Tragedia in mare, commedia in terra

«Il presidente Mattarella aveva preso un impegno – considera Abdollhalim Yadgary, giovanotto afgano che vive in Germania e nel naufragio ha perso sei familiari -. Ma ora vogliono che qui, visto che arriva il governo, sia tutto pulito». La pensa così pure Stefano Mancuso, attivista della Rete 26 febbraio: «L’impressione è che il governo voglia nascondere la polvere sotto il tappeto. Questo è un ennesimo oltraggio, perché non viene rispettata la volontà dei familiari a piangere i morti dove preferiscono». Una «vergogna», incalza Mancuso, che «si aggiunge a due settimane di comportamenti disumani sia per i mancati soccorsi che per il trattamento ricevuto dal governo le cui mancanze sono state coperte solo grazie al sacrificio dei volontari delle associazioni» (dal quotidiano Avvenire).

Si è infatti assistito al macabro balletto delle bare: prima destinate sbrigativamente al cimitero musulmano di Bologna, poi, dopo le sacrosante proteste dei famigliari delle vittime, si è ripiegato su un tira e molla vergognoso, che chissà quando finirà, tra difficoltà burocratiche e accollo dei costi di trasferimento.

Ma mentre non c’è pace per i morti e i loro famigliari, c’è stato anche l’indegno trattamento riservato ai superstiti.  «La Prefettura di Crotone ed il Ministero dell’Interno garantiscano ai sopravvissuti del naufragio di Cutro l’immediata manifestazione e formalizzazione della richiesta di protezione internazionale e il trasferimento nei progetti SAI attivi sul territorio Calabrese così da garantire ai migranti il diritto all’accoglienza e all’assistenza legale, nonché un supporto psicologico e sanitario necessario per elaborare il trauma ed il lutto, senza però privarli della vicinanza geografica e logistica ai loro familiari defunti».
Lo chiede a gran voce la Conferenza delle Democratiche Calabria del Partito Democratico.
«L’onda emotiva e mediatica di queste ore – si legge in una nota – ci sta restituendo lo spaccato di un paese e di una società civile accogliente, empatica e vicina agli ultimi. La catena di solidarietà e gli slanci di grande generosità lasciano senza parole. Il compito della Politica, però, è quello di rispondere in concreto ai bisogni e alle esigenze delle persone, affermandone i diritti ed i doveri». «A quasi 10 giorni dalla tragedia – denunciano – non è più possibile che i migranti continuino ad essere collocati dentro i capannoni del CARA di Crotone senza distinzione tra donne uomini bambini, senza adeguate strutture dove dormire e mangiare, senza adeguati servizi dove lavarsi. Più passa il tempo più la confusione aumenta». «È necessario garantire ai superstiti condizioni di vita dignitose – sottolineano – ed adeguate in particolar modo per le categorie fragili come donne e bambini che ad oggi vivono in condizioni assolutamente promiscue all’interno di capannoni ubicati dentro il CARA di Crotone, sorvegliati a vista, potendo uscire solo previa autorizzazione e per poche ore». «Chiediamo, quindi, ai Parlamentari del Partito Democratico – concludono le democratiche calabresi – a partire da quelli Calabresi Nicola Irto e Nico Stumpo, nonché ai Consiglieri Regionali Ernesto Alecci, Raffaele Mammoliti, Domenico Bevacqua, Francesco Antonio Iacucci e Giovanni Muraca, di fare “pressione” affinché il Governo, il Ministero dell’Interno e la Prefettura di Crotone garantiscano immediatamente ed effettivamente il diritto all’accoglienza e diritto d’asilo ai sopravvissuti. Non basta essere generosi. Servono azioni concrete» (dal Corriere della Calabria).

Riprendo quanto ha affermato il Presidente Sergio Mattarella: «Il naufragio dei migranti a Cutro ha coinvolto la commozione intera del nostro Paese ma ora il cordoglio deve tradursi in scelte concrete e operative da parte di tutti». La risposta non si è fatta attendere a suon di inadempienze, trascuratezze, lungaggini, ritardi burocratici, rimpalli di competenze etc. etc.

Vogliamo almeno salvare la faccia comportandoci seriamente coi superstiti, con i famigliari delle vittime e con i cadaveri degli affogati in mare? No, nemmeno questo è stato possibile, se non dopo un macabro e disgustoso balletto e soprattutto dopo le proteste delle persone coinvolte e dei rappresentanti di una società civile che dimostra di essere assai migliore della politica che la dovrebbe governare.

Il governo, anche a voler prescindere dalle responsabilità dell’accaduto (una pentola che più si mescola e più puzza) e dalla congruità delle decisioni adottate (si valuteranno nel tempo), è arrivato tardi e male. Non intendo ironizzare sulla riunione del Consiglio dei Ministri in quel di Cutro, sarebbe troppo facile e di cattivo gusto. Una cosa è certa: dopo il danno stanno arrivando le beffe…

Giorgia vuò fà l’americana

Nell’ormai lontano novembre del 2020 avevo ingenuamente e speranzosamente salutato la salita di Joe Biden alla Casa Bianca come una sorta di riscossa valoriale democratica dopo la deriva cinica e populista di Donald Trump. Devo purtroppo registrare una crescente delusione di cui soffre il mondo intero. Faccio di seguito riferimento agli ultimi fatti di una catena perniciosa senza sbocco e senza fine.

Ho letto, con una certa curiosità mista ad ansia, il documento in dodici punti formulato dal leader cinese Xi Jinping, finalizzato ad aprire un dialogo di pace dopo il tragico impasse della guerra russo-ucraina. Non brilla certo per chiarezza e schiettezza, ma contiene in nuce alcuni principi (rispetto della sovranità, abbandono della mentalità da guerra fredda, cessazione delle ostilità, risoluzione della crisi umanitaria, protezione dei civili e dei prigionieri di guerra, sicurezza delle centrali nucleari, promozione della ricostruzione postbellica), che potrebbero costituire la premessa per, come dice Romano Prodi, un “pre-dialgo” tra Cina, Usa, Russia ed Europa.

Non ho capito, né dal punto di vista strategico, né sul piano tattico, l’acida ritrosia americana tesa a lasciar cadere nel vuoto questo pur timido accenno al confronto. Persino Zelensky ha espresso qualche cauta apertura. Biden non ne vuole sapere. Non solo si è rifiutato in blocco il documento, ma addirittura si è insinuato il dubbio che la Cina stia facendo il doppio gioco fornendo armi alla Russia e si è minacciata l’adozione di sanzioni nei confronti della Cina stessa. Tutto finito ancor prima di nascere…

E l’Europa? Trattata da Biden come un servo sciocco. Come interpretare infatti il recente viaggio di Biden in Ucraina, ma soprattutto quello in Polonia (il versante europeo più esposto verso l’invadenza russa), se non come un provocatorio scavalcamento della UE, ridotta a mera cassa di risonanza della politica statunitense. Ha perfettamente ragione il già citato Romano Prodi a chiedersi perché, visto che era nelle vicinanze, Biden non abbia ritenuto opportuno fare un salto a Bruxelles, almeno per informare direttamente l’Europa di quanto stanno (s)combinando gli Usa.

