Un tono alto per una musica debole

La situazione politica si sta sempre più ingarbugliando e drammatizzando, a difficoltà si sovrappone difficoltà, le crisi si susseguono, le emergenze rientrano ormai tragicamente nella normalità. A questa obiettiva crescente, oserei dire straripante, problematicità fa riscontro una fastidiosa debolezza dei governanti che brancolano nel buio. Vale più o meno per tutti i Paesi, ma ciò non dà consolazione al nostro.

Non intendo personalizzare troppo la questione, ma l’azione del presidente Draghi e del suo governo comincia a mostrare la corda. In questi giorni l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità) ha bacchettato la Ue (Italia inclusa) per le misure anti contagio tolte troppo presto. Sotto la lente l’effetto che si osserva “in quei Paesi che stanno allentando le restrizioni in maniera brutale. Da troppo a troppo poco”. Fra i Paesi in cui si registra un aumento ci sono “l’Italia, il Regno Unito, la Francia e la Germania”. Il Dg Oms Europa Kluge: “Quello che vediamo è che 18 Paesi su 53 della nostra Regione europea hanno visto un aumento di Covid-19 nella scorsa settimana, mentre la mortalità sta ancora diminuendo”.

Non torno su questo argomento: anche un cieco (non era necessario scomodare l’Oms) ha visto che si stanno facendo errori per spianare la strada alla ripresa economica col rischio di tornare indietro e di dover reintrodurre limitazioni (il che sarebbe oltre modo grave ed al limite dell’impossibile). Troppo semplicistica ed economicistica la visione draghiana del post (?) pandemia, che non tiene conto del contesto generale in cui viviamo e di tutti i rischi che corriamo.

Vado invece sul discorso dell’invasione dell’Ucraina. Il nostro premier sta esagerando, qualcuno arriva a sostenere che sia più filo-ucraino e anti-russo di Zelensky: è la maliziosa ed un tantino esagerata osservazione fatta da alcuni, mettendo a confronto gli interventi di Zelensky e dello stesso Draghi durante la medesima seduta parlamentare. Sono andato a rileggermi i testi integrali di questi discorsi. Quello di Zelensky è stato probabilmente e preventivamente sciacquato dagli ambasciatori e dai diplomatici; qualcuno pensa addirittura ai miti consigli di papa Francesco al telefono con lui prima della performance in video conferenza al Parlamento. Non ho trovato svarioni da parte del nostro premier (pensiamo alle avance berlusconiane verso Putin, ai riconoscimenti salviniani nei confronti del leader del Cremlino e altre robe imbarazzanti del passato), ma una certa imprudenza. Troppo spinta e prematura la promessa di sostenere l’ingresso dell’Ucraina nella Ue, troppo insistente e impegnativo l’impegno a fornire aiuti militari, troppo debole l’impegno diplomatico. Al di là dei contenuti è il tono che sorprende e va oltre il comune sentire dei cittadini italiani ai quali preme aiutare gli ucraini, ma preme anche puntare sulla strada di accordi di pace o almeno di cessate il fuoco (le due cose non sono peraltro in contrasto). Mi sono chiesto perché Draghi si sbilanci tanto: lo fa per conquistare e/o consolidare  all’Italia e a se stesso un ruolo da protagonista in Europa, lo fa per ragioni squisitamente umanitarie (fino a un certo punto, perché il papa, volenti o nolenti, lo ha bacchettato al riguardo), lo fa per mancanza di senso politico e di visione strategica (carenza che lo porta ad essere stranamente imprudente), lo fa per rafforzare la sua leadership a livello nazionale mettendo così a tacere dubbi e perplessità a livello dei partiti e della pubblica opinione? Sarei curioso di sapere cosa pensi al riguardo Sergio Mattarella, che mi appare piuttosto appannato e defilato anche se culturalmente e politicamente assai più attrezzato di Draghi (hanno voluto ripescarlo nonostante la sua motivata ritrosia…).

Anche sulle ripercussioni economico-sociale delle sanzioni e della chiusura dei canali commerciali con la Russia Draghi sconta una pur comprensibile genericità, accompagnata dalla mancanza di seri impegni a sostegno di un’economia che sta facendo il bis delle difficoltà (sta diluviando sul bagnato e l’ombrello draghiano deve aprirsi). In questo campo egli dovrebbe giocare in casa, ma lo vedo molto sfuggente e credo che così cominci a percepirlo anche parecchia gente, soprattutto gli operatori economici e i lavoratori che rischiano le proprie aziende e il proprio posto di lavoro.

Finora è stato (quasi) vietato criticare Mario Draghi: troppo grande il timore che se ne potesse andare, troppo grande il desiderio di legare l’asino dove vuole il pur autorevole e competente padrone. L’aria sta cambiando di fronte al venticello delle manchevolezze del premier a livello politico. In un suo recente intervento in Parlamento ha fatto riferimento alla figura di Alcide De Gasperi: forse era meglio che non lo facesse, perché immediatamente ne è scaturito un confronto per lui impietoso.

Mi auguro si tratti più di sensazioni che di elementi concreti, anche perché tanta fiducia avevo riposto nella sua discesa in campo. Sono onesto: forse pretendo troppo, forse sono frastornato dai media, forse sono preoccupato al limite della disperazione. Mentre Angela Merkel se ne sta fuori dalla mischia, Draghi è fin troppo immischiato. È anche molto solo, pur avendo finora usufruito della benevolenza dei media e della gente. A volte mi chiedo cosa succederebbe se certi errori draghiani li commettesse un altro personaggio della politica italiana: li avrebbe tutti addosso a picchiare duro. Non confondiamo la fiducia con gli sconti. “La fiducia è una cosa seria e si dà alle cose serie”, diceva un noto messaggio pubblicitario del passato. Vale per le cose ed ancor più per le persone. Draghi indubbiamente la merita. Quanto agli sconti, sappia che in politica non si fanno e lui, volenti o nolenti è un politico e oltre tutto da lui ci si aspetta molto e quindi non si è portati all’indulgenza.

 

 

 

Coniugare eroismo con realismo

La partecipazione del professor Alexander Rodnyansky, consigliere e negoziatore di Zelensky, alla trasmissione “otto e mezzo” su La 7 è indubbiamente servita a capire qualcosa di più sulla resistenza ucraina, sulle sue esigenze, sui suoi obiettivi, sui suoi scopi a breve, medio e lungo termine.

In premessa bisogna considerare che la trattativa diretta aperta da giorni fra Russia ed Ucraina è poco più di una pantomima, che a Putin serve solo per prendere tempo e a Zelensky per dimostrare di avere in mano il suo popolo.

Dall’interessante fuoco di fila delle domande a cui è stato sottoposto il consigliere di Zelensky è emersa una notevole debolezza diplomatica (non poteva essere diversamente), una forte capacità provocatoria nei confronti dell’Europa e dell’Occidente, una ammirevole compattezza della resistenza in atto, una certa contraddittorietà di obiettivi: il tutto condito da un giustificabile pizzico di disperata demagogia. In buona sostanza, fintanto che si resta a livello di pura resistenza verso l’invasore, il discorso regge eroicamente, ma, quando si va oltre per prefigurare un futuro, il discorso si fa politicamente alquanto vago e velleitario.

