Quando l’Occidente “scapussò” nel Kosovo

Alla fine del secolo scorso la scena internazionale era monopolizzata dalla questione del Kosovo, la regione albanese che voleva a tutti i costi la propria autonomia. Mia madre, che, come per la verità molti altri ben più esperti di lei, non riusciva a districarsi nel ginepraio slavo post-comunista, si chiedeva con un simpatico strafalcione: “Insòmma, co’ el al Kosolo? Tutt i pärlon ad col bagàj lì: Kosolo, Kosolo…”.

Il 26 agosto 2008 sul quotidiano “La Repubblica” apparve un articolo dai toni profetici di Bernard Guetta, giornalista francese esperto di politica internazionale, in cui ci si chiedeva: “Come può l’Occidente rimproverare la Russia per la sua reazione, dopo aver bombardato Belgrado per intere giornate in appoggio alla secessione kosovara? Come si può difendere il diritto all’autodeterminazione nei Balcani, e poi invocare nel Caucaso il principio dell’integrità territoriale, dopo averlo ridotto a carta straccia riconoscendo l’indipendenza del Kosovo?”.

In questi giorni Barbara Spinelli, su “Il fatto quotidiano”, elencando alcuni punti difficilmente oppugnabili per capire meglio la sciagura ucraina, ha scritto: “Il quinto punto concerne l’obbligo di rispetto dei confini internazionali, fondamentale nel secondo dopoguerra. Ma Putin non è stato il primo a violarlo. L’intervento Nato in favore degli albanesi del Kosovo lo violò per primo nel ’99 (chi scrive approvò con poca lungimiranza l’intervento)”.

In una interessante intervista rilasciata da Massimo D’Alema a Fabio Martini de “La Stampa”, il primo e unico presidente del Consiglio proveniente dalla storia del Pci, dimostrando la solita intelligenza di analisi e l’ammirevole schiettezza di giudizio, afferma: “Questa aggressione militare di Putin non è soltanto un crimine, è anche un errore. Ora deve essere esercitata ogni pressione per fermare la guerra e indurre la Russia a ritirare le sue truppe di occupazione. Ma, in prospettiva, se si vuole costruire una soluzione stabile e sostenibile, non si può non tener conto, malgrado Putin, che ci sono anche le ragioni della Russia”.

Peccato che Massimo D’Alema non abbia il coraggio di ammettere l’errore commesso dalla Nato in favore del Kosovo e di cui il governo italiano, da lui presieduto, fu comunque protagonista, al punto che qualcuno (Francesco Cossiga se non vado errato) giustificò la sostituzione alla guida del governo di Romano Prodi con Massimo D’Alema. Il primo, da cattolico convinto, piuttosto recalcitrante a scatenare l’offensiva bellica, il secondo, da pragmatico post-comunista, pronto a sacrificarsi sull’altare Nato anche e soprattutto per dimostrare concretamente la disponibilità, a suo tempo ventilata da Enrico Berlinguer, a collocarsi tranquillamente sotto l’ombrello dell’Alleanza atlantica.

Torno comunque a quanto afferma D’Alema: “Questa aggressione militare della Russia è un crimine perché siamo di fronte ad un’aggressione a vittime civili, ma è anche un errore perché Putin, descritto da alcuni analisti come spietato e lucido calcolatore, secondo me stavolta ha sottovalutato i rischi connessi ad un’operazione che può avere per la Russia dei costi molto alti. E anche noi dobbiamo saperlo: le sanzioni non bastano. Il rischio è quello di un comune declino dell’Europa e della Russia. Siamo legati per ragioni geografiche, di complementarietà economica: loro hanno bisogno della nostra tecnologia e noi delle loro materie prime. Parliamoci chiaro: dal punto di vista geopolitico questa frattura nel cuore dell’Europa accentua il rischio di declino complessivo del continente. Stati Uniti e Cina possono guardare con maggiore distacco, anche perché pagano un prezzo meno alto. Questa è una tragedia europea e sta agli europei trovare una via d’uscita”.

Mia sorella Lucia aveva un debole per le persone intelligenti e fra queste inseriva a pieno titolo Massimo D’Alema. Diceva che, quando una persona è intelligente lo è sempre indipendentemente dal ruolo che è stata chiamata a ricoprire. Riteneva convintamente che quando una persona è intelligente è più che alla metà dell’opera, perché questa sua qualità, cascasse il mondo, non viene mai meno. Forse, mescolando qualità mentali ed etiche, preferiva avere a che fare con un cattivo intelligente piuttosto che con un buono stupido. Peccato che, a suo tempo, Matteo Renzi, accecato dalla sua furia rottamatrice, abbia buttato il bambino dell’intelligenza dalemiana assieme all’acqua sporca della sua incontenibile presunzione. Oggi, con le arie che tirano, un personaggio come D’Alema non sfigurerebbe a livello nazionale, europeo e mondiale.

 

Il ciac’ri ‘d guéra

Prima alla Camera e poi al Senato, il presidente del Consiglio Mario Draghi ha ripercorso le tappe dell’attacco della Russia. Si è commosso quando ha parlato a braccio del presidente ucraino Zelensky: “È nascosto in qualche parte di Kiev e ha detto che lui e l’Ucraina non hanno più tempo e che lui e la sua famiglia sono l’obiettivo” raccontando poi che in mattinata alle 9.30 avevano un appuntamento telefonico “ma non è stato poi possibile fare la chiamata perché il presidente Zelensky non era più disponibile”, dice visibilmente dispiaciuto. Via Twitter però è arrivata la risposta – che a molti è apparsa piccata – del presidente ucraino: “Oggi alle 10:30 all’entrata di Chernihiv, Hostomel e Melitopol ci sono stati pesanti combattimenti. Le persone sono morte. La prossima volta cercherò di spostare l’agenda di guerra per parlare con Mario Draghi in un momento specifico. Nel frattempo, l’Ucraina continua a lottare per il suo popolo”, ha scritto Zelensky. Che ha chiesto a Putin di Trattare e in un post precedente si era rivolto all’Europa invitandola ad agire più in fretta contro l’invasione russa (“Non tutte le possibilità di sanzioni sono state ancora esaurite. La pressione sulla Russia deve aumentare – il tweet del presidente ucraino – Ho detto questo alla Von der Leyen. Sono grato alla presidente per la sua decisione su un’ulteriore assistenza finanziaria” (resoconto del 25 febbraio 2022 tratto dal sito de La Repubblica).

