Gli amici di ieri contro i trattativisti di oggi

«Noi lavoriamo per la pace, ma da parte di Vladimir Putin c’è la volontà di continuare la guerra». Nelle ore in cui da Kiev arrivano voci di spiragli sui negoziati, Mario Draghi non ha difficoltà ad ammettere il suo pessimismo. 

In un certo senso mi è giunta la conferma di quanto è emerso da un mio colloquio telefonico con una persona ucraina, che vive e lavora in Italia. Durante un improvvisato ma intenso scambio di idee, la mia interlocutrice mi ha esposto una tremenda teoria secondo la quale Putin avrebbe la mentalità e la strategia di un monarca assoluto, che mette al primo posto la propria sopravvivenza, fregandosene altamente del popolo e del futuro della nazione. Secondo questa realistica ricostruzione, sarebbe gravemente ammalato e punterebbe a sistemare la politica russa come se fosse un esclusivo affare di famiglia da definire prima di morire. A nulla varrebbero le proteste culturalmente elitarie ed economicamente oligarchiche: la gente vive in un paralizzante stato di miseria, che la rende incapace di qualsiasi contestazione e la mette in condizione solo di subire. A nulla porterebbe il rischio di isolamento economico e l’essere costretto a rinchiudersi nei confini nazionali senza poter mettere piede fuori dal territorio russo. In un mondo globalizzato Putin riesce comunque a controllare tutto e tutti, a chiudere i canali dell’informazione, a reprimere i focolai di protesta, a sfamare (?) la gente a cui non dà il pane della libertà ma le brioche del populismo e del nazionalismo.

Ho tentato timidamente di porre due obiezioni a questo disarmante quadro: l’impossibilità di isolarsi da tutto il mondo ormai irreversibilmente globalizzato; l’inesorabile insorgere della contestazione interna seppure limitata all’attuale borghesia russa, vale a dire uno strano e striminzito ceto medio, fatto di una ristretta cerchia di epuloni mafiosi e di un crescente esercito di pochi ma buoni spiriti liberi. A queste osservazioni mi è stato risposto: occorrerà tempo e per l’intanto Putin continuerà a battere la sua macabra solfa, a lui basta difendere il potere personale fino alla morte, poi si vedrà…

Orma in molti, Draghi in primis, sostengono, seppure in modo più elegante e politicamente corretto, che Putin risponda solo a se stesso ed alla propria inscalfibile logica di guerra. Il pessimismo sta colpendo tutti e non si vedono vie d’uscita che non siano una sostanziale resa alle assurde ma irrinunciabili pretese di questo personaggio, avvinghiato al “potere per il potere”.

Possibile che nessuno se ne sia accorto per tempo, che in molti abbiano dato credito alla sua leadership e lo abbiano considerato un interlocutore se non proprio affidabile almeno obbligato? Forse tutti hanno fatto finta di non accorgersene, hanno negato l’evidenza, ingolositi dalle materie prime russe e dagli affari che si potevano comunque costruire. Se mi è consentita una sintesi piuttosto volgare della questione, azzardo l’immagine di una puttana (con tutto il rispetto per la categoria) a cui si rivolgono perbenisticamente tanti puttanieri, salvo poi accorgersi che era affetta da una malattia inguaribile e contagiosa.

Se è successo così per ignoranza e/o per convenienza, gli spazi per un’attuale iniziativa diplomatica sono assai ristretti se non addirittura inesistenti. Le grida di dolore e le richieste di aiuto provenienti dall’Ucraina e dal suo Presidente non possono che rimanere inascoltate da chi non sa, non ha visto, se c’era dormiva e si sta svegliando da un brutto colpevole sogno.

Non rimane che sperare e favorire una rapida implosione del regime putiniano, anche se ogni giorno si susseguono morti, feriti, lutti e distruzioni. Questa visione pessimistica al limite del catastrofico non deve esimere i responsabili degli Stati occidentali dal tentarle tutte per raggiungere una qualche composizione del conflitto in atto. Non con la presuntuosa demagogia di chi vuole rifarsi una verginità nei principi, ma con l’umile sforzo di salvare il salvabile nella realtà. So benissimo che chi adotta questo ragionamento viene tacciato di equidistanza e di subdola amicizia putiniana: è curioso che gli amici di ieri colpevolizzino i pacifisti di oggi, caricandoli di responsabilità che non hanno e di arrendevolezza che non intendono mettere in campo. Uno straccio di pace lo si può perseguire solo senza fomentare la guerra tra Caino e Abele, senza vomitare stucchevoli insulti a Caino, senza aiutare Abele a farsi come Caino, senza pensare che per cessare il fuoco serva appiccarlo intorno al piromane, senza contrapporre in modo manicheo alla oltranzistica difesa la opportunistica resa. Non c’è tempo da perdere e soprattutto non è il caso di criminalizzare chi ha il coraggio di “gridare pace”, considerandolo un vigliacco. Non sopporto chi dopo aver creato i presupposti per una guerra, vuol farmi credere che non si possa fare marcia indietro.

La raccolta dei “bricioloni” putiniani

Il 24 febbraio scorso su alcuni organi di stampa è apparsa una notizia che al sottoscritto è passata (colpevolmente) inosservata. Tento di correre ai ripari riportando integralmente quanto scritto su La Repubblica.

“Matteo Renzi ha abbandonato il consiglio di Delimobil, azienda russa di car sharing fondata dall’imprenditore italiano Vincenzo Trani. Lo ha riferito per primo il quotidiano economico inglese Financial Times. La notizia è poi stata confermata dallo staff dell’ex primo ministro. Renzi era entrato a far parte della dirigenza l’anno scorso, in vista di una quotazione di Delimobil sul mercato americano, poi congelata a causa delle tensioni fra Mosca e Washington. La società ha 7,4 milioni di utenti registrati e opera in 11 città della Russia.

La scelta di Renzi è stata presa in risposta all’invasione russa dell’Ucraina. Il senatore leader di Italia Viva, prosegue il giornale britannico, ha inviato una mail ai direttori di Delimobil per comunicare le sue dimissioni con effetto immediato. Trani è il direttore della Camera di commercio italo-russa. 

La stessa mossa è stata fatta dall’ex primo ministro finlandese Esko Aho, che ha abbandonato il board della più grande banca russa, Sberbank. Aho era membro del consiglio di supervisione dell’istituto. “Oggi ho intrapreso le misure necessarie per abbandonare il board” ha confermato ai media del suo paese. 

Fra gli altri leader europei che occupano posizioni di rilievo nelle società russe c’è Gerhard Schröder, ex cancelliere tedesco, che è membro del board della compagnia petrolifera di stato Rosneft ed è stato scelto per entrare in quello di Gazprom. François Fillon, ex primo ministro francese, siede nel consiglio del gruppo petrolchimico Sibur. L’italiano Ernesto Ferlenghi, rappresentante di Eni in Russia, fa parte del board di Federal Grid, gestore della rete elettrica russa”.

Non intendo fare dello scandalismo anche perché ormai affari e politica sono normalmente intrecciati e quindi non sorprendono le notizie al riguardo. Non penso nemmeno sia il caso di fare del moralismo più o meno spicciolo: non sono infatti un moralista verso me stesso e verso gli altri, politici compresi. Il ragionamento che voglio impostare è un altro.