Sul piano diplomatico l’Ucraina non è disposta a cedere pezzi di territorio (resta da definire la sorte del Donbas e della Crimea anche se tutto lascerebbe intendere che la Russia non sia soddisfatta di queste pur importantissime annessioni), mentre si dichiara aperta a discutere di neutralità del Paese (accontentandosi di garanzie di sicurezza da parte degli Usa e della Nato), addirittura disponibile a riconoscere una sorta di status per la lingua russa e a concordare una politica a livello di toponomastica (questa sembra più un esempio di apertura che una vera e propria questione rilevante da trattare).

L’Ucraina chiede insistentemente all’Occidente di svegliarsi e di rompere con la Russia, di concedere agli aggrediti immediatamente più armi, più sistemi di difesa, una protezione dei cieli dal punto di vista militare, di adottare l’embargo su petrolio e gas provenienti dalla Russia, esportazioni con le quali Putin finanzia la guerra.

Gli ucraini non danno alcuna importanza alla dissidenza russa: il regime di Putin ha l’appoggio del popolo a cui viene scientificamente lavato il cervello e quindi non può essere incidente una contestazione da parte di ristrette minoranze impegnate a livello culturale ed artistico.

Emerge un certo scetticismo nei confronti della Nato e della Ue: la prima troppo timorosa delle reazioni russe verso la cosiddetta “no fly zone” sui cieli ucraini; la seconda prigioniera della contrarietà a interrompere bruscamente gli approvvigionamenti di petrolio (Germania) e di gas (Italia soprattutto).

In effetti l’Occidente non è attualmente in grado di fare a meno del petrolio e del gas russi, se non con enormi ripercussioni negative sulla situazione economica: siamo alle solite, è difficilissimo aiutare gli altri senza tirare la cinghia. Tutto sommato è meglio fornire armi a costo di allungare all’infinito la guerra in atto.

Il professor Rodnyansky sostiene che per mettere in braghe di tela Putin occorra chiudergli i rubinetti energetici in faccia: dirlo è provocatoriamente facile, farlo è assai più problematico almeno nel breve termine.

La maggior contraddizione sta però nell’obiettivo di fondo che si sta ponendo l’Ucraina: fermare la guerra o puntare alla caduta di Putin? Se si punta al crollo del regime putiniano i tempi inevitabilmente si allungano, se ci si “accontenta” della fine della guerra, i tempi potrebbero essere più brevi. Traspare l’opzione per la fine del regime russo riconoscendo che nessun serio equilibrio internazionale possa essere ottenuto mantenendo rapporti con uno Stato/mina vagante per tutti, che non è interessato alla pace.

Mi sembra che ai tanti interrogativi emergenti dal confronto televisivo con questo autorevole personaggio facente parte della leadership ucraina, dia risposta indirettamente il professor Massimo Cacciari, in una breve ma lucida analisi della situazione bellica: «Al di là di ogni propaganda, è necessario trattare, giungere al cessate il fuoco e aprire un tavolo politico-diplomatico al massimo livello. Poiché la crisi è globale, infinitamente più di quelle medio-orientali, dell’Afghanistan, dello stesso Vietnam, intorno al tavolo, per giungere a un risultato concreto e duraturo, dovranno esserci Usa, Russia e Cina, e cioè, piaccia o meno, gli Imperi attuali. L’accordo passa attraverso la mediazione tra loro, tutti lo sanno, non verrà mai sancito tra Russia e Ucraina da sole, se non scrivendolo sulla sabbia. E anche le sue linee generali non possono realisticamente che essere le seguenti: riconoscimento pieno della sovranità ucraina e ritiro dell’esercito di invasione, parallelamente a un progressivo ritiro delle sanzioni e al riconoscimento delle repubbliche autonome di Crimea e del Donbass. Nessuna condizione può essere posta invece sulla politica di sicurezza che l’Ucraina vorrà decidere per sé. Uno Stato sovrano può chiedere di far parte delle alleanze che vuole, e questo sarà motivo di trattativa soltanto tra esso e gli altri Stati o gli altri organismi con cui vorrà stringere rapporti, di qualsiasi natura questi siano. Saranno Russia e Stati Uniti a definire, per loro conto e su altro tavolo, le proprie relazioni in merito a politiche militari e di sicurezza riguardanti in particolare la Nato e la sua azione. Tavolo al quale l’Ucraina non c’entra, come non c’entra la Russia a quello delle relazioni tra Ucraina e Unione europea. Questa è la linea per una pace che risulti dall’arte politico-diplomatica; l’altra sarà il risultato dell’arte della guerra. Si decida chi può – e cerchi di farlo al più presto e non sulla pelle degli altri».

 

 

 

Il mito della caverna bellica

In molti si chiederanno il perché dell’evidente fatto che, quando si profila un seppur minimo spiraglio di dialogo fra le parti in guerra, scatti immediatamente, come una molla, l’offensiva verbale che sembra cancellare immediatamente ogni speranza. Biden afferma che Putin è un delinquente, un criminale di guerra, un macellaio, un governante che se ne deve andare, che la Russia usa armi chimiche, che verranno adottate nuove sanzioni contro i membri della Duma; il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, sostiene di avere solide prove di bio-laboratori Usa, che gli Usa guardino in casa propria, che in Europa Putin ha molti amici e parla di uso di armi nucleari anche se «solo se la nostra esistenza è minacciata». Un ping-pong di terribili accuse e contro accuse, di minacce e contro minacce da far accapponare la pelle.

I casi sono due: o si tiene alto il livello dello scontro verbale per cercare nel primo, concreto e grave sgarro subito, il pretesto per lo scontro militare sul campo in un apocalittico redde rationem, oppure si mette in scena la commedia degli insulti per coprire la vera e segreta diplomazia, fatta di accordi inconfessabili beffardamente siglati sulla pelle della gente.

Prendendo in considerazione la prima ipotesi, mi sovviene quanto diceva mio padre: “ I’n stan pu in-t-la pèla da la vôja  ‘d fär la guéra”. Potrebbe essere in atto una sorta di tiro alla fune per aspettare chi per primo cadrà, con entrambi i contendenti sicuri che nessuno avrà il coraggio di arrivare alle estreme conseguenze, che si chiamano armi atomiche, e che quindi la battaglia avrà un vincitore sul campo. L’Occidente si sente più forte da tutti i punti di vista e Putin non ha niente da perdere, avendo gettato il prete (la Russia) nella merda (l’illusione di un impero). Come sostiene la senatrice Granato, anziché favorire il processo diplomatico che potrebbe portare alla pace, alimentano l’escalation verso un sempre più probabile conflitto mondiale, cercando di farlo passare come ineluttabile.

Mi auguro che sia più probabile la seconda ipotesi, quella della diplomazia in bassa frequenza sotto la copertura degli scontri verbali ad alta intensità: una grande finzione per giungere ad una triste realtà. Attenzione però al gioco che può anche sfuggire di mano. Al riguardo mio padre dall’alto della sua gustosa acutezza diceva: «Se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón».

