Il campionato dei coccodrilli

Può partire la festa per Ibrahimovic che entra in campo osannato da tutto lo stadio e accompagnato dalla colonna sonora del Gladiatore. Il guerriero di Malmoe ha gli occhi lucidi a 41 anni dopo una carriera infinita piena di successi in ogni angolo d’Europa. Era dall’inizio della serata che Ibrahimovic era commosso per i cori continui dei tifosi rossoneri. In curva la coreografia recita ‘GodBye’ con un gioco di parole che esalta Ibrahimovic. L’attaccante fatica a trattenere le emozioni, inquadrato dai maxi-schermi. Lo svedese poi prende la parola per annunciare il suo addio al calcio: «È venuto il momento di dire ciao al calcio, non a voi», dice Zlatan spiazzando San Siro che si aspettava solo un commiato dal Milan. Invece il centravanti lascia l’attività agonistica senza prendere in considerazioni le offerte per proseguire, a partire da quella del Monza. Passa in secondo piano la vittoria del Milan per 3-1. Apre Giroud su rigore, pareggia Faraoni. Poi nel finale decide una doppietta di Leao. Al Verona non fa troppo male perché perde anche lo Spezia. Poi conquista la scena Ibrahimovic per le sue ultime parole da calciatore.

Nella pancia di San Siro Ibrahimovic ha raccontato le sue sensazioni, inframezzate da battute divertenti: «La giornata è iniziata con la pioggia. Pure Dio era triste. Avevo troppa emozione. Sembravo uno zombie. Non scherzavo e non parlavo. Ma adesso ho accettato e sono pronto. Un po’ triste ovvio. In campo piangevano tutti. Non sapevo chi guardare. Mi mancherà lo spogliatoio».

Lo svedese non ha ancora deciso cosa farà adesso nel mondo del calcio: «Allenatore, procuratore, dirigente? Per il momento ho scelto di prendere tempo e godere di quello che ho fatto nel calcio. Non è giusto decidere subito. Essere allenatore e dirigente comporta tanta responsabilità. E l’allenatore lavora ancora di più». (Stefano Scacchi sul quotidiano “La stampa”)

Può darsi benissimo che Dio fosse triste: la scena non poteva che mettere tristezza anche a Dio. Un pubblico osannante per un eroe di cartamoneta, le lacrime su ordinazione di un furbacchione/ riccone, il tramonto del più bello sport del mondo rovinato da queste assurde manfrine. Mette tristezza anche a me e avrebbe messo tristezza anche a mio padre, che dal pulpito dello stadio mi ha lasciato indimenticabili insegnamenti etici. Si tratta però di una tristezza diversa da quella intesa da Ibrahimovic: non la malinconia per un addio, ma lo squallore di una commedia pseudo-calcistica.

Mio padre, così come era obiettivo e comprensivo, sapeva anche essere intransigente verso le scorrettezze del pubblico, ma anche dei giocatori. Soprattutto pretendeva molto dai grandi campioni superpagati, arrivava alla paradossale esigenza del goal ad ogni tiro in porta per un fuoriclasse come Zico (col da la ghirlanda) incoronato re di Udine al suo arrivo nella città friulana: cose da pazzi! Ma non solo con Zico anche con altri cosiddetti fuoriclasse: mio padre non accettava gli ingaggi miliardari, ne avvertiva l’assurdità prima dell’ingiustizia, faceva finta di scandalizzarsi, ma in realtà coglieva le congenite contraddizioni di un sistema sbagliato. Mi riferisco al sistema calcio ma anche al sistema più in generale.

E capisco mio padre che non era capace, per sua stessa ammissione, di farsi pagare per il giusto, che non osava farsi dare del “lei” dai garzoni, che aveva uno spiccato senso del dovere e non concepiva, nella sua semplicità di vita, questi lauti guadagni. Sogghignava di fronte agli scandalosi ingaggi: “Mo co’ nin farani äd tutt chi sòld li, magnarani tri galètt al di?”  Scherzi a parte mio padre era portatore di un’etica del dovere, del servizio e reagiva, alla sua maniera, alle incongruenze clamorose della società.

Amava mettere a confronto il fanatismo delle folle di fronte ai divi dello sport e dello spettacolo con l’indifferenza o, peggio, l’irrisione verso uomini di scienza o di cultura. Diceva: “Se a Pärma a véna Sofia Loren i corron tutti, i s’ mason par piciär il man, sa gnìss a Pärma Fleming i gh’ scorèzon adrè.”

L’altra sera lo stadio di san Siro era tutto per Ibrahimovic, il resto era fuffa o meglio la fuffa aveva vinto il campionato. Sì, perché nonostante tutto, il campionato non l’ha vinto il Napoli, ma il divismo imperante con annessi i capricci dei divi (ognuno ha i suoi, anche il Parma calcio ha il suo Buffon che piange…). D’altra parte che divo è uno che non fa i capricci. E che campionato è un campionato senza fiumi di lacrime.

 

L’amore usa e getta

Qualche giorno fa, in sede di commento al tragico fatto di sangue che ha visto soccombere una giovane donna incinta alla violenza del suo infido compagno, ho richiamato una sorta di apparente contrasto tra fede e scienza, emergente dal dialogo tra l’allora papa Paolo VI e il noto criminologo e psichiatra Vittorino Andreoli. Risulta che il papa al termine di tale incontro abbia cortesemente accompagnato l’illustre professore all’uscita, suggellando in modo inquietante lo scambio di opinioni che avevano avuto: «Si ricordi professore che il diavolo esiste!».

