Le pentole di destra e i coperchi di Salvini

Per la seconda volta in pochissimi giorni il governo Draghi va in difficoltà sulla riforma del catasto e si salva per il rotto della cuffia. Il centro-destra, come scrive Paola Di Caro sul “Corriere della Sera”, del no a questo provvedimento ha fatto una battaglia campale e una bandiera ed ha voluto dare una prova di unità, fortemente richiesta da Silvio Berlusconi, che tiene moltissimo a questo tema in adesione alle organizzazioni di categoria dell’edilizia, compatte nel respingere la riforma.

Non entro nel merito del provvedimento: dico la verità, non ne ho né la voglia (in tutt’altri pensieri concentrato), né la competenza (da fiscalista in pensione preferisco altri argomenti). Il discorso è poi tutto politico: il catasto, le tasse, le tasche degli immobiliaristi, le preoccupazioni degli imprenditori edili sono molto secondari rispetto alla voglia matta di recuperare un minimo di identità unitaria da parte del centro-destra, che sta tentando di sventolare una bandiera comune, di fare la voce grossa con Draghi, condizionandolo e indebolendolo perché troppo forte, di strizzare l’occhio ad un elettorato distratto e confuso, di provare a battere un colpo dopo le clamorose battute a vuoto della vicenda quirinalizia, di sganciarsi dalla melassa filo-governativa conseguente alla guerra in Ucraina.

Come al solito Matteo Salvini, che vuol fare il primo della classe, senza averne le qualità e le capacità, non sta in gruppo, scalpita, cerca gloria in proprio e finisce con le pive nel sacco. Scrive Massimo Gramellini al riguardo: “Sarebbe facile infierire sul Salvini pacifista, umiliato dal sindaco di un paesino polacco ai confini dell’Ucraina, il quale si è rifiutato di riceverlo sventolandogli davanti alla faccia e, quel che è peggio, alle telecamere, la maglietta con l’effigie di Putin da lui più volte indossata in passato. Quando hai uno scheletro nell’armadio, o tieni chiuso l’armadio o butti lo scheletro. O taci su Putin, come Berlusconi, o riconosci di avere sbagliato a tesserne le lodi. L’unica cosa che non puoi fare è fare finta di nulla, pensando di poterti reinventare senza doverti giustificare. Salvini si è tolta la maglietta del putiniano per mettere quella del crocerossino con la disinvoltura di un bambino cha cambia la maschera di carnevale. (…) Gli è bastato avvicinarsi a un teatro di guerra perché l’incanto si rompesse e lui si ritrovasse di nuovo nel tempo, con il passato addosso”.

Mi sono detto: se gli abitanti di uno sperduto paesino, molto probabilmente di destra, hanno capito tutto e in fretta di questo assurdo personaggio politico italiano, cosa penseranno gli italiani che continuano a prestargli tanta attenzione? Cosa ne penserà Luca Zaia così pragmaticamente libero di mente e di comportamento amministrativo? Cosa ne penseranno i suoi potenziali elettori di centro-destra?

Le emergenze scoprono gli altarini, costringono tutti a tornare coi piedi per terra: gli americani hanno trovato la forza post-pandemica di mandare a casa Donald Trump (magari adesso saranno pentiti, vista l’inconsistenza di Joe Biden). Gli italiani troveranno la forza post-bellica di mandare a casa Salvini?

Il pericolo è quello di fare scelte dettate unicamente dall’emergenza, finita la quale si ritorna tutti al punto di partenza, più o meno becchi e bastonati, col risultato di cadere dalla padella nella brace. Vale sempre la battuta di quel baritono contestato dal pubblico, che non trovò di meglio che giustificarsi dicendo: “Fischiate me? Sentirete il tenore…”. Non so se Salvini sia un baritono o un tenore, certamente è un politico stonato, che pretende di cantare a soggetto.

Fuor di metafora, agli italiani, scartato Salvini, potrebbe capitare di ritrovarsi a fare i conti con Giorgia Meloni, incontrastata leader del centro-destra e magari candidata a Palazzo Chigi con buone probabilità di successo. Di fronte a questa eventualità, l’ingegner Carlo De Benedetti ha recentemente risposto che la Ue non permetterà una simile catastrofe. Spero abbia ragione, anche se, a giudicare dalla debolezza europea e dalle scarse alternative in campo, non c’è da farsi grandi illusioni. Tenendo conto che magari Mario Draghi nel frattempo se ne sarà tornato a casa.

Crassa ignoranza, comodo manicheismo, presuntuosa intelligenza

Il dibattito sull’invasione dell’Ucraina si svolge purtroppo all’insegna delle peggiori categorie culturali e di pensiero. Si contendono la scena, in una sorta di massacro della razionalità, gli ignoranti che si credono dotti, i manichei che scadono nella tifoseria, gli intelligenti che peccano di protagonismo.

  • Della prima folta schiera fa parte di diritto Massimo Giletti, insopportabile conduttore televisivo. Non ce n’era bisogno, ma comunque a dimostrazione della sua ignoranza, maldestramente camuffata con presuntuosa prestanza fisica e dialettica, si può prendere lo scivolone clamoroso in diretta tv, durante l’intervista a Massimo Cacciari a Non è l’Arenasu La7. Il conduttore ha commesso una enorme gaffe, mentre faceva una domanda al filosofo sullo scrittore russo Fëdor Dostoevskij, che proprio nei giorni scorsi è stato motivo di polemica, per via della decisione dell’università Bicocca di Milano di sospendere il corso a lui dedicato e tenuto dal professore Paolo Nori a causa della guerra in Ucraina.  E così mentre Cacciari sottolineava come il pensiero dello scrittore non andrebbe bandito, ma condiviso e reso obbligatorio negli atenei, Giletti ricordava invece “quello straordinario diario scritto proprio da Dostoevskij sulla Prima Guerra Mondiale, sulle sue atrocità”. Le sue parole, però, hanno sorpreso il filosofo, che quindi ha interrotto il conduttore e lo ha corretto: “Scusi se la correggo, ma Dostoevskij sulla Prima Guerra Mondiale non ha scritto proprio niente, perché è morto molto prima”. L’autore russo, infatti, è scomparso nel 1881.  A quel punto Giletti, come riporta il sito it, ha provato a correre ai ripari. E Cacciari lo avrebbe aiutato, citando il Diario di uno scrittore pubblicato nel 1873 nel quale Dostoevskij evocava il futuro buio dell’Europa e la catastrofe a cui stava andando incontro. “La sua era una profezia”, ha detto alla fine Giletti.