Resta la sconfortante consapevolezza di essere comunque nelle mani di personaggi più o meno irresponsabili, che giocano sui destini dell’umanità. Forse crediamo, sulla base della sbornia di notizie di cui siamo destinatari e vittime, di conoscere e di poter giudicare la realtà. Non è così.

Il filo conduttore dei ricordi mi porta ad andare “oltre” la realtà emergente per creare qualche risposta ai perché dell’esistenza. Una volta, conversando con mio padre, che non era certamente un uomo di grande erudizione, arrivai a chiedergli cosa intendesse per filosofia e mi stupì la risposta per chiarezza e semplicità. Disse: “Il filosofo è colui che vedendo qualcosa si chiede: è così o sono io che la vedo così?”. Molto tempo dopo questo stimolante dialogo, su un libro di Raniero Cantalamessa, ho letto la citazione del famoso “mito della caverna” di Platone. Riporto di seguito la spiegazione del mito.

“Degli uomini sono stati rinchiusi nel fondo di una grotta buia, con le spalle voltate all’ingresso. Sono legati in modo tale che non possono guardare che in avanti, alla parete di fondo. Alle loro spalle, dietro un muretto, c’è della gente che va e viene, recando vari oggetti in mano o sulla testa. Tra l’ingresso della grotta e questa gente con i vari oggetti, c’è un fuoco che proietta le loro ombre sulla parete di fondo, l’unica che i prigionieri possono vedere. Non avendo, da sempre, visto null’altro, le persone incatenate nella grotta, pensano che quelle ombre siano l’unica realtà, che non esista altro. Tanto che se qualcuno riesce a liberarsi e a uscire all’aperto e torna poi indietro, tentando di dire ai prigionieri come stanno veramente le cose, essi lo metteranno a morte pensando che per la troppa luce gli ha dato di volta il cervello.

Questa, dice Platone, è la condizione di noi uomini nel mondo. Il mondo è una caverna. Le cose che crediamo vere e reali, non sono che ombre di realtà che si trovano lassù, in cielo. Bisogna sciogliersi dal corpo che ci incatena alla materia e alle illusioni, “uscire dalla caverna”, per conoscere la vera realtà”.

Non vi è alcun dubbio che il concetto di filosofia, che aveva elaborato mio padre nella sua semplicità, avesse molte assonanze con la teoria di Platone. Bisogna sforzarsi di “uscire dalla caverna” per conoscere la vera realtà. Siamo incatenati dentro la caverna di una guerra pazzesca, anzi, come finalmente si ammette, di decine di guerre in atto nel mondo: ci arrivano le grida e le immagini di chi soffre, ma le ombre dei potenti e dei detentori del pensiero unico ce le attutiscono, anzi ce le coprono proiettando sullo schermo lo scenario di una guerra inevitabile, addirittura giusta. Se qualcuno osa proiettarsi al di fuori rischia di essere considerato un pazzo/pacifista.

La guerra fa perdere la bussola a Draghi

Devo ammettere che non mi hanno affatto convinto le motivazioni addotte da Mario Draghi relativamente all’impegno del nostro Paese e dell’Europa a perseguire l’obiettivo delle spese militari al 2% del pil. Sollecitato da una domanda del giornalista di Avvenire, che richiamava uno stupendo articolo di fondo Di Marco Tarquinio, il nostro premier ha “brontolato” sostanzialmente due giustificazioni per la “follia riarmista” dell’Europa: due crono-giustificazioni risibili al limite della presa in giro.

Quello del 2% del pil sarebbe infatti un obiettivo fissato da parecchio nelle sedi competenti e nei documenti in materia, vale a dire a livello Ue, impegno alla cui osservanza i Paesi europei sarebbero stati peraltro ripetutamente richiamati da parte degli Usa (in modo particolare da Donald Trump).

Non voglio dare a Draghi ed al suo governo tutta la responsabilità di questa scelta, ma la mutata situazione internazionale non dovrebbe spingere a rinverdire tali accordi, ma semmai a rimetterli in discussione. Lasciamo pur perdere le argomentazioni etiche, che non sarebbero mai da dimenticare, ma anche sul piano squisitamente politico non mi sembra proprio il caso di pensare ad un simile spreco di risorse davanti alle prospettive di “fame mondiale”, di recessione economica, di emigrazioni bibliche, di milioni di persone letteralmente allo sbando. Sarebbe proprio il momento di rivedere al ribasso questi programmati stanziamenti per la difesa in armi, girandoli su capitoli di bilancio assai più urgenti e vitali.

Scrive al riguardo Marco Tarquinio: “Diciamo che si può e si deve, piuttosto, spendere molti miliardi in meno per le strutture militari, ottenendo – grazie a economie di scala e a un oculato riorientamento delle risorse – uno strumento di difesa militare europeo meno costoso eppure più efficiente e potendo, al tempo stesso, investire seriamente in quella grande, costruttiva, civilissima politica di difesa attiva che si chiama cooperazione internazionale allo sviluppo”. 

La seconda motivazione fa riferimento nientemeno che ai padri fondatori dell’Europa richiamandone la volontà di difesa comune. Per favore, non bestemmiamo! Non diamo la colpa a De Gasperi, Adenauer e Schuman e tanto meno ai pionieri di Ventotene. Non scherziamo col fuoco della storia. Lascio a Tarquinio il commento: “La spesa complessiva per armi degli Stati europei della Nato (più di 330 miliardi di dollari, più i quasi 70 della Gran Bretagna) supera di gran lunga quella della Russia, tra tre e quattro volte tanto.  Chiunque, insomma, ma soprattutto chi siede in Parlamento e chi s’intende anche minimamente di economia, dovrebbe aver chiaro che c’è soprattutto una cosa da fare con decisione: far decollare per davvero, purtroppo con settant’anni di ritardo rispetto all’intuizione dei padri dell’Europa comunitaria, un’integrazione degli Stati dell’Unione – o di almeno un nucleo trainante – che faccia perno su una comune politica estera e di difesa. Un’opzione limpida e solida nella realtà internazionale multipolare di oggi, nella quale la politica e la cooperazione sono la prima difesa della pace, e con le armi non si fa la politica. Ci sono pochi e sensati passi da compiere nella nebbia armata di guerra e di morte che ancora grava sul mondo e ora dolorosamente sull’Europa. E non possono essere, vergognosamente, per entrarci ancora più a fondo. Ma per uscirne”.