In questi giorni Vittorino Andreoli ha rilasciato un’intervista a Flavia Amabile del quotidiano “La stampa”, efficacemente titolata, che riporta in sintesi il pensiero dello scienziato: “La morte è diventata banale e l’amore è una forma di consumo”. Lo psichiatra, sull’omicidio di Giulia Tramontano, ha aggiunto: «La società deve insegnare ad affrontare le emozioni. Bisogna ripartire dall’educazione: si preferisce riempirci di poliziotti invece che investire nella scuola».

Appare, in un certo senso, come la risposta laica all’affermazione di Paolo VI, la versione sociologica della spietata analisi religiosa dell’ex papa. Mi sento di condividerle pienamente entrambe: penso siano le due facce della stessa medaglia. Banalizzare la morte e consumare l’amore non è forse la moderna tentazione diabolica che attacca le nostre esistenze? Illudersi di affrontare le emozioni con la repressione poliziesca anziché con la paziente educazione delle coscienze non è forse la peggiore delle risposte al dilagante male che inonda la vita individuale e collettiva?

L’amore è, per credenti e non credenti, il motore della nostra esistenza, ma, se lo fondiamo senza oliarlo, diventa la nostra disfatta. Se consideriamo la morte un ostacolo da superare sbrigativamente, buttiamo via la vita. L’amore è vita, ma, se viene sprecato, ci porta alla morte.

Sono grato al professor Andreoli perché ci aiuta ad uscire dal tunnel della sociologia spicciola per imboccare la strada della più profonda filosofia.

Se seguo il filo conduttore dei ricordi, scopro come fosse sempre presente in mio padre l’intento di andare “oltre” la realtà emergente per creare qualche risposta ai perché dell’esistenza. Una volta, conversando con lui, andammo proprio a finire su cosa intendesse per filosofia e mi stupì la risposta per chiarezza e semplicità. Disse: “Il filosofo è colui che vedendo qualcosa si chiede: è così o sono io che la vedo così?”. Interroghiamoci dunque di fronte a tanta violenza, a tanto brutale egoismo.

Questo sconvolgente fatto di cronaca nera non può solo scatenare impulsi punitivi, quasi a voler rimuovere dalle nostre coscienze responsabilità individuali e collettive, ma deve spingerci a ritrovare il filo della matassa, che più ingarbugliata di così non potrebbe essere. Non si tratta di dare la colpa al diavolo o alla società diabolica, ma di guardare alla vita che è in noi come una ricerca di relazioni positive. Come scrive padre Raniero Cantalamessa, la felicità e l’infelicità sulla terra dipendono in larga misura dalla qualità delle nostre relazioni. Ciò che rende bella, libera e gratificante una relazione è l’amore nelle sue diverse espressioni. Quello che avvelena una relazione è il volere dominare l’altro/a, possederlo/a, strumentalizzarlo/a, anziché accoglierlo e donarsi ad esso/a.

Penso che questo possa essere il miglior modo per ripartire, come sostiene opportunamente Vittorino Andreoli, dall’educazione e per riempire di contenuti quella scuola a cui tutti dovremmo essere iscritti e che non dovrebbe terminare mai.

 

 

 

Il tritaschlein

Lo stucchevole e superficiale dibattito sul “causa/effetto Schlein” in ordine alle recenti parziali elezioni amministrative mi infastidisce nella sua pochezza e nella sua pretestuosità. Non sono un suo ammiratore, ho parecchie riserve sulla sua adeguatezza all’improbo ruolo che sta ricoprendo, non mi sembra partita col piede giusto. Di qui a farne più o meno esplicitamente un capro espiatorio delle reiterate sconfitte elettorali del Partito democratico il passo mi sembra piuttosto lungo e ingiusto.

La crisi della sinistra a livello italiano ed europeo è complessa e difficile da interpretare. Cosa potrebbe e dovrebbe fare Elly Schlein per dipanare questa matassa? L’arduo impegno potrebbe essere sintetizzato nella ricerca dei punti fondamentali su cui creare i presupposti dell’incontro fra la storia, la tradizione, le idealità, i valori e la cultura della sinistra e il sentiment dei cittadini al fine di avviare un recupero del consenso perduto.

Questi punti li individuerei nei discorsi della pace con tanto di ambientalismo annesso e connesso e della giustizia sociale con tanto di equità fiscale e redistribuzione reddituale annesse e connesse. È il terreno su cui agire con il dovuto coraggio e senza tentennamenti e cedimenti alla realpolitik a livello internazionale: vedi reiterato invio di armi all’Ucraina addirittura ritagliate sui fondi PNRR; vedi americanismo irrinunciabile; vedi europeismo di rifugio e non di scelta. E senza farsi tentare dalla politica dei bonus e degli sgravi a pioggia, laddove piove sempre sul bagnato di una demagogia inaccettabile e fuorviante.

A ben pensarci bisogna evitare accuratamente di rubare il mestiere a Giorgia Meloni, che si legittima e si nasconde proprio su questi temi sciacquati furbescamente nell’Arno della destra: non rincorrerla è un imperativo categorico.

Il resto è fuffa mediatica, che si diverte a rompere le uova di un paniere ancora tutto da individuare e riempire. È fuffa dentro il PD, che soffre la storica invadenza degli apparati, l’antistorico continuismo della sua classe dirigente, la cultura del potere camuffata da obbligo governista e vocazione politicistica. É fuffa delle alleanze a livello di opposizione con il M5S e i centri renzian-calendaniani: si rischia la fine degli orbi che vanno in barca e si infilzano reciprocamente gli occhi con le punte dei remi.