Dove vuol parare Biden? A una “guerricciola” (si fa per dire) calda e infinita per tenere sul filo del rasoio la Russia e spaventare la Cina sulla pelle di quanto rimane dell’Ucraina e dell’Europa? A meno che non stia scattando il meccanismo del “chi disprezza compra” tra i guardoni Usa e la puttanesca Cina. Tutto è possibile! Mentre la Cina sotto-sotto punta a spartirsi il mondo con gli Usa ed a fagocitare quanto prima la Russia del dopo-Putin, Biden sotto-sotto è d’accordo, anche se teme la forza cinese e quindi lascia che il tempo ne logori le smanie economiche esterne e ne faccia esplodere le contraddizioni politiche interne.

Ultimo colpo per rimanere delusi.  Biden sembra intenzionato ad affrontare il problema migratorio nei rapporti col Messico alla Trump, alla Piantedosi per dirla all’italiana. Col pugno duro, risuscitando i muri, tornando al “prima noi e poi gli altri”.  Vuoi vedere che non solo Giorgia Meloni sarà accettata obtorto collo, ma addirittura portata ai sette cieli oscuri di Joe Biden.

Se è vero come è vero che il nostro premier crede nell’Europa fino a mezzogiorno, verrà ampiamente confortata dal momento che Biden ci crede fino alle undici e trenta; se è vero come è vero che Giorgia Meloni ha un debole per gli Stati europei sovranisti, Biden non è da meno e si è messo infatti a flirtare a più non posso con la Polonia; se il presidente del Consiglio italiano non prova grande simpatia per Francia e Germania, ha probabilmente tutta la solidarietà di Biden, che mal sopporta le pur timide velleità anti-Nato di tali Paesi.

Persino la politica migratoria del governo Meloni potrebbe essere rivalutata dagli Usa. Le armi all’Ucraina avrebbero il loro tornaconto politico. Altro che realpolitik, siamo arrivati al più cinico filo-americanismo in combutta col più scettico filo-europeismo. Siamo al più vomitevole bellicismo del “molti nemici molto onore”? In fin dei conti non mi stupisco di Giorgia Meloni, per la quale Mussolini era un buon politico per tutto quello che ha fatto per l’Italia, ineguagliato da nessun politico negli ultimi cinquant’anni (meno male). Mi stupisco (?) degli Usa, ma forse la storia va riletta. Più ci penso e più mi accorgo che il grande Giuseppe Dossetti avesse mille ragioni a nutrire seri dubbi sulla Nato. Vinse la visione di Alcide De Gasperi. Al riguardo un po’ di dossettismo di ritorno non ci farebbe male del tutto.

 

 

L’alunna Cocomeri e il bidello Overdosi

Il naufragio dei migranti a Cutro «ha coinvolto la commozione intera del nostro Paese» ma ora «il cordoglio deve tradursi in scelte concrete e operative da parte di tutti: dell’Italia per la sua parte, dell’Unione Europea e di tutti i Paesi che ne fanno parte». Dopo a tragedia sulle coste calabresi, Sergio Mattarella non si è limitato a rendere omaggio alle vittime, ma ha così lanciato il suo appello intervenendo all’inaugurazione dell’Anno Accademico all’Università degli studi della Basilicata. «Questa è la risposta vera da dare a quello che è avvenuto», ha insistito – tra gli applausi dei docenti e degli studenti – nelle ore in cui il governo annunciava che giovedì prossimo il Consiglio dei ministri si terrà proprio a Cutro. Il presidente della Repubblica ha anche riportato alla mente le immagini degli afghani che due anni fa, dopo il ritorno al potere dei talebani, presero d’assalto l’aeroporto di Kabul implorando un passaggio aereo per mettersi in salvo e «quanto il nostro Paese ha fatto per portare in Italia tutti i cittadini afghani che avevano collaborato con la nostra missione. Non abbiamo lasciato nessuno – ha sottolineato – li abbiamo accolti tutti». Quelle scene di disperazione, ha aggiunto, «ci fanno comprendere perché intere famiglie, persone che non vedono un futuro, cercano di lasciare – con sofferenza come sempre avviene – la propria terra per cercare un avvenire altrove, una possibilità di un futuro altrove» (dal quotidiano Avvenire).

Il Presidente della Repubblica, oltre che interpretare il sentimento del popolo italiano, ha colmato le gravi lacune governative: da una parte il silenzio della premier Meloni, dall’altra il vergognoso parlare del suo ministro Piantedosi.  Giorgia Meloni si è accorta che con impareggiabile discrezione e correttezza il Capo dello Stato sta facendo il controcanto del governo, dandogli un’autentica lezione etica, istituzionale e politica? La sua risposta sembra limitarsi ad un’uscita governativa, tardiva e smaccatamente propagandistica, in quel di Cutro. Come minimo avrebbe dovuto smentire categoricamente il suo (non certo mio) ministro, se non addirittura chiedergli le dimissioni. Avrebbe dovuto prendere in mano la situazione per appurare, al di là delle indagini giudiziarie, come siano andati i fatti al fine di rilevare, con estrema celerità e chiarezza, eventuali responsabilità dirette e/o indirette da parte della compagine ministeriale e della macchina dei soccorsi da essa dipendente.  Ho ascoltato con doverosa e sofferta pazienza la ricostruzione del ministro Piantedosi nell’informativa al Parlamento e ne sono rimasto profondamente deluso per la scarsa sensibilità umana e politica, per il tono freddo ed autoassolutorio adottato, per la reticenza visibile almeno in filigrana (qualcosa quella triste notte non è andato nel verso giusto, lo nota chiunque ed è inutile nasconderlo): sembrava un robot con la sua intelligenza artificiale piuttosto che un ministro dotato di cuore e cervello.