Mi chiedo quale credibilità abbia l’Occidente nello stracciarsi le vesti di fronte all’invasione dell’Ucraina da parte di un personaggio del quale non si è esitato a recarsi alla corte? Le storiche malefatte di Putin erano arcinote, ciononostante lo si considerava un interlocutore a livello statuale e personale. Si sapeva benissimo che il suo impero economico era di carattere mafioso, ciononostante si era pronti a raccogliere qualche “briciolone” che cadeva dalla tavola del ricco epulone.

Mi si dirà che tutto rientra nella realpolitik e che il tempismo perfetto con cui ci si è ritirati salva tutto. Non ne sono convinto e soprattutto chi tira le fila della realpolitik deve essere all’altezza della situazione ed essere dotato di un’abilità “diabolica” per sottrarsi ai pericoli del coinvolgimento in una delinquenziale tela del ragno russo.

Ecco perché non mi commuovono e coinvolgono più di tanto le strumentali filippiche del giorno dopo. Improvvisamente Putin è diventato inaffidabile. Qualcuno sostiene che sia impazzito. Mio padre non poteva concepire la pazzia in soggetti razionalmente esecutori di delitti: usano il coltello con lama ben affilata, inscenano strane vicende per crearsi un alibi, hanno una freddezza incredibile. Concedeva la follia soltanto a quel tale che aveva divorato il contenuto di dieci scatole di lucido da scarpe. «Col l’è mat dabón» diceva con assoluta convinzione.  Ebbene non mi risulta che Putin abbia un simile approccio col lucido da scarpe.

Per il futuro sarà bene stare un po’ più attenti nei rapporti internazionali, per il passato sarà necessario fare un esame di coscienza, per il presente occorrerà riparare i danni che nel frattempo sono diventati irreparabili. Non vorrei, come ho già scritto tra il serio ed il faceto, che questi comportamenti spregiudicati del passato diventassero armi di ricatto nelle mani putiniane. Sarebbe ancor più difficile prendere decisioni oculate e serie in politica estera. Forse è tardi, anche se non è mai troppo tardi.

 

  

 

Fare il papa non è uno scherzo

Papa Francesco ha deciso di consacrare la Russia e l’Ucraina al Cuore Immacolato di Maria. Lo farà il prossimo venerdì 25 marzo durante la Celebrazione della Penitenza che presiederà alle ore 17 nella Basilica di San Pietro. Lo stesso atto, sempre nel giorno in cui la Chiesa festeggia la Solennità dell’Annunciazione del Signore, sarà compiuto a Fatima dal cardinale Konrad Krajewski, elemosiniere di sua santità, come inviato del Santo Padre. Non è certamente un atto disperato dopo gli inutili sforzi diplomatici compiuti dalla Santa Sede e non è nemmeno una confessione di impotenza degli uomini più volte sollecitati a ravvedersi e allontanarsi dalla logica di guerra. È un atto di fede, di speranza e di carità. L’unico barlume di luce nella notte fonda che stiamo vivendo. I peccati del mondo non ci esimono tuttavia dal guardare a quelli della Chiesa, di tutta la Chiesa, quella ortodossa e quella cattolica, quella delle alte gerarchie e del popolo di Dio, quella dei preti e dei laici.

Come non andare alla storica sera, in cui papa Francesco, appena eletto, si presentò, con atteggiamenti e simbologie rivoluzionari, sulla balconata di S. Pietro: ero davanti al video in compagnia di mia sorella Lucia. Quella sera io trattenevo con difficoltà le lacrime per l’emozione, Lucia era entusiasticamente propensa a cogliere finalmente il “nuovo” che si profilava. Eravamo entrambi convinti che fosse successo qualcosa di grande per la Chiesa cattolica. Questa volta lo Spirito Santo era arrivato in tempo. Ricordammo al proposito una gustosa barzelletta. Dicono piacesse molto a papa Giovanni Paolo II.

“Dio Padre osserva, con attenzione venata da una punta di scetticismo, l’attivismo dei cardinali di Santa Romana Chiesa, ma non riesce a capire fino in fondo lo scopo della loro missione. Con qualche preoccupazione decide di interpellare Dio Figlio in quanto, essendosi recato in terra, dovrebbe avere maggiore dimestichezza con questi importanti personaggi a capo della Chiesa da Lui fondata. Dio Figlio però non fornisce risposte plausibili, sa che sono vestiti con tonache di colore rosso porpora a significare l’impegno alla fedeltà fino a spargere il proprio sangue, constata la loro erudizione teologica, la loro capacità diplomatica, la loro abilità dialettica, ma il tutto non risulta troppo convincente e soprattutto rispondente alle indicazioni date ai discepoli prima di salire al cielo.  Anche Dio Figlio non è convinto e quindi, di comune accordo, decidono di acquisire il parere autorevole di Dio Spirito Santo, Lui che ha proprio il compito di sovrintendere alla Chiesa.  Di fronte alla domanda precisa anche la Terza Persona dimostra di non avere le idee chiare, di stare un po’ troppo sulle sue ed allora il Padre insiste esigendo elementi precisi di valutazione, minacciando un intervento diretto piuttosto brusco e doloroso. A quel punto lo Spirito Santo si vede costretto a dire la verità ed afferma: «Se devo essere sincero, anch’io non ho capito fino in fondo cosa facciano questi signori cardinali, sono in tanti, ostentano studio, predica e preghiera. Pregano soprattutto me affinché vada in loro soccorso quando devono prendere decisioni importanti. Io li ascolto, mi precipito, ma immancabilmente, quando arrivo col mio parere, devo curiosamente constatare che hanno già deciso tutto!»”

Le premesse c’erano, ma le promesse sono state mantenute? Quando ascolto le parole di papa Francesco ribadisco in cuor mio che qualcosa è cambiato nella Chiesa anche se era ed è sbagliato aspettare le innovazioni solo ed esclusivamente dal papa: una Chiesa “papacentrica” non è né evangelica né conciliare.

Poi quando osservo criticamente le istituzioni ecclesiali, quelle vaticane in particolare, ho l’impressione che Bergoglio abbia predicato bene nel deserto dei poveri e razzolato male in Vaticano. A giudicare dalle ostilità che incontra ad alto livello sembrerebbe il contrario: molti nemici nella gerarchia, molto onore fra la gente. Si dice che il suo obiettivo non siano le riforme strutturali, ma la testimonianza evangelica: è sacrosanto ammettere che tutto il nuovo viene dal Vangelo, ma non vorrei però che succedesse come in politica laddove i primi ad applaudire alle critiche sono proprio coloro che se le dovrebbero sentire addosso.

Sono partito da una barzelletta e concludo dopo nove anni del pontificato bergogliano: non porgo auguri e ringraziamenti, ma me la cavo con un’altra barzelletta. Questa seconda è stata raccontata da don Andrea Gallo parecchi anni fa a Parma al Festival della poesia, al termine di uno spettacolo che Cinzia Monteverdi ha tratto da un libro dello stesso don Gallo con le canzoni di De André. Ecco il testo autentico della barzelletta, che aveva sconcertato qualcuno, peraltro privo di humor e di senso autocritico.