Elly Schlein sapeva di dover combattere una dura battaglia per rivoltare il suo partito come un calzino ed era consapevole di incontrare un conflitto latente con le opposizioni concorrenti. L’importante è che non ripieghi sul vivacchiare, sul tirare a campare per non tirare le cuoia, sui tempi lunghi e sui campi larghi: mandi precisi messaggi al suo potenziale elettorato senza nascondersi dietro il dito delle pur importanti problematiche Lgbt e delle pur inevitabili ma sterili polemiche, senza farsi irretire in una contrapposizione femminile con Giorgia Meloni, senza indulgere al nuovismo a tutti i costi, al sociologismo datato e all’utopismo fragile. Sarà dura diceva Nicolò Carosio approcciando certe partite di calcio della nostra nazionale o di squadre italiane impegnate in gare molto difficili. Dura sì, ma non impossibile e soprattutto doverosa.

 

 

Le pentole del diavolo e i coperchi dei maschi

Ogni volta accade la stessa scena: davanti a un fatto orrendo proviamo grande pietà per le vittime e rabbia verso gli assassini. Li chiamiamo mostri, scriviamo i loro nomi e cognomi sui social e spesso chiediamo per loro non solo il carcere o l’ergastolo ma la pena di morte. Ci auguriamo che muoiano con le peggiori sofferenze, senza dovere aspettare il processo e la sentenza. (…) Così, davanti a simili orrori, invece che impegnarci a diventare persone migliori e ad aiutare gli altri a esserlo (a partire dai più giovani), veniamo travolti dalla rabbia, dal disagio, dalla paura e dalla delusione per il prossimo. Finiamo senza accorgercene in una sorta di buio, dove il mondo ci sembra popolato solo da mostri. Ovviamente nella realtà ce ne sono. Sarebbe una follia negarlo. Ma pensarli come fossero una maggioranza che può e deve essere sconfitta solo con la violenza non è solo un errore statistico. È un tarlo che, alla lunga, distrugge la fiducia negli altri. Dobbiamo combatterlo. Per noi. Ma innanzitutto per le vittime come Giulia e Thiago. (Gigio Rancilio su “Avvenire”)

Questo pezzo socialmente e individualmente autocritico, scritto di fronte allo sconvolgente fatto dell’uccisione di una donna incinta uccisa brutalmente ed eliminata come fosse un ingombrante rifiuto per far trionfare il proprio spietato e incontrollabile egoismo (nel caso chiamiamolo pure maschilismo), mi sollecita due riflessioni.

La prima riguarda il taglio socio-politico dei commenti scatenati al riguardo. Ci vogliono leggi e pene più severe? Occorre una maggiore vigilanza da parte di magistratura e polizia? È necessaria una più grande ed estesa opera di soccorso da parte della società civile? Tutte cose sacrosante! Ma non illudiamoci che possano bastare. Se una società perde progressivamente l’aggancio ai valori fondamentali, in essa può succedere di tutto. Quando ad un’automobile si rompono i freni può andare a sbattere ovunque. Se non recuperiamo la cultura dei valori siamo spacciati, non tanto la cultura di un tempo, ma quella dei valori di sempre. Qualcuno dirà che sto buttando la palla in tribuna. No, sto solo ipotizzando una lunga e faticosa ripartenza senza l’illusione che il gol possa arrivare da una giocata di classe di Tizio o Caio.

Chiedo scusa a psicologi, criminologi e sociologi: le loro analisi e le loro motivazioni non mi convincono affatto. Mi rifugio nel confronto assai poco scientifico, ma tanto umanamente palpitante, tra i miei genitori. Mia madre così come era rigorosa ed implacabile con se stessa era portata a giustificare chi delinqueva, commentando laconicamente: “Jén dil tésti mati”. Mio padre invece, con arguta ironia non credeva alle assurde giustificazioni riconducibili alla follia di un momento, alla patologia criminale, al delirio psicologico e, in un simpatico gioco delle parti, ricopriva il ruolo di intransigente accusatore: “J én miga mat, parchè primma äd där ‘na cortläda i guärdon se ‘l cortél al taja.  Sät chi è mat? Col che l’ätor di l’à magnè dez scatli äd lustor. Col l’é mat!”.

Non mi accontento neanche di buttare la croce addosso alle famiglie, alla scuola, alla società in genere: sono stanco di questo datato scaricabarile sociologico. Certo, le crisi possono creare il brodo di coltura, ma ci vorrà pure qualcuno che cominci a ripulire la pentola a partire dalla propria.

La seconda riflessione è di carattere religioso. Come ho già scritto altre volte, non mi ritengo un fanatico che vede il diavolo aggirarsi nelle nostre strade, ma qualche dubbio atroce mi coglie. Mi risulta che papa Paolo VI, dopo avere dialogato con il professor Vittorino Andreoli, noto criminologo e famoso psichiatra, lo abbia accompagnato cortesemente all’uscita, suggellando in modo inquietante lo scambio di opinioni che avevano avuto: «Si ricordi professore che il diavolo esiste!».

Cos’è che dà un carattere demoniaco a questi episodi. Ce ne sono tante di vicende malefiche, ce ne sono sempre state…Che evoca una presenza demoniaca attiva è la strada senza uscita, una sorta di inevitabile baratro a cui certi fatti conducono. La psicologia, la sociologia, l’antropologia, la criminologia, la medicina, persino la letteratura, ammutoliscono. Ci puzza di zolfo. Il demonio va accanto a chi si mette in condizione di ospitarlo, ma sa giocare anche in proprio.