Capisco che Mario Draghi non abbia la preoccupazione di essere rieletto (questo indubbiamente gli ha dato autonomia ed autorevolezza) e quindi di lisciare il pelo all’opinione pubblica italiana, ma tenga comunque conto della voce del popolo che in questo caso più che mai corrisponde alla voce di Dio (vedi papa Francesco). Cedo ancora la penna al direttore di “Avvenire”: “Meglio essere espliciti: se noi italiani avessimo davvero dieci-dodici miliardi di euro da stanziare sull’unghia, qualcuno dubita del fatto che sarebbe meglio metterli subito su sanità e scuola e famiglia con figli? Non è una domanda retorica e non è uno slogan facile, perché gli italiani (quasi tutti) hanno ormai capito che non c’è mai niente di facile quando si tratta di mettere soldi nelle poste di bilancio più necessarie e giuste. L’importante è che sia chiaro che non c’è motivo di spendere anche un solo centesimo in più per gli apparati militari. E non soltanto per una sacrosanta obiezione di coscienza. Obiezione a un mondo ricco che non trova ancora le risorse morali e materiali necessarie per vaccinare e curare tutti gli uomini e tutte le donne del nostro pianeta ancora stretto nella morsa della pandemia. Obiezione a un mondo tecnologicamente avanzato che continua a far spendere alla parte più povera dell’umanità i soldi che non ha per acquistare e usare armi vecchie e nuove. A noi, in verità, quest’obiezione morale basta. E basta la consapevolezza costituzionale che la Repubblica di cui siamo cittadini ripudia la guerra come strumento nelle relazioni con gli altri Stati”.

Auspico quindi che Mario Draghi ci ripensi e non spinga sull’orlo della crisi il suo governo. Il M5S, seppure in modo strumentale e tattico, sembra mettere in discussione la scelta governativa sulla spesa militare. Il partito democratico sa solo essere più draghista di Draghi e quindi difende a spada tratta la linea sul 2% del pil per le spese militari. Forse è un gran brutto ulteriore segno della fine di una sinistra ancorata ai valori del progresso e della pace.

Enrico Letta lascia addirittura intendere di rompere ogni e qualsiasi possibile alleanza col M5S su questo argomento: cerca accordi quando hanno torto, rompe quando hanno ragione. E chi ci capisce qualcosa è bravo! Se Letta rimaneva in Francia ad insegnare la politica ai giovani era molto meglio anziché tornare in Italia a coniugarla col nulla.

 

 

Parlamento tra diversivi e detersivi

C’era un tale che, fra il serio ed il faceto, sosteneva: “Par mi lavorär l’é un detersìv”. Con un simpatico strafalcione intendeva dire che il lavoro non gli pesava più di tanto, era quasi un diversivo, vai a capire se il perché fosse dovuto alla leggerezza quantitativa e qualitativa della sua professione oppure alla sua forte tempra esistenziale.

Ed eccoci alle prese con un altolocato “diversivo” parlamentare. Come scrive Carlo Bertini su La Stampa, si è venuto a creare un corto circuito in materia di legge elettorale. “Il centrodestra (ovvero Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia) non vuole rischiare un cambio della legge elettorale in senso proporzionale prima di vedere come andranno a finire le elezioni amministrative di fine maggio. Quindi tutto fermo fino a nuovo ordine e possibilmente anche dopo. Questa è l’aria dopo un voto in commissione su una norma per uniformare le circoscrizioni di Camera e Senato passata solo con i voti giallorossi. «Una riforma che non avvantaggia nessuno», si infervora il relatore Federico Fornaro di Leu. «E che non prelude a nulla, anche se loro si sono intestarditi che potrebbe preludere al proporzionale», gli fa eco il costituzionalista dem, Stefano Ceccanti.

Ma prima di vedere i numeri che usciranno dalle urne di primavera, il blocco dei partiti di destra non vuole innescare un percorso verso un sistema proporzionale, che consenta ad ognuno di correre per conto suo. Rinunciando al vantaggio delle coalizioni forzate indotte dal sistema attuale, il rosatellum, che favorirebbe la vittoria di candidati del centrodestra in un terzo dei collegi.

Lo stop ad una nuova legge elettorale è infatti l’esito del voto in commissione Affari Costituzionali della Camera su una riforma per evitare maggioranze diverse nelle due Camere. Passata con i voti di Pd, 5stelle, Leu e Iv, ma senza quelli di Lega, Fdi, Fi e Ci. Un obiettivo semplice e chiaro, su cui dovrebbero essere tutti d’accordo, visto che da vent’anni si governa con larghe maggioranze alla Camera e si balla sulle uova a Palazzo Madama. Berlusconi ebbe questo problema, così come Prodi, che cadde nel 2008 per un pugno di voti al Senato, grazie ai cambi di casacca di pochi transfughi passati nelle fila della destra. Idem avviene oggi, dove al Senato ai tempi del Conte 2 la ex maggioranza giallorossa si reggeva sulle stampelle, così come la maggioranza gialloverde del Conte 1 con Salvini e Di Maio vicepremier.

Ma questa riforma non garba a tutti. Eccola: il primo comma dell’articolo 57 della Costituzione è sostituito dal seguente: «Il Senato della Repubblica è eletto su base circoscrizionale». Quindi non più regionale, per evitare, come spesso avvenuto, maggioranze diverse nei due rami del Parlamento. Una modifica concordata dai giallorossi ai tempi del governo Conte due, per bilanciare gli effetti del taglio dei parlamentari.

Questa spaccatura destra-sinistra, che si ricostituirà in aula, bloccherà il percorso di una riforma che richiede quattro letture in Parlamento e una maggioranza di due terzi per evitare un referendum confermativo. Già i renziani si sfilano: “Sulle riforme costituzionali bisogna superare il metodo degli interventi singoli e chirurgici”, dice Marco di Maio. “Serve una visione d’insieme, che deve costruire prioritariamente la maggioranza politica che sostiene Draghi”.

La sinistra però contesta la lettura secondo cui rendere uniformi i collegi delle due camere induce una riforma in senso proporzionale. «E’ una norma pensata per consentire di avere una legge simile tra Camera e Senato – spiega Fornaro – anche alla luce del fatto che ora l’elettorato attivo è uguale, potendo votare i 18 anni anche per il Senato». Quindi, anche se passasse questa norma, il Parlamento potrebbe poi approvare anche una legge elettorale con soglia di sbarramento nazionale, con un eventuale premio nazionale e con un recupero dei resti a livello nazionale. «Il che non favorisce destra o sinistra ma può consentire di porre fine a un problema sistemico, ovvero che gli elettori, esprimendosi nello stesso giorno per Camera e Senato, in una producono una maggioranza e nell’altro ramo no»”.

Ho forse abbondato nella citazione, ma ho così inteso rendere ancor meglio l’idea di una vicenda che rischia di retrocedere i rappresentanti del popolo ad una schiera di azzeccagarbugli impegnati a difendere i loro posti e gli spazi dei loro partiti.

Come più volte scritto, non ho grande attenzione e considerazione per i meccanismi ed i tecnicismi elettorali: mi sono sempre sembrati comodo rifugio per l’incapacità politica dei partiti alla ricerca di combinazioni avulse dal loro effettivo consenso popolare. Ancor più oggi con le arie che tirano. Scontrarsi sulla nuova legge elettorale col rischio magari di spaccare la maggioranza che sostiene l’attuale governo e di mettere in crisi il governo stesso mi sembra decisamente una fuga dalla realtà per cavalcare una questione minore rispetto alla gravità dei problemi che il Paese e il mondo intero stanno vivendo.