Il governo sembra incallirsi nella difesa d’ufficio di una linea programmatica velleitaria (la guerra agli scafisti), sfuggente (tutta colpa della UE), demagogica (fermare le partenze e ostacolare gli arrivi dei disperati), contraddittoria (rapporti privilegiati con i Paesi europei più insensibili al discorso dell’immigrazione), insulsa (scontri polemici con Francia e Germania) e inconcludente (l‘ondata migratoria non si ferma con i “decreti-cazzata” contro le Ong). Sull’attuale governo non possono essere scaricate tutte le annose responsabilità inerenti la (non) gestione dell’immigrazione, ma l’aria che tira è decisamente peggiorata a tutti i livelli e in tutti i sensi e, come minimo, bisogna chiarire se qualcuno, come si suol dire, ha ballato o sta ballando nel manico e se si voglia o meno smettere di non affrontare il fenomeno, sottovalutandolo (persino dal punto di vista umanitario), tergiversando burocraticamente, voltandosi politicamente dall’altra parte e scaricando le colpe sulla UE come se fosse un corpo a noi estraneo. A quanto pare i 98 sopravvissuti al naufragio sarebbero, secondo la denuncia dei legali e l’interessamento delle Ong, trattati come animali, ospitati nell’ex Cara con panchine al posto dei letti e bagni promiscui: in condizioni disumane. Dopo quanto successo, la cosa diventa oltre modo pazzesca e suona come un’autentica presa in giro a Mattarella e al suo accorato invito alla concretezza. Qualcuno, che può, faccia qualcosa!

Papa Francesco all’Angelus domenicale ha detto testualmente: «Esprimo il mio dolore per la tragedia avvenuta nelle acque di Cutro, presso Crotone. Prego per le numerose vittime del naufragio, per i loro familiari e per quanti sono sopravvissuti. Manifesto il mio apprezzamento e la mia gratitudine alla popolazione locale e alle istituzioni per la solidarietà e l’accoglienza verso questi nostri fratelli e sorelle e rinnovo a tutti il mio appello affinché non si ripetano simili tragedie. I trafficanti di esseri umani siano fermati, non continuino a disporre della vita di tanti innocenti! I viaggi della speranza non si trasformino mai più in viaggi della morte! Le limpide acque del Mediterraneo non siano più insanguinate da tali drammatici incidenti! Che il Signore ci dia la forza di capire e di piangere».

La premier Giorgia Meloni ha affermato di accogliere l’appello del Pontefice: “Facciamo nostre le parole del Santo Padre. Impiegheremo tutte le forze necessarie”, ha assicurato. Plaude alle parole del Papa anche il leader della Lega Matteo Salvini. Hanno preso la palla al balzo, vale a dire l’invettiva contro i trafficanti di esseri umani per trovarvi un’autorevole ed alta conferma nei confronti delle intenzioni e delle azioni governative. E chi non è contro gli scafisti? C’è un piccolo particolare: non ci si può illudere di risolvere il dramma umano delle migrazioni partendo dalla fine vale a dire da chi specula criminalmente sulle disgrazie altrui. Bisogna agire sulle cause di queste disgrazie e aiutare le vittime a salvarsi senza cadere nella rete dei trafficanti.

La furbizia sulle parole del Papa è poi veramente sgradevole ed inaccettabile. Mi permetto di citare di seguito alcune prese di posizione del pontefice in merito al problema dei migranti. Consiglio a Giorgia Meloni e Matteo Salvini di rileggersele e di interrompere il demenziale tentativo di tirare dalla propria parte papa Francesco. A tanto può arrivare la pochezza della politica di questo governo.

«Respingere i migranti è un atto di guerra»

«Perdonate l’indifferenza di chi teme i cambiamenti di vita e di mentalità che la vostra presenza richiede. Trattati come un peso, un problema, un costo, siete invece un dono. Siete il ponte che unisce popoli lontani e religioni diverse».  

«Cosa succede al mondo di oggi che, quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarla, ma, quando avviene la bancarotta dell’umanità del dramma dei migranti, dei rifugiati e degli sfollati, non c’è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto? E così il Mediterraneo è diventato un cimitero e non solo il Mediterraneo…».

Quelli che arrivano in Europa scappano dalla guerra o dalla fame. E noi siamo in qualche modo colpevoli perché sfruttiamo le loro terre, ma non facciamo alcun tipo di investimento affinché loro possano trarre beneficio. Hanno il diritto di emigrare e hanno diritto ad essere accolti e aiutati. (…) Certo non è semplice integrare una persona senza dimora, perché ognuno di loro ha una storia particolare. Per questo bisogna avvicinarsi a ciascuno di loro, trovare il modo per aiutarli e dare loro una mano».

 

 

 

 

Scendere in piazza

L’importante manifestazione antifascista del 04 marzo a Firenze, organizzata dai sindacati e dal mondo della scuola, ha finalmente attaccato l’attuale governo nelle sue continue e reiterate imboscate anticostituzionali e dimostrato che una vera opposizione non si fa con l’ansia del politicamente corretto, ma con il coraggio di ripartire dal 25 aprile 1945. Da questo evento di piazza emergono due indicazioni.

La prima riguarda il fatto che sono soprattutto e innanzitutto gli studenti ad avere la libertà e il coraggio di opporsi a chi vuole mettere in discussione le conquiste democratiche, alla faccia di chi snobisticamente ritiene che il pericolo fascista sia stato sepolto dalla storia. Sembra vietato chiamare le cose col loro nome, non bisogna disturbare il felpato dibattito, guai a suonare il campanello d’allarme mentre c’è qualcuno che vuole derubarci dei valori resistenziali e costituzionali.

So benissimo, per esperienza diretta nelle manifestazioni antifasciste, che c’è sempre qualcuno che va oltre il segno, che rompe la compattezza del fronte. Il gioco vale comunque la candela. Meglio qualche manifesto sbracato, qualche grido esagerato piuttosto che il silenzio imbarazzato seppure ammantato di perbenismo.

L’antifascismo non è mai un esercizio retorico o un anacronistico rifugio, ma un elemento unificante e costruttivo. Con l’antifascismo non si esagera mai, non è mai troppo. Forse anche i più scettici se ne accorgeranno e ne prenderanno atto.

La seconda indicazione consiste nello spostamento della politica di sinistra dai salotti alle piazze. Non è demagogia, ma recupero di rapporti con la gente e con i suoi problemi. Tutti volevano un PD che riprendesse a dialogare con il popolo, salvo poi ritenere scomode e pericolose le piazze. Forse che esistono le piazze salottiere o i salotti piazzaioli?

Se facciamo una doverosa attualizzazione dello spirito antifascista arriviamo a contestare una politica migratoria fatta di vergognosi distinguo sulla pelle dei disperati, a mettere in discussione una interpretazione riveduta e scorretta del categorico rifiuto della guerra, a superare un europeismo in salsa sovranista e populista.