Molti anni or sono, ai tempi in cui il loggione di Parma ruggiva, il famoso e simpatico critico Rodolfo Celletti, durante una conferenza in materia operistica fu interrogato sul comportamento intemperante spesso tenuto dal pubblico della nostra città. Domanda tranello a cui rispose con grande e simpatica ironia, dando un colpo al cerchio dei mostri sacri del belcanto e un colpo alla botte dei “vociomani” parmigiani. “Quando sento che date una qualche strigliata ai grandi personaggi, ammetto che, sotto sotto, ci godo. Però, aggiunse, ho la sensazione che a voi parmigiani piacciano un po’ troppo gli acuti sparati alla viva il parroco…».

Le comunicazioni al Parlamento di Mario Draghi sono state un capolavoro di correttezza e diplomazia, però di fronte alle bombe che piovono dal cielo su Kiev, capisco l’ironia di Zelensky, il quale evidentemente è stanco delle chiacchiere dell’Occidente, delle promesse non mantenute, delle solidarietà parolaie. Le mezze voci draghiane risultano fastidiose alle orecchie del loggione ucraino, che evidentemente si aspetterebbe qualche do di petto.  Forse il Premier italiano ha fatto la parte di quel tenore fischiato dal pubblico, che si giustificò dicendo: “Fischiate me!? Sentirete il baritono…”. E di baritoni inconcludenti in giro ce ne sono parecchi. La scuola canora del muggito trionfa.

Siamo nel periodo di carnevale: i dolcetti per festeggiarlo sono le chiacchiere, per meglio dirlo alla parmigiana, “il ciac’ri ‘d sôra”. Non ho mai capito bene cosa c’entrino le suore: probabilmente vengono chiamate in causa in quanto questo dolce è elegantemente aggrovigliato, come il parlare felpato delle monache. Questa volta il carnevale assume un carattere masochista ed alienante: anziché coriandoli e stelle filanti fioccano missili e bombe. Zelensky si sente la vittima destinata a bruciare durante il rito avviato da Putin. E mentre l’Ucraina brucia, noi ci sforziamo di cucinare e mangiare le chiacchiere. Le assaggiamo e purtroppo sono amare: per carnevale ogni scherzo vale.

 

Al pisatòri móndiäl

Durante Olimpiacos-Atalanta (0-3 in Europa League), l’attaccante ucraino dell’Atalanta Ruslan Malinovskyi è stato il protagonista della serata con due reti realizzate in due minuti tra il 67’ e il 69’. E soprattutto per una dedica speciale alla sua Ucraina. Dopo la prima rete il giocatore atalantino ha infatti alzato la maglia nerazzurra, esibendo una t-shirt bianca con la scritta «No war in Ukraine». Analogo episodio si era verificato la sera precedente, in Champions League: il compagno di nazionale Yaremchuk (del Benfica) aveva segnato e mostrato una maglia con il Tridente, lo stemma della loro nazione.

Viene spontaneo compiacersi di questi gesti, che utilizzano, anche se superficialmente e spettacolarmente, lo sport per scopi positivi, nel caso di specie per rivendicare l’autonomia di una nazione tartassata dalla prepotenza imperialistica. Il tutto però dura poco, il tempo di arrivare agli spot di cui sono infarcite le cronache calcistiche europee: esce in primissimo piano la società Gazprom, l’azienda di stato con cui Mosca fornisce gas ai Paesi stranieri, a quelli dell’Unione Europea in particolare.

Nello stesso tempo Gazprom però è stata anche un’arma di grande sportwashing del governo russo. Non solo perché sponsorizza da anni lo Schalke 04, squadra di quella Germania tra le maggiori importatrici di gas da Mosca, ma anche da dieci anni è sponsor della Uefa, alla quale ha versato oltre 300 milioni in questo decennio e oggi, dopo il recente rinnovo, è sponsor per tre competizioni: Champions League, le competizioni legate alle nazionali ed Euro 2024. In virtù di questo legame con Gazprom San Pietroburgo, la città di Putin, ha ottenuto la finale di Champions League quest’anno e lo spostamento a Parigi a causa delle tensioni geopolitiche è stato piuttosto problematico.

La pubblicità non è soltanto l’anima del commercio, ma la cattiva coscienza del mondo. L’etica trova un ostacolo insormontabile nell’affarismo imperante a tutti i livelli. La contraddizione, prontamente evidenziata in televisione dal bravo ed acuto giornalista Antonio Padellaro, è clamorosa ed emblematica della difficoltà, al limite dell’impossibilità, di far prevalere i valori fondamentali sugli interessi economici.

Durante la recente vicenda dell’elezione presidenziale per il Quirinale, ho seguito le trasmissioni speciali messe in onda su La sette, canale televisivo che si è specializzato in campo politico, riuscendo, peraltro in modo ammirevole, a coniugare i temi di fondo con le chiacchiere da salotto. Ebbene, mi sono preso la briga di segnare gli annunci pubblicitari trasmessi con sistematica e pelosa cura: ne ho contati un’ottantina provenienti dalle più diverse aziende italiane e straniere. Questa televisione vive sulla pubblicità che riesce a conquistarsi offrendo in contraccambio una audience notevole alla faccia dell’apparente “pallosità” dei palinsesti puntati su argomenti politici. Complimenti, verrebbe da dire.