«Voi sapete che nella nostra Santa Madre Chiesa, uno dei dogmi più importanti è la Santissima Trinità: il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. L’amore e la comunione vanno in tutto il mondo, e si espandono. Lo Spirito Santo dice: “Andiamo a farci un giro. Io sono affascinato dall’Africa”.  Il Padre risponde: “Be’, io andrò a vedere il paradiso delle Seychelles. Perché non capisco come mai i miei figli e figlie hanno il paradiso in terra”. Gesù ascolta e non risponde. Allora gli altri due: “Tu non vai?” Gesù: “Io ci son già stato duemila anni fa”. “Non ci farai mica far la figura che noi andiamo e tu rimani”, gli dicono in coro il Padre e lo Spirito Santo. “Va be’, allora vado anch’io”. “Dove vai?” “A Roma”. “Sì, ma a Roma dove vai?” “Vado in Vaticano”. “In Vaticano?”, dicono increduli il Padre e lo Spirito Santo. Gesù risponde: “Eh sì, non ci sono mai stato”».

Mi permetto di aggiungere un amaro finalino. Ebbene, ipotizziamo che Gesù arrivi in Vaticano: bisognerebbe innanzitutto ringraziarlo, ma troverà la fede o la solita gazzarra affaristica. Si feliciterà per la rimozione della sporcizia denunciata da papa Ratzinger e poi andrà a sbirciare sotto i tappeti e se la ritroverà intatta e puzzolente. Chiamerà allora a rapporto papa Francesco e gli chiederà conto. Lui potrà rispondere di avercela messa tutta per ripulire, rinnovare, cambiare, ma di non avere ottenuto evidenti e grandi risultati. Gesù risponderà: “Ho capito tutto, me ne ritorno in Paradiso, anche se temo che il Padre mi rimanderà in terra, ma questa volta in croce ci andrà qualcun altro… San Francesco è stato perfetto nel portarla su di sé fino in fondo, tu papa Francesco te la sei faticosamente trascinata senza arrivare, almeno per ora, alle estreme conseguenze, ma c’è chi finora non l’ha toccata neanche con un dito e non la scapperà…”.    

 

 

 

 

Le balle di Putin e le mezze verità dell’Occidente

“La Nato vuole invadere la Russia. L’Ucraina stava compiendo un genocidio contro la minoranza russa della sua popolazione. Al potere a Kiev ci sono i neonazisti. Sono tre delle accuse che Vladimir Putin usa per giustificare la guerra, riprese e rilanciate dai putiniani d’Italia di destra e di sinistra”. Così scrive Enrico Franceschini su “La Repubblica”.

La propaganda fasulla, come sempre succede, parte da discutibili e faziose verità per lavorarci sopra e trasformarle strumentalmente in vere e proprie rivelazioni definitive. Ciò non ci esime dal prendere in considerazione le accuse di Putin, non per giustificare l’invasione dell’Ucraina con tutti gli atti e crimini di guerra conseguenti, non per essere equidistanti, non per sottovalutare l’importanza etica e politica della resistenza del popolo ucraino, ma per “ammettere gli errori dell’Occidente e dare un contributo non irrilevante alla pace che diciamo di volere” (così conclude la sua interessantissima analisi Barbara Spinelli a cui farò ampio riferimento più avanti).

Partiamo dal genocidio contro la minoranza russa. Non credo che il vescovo Ricchiuti, presidente della sezione italiana di Pax Christi, sia un dispensatore di fake news e tanto meno un putiniano d’Italia, ma in un’intervista rilasciata al quotidiano “Avvenire” ha affermato: «Chi si ricorda del massacro di Odessa, il 2 maggio 2014, quando una cinquantina di attivisti filo-russi morirono in un rogo appiccato da neonazisti e nazionalisti ucraini?». Evidentemente qualcuno ricorda e strumentalizza questo ricordo trasformandolo in un vero e proprio genocidio contro la minoranza russa che vive in Ucraina. Il fuoco dell’odio razziale cova anche in Ucraina e, anziché combatterlo pacificamente, cercando il dialogo e l’accordo fra le parti, la Russia soffia su di esso e ne sta facendo un subdolo motivo per appiccare un devastante e generale incendio. Anche l’Occidente però avrebbe potuto fare di più: «Le situazioni andavano affrontate con un percorso di riconciliazione, mettendosi attorno a un tavolo per comprendere le ragioni gli uni degli altri. E bisognava fare un lavoro ai fianchi, diplomatico, con questi due popoli e i rispettivi capi di Stato, per arrivare a un accordo». 

L’accusa di neonazismo rivolta ai governanti ucraini è certamente esagerata e pretestuosa e può tranquillamente ritornare al mittente, viste le caratteristiche e i comportamenti del regime putiniano in pace e in guerra. Tuttavia mi sembra opportuno leggere quanto scrive al riguardo Marianna Cenere su “MicroMega”: «Il Presidente Putin ha dichiarato i giorni scorsi di voler “demilitarizzare e denazificare l’Ucraina”, suscitando consapevolmente una reazione emotiva nell’opinione pubblica internazionale sbandierando lo spettro del neonazismo. Effettivamente, formazioni neonaziste di estrema destra in Ucraina esistono. Il riferimento è ai movimenti politici dell’ultradestra che, con alterne fortune, sono presenti in Ucraina sin dai tempi della caduta dell’URSS, e nello specifico al battaglione Azov, gruppo paramilitare fondato da Andrij Biletsky – ex parlamentare ucraino – in funzione antirussa, i cui membri, secondo rapporti dell’Osce e dell’Alto Commissariato per i diritti umani dell’ONU, hanno massacrato, stuprato e assassinato civili nelle regioni del Donbass a partire dalla crisi del 2014 e negli anni successivi, nella più totale impunità e con la compiacenza delle istituzioni e l’ammirazione e il supporto morale delle varie formazioni dell’alt-right nei paesi limitrofi. (…) Quando Putin parla di genocidio e nazificazione nelle regioni del Donbass fa riferimento a violazioni di diritti umani documentate. Tuttavia, il suo assunto che il problema sia la presenza di un gruppo di neonazisti nel governo ucraino – peraltro democraticamente eletto – è risibile, nonché strumentale. Correnti politiche riconducibili all’alt-right americana e internazionale che propongono ricette misogine, razziste, omofobe, antisemite, suprematiste bianche, violente e ultraconservatrici esistono anche in Russia. Esistono in tutta Europa, negli USA, in Canada, in Australia, in Nuova Zelanda, in Sudafrica. E si tratta di movimenti organizzati e tra loro collegati anche a livello mainstream, opportunisticamente riuniti sotto la bandiera del free speech e dell’anti politically correct, come dimostrano l’opera di proselitismo strategico in Europa di Steve Bannon, o il congresso delle famiglie a Verona per citare un evento ospitato dalla destra nostrana, evento al quale hanno partecipato numerosi elementi russi ultraortodossi e fedelissimi del Cremlino». Molto interessante quanto scrive Barbara Spinelli su “Il fatto quotidiano” in ordine all’obbligo di rispetto dei confini internazionali, fondamentale nel secondo dopoguerra: «Putin non è stato il primo a violarlo. L’intervento nato in favore degli albanesi del Kosovo lo violò per primo nel ’99 (chi scrive approvò con poca lungimiranza l’intervento). (…) Eravamo noi a dover neutralizzare l’Ucraina, e ancora potremmo farlo. Noi a dover mettere in guardia contro la presenza di neonazisti nella rivoluzione arancione del 2014 (l’Ucraina è l’unico Paese europeo a includere una formazione neonazista nel proprio esercito regolare). Noi a dover vietare alla Lettonia – Pese membro della Ue – il maltrattamento delle minoranze russe».

