il bilancio dello Stato? Bisognava pensarci prima e soprattutto occorreva mettere in atto tutti quei meccanismi di controllo tali da evitare abusi e violazioni, nonché far funzionare quella burocrazia che dovrebbe sovrintendere alla correttezza dell’applicazione delle leggi. È assurdo piangere sul latte versato decidendo di non comprare e consumare più latte.

Così come mi sembra inaccettabile che un governo alla sua entrata in carica cominci a smantellare le leggi precedentemente varate in una sorta di spoils system legislativo. Dal momento che il reddito di cittadinanza è stato varato da un governo “grillino” e porta voti al partito “grillino”, lo facciamo fuori; dal momento che il bonus edilizio puzza di centro-sinistra o per meglio dire di governo giallo-rosso, revochiamolo e non se ne parli più.

Non ho sentito valide analisi critiche su questi provvedimenti al di là di una generica incompatibilità finanziaria rispetto alle casse erariali. Non mi sembra un discorso sufficiente in quanto si potrebbero, caso mai, assestare i conti con altre manovre, con altre priorità, con altri tagli, con altre entrate, etc. etc.

Un’altra critica, più ideologica che generica, consiste nello squalificare il discorso dei bonus in quanto agevolazioni che cadono sui buoni e sui cattivi, sui ricchi e sui poveri e non comporterebbero scelte programmatiche a ragion veduta. Innanzitutto questa critica non mi pare possa essere comunque applicata al reddito di cittadinanza che è mirato a sostenere persone in gravi difficoltà a livello reddituale e lavorativo. Il bonus edilizio indubbiamente ha più un carattere contingente e genericamente propulsivo dell’economia: andrebbe però profondamente discusso nei suoi effetti a breve, medio e lungo termine ed inquadrato in una situazione di emergenza per un settore economico importante. Lasciando comunque perdere in tutti i casi la pregiudiziale negativa delle violazioni e delle frodi di varia natura.

In conclusione mi sembra che tutto rientri più in un certo modo di sgovernare  piuttosto che  in un modo serio e responsabile di legiferare. Forse varrebbe la pena che il Presidente della Repubblica intervenisse con la sua autorevole moral suasion e con la sua sensibilità istituzionale e costituzionale. Prima che si arrivi a rivolte sociali che potrebbero intervenire e che non sarebbero del tutto ingiustificate.

Il presuntuosone e la presuntuosetta

Giorgia Meloni, all’inizio del suo percorso governativo, ha voluto subito dare l’impressione di ridimensionare l’ingombrante presenza di Silvio Berlusconi, portandolo al guinzaglio, mettendolo a cuccia, dandogli qualche osso da succhiare e tenendolo a debita distanza.

Il cavaliere non può sopportare una simile sgarbata retrocessione e infatti sta tornando alla carica, creando non poco imbarazzo alla maggioranza di governo e al suo stesso partito.  Era stato fatto uscire dalla porta ed eccolo rispuntare dalla finestra più bello, vendicativo e superbo che pria.

I distinguo si sprecano, i colpi di teatro si susseguono, le distanze si allargano: sulla guerra in Ucraina, sugli ecobonus, sul Ppe, sui rapporti fra etica e politica. Non passa giorno che Berlusconi non crei qualche disturbo al governo di cui è, nonostante tutto, un partner per nulla insignificante. All’origine del suo comportamento ci stanno motivazioni psicologiche e politiche.

Non sopporta la leadership di Giorgia Meloni e in questo, se posso permettermi, ha tutta la mia comprensione. In perfetta controtendenza non ho infatti alcuna seria considerazione di questa arrogante e insopportabile scolaretta: bisogna proprio che l’Italia sia messa molto male per dare credito e concedere autorevolezza alla “signora Cocomeri”.  Capisco quindi il fastidio berlusconiano: la premier ha tutti i difetti di Berlusconi o, se volete, Berlusconi ha tutti i difetti della Meloni elevati all’ennesima potenza e, come si sa, i grandi difetti diventano virtù, mentre quelli piccoli restano tali e insopportabili. Come può un soggetto egolatrico come il cavaliere sopportare una presuntuosetta da quattro soldi in vena di premierato? Il conflitto è scontato e inevitabile. Non credo, per la verità, che quello di Berlusconi sia un atteggiamento isolato, anche se nessuno ha il coraggio di ammettere la propria insofferenza. Il tempo dimostrerà come Giorgia Meloni debba stare attenta ai colpi bassi di maggioranza ben più che alle (quasi) carezze delle opposizioni. L’equivoco della paradossale deferenza proveniente da sinistra non mi convince e dubito possa essere frutto di calcolo: diamogliela su, gonfiamo l’ego meloniano, prima o poi il pallone scoppierà e ne avremo grande beneficio tattico. Ragionamento azzardato? Può darsi, ma il dubbio mi rimane.

Sul piano squisitamente politico credo che Berlusconi non voglia chiudere la carriera facendo lo zerbino alla Meloni. Punta a ritrovare un suo spazio e, in un certo senso, ci sta riuscendo. Cavalca l’insofferenza popolare alla guerra, cavalca la protesta di imprenditori e lavoratori contro la revoca del superbonus dell’edilizia, si smarca dal Ppe che dovrebbe essere un eventuale partner di una maggioranza reazionaria-conservatrice vagheggiata dalla Meloni in vista delle prossime elezioni europee, si presenta pulito e riabilitato all’appuntamento con i “pregiudicati” di Fratelli d’Italia. Il gioco è appena cominciato e si preannuncia piuttosto pesante. Penso che Berlusconi non abbia alcuna stima dell’attuale dirigenza forzitaliota e non impiegherebbe nemmeno un minuto secondo a sostituirla con il combinato disposto morattian-renzian-calendiano. Sarebbe un autentico capolavoro, che spiazzerebbe e rimescolerebbe il centro-destra e chiarirebbe una buona volta la morfologia del centro-sinistra. La gente farebbe il resto, perché i fans berlusconiani sono in ripresa, ammesso e non concesso che in passato siano diminuiti, probabilmente si erano solo camuffati.

Picchia oggi, picchia domani, il governo potrebbe anche risentirne non poco, anche perché sta portando avanti la politica del colpo al cerchio del rigore erariale e del colpo alla botte dell’umore popolare. Berlusconi scompiglierebbe questa politica trovando qualche alleanza tattica nella Lega di Salvini, pronta a cogliere le aperture verso Putin, verso gli imprenditori edili, verso il retroterra sociale del nord.

E le riforme istituzionali il cui ministro è Maria Elisabetta Alberti Casellati, che dovrebbe essere una marionetta di lusso nelle mani del cavaliere? La posta in gioco si farebbe molto alta per Berlusconi e potrebbe essere a rischio di un disastroso inchino finale come quello della contadinella Marietta in vena di fantastica carriera. Meglio fare qualche minima concessione all’autonomia rafforzata, lasciare perdere il presidenzialismo e tenere Mattarella al Quirinale confidando nella sua correttezza istituzionale e nella sua umana cordialità.

Prepariamoci ad una lunga sequela di giravolte berlusconiane all’interno della quale Giorgia Meloni rischia di avere le vertigini. Per mettere in difficoltà questo governo del cavolo non resta che sperare in Silvio Berlusconi. Se saran rose, pur spinose, fioriranno e poi si vedrà. Perso per perso, meglio un Berlusconi in vena di ritorno che una Meloni in vena di nostalgia. Fine del sogno proibito.