 

  • Alla seconda categoria, quella che vorrebbe liquidare l’argomento con una filippica contro il dittatore russo e una stringente perorazione all’Occidente per sostenere a tutti i costi l’Ucraina, si è stranamente iscritto Gianni Riotta con la sua lista di presunti filo-Putin italiani. Ha suscitato più di una polemica nei giorni scorsi il suo articolo su “La Repubblica” dove mette in fila in una ipotetica “lista di proscrizione” tutti i filo-Putin o presunti tali che esistono oggi in Italia. L’editoriale di Riotta è come se avesse indicato “al pubblico ludibrio” chi fino ad oggi in qualche modo abbia sostenuto Putin. Per farlo, l’ex direttore del Sole 24 ore cita uno studio della Columbia University in merito ai “Putinversteher” nostrani, ovvero quelli che “giustificano Putin”. E qui i nomi sono davvero tantissimi: Ugo Mattei, Stefano Fassina, Barbara Spinelli, Gianluca Savoini, Laura Boldrini, Marcello Foa, Diego Fusaro, Pino Cabras e finanche Massimo Cacciari. «Destra, sinistra e no Green Pass: identikit dei putiniani d’Italia», recita il titolo del “J’accuse” di Gianni Riotta.  Ne viene dunque fuori una lista quasi di “proscrizione” in cui Gianni Riotta sembra mettere nello stesso calderone chi è vero e proprio “ultrà” di Putin, chi si è sbagliato in un pronostico politico anni fa, chi è accusato di fare affari con la Russia, chi si è trovato a firmare accordi negli scambi culturali e persino chi osa ragionare criticamente sui passati e futuri assetti internazionali. Posso capire l’intento di scoprire gli altarini di chi ieri ha vezzeggiato Putin per considerarlo oggi come il diavolo in persona, ma arrivare a mettere nello stesso contenitore bambini e acqua sporca, per poi gettare tutto nella fogna mediatica è un’operazione discutibile per non dire inaccettabile. In buona sostanza così come chi osa discutere dell’obbligo e della efficacia vaccinale in materia di covid è un no-vax, chi vuole ragionare sulle cause e sulle prospettive di una tremenda guerra è un putiniano.

 

  • Ci sono persone che non sanno un cazzo, ma lo dicono bene (quelli della prima categoria di cui sopra), ci sono invece persone che sanno molte cose, ma che rischiano di dirle male e talvolta in modo aggressivo se non addirittura offensivo. A quest’ultima categoria appartiene il filosofo Massimo Cacciari, un habitué degli studi televisivi. Non ha esattamente preso bene l’esser stato “affiliato” alla lista dei pro-Putin italiani: «Lo scriva così come glielo dico: Gianni Riotta è un coglione», sottolinea l’ex Pd intervistato dal “Fatto Quotidiano”. «Come sarebbe a dire? Io? Non ne so nulla, non leggo più i giornali», replica inizialmente al telefono con Tommaso Rodano il filosofo noto negli ultimi tempi per le sue forti critiche al sistema del Green Pass e all’obbligo vaccinale. Poi quando gli viene letto il passaggio di Riotta che inserisce il suo nome tra i “Putinversteher”, ecco che Cacciari ribadisce «si è bevuto il cervello». “Io putiniano? Non rispondo a queste stupidaggini, con gli idioti non discuto”. Massimo Cacciari risponde così alla domanda a bruciapelo di Massimo Giletti. Il filosofo è in collegamento con Non è l’arena, su La7, per parlare della guerra tra Ucraina e Russia. Il padrone di casa gli chiede subito conto della discussa “lista di proscrizione” di Gianni Riotta che su Repubblica, qualche giorno fa, ha stilato elencando i nomi di politici e intellettuali italiani presunti “fiancheggiatori” di Vladimir Putin. “Una lista un po’ particolare”, la definisce Giletti con un certo imbarazzo. Il filosofo stronca il dibattito: “Se vogliamo parlare seriamente, parliamo seriamente. Con questo idiota non discuto”.

Poi, finalmente, si parla di guerra. “Putin ha sottovalutato la reazione, le sanzioni sono pesanti: non so quanto la Russia potrà andare avanti, di fronte anche ad una resistenza che non si aspettava”, sottolinea Cacciari, che intravede uno spiraglio di ottimismo. “Credo ci siano i margini per costringere ad una trattativa seria per un cessate il fuoco, imperativo categorico, e per risolvere le questioni secolari di contenzioso tra Ucraina e Russia. Secolari, si deve partire almeno da Caterina la Grande per capire questa tragica storia tra ucraini e russi”. “Oggi l’Europa dovrebbe avere finalmente le capacità per costringere le parti, la Russia aggressore in particolare, per risolvere le questioni. Innanzitutto, il ruolo dell’Ucraina sul piano internazionale. Non si può discutere della annessione russa dell’Ucraina, ma al tempo stesso non può essere vista come una minaccia alla Russia. Il mio problema è fermare la guerra, non possiamo semplicemente dire agli ucraini andate avanti, combattete, morite e poi vediamo come va a finire la partita”.

Mi permetto di essere perfettamente d’accordo con Massimo Cacciari, personaggio che stimo, ammiro e ascolto molto volentieri, al quale tuttavia consiglierei maggiore sobrietà di linguaggio e minore esposizione mediatica; tiro un sospiro di sollievo per la declaratoria di ignoranza di Massimo Giletti: era ora che tornasse nei ranghi dei vuoti a rendere; mi stupisco dello scivolone giornalistico di Gianni Riotta, un inaspettato e strumentale  mix tra bufale, pensiero unico, filoatlantismo e retorica democratica. È proprio vero che parlar di guerra mette a nudo le contraddizioni etiche, culturali e politiche di tutti. Servirà?

 

 

 

Mi sono rai…fatto il palato

È passato poco più di un mese da quando a margine della vicenda dell’elezione quirinalizia scrivevo: “Ho scelto di appoggiarmi ai servizi speciali de La 7, facendo qualche sporadica capatina sulla Rai durante le pause pubblicitarie: una differenza abissale di qualità a sfavore della Tv di Stato, un vergognoso gap tra lo stile delle due emittenti. Niente di scandaloso, d’accordo, ma che un pubblico servizio si faccia così gravemente superare da un servizio privato, non è certamente un fatto positivo e la dice lunga su tutto l’assetto del nostro sistema”.

In questi giorni, dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina in avanti, devo ammettere che la situazione qualitativa dell’informazione televisiva si è capovolta a favore della Rai, la quale ha recuperato un ottimo livello di intervento, inanellando un’articolata, coordinata e continuativa serie di speciali decisamente interessanti ed invitanti. A cosa ascrivere questo clamoroso e positivo cambio di passo televisivo?

Sicuramente l’argomento “guerra” induce a toni meno chiacchieroni e più approfonditi e realistici: la Rai è riuscita nell’intento e sta fornendo un servizio molto apprezzabile, puntando molto sulla diffusa e valida rete di corrispondenti dall’estero, finalmente utilizzati al massimo delle loro possibilità e disponibilità. Giornalisti che dimostrano di avere esperienza e capacità per fornire un quadro non solo politico, ma anche socio-culturale del mondo in cui viviamo.

Probabilmente il nuovo assetto dirigenziale delle testate giornalistiche della Rai sta funzionando e dando qualche risultato positivo. Resta una certa dispersione al limite dello spreco di forze, tuttavia i contenuti si sono alzati e le reti Rai mi hanno tenuto incollato al video: non ho avuto la tentazione di fare zapping, sono rimasto fermo nonostante i fastidiosi intermezzi pubblicitari.