La Nato vuole invadere la Russia: è un’altra accusa di Putin a supporto dell’invasione dell’Ucraina nel paradossale tentativo di retrocederla a mera operazione speciale e difensiva. Anche su questo punto è utile tornare a leggere quanto recentemente ha scritto Barbara Spinelli: «L’Occidente aveva i mezzi per capire in tempo che le promesse fatte dopo la riunificazione tedesca – nessun allargamento Nato a Est – erano vitali per Mosca. Nel ’91 Bush sr. era addirittura contrario all’indipendenza ucraina. L’impegno occidentale non fu scritto, ma i documenti desecretati nel 2017 (sito del National Security Archive) confermano che i leader occidentali – da Bush padre a Kohl, da Mitterand alla Thatcher a Manfred Wörner Segretario generale Nato – furono espliciti con Gorbaciov, nel 1990: l’Alleanza non si sarebbe estesa a Est “nemmeno di un pollice” (assicurò il Segretario di Stato Baker). Nel ’93 Clinton promise a Eltsin una “Partnership per la Pace” al posto dell’espansione Nato: altra parola data e non mantenuta. La promessa finì in un cassetto e, senza batter ciglio, Clinton e Obama avviarono gli allargamenti. In pochi anni, tra il 2004 e il 2020, la Nato passò da 16 a 30 Paesi membri, schierando armamenti offensivi in Polonia, Romania e nei Paesi baltici ai confini con la Russia (a quel tempo la Russia era in ginocchio economicamente e militarmente, ma possedeva pur sempre l’atomica). Nel vertice Nato del 2008 a Bucarest, gli Alleati dichiararono che Georgia e Ucraina sarebbero in futuro entrate nella Nato. Non stupiamoci troppo se Putin, mescolando aggressività, risentimento e calcolo dei rischi, parla di “impero della menzogna”. Se ricorda che le amministrazioni Usa non hanno mai accettato missili di Paesi potenzialmente avversi nel proprio vicinato (Cuba)».

Sforziamoci perciò di non rispondere alla propaganda con la propaganda. Vale anche per noi il monito “Fermate la guerra, non credete alla propaganda” esibito in diretta durante il tg russo. È improvvisamente apparsa una persona alle spalle della conduttrice Ekaterina Andreeva, urlando “Fermate la guerra! No alla guerra” e mostrando un cartello con su scritto “Non credete alla propaganda, qui vi mentono”. Clamorosa irruzione in diretta televisiva durante Vremya, il principale telegiornale russo, trasmesso dal 1994 sul Primo Canale (Channel One). La rete fa sapere che “sta conducendo un’ispezione interna sull’incidente”. L’autrice del blitz è Marina Ovsyannikova, una giornalista di Primo Canale con padre ucraino. Prima dell’edizione, ha persino registrato un videomessaggio dove diceva di vergognarsi di lavorare per la propaganda del Cremlino. Non sarebbe scandalosa qualche irruzione sulle televisioni italiane, impegnate a rispondere alle menzogne putiniane dispensando a piene mani il pensiero unico filo-occidentale con la scusa di schierarsi dalla parte del più debole, e finanziate dalla pubblicità, vale a dire da quel mercato che propaganda egoismo e individualismo, tutto per difendere i valori della libertà e democrazia: così non si serve la verità, non si costruisce la pace e non si aiutano i deboli. Bisognerebbe partire dalla verità, di cui ognuno, se in buona fede, detiene un pezzetto e non dalle faziose verità totali che ognuno crede di possedere e di poter sbandierare, compresa quella di santificare in modo salottiero la resistenza ucraina all’insegna del “vi armiamo (?) e voi morite per difendere anche i nostri pseudo-valori”, senza ammettere che gli ucraini resistono a Putin, ma mettono anche in discussione un ordine mondiale ingiusto e precario, che l’Occidente ha contribuito in modo decisivo ad instaurare.

Ricordiamoci che le balle, come si suol dire, stanno in poco posto. Secondo il ministro degli esteri russo Lavrov il bombardamento dell’ospedale pediatrico di Mariupol era una messinscena degli ucraini in quanto tale edificio era la sede di militari neonazisti. E intanto è arrivata la terribile notizia che una delle donne incinte, che era stata fotografata mentre veniva evacuata in barella dall’ospedale bombardato, è morta il giorno stesso del bombardamento all’ospedale insieme al bambino che portava in grembo. ​Lavrov è un mentitore, ma non accontentiamoci che vengano a galla le balle russe, cerchiamo di liberarci anche delle nostre. Altrimenti i resistenti ucraini rischiano la beffa di rimanere schiacciati in mezzo alle balle della Russia di Putin e alle mezze verità, agli stucchevoli elogi e alle promesse da marinaio dell’Occidente.

 

 

Dalla parte dei “pacefondai”

Non sono venuto a portare pace, ma spada: è un detto di Gesù riportato dal vangelo secondo Matteo. La frase è stata pronunciata nell’ambito del discorso apostolico. La frase non va interpretata in senso letterale, perché altrimenti risulterebbe in contraddizione con altri insegnamenti di Gesù, come ad esempio il “Porgi l’altra guancia ” o il “Chi di spada ferisce di spada perisce”. In senso metaforico, vuole indicare che la scelta di seguire Gesù è costosa per la vita del discepolo e richiede molto impegno. Come una spada, la parola di Gesù provoca un taglio e una divisione: divide le persone tra coloro che ascoltano la sua parola e coloro che non l’ascoltano, tra quelli che la mettono in pratica e quelli che non la mettono in pratica, ma divide anche le persone al loro interno, perché ciascun individuo ha un lato scettico e un lato credente, un lato egoista e un lato altruista.

Ebbene, di questa provocazione evangelica mi è sovvenuto mettendo a confronto le due diverse posizioni nei confronti della guerra in Ucraina, assunte all’interno del mondo cristiano. Da una parte il presidente di Pax Christi, il vescovo Ricchiuti, dall’altra parte il patriarca ortodosso Kirill.

Voglio per un attimo prescindere dalle compromissioni religiose col potere di cui la storia è purtroppo piena: dimenticarle è ingiusto e difficile, ma oggi il mio intento è un altro, vale a dire cercare di capire cosa si dovrebbe fare col vangelo alla mano di fronte ad una catastrofica guerra.

Le autorevoli fonti a cui faccio riferimento concordano in un certo senso nel sottolineare le responsabilità del mondo occidentale, che nel passato ha fatto lo struzzo ed ora si improvvisa agnello. Fin qui siamo nella giusta dimensione contestatrice del pensiero unico, che sta dilagando a livello mediatico, che confonde la sacrosanta condanna dell’invasione russa e la altrettanto doverosa condivisione ideale con la resistenza ucraina con un conformistico allineamento sulle posizioni e sui comportamenti dell’Occidente nei suoi organismi e nelle sue strategie.

Se la strada dell’analisi delle cause trova qualche punto in comune, quando si passa alle scelte di campo la divisione all’interno del mondo cristiano torna con tutta la sua drammatica attualità. Il taglio e la divisione sono netti.

