La Corte amica del Parlamento giaguaro

Non sono un costituzionalista, sono un ammiratore della Costituzione e penso di non sbagliarmi se ritengo che l’istituto del referendum abrogativo sia stato introdotto dai padri costituenti come una sorta di extrema ratio contro l’immobilismo parlamentare. Quando il Parlamento dorme è opportuno che i cittadini suonino la sveglia.

Ho da sempre l’impressione che la Corte Costituzionale, cui spetta la decisione sull’ammissibilità dei referendum richiesti dai cittadini, abbia la preoccupazione di non disturbare più di tanto il sonno parlamentare, funzionando più come avvocato difensore del legislatore che come giudice verificatore del rispetto del dettato costituzionale.  Qualcuno la chiama invasione di campo politica, io la considero “amicizia del giaguaro”.

I cittadini, più o meno spontaneamente, chiedono di abrogare una norma inadeguata, si mobilitano per raccogliere le firme, presentano la domanda e, in molti, troppi casi, se la vedono respinta con argomentazioni arzigogolate al limite del cervellotico. I cavilli giuridici si possono sempre trovare e alla fine servono a lasciare le cose come stanno, togliendo ai cittadini la possibilità di pronunciarsi seppure in modo tranchant.

Non assegno un grande valore al referendum abrogativo, preferirei senz’altro che il Parlamento ascoltasse gli umori popolari e si desse autonomamente una mossa svolgendo al meglio la propria funzione. Ma, come detto, se il legislatore latita, il popolo ha tutto il diritto di alzare la voce senza che qualcuno gli metta la sordina.

Ho il massimo rispetto per i componenti della Corte Costituzionale, ma ciò non mi esime dall’esprimere motivati dubbi e perplessità sulle loro esercitazioni più accademiche che giuridiche. Alla fine della fiera il cittadino ha l’ennesima impressione di essere dribblato e teme che il potere trovi sempre il modo di sgattaiolare fuori dal pressing popolare.

Se devo essere sincero non ho capito perché i referendum sulla cannabis, sull’eutanasia, sulla responsabilità dei giudici siano stati giudicati inammissibili: sono un incompetente, ma dietro ci vedo molta difesa di facciata di certi principi, che rischia di diventare mera conservazione di sistema, mera paura di mettere in discussione lo status quo.

È pur vero che ci sarebbe da discutere anche sulla spontaneità delle iniziative referendarie dietro le quali c’è spesso troppa mobilitazione partitica: i partiti farebbero forse meglio ad impegnarsi in Parlamento piuttosto che cercare consensi promuovendo raccolte di firme su argomenti a presa rapida. La democrazia diretta scantona purtroppo nella pericolosa illusione di risolvere i problemi con l’accetta referendaria, mentre la politica è l’arte della mediazione tra i rappresentanti del popolo. Ciò non toglie che qualche eccezione possa far bene alla regola senza che ci sia chi vuol essere più regolare della regola.

 

Il dito nell’occhio dei disperati

Il referendum sull’eutanasia è inammissibile. Lo ha stabilito la Corte costituzionale che si è riunita in camera di consiglio per discutere sull’ammissibilità della consultazione per l’«Abrogazione parziale dell’articolo 579 del Codice penale (omicidio del consenziente)». In attesa del deposito della sentenza, l’Ufficio comunicazione e stampa fa sapere che la Corte ha ritenuto inammissibile il quesito referendario perché, a seguito dell’abrogazione, ancorché parziale, della norma sull’omicidio del consenziente, cui il quesito mira, non sarebbe preservata la tutela minima costituzionalmente necessaria della vita umana, in generale, e con particolare riferimento alle persone deboli e vulnerabili. La sentenza sarà depositata nei prossimi giorni.

Tra le tante reazioni di segno negativo e positivo scelgo quella prudente del costituzionalista Alfonso Celotto, oggi avvocato di +Europa (un partito politico italiano di orientamento europeista e liberale, nato dalla fusione fra i Radicali Italiani e il movimento Forza Europa, che si è presentato con una propria lista elettorale alle elezioni politiche italiane del 2018), che premette: «Era un quesito complesso». Poi dice: «Ci abbiamo sperato perché l’Italia, in una società che cambia, ha bisogno di una regolazione della eutanasia. Ma per capire bene le ragioni per cui la Corte non ha ritenuto ammissibile il referendum dobbiamo attendere le motivazioni».

Io non attendo le motivazioni e azzardo un mio giudizio: è uno schifo! Possibile che per un problema così delicato, che tocca nel vivo persone disperatamente “condannate” a vivere, non si riesca a trovare una soluzione ragionevole, che consenta di mettere fine alle sofferenze di chi non ce la fa più a sopportarle. Il Parlamento da anni si nasconde dietro questioni di principio e non trova il bandolo della matassa per riformare una legislazione vecchia, antiquata e disumana. La magistratura, a cui vengono sottoposti i casi concreti, ricorre alla Consulta per avere lumi sul come giudicare questioni così sensibili e imbarazzanti. La Corte Costituzionale invita ripetutamente il Parlamento a compiere il suo compito di legiferare, mettendo un minimo di ordine in un quadro normativo a dir poco paradossale. Il Parlamento non ha il coraggio di affrontare la situazione è così la patata bollente va nelle mani dei cittadini, che usano lo strumento del referendum abrogativo per smuovere quanto meno le acque. A quel punto la Consulta non ammette il referendum, ritenendo il quesito referendario troppo semplicistico e poco garantista e tutto ritorna daccapo, in un macabro ping-pong sulla pelle di chi aspetta angosciosamente di poter finalmente disporre della propria vita, non per sciuparla, ma per interromperla laddove non è più tale.

Non siamo un Paese civile: ci nascondiamo dietro i principi e ci voltiamo dall’altra parte. È una vergogna. Non capisco nemmeno l’intransigenza cattolica. Non riesco a capacitarmi del fatto che il Padre Eterno non comprenderebbe i drammi a monte e a valle della decisione di morire, sarebbe inesorabile nel cacciare dalla sua Chiesa chi osa interrompere la propria vita e chi lo aiuta in questa drammatica decisione. Ci viene trasmessa l’idea di un Dio che giudica gli uomini con un cronometro in una mano ed un’enciclopedia medica nell’altra. Indro Montanelli le chiamava “beghe di frati”.