Fino a che punto questa dipendenza pubblicitaria non influirà sulla obiettività delle trasmissioni sponsorizzate? C’è poco da fare, anche le migliori intenzioni editoriali e giornalistiche finiranno prima o poi per essere condizionate da questo strapotere economico. Persino la televisione dei vescovi, mi riferisco a Tv 2000, deve fare i conti con la pubblicità: per ora siamo solo agli spot in testa o in coda a messe, rosari, liturgie, omelie, etc etc.: non mi stupirei se si arrivasse a interrompere sul più bello la diretta della celebrazione eucaristica, inserendo un messaggio pubblicitario prima dell’omelia, prima dell’elevazione, prima della comunione…

Torno a bomba, vale a dire a Putin e a chi vuole (giustamente) combatterlo usando (velleitariamente) le armi spuntate delle sanzioni: siamo tutti sulla stessa barca e nessuno può essere buttato a mare, perché strettamente e spregiudicatamente legato agli altri. Se Putin cade in acqua trascina con sé parecchia gente. L’Uefa è lì a dimostrarlo, imbarazzata dalle intemperanze etiche dei calciatori ucraini, ma richiamata all’ordine dall’esigenza di quadrare i bilanci, dipendenti anche e soprattutto da Putin e dal suo impero.

Quando mia madre osava ingenuamente revisionare il fascismo, addebitandogli solo gli errori finali dell’alleanza con Hitler e della discesa in guerra al suo fianco, mio padre riportava il male alla radice e quando la radice è malata c’è poco da fare. Ricordo i rari colloqui tra i miei genitori in materia politica: tra mio padre antifascista a livello culturale prima e più che a livello politico e mia madre, donna pragmatica, generosa all’inverosimile, tollerante con tutti. «Al Duce, diceva mia madre con una certa simpatica superficialità, l’à fat anca dil cozi giusti…». «Lasemma stär…», rispondeva mio padre dall’alto del suo antifascismo, lasciandosi andare a sintetizzare la parabola storica di Benito Mussolini con questa colorita immagine: «L’ à pisè cóntra vént…».

Putin è il peggior frutto del regime sovietico: una ignobile combinazione tra comunismo, fascismo e nazismo. Ci tiene in scacco non tanto e non solo perché ha enormi disponibilità di riserve valutarie e commerciali, ma perché gli assomigliamo un po’ tutti e noi occidentali facciamo la parte del bue che dà del cornuto all’asino. Non ci resta che sperare “nelle sue pisciate contro vento”, cercando di non imitarlo penosamente anche in questo.

 

 

Lasciateci piangere in pace

A proposito di informazione mio padre mi raccontava come esistesse un popolano del quartiere Oltretorrente (più provocatore che matto), il quale era solito entrare nelle osterie dell’epoca ed urlare una propaganda contro corrente del tipo: “E’ morto il fascismo! La morte del Duce! Basta con le balle!” Lo stesso popolano che aveva improvvisato un comizio ai piedi del monumento a Filippo Corridoni (ripiegato all’indietro in quanto colpito a morte in battaglia), interpretando provocatoriamente la postura nel senso che Corridoni non volesse vedere i misfatti del fascismo e di Mussolini, suo vecchio compagno di battaglie socialiste ed intervistate: quel semplice uomo del popolo, oltre che avere un coraggio da leone, conosceva la storia ed usava molto bene l’arte della polemica e della satira.  Ci voleva del fegato ad esprimersi in quel modo, in un mondo dove, mi diceva mio padre, non potevi fidarti di nessuno, perché i muri avevano le orecchie. Ricordo che, per sintetizzarmi in poche parole l’aria che tirava durante il fascismo, per delineare con estrema semplicità, ma con altrettanta incisività, il quadro che regnava a livello informativo, mi diceva: se si accendeva la radio “Benito Mussolini ha detto che…”, se si andava al cinema con i filmati luce “il capo del governo ha inaugurato…”, se si leggeva il giornale “il Duce ha dichiarato che…”.

Tutto più o meno così ed è in un certo senso così anche oggi, in forme e modi moderni, ma forse ancor più imponenti e subdoli. Se si vuole fare il lavaggio del cervello alla gente o le si tacciono clamorosamente le notizie o la si investe con una continua, pressapochista e superficiale sarabanda di notizie, dentro la quale non ci si raccapezza e dalla quale si esce confusi nella mente e depressi nell’animo.

Si stavano finalmente abbassando le luci sulla ribalta mediatica del covid, si cominciava appena a respirare ed ecco arrivare il ciclone informativo relativo alla guerra tra Russia ed Ucraina. Sono paradossalmente più preoccupato del petulante vociare sulla situazione internazionale che degli effetti veri e propri della guerra. Siamo stati letteralmente torturati ed allarmati per due anni dalle pseudo-verità più virali del virus ed ora ci apprestiamo a soffrire per un vero e proprio ciarpame informativo relativo a quella che già si comincia a definire come la terza guerra mondiale.

Viviamo dentro un castello mediatico autoreferenziale in cui tutto fa spettacolo, in cui tutto serve per catturare audience e pubblicità, in cui la verità non serve e non interessa a nessuno. Diventa quasi impossibile selezionare le fonti e operare delle scelte sui mezzi d’informazione, tanta è la confusione che regna sovrana.

Mio padre, che la sapeva molto lunga, ironizzava sui comportamenti dei conduttori dei telegiornali, che, alla fine delle corrispondenze dai luoghi terremotati snocciolanti il bilancio delle vittime (morti, feriti, dispersi, senza casa etc.), chiudevano l’argomento più o meno così: “Bene, ora passiamo a parlare di un’altra questione…”. Bene? Si chiedeva sconcertato…Oggi si dovrebbe aggiornare, perché l’intercalare giornalistico è cambiato: “Tot morti, tot feriti, tot macerie…ma adesso andiamo in pubblicità…”.