Un terzo elemento di vantaggio della Rai è forse il fatto di avere una incidenza inferiore della pubblicità sui palinsesti rispetto alle televisioni private, la Sette in particolare. Su un argomento delicato come quello della guerra le continue interruzioni pubblicitarie sono oltre modo invadenti e invasive e tolgono credibilità alle trasmissioni in cui vengono inserite: sono un autentico pugno dello stomaco per chi vuole affrontare certi problemi con il rispetto e la serietà che meritano. L’ideale sarebbe che certe trasmissioni potessero andare completamente esenti dal gravame pubblicitario, ma averne un po’ meno è già un fatto altamente positivo.

Un quarto elemento che può spiegare la riscossa Rai può essere la scopa nuova amministrativa, che, alla prova dei fatti, sta facendo una certa pulizia e sta dando una spinta a tutti gli operatori dell’informazione. Si tratta di impressioni, che mi auguro non trovino smentita quando sarà passata la nottata dell’ansia informativa e tornerà il solito tran-tran chiacchierone e salottiero.

Non so se i dati dell’audience confermino le mie sensazioni e i miei giudizi. Spero che la gente non preferisca la leggerezza e si voglia impegnare non bevendo le solite quattro cavolate propinate dai media. Può darsi che il palato sia stato rovinato, purtroppo succede.

Come non ricordare mio padre, dotato di una mentalità aperta, disponibile al dialogo, alla notizia, al fatto, all’evento. Conseguentemente riservava molta attenzione ai mezzi di informazione del tempo: giornali, radio, televisione. Un vero e proprio simbolo nella vita di mio padre era il giornale quotidiano. Credo che, fatti salvi i giorni di assoluto e totale impedimento, non abbia mai rinunciato al giornale, parola che, come annotava simpaticamente mia madre, era pronunciata da lui in modo dialettale, rotondo nella pronuncia, con una punta di enfasi: “Al giornäl”. E soprattutto negli anni di vita intellettualmente più vivaci, non si trattava del misero, anche se blasonato, quotidiano locale, ma di un giornale che portava in se qualcosa di più rispetto alla lettura parziale e localistica degli avvenimenti: cercava uno strumento di informazione che, seppur discutibile nei suoi contenuti, mettesse lui e tutta la famiglia in condizione di capire cosa stava succedendo al di là “dal cantón con borgh Bartàn”. Nei giorni scorsi ho ricordato più volte il suo approccio critico e disincantato ai problemi internazionali e della guerra in generale, mi piace prenderlo a riferimento anche nel giorno in cui finalmente prendo atto di un po’ di informazione che mi aiuta ad allargare la mente, proprio come piaceva a lui.

Eroismo resistenziale e riscossa diplomatica

Ritorno sulla provocatoria domanda posta dal giornalista Antonio Padellaro: “L’Occidente rischia di essere prigioniero dell’eroismo di Zelensky e del popolo ucraino?”. La resistenza ucraina è sorprendente e commovente. Penso che anche Putin ne sia rimasto colpito e che non l’avesse considerata nei suoi calcoli. Non possiamo sbarazzarci di essa retrocedendola a mera lotta di sopravvivenza oppure aggrapparci ad essa promuovendola a schema per l’impostazione dei rapporti internazionali.

Quante volte ho sentito sbrigative analisi storiche che concludevano affermando che durante la seconda guerra mondiale “la resistenza” non è stata decisiva: se non ci fosse stato l’intervento americano forse in Italia staremmo ancora combattendo contro i nazisti ed i repubblichini. Respingo categoricamente questo cinico e militaristico modo di pensare. La resistenza non solo ha contribuito concretamente a vincere il nazifascismo, ma ha sensibilizzato e coinvolto in questa lotta la popolazione ed è diventata il presupposto per un futuro di libertà e democrazia. Sarà così anche per l’Ucraina.

Azzardo un impietoso giudizio sul crollo del comunismo nei Paesi dell’Est europeo: non è stato preparato da una vera e propria resistenza di popolo e se ne vedono le conseguenze. Gli Stati dell’ex Unione sovietica sono tuttora prigionieri del loro passato di cui fanno fatica a liberarsi: non è bastato il crollo del muro di Berlino per scrollarsi di dosso una mentalità ed una cultura politica, non è bastato aderire all’Unione europea o alla Nato per sposare i presupposti del sistema democratico. L’Unione sovietica è implosa per la sua debolezza economica e chi si è liberato (?) di essa è tuttora alla ricerca della vera democrazia, cadendo spesso in tentazioni di stampo reazionario improntate a razzismo, nazionalismo e populismo.  Forse i nuovi Stati dell’Est sono frutto più di colpi di stato e l’equilibrio all’interno di essi e fra di essi ne risente in modo drammatico.

L’Occidente quindi non può sostituirsi al processo di auto-democratizzazione, anche perché la democrazia non è merce da esportazione. Tuttalpiù può doverosamente fornire un aiuto ed un sostegno. Bisogna partire di qui per affrontare il discorso dell’Ucraina. Intendiamoci bene non sto ipotizzando che al grido di dolore di questa popolazione si debba rispondere con un secco e cinico rinvio del tipo “aiutati che l’Occidente ti aiuta”, ma non penso nemmeno sia praticabile una mondializzazione della difesa ucraina col rischio di scatenare una guerra nucleare. La difesa in senso democratico dell’indipendenza e dell’autonomia di questo Paese non si fa con le bombe, ma con la diplomazia.

Devono capirlo anche gli ucraini pur nella disperata situazione in cui si trovano. È pur vero che non possono accontentarsi di applausi, di risoluzioni, di parole forti, nemmeno può bastare l’ospitalità verso i migranti, ma è altrettanto vero che non hanno bisogno di un intervento militare da parte dell’Occidente.  Sarebbe una triste illusione foriera di guai ben peggiori per loro e per tutti.

L’offensiva diplomatica però, si deve ammetterlo, è molto debole, poco autorevole, per nulla stringente e credibile. Tutti si interrogano chi debba mediare al tavolo delle trattative. Si fa molta fatica a trovare protagonisti in grado di mettere Putin con le spalle al muro. La crisi di classe politica è generale e non conosce confini. Da quando scoppiò la pandemia da covid 19 si intuì che in Europa c’erano due personaggi in grado di affrontare la situazione emergenziale: Angela Merkel e Mario Draghi. Siamo ancora lì, a maggior ragione dopo lo scoppio dell’emergenza bellica. Non nutro fiducia sconfinata in questi due autorevolissimi personaggi, ma ammetto che una loro combinazione diplomatica possa tentare di mettere Putin di fronte alle proprie responsabilità e di aprirgli l’angolo visuale sui rischi che sta correndo.