Kirill, secondo quanto scrive il quotidiano “Avvenire”, partendo dalle sue accuse all’Occidente, arriva ad un esplicito sostegno all’invasione dell’Ucraina. Nell’analisi del patriarca ortodosso di Mosca, tutto appare rovesciato. Così le colpe del conflitto sono da attribuirsi alla Nato che ha ignorato le preoccupazioni di Mosca. E quello in corso non è un attacco, bensì per certi versi un’operazione difensiva. Tanto più che nel mondo occidentale si sta diffondendo una russofobia senza precedenti. Si tratta di un clamoroso ritorno al concetto di guerra difensiva, paradossalmente applicato a chi sta offendendo a tutto spiano.

Ricchiuti, pur non assolvendo la Nato (di cui fa parte anche l’Italia), arriva alla condanna totale dell’aggressione operata da Putin. La guerra è sempre una tragedia. Dice il presidente di Pax Christi: «L’Italia non poteva mandare le armi all’Ucraina, perché l’articolo 11 della Costituzione è fin troppo chiaro. Lo è anche la legge 185/90 – di cui don Tonino Bello fu uno dei suoi promotori – anche se il Consiglio dei ministri ha voluto sfruttare la possibilità che la legge prevede di una deroga, con l’assenso della Camere, per mandare armi a un Paese in guerra. Come uomo, come credente e come vescovo, non mi stancherò di dire questa è la strada sbagliata. Un consigliere regionale della Puglia, Fabiano Amati, ha definito nei giorni scorsi quelli che sostengono queste posizioni dei “pacefondai”. È un’espressione che lui usa con dileggio ma che accetto di buon grado».

Chi ammette la spada usata dai russi e chi non la vuol nemmeno fornire ai resistenti ucraini. Più divisi di così! È scandaloso che i cristiani siano separati su tali questioni. D’altra parte Gesù aveva previsto tutto e conosceva molto bene i suoi polli. La spada che Lui è venuto a portare non risparmia i suoi seguaci: paradossalmente la spada consiste nell’uso della spada.

Non ci giro intorno. Personalmente sto dalla parte dei “pacefondai” non per partito, ma per vangelo preso. Poi provo a pregare. Ricchiuti conclude così la sua intervista al quotidiano “Avvenire”: «La preghiera prima di essere richiesta è ascolto. È il silenzio che permette di ascoltare Dio. Nel silenzio posso sentire la sua voce che dice: «Tu, non uccidere». «Rimetti la spada nel fodero». E «Beati i miti, perché erediteranno la terra». Prima l’ascolto e poi la richiesta: «Signore, per questo mondo ti chiedo la pace, la riconciliazione, la fraternità». E ricordiamo cosa dice Dio per bocca del profeta Geremia: “Conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza. Voi mi invocherete e ricorrerete a me e io vi esaudirò”».

 

Le ombre cinesi

Ho due strane e brutte impressioni e con queste intendo rispondere agli amici e conoscenti che mi chiedono cosa penso della guerra in Ucraina. Non penso, cerco di fiutare l’aria e di capire gli umori. “I ‘daviz  jen cme j insònni” , consiglia un noto detto parmigiano. Rispettando la saggezza popolare, me ne dovrei stare buono ad aspettare i fatti, mentre invece mi sento costretto ad immaginare cosa stia succedendo.

Sul fronte diplomatico vedo una inquietante melina, che non lascia sperare niente di buono: un balletto di telefonate, di incontri, di tavoli, che servono solo a prendere tempo. Si fa strada l’ipotesi che l’Occidente stia aspettando solo l’evento per scatenare l’offensiva e distruggere Putin nonostante il rischio nucleare dietro l’angolo. Hanno data persa ogni e qualsiasi possibilità di accordo, a causa di compromissioni del passato e di incertezze sul futuro, e attendono l’occasione propizia per intervenire militarmente con o senza il placet della Cina, la quale forse, tutto sommato, approva questo approccio e questa eventualità, che le toglierebbe dalle scatole uno pseudo-alleato sempre più scomodo ed ingombrante.

Putin sembra giocare a fare il topo e la Nato è rassegnata a fare la parte del gatto. L’Europa sconta la sua storica incapacità d’iniziativa e sta a guardare, anzi continua a telefonare. Le telefonate di Macron a Putin non si contano più. Non voglio fare macabra ironia, ma al termine di queste lunghe conversazioni, in cui intravedo un’esercitazione retorica tutta francese, temo che Putin reagisca come l’impiegato dell’Aci alle insistenti e petulanti richieste del famoso Furio di verdoniana memoria: “Mo va a cagär”. E questo nella migliore delle ipotesi, perché potrebbe essere minacciata anche l’apertura degli armadi dell’affarismo russo-europeo con la conseguente sputtanata generale dei salvatori della libertà: “Guärda che s’am stuff a rév i rubinett…”.

In questo gioco attendista la resistenza ucraina viene indirettamente usata da apripista-kamikaze e l’Europa come rassegnato spettatore di seconda o terza fila. La danza è condotta dagli Usa, anche se il ballerino risulta piuttosto traballante, ma dietro di lui c’è chi manovra con astuzia e spregiudicatezza. Manca solo il tacito applauso della Cina che non si farà attendere. Saremmo alla riedizione riveduta e scorretta della strategia del ping-pong di nixoniana origine, con la quale gli americani potrebbero cercare di prendere due piccioni con una fava.

La pubblica opinione, imbambolata da un’overdose di informazione fine a se stessa, giorno dopo giorno si sta convincendo che alla guerra non c’è alternativa e quindi tanto vale asfaltare la Russia costi quel che costi. Sotto sotto la gente è portata a fare il tifo contro Putin, toccata ed emozionata dal protagonismo della resistenza ucraina, l’unica realtà umana in un contesto di sfuggenti fantasmi.

Le manifestazioni di piazza sono un rituale e confuso sfogo per mettere a posto la coscienza individuale e collettiva: non c’è in esse quel pathos, quella voce forte e chiara tali da condizionare anche minimamente i governanti (?).

In ogni caso, nell’auspicabile eventualità di un accordo tardivo e pasticciato così come nella tremenda prospettiva di una guerra (quasi) mondiale, ci salverà la Cina alla quale abbiamo appioppato la colpa della pandemia da covid ed alla quale dovremo quindi chiedere scusa. Solo i cinesi possono sconfiggere la follia putiniana. Evviva l’Occidente democratico!

Il lutto non si addice all’Europa

Il 10 marzo scorso si è tenuto a Parigi, nella esagerata ed inopportuna cornice della reggia di Versailles, una riunione informale del Consiglio Europeo, l’organismo collettivo che definisce “le priorità e gli indirizzi politici” generali dell’Unione europea ed esamina i problemi del processo di integrazione.  Per fortuna che si trattava di un incontro informale: a giudicare dalla ritualità e dalle liturgie adottate non si sarebbe detto e, se tanto mi dà tanto, quando i capi delle nazioni europee si riuniranno in seduta formale, probabilmente chissà quale sfarzo verrà adottato. Non mi piacciono le parate clericali, dove tuttavia la liturgia comporta dei segni efficaci, figuriamoci se sopporto quelle civili in un momento in cui la sobrietà dovrebbe essere imposta dalla gravissima situazione internazionale che stiamo vivendo. Evidentemente il lutto non si addice alla Unione europea. Non si tratta soltanto di smargiassate scenografiche, ma temo sia un modo per nascondere la debolezza se non l’inconsistenza della Ue in un frangente tanto drammatico e complesso.