Sarà più o meno così anche per la guerra scatenata dissennatamente dalla Russia e subita passivamente e omertosamente dal resto del mondo. Abbiamo assistito alla parodia delle schermaglie del dialogo diplomatico, ora va in scena la guerra vera e propria. Su questi discorsi non si farà chiarezza, basterà il fumo tossico di un’informazione pletorica, stucchevole e sostanzialmente complice delle nefandezze perpetrate. Cercherò di difendermi dall’eco mediatica per avere la forza di piangere sui drammi di uomini e donne convinti di assistere al più brutto spettacolo del mondo.

 

La strategia delle mani aperte

Mio padre era estraneo alla mentalità militare, ne rifiutava la rigida disciplina, era allergico a tutte le divise, non sopportava le sfilate, le parate etc., era visceralmente contrario ai conflitti armati.  Quando capitava di ascoltare qualche notizia riguardante provocazioni fra nazioni, incidenti diplomatici, contrasti internazionali era solito commentare: “S’ag fis  Mussolini, al faris n’a guera subita. Al cominciaris subit a bombardar”. 

Era una lezione di politica estera, valida ancor oggi in clima di unilateralismo, di guerra preventiva, di tensioni continue. Cosa direbbe della crisi nei rapporti tra Russia e Ucraina, che stiamo vivendo con ansia mista a distacco, con la superficialità da tifoso di chi guarda una partita di calcio fino a quando non scopre di essere toccato nel vivo e allora…

Non ho idea come reagirebbe mio padre, una cosa la so molto bene: ogni volta che sentiva notizie sullo scoppio di qualche focolaio di guerra auspicava una obiezione di coscienza totalizzante. Mo s’ pól där ch’a gh’sia ancòrra quälchidón ch’a pärla äd fär dil guèri?  Di ritorno dalla toccante visita al sacrario di Redipuglia si illudeva di convertire tutti al pacifismo, portando in quel luogo soprattutto quanti osavano scherzare con nuovi impulsi bellicosi. «A chi gh’à vója ‘d fär dil guéri, bizògnariss portärol a Redipuglia: agh va via la vója sùbbit…». Pensava che ne sarebbero usciti purificati per sempre.

Una cosa è certa: non si illuderebbe di poter risolvere il problema dell’invadenza russa, imponendo pesanti sanzioni: un modo diverso di fare la guerra, senza morti sul terreno militare, ma con vittime in campo economico. Le sanzioni non hanno mai risolto i conflitti. Hanno spesso rafforzato il consenso interno ai dittatori che giocano a fare le vittime. Hanno comportato più danni a chi le impone rispetto a chi le subisce.  Hanno dato la triste illusione di evitare le bombe, facendo una guerra diversa, che sempre guerra rimane e che mette i presupposti per lo scoppio a breve, medio e lungo termine di altri conflitti. Ricordiamoci infatti che dietro le guerre, da che mondo è mondo, ci sono sempre motivazioni squisitamente economiche e commerciali.

Probabilmente mio padre sfodererebbe una delle sue massime, arriverebbe alla sua regola d’oro: “S’a t’ tén il man sarädi a ne t’ cäga in man gnan’ ‘na mòsca”. E qui siamo al punto nodale della diplomazia, che non significa tergiversare intorno ai problemi, giocare al rinvio, scrivere cose inutili e astratte, ma sapere sacrificare qualcosa oggi, scommettendo sulla redditività futura del sacrificio attuale.

Vengo subito al dunque. Sarebbe il caso che l’Occidente si sforzasse di garantire concretamente alla Russia di non avere alcuna intenzione di rovistare tra le macerie dell’ex impero sovietico per cavarne fuori qualche pezzo interessante, abbandonando ogni e qualsiasi mira di un imperialismo equivocamente collocato a metà strada fra attacco e difesa. Questa potrebbe essere la mano unilateralmente aperta prospettata da mio padre, una disponibilità che potrebbe addirittura arrivare a concreti aiuti agli Stati di mezzo senza alcuna pretesa di influenza strategica. Come reagirebbe la Russia? Non si lascerebbe commuovere da questo bel gesto, ma farebbe fatica a giustificare la persistente volontà egemonica retaggio dell’imperialismo sovietico.

Il finto dialogo in atto non parte dalle idee comuni e da obiettivi condivisibili, ma da visuali differenti e apparentemente inconciliabili: questo non è un confronto, è la volontà di mettere le mani avanti in caso di sicuro fallimento. C’è poco da fare, le mani chiuse lasciano presagire più pugni che carezze, le mani in tasca danno l’idea di menefreghismo, mentre avere il coraggio di aprirle comporta qualche rischio immediato, ma lancia segnali distensivi per il futuro. Si tratta di calcoli lungimiranti di cui solo gli statisti più illuminati sono capaci: qualche volta nella storia è successo. Se è vero che in politica estera bisogna stare dalla parte giusta, è altrettanto vero che non si deve avere fretta di incassare, scommettendo sul futuro di pace in cui tutti possono guadagnare. Forse sono soltanto le farneticazioni di un vecchio figlio di tanto padre.

 

 

I giudici delle pulizie

Mia madre, nella sua spiccata semplicità di ragionamento, non riusciva a capacitarsi come la vicenda che portava alla luce tanta sporcizia fosse denominata “mani pulite”. Non coglieva il contrasto tra la realtà e le intenzioni. A trent’anni di distanza da quegli eventi, che segnarono comunque un’epoca, devo ammettere che aveva ragione mia madre: la realtà non è cambiata, anzi forse è peggiorata e le intenzioni sono rimaste tali o addirittura si sono ritorte contro chi le sbandierava troppo.

In quel momento storico ricordo di avere espresso ad un caro amico il mio disorientamento di fronte ad un sistema politico così compromesso con gli affari. Non rimaneva che fare riferimento a due istituzioni che promettevano pulizia e serietà: la Magistratura e la Chiesa. Qualcuno aggiungeva che per rifare una classe dirigente a livello politico sarebbero occorsi trent’anni: questo insegnava la storia.