Non si perda tempo. Si provi. È doveroso farlo anche perché è l’unica risposta plausibile alle aspettative del popolo ucraino e l’unico modo per accettare la provocazione proveniente dalla sua eroica resistenza. Ho visto i giovani ucraini impegnati pacificamente nella difesa del loro patrimonio culturale (i libri delle più importanti biblioteche) al canto di inni patriottici. Non possiamo far finta di non vedere e non sentire. Facciamo quanto è nelle nostre possibilità pacifiche: dialoghiamo, trattiamo, attacchiamo diplomaticamente.

In una recente puntata del programma televisivo “otto e mezzo” su La 7, è apparso un importante sacerdote russo ortodosso, padre Giovanni Guaita, coraggiosamente schierato contro la guerra di Putin (una posizione contro-corrente rispetto alle storiche compromissioni ortodosse col potere sovietico prima e russo oggi. “Brutta gente” sentenziava mia sorella…). Lilly Gruber al termine del suo intervento gli ha chiesto quali fossero le sue speranze. Lui ha risposto con la speranza “debole” che la situazione economica costringa Putin a più miti consigli a cui ha aggiunto, con ammirevole discrezione e convinzione, la speranza “forte” che Dio non ci abbandoni e ci aiuti ad uscire dal tunnel.

Anch’io ripongo la pur doverosa e fattiva speranza debole nelle mani della diplomazia europea (visto che alle altre potenze, leggi Usa e Cina, l’Ucraina interessa assai poco), ma mi sforzo di porre tanta fiducia in Dio. Ce lo ha insegnato il grande Giorgio La Pira, che, non dimentichiamolo mai, incontrava i leader dell’Unione Sovietica, ma si faceva accompagnare dalle impetrazioni delle monache di clausura. E lo confessava apertamente, correndo il rischio calcolato e desiderato di suscitare ironico stupore. Non pretendo questo da Merkel e Draghi, anche se non guasterebbe.

 

 

 

Matti da schivare

Più passano i giorni è più il comportamento di Vladimir Putin può essere considerato pura follia: non se ne capiscono le motivazioni, gli scopi e i contorni. È vero che la schizofrenia scoppia in conseguenza di certi fatti esterni che in qualche modo la favoriscono: l’Occidente ha offerto su un piatto d’argento tutti i pretesti possibili e immaginabili allo sfogo della pazzia putiniana. È altrettanto vero che tutti i dittatori della storia avevano e hanno un fondo di follia, che purtroppo riesce a coinvolgere la gente trasformandosi in follia collettiva.

Anche le più sofisticate ed approfondite analisi sulla guerra in Ucraina incontrano uno stop al di là del quale c’è solo la impossibile spiegazione della follia di Putin. Persino le prospettive più gettonate fanno i conti con la speranza che nella patria russa qualcuno rinsavisca e tolga il bastone di comando dalle mani di un matto, che sta trascinando tutti in un gorgo disperato senza fine e senza limiti.

Difficilmente i dittatori crollano per iniziativa popolare e quindi anche in Russia non si può contare più di tanto sulla protesta, che rimane oltre tutto un fenomeno di minoranza. Forse conviene sperare negli oligarchi, vale a dire nell’entourage putiniano messo alle strette da una prospettiva di progressivo logoramento interno ed internazionale: sarebbe una sorta di implosione del regime, di cui non c’è da illudersi, ma da considerare forse come l’unica via d’uscita, da favorire subdolamente ma utilmente.

L’Occidente, che, come acutamente afferma Antonio Padellaro, rischia di rimanere prigioniero dell’eroismo di Zelensky e della resistenza del popolo ucraino, non trova fortunatamente in sé la follia di rispondere alla guerra con la guerra: gli Usa non vanno oltre una tremenda ma ininfluente condanna di Putin; la Ue al di là della retorica di appoggio all’Ucraina invia aiuti che non hanno certo la pretesa di spostare gli equilibri militari; la Nato imposta manovre difensive al fine di evitare il peggio. Tutti si comportano in base al famoso detto dialettale: “chi schiva un mat, al fa ‘na bón’na giornäda”.

Al di fuori dell’Occidente, la Cina in teoria potrebbe essere alquanto irritata per il casino scatenato da questo scomodo interlocutore, che viene a romperle le uova nel paniere: di qui a farsi promotrice di un’azione diplomaticamente forte e tale da mettere con le spalle al muro Putin ci passa molta differenza. Probabilmente la Cina si accontenterà di un leggero distinguo, di un alito di neutralità, lasciando agli europei la vera grana.

Non si vede chi e come possa arrestare la follia putiniana. Mio padre forse consiglierebbe di aspettare, perché prima o poi chi piscia contro vento finisce per bagnarsi. Sarebbe saggio, se non ci fosse di mezzo una sempre più drammatica e dilagante situazione umana e sociale.

Occorrerebbe uno scatto di dignità internazionale da parte di tutti gli extra-putiniani, i quali, messe provvisoriamente e parzialmente da parte le loro differenze strategiche, prendessero un’avvolgente e stringente iniziativa diplomatica, davanti alla quale Putin dovrebbe almeno fingere di rinsavire.

L’egoismo diplomatico invece trionfa ed è quello che probabilmente sconforterà e fiaccherà gli ucraini, ben più delle bombe russe e delle privazioni socio-economiche. In compenso in Italia rispondiamo alla follia putiniana con la paradossale pazzia partitica anti-catasto: possibile che con le arie che tirano si abbia il cattivo gusto di creare problemi al governo, combattendo contro il nuovo catasto dei fabbricati, che (forse) aumenterebbe il carico fiscale sul patrimonio immobiliare?

Possibile! Per fortuna al momento non è scoppiata alcuna contrarietà all’accoglienza degli emigranti ucraini: non è ancora detta l’ultima parola, anche perché non abbiamo capito i sacrifici che, volenti o nolenti, ci aspettano e ci spettano. La scaramuccia catastale funziona da sfogatoio politico, clientelare e propagandistico. Follia chiama follia, ognuno, fatte le debite proporzioni, ha i suoi matti da legare, i russi hanno Putin, noi…

 

Alla paziente ricerca dell’insoddisfazione equilibrata

Il pericolo esiziale che corrono i sistemi democratici è quello del formarsi e instaurarsi del cosiddetto “pensiero unico”: fin tanto che si discute di piccoli problemi ci si scontra magari faziosamente, quando si arriva al dunque dei massimi sistemi scatta il dominio di una teoria, che chiude ogni spazio di discussione e differenziazione.

È successo con la emergenza pandemica: la soluzione del problema era la “vaccinazione” e intorno ad essa si è impostata una (non) strategia; chi dissentiva era un terrorista; chi provava ad argomentare a contrariis era considerato un demente o un fascista. Il tempo sta dimostrando che le cose stavano diversamente, ma il pensiero unico vaccinale tiene: tutti i dati e i risultati positivi ottenuti sono merito del vaccino, tutti i dati e i risultati negativi trovano la loro causa in chi non si è vaccinato. Nessuno può intervistare chi è morto di covid dopo essersi sottoposto nei tempi prescritti alla vaccinazione: se potesse parlare gli farebbero dire che è colpa dei suoi concittadini non vaccinati, i quali hanno reso talmente forte e resistente il virus da rendere soccombenti i suoi anticorpi fino al punto da trovarsi indifeso. Nella migliore delle ipotesi si riconosce che forse qualche vaccinato è morto, niente però in confronto a quanto successo ai non vaccinati. Se il cerchio non quadra lo si fa quadrare.