Durante un dibattito a La7, il professore Alessandro Orsini ha fornito un’analisi sulle tensioni attualmente in atto fra Russia e Ucraina. «Possiamo uscire da questo inferno soltanto se riconosciamo i nostri errori» ha affermato il docente, riferendosi all’Unione europea. Dopo aver condannato l’invasione voluta da Putin e attribuitogli la paternità della responsabilità militare, Alessandro Orsini ha fatto poi un’affermazione che, in un contesto di informazione che tende al senso unico, ha fatto scalpore: «La responsabilità politica di questa tragedia è principalmente dell’Unione europea. In primo luogo, perché questa era la guerra più prevedibile del mondo». L’analisi è continuata poi su un parallelismo con la crisi missilistica di Cuba, fino a delineare uno schema di comportamenti che «va avanti da centinaia di anni e che accomuna tutte le grandi potenze», quello delle cosiddette “linee rosse” da non valicare. Ed è qui che Orsini pone l’accento per una seconda critica all’Unione europea, colpevole di non aver saputo o potuto imporre alcuna linea rossa all’interno del sistema internazionale. L’ideale, secondo il professore della Luiss, sarebbe stato «rifiutare drasticamente qualunque politica capace di mettere in pericolo la vita degli europei», riferendosi dunque alla possibilità di un’apertura della NATO a est (questo il breve resoconto fornito dal giornale online “L’Indipendente”).

Orsini è stato messo alla gogna per avere avuto l’ardire di mettere l’Europa di fronte alle proprie responsabilità ed ai propri errori. Il suo intervento critico pone due questioni, una di metodo e una di merito. Quanto al metodo, sono personalmente portato ad andare contro-corrente e quindi rifiuto aprioristicamente il cosiddetto pensiero unico. L’ho fatto in merito alla guerra contro il virus, lo faccio anche per la guerra contro l’Ucraina. Dal momento che non esistono più la politica e il dibattito politico, il discorso si è spostato a livello mediatico e lì il potere si fa vivo e vegeto, imponendo (quasi) sempre una versione unilaterale dei problemi: chi si smarca è perduto. Orsini ha detto una frase importantissima, rivolgendosi a Mario Calabresi e tramite lui a tutti i coccodrilloni che parlano e scrivono a raffica: “gli studiosi e i giornalisti hanno il dovere di pensare”. Siamo invece purtroppo inseriti in un vortice pseudo-informativo e a-culturale molto fuorviante e pericoloso. Bisogna sforzarsi di reagire e di non portare il cervello all’ammasso. Non ha tutti i torti chi teorizza e pratica la distrazione, sintonizzandosi su trasmissioni leggere come a liberarsi da un giogo. A volte mi chiedo se sia più superficiale “striscia la notizia” o “non è l’arena”. Mi viene sempre in mente quanto diceva il vescovo di Acerra, monsignor Riboldi: sono più pornografici certi spettacoli perbenisti che la pornografia pura. Dai primi non ti puoi difendere, dalla seconda sì perché la riconosci facilmente.

Nel merito credo che il punto focale delle analisi di Orsini stia nel difficile equilibrio tra realpolitik e scelte ideali. Il comportamento dell’Occidente nei confronti della Russia di Putin è stato improntato ad un pragmatismo eccessivo e imbarazzante di cui oggi soffriamo le conseguenze. Anche l’Italia non è stata da meno. É quindi scorretto non ammettere colpe e responsabilità nel passato remoto e recente, rifugiandosi nella comoda idealità e in una astratta difesa della libertà e della democrazia. Gli applausi a Zelensky sono inopportuni, demagogici e strumentali: servono solo a tentare di mettersi a posto la coscienza piuttosto sporca.

Adesso che fare? Innanzitutto smetterla di predicare bene e razzolare male. Fare un po’ di silenzio non guasterebbe alla causa ucraina ed a quella della pace mondiale. Parlare nei posti e nei modi giusti per rimediare diplomaticamente ad una serie clamorosa di errori. Ecco perché servono gli impietosi esami di coscienza e non servono a nulla le ostentazioni politiche come quella di Versailles.

Non è un caso che fino ad ora l’unica ripercussione positiva a livello europeo sia quella di un certo qual ricompattamento degli Stati-membri sul discorso dell’immigrazione con apertura notevoli ai profughi ucraini. Non so se il discorso terrà nel tempo, ma comunque è un primo passo positivo. Poi vengono i sostegni effettivi all’Ucraina, l’equa ripartizione dei costi conseguenti alla guerra, una politica veramente comune nei rapporti internazionali a cominciare dall’azione diplomatica da mettere in campo immediatamente per far cessare le ostilità.

Ho l’impressione che la Ue giochi di rimessa, aspettando gli Usa, la Cina e finanche gli Stati perduti con o senza collare. Mio padre sosteneva che quando si vivono certe situazioni di grande tensione a parlare si sbaglia sempre. È vero, ma in certi casi drammatici tacere non è possibile. Certo che prima di parlare bisognerebbe pensare e avere qualcosa da dire e soprattutto avere la credibilità per essere ascoltati. Che la Ue ci provi.

 

Apocalisse della mafia russa e ortodossa

Sembra quasi un ossimoro, vale a dire una figura retorica consistente nell’accostare, nella medesima locuzione, parole che esprimono concetti contrari, ma anche “la guerra ha le sue regole”, violando le quali si passa dagli atti di guerra ai crimini di guerra. Fin dove arrivino gli uni e inizino gli altri è difficile da stabilire, perché in un certo senso si giustificano a vicenda e si intrecciano in una logica perversa.

Bombardare ospedali, fare strage di civili inermi, torturare il nemico sono esempi di violazione delle regole: la guerra scatenata da Putin sta ampiamente oltrepassando questi confini al di là delle inevitabili propagande incrociate. Guardando le immagini delle tremende conseguenze del bombardamento dell’ospedale di Mariupol mi sono istintivamente detto: pagherà, pagheranno (perché non credo che ogni e qualsiasi responsabilità possa essere ascritta solo a Putin), non è possibile che simili misfatti restino impuniti.

Non mi riferisco alla giustizia divina a cui è tuttavia doveroso rimettersi, penso all’implosione, che, prima o poi, un regime come quello attualmente vigente in Russia subirà. E chi sarà protagonista di questa ingloriosa fine? Non l’Occidente incapace di tagliare i rami secchi dell’ordine mondiale, anche perché rischierebbe una imbarazzante auto-potatura. Non i patetici tribunali internazionali, che tentano di personalizzare e ripulire maldestramente e superficialmente la sporcizia radicata nei rapporti tra gli Stati. Non l’opposizione che non riesce a forare l’omertoso consenso che, nonostante tutto, i Russi concedono ad un dittatore furbo ma altrettanto evidente. Non le organizzazioni mondiali come l’Onu, che balbettano formali condanne che lasciano il tempo che trovano.

Da quanto emerge, il sistema russo è impostato su criteri squisitamente mafiosi ed è governato, più o meno direttamente, da una cricca di oligarchi: la nomenclatura, che circonda Putin, è fatta di personaggi privi di ogni e qualsiasi etica ai quali non concedo lunga vita. Mi sembrano inevitabilmente vocati all’auto-distruzione. Non intendo ergermi a facile profeta, ma l’economia russa è destinata a crollare in tempi abbastanza brevi e questo crollo comporterà la caduta dei macabri protagonisti del regime mafioso di cui sono causa-effetto. Al Cremlino si avrà una cruenta resa dei conti col rischio per la popolazione russa di cadere per l’ennesima volta dalla padella alla brace.