Proviamo a ripensare al dramma di Piergiorgio Welby e di sua moglie Mina. Pensate, dopo anni di sofferenze indicibili, un uomo decide di smettere di vegetare e intende morire delicatamente: non si può fare perché i politici leccapreti di comodo non vogliono ed intendono assecondare il dogmatismo cattolico per guadagnarsi qualche sporco voto clericale. Nemmeno la consolazione del funerale religioso, concesso peraltro ai più grandi delinquenti politici e mafiosi.

Non sono interessato a leggere le sofisticate motivazioni alla base della decisione della Consulta, sono solo portato a immedesimarmi nel dramma di tante persone che chiedono una mano, badate bene, non per vivere meglio, ma addirittura per morire in pace. E noi non gliela allunghiamo. Vergogna!

 

 

 

 

Al centro della disattenzione

Ci risiamo con questo centrismo del cavolo, che non si capisce cosa sia e dove stia. Ne ho fatto il pieno durante la mia militanza politica nella Democrazia Cristiana, consolato dalla visione degasperiana di un centro moderato che guarda però a sinistra. Oggi la scena politica è cambiata, vedo soltanto estremismo di destra, sarebbe meglio dire populismo e sovranismo, mentre la sinistra, sarebbe meglio dire il PD, è forse già anche troppo moderata e quindi centrista.

Secondo il Dizionario di Politica di Norberto Bobbio, Nicola Matteucci e Gianfranco Pasquino, il centrismo “indica, secondo la tradizionale visione geometrica della politica, […] la posizione intermedia per antonomasia”. “Non vi è dubbio che il centrismo corrisponde al moderatismo, ma mentre per i centristi “in medio stat virtus”, per gli oppositori esterni centrismo è sinonimo di indecisione, di immobilismo, di opportunismo e così via”.

Personalmente non sono in cerca del centro, ma di una sinistra veramente tale, ecco perché guardo con scarso interesse al limite dello scetticismo alle manovre in corso per il fantomatico partito dei centristi. Italia viva (il partitino di Renzi), Coraggio Italia (il partitino dei forzisti pentiti), gli altri cespuglietti più o meno anacronisticamente nostalgici della DC cercano l’ago centrista nel pagliaio della incasinata politica italiana. Come scrive Niccolò Carratelli su La stampa, una parte importante la potrebbe giocare Pierferdinando Casini. “Da aspirante presidente della Repubblica a possibile federatore dei centristi italiani. Pierferdinando Casini si muove, come d’abitudine, sottotraccia. Ieri è stato a pranzo ad Arcore da Silvio Berlusconi: «Un incontro affettuoso e di connotazione umana, più che politica – assicura l’ex presidente della Camera – non abbiamo parlato dell’attualità politica, solo degli scenari internazionali». Sarà, ma tra gli ex democristiani in Parlamento c’è chi racconta che l’ex leader Udc stia seguendo con interesse i “lavori in corso” al centro: «Lui pensa di mandare avanti gli altri, come Renzi e Toti, vedere come si sviluppa il progetto e poi entrare al momento giusto», spiega un deputato amico”.

Mettiamoci anche la manina di Berlusconi e la frittata è fatta. Con un padrino come lui e una eminenza grigia come quella di Casini siamo sicuri che la manovra avrà i crismi della pura e opportunistica ricerca del potere. Una DC più riveduta e scorretta di così…

Mi stupisco un po’ di Matteo Renzi: quando si tratta di fare mosse tattiche ha una certa lucidità, ma, quando il livello si alza e diventa strategico, ci casca l’asino. Capisco l’ansia di liberarsi definitivamente delle scorie della mentalità comunista assai dure a morire, capisco il tentativo di modernizzare la politica sganciandola dagli schemi rigidi dei tempi passati, capisco l‘intenzione di recuperare i valori di quel cattolicesimo democratico che fatica molto a trovare il giusto riscontro nel partito democratico, capisco persino le ambizioni personali dell’uomo, ma se Renzi si scioglie nell’ipotizzabile contenitore centrista temo che farà una brutta fine: fin qui niente di drammatico (se piace a lui…), ma il problema riguarda l’ulteriore  falsa piega che prenderebbe il panorama politico italiano.

Ho ascoltato una lettura di parte grillina della recentissima vicenda parlamentare finalizzata all’elezione del presidente della Repubblica. I pentastellati si vantano di avere stoppato manovre e candidature negative, riferendosi soprattutto a quella di Casini e a quella di Amato. Non hanno tutti i torti. Glielo concedo. Non ritorno su Giuliano Amato, che vedo molto meglio alla breve presidenza della Corte Costituzionale. Quanto a Casini, se la sua salita al Colle voleva essere una premessa istituzionale alla manovra centrista, un motivo in più per stopparlo e buttarsi nelle braccia di Mattarella. Mi sento di applicare ai grillini il famoso detto parmigiano: “Anca i mat i gan la sò virtù”.

A parte le mattate più o meno positive dei pentastellati, tornando alla bombetta del centrismo all’italiana, ricordo come questo discorso spunti sempre nei momenti di maggiore incertezza politica, come una improbabile e illusoria bussola equilibratrice dei contrasti e dei conflitti.

Il benaltrismo è un espediente retorico che consiste nell’eludere un tema o un problema posto in una discussione, adducendo semplicemente l’esistenza di altre problematiche più impellenti o più generali, spesso senza chiarirle specificamente.  Ciononostante non esito ad affermare che alla politica italiana occorre “ben altro” che un ricorso pragmatico e tattico al centrismo.

 

 

 

La Pira per i condannati alla pace

Alla triste vigilia della guerra del Golfo, vale a dire agli inizi del 1991, durante una trasmissione sportiva in televisione, la conduttrice Alba Parietti, bellissima donna e a quel tempo incantatrice di calciodipendenti, a commento di una notizia flash sulle trattative per evitare in extremis la guerra, notizia che riportava la richiesta di aiuto a Dio da parte dell’allora segretario generale dell’Onu, ormai deluso e scoraggiato dalle umane diplomazie incrociate, con atteggiamento a metà tra lo scettico e lo sprezzante, ha sciorinato, in tono aggressivo, questa battuta: “Se Dio c’è, è il momento di dimostrarlo”.