Sta succedendo con la emergenza della guerra in Ucraina: l’unica e totale responsabilità di questa tragedia è di Vladimir Putin, il resto è fuffa pacifista, che distrae dall’obiettivo fondamentale di rispondere alla guerra solo ed esclusivamente con una logica di guerra (sanzioni economiche, invio di armi, ritorsioni militari, etc. etc.). Guai a chi osa mettere in discussione gli errori dell’Occidente e della Nato: non è questo il momento dei distinguo, bisogna rispondere con la forza, meglio ironizzare sulla diplomazia, lasciare perdere le autocritiche e andare al sodo, scuotere il capo di fronte a chi ricorda che la guerra non è una forma di politica, ma il fallimento della politica stessa.

Non si presta attenzione all’unica autorevole voce capace di una mediazione pacifica, il Vaticano: solo un “comunista” come Fausto Bertinotti ha il coraggio di auspicare una strategia diplomatica di pace, che metta intorno a un tavolo tutte le nazioni interessate per una paziente opera di ricucitura dei rapporti internazionali.

Non si prende in considerazione nemmeno Henry A. Kissinger, che nel lontano 2014 ipotizzava lucidamente l’Ucraina quale ponte tra Est e Ovest: un vecchio arnese diplomatico da scartare. Non era certamente un visionario pacifista, non era un comunista convertito alla democrazia, non era oltre tutto una voce solitaria nel panorama diplomatico.  Un diversivo pseudo-culturale da ignorare.

Cosa scriveva Kissinger, ex Segretario di stato americano. Provo a riportare alcuni passaggi integrali del suo pensiero, traendoli dal quotidiano “La Repubblica” che pubblicò un suo articolo, recentemente ripreso da “Il fatto quotidiano”. “Troppo spesso la questione ucraina viene vista come una resa dei conti, la scelta tra Este e Ovest. Ma se l’Ucraina vuole sopravvivere e prosperare non deve diventare l’avamposto di una parte contro l’altra, ma fare da ponte tre le due. La Russia deve ammettere che il tentativo di costringere l’Ucraina a diventare uno stato satellite, spostando nuovamente i confini russi, condannerebbe Mosca a rivivere cicli fini a se stessi di pressioni reciproche nei rapporti con l’Europa e gli Usa. L’Occidente deve capire che per la Russia l’Ucraina non potrà mai essere un Paese straniero. (…) Dovremmo puntare alla riconciliazione, non al predominio di una fazione sull’altra. Né la Russia né l’Occidente, e tantomeno le vari fazioni Ucraine, hanno agito sulla base di questo principio. Tutti hanno peggiorato la situazione. La Russia non sarà in grado di imporre una soluzione militare se non isolandosi, quando molti dei suoi confini sono già precari. Per l’Occidente la demonizzazione di Vladimir Putin non è una politica, bensì un alibi per l’assenza di quest’ultima.  Putin dovrebbe rendersi conto che, qualunque siano le sue istanze, una politica di imposizioni militari porterebbe ad una nuova guerra fredda. Da parte loro gli Usa devono evitare di considerare la Russia un Paese anormale a cui insegnare pazientemente le regole di condotta stabilite da Washington. (…) Questo è a mio giudizio l’esito compatibile con i valori e gli interessi di sicurezza di tutte le parti: (1) L’Ucraina dovrebbe avere il diritto di scegliere liberamente le proprie associazioni economiche e politiche, incluse quelle con l’Europa. (2) L’Ucraina non dovrebbe aderire alla Nato, come da me sostenuto sette anni fa quando se ne pose l’ultima volta l’ipotesi. (3) L’Ucraina dovrebbe essere libera di dar vita a qualunque governo sia compatibile con la volontà espressa dal popolo. Sarebbe saggio da parte dei leader ucraini optare per una politica di riconciliazione tra le varie componenti del Paese. A livello internazionale dovrebbe puntare ad una posizione paragonabile a quella della Finlandia, che non lascia dubbi circa la propria accanita indipendenza e coopera con l’Occidente nella maggior parte degli ambiti, ma evita accuratamente ogni ostilità istituzionale nei confronti della Russia.  (4) L’annessione della Crimea da parte della Russia è incompatibile con le regole dell’ordine mondiale esistente. Ma dovrebbe essere possibile porre il rapporto tra Crimea e Ucraina su una base di minor tensione. A tal fine la Russia riconoscerà la sovranità Ucraina sulla Crimea. L’Ucraina dovrebbe rafforzare l’autonomia della Crimea in elezioni tenute in presenza di osservatori internazionali. Sarà necessaria nel processo l’eliminazione di ogni ambiguità circa la posizione della Flotta del Mar Nero a Sebastopoli”. Henry Kissinger conclude: “Si tratta di principi, non di precetti. Chi conosce la regione saprà che non tutti saranno appetibili per tutte le parti. Il criterio non è la soddisfazione assoluta ma l’insoddisfazione equilibrata. Se non si giunge ad una soluzione fondata su questi elementi o su altri paragonabili, si andrà più rapidamente verso il conflitto. Il momento arriverà fin troppo presto”.

È una lezione di diplomazia, che dovrebbe servirci ad allontanare ogni velleitaria e sbrigativa semplificazione del discorso guerra-pace in Ucraina e in tutte le parti del mondo. Nessuno ha la verità in tasca, il pensiero unico è sbagliato e fuorviante. Discutere serve sempre e comunque anche e soprattutto per salvare vite umane.

 

Il pirandelliano esame a Putin

L’Assemblea straordinaria dell’Onu ha approvato la risoluzione di condanna dell’invasione della Russia in Ucraina. I voti a favore della risoluzione sono stati 141. I voti contrari 5: i Paesi che hanno votato contro sono Russia, Bielorussia, Eritrea, Corea del nord e Siria. Sono 35 gli Stati astenuti, tra questi ci sono la Cina e l’India, ma anche Algeria, Angola, Armenia, Bangladesh, Bolivia, Burundi, Rep. Centrafricana, Congo, Cuba, El Salvador, Guinea Equatoriale, Iran, Iraq, Madagascar, Mongolia, Namibia, Senegal, Nicaragua, Pakistan, Uganda, Sudan, South Africa, South Sudan, Sri Lanka, Tanzania, Vietnam e Zimbabwe.

A prescindere dalla efficacia legale tendente a zero, questo pronunciamento ha comunque un certo valore geopolitico. Putin ne esce isolato dal resto del mondo oppure accompagnato da omertose, strumentali e interessate noncuranze? D’acchito sembrerebbe valida la prima ipotesi, se però si scorre il lungo elenco degli astenuti si nota che non si tratta di Paesi marginali e insignificanti, ma di un consistente e variegato spaccato di mondo, preoccupato quanto meno di non irritare Putin.