Non so infatti se la coscienza democratica della gente sarà in grado di favorire la graduale costruzione di un sistema sulla base del rispetto delle libertà. Nemmeno la religione ortodossa sembra in grado di costituire un riferimento positivo per la volontà di voltare pagina. In questi giorni sta emergendo clamorosamente una gerarchia prigioniera degli assetti di potere, totalmente anti-evangelica, culturalmente retrograda, dogmaticamente fanatica, storicamente anacronistica, eticamente farisaica, umanamente strabica.

Gli schizzi di fango dell’implosione arriveranno anche a noi e scatterà il solito dilemma se voltarsi dall’altra parte dopo una illusoria ripulitura o se immischiarsi in nuovi assetti di potere con l’intenzione di iniettare democrazia in un mondo refrattario ad essa.

Apocalittiche ed amare riflessioni a margine di una guerra senza capo né coda, di una resistenza eroica, apparentemente fine a se stessa, ma comunque baluardo di libertà e spiraglio di luce per il dopo-mafia. Nonostante tutto bisogna pur credere in un futuro di pace al di là dei penosi tavoli diplomatici che si stanno allestendo, delle ridondanti ed esibizionistiche performance delle istituzioni europee. La politica, l’arte del possibile, non sembra in grado di favorire nuovi (impossibili) assetti, speriamo che almeno ottenga una (possibile) precaria fine delle ostilità. Per tutto il resto rimando alle mie “farneticanti profezie” di cui sopra.

 

La miglior difesa è la condivisione

Tutti i giorni i media ci riportano testimonianze rientranti nel discorso della resistenza ucraina verso il russo invasore. Si tratta di comportamenti toccanti e provocanti: l’importanza della libertà si scopre purtroppo quando si rischia di perderla. Pur con tutti i difetti e le incongruenze del nostro sistema democratico, dobbiamo ammettere di avere fatto l’abitudine alla libertà, anche se su tale concetto ci sarebbe molto da discutere. Non è il caso comunque di sottilizzare, ma solo di riflettere.

Abbiamo molto da imparare dagli ucraini e dalla loro forza d’animo, senza indulgere alla retorica e soprattutto senza rinunciare all’analisi politica sulle cause remote e prossime di questo disastro bellico e senza farsi trascinare nel gorgo della violenza difensiva, ma al contrario puntando alla diplomazia fattiva. Sarebbe giusto e opportuno intervenire militarmente in difesa dell’indipendenza ucraina? È la domanda che più o meno tutti ci facciamo. La difesa del debole è indubbiamente un principio umanamente irrinunciabile.

Ricordo con grande commozione un episodio della mia vita scolastica. Il mio indimenticabile compagno di banco era paziente e bravo, ma una volta successe un fatto particolare di stampo deamicisiano, che lo vide “grande” protagonista. In classe c’era un ragazzo molto buono e simpatico, un po’ infantile, che con il suo comportamento suscitava a volte una certa ilarità e si prestava a qualche presa in giro. Fin qui niente di grave, se non che questa situazione divenne preludio per un maldestro tentativo di bullismo morale. Un giorno infatti un altro compagno si rivolse a lui con una espressione a dir poco offensiva, stomachevole e inaccettabile da tutti i punti di vista. Il mio compagno di banco di cui sopra, piuttosto prestante dal punto di vista fisico e leale sul piano umano, non si fece scrupolo, ne prese le difese, ebbe il coraggio di insorgere platealmente, chiedendo al prepotente di ripetere l’offesa: «Dil a mi!», continuava a ripetere provocatoriamente. «Guarda c’ag stag a ruvinerom…» aggiunse. C’era in effetti da scatenare un putiferio a livello disciplinare, qualora si fosse arrivati allo scontro fisico. Ad un certo punto arrivò un altro compagno di classe in vena di fare da paciere e venne bruscamente allontanato dalla discussione. Era il momento delle maniere forti, che funzionarono: il bullo di turno arrivò persino a chiedere scusa. Il paciere mancato ammise la giustezza dell’atteggiamento duro. Episodi di quel genere, nella mia classe, non se ne verificarono più. Merito anche e soprattutto di chi aveva avuto il coraggio di affrontare la situazione a brutto muso.

A volte ad intervenire in difesa del più debole ci si rimette il cotto e il crudo, ciò non toglie che sia giusto, oserei dire doveroso. La difesa però non deve essere guidata solo dall’istinto, ma deve essere anche ragionata, contestualizzata e soprattutto impostata in modo da non creare più danni che benefici, immediatamente e nel tempo.

Un intervento militare a sostegno dell’Ucraina cosa comporterebbe? Facile da immaginare. Occorre quindi molta prudenza, difficile da coniugare con la generosità. Si parla di una forte iniziativa diplomatica che contribuisca a risolvere l’intricata e tragica situazione: le armi della diplomazia sono più potenti di quelle militari. La generosità c’è modo di esercitarla con aiuti e sostegni economici, con l’accoglienza dei profughi, con tanta disponibilità alla collaborazione.

Lasciamoci interpellare in profondità dall’eroismo libertario ucraino: vale per le persone e per gli Stati. La lezione deve servire. Quante volte lo abbiamo detto! Davanti agli orrori di una guerra, forse la più assurda, in quanto totalmente priva di un vero e proprio “casus belli”, non si può restare indifferenti, non bisogna fare l’abitudine, anche se la (a)normalità della guerra comporta morte, distruzione fisica e morale, sofferenze immani, lutti, rovine: occorre reagire positivamente non facendosi trascinare nel vortice bellico.

Lo dobbiamo capire tutti, per gli ucraini sarà più difficile: chiedere pazienza a chi ha le bombe sulla testa sembra quasi una presa in giro. Si può solo a condizione di saper condividere le sofferenze e praticare la solidarietà. Come minimo dovremmo capire l’importanza della democrazia, ringraziando gli ucraini per avercelo ricordato.

D’altra parte non sarebbe peggio attestarsi sui principi impostando una difesa belligerante, facendone pagare il prezzo al più debole, mettendosi a posto la coscienza sulla pelle degli ucraini e di chi soffrirà i futuri sviluppi di una coesistenza violenta al limite della distruzione reciproca. Come minimo si tratterebbe di un eccesso colposo in legittima difesa, che è pur sempre un reato. Molto meglio mettersi una mano sul cuore, una sul portafoglio e una, stretta a pugno, sul tavolo di una trattativa.

 

 

 

Il kirillario putiniano

Quando ho visto su internet il patriarca ortodosso Kirill lanciare un attacco all’Occidente, prendendo a pretesto la “merenda” del Donbass combinata con i “cavoli” dei gay pride, ma lasciando intendere un subdolo assist a Putin e il solito simoniaco appiattimento al potere russo, mi sono chiesto se non si trattasse di una ironica gag imbastita da Maurizio Crozza e quindi sono passato oltre scuotendo ironicamente e malinconicamente il capo.

Dopo alcune ore vengo riportato alla triste realtà da un articolo di Riccardo Maccioni sul sito del quotidiano cattolico Avvenire, intitolato “Il patriarca ortodosso Kirill: nel Donbass contro il gay pride”, con il breve sommario “Facile prevedere che il nuovo intervento del patriarca di Mosca susciterà divisioni anche all’interno della comunità ortodossa russa. Si tratta di capire quale entità avrà questo dissenso”.