A distanza di trent’anni siamo ad un passo da un’altra guerra. É in atto l’ultima mediazione per l’Ucraina: il cancelliere tedesco Olaf Scholz sta provando ad evitare l’attacco russo, incontrando prima il presidente ucraino Zelenskij per strappare concessioni importanti da presentare poi a Putin. Si tratta forse dell’ultimo tentativo di scongiurare una guerra alle porte dell’Europa all’insegna della strategia della Casa Bianca, condivisa dal resto dell’Occidente, consistente in “deterrenza e diplomazia”. Mi auguro che Sholz, al termine di questi delicatissimi incontri, non si presenti al mondo in ansia con una semplice richiesta di aiuto a Dio: non si possono infatti portare avanti per secoli politiche di guerra per poi appellarsi alla bontà divina al fine di ottenere miracoli di pace.

Solo Giorgio La Pira aveva le carte in regola per dialogare apertamente col Padre Eterno, non per estraniarsi dagli irriducibili venti di guerra, ma per pregare contemporaneamente ad iniziative di dialogo con i potenti della terra: incontrava i leader dell’Unione Sovietica, ma si faceva accompagnare dalle impetrazioni delle monache di clausura. Otteneva risultati?  Non so, è impossibile da valutare. Certamente era l’approccio giusto. La diplomazia intesa come dialogo ad oltranza col potenziale nemico/amico con l’aiuto di un Dio, che ci vuole così, dialoganti nonostante tutto.

Sicuramente il Padre Eterno non ha bisogno di vedere accreditato il proprio ruolo da una pur affascinante donna di successo, la cui presunzione peraltro poteva arrivare fino al punto di lanciare un ultimatum a Dio richiamandolo alle proprie responsabilità. Povera Alba e poveri tutti noi che ci meritiamo le guerre che costruiamo giorno dopo giorno.

Sicuramente Dio sarà disposto ad ascoltare le preghiere delle umili vecchiette, che si rivolgono a Lui magari senza sapere chi sono Putin e Zelenshij, invocazioni molto più efficaci della pur utile diplomazia internazionale.

“Sono preoccupanti le notizie che arrivano dall’Ucraina, affido la situazione all’intercessione della Vergine Maria e alla coscienza dei responsabili politici affinché sia fatto ogni sforzo per la pace. Preghiamo in silenzio”. Francesco, al termine dell’Angelus domenicale, è tornato sulla crisi in atto nel Paese dell’Est Europa per mostrare i suoi timori su una vertenza internazionale che sembra sempre più volgere al peggio.

Non so cosa stia attualmente facendo Alba Parietti, così bella nonostante gli anni che passano: le auguro di cambiare atteggiamento, di indossare i panni dell’umiltà e di pregare assieme alle vecchiette assai più rugose ma credenti di lei. Papa Francesco ha chiesto preghiere silenziose e si è appellato alla coscienza dei potenti (?), lasciando intendere che la vera potenza viene da Dio e consiste nel pretendere l’amore fra gli uomini.

Aldo Moro durante la sua prigionia pregava Giorgio La Pira e invitava sua moglie a fare altrettanto: quando ho letto ciò mi sono commosso fino alle lacrime. La vera politica si affida a Dio. A noi spetta fare di tutto per la giustizia e la pace, senza pretendere che Dio sia il nostro sostituto.

 

Le insulsaggini pubbliche e le furbizie private

“Niente ristori alle famiglie dei medici morti di Covid, gli anestesisti: “Ci hanno chiamato eroi, erano solo parole”. Antonino Giarratano, presidente della Siaarti: «Ci sono Regioni che stanno utilizzando i fondi del Pnrr solo su base politica, senza coinvolgere operatori sanitari e società scientifiche»

«Siamo stati chiamati eroi, ma il no ai ristori per le famiglie dei medici morti per Covid e quello che sta succedendo con i fondi del Pnrr sono chiari segnali di una gratitudine solo a parole. Sono brutti segnali del fatto che presto non saremo più considerati».

Con una punta di amarezza, Antonino Giarratano, presidente della Siaarti, la società italiana di anestesia, analgesia, rianimazione e terapia intensiva, commenta all’Adnkronos Salute la bocciatura, in Senato, del subemendamento che prevedeva i ristori per le famiglie dei medici che hanno perso la vita durante la pandemia. Giarratano pone anche la questione del Pnrr in sanità. «Sta viaggiando, a seconda delle Regioni, con 20 modalità diverse di spesa per migliorare la medicina territoriale, la dotazione tecnologica, la formazione. Non c’è uniformità né controlli, ma soprattutto ci sono Regioni che stanno utilizzando i fondi del Pnrr solo su base politica, senza coinvolgere operatori sanitari e società scientifiche, ma nemmeno i tecnici. Così si rischia di bruciare questa mole di risorse mai vista e di allargare il divario fra le regioni, e di trovarsi alla prossima pandemia con un sistema sanitario non adeguato perché noi medici non abbiamo un ruolo nelle scelte del Pnrr. E saranno sempre le stesse figure professionali a pagare»”

“Insulso” è colui che irrita o delude per la banalità e la sciocchezza. Non so trovare altro aggettivo per definire il comportamento dei pubblici poteri che sembra studiato appositamente non tanto per danneggiare ma per irritare e deludere. Avviene quasi sempre, oserei dire immancabilmente, per quanto concerne l’atteggiamento nei confronti delle vittime di eventi tragici, alle quali dovrebbe spettare di diritto un trattamento agevolato e un sostegno da parte di chi governa: è questione di incompetenza legislativa, di imperdonabile trascuratezza, di menefreghismo burocratico, di insensibilità amministrativa. Bene ha fatto il presidente degli anestesisti a denunciare questa clamorosa contraddizione e a mettere le mani avanti per quanto riguarda l’utilizzo dei fondi Pnrr a favore della sanità.