Ebbene, sono passati trent’anni e siamo ancora senza classe dirigente, nel frattempo la Magistratura ha perso credibilità e referenzialità, la Chiesa si è trovata invischiata in affari sporchi, la corruzione continua a infestare la nostra società, il problema del finanziamento dei partiti è sempre in alto mare tra la velleitaria smania di chiudere i cordoni della borsa pubblica e il rassegnato pragmatismo di ricorrere alle borse private.

Riguardo alla Magistratura il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella dice: “Nella salvaguardia dei principi, irrinunziabili, di autonomia e di indipendenza della Magistratura – uno dei cardini della nostra Costituzione – l’ordinamento giudiziario e il sistema di governo autonomo della Magistratura devono corrispondere alle pressanti esigenze di efficienza e di credibilità, come richiesto a buon titolo dai cittadini. È indispensabile che le riforme annunciate giungano con immediatezza a compimento affinché il Consiglio superiore della Magistratura possa svolgere appieno la funzione che gli è propria, valorizzando le indiscusse alte professionalità su cui la Magistratura può contare, superando logiche di appartenenza che, per dettato costituzionale, devono rimanere estranee all’Ordine giudiziario. Occorre per questo che venga recuperato un profondo rigore. In sede di Consiglio Superiore ho sottolineato, a suo tempo, che indipendenza e autonomia sono principi preziosi e basilari della Costituzione ma che il loro presidio risiede nella coscienza dei cittadini: questo sentimento è fortemente indebolito e va ritrovato con urgenza. I cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia e l’Ordine giudiziario. Neppure devono avvertire timore per il rischio di decisioni arbitrarie o imprevedibili che, in contrasto con la doverosa certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone. Va sempre avvertita la grande delicatezza della necessaria responsabilità che la Repubblica affida ai magistrati. La Magistratura e l’Avvocatura sono chiamate ad assicurare che il processo riformatore si realizzi, facendo recuperare appieno prestigio e credibilità alla funzione giustizia, allineandola agli standard europei”.

Riguardo alla Chiesa papa Francesco afferma: «Nella Croce, Gesù è unito a tanti giovani che hanno perso la fiducia nelle istituzioni politiche perché vedono l’egoismo e la corruzione o che hanno perso la fede nella Chiesa, e persino in Dio, per l’incoerenza di cristiani e di ministri del Vangelo».

Per quanto concerne i partiti il Capo dello Stato osserva: “La qualità stessa e il prestigio della rappresentanza dipendono, in misura non marginale, dalla capacità dei partiti di esprimere ciò che emerge nei diversi ambiti della vita economica e sociale, di favorire la partecipazione, di allenare al confronto. I partiti sono chiamati a rispondere alle domande di apertura che provengono dai cittadini e dalle forze sociali. Senza partiti coinvolgenti, così come senza corpi sociali intermedi, il cittadino si scopre solo e più indifeso. Deve poter far affidamento sulla politica come modalità civile per esprimere le proprie idee e, insieme, la propria appartenenza alla Repubblica”. 

All’inizio dell’operazione mani pulite si pensava che, come nella Bibbia, il popolo avesse bisogno di assegnare potere ai giudici: missione impossibile e sbagliata; che la politica dovesse fare un passo indietro e una cura dimagrante per rigenerarsi: desiderio utopico e fuorviante;  che all’ombra dei campanili e dei palazzi di giustizia potesse nascere una nuova classe dirigente, vaccinata rispetto ai pericoli della corruzione e dell’affarismo: discorso molto delicato e complesso, tutto da costruire pazientemente e laicamente.

Non intendo misconoscere l’importanza di una fase storica in cui emerse drammaticamente la corruzione che pervadeva la vita politica pur ammettendo che l’operazione fu portata avanti con una punta (?) di caccia alle streghe e con metodi giudiziari piuttosto sbrigativi. Resta il fatto che venne dato un colpo importante anche se non decisivo al sistema tangentizio che inquinava economia e politica. Tutti colpevoli, nessun colpevole: era la tesi craxiana. Diversi erano i livelli di responsabilità e di punibilità pur in una notte dove i gatti tendevano ad essere tutti bigi.

È stata fatta pulizia? Si è tolta parecchia sporcizia, ma le radici della corruzione sono rimaste intatte ed hanno alimentato nuove piante e nuove foreste. L’illusione delle scorciatoie si è sciolta in breve tempo e siamo ancora lì con qualche consapevolezza in più, con qualche “sporcaccionata” in meno (?), ma con intatta necessità di vera ed autentica opera di bonifica.

Le mani sono rimaste piuttosto sporche: fisiologico, inevitabile o patologico? Alla politica ed alle sue mani, andando a prestito da Gino Paoli e Ornella Vanoni, potremmo cantare così: “Senza fine, tu sei un attimo senza fine, non hai ieri non hai domani, tutto è ormai nelle tue mani, mani grandi mani senza fine”.

 

Balliamo coi lupi

Sono perfettamente d’accordo col fatto che Vladimir Putin sia il più inaffidabile degli interlocutori, ma non capisco trattare e contemporaneamente dare per scontato che la Russia abbia già deciso di invadere l’Ucraina: non mi sembra il modo migliore per tentare un dialogo, seppure con il massimo realismo e con tutte le cautele del caso.

Non vorrei che succedesse come nella vicenda irachena: Saddam Hussein avrebbe avuto le armi proibite e quindi gli si fece guerra, salvo a distanza di tempo ammettere che le prove delle violazioni erano fasulle. Putin non merita certo fiducia, ma continuare a gridare al lupo, serve solo al lupo stesso.

D’altra parte se il presidente russo è un personaggio squallido anche l’occidente, in quanto a squallore non scherza.  Aggiungiamoci anche la triste realtà degli egoismi occidentali, che minano la forza d’urto in una trattativa paradossalmente fatta solo di parole, non di interessi contrapposti, e tanto meno di strategie internazionali a confronto. Tutto è sanguinosamente evanescente, avvolto nella nebbia guerrafondaia, paralizzato dalla miopia dei forti e dei deboli.