Ho la netta impressione che si stia parlando del “sesso elettorale” di Camera e Senato, mentre i Russi stanno per espugnare l’Ucraina. Riprendo la battuta da cui sono partito. Forse per i parlamentari legiferare è un diversivo, o ancor meglio un detersivo per lavare le loro inadeguatezze politiche? Pensate un po’ cosa fregherà agli italiani di “rosatellum”, di base circoscrizionale o regionale su cui eleggere il Senato, di sistema elettorale proporzionale o maggioritario in un momento storico in cui il mondo traballa sotto i colpi della pandemia e della guerra.

So benissimo che la legge elettorale può avere un rilievo democratico e un’importanza per la ricerca degli equilibri politici da cui una democrazia seria non può prescindere, ma a tutto c’è un limite dettato dal buonsenso. Sarebbe come se nel bel mezzo di una bufera che rischia di buttare all’aria la casa ci si mettese a discutere se sia il caso di cambiare i serramenti e/o i sanitari. Possibile che i parlamentari non capiscano che così facendo si allontanano sempre più dall’umore e dalla sensibilità della gente? Evidentemente non è bastata la pagliacciata in funzione quirinalizia a farli ravvedere. Ci sarà bisogno di un bagno rigenerativo col timore che da questo lavaggio con detersivi piuttosto aggressivi possa uscire malridotta la democrazia assieme ai suoi rappresentanti in Parlamento.  Speriamo di non doverlo ribattezzare “pirlamento”, come ho sentito dire a margine di una lucida e spietata analisi politica formulata da una simpatica anziana signora.

 

Un “missile” papale contro il delirium bellicus

La guerra mette tutti a nudo: coloro che la provocano evidenziano la sporcizia delle proprie coscienze; coloro cha la subiscono mostrano le loro indicibili sofferenze; quanti ne discutono scoprono le loro paradossali contraddizioni.

Parlare dell’aumento di spese militari nel bel mezzo di una guerra che tiene tutti col fiato sospeso rientra nella irrazionalità prima che nella insensibilità della politica. È una classica follia culturale, che mette gli effetti dopo le cause o, se si vuole, che non cura le malattie ma le vuole cronicizzare.

Mi stupisce che Mario Draghi stia scivolando su questo terreno infido, volendo a tutti i costi onorare (?) l’impegno di portare le spese militari al 2% del Pil con la scusa di potenziare la difesa europea e andando addirittura a scomodare il pensiero di Alcide De Gasperi, che, come minimo, si scaravolterà nella tomba.

Ebbene di fronte a questa idiozia, degna delle deliranti linee governative di un Boris Jonson che arriva a paragonare la Brexit alla resistenza Ucraina, in perfetta linea coi soliti guerrafondai di matrice anglo-sassone, anche i partiti politici tendono a vaneggiare in una sorta di gioco delle parti in cui la Lega fa la pacifista, il Partito Democratico sta dalla parte della più bieca delle realpolitik, il M5S dice e disdice in continuazione, diviso e confuso più che mai.

Intendiamoci bene, l’atteggiamento di Salvini è solo il goffo tentativo di farsi perdonare un passato pieno di clamorosi errori nei rapporti con la Russia di Putin, il perbenismo di Letta è solo un piatto e manierato conformismo filo-governativo, filo-europeo e filo-occidentale, mentre il pressapochismo grillino è solo il patetico tentativo di recuperare un minimo di credibilità anti-sistema. Una squallida recita sulla pelle degli ucraini. Non posso tuttavia nascondere una grande e (quasi) irreversibile delusione nei confronti del Pd, che sta rinunciando da tempo a testimoniare in politica certi (per me) irrinunciabili valori.

L’unica voce ascoltabile e condivisibile è quella di papa Francesco. “Che il Signore ci faccia capire che la guerra è una sconfitta dell’umanità. Ci liberi da questo bisogno di autodistruzione”, ha proseguito chiedendo di pregare affinché “i governanti capiscano che comprare armi e dare armi non è la soluzione al problema. La soluzione è lavorare insieme per la pace. E come dice la Bibbia: fare delle armi gli strumenti per la pace”.

Leggo sul giornale quotidiano “Il sole 24 ore”: “L’aumento delle spese militari e l’invio di nuove armi all’Ucraina diventano un caso politico a scoppio ritardato. Ma Draghi andrà avanti inflessibile nella direzione indicata. Convinto fino in fondo delle sue scelte. In linea e in sintonia con i paesi alleati: Francia, Germania, Stati Uniti, Inghilterra. Con una consultazione continua e un’intesa totale con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. L’evoluzione del conflitto russo-ucraino non è nota a nessuno. Ma ogni giorno arrivano notizie di distruzione, morte di civili, donne e bambini, migliaia di profughi disperati. Draghi tira dritto ben oltre i mal di pancia improvvisi e sospetti in Parlamento”.

Papa Bergoglio ha lanciato un vero e proprio “missile profetico”, un fortissimo attacco ai farneticanti uomini di governo (Draghi compreso), peraltro riuniti in stucchevoli vertici (Nato, G7 e Ue): “Pazzia aumento spese armi al 2%, mi sono vergognato”. Sono parole che lasceranno un segno indelebile, perché non sono un’interferenza nella politica, ma un grido di contestazione rivolto alle ottuse coscienze di chi ci governa. 

Se alcuni parlamentari hanno il mal di pancia (auguro a loro che sia benefico), io ho il mal di cuore, perché non accetto che il mio Paese si lasci trascinare in una logica di guerra e in una spirale di ricorso alle armi, in netta contraddizione con quanto afferma la Costituzione: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Il primato delle coscienze

Sono apparsi due articoli sul quotidiano “Avvenire” che hanno il pregio di sfrugugliare nell’animo non di chi parla di guerra, ma di chi la soffre in primissima persona.

Mio padre di fronte alla guerra teorizzava una sorta di diserzione di massa. Era estraneo alla mentalità militare, ne rifiutava la rigida disciplina, era allergico a tutte le divise, non sopportava le sfilate, le parate etc., era visceralmente contrario ai conflitti armati.  Quando capitava di ascoltare qualche notizia riguardante provocazioni fra nazioni, incidenti diplomatici, contrasti internazionali era solito commentare: “S’ag fis Mussolini, al faris n’a guera subita. Al cominciaris subit a bombardar”.  E col richiamo a Mussolini squalificava prima del nascere ogni e qualsiasi intervento armato a prescindere dalla motivazione, sempre e comunque sbagliata.

Era una lezione di politica estera (sempre molto valida, più che mai oggi) e di democrazia (col riferimento a tutti i regimi che iniziano e finiscono inevitabilmente in guerra). Su questo non si poteva discutere: quando mia madre timidamente osava affermare che però Mussolini aveva fatto anche qualcosa di buono, mio padre non negava, ma riportava il male alla radice e quando la radice è malata c’è poco da fare. E se mia madre insisteva sostenendo che l’errore del fascismo era stato quello di entrare in guerra, lui, scuotendo il capo, ribatteva che non poteva che finire così. Ogni volta che sentiva notizie sullo scoppio di qualche focolaio di guerra reagiva auspicando una obiezione di coscienza totalizzante: “Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?”.