Proviamo a ripartire da dove eravamo rimasti: l’attuale governo può contare sul consenso di una ristretta minoranza di popolo. Smettiamola quindi di aspettare la conversione degli italiani, ma tentiamo di riaprire i giochi a trecentosessanta gradi. Anche il goffo tentativo di mettere in conflitto la piazza antifascista e pacifica di Firenze con quella anarchica e violenta di Torino è da respingere sdegnosamente, senza peraltro dimenticare che anche il caso Cospito non può essere liquidato col giustizialismo di maniera o con l’antimafia a tutti i costi. È più pericoloso che un anarchico parli in carcere con qualcuno o che un capo-mafia resti libero per trent’anni in mezzo a connivenza, complicità ed omertà? La criminalizzazione ante litteram degli anarchici ha molti precedenti nella storia. Attenzione a non mettere insieme strumentalmente antifascisti, pacifisti, scafisti, anarchici insurrezionalisti in una combinazione diretta a sputtanare e criminalizzare chi osa opporsi. Questo, signori miei, è fascismo!

Sintetizzo così le mie scritture, letture e riflessioni sull’attuale momento politico: il governo Meloni è sempre più fascista; il partito democratico ha paura di essere troppo di sinistra e sbilanciato sui diritti sociali; i cattolici sotto sotto hanno paura di Elly Schlein in quanto espressione del movimento LGBT, favorevole alla regolamentazione del fine vita, alla legalizzazione della cannabis e al riconoscimento dei diritti civili in genere; gli italiani piangono sulle bare di Crotone assieme a Mattarella (l’ultimo dei giusti) e dovrebbero anche singhiozzare sul latte versato votando a destra; la politica non trova il filo della matassa dell’immigrazione, della guerra, della povertà, della sanità etc. etc.; i media chiacchierano a vanvera salvo qualche rara eccezione.

Scendere in piazza sta diventando una necessità impellente per accogliere il suggerimento della coraggiosa preside fiorentina, che ha scritto: “Nei periodi di incertezza, di sfiducia collettiva nelle istituzioni, di sguardo ripiegato dentro al proprio recinto, abbiamo tutti bisogno di avere fiducia nel futuro e di aprirci al mondo, condannando sempre la violenza e la prepotenza. Chi decanta il valore delle frontiere, chi onora il sangue degli avi in contrapposizione ai diversi, continuando ad alzare muri, va lasciato solo, chiamato con il suo nome, combattuto con le idee e con la cultura. Senza illudersi che questo disgustoso rigurgito passi da sé. Lo pensavano anche tanti italiani per bene cento anni fa ma non è andata così”.

 

L’autoritratto di La Russa e il busto di Mussolini

Ho letto con sbigottimento i principali passaggi dell’intervista che il Presidente del Senato Ignazio La Russa ha rilasciato nella rubrica “Belve” su Rai2: una fila di cazzate simili è veramente difficile da inanellare. Questo signore dà sempre l’impressione di essere psicologicamente troppo euforico: forse dopo le sue performance bisognerebbe sottoporlo a controllo anti-doping nel suo e nel nostro interesse. Non è possibile infatti che un uomo investito della seconda carica dello Stato si comporti in questo modo. Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere a crepapelle.

«Qualche volta temo che Berlusconi sia consigliato, con l’età uno cambia. Credo che se Berlusconi deve essere consigliato, c’è qualcosa che non quadra. Non si è mai fatto consigliare». Se proprio vogliamo metterla sul piano dell’arteriosclerosi più o meno galoppante, parecchi dubbi sorgono anche su La Russa. Chi la dice l’aspetti, la prima gallina che canta ha fatto l’uovo, chi è senza sclerosi lanci la prima invettiva.

«Il vaffa di Berlusconi in Aula era per Giorgia, lo dico per la prima volta, per i paletti per la Ronzulli come ministro. Silvio comincia a capire che Giorgia non è una ragazzina cresciuta troppo in fretta, ma un leader di Stato. I rapporti con Berlusconi sono ottimi. Ho gioito molto per l’assoluzione. Non l’ho chiamato perché ho pensato fosse stato preso d’assalto, ma lo farò nei prossimi giorni». Anch’io comincio a capire: che stiamo toccando il fondo della politica. Ad un buffone che sa fare il suo mestiere si contrappone un aspirante buffone: bella combinazione, non c’è che dire. Agli italiani piace il circo.

«Mules…come si chiama? Mulè! Non mi è simpatico, io lo dico. Non ho nemici, ma non mi è simpatico». Questo è fairplay istituzionale? Mulè, vice-presidente della Camera nonché esponente di primo piano di Forza Italia, è servito. Non ne farà un dramma, forse stare antipatico a La Russa è un punto a suo favore, tuttavia siamo veramente ridotti molto male. Se questo è il vertice delle nostre Camere, della Camera Alta in particolare, vuol dire che siamo caduti molto in basso.

«Io amo il genere femminile…Il livello estetico delle donne del centrodestra è diminuito, è aumentata la qualità, la capacità. A sinistra non guardo… La parità in politica non si ottiene con le quote rosa. Si otterrà quando una donna grassa e scema rivestirà una carica importante. Perché ci sono uomini grassi, brutti e scemi che ricoprono ruoli importanti».  Roba da osteria! Mancano solo i rutti e le pernacchie e poi c’è proprio tutto.

«Accetterei con dispiacere la notizia di un figlio gay: come se fosse milanista, diverso da me. Un padre etero vorrebbe che il figlio fosse come lui». Qui il discorso si fa pesante, raggiunge l’acme del cattivo gusto e della mancanza di rispetto alle persone. Non resta che adottare la regola dei cortigiani mantovani verso Rigoletto, “coi fanciulli e coi dementi spesso giova simular”…

«Mi rimprovero di aver mostrato il busto di mio padre di Mussolini, ora lo vuole mia sorella, dice che papà l’ha lasciato a noi. Ora ce l’ha mia sorella». È l’unico discorso politico fatto in questa intervista. Una sorta di lapsus freudiano, un errore involontario causato da un conflitto psichico presente nell’individuo. In parole povere Ignazio La Russa non abbandona certe nostalgie. Che coerenza! Complimenti!

 

 

Piantedosi si è dimesso da se stesso

«Se c’è stata una debolezza del ministero mi assumerò e mi assumo tutte le mie responsabilità». Così è arrivata in audizione alla Commissione Affari costituzionali della Camera sulle linee programmatiche del dicastero la potenziale ammissione di colpa del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi riguardo il naufragio di Cutro nel quale sono morti 64 migranti. Una responsabilità del ministero che rimane comunque ipotetica riguardo un evento che il Viminale non ritiene eccezionalmente grave. «Se andiamo a vedere morti e tragedie degli anni scorsi – ha dichiarato Piantedosi – in passato sono successi altri episodi simili. Se uno guarda il bilancio di quello che avviene da molti anni, i fatti smentiscono» che si sia trattata di una debolezza del ministero. «Questo governo prima ancora di questa tragedia ha dimostrato di avere riguardo rispetto a quello che c’è dietro ai processi migratori. Noi ci siamo posti il problema prima», ha aggiunto il ministro. (Open, giornale online – 01 marzo 2023)

Più Matteo Piantedosi parla e più sbaglia: xe pèso el tacòn del buso. Le ultime sue argomentazioni difensive sono assurde. Tragedie di questo genere sono già successe in passato. E allora? Se è così, è ancor peggio perché le tristi esperienze del passato non hanno insegnato nulla. Tutti colpevoli tutti assolti? Nessuno pensa e crede che Piantedosi sia l’unico responsabile, ma il caso (?) vuole che oltre 60 persone siano morte in mare mentre lui era ministro e che quindi dovrà pur spiegare per filo e per segno cosa sia successo senza reticenze e senza tergiversazioni. Il suo impegno è puntato ad affrontare i processi migratori a monte? Giustissimo, ma mentre ci si occupa di sistemare le cose a monte (ammesso e non concesso che se ne sia capaci) non si possono accettare supinamente le disgrazie a valle.