Se devo essere sincero rimpiango la guerra fredda: almeno c’era un minimo di chiarezza pur pagato a prezzi incalcolabili. I prezzi ci sono anche oggi e di chiarezza non esiste nemmeno un barlume. L’impero sovietico non esiste più, rimane solo la velleitaria e testarda volontà di potenza russa. L’occidente è diviso fra la fobia cinese degli Usa, lo stucchevole ombrello della Nato, l’armata Brancaleone europea. A latere il nuovo e possente imperialismo cinese che sta a guardare quanto succede, pronto a sfruttare le occasioni propizie per continuare a comprare il mondo.

Di fronte ad una simile situazione diventa impossibile pensare a una trattativa che possa aprire qualche spiraglio di coesistenza pacifica in uno scenario prebellico così articolato e incancrenito.

E l’Italia? Potrebbe giocare un ruolo che, partendo da una pragmatica difesa di interessi nazionali piuttosto particolari e sfruttando un certo qual rapporto di sopportazione con la Russia, avrebbe qualche possibilità di successo. Ci vorrebbero uno statista alla De Gasperi, un diplomatico alla Moro, un autorevole internazionalista alla Fanfani, il tutto condito in salsa Lapiriana.

Più i giorni passano e più mi accorgo che a Mario Draghi abbiamo consegnato una eccessiva cambiale in bianco. Come ho già detto e scritto, mi aspettavo molto di più. Mio padre direbbe comunque che “ ’na nóza in -t-un sach, la ‘n fa miga ‘d’armor”. Sono d’accordo, ma a volte anche una noce, se collocata nel punto giusto, può essere determinante. Il problema è che l’Italia non ha nemmeno la consistenza diplomatica di una noce. Mi auguro vivamente di  sbagliarmi e che Draghi possa fare almeno egregiamente la sua (e la nostra) parte.

Non resta che sperare come forse, in fin dei conti, nessuna delle parti in causa abbia interesse a far scoppiare una vera e propria guerra e che quindi si possa ripiegare su una tensione continua sempre sul filo del rasoio. In attesa che avvenga qualche miracolo pacifista. I pacifisti, si dice, non concludano un cavolo: sì, perché gli altri cosa concludono?

 

A prestito dal maanchismo

Metropolis/23, Toti: “Con Di Maio dialogo piacevole, potremmo unirci in una Federazione di Centro”. Il leader di Coraggio Italia Giovanni Toti elogia a Metropolis Luigi Di Maio: “Lavora bene con il governo Draghi, sotto traccia, senza cercare visibilità, nell’elezione del presidente della Repubblica è stato un interlocutore affidabile”. Toti si dice pronto a ripensare anche con Di Maio una Federazione di Centro. “Il Movimento sta esplodendo” in mille rivoli – riflette -, è nato sull’indignazione popolare che oggi sta ritornando negli alvei normali della politica più dialogata”.

Il “maanchismo” è un atteggiamento politico colto da Crozza con la sua impareggiabile ironia. Che rappresenterebbe la volontà di dare vita ad un partito universale, buono per tutti e per tutte le stagioni, che non prende mai posizioni forti sugli argomenti. Cerchiobottismo, in sostanza: pensare ai lavoratori ma anche agli imprenditori, ai laici ma anche al Papa, tifare Juve ma anche Roma. Ma che – tifo a parte – può essere anche visto come un modo per cogliere la complessità dei temi, senza necessariamente ridurli e semplificarli a una contrapposizione tra il bianco e il nero. Se si può discutere sull’accezione del maanchismo – ma prevale di gran lunga quella negativa – non ci sono dubbi su chi sia in Italia il massimo esponente di tale “corrente” politica. Parliamo di Walter Veltroni. (così è scritto in un pezzo tratto dall’Unione sarda).

Evidentemente la malattia è contagiosa se ne è rimasto vittima anche Giovanni Toti, un politico col sistema immunitario a pezzi, che sta disperatamente cercando una via d’uscita dal labirinto di centro-destra in cui peraltro ha bazzicato assai. Il fatto che Di Maio possa essere un potenziale interlocutore del fantomatico nuovo “centro” a cui si sta lavorando, la dice lunga sullo snaturamento identitario e politico del M5S, che è sotto gli occhi di tutti, ad eccezione di Marco Travaglio intestardito a difendere l’indifendibile.

Mio padre raccontava di quel tizio che si era sbilanciato nel dire che la minestra era fredda, dopo di che fu costretto a ingoiarla bollente per non smentire se stesso. Mi pare sia grosso modo l’atteggiamento del pur bravo, anzi bravissimo, Travaglio, il quale da tempo si è lanciato spericolatamente in un atteggiamento molto riguardoso verso i pentastellati e verso Giuseppe Conte: non vuole vedere il disastro in cui sono sprofondati per non ammettere di essersi sbagliato o, quanto meno, illuso.

Il velleitario maanchismo totiano, variante impazzita di quello veltroniano di cui sopra, la dice lunga su un’altra cosa: il “centro politico”, se non è guidato da personaggi di altissimo livello culturale e politico (vedi De Gasperi), se non rappresenta lo storico argine alle inaccettabili derive estremiste (vedi la presa d’atto del fattore K del comunismo), finisce con l’essere un mero escamotage tattico, un sito in cui si collocano gli scontenti di destra e sinistra, un modo per sfruttare una rendita di posizione, un pretestuoso moderatismo che nasconde la smodata voglia di potere.

L’ho già detto e scritto: non sono interessato a queste manovre centriste, a questo tatticismo riveduto e scorretto. Ne ho viste troppe di cose sbagliate fatte all’ombra del centrismo. Mi si dirà: meglio un centro moderato e finanche sgangherato piuttosto di una destra populista e di una sinistra parolaia. Non sono d’accordo. Se gli schemi hanno da finire, facciamoli finire a destra, a sinistra e… al centro.