Ebbene, ci sono uomini dell’Ucraina che disertano a priori per amore (è una cosa stupenda!!!). Ci sono i militari russi fatti prigionieri che disertano a posteriori coi loro rimorsi (è una cosa tragica!!!). Come detto faccio riferimento a due stupendi articoli di Avvenire.

Scrive Nello Scavo: “Dice un padre di famiglia ucraino: “Lo so che la nostra è legittima difesa, e che se anche dovessi uccidere il nemico per difendere la mia famiglia, mi verrà perdonato. Ma io non prenderò il fucile”. L’ostinata nonviolenza di Yuri, tra le rovine della cintura esterna di una Kiev a cui l’armata russa ha mostrato cosa sarebbe capace di fare se entrasse tra le vie acciottolate del centro storico, non ha niente a che vedere con il pacifismo a oltranza. “Non ho nulla contro i pacifisti”, dice mentre si prepara a un’altra notte nello scantinato che tutti chiamano bunker, più per tirare su il morale che per reale capacità di resistenza delle strutture portanti. “Solo che io non voglio sparare a nessuno, non voglio uccidere, ma non voglio neanche morire”, aggiunge. Potrebbe però arrivare un momento in cui dovrai scegliere, gli facciamo notare: o la tua vita o quella di chi ti sta di fronte. “Può darsi che gli tirerò un sasso, oppure avrò così tanta paura da restare paralizzato aspettando che mi ammazzi”, risponde. “Intanto – aggiunge – cerco di dare una mano ai ragazzi che vanno a lottare. Gli spiego che non sono obbligati a farlo, ma che se lo fanno devono farlo per amore della nostra libertà, non per odio”.

Ed ecco un altro stralcio di questo articolo di Avvenire. “A usare le categorie delle cronache di guerra, si direbbe che sono renitenti alla leva. Oppure disertori. “Io e Alessia non avevamo niente – racconta il ragazzo, sposo da tre settimane -. Ci siamo fidanzati e abbiamo trovato un lavoro, poi una casa e finalmente ci siamo sposati”. Hanno provato ad attraversare insieme la frontiera verso Chisinau, in Moldavia. Ma la poliziotta ucraina lo ha bloccato: “Devi combattere per la patria!”. Le lacrime di Alessia nessuno potrà mai descriverle. É rimasta anche lei, non ha voluto lasciarlo da solo. Lo implora di non unirsi alle milizie. “Allora combatteremo insieme”, gli dice quasi minacciandolo. Ma lui non si perdonerebbe di averla trascinata davanti al nemico. Si sente un vigliacco, un traditore di Kiev. Poi saluta con una di quelle frasi che starebbero bene nei libri: “Non andrò a combattere, devo proteggere lei. L’Ucraina è la mia terra, Alessia è la mia patria”. E di scrivere che è un disertore, proprio non riusciamo”.

Andiamo dall’altra parte della barricata in compagnia di Avvenire per la penna di Ferdinando Camon. “Questi soldati russi catturati in Ucraina non sappiamo se hanno sparato e ucciso, loro non lo dicono e se hanno sparato (e ucciso) non lo dicono neanche a sé stessi, cominciano a non dirlo adesso e andranno avanti per tutta la vita, non dire la verità è un modo per negarla e vivere fuori della realtà, e infine morire fuori della realtà, in un’altra realtà. È un modo, l’unico modo per accettarsi. Se torneranno a casa, è l’unico modo per essere accettati, come prima. Li guardo. Sono rapati, ma non a zero, dopo la rapatura i capelli sono un po’ cresciuti. Han teste squadrate, da statue futuriste. Non ci guardano in faccia, guardano in basso. Tutti. Si vergognano di qualcosa. Di essere stati catturati, un bravo soldato non si fa catturare. Di essere fotografati, e di sapere che la foto, prima o poi, va sotto gli occhi dei genitori. E della ragazza? Ma certo, anche della ragazza. La guerra, che doveva essere un’avventura, diventa una vergogna. Vorrei chinarmi fino a loro, per farmi sentire bene, e dirgli: è come ogni guerra, figli miei. Tornate a casa”.

Dio, che vede nei cuori e nelle coscienze, si commuoverà e ci aiuterà. Come ha opportunamente sostenuto il sacerdote ortodosso Giovanni Guaita, che insegna all’università di Mosca, dove risiede da una quindicina di anni, questa è la speranza forte che ci deve accompagnare e che vale molto più del sacrilego lancio delle bombe e dei pur necessari sforzi diplomatici per fermare le bombe.

L’antiputinismo de’ noantri

Un mio affidabile e credibile amico, impegnato professionalmente ad alto livello economico, mi raccontava di rapporti commerciali con la Russia che lo avevano portato a diretto contatto col sistema di quel Paese. Mi diceva: “Appena scendi dall’aereo e metti piede sul suolo russo ti accorgi di avere a che fare con un assetto socio-economico prettamente mafioso…”. Possibile che i governanti dell’Occidente democratico non se ne siano accorti? Siano arrivati a chiedere aiuto a Putin per affrontare e risolvere certi problemi?

Non ho conoscenza diretta dell’ambiente calabrese, me ne parlò mia sorella Lucia, dopo avervi fatto una breve ma significativa immersione in occasione della visita ad una famiglia di amici residenti nella zona calda a livello di ‘ndrangheta. Era rimasta impressionata dalla disinvoltura con cui sentiva parlare del fenomeno a loro fisicamente così vicino, dalla conoscenza precisa che dimostravano di avere su fatti e persone coinvolte, ma soprattutto dalla fatalistica e quasi ammirata contemplazione del “bene” (sic) che questi “personaggi” facevano alla gente. Probabilmente l’atteggiamento politico verso la mafia di Putin era simile, non penso per ingenuità, ma per opportunismo.

Vladimir Putin è in un certo senso il meglio fico del bigoncio sovietico, il peggiore dei comunisti riciclato in salsa nazifascista (su un cartello apparso in una manifestazione è stato soprannominato “Putler”), uno dei personaggi più squallidi che la storia ci abbia mai propinato.  Ebbene in troppi si sono rivolti a lui per trattare affari, per stringere accordi, per spillare aiuti. Roba da matti! I governanti della nostra epoca non sanno che, se si fa tanto ad entrare in qualche rapporto con la mafia, si è finiti? E il regime di Putin non è mafia su mafia?

Non so e non voglio sapere se l’Italia abbia chiesto aiuto a Putin in occasione dell’emergenza covid e chi semmai si sia reso responsabile di una simile idiozia politica ed etica. Resta tuttavia la prevedibile ipotesi del ricatto che Putin riverserà sui suoi interlocutori di ieri. Speriamo siano solo forzature dialettiche di un dittatore solo e disperato, ma temo ci possa essere sotto qualche magagna piuttosto spiacevole.