Sono riandato con la mente a quanto affermava mia sorella all’apparire sul video dei prelati ortodossi con i loro sgargianti, sfarzosi e imponenti paramenti liturgici: “Brutta gente…”. Si riferiva alle loro storiche compromissioni con il potere di tutti i tipi e di tutte le epoche. Come era suo solito, non andava per il sottile e applicava una variante del famoso detto andreottiano “a dire male si fa peccato, ma ci si azzecca”.

E pensare che proprio qualche sera fa in una puntata di “otto e mezzo” su La 7 è apparso un importante sacerdote russo ortodosso, padre Giovanni Guaita, coraggiosamente schierato contro la guerra di Putin, il quale ha citato un documento di cinque sacerdoti ortodossi, che in una giornata ha raccolto quasi trecento firme di adesione tra i componenti del clero. Mi si è aperto il cuore, anche se poco dopo mi si è chiuso lo stomaco col patriarca ortodosso di Mosca e di tutte le Russie.

Torno alle farneticanti e solenni affermazioni di Kirill citando di seguito e ampiamente il suddetto articolo di Avvenire.

“Nelle stesse ore in cui il Papa lanciava l’ennesimo, vibrante, appello alla pace, chiedendo di far tacere le armi, anche Kirill è tornato a far sentire pubblicamente la sua voce. L’occasione è stata la cosiddetta “Domenica del perdono”, che nel calendario giuliano precede l’ingresso nel tempo liturgico della Quaresima. In questo giorno, tradizionalmente, i fedeli riconoscono le proprie colpe davanti agli amici e persino alle persone sconosciute, impegnandosi a propria volta a dimenticare offese e rancori subiti. Una liturgia della purificazione, se così si può dire, che ha dato al patriarca di Mosca e di tutte le Russie l’occasione per ricollegarsi alla crisi in corso, senza peraltro mai parlare di guerra, termine proibito dal governo Putin.

La riflessione si è infatti circoscritta al Donbass, la regione comprendente le repubbliche di Donetsk e Lugansk autoproclamatesi tali nel 2014, la cui protezione è uno dei pretesti addotti dalle autorità moscovite per giustificare l’invasione iniziata la settimana scorsa. Nella sua omelia, infatti, Kirill ha fatto esplicito riferimento agli otto anni intercorsi da allora, durante i quali, nella ricostruzione storico-metafisica del patriarca, la regione mineraria è stata a rischio distruzione, innanzitutto “morale”, per colpa delle sirene occidentali. In questo territorio, ha denunciato il leader ortodosso, «c’è un rifiuto fondamentale dei cosiddetti valori che oggi vengono offerti da chi rivendica il potere mondiale». Per capirlo basta un test, di verifica dell’appartenenza all’impero «del consumo eccessivo» «della “libertà” visibile».

La prova «semplice e terribile» al tempo stesso è l’accettazione o il rifiuto di organizzare parate gay: se si dice no, allora si diventa estranei e rifiutati da quel mondo. Per entrare nel club di quei Paesi «è necessario organizzare una parata del gay pride». Chi resiste subisce repressioni. Si vuole cioè «imporre con la forza un peccato condannato dalla legge di Dio, e quindi» costringere le persone alla «negazione di Dio e della sua verità». Detto in altro modo, le parate gay «hanno lo scopo di dimostrare che il peccato fa parte del comportamento umano» e l’ospitarle rappresenta una sorta di «prova di lealtà» fornita dai governi occidentali. Un atteggiamento invece «sostanzialmente rifiutato» dalle autoproclamatesi repubbliche indipendentiste nell’Ucraina orientale, per questo combattute dall’Occidente. Di qui, dunque il sostegno all’offensiva putiniana, mai peraltro citata esplicitamente. «Oggi i nostri fratelli nel Donbass, gli ortodossi, stanno indubbiamente soffrendo, e noi non possiamo che stare con loro, soprattutto nella preghiera», ha concluso Kirill. Allo stesso tempo, «dobbiamo pregare affinché la pace giunga al più presto, che il sangue dei nostri fratelli e sorelle si fermi, che il Signore inclini la sua misericordia verso la terra sofferente del Donbass, che ha portato questo segno triste per otto anni, generato dal peccato e dall’odio umani».

Facile prevedere che il nuovo intervento di Kirill susciterà divisioni anche all’interno della comunità ortodossa russa. Si tratta di capire quale entità avrà questo dissenso e se sarà disponibile a manifestarsi pubblicamente. Nei giorni scorsi in una lettera aperta, 236 tra sacerdoti e diaconi ortodossi, avevano parlato di «calvario» cui «i nostri fratelli e sorelle in Ucraina sono stati immeritatamente sottoposti», invocando riconciliazione e un immediato cessate il fuoco”.

Mi sia consentito aggiungere qualche velenosa e quindi amarissima considerazione personale. Spero di non peccare di presunzione, sostenendo di essere al cospetto di un mix esplosivo di errori da parte delle alte gerarchie dei fratelli separati ortodossi, che in questo caso, e non solo in questo caso, faccio fatica a considerare una Chiesa sorella.

È pretestuoso, sbagliato e, quanto meno poco equilibrato, l’atteggiamento “di sponda”, espresso nei confronti dell’omosessualità, ridotto a mera condanna dell’esibizionismo gay: partire da certe manifestazioni, pur considerabili eccessivamente provocatorie al limite del folklore, per bypassare un problema serio e reale, ritenendo l’orgoglio gay un male invasivo e fuorviante per la società e per la Chiesa, è un gravissimo attentato al Vangelo.

Inaccettabile peraltro è il cercare la trave (non dico la pagliuzza) nell’occhio occidentale, senza minimamente rimuovere quelle dei regimi orientali, che ne hanno combinate e ne stanno combinando di tutti i colori contro i diritti umani in barba ai principi cristiani e alle regole della civile convivenza.

Scandalosa è la mancata esplicita condanna dell’invasione dell’Ucraina così come di qualsiasi guerra, lasciando intravedere la giustificazione dei metodi violenti per motivi di carattere etico e religioso.

A dir poco vomitevole è la prudenza nei rapporti col potere, che tanto fa ricordare l’atteggiamento del Vaticano nei confronti del nazismo e del fascismo, con la differenza che, seppure lentamente e faticosamente, la Chiesa cattolica si sta sgravando dai condizionamenti del potere, mentre gli ortodossi, almeno nelle loro alte sfere, sono ancora lì a reggere la coda ai Putin di turno.

Come già scritto in un precedente commento, a Giovanni Guaita, un autorevole sacerdote ortodosso contro-corrente, al termine del suo intervento televisivo, è stato chiesto quali fossero le sue speranze in merito al futuro dell’Ucraina. Lui ha risposto, dopo avere realisticamente considerate minoritarie le pur presenti posizioni anti-regime (forse si riferiva anche a quelle degli appartenenti al “basso” clero ortodosso), con la speranza “debole” che la situazione economica costringa Putin a più miti consigli a cui ha aggiunto, con ammirevole discrezione e convinzione, la speranza “forte” che Dio non ci abbandoni e ci aiuti ad uscire dal tunnel.

Sforziamoci anche noi di avere questa fiducia in Dio. Non è poco! Anche se i Kirill di oggi e di tutte le epoche fanno il possibile per farla venire meno. Ne risponderanno davanti alla storia, ma soprattutto davanti al Padre Eterno, al quale non potranno raccontare le balle che sparano dai loro pulpiti.