In questi giorni gli esperti si sbizzarriscono ad analizzare i punti di forza e debolezza del regime putiniano: mi sembra giusto chiamarlo così, perché al di là di tutto la Russia vera e propria c’entra come i cavoli a merenda. Un gioco Pirandelliano che, a seconda dei punti di vista, porta a giudicare Putin forte o debole, isolato o mal accompagnato, traballante o ben in sella.

Quanto al posizionamento a livello internazionale, si dice che l’Occidente sia compatto nel porsi di fronte a questa drammatica contingenza internazionale: gli Usa, la Ue, i Paesi Nato sarebbero uniti nel condannare e contrastare l’invasione dell’Ucraina. Se però andiamo un po’ a fondo ci accorgiamo che agli Usa interessa poco questa guerra: si intravede la ormai consolidata posizione di scaricabarile sull’Europa. D’altra parte è difficile controbattere alla critica statunitense verso gli europei, colpevoli di stare nella Nato più a parole che coi fatti (leggi stanziamenti di fondi). Se ci guardiamo indietro vediamo posizioni tattiche molto diversificate, molte code di paglia, molte strizzate d’occhio: l’Italia ha il triste primato di una storica simpatia berlusconiana, che arrivava a considerare Putin come il più grande statista presente sulla scena internazionale. Improvvisamente tutti allineati e coperti? Difficile da credere.

Quindi più si approfondisce l’argomento e più sorgono seri dubbi sull’isolamento putiniano: lui lo sa e certamente ne tiene spregiudicatamente conto. Non escluderei che possa avere nell’armadio qualche scheletro europeo e persino statunitense, da tirare fuori al momento opportuno.

Altra questione pirandelliana: la Russia di Putin è forte o è debole? Fortissima se la forza si misura sulle testate nucleari, ben piazzata sui mercati mondiali se si considera la disponibilità di materie prime, piuttosto debole se si guarda all’industria ed ai commerci, per non parlare del livello di vita dei cittadini. Allora abbiamo a che fare con una temibile potenza o con un regime che si fonda sul ricatto internazionale?

Quante ipotesi si fanno poi sul consenso interno di cui godrebbe Putin! Chi lo vede traballante a livello di pubblica opinione più smagata (quella delle grandi città), chi lo considera ben radicato nella mentalità delle sconfinate periferie, chi lo ritiene isolato rispetto alle intellighenzie culturali, chi ne teme la incontenibile spinta autoritaria e repressiva. In poche parole sembrerebbe un dittatore che scatena guerre per recuperare un consenso popolare che gli sta sfuggendo di mano, anche se obiettivamente gli va riconosciuta la capacità di interpretare l’umore e la sensibilità di una sfuggente e incomprensibile Russia.

Le narrazioni a confronto sono tante ed è difficile sintetizzarle: il fenomeno Putin è molto complesso e per certi versi molto imbarazzante, anche perché va declinato nello storico ginepraio della storia passata e recente. Allo spargimento di sangue si aggiunge quello di fake news con accuse che fanno più ribrezzo che scalpore. L’ambasciatore russo alle Nazioni Unite ha spiegato: “La nostra operazione militare sarà completata, ma non prendiamo di mira i civili. Non credete alle fake news”. I negoziati sono un’autentica e deviante farsa diplomatica.

Tutto come da copione. Si fa finta di stupirsi di una guerra annunciata da tempo: le responsabilità si perdono nella notte dei tempi e riguardano tutti, Ucraina compresa, i cui peccati vengono taciuti per carità verso chi sta morendo sotto le bombe. Dire queste cose può sembrare una indiretta assoluzione per Putin: tutti colpevoli, nessun colpevole. Attenzione però a non fare la parte dei medici pietosi che fanno puzzolente la piaga ucraina, anche perché nessun dittatore, persino il più assordo ed abominevole, come potrebbe essere considerato Putin, è un’isola.

Qualcuno pensava che volesse sbarazzarsi in pochi giorni della pratica Ucraina, qualcuno ritiene che stia ripiegando su una tattica annosa, qualcuno lo vede “più bello e più superbo che pria”, altri lo vedono in gravi difficoltà. Resta il fatto che muore tanta gente e, come sosteneva mia madre, in queste situazioni è meglio morire piuttosto che perdere tutto e andare alla disperata ricerca di tutto. D’altra parte la guerra è questa, non facciamoci l’abitudine, ma non facciamo nemmeno finta di essere seri.

 

Il pallone medicinale

Il calcio mette al bando la Russia. Con una decisione congiunta, Fifa e Uefa hanno deciso di sospendere da tutte le competizioni internazionali la nazionale di Mosca e tutti i club russi. Per effetto di questa decisione, la Russia è attualmente esclusa dal Mondiale che si giocherà a fine anno in Qatar.

“Queste decisioni – si legge nel comunicato – sono state adottate oggi dall’Ufficio di presidenza del Consiglio Fifa e dal Comitato Esecutivo della Uefa, rispettivamente i più alti organi decisionali di entrambe le istituzioni su questioni così urgenti”.

“Il calcio è pienamente unito qui e in piena solidarietà con tutte le persone colpite in Ucraina. Entrambi i presidenti sperano che la situazione in Ucraina migliori in modo significativo e rapido in modo che il calcio possa essere di nuovo un vettore per l’unità e la pace tra le persone”.

Con questa nuova posizione, la Russia è di fatto estromessa dai play-off mondiali in programma a fine marzo, esattamente ciò che chiedevano la Polonia (avversaria del primo turno previsto il 24 marzo), la Repubblica Ceca e la Svezia, le nazionali che avrebbero potuto incontrare i russi nel match decisivo. Stessa sorte per lo Spartak Mosca, sorteggiato contro il Lipsia negli ottavi di Europa League e dunque di fatto escluso dalla competizione, eccezion fatta per una eventuale revoca della sospensione se la situazione tra Russia e Ucraina dovesse migliorare.

Inoltre, Uefa ha deciso di interrompere l’accordo con la compagnia russa del gas Gazprom.. La decisione ha effetto immediato e riguarda tutti gli accordi esistenti tra cui quelli per la UEFA Champions League, per le competizioni UEFA per nazionali e per UEFA EURO 2024.

Appena ieri la Fifa aveva assunto altri provvedimenti urgenti: la Russia avrebbe giocato con il nome di ‘Football Union of Russia’ (RFU), e le partite casalinghe le avrebbe disputate in campo neutro e senza spettatori. Ma evidentemente non era bastato.

Nei prossimi giorni l’Uefa dovrà tornare a riunirsi per capire come gestire gli europei di calcio femminile di luglio. Dopo l’esclusione della Russia, si rende necessario assumere una decisione sul girone nel quale era stata sorteggiata, insieme a Svezia, Svizzera e Olanda.