Non mi piace criminalizzare i politici (è uno sport molto praticato da sempre), ma che i politici si nascondano dietro un dito e non si assumano le loro responsabilità e soprattutto che “girino intorno al pero” non è accettabile. Sarà perché ho una grande considerazione per la prassi delle dimissioni, sarà perché penso che rassegnare le dimissioni non sia un’ammissione di colpa ma il rispondere delle proprie responsabilità, sarà perché dimettersi spesso è l’unico modo dignitoso per uscire dagli equivoci, sarà perché è tatticamente scaltro aprire improvvisamente la porta mentre tutti spingono per abbatterla, sarà perché ho comunque grande rispetto per chi toglie il disturbo, ma mi sentirei di consigliare vivamente a Matteo Piantedosi di farsi da parte, di sgombrare il campo e di tornare a fare il prefetto che forse è il suo mestiere.

Sì, perché un alto burocrate sulla scomoda poltrona di ministro non mi convince più di tanto. O il burocrate è una vera e propria eccellenza, come poteva essere Mario Draghi, o altrimenti riduciamo la politica a gestione dell’esistente con molta (?) competenza e poco (!) cuore. Oltre tutto questo governo non aveva l’ambizione di accantonare i tecnici per ridare spazio alla politica e a personaggi eletti dai cittadini? Ricordo che durante le trattative per la costituzione del governo Meloni, la premier incaricata preferì scantonare dalla esplicita ed imbarazzante richiesta di Matteo Salvini a ricoprire la carica di ministro dell’Interno, ripiegando su un altro Matteo, un funzionario di alto bordo gradito a Salvini: il prefetto Piantedosi. Giorgia Meloni prenda atto di avere sbagliato, convinca l’attuale ministro a farsi da parte con uno scatto di orgoglio e dignità, lo sostituisca possibilmente non con Matteo Salvini, pronto magari a saltare in sella, ma con un personaggio politico che sappia prendere in mano la difficilissima situazione con la massima serietà, con tanto equilibrio e con un po’ di buonsenso. Gliene sarebbero grati in tanti, me compreso.

 

Le bare della vergogna

“Nel naufragio della pietà, della solidarietà e dell’umanità, lo Stato si è inginocchiato ieri davanti alle 67 bare dei migranti morti nel mare di Calabria: ma il governo non c’era. Sergio Mattarella ha sentito il dovere di portare il lutto della nazione a Crotone, davanti alla disperazione dei sopravvissuti di una delle più grandi tragedie del Mediterraneo e della storia delle migrazioni”. (Ezio Mauro – La Repubblica)

Il governo non era fisicamente presente, ma soprattutto non lo era dal punto di vista politico e, ancor peggio, dal punto di vista etico. L’attuale governo, checché se ne dica ed anche se nato in base al successo alle recenti elezioni politiche, non rappresenta gli italiani, ne cavalca solo gli umori passeggeri, parziali e superficiali, è distante dalla sensibilità popolare, ne coglie soltanto la dura e vergognosa scorza. Le reiterate, sconclusionate e scandalose prese di posizione ministeriali sono la punta di un ben più profondo iceberg. Meno male che c’è Mattarella che riesce a rimediare in qualche modo (fino a quando?).

Cosa sta succedendo in Italia? Al di là della tragedia di Crotone, che macchia indelebilmente la nostra storia, e del macigno migratorio, che incombe sul nostro Paese, la politica sta allontanando le Istituzioni dalla gente e non è in grado di affrontare i gravissimi problemi che stanno drammaticamente segnando la nostra epoca.

Il fatto che la magistratura stia indagando su eventuali responsabilità della classe politica in merito all’emergenza covid e al naufragio calabrese – al netto di forzature giustizialiste e di invadenze istituzionali, senza voler enfatizzare il ruolo della Magistratura stessa e senza precipitarne i giudizi – è sintomo di una evidente carenza dei nostri governanti nel prendere sul serio le questioni che incombono sulla nostra vita.

Per non parlare della guerra: il governo italiano sembra rassegnato a subirla come un male minore, totalmente incapace di svolgere un’azione diplomatica stringente volta ad uscire dal tunnel; è orientato a subire la realtà europea, scaricando su essa gran parte delle proprie insufficienze, senza alcuna adesione alla visione europeista che dovrebbe caratterizzarci.

Si ha la sensazione di essere abbandonati in balia delle onde (tutti noi e non solo i migranti, con la piccola differenza che noi ci salviamo chiudendoci nel nostro egoismo mentre loro muoiono di questo nostro egoismo) e poi ci si chiede perché tanta gente non va più a votare. Mi è venuto spontaneo mettere in relazione le immagini di Sergio Mattarella di fronte alle bare dei naufraghi con quelle del suo predecessore Sandro Pertini davanti alle bare delle vittime della strage terroristica di Bologna nell’agosto 1980. Anche allora la nostra democrazia vacillava e il Presidente seppe interpretare lo sconcerto della gente tenendo una mano sul braccio del sindaco durante tutto il suo discorso commemorativo. Risulta che la gente di Crotone abbia chiesto ad alta voce al presidente Mattarella di non essere abbandonata così come ai funerali oceanici di Bologna rivolse applausi solo a Pertini.

Il governo Meloni non è all’altezza della situazione: per governare occorrono i voti, ma bisogna anche esserne capaci ed essere in linea con la miglior storia e la miglior cultura del Paese. A chi tiene occhi e orecchi aperti non può sfuggire questa triste realtà. Purtroppo scarseggiano le alternative. Anche i governi regionali non brillano e la gente lo ha ben capito scodellando una sorta di record nell’astensionismo elettorale. Teniamoci ben stretto il Presidente della Repubblica come istituzione e come persona che sta svolgendo questo ruolo. Lasciamo perdere il presidenzialismo, che isolerebbe ulteriormente il Parlamento, mettendo in discussione la natura della nostra democrazia e lasciamo che il Quirinale sia carismatico momento di saldatura col popolo e pungolo di impegno verso Parlamento e Governo.