 

 

I dubbi servono anche se non bastano

A volte andare in crisi è la premessa per riuscire a riprendere certi discorsi in modo nuovo e positivo. Dipende dall’entità e dalla vastità delle cose che non vanno, perché, nel caso in cui ci si accorga che (quasi) tutto non funziona, si può essere presi dallo sconforto e non credere più nella ripresa.

Il sistema politico italiano rischia proprio il collasso paralizzante: troppe crisi si intrecciano in una matassa che mette a soqquadro la democrazia. Cominciamo dai partiti. Vivono una crisi nera di idee, valori, strategie e classi dirigenti. Il bagno realistico, a cui sono stati indotti dalla vicenda dell’elezione presidenziale, poteva dar loro una scossa, invece li ha incalliti in un gioco al massacro: sono alla ricerca di identità, ma non hanno la forza e la freddezza di ricominciare daccapo e quindi partono dalla fine, vale a dire dalla disperata ansia di apparire ciò che (non) sono.

Faccio qualche esempio, preso dall’attuale scenario partitico, peraltro già assai precario ed evanescente. La Lega tenta di riprendere il suo feeling federalista con i territori a cui è particolarmente affezionata: intenzione positiva! Ebbene, al mattino si alza autonomista e fa colazione con Zaia, al pomeriggio si sente governista e fa merenda con Giorgetti, alla sera vuole andare a cena con Giorgia Meloni a lume di sovranismo. Non si può fare.

I partitini di mezzo vorrebbero occupare il centro della scena: intenzione velleitaria, ma comunque semplificatoria e rappresentativa del moderatume socio-politico. Ebbene, succede come nell’immaginario paterno, in cui si rideva ironicamente delle ipotetiche fughe con l’amante, con i due che scappano e cominciano a litigare scendendo le scale: della serie la politica e i partiti sono una cosa seria. Il centro appare come una fuga dalla realtà, una brevissima luna di miele, da cui ben presto si deve tornare per fare comunque i conti con i problemi di una società, che non accetta il gioco ostruzionistico di centro-campo, ma pretende azioni d’attacco e tiri in porta.

La destra, patriotticamente titolata “Fratelli d’ Italia”, scopre la bellezza purificatoria del freezer dell’opposizione a tutto. Ebbene, in un mondo fatto di pragmatica gestione della realtà, non c’è spazio per nostalgie nazionalistiche e riverniciature di storie antiche, che possono raggranellare voti, ma che non consentono di arrivare al potere e di esercitarlo.

La sinistra è una e trina: quella dell’antipolitica di grillina memoria, quella dell’inconcludenza perbenista del Pd, quella pseudo-massimalista e gruppettara di Leu e dintorni. Sarebbe in teoria l’unica coalizione con un minimo di senso democratico, ma in pratica risulta un laboratorio continuo da cui non esce alcun prodotto finito.

Se sono in crisi i partiti, principali e insostituibili veicoli della partecipazione democratica, i quali non hanno più niente di tradizionale e storico, ma non hanno altresì nulla di nuovo da offrire, è in crisi anche quel po’ di democrazia diretta consentito dal nostro sistema. Mi riferisco ai referendum, che in passato hanno avuto una funzione a suo modo rivoluzionaria, si pensi a quello sul divorzio, ma che oggi vengono strumentalizzati e inflazionati a monte e stoppati a valle.

Un altro pilastro sempre più gracile della costruzione democratica è rappresentato dai sindacati dei lavoratori e delle imprese: sono in profonda crisi di credibilità e rappresentatività, attraverso di essi non passa più né la protesta né la proposta: sono entità autoreferenziali, che vivono di ricordi gloriosi e di schemi superati. Forse è la crisi più pericolosa, in quanto le forze sociali dovrebbero raccogliere le istanze più immediate della gente, incanalandole verso le istituzioni, fare da cinghia di trasmissione del disagio che invece rimane una mina vagante e inesplosa.

In crisi sono le Istituzioni, causa-effetto delle crisi di cui sopra: il Parlamento, prospetticamente dimezzato nei numeri e politicamente impoverito nella qualità, il Governo commissariato con la scusa dell’emergenza, ma per il vero motivo della incapacità della classe politica a governare il Paese, la Consulta imbalsamata nelle procedure e politicizzata nelle decisioni, la Magistratura incasinata, inefficiente e sconclusionata, le Regioni invadenti e padreternizzate.

Esiste solo il colto, esperto e rassicurante punto di riferimento di Sergio Mattarella, che restituisce equilibrio, obiettività e speranza a livello di sistema. È il caso di andare a prestito da Andrea Chenier: «In cotanta miseria…sol l’occhio vostro esprime umanamente qui un guardo di pietà, ond’io guardato ho a voi si come a un “politico” (angelo mi sembrerebbe troppo). E dissi: ecco la bellezza della “democrazia” (vita sarebbe esagerato)». Purtroppo i pronunciamenti e i comportamenti di Mattarella (rappresentano la coscienza critica del giorno prima e del giorno dopo), sono spesso sovrastati dalla fuffa anti-democratica imperante.

Mio padre raccontava di un suo collega muratore, che mentre lavorava, seguendo i suoi silenziosi pensieri, ripeteva con una certa frequenza un’ermetica esclamazione: “Ma…”. Non aggiungeva altro, lasciando intendere chissà quale angoscia interiore. La padrona di casa, stanca di ascoltare questo strano ritornello osò chiedere conto: «Parché, muradôr, disol sémpor “ma”?». L’interessato, dopo una brevissima pausa, non trovò di meglio che rispondere con un ulteriore e laconico: «Ma…».