Non solo negli anni passati si è scriteriatamente tagliato il bilancio della sanità, scelta che si è rivelata un clamoroso boomerang in tempo di pandemia, non solo non si è fatto niente durante la pandemia al di là dei retorici e stucchevoli panegirici degli operatori sanitari, massacrati forse più dalle insufficienze del sistema sanitario che dal virus, non solo si fa una confusione pazzesca tra le competenze del governo centrale e quelle delle Regioni, non solo le Regioni giocano a fare le prime della classe a scapito di un comportamento chiaro ed omogeneo verso tutti i cittadini, ora si specula sui ristori e si programma a tavolino.

È pur vero che la gracilità del bilancio sanitario dipende in gran parte dalla carenza di fondi dovuti alla colossale evasione fiscale che ci squalifica ed è vero che gli sprechi sono all’ordine del giorno anche nel settore sanitario.  Al riguardo rammento quanto mi diceva un amico medico che aveva lavorato in strutture pubbliche e private: «Nelle case di cura private ho visto riciclare le garze, negli ospedali pubblici ho visto medici e infermieri pulirsi le scarpe con pacchetti di garze».  Gli sprechi finiscono oltre tutto per giustificare l’evasione fiscale innescando il meccanismo perverso del gatto che si morde la coda.

Si sperava e si spera che la lotta al covid potesse e possa rappresentare una discontinuità rispetto ai meccanismi suddetti. Finora sembrerebbe di no. Quando c’è stata la necessità di prendere decisioni dolorose e impopolari la politica si è nascosta dietro la scienza e la tecnica, in una vergognosa gara allo scaricabarile. Ora che si profila all’orizzonte una grande torta finanziaria da spartire, la politica rischia di prescindere dalla scienza e dalle competenze professionali per ripiegare sui soliti meccanismi che gridano vendetta.

Se dietro l’angolo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza ci sono in agguato le truffe mafiose, davanti al piano stesso c’è il rischio di scelte pressapochiste, clientelari, opportunistiche e improvvisate. Che l’accortezza, la professionalità, la competenza e l’esperienza di Mario Draghi fungano da antidoto a questi mali. In fin dei conti è a Palazzo Chigi proprio per questo e speriamo che se lo ricordi e che soprattutto riesca nell’impresa titanica di voltare pagina.

 

La morte marginale

Non c’è giorno in cui non si registri una morte sul lavoro e più di trecento morti per covid. E chi se ne frega verrebbe spontaneo osservare, guardando alla disinvoltura con cui governanti e media riportano e (non) commentano queste notizie. Mantengo la promessa e parto dall’unico personaggio delle Istituzioni che ha il coraggio di tenere gli occhi della politica sfoderati rispetto alle fette di prosciutto della convenienza: parto dalle sue litanie sulla dignità.

“La pari dignità sociale è un caposaldo di uno sviluppo giusto ed effettivo. Le diseguaglianze non sono il prezzo da pagare alla crescita. Sono piuttosto il freno di ogni prospettiva di crescita. Nostro compito – come prescrive la Costituzione – è rimuovere gli ostacoli. Accanto alla dimensione sociale della dignità, c’è un suo significato etico e culturale che riguarda il valore delle persone e chiama in causa l’intera società. La dignità. Dignità è azzerare le morti sul lavoro, che feriscono la società e la coscienza di ciascuno di noi. Perché la sicurezza del lavoro, di ogni lavoratore, riguarda il valore che attribuiamo alla vita”. 

Prima delle litanie, in apertura del suo discorso alle Camere, Mattarella aveva affermato. “Non possiamo permetterci ritardi, né incertezze. La lotta contro il virus non è conclusa, la campagna di vaccinazione ha molto ridotto i rischi ma non ci sono consentite disattenzioni”. 

Ebbene purtroppo la vita della nostra società è basata sulle diseguaglianze, sulla loro supina accettazione: tutti i problemi e le emergenze si scaricano sulle spalle dei più deboli. Il treno della morte sociale si ferma alla stazione di chi non ha lavoro, quello della morte fisica alla stazione di chi lavora senza protezione e di chi non viene curato in modo tempestivo ed appropriato.  Fin che la politica non si accorgerà di queste contraddizioni sistemiche e si eserciterà su formule e schemi di potere, continueremo a porre le premesse per una vita senza dignità. Ogni persona deve trovarla in se stessa e non certo aspettarla da chi governa e da chi descrive la realtà.

Vado volentieri a prestito da Chiara Saraceno che sulle colonne de La stampa analizza “i buchi” del nostro sistema sanitario alla luce dei disastrosi effetti causati dal covid.

“Vi è un dato che persiste a rimanere alto, anzi altissimo: quello dei morti, che si aggira stabilmente attorno ai 400 al giorno, con una media grosso modo di 2400-2500 a settimana. Una cifra enorme, molto più alta, oggi come all’inizio della pandemia, della maggior parte dei Paesi europei con cui amiamo confrontarci e che dovrebbe non solo indurci a essere più cauti nell’allentare restrizioni e controlli e nel dichiarare il “liberi tutti”, ma anche imporre una riflessione (auto) critica su ciò che non va nel sistema di cure. Oggi, come lo scorso anno e l’anno prima, il covid 19 provoca molti più morti in Italia che, ad esempio, in Germania, Francia, Spagna, Inghilterra”.

Dal momento che in Italia è molto alta la percentuale dei soggetti vaccinati, c’è, come si suole dire, qualcosa che tocca. Chiara Saraceno prosegue: “L’attenzione è tutta sulle terapie intensive e più in generale sugli ospedali e sulla loro tenuta, laddove i servizi sanitari di prossimità sono ancora per lo più da venire, nonostante la loro mancanza sia stata denunciata già durante la prima ondata come una delle cause dell’elevata mortalità per covid 19 in Italia, rispetto a Paesi con più consolidato sistema di sanità territoriale. Non solo, a differenza di due anni fa e dell’anno scorso, quando il numero dei morti era giustamente quello su cui più si insisteva per rappresentare la gravità della situazione, oggi viene presentato quasi come una nota a margine di una narrativa tutta positiva, perdendo tutta la sua drammaticità sul piano comunicativo e del discorso pubblico. Come se i morti, e il loro alto numero, fossero delle vittime accidentali di un processo altrimenti positivo, non la testimonianza sia del fatto che la pandemia è lungi dall’aver abbandonato la sua presa, anzi si è concentrata sulle situazioni più vulnerabili non solo a livello biografico, ma per deficit di cure adeguate, sia, appunto, che qualche cosa non funzione nel sistema di cura”.