Temevo di peggio. Sembra invece che il mondo del calcio riesca a tenere un atteggiamento decente nei confronti della Russia, mettendola praticamente al bando rispetto alle competizioni sportive internazionali.  Questa reazione è destinata a turbare più la pubblica opinione russa che non a toccare gli affari di Putin: tutto fa brodo, il solletico calcistico può dare fastidio, a volte basta poco per sconvolgere certi piani di guerra. Speriamo che l’uomo del Cremlino vada nel pallone assieme ai suoi oligarchi.

La Russia ha respinto le misure punitive appellandosi al principio della separazione fra sport e politica. Non è la prima volta che le manifestazioni sportive vengono condizionate da motivazioni di carattere politico: generalmente però si trattava di decisioni unilaterali o comunque non di portata mondiale. Oggi lo sport russo rischia l’isolamento e non è un fatto irrilevante.

La questione di principio tirata in ballo dalla Russia non è infondata: è obiettivamente pericoloso mescolare tutto nel calderone della politica, ma è altrettanto ed ipocritamente pericoloso far finta che lo sport viva in una bolla di finta neutralità. Non resta che augurarsi un effetto forte delle decisioni assunte in sede Uefa e Fifa: possa lo sport arrivare dove la diplomazia fa regolarmente cilecca. Non ho idea quale possa essere il contraccolpo a livello di opinione russa. In Italia scoppierebbe una contro-rivoluzione, perché senza calcio le ossa della società vanno in crisi. Si intravede l’escalation del pensiero critico verso la politica putiniana: al momento è più un movimento d’élite culturale che di protesta popolare. Tuttavia da cosa nasce cosa e ben vengano, gli attori, i cantanti, gli artisti, gli sportivi, tutti i moderni maitre a penser che possono smuovere le acque dello stagno russo.

Non mi sento però di tacere sulle enormi contraddizioni di cui il sistema calcio è portatore: la pesante sanzione anti-Russia non serva da copertura al regime pallonaro dietro cui avviene di tutto e di più. Scorrettezze affaristiche delle società, egoismi di atleti e loro mediatori, violenze negli stadi, corruzione, doping, e chi più ne ha più ne metta. Che la guerra tra Russia e Ucraina non diventi l’indulgenza plenaria sulle malefatte del mondo calcistico e sportivo. È il caso di sperare che far pianger Putin (ammesso e non concesso che Fifa e Uefa abbiano questo benefico potere) non finisca col far ridere di sollievo il sistema calcistico, che avrebbe bisogno di cure purificatorie e dimagranti tanto quanto la Russia, forse ancor di più. Il rischio è che, passata la sacrosanta crociata russofoba, tutto torni come prima, con o senza Russia.

Lo strabismo di Marte

“All’Europa chiedo di non distribuire armi letali ai confini con la Russia, ma di perseguire la via del Santo Padre: confronto, dialogo, diplomazia, sanzioni”, dice Matteo Salvini parlando in tv, a Mezz’ora in più. “Sono contro l’invio di militari, di bombe e di missili. Preferisco parlare di corridoi umanitari e non voglio che la risposta dell’Italia e dell’Europa, culla di civiltà, sia quella di distribuire armi letali. Comunque non in mio nome”, aggiunge.

Non si fa attendere un tweet di risposta del leader di Azione Carlo Calenda. “‘No alle armi letali. Cosa dobbiamo inviare secondo Salvini delle fionde? Dei fucili a coriandoli? Delle felpe?”. Così ha replicato Calenda, scrivendo inoltre: “Già sono insopportabili i distinguo e le furbizie su Covid o politica economica ma su politica estera e di difesa in tempo di guerra sono inaccettabili. Se Salvini non riesce a staccarsi da Putin se ne vada all’opposizione. E si assuma per una volta le sue responsabilità”.

Alla luce di queste notizie attinte dal sito del quotidiano “La Repubblica”, posso pormi una domanda provocatoria? Chi dei due è un politico di sinistra e chi di destra? Seguendo le categorie di un tempo non avrei alcun dubbio: Salvini è un (quasi) pacifista di sinistra: Calenda è un (quasi) guerrafondaio di destra.

Come passa il tempo e come cambiano i giudizi: oggi Salvini è considerato un populista di destra e Calenda è un moderato progressista.

Poi sul più bello arriva Draghi e compatta tutti con una nota: “L’Italia dà il suo pieno e convinto appoggio al pacchetto di misure contro la Federazione Russa presentato dalla Commissione Europea. L’aggressione dell’Ucraina è un atto barbaro e una minaccia per tutta l’Europa. L’Unione Europea deve reagire con la massima fermezza”.

Salvini a sera fa l’offeso, ma fa sostanzialmente marcia indietro. “La Lega vuole la pace, lavora per la pace, prega per la pace. Che tristezza le polemiche politiche di qualcuno, pochi per fortuna, anche di fronte a guerra e morte. Piena fiducia in Draghi e nel governo per fermare, con ogni intervento e aiuto necessario, l’aggressione russa, le bombe e il sangue. Ucraina e Russia parlano di dialogo e incontri diplomatici, questa è la via”. Sono le sette di sera e il leader leghista, di lotta e di governo, torna nei ranghi. Oggi la Lega, dopo queste ultime parole, non potrà non votare insieme al governo.

Persino Fratelli d’Italia non dovrebbe fare mancare il suo appoggio a un atto che il governo auspica unitario. Ieri Draghi ha sentito Silvio Berlusconi. Fratelli d’Italia dovrebbe partecipare alla riunione preparatoria che si terrà con i gruppi di maggioranza e il ministro per i Rapporti col Parlamento, Federico D’Incà. Una chiara volontà di non essere esclusa dalla partita. L’altra sera, negli Usa, Giorgia Meloni ha tracciato la linea: “In politica estera, quando si tratta di difendere interessi strategici e valori fondamentali una dimostrazione di debolezza non è un’opzione. Gli antichi romani dicevano: “Se vuoi la pace, prepara la guerra”. E oggi è il momento di essere uniti e prendere posizione”.

In cauda venenum: si fa sempre molto presto a trovare un accordo in una logica di guerra. Molto più difficile costruire seriamente la pace. Mio padre diceva sconsolatamente: “Quand as trata ‘d fär d’il guéri, ien sémpor tùtt dacordi…”. Mi auguro che la ritrovata compattezza a livello politico italiano e quella ben più importante a livello delle istituzioni europee non sia perseguita e ottenuta in una logica militarista di difesa democratica: difendere la democrazia con le armi, checché se ne dica, è un’opzione contraddittoria alla quale si giunge per l’inerzia del passato e ponendo le premesse per sicuri fallimenti futuri.