Si potrebbe concludere così anche la mia odierna riflessione. Una testarda e sofferta serie di “ma” senza risposta, una serie di pessimistici dubbi senza respiro e apparentemente senza prospettive.  Molti anni or sono, in un confronto televisivo tra l’intelligente e brillante giornalista-conduttore Gianfranco Funari e l’allora segretario del partito popolare Mino Martinazzoli, uomo di grande profondità etica e culturale, il politico, interrogato e messo alle strette, non si fece scrupolo di rispondere in modo piuttosto anticonvenzionale ed assai poco accattivante, ma provocatoriamente affascinante, nel modo seguente (riporto a senso): «Se lei sapesse quante poche certezze ho e da quanti dubbi sono macerato… Nutro perplessità verso chi ostenta troppe certezze». L’esatto contrario dell’attuale cliché che vuole tutti pronti a sputare sentenze su tutto. Forse nelle sagge parole di Martinazzoli c’è un piccolo spiraglio nella notte oscura delle mie elucubrazioni politiche.

 

I nervi scoperti della politica

L’aut aut di Draghi: “Adesso o il Parlamento ci segue o dovrete trovarvi un altro esecutivo”. Il governo va sotto alle Camere. Il premier riferisce al Quirinale, poi chiede un chiarimento ai partiti. Secondo Ilaria Lombardo de La stampa, il rapporto tra i partiti e Mario Draghi si sta sfibrando: lo proverebbe un confronto aspro avuto tra il presidente del Consiglio e i capidelegazione della maggioranza.

In una intervista rilasciata da Massimo Cacciari ad Andrea Malaguti de La stampa, il filosofo afferma: “Questo sistema politico è morto, così i partiti non servono a niente”. C’è qualcosa di irrevocabile nel modo in cui la voce del professor Massimo Cacciari sigilla le parole, sulla coda di 48 ore in cui i brandelli della credibilità politica sono sepolti prima dalla Corte Costituzionale guidata da Giuliano Amato e poi dal nervosismo insolitamente plateale di Mario Draghi. Amato, nel corso di una sorprendente conferenza stampa, spiega promozione e bocciature dei referendum, appellandosi a un Parlamento sempre più inerme perché si sbrighi a legiferare. Dall’altra parte i partiti, a livello parlamentare, dimostrano una crescente insofferenza nei riguardi del governo ultra-decisionista di Mario Draghi.

Non condivido la lettura giornalistica delle recenti decisioni della Corte Costituzionale, viste come una provocatoria spinta al Parlamento: come ho già scritto, ci vedo assai più una subdola copertura di sistema. Tuttavia il vuoto legislativo appare clamoroso e dovrebbe indurre chi di dovere a darsi una mossa.

Draghi non ha la pazienza di Aldo Moro, anche perché non è un politico e, checché se ne dica, non ne coglie i meccanismi e i tempi: è portato quindi a mettere la politica con le spalle al muro, rischiando di buttare il bambino del gioco democratico assieme all’acqua sporca della melina partitica.

Non mi resta che tornare di seguito alle affermazioni di Sergio Mattarella, contenute nel suo discorso di reinsediamento al Quirinale. “La sfida – che si presenta a livello mondiale – per la salvaguardia della democrazia riguarda tutti e anzitutto le istituzioni. Dipenderà, in primo luogo, dalla forza del Parlamento, dalla elevata qualità della attività che vi si svolge, dai necessari adeguamenti procedurali. Vanno tenute unite due esigenze irrinunziabili: rispetto dei percorsi di garanzia democratica e, insieme, tempestività delle decisioni. Per questo è cruciale il ruolo del Parlamento, come luogo della partecipazione. Il luogo dove si costruisce il consenso attorno alle decisioni che si assumono. Il luogo dove la politica riconosce, valorizza e immette nelle istituzioni ciò che di vivo cresce nella società civile. Così come è decisivo il ruolo e lo spazio delle autonomie.

Il pluralismo delle istituzioni, vissuto con spirito di collaborazione – come abbiamo visto nel corso dell’emergenza pandemica – rafforza la democrazia e la società. Non compete a me indicare percorsi riformatori da seguire. Ma dobbiamo sapere che dalle risposte che saranno date a questi temi dipenderà la qualità della nostra democrazia. Quel che appare comunque necessario – nell’indispensabile dialogo collaborativo tra Governo e Parlamento è che – particolarmente sugli atti fondamentali di governo del Paese – il Parlamento sia sempre posto in condizione di poterli esaminare e valutare con tempi adeguati. La forzata compressione dei tempi parlamentari rappresenta un rischio non certo minore di ingiustificate e dannose dilatazioni dei tempi. Appare anche necessario un ricorso ordinato alle diverse fonti normative, rispettoso dei limiti posti dalla Costituzione. La qualità stessa e il prestigio della rappresentanza dipendono, in misura non marginale, dalla capacità dei partiti di esprimere ciò che emerge nei diversi ambiti della vita economica e sociale, di favorire la partecipazione, di allenare al confronto. I partiti sono chiamati a rispondere alle domande di apertura che provengono dai cittadini e dalle forze sociali.

Senza partiti coinvolgenti, così come senza corpi sociali intermedi, il cittadino si scopre solo e più indifeso. Deve poter far affidamento sulla politica come modalità civile per esprimere le proprie idee e, insieme, la propria appartenenza alla Repubblica. Il Parlamento ha davanti a sé un compito di grande importanza perché, attraverso nuove regole, può favorire una stagione di partecipazione. Anche sul piano etico e culturale, è necessario – proprio nel momento della difficoltà – sollecitare quella passione che in tanti modi si esprime nella nostra comunità”.

Se la politica fosse una partita tra governo e parlamento sarei tentato di tifare per Mario Draghi. Siccome però è l’arte del governare, non posso che spezzare una lancia a favore del Parlamento, anche se questo Parlamento non merita troppo rispetto e troppa attenzione.  La migliore sintesi delle esigenze apparentemente contrapposte la fa il Presidente della Repubblica. Lo si ascolti. In questo momento storico è l’unico punto di riferimento: saprà dispensare suggerimenti e consigli molto preziosi. Le intemperanze partitiche, i protagonismi di Giuliano Amato e Mario Draghi lascino il posto all’unico personaggio in grado di coniugare politica, istituzioni e popolo. Il resto è o rischia di essere una rissa.