E chi ci governa a livello centrale e periferico? Continua a oscillare colpevolmente fra i messaggi cautelari e le forzature aperturistiche, senza concretizzare uno straccio di intervento veramente significativo per il potenziamento a breve delle strutture sanitarie. In due anni non si è fatto niente a tale riguardo. Si poteva e doveva fare qualcosa di immediato oltre che scaricare tutte le colpe possibili e immaginabili sui no vax. Fa ironico ribrezzo l’enfasi con cui viene prospettata e vissuta la liberazione dalle mascherine all’aperto se confrontata con la rassegnata accettazione delle centinaia di morti giornaliere: l’importante è che la macchina circense vada avanti, il resto è solo un fastidioso inciampo.

Conclude Chiara Saraceno: “Accanto alla campagna vaccinale, alle restrizioni e ai controlli, avrebbe dovuto esserci un intervento sistematico di rafforzamento della medicina di base e territoriale. Se ne parla nel Pnrr come obiettivo futuro, ma avrebbe dovuto essere al centro del contrasto alla pandemia in parallelo alla campagna vaccinale. Che non sia avvenuto, lo paghiamo con il sovrappiù di morti rispetto ad altri Paesi e il dolore delle loro famiglie. Sarebbe opportuno evitare, almeno, per decenza, di sottovalutarle e ridurle a fenomeno secondario”.

Il governo Draghi è deludentissimo su questo piano: se il buongiorno del Pnrr si vede dal mattino di un anno di inerzia, stiamo freschi. Nell’ultima conferenza stampa Mario Draghi ha escluso categoricamente un suo futuro impegno politico. Ne prendo atto con soddisfazione. Manca un anno al termine del suo attuale governo. Giustamente lo sta affrancando dai condizionamenti dei partiti, ritenendoli incapaci di proposte serie e costruttive. Ma lui è e sarà capace di battere qualche colpo efficace per salvare vite umane al di là dell’avvolgente e ansiogena campagna di vaccinazione e prima di addentrarsi nel ginepraio dei fondi europei? Mi aspettavo molto di più anche se non è mai troppo tardi. Le manganellate agli studenti, i compromessoni all’italiana sulla giustizia, le contraddizioni nella politica scolastica, l’inerzia sul terreno sanitario, non lasciano molto spazio alla speranza. Oso dare un generico consiglio a Mario Draghi (chi sono io per fare una simile cosa!): legga e rilegga il discorso di Mattarella e trovi in esso gli spunti per dare “dignità” all’azione del suo governo, abbandoni ogni e qualsiasi presunzione di bravura, non giochi di rendita sulla sua credibilità, abbia il coraggio di mettersi in discussione, di smuovere le acque. È andato a Palazzo Chigi per affrontare il presente, non per riscuotere gli applausi conquistati nel passato e nemmeno per parlare solo di futuro.

Le “patajate” parallele

All’indomani del discorso di insediamento di Sergio Mattarella mi sono ripromesso di metterne il testo sulla scrivania e/o sul comodino per consultarlo prima di parlare, pensare e scrivere di politica. Sto cercando di mantenere il proposito ed eccone un’occasione propizia: lo scontro-rissa tra Matteo Renzi e i giudici. Riprendo di seguito quanto detto, assertivamente e criticamente, da Mattarella in ordine alla Magistratura.

“Nell’inviare un saluto alle nostre Magistrature – elemento fondamentale del sistema costituzionale e della vita della nostra società –mi preme sottolineare che un profondo processo riformatore deve interessare anche il versante della giustizia. Per troppo tempo è divenuta un terreno di scontro che ha sovente fatto perdere di vista gli interessi della collettività.

Nella salvaguardia dei principi, irrinunziabili, di autonomia e di indipendenza della Magistratura – uno dei cardini della nostra Costituzione – l’ordinamento giudiziario e il sistema di governo autonomo della Magistratura devono corrispondere alle pressanti esigenze di efficienza e di credibilità, come richiesto a buon titolo dai cittadini. È indispensabile che le riforme annunciate giungano con immediatezza a compimento affinché il Consiglio superiore della Magistratura possa svolgere appieno la funzione che gli è propria, valorizzando le indiscusse alte professionalità su cui la Magistratura può contare, superando logiche di appartenenza che, per dettato costituzionale, devono rimanere estranee all’Ordine giudiziario. Occorre per questo che venga recuperato un profondo rigore. In sede di Consiglio Superiore ho sottolineato, a suo tempo, che indipendenza e autonomia sono principi preziosi e basilari della Costituzione ma che il loro presidio risiede nella coscienza dei cittadini: questo sentimento è fortemente indebolito e va ritrovato con urgenza.

I cittadini devono poter nutrire convintamente fiducia e non diffidenza verso la giustizia e l’Ordine giudiziario. Neppure devono avvertire timore per il rischio di decisioni arbitrarie o imprevedibili che, in contrasto con la doverosa certezza del diritto, incidono sulla vita delle persone. Va sempre avvertita la grande delicatezza della necessaria responsabilità che la Repubblica affida ai magistrati. La Magistratura e l’Avvocatura sono chiamate ad assicurare che il processo riformatore si realizzi, facendo recuperare appieno prestigio e credibilità alla funzione giustizia, allineandola agli standard europei”.

I giudici lavano i loro panni sporchi in casa, vale a dire nel Consiglio Superiore della Magistratura: ciò, se da una parte è garanzia di autonomia e indipendenza della Magistratura, dall’altra crea non pochi sospetti sulla imparzialità delle procedure per la selezione, la carriera, la gestione e il controllo dei giudici. Occorre quindi che l’organo di autogoverno risponda a regole molto rigorose a partire dalla sua composizione.

Non è così! Correntismo, corporativismo e politicizzazione rappresentano i tarli di una giustizia molto screditata e poco credibile. Ci sono stati e ci sono giudici impegnati fino al punto da mettere a repentaglio la propria vita e ciò fa suonare ancor più l’allarme per i giudici che non si impegnano, si lasciano distrarre da tentazioni politiche e tengono comportamenti inaccettabili sul piano etico e professionale.