D’altra parte ricordiamoci che il Parlamento non fu in grado di eleggere il successore di Mattarella e meno male che lui ebbe la disponibilità a rimanere al proprio posto. Ricordiamoci che la soluzione Draghi venne varata per coprire le clamorose lacune governative. Non per questo la soluzione dell’elezione diretta del Capo dello Stato potrebbe rappresentare una scorciatoia risolutiva.

Tuttavia non oso neanche pensare a chi potrebbe venire eletto dall’attuale Parlamento in sostituzione di Mattarella, mentre mi unisco ai brividi di chi in questi giorni ha osato pensare all’eventualità che sul più alto colle non ci fosse Mattarella. Non mi resta che augurare lunga vita all’ultimo dei giusti!

Con quelle bocche possono dire di tutto

Il piano di Fazzolari per i giovani: “Insegniamo a sparare nelle scuole”. Grande sponsor delle armi corte, il sottosegretario e numero due di Meloni ha chiesto un tavolo al consigliere militare. Così un articolo di Ilario Lombardo su La Stampa.

È arrivata la smentita di Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio: “L’articolo apparso oggi sul quotidiano La Stampa nel quale si sostiene che io vorrei insegnare a sparare nelle scuole» è ridicolo e infondato. La chiacchierata tra me e il generale Federici, consigliere militare del Presidente Meloni, che il giornalista de La Stampa crede di aver carpito come uno scoop verteva su tutt’altro. La necessità di fornire maggiori risorse per l’addestramento di Forze Armate e Forze di Polizia e oltre a ciò l’ipotesi di prevedere un canale privilegiato di assunzione in questi Corpi dello Stato per gli atleti di discipline sportive reputate attinenti, anche se non olimpiche, quali paracadutismo, alpinismo e discipline di tiro. Due misure alle quali lavoreremo al più presto». 

Pronta la replica del direttore della Stampa Massimo Giannini: «Con temerario sprezzo del ridicolo, il sottosegretario Fazzolari ‘spara’ letteralmente la palla in tribuna, per smentire ciò che non è smentibile, cioè la sua idea di portare nelle scuole corsi di tiro a segno con le armi. L’articolo del nostro Ilario Lombardo, che confermiamo parola per parola, è inattaccabile e di fonte sicura al cento per cento. Viceversa, la illogicità della “smentita” del sottosegretario è nelle cose: cita le forze armate, che si esercitano da sempre nei poligoni, e poi l’alpinismo e il paracadutismo, che con carabine e pistole non c’entrano nulla. Quella che c’entra, con ogni evidenza, è invece la nota e antica passione di Fazzolari per le armi. Così forte, da volerla insegnare anche agli studenti in classe, tra le pedagogiche “umiliazioni” auspicate dal ministro dell’Istruzione e le salvifiche lezioni sul “Dante di destra” volute dal ministro della Cultura”».

La premier è intervenuta: «Io ritengo che questa cosa non sia mai esistita e Fazzolari dice di non averla mai detta. Nessuno ha mai pensato una cosa come quella. È un caso che non esiste». Così il premier Giorgia Meloni a Milano in relazione all’articolo pubblicato oggi da ‘La Stampa’, che ha attribuito al sottosegretario l’ipotesi di includere tra le materie sportive il tirassegno. «Quando una cosa viene smentita dagli interessati – conclude – bisognerebbe prenderne atto. Invece si continua a parlare di cose che non esistono».

Le reazioni politiche non si sono fatte attendere. Piero De Luca, vicepresidente dei deputati Pd ha twittato: «Ecco l’ultima intuizione della destra, far sparare i giovani a scuola. È questa l’idea che hanno di merito ed educazione? Fazzolari si tenga il suo hobby del tiro a segno ed eviti di trasformare la scuola in un poligono. Ai nostri studenti serve altro, non un far west in classe». Raffaella Paita, Presidente del gruppo Azione-Italia Viva in Senato, ha scritto sempre su Twitter: «Mi auguro la smentita di Fazzolari corrisponda al vero perché saremmo di fronte all’assurdo: tagliare la 18app da un lato e promuovere il tiro a segno nelle scuole dall’altro. Meno libri, più armi».

Sembra una farsa, ma a ben pensarci forse è più una tragedia. Voglio credere al sottosegretario anche se…, ma lasciamo perdere. Cosa resta? Che un uomo di governo, con tutti i problemi che esistono, si dedica alle discipline di tiro ed agli atleti che la praticano al fine di farne una risorsa per esercito e polizia. Sinceramente mi sembra che la difesa sia peggio dell’accusa.

Evidentemente Giorgia Meloni non è messa molto bene con i sottosegretari: Delmastro, alla Giustizia, sparla bene; Fazzolari, alla presidenza del Consiglio, spara male. E sono suoi amici! E li difende!  Entrambi, come minimo, non sanno tenere la lingua a posto. Per carità di patria e di scuola non intendo infierire sull’assurda idea di insegnare a sparare nelle scuole.

Mi limito ad osservare come nel governo italiano ci sia gente specializzata nello sparare cazzate. Una vera e propria gara tra sottosegretari e ministri. Nel commentare la strage di migranti a Crotone, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha detto: “La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli”. Una cavolata etica che si aggiunge a quella degli sbarchi selettivi e del carico residuale, in riferimento alle politiche dell’attuale governo contro gli sbarchi di migranti. Ormai non c’è che l’imbarazzo della scelta. Forse però al momento la gara è stata vinta dal ministro della cultura Gennaro Sangiugliano: “Il fondatore del pensiero di destra in Italia è stato Dante Alighieri: la destra ha cultura, deve solo affermarla”.

Poi c’è anche il ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara, il quale minaccia di provvedimenti disciplinari una preside qualora intendesse continuare a fare il proprio mestiere, vale a dire spiegare ai giovani come nacque il fascismo in Italia, dalle scorribande di squadracce tollerate dalla politica e dall’opinione pubblica di allora. C’è poco da fare, il centro-destra soffre a sentir parlare di fascismo. Chissà perché…

Come osserva acutamente Marco Travaglio, sembra che questi signori facciano apposta per tirarsi addosso la patente di neofascismo anche da parte di chi (non sono fra quelli) vorrebbe prescindere da simili accuse.

Di fronte a tanta incultura (chiamiamola così per non offendere nessuno), mi sono divertito a rovistare fra le frasi celebri sul parlare a vanvera. Ne ho scelto una piuttosto leggera. “Ci vogliono due anni per imparare a parlare e cinquanta per imparare a tacere” (Ernest Hemingway). In base a questo criterio, visto che di parlare sono anche troppo capaci e che aspettare cinquant’anni è un po’ troppo, bisognerebbe almeno cucire loro la bocca. Avremmo tutti e tutto da guadagnarci.