Non mi sembra una fuga dalle responsabilità umane ed etiche, ma l’ammissione di una debolezza davanti a cui le forze del male vanno a nozze. Il miglior esorcismo credo sia essere coerenti con la propria fede per chi ce l’ha, essere fino in fondo creature umane per chi crede comunque che non siamo su questa terra per fare una folle scampagnata in compagnia dei nostri istinti satanici.

 

 

Il pizzo fiscale e il pizzino elettorale

“La lotta all’evasione fiscale si fa dove sta davvero l’evasione, non sul piccolo commerciante a cui chiedi il pizzo di Stato”. É un passaggio dell’intervento del presidente del Consiglio Giorgia Meloni al comizio di Catania, per la chiusura della campagna elettorale in vista delle elezioni amministrative.

Dato per scontato il tono propagandistico della boutade, la dichiarazione non è sostanzialmente del tutto sbagliata, se consideriamo che effettivamente finora in Italia si è puntato più a disturbare e torchiare i piccoli trasgressori (a volte addirittura quelli formali) che non a toccare nel vivo i grandi (a volte totali) evasori. Si è puntato a fare gettito sulla carta degli accertamenti e rinunciando a puntare al reale gettito proveniente dalla guerra all’evasione vera e propria.

Non saprei dire quanta responsabilità per questo indirizzo abbiano i governanti del passato remoto, del passato prossimo e del presente. La burocratizzazione del sistema fiscale è certamente il leitmotiv del rapporto fra cittadini ed erario, mentre il secondo buco nero riguarda il cattivo funzionamento dei controlli a dispetto degli strumenti informatici a disposizione degli uffici.

Resta comunque il dato di fatto squalificante ed iniquo dell’evasione fiscale.  Mio padre non era un economista, non era un sociologo, non era un uomo erudito e colto. Politicamente parlando aderiva al partito del buon senso, rifuggiva da ogni e qualsiasi faziosità, amava ragionare con la propria testa, sapeva ascoltare ma non rinunciava alle proprie profonde convinzioni mentre rispettava quelle altrui. Volete una estrema sintesi di tutto ciò? Eccola! Rifletteva ad alta voce di fronte alle furbizie varie contro le casse pubbliche: «Se tutti i paghison col ch’l’è giust, as podriss där d’al polastor aj gat…».

Giorgia Meloni sta tentando di fare un mix tra populismo e affarismo, arrivando ad una icastica espressione quale quella del “pizzo di Stato”. Tutti, chi più chi meno, si possono ritrovare in questo equilibrio varato dal governo, che sembra più orientato a lasciare le cose come stanno piuttosto che a cambiarle radicalmente: ci lascino in pace, tanto chi non paga le imposte ha sempre il modo di scapparla… Una felpata e strumentale sviolinata al popolo, che teme di essere in qualche modo sconquassato o disturbato.

Non so se all’Unione europea, che continua a chiederci la riforma fiscale, si potrà rispondere tirando in ballo il pizzo europeo, quello dei burocrati che rompono i coglioni e pretendono di venire a curiosare nei nostri affari interni. Salvo poi andare a battere cassa quando l’erario piange e mancano i fondi per intervenire sulle disgrazie del nostro Paese.

Il terreno fiscale è piuttosto scivoloso. Prima o poi ci si può cascare sopra. Non si può avere la botte elettorale piena di voti e la moglie erariale piena di…evasione fiscale. Le avvisaglie emergenti dai criteri fissati nella legge delega non lasciano sperare niente di buono. I sindacati minacciano proteste, ma probabilmente tanto tuonerà per non piovere. I ricchi evasori se ne potranno stare al coperto, i poveri evasori si sentiranno ricchi, tutti coloro che, per necessità o per virtù, non evadono si sentiranno presi per i fondelli.

 

 

 

 

Quando l’autoritarismo passa inosservato

Premessa. “Nella tipologia dei sistemi politici, si sogliono chiamare autoritari i regimi che privilegiano il momento del comando e sminuiscono in modo più o meno radicale quello del consenso, concentrando il potere politico in un uomo o in un solo organo e svalutando gli istituti rappresentativi: donde la riduzione ai minimi termini dell’opposizione e dell’autonomia dei sottosistemi politici e l’annientamento o il sostanziale svuotamento delle procedure e delle istituzioni intese a trasmettere l’autorità politica dal basso verso l’alto” (Dizionario di Politica – Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino – Gruppo editoriale L’Espresso).