Se ci si sforza di oggettivizzare e sistematizzare l’attacco renziano, non possiamo che concordare con le sue scioccanti critiche: parzialità, accanimenti, interferenze e pressapochismi sono abbastanza evidenti. Matteo Renzi però sta usando un suo caso personale per sferrare un attacco alla magistratura, approfittando della sua posizione politica per difendersi da essa. Ai presunti, anche se molto probabili, colpi ricevuti sotto la cintura, egli risponde con pugni direttamente indirizzati al basso ventre dei procuratori che l’hanno rinviato a giudizio.

Il discorso del finanziamento della politica è molto delicato ed è difficilissimo coglierne le illiceità; il confine tra partiti politici e fondazioni ad esse collegate è altrettanto labile; la conflittualità fra interessi privati e pubblici è un autentico ginepraio in cui la legislazione ha preferito non avventurarsi più di tanto. Sembra che le procure della Repubblica, una volta individuato, più o meno correttamente e sbrigativamente, un terreno di possibili spregiudicatezze ed illegalità, entrino a gamba tesissima, rischiando addirittura di sparare nel mucchio, forse addirittura con un cannone contro un moscerino.

Se però tutti i cittadini, che si sentono in qualche modo lesi nei loro diritti, sparassero a zero come sta facendo Matteo Renzi, il Paese diventerebbe una bolgia molto più di quanto non lo sia già.  Non ritengo che la miglior difesa dalle denunce dei giudici sia l’attacco agli stessi. La tentazione di difendersi non tanto nel processo ma dal processo, di cui è stato portatore Silvio Berlusconi, sta facendo scuola e creando non pochi danni nei rapporti tra Magistratura e politica, con ripercussioni su tutti i cittadini.

Ciò non toglie che i macigni di una giustizia ingiusta siano presenti ed ostacolino il cammino della nostra democrazia. Appare con chiarezza la rabbia renziana che può essere comprensibile, ma comunque inaccettabile, oltre tutto essa non serve a creare per lui un clima di rigoroso accertamento della verità e per il Paese i presupposti politici per una riforma urgente e puntuale dell’ordinamento giudiziario.

Separazione delle carriere fra magistratura requirente e giudicante, netta e irreversibile distinzione tra funzione giudiziaria e politica, responsabilità dei magistrati nell’esercizio delle loro funzioni, snellimento dei tempi della giustizia civile e penale: sono alcuni punti irrinunciabili per un miglioramento sostanziale.

Il giusto modo per tirare sassi in piccionaia è quello, per correttezza ed autorevolezza, adottato da Sergio Mattarella. Mentre a Matteo Renzi riconosco indubbio fiuto politico, non riesco a capire la sua strategia politica (ammesso che esista al di là del mantenimento dell’accensione delle luci della ribalta) ed a perdonargli certi comportamenti e sfoghi da osteria (che possono anche suscitare epidermica simpatia, ma non convinta adesione).

I sassi lanciati da Renzi rischiano di trasformarsi in veri e propri boomerang per lui e per tutti. Detta in modo più plastico con un modo di dire parmigiano: l’eventuale “patàja sporca” dei politici non si pulisce gridando all’eventuale “patàja sporca” dei giudici e viceversa.

 

 

Il manganello mai e poi mai

Lamorgese e gli studenti picchiati in piazza a Torino: “Gli anarchici volevano lo scontro fisico”. La titolare del Viminale in Parlamento: fatti gravi, con i giovani serve confronto ma ho fiducia nelle forze dell’ordine. Autonomi e antagonisti cercavano lo scontro con la polizia; in mezzo ci sono rimasti gli studenti innocenti. È questa la verità della ministra dell’Interno, Luciana Lamorgese, che ieri ha risposto al Parlamento sugli incidenti del 23 e 28 gennaio. C’è infatti un filo rosso, nella ricostruzione della ministra, che lega Roma a Torino, a Napoli, a Milano: dietro le quinte ci sarebbe una regia ad opera dei centri sociali, che poi al momento giusto si sono tirati da parte, e nel mezzo a prendersi le manganellate ci sono rimasti gli studenti dei licei.

Così Francesco Grignetti su La stampa sintetizza la versione del Viminale in ordine agli scontri avvenuti in piazza durante le recenti manifestazioni studentesche. Aspettavo e mi illudevo che qualcosa fosse cambiato nell’approccio governativo alla piazza: niente di nuovo sotto il sole. Ammetto che la gestione dell’ordine pubblico non sia facile. So benissimo che gli estremisti si inseriscono nelle manifestazioni con l’intento provocatorio di creare disordini. Capisco l’imbarazzo della ministra: proprio nei giorni in cui il presidente Mattarella pronunciava parole sacrosante (è doveroso ascoltare la voce degli studenti, che avvertono tutte le difficoltà del loro domani e cercano di esprimere esigenze, domande volte a superare squilibri e contraddizioni) la polizia manganellava a tutto spiano gli studenti. Sono stato giovane studente anch’io e so come spesso la protesta parta da questioni marginali o comunque secondarie (la seconda prova scritta degli esami) per nascondere il vero e profondo disagio e l’insoddisfazione verso il sistema scolastico.

Nel caso attuale c’era di mezzo anche la gravissima morte di un giovane impegnato in un’esperienza di scuola-lavoro. Sempre Mattarella al riguardo ha detto: “Dignità è azzerare le morti sul lavoro, che feriscono la società e la coscienza di ciascuno di noi. Perché la sicurezza del lavoro, di ogni lavoratore, riguarda il valore che attribuiamo alla vita. Mai più tragedie come quella del giovane Lorenzo Parelli, entrato in fabbrica per un progetto scuola-lavoro. Quasi ogni giorno veniamo richiamati drammaticamente a questo primario dovere della nostra società”.

Non posso comunque accettare le manganellate della polizia: non può essere questa la risposta e credo che Mattarella, fra i tanti, abbia voluto bacchettare anche la ministra Lamorgese. Ricordo ancora oggi con grande commozione quando, dopo la sofferta decisione di interrompere il lavoro per continuare gli studi a livello universitario, ebbi la possibilità di usufruire del presalario, una agevolazione che la rivolta studentesca aveva ottenuto fosse allargata nella sua applicazione temporale e sociale: piansi di gratitudine verso i colleghi che avevano lottato anche per me. Eravamo nel sessantotto.

