Il sacro si immischia nel profano

  • “Ho ricevuto una telefonata bellissima dal presidente Mattarella: era commosso per l’omaggio che il Festival gli ha tributato e mi ha anche confessato che è un grande fan di Mina. Il suo gesto mi commuove, grazie presidente”. Amadeus, in conferenza stampa, svela la telefonata ricevuta dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, a cui il Festival di Sanremo 2022 ha reso omaggio ieri nel corso della terza serata con ‘Grande, grande, grande’ di Mina. “E’ una cosa che non dimenticherò mai, avrei voluto registrare la telefonata per farla sentire in futuro ai nipoti. Il presidente ha usato un tono diretto, di affetto: mi ha emozionato questo”, dice Amadeus. In generale “ricevo tantissimi messaggi e tante telefonate, moltissime manifestazioni d’affetto. Fiorello mi chiama in continuazione, ricevo messaggi dagli ospiti. É un sogno che diventa realtà, voglio godermi questo momento”, aggiunge.

 

  • Papa Francesco da Fabio Fazio, con un’intervista a Che tempo che fa, concordata direttamente dal pontefice. L’intervista è stata organizzata direttamente tra i due interlocutori, come è nello stile di Francesco, che all’inizio della pandemia aveva espresso pubblicamente il suo apprezzamento per il celebre conduttore. Bergoglio era in collegamento da Casa Santa Marta. E i cattolici tradizionalisti si sono agitati: “Denota una accentuata secolarizzazione (o sconsacrazione) del papato”, si legge in un editoriale de La nuova bussola quotidiana.

Due fatti che, se in piena era mediatica non fanno alcun scalpore, mi inducono tuttavia a qualche riflessione strettamente personale. Evito come le pozzanghere gli eventi televisivi di cui il festival di Sanremo è l’insopportabile emblema. Ammetto di avere una visione culturale aristocratica al limite dello snobismo.  Dal punto di vista religioso tendo sempre più ad incallirmi in una visione interiore e radicalmente critica della vita di fede. Questi atteggiamenti mi hanno sempre “fregato” e tagliato i ponti con la società, che è quel che è e non quello che io vorrei. Ragion per cui ammetto di essermi visto spiazzato e contestato nella mia farisaica intolleranza.

D’altra parte non era ritualità la cerimonia di insediamento del presidente della Repubblica, che, come ha detto un esperto di queste cose, rappresentava un mix di monarchia, militarismo e religione? Ritualità per ritualità, ci sta anche il festival di Sanremo: in quelle serate, davanti al video c’era il popolo italiano e quindi ben venga che chi lo rappresenta si immischi seppur con sobrietà e stile. Oltre tutto il Presidente sarebbe stato maleducato se non avesse risposto ad un indirizzo di saluto condiviso da milioni di spettatori.

Non è pomposa e fastidiosa ritualità la liturgia vaticana che rischia di ridurre le celebrazioni eucaristiche a spettacolari parodie? Tutto sommato meglio la ritualità di “Che tempo che fa”, una sorta di festival delle canzoni socio-politiche del nostro tempo. E allora ci sta che papa Francesco si chini e approfitti di questa occasione per dialogare col mondo, lanciando qualche provocazione in stile evangelico.

Non credo che il presidente Mattarella e papa Francesco ne escano contaminati e sminuiti. Tutto può servire al bene della società e della Chiesa, anche se ho i miei dubbi che i messaggi pur autorevolmente lanciati in queste occasioni possano mettere in crisi l’andazzo mondano, politico e religioso. Mai dire mai!

 

Il dispiacere dell’omertà

Riprendo dall’agenzia di stampa AGI una notizia, che riporto di seguito, con grande trepidazione al limite della più angosciosa delle incredulità.

 Il Papa Emerito Benedetto XVI viene chiamato pesantemente in causa nel rapporto pubblicato oggi, su impulso della Chiesa tedesca, riguardo i casi di pedofilia che si sono verificati tra l’immediato dopoguerra e il 2019 nella diocesi di Monaco di Baviera, di cui lui è stato per anni titolare.

Secondo il libro bianco nei cinque anni passati alla guida della diocesi di Monaco e Frisinga tra il 1977 ed il 1982, una delle più antiche ed autorevoli di Germania, l’allora arcivescovo Joseph Ratzinger non avrebbe bloccato in quattro diversi casi alcuni sacerdoti accusati di abusi.

L’accusa è lanciata dallo studio legale Westpfahl Spilker Wastl, che ha condotto l’inchiesta su incarico delle autorità ecclesiastiche.