Un caro saluto a Giovanbattista Fazzolari, Andrea Delmastro, Matteo Piantedosi, Gennaro Sangiuliano e Giuseppe Valditara. Il saluto non si nega a nessuno. Ciao, ciao, sottosegretari e ministri, un bacio ancora. E poi per sempre vi perderò (almeno lo spero).

 

 

Il PD tra cultura cattolica e nuovismo d’annata

Da tempo all’interno del Partito Democratico covava un fuoco sotto la cenere, quello dei cattolici democratici a cui, per tutta una serie di motivi, il Pd andava stretto. Detto in estrema sintesi, il malcontento derivava da un certo qual tradimento degli ideali cattolici e della cultura popolare, che dovevano costituire uno dei pilastri del partito, nato proprio dalla fusione tra le due culture storiche della sinistra, vale a dire quella comunista e quella cattolica.

Lo schiacciamento progressivo sulla gestione del potere, il pedissequo allineamento alla sinistra di stampo laburista, la debordante ed egemonica opzione per la difesa dei diritti civili a scapito di quelli sociali, l’imbarazzante spostamento dalle piazze ai salotti, il prevalere della fredda, burocratica e castale impostazione post-comunista, il colpevole silenziamento del dibattito interno ridotto agli equilibrismi correntizi, l’allontanamento dai valori per puntare tutto sul consenso pragmatico, la perdita di feeling con le componenti sociali più disagiate a vantaggio di quelle più intellettualmente a la page sono i punti critici su cui si è consumato, strada facendo, una sorta di strappo culminato in una convivenza da separati in casa.

Evidentemente il congresso ha stimolato questa crisi interpretata da Pierluigi Castagnetti in un recente convegno dei cattolici democratici e popolari, dal quale era uscito una sorta di ultimatum a riprendere i contenuti della carta fondativa del PD, che davano il giusto rilievo all’apporto culturale e politico dei cattolici.

Dal dibattito congressuale e dalle proposte dei candidati alla segreteria non sono emersi significativi e rassicuranti riscontri e quindi la mina ha continuato a vagare in attesa dei risultati delle elezioni primarie. Probabilmente la vittoria di Stefano Bonaccini – alla cui candidatura alcuni personaggi di primo piano inquadrabili nel filone storico e culturale del cattolicesimo democratico (per tutti cito Graziano Del Rio) avevano dato il loro appoggio – avrebbe messo una certa sordina alle rivendicazioni cattolico-popolari, proseguendo magari un modus vivendi poco chiaro, fatto più di fragili equilibri interni che di forti e condivisi richiami culturali. A quanto pare non è andata così.

L’esplosiva vittoria di Elly Schlein ha invece esasperato il problema, considerata l’estraneità della nuova segretaria rispetto alla storia ed alla cultura del cattolicesimo democratico. Mentre con Stefano Bonaccini si poteva trattare una combinazione per vivacchiare, con Elly Schlein occorrerebbe ricostruire da zero quella fusione impostata e tentata dal 2007 in avanti, rivisitandola alla luce della cultura innovativa ma un tantino sconclusionata di cui è interprete la giovane e nuova leader piddina.

Sono partite quindi le manovre per una presa di distanza da parte di un mondo ancora tutto da individuare, ma comunque in cerca di coniugazione degli ideali cattolici con la moderazione politica e il posizionamento centrale, cose assai lontane dalla mentalità schleiniana. L’accentuazione del carattere di sinistra sta cioè inducendo certi cattolici a riposizionarsi in campo politico, con l’intenzione, oserei dire l’illusione, di riprendere sbrigativamente quell’autonomia persa strada facendo.

La suddetta analisi è operata dall’esterno in base più ad impressioni che ad elementi concreti. Ci sarà tempo e modo di esaminare ed approfondire questa intricata situazione. Mi resta al momento il quasi obbligo di proporre alcune riflessioni a caldo dopo il successo di Elly Schlein, che potrebbe spingere alla precipitosa fuga dal PD i cattolici “moderati” orientati verso il centro dello schieramento politico. Lo faccio nella mia qualità di anomalo cattolico democratico, distaccato dalla politica attiva in epoca non sospetta, vale a dire fin dai tempi della segreteria democristiana di Arnaldo Forlani, modesto precursore nei fatti  rispetto alla nascita del PD quanto ad esperienze di dialogo e collaborazione tra cultura cattolica e cultura comunista  a livello di base (nelle sezioni di partito, nei quartieri, sui problemi concreti della gente), deluso ed umiliato nel tempo dall’andazzo piddino fino ad arrivare ad un progressivo astensionismo a livello di militanza e di elettorato.

Posso capire l’imbarazzo dei cattolici, ma non comprendo la loro opzione a favore di Stefano Bonaccini: mi sembra che abbiano inteso parlare con lui di corda con cui impiccarsi. Cosa potevano trovare di interessante nell’esponente più moderno ed autorevole della casta post-comunista al di là di una combinazione di stampo doroteo fra due tradizioni, quella comunista e quella cattolica, tradite e umiliate nel compromesso ai livelli più bassi. Mi sembrano atteggiamenti dettati più dalla paura di “sparire” che dalla voglia di “vivere”.

Posso comprendere anche lo sconcerto di fronte all’affermazione di Elly Schlein, così lontana ma così vicina alla sensibilità politica dei cattolici di sinistra se si ha il coraggio di scendere dai massimi sistemi ai problemi concreti e drammatici che stiamo vivendo. Quanto alla temuta e montante “sinistrite”, ben venga anche perché mi sento più di sinistra rispetto alla nuova segretaria (in base ai criteri soliti, anche se un po’ datati). Faccio di seguito tre esempi di discontinuità, che sembra tanto preoccupare l’establishment di tutti i tipi e di tutti i generi.

La virata in senso “pacifista” della politica estera italiana con un atteggiamento più critico verso gli Usa e la Nato, con un approccio più costruttivo e diplomatico verso la guerra russo-ucraina, con una più stringente e positiva azione verso l’Europa, non sarebbe in linea con la cultura e la storia del cattolicesimo democratico? Si pensi all’atlantismo critico di Giuseppe Dossetti, al pacifismo politico di Giorgio La Pira, all’europeismo profetico di Alcide De Gasperi.

E che dire dell’immigrazione? Cosa ci sarebbe di scandaloso nell’abbandonare la fallimentare tattica degli accordi con i Paesi di provenienza e di transito per andare verso una gestione totale del fenomeno migratorio in tutte le sue fasi al fine di gestirlo a livello europeo con spirito umanitario e con i giusti sacrifici finanziari e sociali?