La protesta non è inutile e tanto meno dannosa: è un fatto di crescita, che non deve essere esorcizzato con interventi repressivi. Ai giovani però mi permetto di consigliare un bagno di sano idealismo ed una doccia calda di partecipazione, realismo e disponibilità all’impegno concreto (cosa è l’esame di oggi in termini di fatica e di esigenza nei confronti degli esami di un tempo? Ne so qualcosa…).

Al governo e a tutte le istituzioni consiglierei di riflettere sulle parole di Matterella, non tanto per applaudirle, ma per metterle in pratica, correndo anche qualche rischio. Posso dirla grossa? Preferisco rischiare una vetrina rotta piuttosto che nascondermi dietro una manganellata sulla testa di uno studente colpevole di chiedere, magari con troppa veemenza, di essere ascoltato ed aiutato a superare le difficoltà.

 

Legge elettorale: attenti alle truffe

La legge 31 marzo 1953, n. 148 (meglio nota come legge truffa dall’appellativo usato durante la campagna elettorale di quell’anno), fu una legge che modificò la legge elettorale italiana del 1946 introducendo un premo di maggioranza consistente nell’assegnazione del 65% dei seggi della Camera dei deputati alla lista o al gruppo di liste collegate che avesse superato il 50% dei voti validi.

La legge, promulgata il 31 marzo 1953 (n. 148/1953) e in vigore per le elezioni politiche del 7 giugno di quello stesso anno sia pure senza che desse effetti, venne abrogata con la legge 31 luglio 1954, n. 615. Voluta dal governo di Alcide De Gaspero, venne proposta al Parlamento e fu approvata con i soli voti della maggioranza, dopo lunghe discussioni e con voto di fiducia, nonostante i forti dissensi manifestati dalle formazioni politiche di opposizione, e anche da parte di molte personalità appartenenti all’area della maggioranza. Vi furono grandi proteste contro la legge, sia per la procedura di approvazione sia nel merito. Il passaggio parlamentare della legge vide un lungo dibattito alla Camera dei deputati, dove la maratona oratoria dell’ostruzionismo delle opposizioni si concluse il 21 gennaio 1953 con l’approvazione della questione di fiducia.

La genesi dell’espressione “legge truffa” va prevalentemente ascritta agli oppositori della legge e attinta dalla espressione “loi scélérate” utilizzata nella polemica pubblica francese contro la legge elettorale del 1951. Secondo Indro Montanelli, invece, il primo utilizzo della parola «truffa» andrebbe attribuito allo stesso Mario Scelba, , all’epoca Ministro dell’Interno che, in primissima battuta, respinse l’idea della presentazione della legge quando si accorse che il margine di successo era troppo risicato, prevedendo una forte reazione delle opposizioni e affermando, quando ancora si valutava se il Governo avesse dovuto proporla: «L’idea è buona, ma se noi proponiamo una simile legge questa legge sarà chiamata “truffa” e noi saremo chiamati “truffatori”».

Le forze apparentate ottennero il 49,8% dei voti: per circa 54.000 voti il meccanismo previsto dalla legge non scattò. Il 31 luglio dell’anno successivo la legge fu abrogata. Secondo gli oppositori l’applicazione della riforma elettorale avrebbe introdotto una distorsione inaccettabile del responso elettorale. I fautori invece vedevano la possibilità di assicurare al Paese dei governi stabili non ritenendo praticabili alleanze più ampie con i partiti di sinistra o con i monarchici e i missini.

Si noti che la legge andava a innovare una materia che, almeno nell’Europa di diritto latino, era tradizionalmente regolata secondo le elaborazioni di alcuni giuristi, principalmente Hans Kelsen, i quali vedevano in un sistema elettorale strettamente proporzionale (e con pochi correttivi o aggiustamenti) la corretta rappresentatività politica in democrazia. Se anche appare scorretto sostenere che la Costituzione del 1948 recepisse un favore per il proporzionale, è però vero che già da allora il sistema del premio di maggioranza era considerato assai rudimentale, per conseguire le esigenze di governabilità delle democrazie moderne, da buona parte della dottrina politologica.

Ho fatto questo breve tuffo nel passato, perché la storia è comunque istruttiva e buona consigliera in un momento in cui si ricomincia a parlare di nuova legge elettorale: una diatriba fra sistema proporzionale e maggioritario con tutte le eventuali correzioni. Parto da una provocatoria constatazione. Se tanto mi dà tanto, il sistema elettorale maggioritario non è che una truffa ben più grande di quella del 1953: una sorta di truffa di collegio, periferica, forse più facile da digerire, ma molto peggiore rispetto al premio di maggiorana centralizzato per le forze politiche che avessero superato il 50% dei voti validi.

Sono innanzitutto contrario ad assegnare al sistema elettorale un valore taumaturgico rispetto al funzionamento della democrazia parlamentare: questa è già di per se una prima truffa. Non è un caso se la Costituzione non entra in questo merito, lasciando alla legislazione ordinaria il compito di disporre al riguardo. C’è poi da discutere se sia legittimo o comunque opportuno legiferare sul sistema elettorale nelle vicinanze temporali di una consultazione. Nella migliore delle ipotesi si voterà nella primavera del 2023 e quindi sembra piuttosto invadente dal punto di vista democratico introdurre novità, che risentirebbero immediatamente del clima politico e degli interessi partitici senza guardare al vero interesse del Paese. E questa potrebbe essere una seconda truffa.

Entrando nel merito del discorso, ammetto di essere un proporzionalista convinto per scrupoloso rispetto della democrazia, ancor più davanti ad un frazionismo partitico, che verrebbe superato solo tramite combinazioni tattiche se non meramente strumentali. Non mi convincono affatto le argomentazioni sulla governabilità del sistema e sulla sua semplificazione: quale maggiore governabilità può scaturire da coalizioni elettoralistiche; meglio lasciare che ogni forza politica rappresenti se stessa e conti sui propri voti, assegnando ai parlamentari eletti il compito di trovare le maggioranze per governare il Paese.