Mi sono sinceramente commosso vedendo la calorosa accoglienza riservata dal Parlamento europeo al presidente ucraino Zelensky e alle sue drammatiche richieste di aiuto e di ammissione alla Ue. Quale sia in questo momento storico il modo migliore per aiutare l’Ucraina, al di là della disponibilità ad accogliere i profughi, al di là degli aiuti economici e dei sacrifici conseguenti alle sanzioni imposte alla Russia, non ho la lucidità e la lungimiranza per comprenderlo. Sulle armi mi permetto di dubitare che possano essere la strada per rispondere alle grida disperate degli ucraini e temo possano diventare un triste canovaccio per risolvere i problemi, lasciandoli marcire per poi affrontarli quando è troppo tardi e non rimane altro che l’utilizzo della forza seppure a livello difensivo (?).

Per quanto concerne l’adesione dell’Ucraina alla Ue mi sembra sinceramente una comprensibile ancora di salvataggio per chi si vede e si sente aggredito e massacrato, ma un discorso prematuro per gli assetti pacifici internazionali realisticamente perseguibili in questa delicatissima fase. Forse è il momento degli aiuti umanitari, le scelte di schieramento sullo scacchiere europeo hanno bisogno di essere vagliate e discusse in un clima sereno e garantista per tutti.

Ancora un pizzico di veleno. La (quasi) obbligata unità delle forze politiche, conseguente alla crisi bellica, costituisce un dato obiettivamente interessante, ma può anche essere un motivo di confusione in più per avere seri dubbi su chi votare alle future consultazioni elettorali amministrative, regionali, politiche ed europee. Io, come noto, sono un incontentabile ed inguaribile “sinistrorso”, resto per sempre un “comunistello di sagrestia” e quindi…non faccio testo.

 

Si profila la sindrome del Cincinnato

Governo, per Draghi la misura è colma. Ora nessuna mossa è esclusa per fermare i blitz dei partiti. L’amarezza del premier, convinto che dopo il suo ultimo sfogo in Cdm le tensioni in maggioranza si sarebbero placate. Il nuovo messaggio: la pazienza sta finendo. La pazienza sta per finire, anzi è finita da un pezzo. Per Mario Draghi l’ennesima giornata parlamentare vissuta con un pezzo della sua maggioranza che vota insieme all’opposizione è la conferma di un timore che aveva espresso giovedì scorso al Capo dello Stato: i partiti sono entrati in campagna elettorale e governare, in queste condizioni, sta diventando impossibile.

Alcuni giorni or sono Francesco Bei su La repubblica, delineava così le difficoltà di Draghi nell’affrontare una situazione politica sempre più ingarbugliata. Quando si cominciò un anno fa a parlare di un governo Draghi ero tra i convinti sostenitori di questa operazione che si stava delineando. Avevo però il dubbio che l’ex presidente della Bce non intendesse correre il rischio di fare i conti con una maggioranza parlamentare, ampia di necessità ma rissosa di virtù. Mi chiedevo: “Ma chi glielo fa fare di mettersi al pianoforte a portata di sparo di Salvini, Grillo e c.?”. Mi sbagliavo, perché Draghi ha accettato la scommessa facendo probabilmente il ragionamento che anch’io sostenevo: “Voglio vedere chi avrà il coraggio di impallinarmi nonostante la corazza mattarelliana, i giubbotti europei e l’esercito dei cittadini plaudenti?”. Per un po’ è andata bene, la politica politicante se ne è stata buona per un breve periodo, è addirittura salita sul carro.

Poi la scadenza della nomina del capo dello Stato ha scoperchiato la pentola: Draghi si è scottato le dita, si è voluto immischiare sbagliando tempi e modi, i partiti non aspettavano altro che stoppare le sue velleità o appoggiarle sguaiatamente, lui si è ritirato in buon ordine, cedendo il passo al suo mentore, ma la situazione non era più quella di prima. La figuraccia della politica lasciava pensare che Draghi uscisse addirittura rafforzato e in grado di controllare la situazione a proprio piacimento. Ma i partiti non hanno ritegno, sono letteralmente impazziti, guardano alle prossime elezioni politiche, non sentono ragione e mettono i bastoni fra le ruote del governo: ogni occasione è buona per distinguersi, astenersi, votare contro, strizzare l’occhio all’opposizione, cavalcare il malcontento e lanciare messaggi strumentali e clientelari. Basterà la guerra in Ucraina a portare a più miti consigli le forze politiche italiane? Sarebbe proprio il caso di dire “tutto il mal non vien per nuocere”, anche se avrei di gran lunga preferito assistere alla “guerretta” tutta nostrana, ammesso e non concesso che basti la follia putiniana a scongiurare quella salviniana. Infatti più la situazione si aggrava, più i limiti draghiani si evidenziano e più i partiti scalpitano per recuperare ruolo, visibilità e potere.

Torno alle piccole (?) beghe domestiche per affermare che prima o poi doveva succedere: Draghi lo poteva e doveva sapere. Mi stupisce che si stupisca e si impressioni. I casi sono due: o fa finta di incazzarsi o ammette di non possedere le capacità per districarsi in mezzo al casino che gli stanno combinando. A volte propendo per la prima ipotesi: li tira a cimento di fronte al Paese, vuole verificare fin dove andranno, intende porli di fronte alle loro responsabilità. A volte mi sorge il dubbio che non abbia le qualità per mediare ai livelli più alti fra i contendenti ai livelli più bassi.

Draghi è un tecnico prestato alla politica: è una frase fatta che non risponde alla realtà. Draghi ha perfetta conoscenza della politica pur non avendo ricoperto incarichi squisitamente politici. Probabilmente però non ha l’umiltà necessaria per districarsi in mezzo al ginepraio partitico e parlamentare: ho l’impressione che anche Mattarella non riesca a consigliarlo e supportarlo come vorrebbe. La politica è una brutta bestia. Intendiamoci bene, non è che la finanza sia una creatura celeste e quindi il premier Draghi non è un angelo caduto dal cielo che non riesce a introdursi nei meccanismi della politica. Però gli manca qualcosa: nonostante il largo consenso popolare, nonostante l’appoggio del Quirinale, nonostante la stima e la considerazione delle istituzioni europee e mondiali, va in difficoltà con le intemperanze salviniane, resta spiazzato di fronte ai giochi di partito. Almeno così sembra.

Non me l’aspettavo, ma devo ammettere che la politica non è il suo pane e anche con  la diplomazia a livello internazionale non sembra andare a nozze. E allora? Non so fino a qual punto resisterà. La tentazione di tornarsene a casa si farà sempre più forte, ma non siamo nel cortile di Palazzo Chigi a giocare a pallone e sul più bello Draghi non può portarsi via il pallone, lasciando tutti con un palmo di naso.  Deve resistere, sfoderare la necessaria pazienza, soffrire e stringere i denti per arrivare almeno a fine anno. Oggi come oggi dopo di lui ci sarebbe solo il diluvio delle elezioni anticipate. In fin dei conti lo sapeva, anche se forse si era illuso di scapparla. È arrivato il conto dei partiti. Per pietà, non lo faccia pagare ai cittadini. I cittadini hanno pagato, stanno pagando e pagheranno altri conti, non quello della insipienza e litigiosità della politica. Auguri di buon lavoro.