La Corte dei Conti sta cercando di capire come rispondere a quello che rischia di configurarsi come uno scontro istituzionale gravissimo. Tre settimane dopo l’attacco del ministro Raffaele Fitto, che non aveva gradito le delibere critiche sullo stato di avanzamento di due obiettivi del Pnrr e sulle responsabilità dei ministeri, l’Associazione dei magistrati contabili è di nuovo sul chi va là. Perché il governo Meloni si appresta a presentare due emendamenti al decreto Pa, ora in discussione in Parlamento, con l’obiettivo di limitare i poteri della Corte dei Conti. Da un lato verrebbe circoscritto il perimetro d’azione del collegio del controllo concomitante presieduto da Massimiliano Minerva, che si occupa proprio di monitorare la gestione dei fondi del Recovery plan e rilevare eventuali irregolarità. Dall’altro si prolungherebbe la durata dello scudo erariale per i funzionari pubblici introdotto dal governo Conte 2 ed esteso fino al 30 giugno 2023 da Draghi. (da “Il fatto quotidiano)

È una di quelle notizie destinate a scivolare nell’indifferenza, dovuta alla comprensibile ignoranza della gente comune sulle questioni istituzionali e alle inevitabili e sacrosante distrazioni dovute alla tragica contingenza cronachistica. Invece è purtroppo l’ennesimo indizio che fa una prova, quella di un autoritarismo strisciante, di cui in premessa, perseguito dall’attuale governo di destra. Ogni giorno spunta una malcelata nuova intenzione di accentrare i poteri in mano all’esecutivo, mettendolo al riparo dall’inesorabile redde rationem che prima o poi dovrà pure scatenarsi, una volta passata l’apparentemente ingenua sbornia elettorale destrorsa degli italiani (e forse anche degli europei).

Tanto per cominciare, il monopolio dell’informazione: al pur costretto appoggio di Mediaset (a Berlusconi friggerà la lingua, ma non ha alternative) si aggiunge un clima di strisciante censura alla Rai: alla precipitosa conversione dei “port coton” si sta aggiungendo una sorta di filo del rasoio su cui dovrebbero viaggiare gli operatori più recalcitranti. Qualcuno ha capito subito l’antifona e se n’è andato, qualcun altro probabilmente se ne andrà e chi rimarrà accetterà o di adeguarsi per il quieto e lauto vivere o di lavorare come color che son sospesi.

Tra i personaggi in bilico viene dato Corrado Augias. A tal proposito voglio riportare una quasi-gag contenuta nel programma televisivo di Rai 3 “Rebus” di domenica 06 novembre 2022. Si tratta di una bella trasmissione culturale, che va in onda alla domenica pomeriggio, condotta da Giorgio Zanchini con ospite fisso Corrado Augias: i due dialogano brillantemente su temi interessanti con l’aiuto di esperti, scrittori, giornalisti, etc. Nella puntata succitata il tema era la povertà: affrontato con una bella analisi sociologica da una esperta di cui al momento mi sfugge il nome. Al termine della dissertazione, quando ormai stavano scorrendo i titoli di coda, Corrado Augias si è lasciato andare ad un lapidario commento: “Adesso abbiamo un governo che al riguardo ha cominciato bene e sono sicuro che farà ancor meglio in futuro…”. Giorgio Zanchini, stupito del quasi-fuori onda, ha chiesto: “É ironico?”. Al che Augias ha risposto laconicamente: “Veda lei…”. Sono scoppiato in una irrefrenabile ma amara risata: certe volte si ride per non piangere o per sfogare lo stress accumulato… Onore comunque al coraggio televisivo di Augias! Non ho idea se lo scambio fosse stato preparato, ma non credo ed è venuto veramente molto bene. Augias resisterà in questo suo ammirevole atteggiamento critico o come direbbe mio padre al farà ‘na brutta fén.

Al discorso del monopolio informativo e mediatico fa da supporto la subdola anche se ridicola battaglia per l’egemonia culturale: intenzione velleitaria, considerato il fatto che manca l’oggetto del contendere, vale a dire la cultura, ma ricordiamoci che la peggior cultura insinuabile nelle menti degli sprovveduti è proprio la non- cultura.

Poi c’è la partita più grossa e di lungo respiro: l’attacco alle Istituzioni, condito con tanto di insulsa riforma costituzionale: presidenzialismo, autonomia regionale differenziata, attacco ai poteri della Corte dei Conti, persino la crescente insofferenza verso Sergio Mattarella, reo di lesa maestà nel dire quelle verità e nello svolgere egregiamente quelle funzioni che la Costituzione gli riserva.

Di fronte a questa avanzante orda di barbari si erge una opposizione politico-parlamentare debole, incerta e divisa, che non sa fare il proprio mestiere, che non sa che pesci pigliare finendo col fare il pesce in barile. Aggiungiamoci un sindacato piuttosto velleitario, poco rappresentativo e tentato da una parte dalla concertazione di ciampiana memoria e dall’altra parte dalla vociante, piazzaiola e sterile protesta generica.

E Massimo Cacciari sta a guardare dall’alto del suo snobistico e sempre più insopportabile benaltrismo pseudo-culturale.

Siamo messi così e non si sa da che parte voltarsi, se non dalla parte di Mattarella. I romagnoli lo hanno capito molto bene, forse anche perché nel momento del bisogno si vedono i veri amici.

La rosicata governativa

«Sono contento che anche il Presidente della Repubblica sia oggi sui luoghi alluvionati, come ha fatto tutto il governo e come ha fatto per due volte la presidente del Consiglio. Peccato che oggi non ci sia nessuno del governo a illustrare al Capo dello Stato le criticità, nessuno è stato invitato. Non fa niente, l’importante è arrivare ai risultati». Sono le parole il ministro della Protezione civile e delle politiche del mare, Nello Musumeci, dagli studi di RaiNews24, mentre è in corso la visita del presidente della Repubblica Mattarella in Emilia-Romagna per far visita alle popolazioni colpite dalle alluvioni, interfacciarsi con la cittadinanza e i sindaci dei comuni colpiti e a rendere omaggio ai volontari che hanno seguito le prime fasi dell’emergenza. E il ministro Musumeci, a chi gli chiede del perché non sia stato chiamato nessun esponente dell’esecutivo ad accompagnare la visita del Capo dello Stato, taglia corto: «Questo non lo so, nessuno è stato invitato». Non si è fatta attendere la risposta del Quirinale: «Il presidente della Repubblica nelle visite nei territori italiani non impone la presenza di esponenti del governo. Essa, peraltro, è sempre gradita dal Presidente Mattarella. È così da sempre, dall’inizio del primo settennato», ha detto il consigliere per la stampa Giovanni Grasso, che ha continuato: «Il Quirinale in occasioni del genere non ha mai fatto inviti. Ma se qualcuno vuol venire è benvenuto». (agenzia Open)