Bene ha fatto il governo Draghi a replicare sdegnosamente alle basse insinuazioni putiniane. Immaginavo che saremmo arrivati al tentativo di sputtanare gli occidentali da parte di Putin. Va bene che la Russia abbia in mano materie prime fondamentali per il nostro sistema economico, va bene che detenga armi atomiche, va bene che in politica “mai dire mai”, va bene che la Russia abbia fatto da sponda più volte all’Occidente nei momenti di tensione internazionale, va bene che davanti al dilagante strapotere cinese potesse far gioco anche una strizzata d’occhio a Putin, ma gli errori non sono certo mancati e adesso siamo in gravissime difficoltà.

Agli strafalcioi del prima si stanno aggiungendo i mal di pancia del dopo. Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky è stato in videocollegamento con deputati e senatori italiani, riuniti alla Camera. Non mi interessa fare la spasmodica e sputtanante ricerca di chi era assente, ma registro l’opinione critica del gruppo di Alternativa (in tutto sono 17 parlamentari, si tratta dei fuoriusciti dal M5s). Dicono che «essere solidali con l’Ucraina non significa dover assecondare una propaganda mirata ad alzare il tiro su richieste incessanti di interventi bellici come la no fly zone o l’invio di truppe che comporterebbero per l’Italia e l’Europa l’ingresso ufficiale in un conflitto mondiale». Arrivano spietatamente a definire le apparizioni parlamentari di Zelensky come «una forzatura, un’operazione di marketing». Tra i grillini esistono dei malumori, anche da parte del presidente M5s della commissione Esteri del Senato, Vito Petrocelli che ha già votato contro la risoluzione sulla guerra in Ucraina ed è sempre stato in totale disaccordo con l’invio di armi a Kiev.

Poi arriviamo alla posizione della senatrice Bianca Laura Granato, ex grillina, attualmente aderente al gruppo misto: «Putin sta conducendo una battaglia per tutti noi. A Putin: uniamo le forze per sconfiggere insieme l’agenda globalista». Lei ha tenuto a precisare di non ritenersi affatto una filorussa: «Non sono coinvolta nella campagna di disinformazione russa ad alcun titolo, non sono in contatto con esponenti della Federazione russa, quindi non posso propagandare notizie carpite da fonti privilegiate: sono solo una parlamentare che esprime opinioni libere rispetto a fonti dirette ufficiali e di dominio pubblico». Però, sostiene: «Continuo a dire che è altrettanto necessario ascoltare il presidente russo Putin. Io sono contraria a questa guerra, come la maggioranza degli italiani. Il governo italiano e la stampa mainstream con queste prese di posizione, anziché favorire il processo diplomatico che potrebbe portare alla pace, alimentano l’escalation verso un sempre più probabile conflitto mondiale, cercando di farlo passare come ineluttabile».

In tutti questi dissidenti del senno di poi c’è comunque un pezzetto di verità. Non sono assolutamente d’accordo con chi vuole iscriverli sulla lavagna dei cattivi, vale a dire degli equidistanti o, ancor peggio, dei putiniani sommersi. La questione è molto complessa e delicata e non può essere affrontata con l’accetta. Nessuno purtroppo ha la verità in tasca e la ricetta in mano e tutti meritano rispetto ed attenzione. Poniamoci infatti alcune provocatorie domande. Santifichiamo a parole l’Ucraina e Zelensky ben sapendo di non poter scendere in campo al loro fianco? Facciamo finta di difendere la nostra democrazia dopo avere per anni difeso esclusivamente i nostri interessi? Facciamo i diplomatici seri dopo avere fatto i diplomatici ridicoli? Continuiamo a parlare bene per razzolare malissimo? Ai contemporanei l’ardua scelta, ai posteri l’ardua sentenza.

 

 

La normalità dei sepolcri…imbiancati

Green pass addio dal primo maggio e stop allo stato d’emergenza. L’Italia prova così a tornare alla normalità. A indicare la rotta è il presidente del consiglio dei ministri, Mario Draghi, che al termine della riunione che ha dato il via libera a «provvedimenti importanti che eliminano quasi tutte le restrizioni che hanno limitato i nostri comportamenti» dice: «Riaprire l’economia» e «limitare l’esperienza didattica a distanza. Questo è ormai uno stato a cui siamo arrivati». Si supera così, con il decreto riaperture, lo stato d’emergenza dichiarato a fine gennaio 2020 con l’esplosione del Covid 19. 

Si può dire che tutta la vicenda covid sia stata affrontata a suon di decreti adottati al buio, come le bastonate che si danno alle pignatte quando si gioca a mosca cieca. Prima la vaccinazione obbligatoria, nonostante se ne capisse la inaccettabile forzatura legale e la evidente debolezza scientifica, poi, in questi giorni, il raggiungimento della normalità nonostante la contagiosità e la mortalità dilaganti.

L’ ultima clamorosa contraddizione consiste nel volere a tutti i costi vedere il bicchiere mezzo pieno alla faccia di chi si ammala e muore di covid, con la scusante che la malattia si è alleggerita nel suo decorso e che le morti sono diminuite così come il ricorso alla spedalizzazione e alle terapie intensive. Tutte mezze verità propinate con cinismo, approfittando anche della distrazione generale provocata dalla guerra in Ucraina. Chiodo scaccia chiodo.

Non rinuncio alla mia versione della battaglia contro il covid: un cumulo di balle raccontate più o meno bene.  Ci siamo doverosamente piegati, come sostiene Massimo Cacciari, al dettato legislativo, salvo accorgerci che le leggi erano piuttosto infondate.

Se normalità vuol dire registrare giornalmente decine di migliaia di contagiati e decine di morti… Si abbia quel coraggio che non si è avuto fin dall’inizio: ammettere l’ignoranza (quasi) totale sul problema e andare per tentativi, sperando di cavarsela. Invece, un giorno si afferma ottimisticamente che la situazione sta migliorando, il giorno successivo si consiglia cautela e sano realismo, il giorno dopo ancora si dà tutta la colpa alla variabilità fregoliana del virus, poi un bel decreto che mette tutti tranquilli: ce l’abbiamo fatta o almeno abbiamo fatto tutto quel che si poteva fare.

Non sono affatto d’accordo: siamo ancora in piena e totale bagarre pandemica, abbiamo fatto molto fumo emergenziale e poco arrosto strutturale. Dal governo Draghi mi aspettavo di più, molto di più. Che almeno non si barasse continuamente. Non dico cosa provo quando vedo apparire sul video la faccia smunta del ministro della salute: è l’immagine perfetta dello stato della sanità pubblica al di là dei trionfalismi bonacciniani. Il governatore emiliano ha il vantaggio di avere un viso paffuto e una chiacchiera rassicurante.

Consoliamoci con l’avere meno obblighi e restrizioni, pazienza se ci ammaleremo. In forma leggera! E i morti? Pace all’anima loro!

 

La lectio “matrimonialis” di Silvio Berlusconi

Qualche tempo fa un mio conoscente mi sussurrò all’orecchio una simpatica battuta sul matrimonio: fu molto discreto, perché evidentemente non voleva offendere nessuno, considerato il sarcasmo di cui era portatore. Mi disse: “Ormai non si vuol più sposare nessuno: fanno eccezione i preti e gli omosessuali”.