Respingo decisamente la deriva decisionista della politica e continuo imperterrito ad essere convinto che la politica, prima di essere decisione, è mediazione, ai livelli più alti, di opzioni e interessi diversi ed equamente rappresentati. Certo che per fare politica in tal senso occorre una classe dirigente capace, autorevole e carismatica, che peraltro non è affatto garantita da un sistema assolutamente o prevalentemente maggioritario il cui presupposto è che chi arriva primo, anche per una manciata di voti, vince tutto.

Preferisco andare verso la meta democratica affrontando la dura salita del sistema proporzionale che tiene in sospeso la meta, piuttosto che precipitarmi in una pericolosa discesa che me la lascia vedere illudendomi che sia a portata di mano. Meglio la faticosa traversata del deserto democratico con l’equipaggiamento del caso piuttosto che fermarsi alla prima oasi vittime magari dei miraggi della facile governabilità.

Il sistema maggioritario è un qualunque sistema elettorale che limiti fortemente o escluda completamente la rappresentanza della minoranza. Si basa solitamente sul collegio uninominale (ovvero un collegio che esprime un solo seggio), ma può anche basarsi su collegi plurinominali. Può essere a turno unico o a doppio turno, può prevedere alcuni meccanismi più o meno correttivi. In ogni caso il criterio è “il primo prende tutto”, ossia in ogni collegio chi riceve più voti viene eletto, mentre tutti gli altri, anche se ricevono percentuali di voto importanti, vengono esclusi. Se questa è democrazia…eccoci alla madre di tutte le truffe.

Non mi bastano le motivazioni di togliere spazio ai partiti di mero disturbo e di evitare dispersione eccessiva dei voti. Il problema sono i partiti e la capacità di svolgere la funzione che la Costituzione assegna a loro. La questione è a monte e non a valle. Così come le alluvioni vanno prevenute alle sorgenti dei fiumi e non alla foce, una sana democrazia non consiste nel porre argini allo strapotere partitico, ma nel pretendere che i partiti abbiano un loro corso virtuoso dalla sorgente alla foce.

So benissimo di essere un idealista inguaribile, sono consapevole di essere vocato in senso esistenziale alla minoranza, ma la democrazia è fatta anche e soprattutto di idealità e di rispetto delle minoranze assai più che di meccanismi semplificativi e sbrigativi.

Da una parte spero che l’attuale parlamento, depotenziato e precarizzato da una riforma molto discutibile, non si incarti nella discussione sul sistema elettorale: avrebbe molto il sapore della discussione sul sesso degli angeli mentre il Paese soffre maledettamente e tragicamente. Dall’altra parte vedo la necessità di correggere comunque l’attuale ibrido e insulso sistema elettorale: se è proprio necessario, si torni agli albori della democrazia e si vada tout court sul sistema proporzionale eventualmente con qualche correttivo, non tale però da comportarne uno stravolgimento.

 

 

 

 

 

 

Se questo è il mondo…

“È un grande uomo in un mondo di animali”: è un passaggio del mio commento al discorso di reinsediamento di Sergio Mattarella alla presidenza della Repubblica. Quando l’ho riletto prima di pubblicarlo sul sito, mi sono chiesto se non fosse uno sfogo eccessivo, ma ho azzardato, insistendo provocatoriamente, pur rimanendomi il dubbio di avere esagerato non tanto sulle qualità di Mattarella ma sulle schifezze degli uomini di questo mondo.

Dopo alcuni giorni ho letto la notizia che mi ha “tranquillizzato”: “Liberato un prigioniero da Guantanamo: è impazzito per le torture, “non è più un pericolo per la sicurezza nazionale”. Ho proseguito la lettura di quanto scritto da Vittorio Sabadin su La stampa: “Catturato in Afghanistan, Mohammed al-Qahtani era stato uno dei primi prigionieri inviati nella prigione all’inizio del 2002 e vi è rimasto per due decenni. Il Pentagono ha deciso di rilasciare dalla prigione di Guantanamo un detenuto diventato pazzo per le torture e il trattamento subito durante la detenzione e di rimpatriarlo in Arabia Saudita, dove sarà curato. Secondo le autorità americane, l’uomo “non costituisce più un pericolo per la sicurezza nazionale”, e può dunque essere liberato. La vicenda di Mohammed al-Qahtani aggiunge un altro tassello agli orrori del centro di detenzione nell’isola di Cuba, istituito dopo gli attacchi dell’11 settembre a New York e a Washington per custodire i terroristi catturati in Afghanistan e in Iraq”.

Mi sono ricordato che uno dei passaggi del discorso di Mattarella, peraltro solo timidamente applaudito, diceva testualmente: “Dignità è un Paese dove le carceri non siano sovraffollate e assicurino il reinserimento sociale dei detenuti. Questa è anche la migliore garanzia di sicurezza”.

Mi si dirà che nel caso di Guantanamo non siamo di fronte a delinquenti comuni, ma a soggetti dediti per scelta ideologica al terrorismo ed al massacro di esseri umani. È verissimo, ma la tortura non è mai ammissibile! Non ci possono essere eccezioni a questo regola, altrimenti ci mettiamo su un piano inclinato che porta tutti alla rovina. Fare giustizia non vuol dire riservare ai colpevoli lo stesso trattamento da essi riservato agli altri: la macabra legge del taglione è ampiamente superata dal Vangelo, ma senza voler arrivare al discorso del “porgere l’altra guancia” (l’unico in grado di risolvere radicalmente e positivamente i conflitti tra gli uomini a tutti i livelli e in tutte le situazioni) anche dai principi inerenti i diritti dell’uomo, di cui spesso ci riempiamo la bocca.

Gli orrori di Guantanamo sono un disonore per chiunque, persone e Stati, si ritenga un uomo civile e democratico e oltre tutto non sono serviti a nulla, hanno solo incancrenito ancor più il terrorismo e l’antiterrorismo. Una gran brutta pagina della storia recente: sul fronte lo spietato ed incredibile attacco alle torri Gemelle, sul retro il trattamento riservato ai terroristi.

Il giorno dell’attentato si diceva la stessa frase che abbiamo recentemente usato dopo lo scoppio della pandemia da coronavirus: “niente sarà più come prima”. Ebbene tutto è rimasto come prima, se possibile, peggio di prima.