Quella del ministro Musumeci è un’uscita disgustosa, dettata da smania di protagonismo del governo, da ignoranza istituzionale, da faziosa concezione dei rapporti fra Stato e cittadini, da infantile bisogno di attenzione. Ha perso una buona occasione per stare zitto: forse passerà alla storia come “il pavone dell’alluvione”.

Guardando con commozione le immagini della visita del presidente Mattarella alle zone alluvionate, ai cittadini e a quanti si stanno impegnando in un’encomiabile azione di aiuto alle popolazioni, nonché le testimonianze di accoglienza entusiastica riservata al Capo dello Stato, mi sono detto come la gente abbia fiducia nella massima istituzione della nostra Repubblica e in colui che al meglio la sta rappresentando.

Non c’è bisogno dell’elezione diretta del Presidente della Repubblica, Mattarella è connesso con tutta la popolazione, è accolto come l’autorità che non comanda ma è al servizio di tutti. Forse qualcuno ha notato in questo incoraggiante evento uno stop alle farneticazioni governative sulla riforma del nostro assetto costituzionale? Musumeci non ha potuto nascondere il disappunto del governo, che evidentemente si è visto scavalcato dal bagno di folla di Mattarella. Peggio per lui e per loro.

Per governare bisogna avere i voti: i partiti dell’attuale maggioranza parlamentare ne stanno raccogliendo parecchi dal residuale bigoncio elettorale, anche se è sempre più evidente come l’Italia sia governata dalla maggioranza di una sempre più ristretta minoranza.

Bisogna però anche esserne capaci: e qui il discorso si fa molto incerto e complicato tra dilettantismi, incoerenze e inadeguatezze, camuffati e coperti da slogan e proclami propagandistici. Cosa avrebbe detto il vice-premier nonché ministro delle infrastrutture se fosse stato invitato a partecipare alla visita di Mattarella?  Avrebbe potuto dare un eloquente segnale di vicinanza consistente nel progetto del ponte sullo stretto di Messina. Non oso immaginare come avrebbero reagito le popolazioni emiliano-romagnole. Matteo Salvini e c. dovrebbero essere grati al Presidente della Repubblica che li ha correttamente lasciati a casa, parando loro un gran brutto colpo.

Da ultimo non ultimo, sono necessari garbo e stile, le cose in cui è maestro assoluto Sergio Mattarella. La classe non è acqua e lo stile non si compra facendo la spola fra le capitali del mondo, sbruffoneggiando ai summit, coprendo l’antieuropeismo con l’americanismo, occupando i media. Lo stile, se uno/a non ce l’ha, non se lo può dare, anche se riuscisse ad ottenere il 100% dei voti.

 

Il vóto e il vòto

La recente ulteriore, anche se leggera, flessione dei votanti alle elezioni amministrative in diversi comuni italiani induce a riprendere una seria e disincantata riflessione su questa tendenza.

L’astensionismo è di destra o di sinistra? In sé e per sé sembrerebbe una domanda stupida e in parte effettivamente la è: l’astensione dal voto è motivata proprio dal volersi sottrarre a scelte politiche turbate da manicheismo e semplicismo. Addirittura si arriva a giustificare il non voto con la mancanza di competizione derivante dagli esiti scontati previsti in sede sondaggistica. È una tripla enorme cazzata: perché assimila gli elettori ai tifosi, perché riduce la consultazione elettorale a mera presa d’atto degli umori emergenti dai sondaggi e perché utilizza i sondaggi come strumenti per influenzare le opinioni politiche dei cittadini.

Le motivazioni dell’astensionismo patologico, ben diverso da quello fisiologico presente e normale in ogni democrazia, sono parecchie e complesse e mal si prestano ad essere giubilate in una futile diatriba del tipo “l’astensionismo ha premiato il centrodestra e punito il centrosinistra?”. Anche se i sondaggisti e gli esperti di flussi elettorali non si sbilanciano, di fronte a questa domanda, la narrazione, che ormai ha assunto la cantilena del ritornello, sostiene che la tendenza al non voto danneggia la sinistra.

Fino a qualche tempo fa si sosteneva il contrario: lo zoccolo duro della sinistra era considerato intangibile, mentre era il consenso alla destra a soffrire le fluttuazioni del momento. Perché oggi dovrebbe essere esattamente il contrario? Si sono notevolmente allentate la ideologizzazione e la radicalizzazione del consenso. Durante le animate ed approfondite discussioni con l’indimenticabile amico Walter Torelli, ex-partigiano e uomo di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta constatavamo che alla politica stava sfuggendo l’anima, se ne stavano andando i valori e rischiava di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restava che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Se diamo per scontato che il potenziale elettore di sinistra sia motivato da idealità e valori, ne possiamo comprendere una certa riottosità al voto in presenza di una degenerazione individualistica della politica (sfrenato carrierismo negli addetti ai lavori, egoistico consumismo negli esclusi dai lavori) nonché un rifiuto categorico, quasi viscerale, a retrocedere la politica ad arte dei propri affari.