Il rapporto documenta centinaia di casi di abusi commessi durante quasi otto decenni, e punta l’indice sui vertici dell’arcidiocesi che si sono succeduti in questo lungo lasso di tempo.

A seconda dei casi ci si sarebbe regolati secondo una gamma di comportamenti che vanno dall’irresolutezza al vero e proprio tentativo di insabbiamento.

Nel corso dei cinque anni in cui a Monaco c’era Ratzinger alcuni abusi sarebbero stati commessi da due religiosi che prestavano assistenza spirituale ai giovani e nei confronti dei quali non si presero provvedimenti.

Oltre a ciò gli estensori del rapporto ritengono “poco credibile” la versione data dallo stesso Ratzinger per spiegare gli accadimenti, nonostante un’autodifesa condotta “con forza”. Anzi, il futuro Papa non avrebbe mostrato “alcun interesse riconoscibile” nell’agire contro i responsabili.

I numeri sono impressionanti: 235 persone responsabili di abusi, 497 vittime (nel 60 percento dei casi si tratta di minori) e nella maggior parte dei casi di sesso maschile. La maggioranza dei crimini sarebbe stata commessa negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso.

Risale invece al 1980 il caso di un parroco identificato solo come Peter H., che proprio in quell’anno venne spostato dalla diocesi di Essen e quella di Monaco e Frisinga perché accusato di pedofilia, azioni che poi avrebbe continuato a commettere.

Secondo il rapporto, Ratzinger era pienamente a conoscenza dei trascorsi del religioso e non reggerebbe la versione data da lui stesso per cui non sarebbe stato presente alla riunione in cui venne deciso il trasferimento. A detta di Ulrich Wastl, uno degli estensori, al contrario il futuro Papa “molto probabilmente” era a conoscenza di ciò che accadeva nella arcidiocesi e aveva il dovere di “conoscere gli accadimenti”.

Alla conferenza stampa di presentazione del dossier non era presente l’attuale titolare della diocesi di Monaco e Frisinga, il cardinale Reinhard Marx, che lo scorso anno presentò addirittura le sue dimissioni come segno di protesta per il fenomeno della pedofilia nella Chiesa. Papa Francesco gliele respinse. Ci si attende una sua presa di posizione nelle prossime ore. La sua assenza è stata criticata dagli autori del rapporto.

Degli oltre duecento responsabili di abusi, 173 erano sacerdoti. Delle quasi cinquecento vittime 247 erano di sesso maschile, nel 60 percento dei casi bambini e adolescenti tra gli 8 e i 14 anni, e 182 di sesso femminile. In una settantina di casi l’identità della vittima non è stata accertata.

Non prendo per oro colato quanto emerge da questa indagine, ma non posso passare oltre con un’alzata di spalle. Così come non mi convincono le affermazioni di monsignor Massimo Camisasca contenute in una intervista rilasciata ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera.

«È una manovra contro Ratzinger. E viene da dentro la Chiesa». Così monsignor Massimo Camisasca — 75 anni, fino a pochi giorni fa vescovo di Reggio Emilia, autore di settanta libri tra cui la storia di Comunione e Liberazione — giudica l’accusa rivolta al Papa emerito di aver coperto, negli anni in cui era arcivescovo di Monaco di Baviera, casi di pedofilia.

Non prendo in considerazione la tesi complottista. Fin dall’inizio fu l’atteggiamento clericale, che intendeva stoppare sul nascere l’emergere di una realtà sconvolgente: ce l’hanno con la Chiesa! Si è partiti cioè col vittimismo: povera Chiesa…da quanti spioni deve difendersi, quanti traditori ha nel suo seno, quanti corvi le girano intorno, quanti attacchi subisce! Ricordo quando fui costretto ad interrompere l’omelia di un sacerdote che, alludendo all’emersione del fenomeno dei preti pedofili, rigirava la frittata difendendo la Chiesa in quanto vittima dell’ondata mediatica sugli scandali di carattere sessuale. Mi sentii in dovere di controbattere che semmai le vittime erano i bambini e tutti i soggetti segnati da queste terribili vicende. Il meccanismo difensivo è sempre lo stesso, ma non tiene.