E cosa c’è di scandaloso nel voler rivedere i principi del cosiddetto “jobs act”, dando assoluta priorità alla battaglia contro il precariato, smettendola di contrapporre in modo schematico difesa dei salari e creazione di lavoro? Non fa parte del patrimonio culturale dei cattolici di sinistra quel filone sindacal-aclista dei Giulio Pastore, dei Carlo Donat Cattin, dei Franco Marini? E allora?

Ho fatto solo alcuni esempi che dovrebbero smorzare la drammatizzazione anti-Schlein e indurre, prima di passare ai fatti, a discutere e parlare di sinistra, lasciando perdere la solita stucchevole insistenza centrista. So benissimo che non sarà facile coniugare la radicata tradizione del cattolicesimo democratico col volatile nuovismo della cultura modernista, ma sarebbe un errore ritirarsi dal gioco prima di vedere le carte. Intendiamoci bene, non sono molto preoccupato delle fughe al centro dei moderati, ma temo che nella confusione degli smottamenti del PD venga sepolta la cultura dei cattolici di sinistra, che fa parte della mia vita politica e del mio impegno sociale.

 

Un mare di morti e di colpe

L’ennesima tragedia in mare è avvenuta col naufragio di un barcone carico di migranti avvenuto in Calabria sulla spiaggia di Steccato di Cutro. Si temono decine e decine di morti. È partito il cinico gioco allo scaricabarile delle responsabilità politiche. Il centro destra continua imperterrito a sostenere la necessità di fermare a tutti i costi l’ingresso dei clandestini sui barconi degli scafisti. Il centro-sinistra punta ad accordi con i Paesi rivieraschi per drenare la fuga dei migranti. L’Europa non fa niente. L’Onu fa le mozioni degli affetti. I disperati della “o la va o la spacca” muoiono in mare.

La mia prima reazione è di carattere etico-religioso: saremo tutti chiamati a rispondere del sangue di questi nostri fratelli e magari proveremo a difenderci di fronte al Padre Eterno, affermando di non essere noi i loro custodi. Non funzionerà e finiremo molto male, nel mare infernale delle nostre colpe.

Se ci spostiamo sul piano politico, pur ammettendo la complessità del problema, bisogna smetterla di considerare e trattare la questione migranti come un’emergenza: si tratta di un problema strutturale del nostro sistema mondiale, oltre tutto aggravato da guerre, carestie e pestilenze.

Per rimanere in ambito europeo, possibile che la UE non riesca a varare uno straccio di manovra complessiva per gestire l’accoglienza e l’integrazione di questi soggetti? L’Italia però non deve nascondersi dietro le responsabilità europee. Abbiamo fatto e continuiamo a fare errori gravissimi al riguardo, promettendo l’impossibile, colpevolizzando chi cerca di dare una mano, continuando ad alzare muri, fuorviando la pubblica opinione con la criminalizzazione dei migranti considerati delinquenti o mangia pane a tradimento e consentendo il vergognoso sfruttamento di questi poveri diavoli.

Gli accordi con i Paesi di provenienza o transito non hanno funzionato, anzi si sono rivelati occasioni di emarginazione e tortura per questi soggetti, che provano a fuggire da condizioni di vita impossibile o, sarebbe meglio dire, di morte possibile. Non c’è una politica dell’immigrazione, si affrontano le situazioni così come si presentano e si finisce col contare i morti. Anche la sinistra a livello italiano ed europeo non è esente da gravi colpe e responsabilità.

Don Luigi Ciotti, presidente di Libera dice: «Alla globalizzazione del mercato abbiamo abbinato quello che papa Francesco chiama globalizzazione dell’indifferenza, persino il disprezzo verso le sofferenze degli altri, le loro speranze. Il riemergere del razzismo verso gli immigrati, alimentato da politici senza scrupoli, che un giorno dovranno rendere conto di questo, è il segno di uno spaventoso regresso etico».

Papa Francesco non risparmia parole e prese di posizione: «Cosa succede al mondo di oggi che, quando avviene la bancarotta di una banca, immediatamente appaiono somme scandalose per salvarla, ma, quando avviene la bancarotta dell’umanità del dramma dei migranti, dei rifugiati e degli sfollati, non c’è quasi una millesima parte per salvare quei fratelli che soffrono tanto? E così il Mediterraneo è diventato un cimitero e non solo il Mediterraneo…».

Ci illudiamo di fermare l’emorragia, di bloccare i flussi migratori, di alzare muri in terra e di chiudere i porti in mare e non capiamo che respingere i migranti è un atto di guerra. Forse paradossalmente la consideriamo una guerra difensiva, una sorta di legittima difesa dei nostri sporchi interessi.

Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha espresso “profondo dolore per le tante vite umane stroncate dai trafficanti di uomini”, ma subito dopo è passata all’attacco: “Si commenta da sé l’azione di chi oggi specula su questi morti, dopo aver esaltato l’illusione di un’immigrazione senza regole”. Il governo, ha aggiunto, “è impegnato a impedire le partenze e con esse il consumarsi di queste tragedie, e continuerà a farlo, anzitutto esigendo il massimo della collaborazione agli Stati di partenza e di provenienza. È criminale mettere in mare una imbarcazione lunga appena venti metri con ben duecento persone a bordo e con previsioni meteo avverse. È disumano scambiare la vita di uomini, donne e bambini col prezzo del “biglietto” da loro pagato nella falsa prospettiva di un viaggio sicuro”.

Lasciamo stare le ovvietà sugli scafisti. Chi sarebbero invece coloro che speculano? Probabilmente le Ong, colpite di recente da un decreto restrittivo del ministro dell’interno Matteo Piantedosi, che vedono in questa catastrofe un “desolante vuoto di soccorsi”. Non voglio parafrasare il noto adagio, sostenendo: “Muoiono i migranti, governo razzista”. Giorgia Meloni non ha soltanto la responsabilità di aver promesso di chiudere i porti, di fermare i migranti, di determinare per loro la fine della “pacchia” (sic!), ha anche la colpa di ostacolare indirettamente i soccorsi in mare, di essere amica dei Paesi europei più recalcitranti sulla questione immigrazione, di chiamare in causa un’Europa in cui non crede. E le critiche sarebbero speculazioni?  Ma ci faccia il piacere…

A proposito del fatto che ognuno debba assumersi le proprie responsabilità, sul naufragio a Crotone, il ministro degli Interni Matteo Piantedosi, attestandosi sulla velleitaria linea dell’evitare a tutti i costi le partenze dei migranti disperati, ha vergognosamente dichiarato: “Se fossi disperato? Non partirei, perché sono stato educato alla responsabilità: a non chiedermi cosa devo aspettarmi dal Paese in cui vivo, ma a cosa posso dare io”. Roba da matti!