Quindi anche il potenziale elettorato di sinistra è protagonista del fenomeno assenteista. Di qui a sostenere che ne sia l’esclusivo o almeno principale attore ci passa una notevole differenza. Non penso che a sinistra esista una sorta di paralizzante purismo, mentre a destra prevalga un accomodante e bottegaio pragmatismo. Forse si scontrano due tendenze patologiche: da una parte la tendenza a ingessare i principi nella teoria che non riesce a concretizzarsi; dall’altra parte la tendenza a prescindere dai principi per ripiegare sulle soluzioni illusorie. In mezzo ci sta il cittadino elettore. Se è minimamente avveduto, rifiuta entrambi gli approcci e non partecipa al voto. Se ingenuamente casca nella rete, vota e vota certamente più a destra che a sinistra. La domanda di cui sopra andrebbe quindi corretta in questo senso: l’astensionismo riguarda più gli scontenti o gli ingenui?

Sono portato a credere che l’astensionismo non danneggi soprattutto la sinistra, ma interroghi la politica e ne scopra gli altarini e punisca comunque l’improvvisazione di destra e sinistra. Evidentemente dal fondo del barile della politica che stiamo raschiando non possono emergere grandi soluzioni, ma piccole divagazioni e in questo, la destra è maestra, non sempre, ma quella con cui abbiamo a che fare attualmente in Italia lo è certamente, almeno nel breve periodo.

Non è possibile una controprova ipotizzando un’andata alle urne molto più consistente. Si può solo ragionare concludendo che, se non cambiassero i presupposti della politica, resterebbero intatti gli equilibri e gli elettori, sempre più rassegnati, si comporterebbero in modo direttamente proporzionale a quelli attuali.

 

 

La giacca costituzionale va stretta al governo Meloni

“Un’ora e mezzo di colloquio. Come al solito, «disteso e collaborativo». Ma tanto lungo da costringere la premier Giorgia Meloni a rinunciare al viaggio annunciato in Friuli Venezia Giulia. E le indiscrezioni che invece parlano di un Sergio Mattarella piuttosto deciso nello spiegare alla presidenza del Consiglio che i ritardi del Pnrr ci sono. E che non si possono imputare al governo precedente, ovvero quello di Mario Draghi. Meglio quindi riporre l’obiettivo polemico dell’Unione Europea che mette i bastoni tra le ruote all’attuale esecutivo. Ed evitare di parlare di progetti «irrealizzabili», come ha fatto il ministro Raffele Fitto. Dopo le reprimende pubbliche, è arrivato quindi il momento dei colloqui privati. E anche delle difese d’ufficio, come la telefonata tra l’ex premier e Meloni”. (Da Open del 01 aprile 2023)

«In quanto figlia di Dio, è la persona – dice Mattarella ricordando il “pensiero” di Manzoni – a essere destinataria di diritti universali, di tutela e protezione. Non la stirpe, l’appartenenza a un gruppo etnico o a una comunità nazionale. La Costituzione vieta nefaste concezioni di supremazia della razza». Parole che è difficile non ricollegare a recenti esternazioni in area di governo sui temi dell’immigrazione con termini come «sostituzione etnica» ed «etnia italiana». (dal quotidiano “Avvenire” del 23 maggio 2023)

“Mattarella convoca La Russa e Fontana: basta decreti omnibus. Il capo dello Stato vede i presidenti delle Camere per frenare un fenomeno che sembra sfuggito di mano”. (Ugo Magri sul quotidiano “La Stampa” del 26 maggio 2023).

“Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, si recherà in visita a Parigi il 7 giugno, dove inaugurerà la mostra su Capodimonte al museo del Louvre, intitolata “Naples a’ Paris”. All’inaugurazione parteciperà anche l’omologo francese, Emmanuel Macron. Mattarella sarà accompagnato in Francia dal ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano”. (da Nova.News del 25 maggio 2023)

Mio padre direbbe: «Mataréla a coll guèron chi al ghe sta adòs cme un zachètt». Effettivamente l’impressione è che il Capo dello Stato operi uno stretto marcamento sul governo ben al di là delle mere e formali funzioni istituzionali. Il discorso vale per il rispetto della Costituzione, per la politica interna e per quella internazionale. Lo fa con garbo e stile, ma con altrettanta precisione e fermezza. Peraltro noi conosciamo solo la parte più evidente di questi interventi, che lascia immaginare molto di più a livello della cosiddetta moral suasion.

Questo può accadere solo per la grande sensibilità democratica di Sergio Mattarella, ma anche per il contesto istituzionale in cui si colloca la sua funzione di garanzia. Se fosse stato eletto direttamente dai cittadini con una maggioranza di voti omogenea rispetto a quella parlamentare sarebbe automaticamente impossibilitato a svolgere il proprio compito in senso criticamente garantista. Sarebbe ridotto a fare “al tajanastor”. Occhio quindi al populismo che si nasconde dietro l’angolo e il Presidente ci mette in guardia esercitando una sorta di virtuoso ed indicativo parallelismo istituzionale rispetto agli sbandamenti governativi. Molto eloquente al riguardo è l’intervento tenuto alla celebrazione dell’anniversario dei 150 anni dalla morte di Alessandro Manzoni (ne consiglierei la lettura integrale).