A queste due benemerite categorie bisogna aggiungere in extremis un personaggio, che non finisce mai di sorprendere: Silvio Berlusconi. La sua vita sessuale e sentimentale è un libro aperto, ma piuttosto complicato. Due matrimoni ufficiali a cui sono seguite avventure erotiche e unioni più di fantasia che di fatto. Mancava solo un matrimonio simbolico ed eccolo servito su un piatto d’argento ai guardoni (come il sottoscritto).

Come scrive Emanuele Lauria su La Repubblica, più che un matrimonio, sarà una “festa dell’Amore”. A definire così le “nozze non nozze” con la sua compagna è stato Silvio Berlusconi quando, alcune settimane fa, era circolata la voce di una sua possibile unione formale con Marta Fascina. Di sicuro sarà una grande festa. Marta Fascina è nata in Calabria 32 anni fa, è laureata in filosofia e ha lavorato nell’ufficio comunicazione del Milan. Deputata di Forza Italia, è la fidanzata di Berlusconi da circa due anni e ha preso il posto di Francesca Pascale. Il Cavaliere ha 85 anni, mentre Marta Fascina 32. Tra di loro, quindi ci sono 53 anni di differenza.

L’invito al matrimonio simbolico ha l’aspetto di una classica partecipazione di nozze. La “festa dell’Amore” si è tenuta a Villa Gernetto, in Lombardia. La residenza di Lesmo (provincia di Monza e Brianza) si sviluppa su 24mila metri quadrati, con 60 camere e parquet realizzati dagli artigiani della Brianza. Nonostante sia stata messa in vendita nel 2019 da Finivest, Villa Gernetto non è più stata ceduta e Berlusconi voleva ospitare al suo interno le lezioni della sua Università delle libertà. Attualmente ospita i ritiri del Monza calcio e viene data in affitto per convegni.

Il matrimonio tra Fascina e Berlusconi non è un’unione religiosa, né civile, piuttosto si tratta di una sorta di compromesso per sancire la loro relazione. Sarà la celebrazione “di un rapporto di amore, di stima e di rispetto”, come l’ha definito lo stesso leader di Fi.

Che le nozze di Berlusconi non siano ben viste dai figli del Cavaliere non è un mistero. Al centro delle tensioni c’è il patrimonio (e quindi la futura eredità) del leader azzurro: un tesoro di circa 6,7 miliardi di euro. Alla festa sono state invitate tra le 50 e le 70 persone: un ricevimento ristretto, senza gli alleati del centrodestra Salvini e Meloni e senza tre dei cinque figli del Cavaliere. Presenti il vicepresidente azzurro Antonio Tajani, i due capigruppo di Fi, Paolo Barelli e Annamaria Bernini, e la fedelissima senatrice Licia Ronzulli. Non mancheranno Gianni Letta, Fedele Confalonieri e Marcello Dell’Utri.

Ad occuparsi del catering del ricevimento è stato il ristorante stellato “Da Vittorio” dei fratelli Cerea. Il menu, in grande stile, prevedeva tra le tante portate, i paccheri ai tre pomodori cucinati a vista. Immancabile, ovviamente, la torta nuziale.

Mio padre si divertiva a raccontare una scenetta a cui aveva assistito davanti ad un’edicola: i giornali proponevano in bella evidenza l’imminente matrimonio tra la giovane cantante Milva ed il ben più attempato regista Maurizio Corgnati. Una anziana signora si lasciò andare ad esprimere tutta la sua gioia ed ammirazione per il lieto evento. Aprì il giornale e commentò: “Guarda com’è soddisfatto il padre di Milva!”. Al che qualcuno le fece osservare come non si trattasse del padre, ma del marito, scatenando un repentino cambio di atteggiamento: cominciò ad inveire a male parole contro Milva ed un matrimonio, a suo giudizio, improponibile data la notevole differenza d’età. Era un periodo in cui forse ci si poteva ancora scandalizzare di fronte a matrimoni, che lasciavano intravedere più motivi di convenienza che di sentimento. Si può facilmente immaginare cosa direbbe oggi quella signora dalla lingua biforcuta di fronte alle nozze di Berlusconi.

A Berlusconi l’inventiva non manca: vuole stupire a tutti i costi con le sue scorribande di vario genere. Pensavo che l’ultima sua trovata fosse quella di candidarsi a presidente della Repubblica. Gli è andata maluccio. Mi è venuto un sospetto: vuoi vedere che aveva chiesto la mano di Marta Fascina per avere come capo dello Stato una first lady da portare con sé nelle occasioni ufficiali, facendo magari invidia a Macron che ha una moglie ben più anziana di lui? Caduta l’ipotesi Quirinale è rimasta solo quella delle nozze “riparatorie”.

Grazie, presidente Berlusconi! Lei comunque passerà alla storia come un grande…donnaiolo, anche se l’ultima conquista ha il sapore del ravvedimento e del dolce riposo del guerriero. Come politico, lasciamo perdere; come imprenditore è stato capace di fare i propri interessi…con l’aiuto della politica; come uomo giudicherà chi la sa molto più lunga di lei; come sciupafemmine ne ha fatte di cotte e di crude: non ho capito se alla fine della fiera ha trovato una “bambola meccanica”, come quella dei Racconti di Hoffmann, l’opera di Jacques Offenbach, oppure una “bastona” per la vecchiaia o una nuova tappezzeria per il suo salotto erotico o la sacrosanta dimostrazione che il cuore non invecchia. Le auguro di vero cuore che si tratti almeno di un sentimentalismo di ripiego.

Tempo fa si raccontava una barzelletta in cui Berlusconi sorvolava in aereo l’Italia con l’intento di gettare danaro per far contenta un po’ di gente. Discuteva con i compagni di viaggio sull’entità della somma da buttare e il luogo su cui puntare per stupire e accalappiare il consenso dei poveri mortali. Ad un certo punto il pilota fece una drastica proposta: “Cavaliere, si butti giù lei, così li fa contenti tutti!”. Forse oggi ha pensato di sollevare il morale sotto i tacchi della gente con questa trovata: magari bastassero le finte nozze di Berlusconi…

Un mio caro amico era stato invitato ad un matrimonio celebrato col rito civile: era talmente e scrupolosamente osservante delle regole religiose da porsi il problema se partecipare o meno alla cerimonia. Chiese infatti consiglio addirittura al suo confessore, che lo tranquillizzò dicendogli: “Vai pure, non si sposa più nessuno, almeno loro hanno il coraggio di farlo davanti al sindaco…”. Ebbene, andiamo tutti, almeno col pensiero, a villa Gernetto, facciamo festa, in un mix di tenerezza e pena, se non altro per dimenticare le disgrazie e per sottolineare che l’amore fra un uomo e una donna è comunque e sempre la cosa più bella che ci sia. In mezzo a tanti personaggi che non servono a niente, almeno Berlusconi serve a qualcosa…