“Sono state scritte pagine illuminanti sulla sua vicinanza, sull’empatia, sulla condivisione nei confronti delle masse popolari, che per la prima volta diventano protagoniste di un romanzo. Utilizzando una terminologia moderna, di oggi, possiamo parlare di un Manzoni certamente “popolare”, ma non “populista”.

Il legame controverso che Manzoni stabilisce tra potere e opinione pubblica, tra giustizia e sentimenti diffusi, ci induce a riflettere – sia pure in tempi incommensurabilmente distanti – sui pericoli che oggi corrono le società democratiche di fronte alla diffusione del distorto e aggressivo uso dei social media, dell’accentramento dei mezzi di comunicazione nelle mani di pochi, della disinformazione organizzata e dei tentativi di sistematica manipolazione della realtà.

E, anche, sulla tendenza, registrabile in tutto il mondo, di classi dirigenti di assecondare la propria base elettorale o di consenso e i suoi mutevoli umori, registrati di giorno in giorno tramite i sondaggi, piuttosto che dedicarsi a costruire politiche di ampio respiro, capaci di resistere agli anni e di definire, in tal modo, il futuro”. (intervento di Sergio Mattarella alla celebrazione manzoniana del 22 maggio 2023).

Mattarella non taglia nastri, non si limita a presenziare alle cerimonie, ma, prendendo spunto da esse, interviene, non a gamba tesa, ma con perfetto tempismo, nella discussione e nella vita del Paese.  Non manca mai di far sentire la sua voce e il suo autorevole parere sulle questioni più rilevanti, senza invadenza, ma con la dovuta franchezza, senza cercare la ribalta.

Non è ancora andato in visita nei luoghi alluvionati. A mio giudizio proprio per evitare il rischio di disturbare l’assoluta priorità dei soccorsi e degli interventi di aiuto alle popolazioni colpite. Risulta che abbia tenuto il collegamento con gli amministratori locali: la strada istituzionale più lineare, corretta ed efficace. Ci sarà anche tempo per stringere direttamente qualche mano, al momento è meglio che la ricognizione diretta la faccia chi deve e può disporre le misure necessarie.

 

Il dialogo abortito

Si può discutere molto sulle modalità della protesta, e la ministra ha avuto buon gioco naturalmente a stigmatizzare il fatto che non l’hanno lasciata parlare. Ma come sempre in questi casi il rischio è quello di indicare il dito e non la luna. Il fatto – la luna – è che questo governo taglia sulla sanità, non investe nella transizione ecologica e porta avanti una pericolosa ideologia di difesa della “famiglia tradizionale”, qualunque cosa questa espressione voglia dire. Che in questa cornice i movimenti femministi ed ecologisti – con tutte le loro contraddizioni interne e il loro limiti – abbiano deciso di convergere e protestare uniti, intrecciando la questione dei diritti delle donne con quella ecologica è una novità interessante. Se poi saranno anche capaci di uscire dal proprio recinto di autoreferenzialità e far diventare queste sacrosante battaglie delle lotte popolari nel senso più ampio e nobile del termine, evitando di prestare il fianco a facili attacchi, avranno forse anche una chance di successo. (Cinzia Sciuto su MicroMega)

In merito all’episodio della contestazione alla ministra della famiglia Eugenia Roccella, che avrebbe dovuto presentare al Salone del libro di Torino un suo libro, sono sostanzialmente d’accordo con quanto sopra riportato. La ministra Roccella incarna il modo sbagliato di affrontare le problematiche riconducibili al discorso della bioetica, della procreazione e della famiglia: sbagliato l’approccio da cattolica integralista che, come diceva don Andrea Gallo, si lascia incastrare nei principi e non ha il coraggio di considerare e valutare ogni caso nella sua diversa trama; sbagliato l’approccio da persona impegnata politicamente che pretende di imporre a Cesare quel che non è di Cesare. Lo strumento adeguato è solo ed esclusivamente quello del pur paziente e faticoso dialogo. Se non si riesce a coniugare valori e principi con la realtà si cade in una sterile conflittualità che non fa bene né alla fede né alla società.

Certo, se contrapponiamo all’integralismo roccelliano quello dei movimenti femministi, la frittata è fatta. Se tappiamo la bocca a chi è portatore di idee diverse dalle nostre facciamo un pessimo servizio alla democrazia ed a tutti i relativi problemi.  È pur vero che l’attuale governo ha un taglio reazionario che può preoccupare ed irritare, ma non è con le squalifiche pregiudiziali e barricadiere che si combattono le battaglie politiche. Il freno al discorso dei diritti civili non può essere la cosmesi di una destra in cerca di identità, ma non può nemmeno essere la bandiera di una sinistra in cerca di recupero piazzaiolo.

Commenta a caldo Elly Schlein: “In una democrazia si deve mettere in conto che ci sia il dissenso. È surreale il problema che ha questo governo con ogni forma di dissenso”. Sulla stessa falsariga della segretaria, decine di dichiarazioni dello stesso tenore di esponenti del Pd. In pratica nessuna condanna dei contestatori, che paiono aver solo incarnato il legittimo diritto al dissenso, impedendo alla ministra di parlare. (dal quotidiano “Il riformista”)

Anche Elly Schlein rischia di cadere nella trappola, politicizzando giustamente il discorso, ma a senso unico e finendo col fare un favore a chi vuole estremizzare i discorsi per non affrontarli seriamente. Il PD ha perso il contatto col suo popolo, ma non si illuda di recuperarlo instaurando rapporti privilegiati con certo movimentismo abbastanza datato e sbracato.