In seconda battuta parte la contraerea delle “mele marce”, la difesa a uomo: quando la realtà emerge in modo clamoroso, allora si tenta di buttarla sul discorso della quasi inevitabilità che in una istituzione possano esserci componenti che sbagliano senza per questo dovere squalificare tutto e tutti. L’argomento è decisamente più furbo, assomiglia molto alle difese politiche, tenta di confondere le acque con la lotta tra male e bene presente anche nella Chiesa. È certamente vero: non si può pretendere che tutti siano stinchi di santo, ma questo non può comportare l’assoluzione del “chi è senza peccato scagli la prima pietra”.

Che mi stupisce ed irrita è ancor più la linea del Piave adottata da monsignor Camisasca laddove afferma: “Non bisogna mai misurare gli atteggiamenti di decenni fa con quelli che sarebbero doverosi oggi, a partire dalla coscienza più matura della gravità dei fatti e la conseguente sensibilità che si è sviluppata a ogni livello della società. Quando io ero piccolo certe punizioni corporali, ad esempio, non erano ritenute abusi ed erano viste come assolutamente normali. Per fortuna oggi non è più così». Siamo al discorso della contestualizzazione temporale, che non può essere ritenuta un’attenuante ma semmai un’aggravante: gli errori del passato remoto non possono coprire quelli del passato più recente, ne possono dare una spiegazione, ma non una giustificazione.

«Non capisco perché la Chiesa francese e quella tedesca abbiano scelto la strada di commissioni “indipendenti”, che in realtà indipendenti non sono, perché viziate, almeno in alcuni loro membri, da un pregiudizio anticattolico»: monsignor Camisasca solleva un’eccezione di carattere procedurale, che lascia purtroppo trapelare una debolezza sostanziale della linea difensiva. Vedo in filigrana nella sua intervista, pur concedendogli la buona fede, l’imbarazzato e tendenzioso atteggiamento riconducibile ad una sorta di “ragion di Chiesa”.

Mi crea grande sofferenza la piaga della pedofilia a livello clericale e documentarla con insistenza può comportare l’effetto di rigirare il coltello nella ferita. Non per questo bisogna tacere, anzi occorre ricordarsi che il medico pietoso fa la piaga puzzolente. Non so fino a qual punto il papa emerito possa essere messo sul banco degli imputati per la così grave mancanza di avere agito in modo omertoso di fronte a certe realtà. Solo l’idea mi sconcerta. Non vorrei nemmeno che ci fosse una sorta di accanimento terapeutico. Tuttavia le difese d’ufficio fanno più male che bene all’allora cardinale Joseph Ratzinger. Meglio lasciare che la verità emerga senza sconti e poi lavorare alacremente per prevenire simili aberrazioni.

Ricordo la disperazione con cui don Domenico Magri, un prete amico, mi raccontava l’episodio di quell’altolocato sacerdote che si faceva masturbare dai chierichetti, avanzando la scusa di avere in tal senso l’autorizzazione papale. La santa inquisizione metteva sotto tortura e al rogo per molto meno. Non voglio mettere al rogo nessuno, non pretendo la gogna per gli uomini di Chiesa che si sono macchiati di reati a livello di abusi sessuali, non accetto semplicistiche e comode generalizzazioni, rifiuto categoricamente la maniacale colpevolizzazione dei sacerdoti a prescindere. La verità deve essere però ricercata e solo da essa si può virtuosamente e umilmente ripartire dopo avere fatto tutto il possibile e l’impossibile per aiutare le vittime degli abusi.

Posso capire la sofferenza provocata in Joseph Ratzinger dallo scoperchiamento di cloache da cui gli arrivano addosso schizzi puzzolenti. Dopo le sue coraggiose dimissioni gli ho voluto più bene. Non voglio strumentalizzare la teoria del “non poteva non sapere”, che aprirebbe un vero e proprio clima di caccia alle streghe, in cui peraltro la Chiesa è storicamente specializzata. Dopo i suoi auspicabili, difficili, sinceri e onesti chiarimenti, di bene gliene vorrei ancor di più.

 

Una contraddizione tira l’altra

Molto tempo fa mio padre fu ricoverato in ospedale per un sospetto ictus. Dopo diversi giorni di analisi e approfondimenti clinici andai a parlare col medico responsabile del reparto. Mi disse che lo avrebbero dimesso il giorno successivo e mi confidò che però non ci avevano capito niente: “Scriveremo qualcosa sul referto finale, ma non siamo arrivati al dunque…”. Questa, a casa mia, si chiama onestà intellettuale, che purtroppo manca a molte persone, anche le più qualificate, che temono di ammettere i propri limiti, preferendo girare e rigirare le questioni per buttare fumo negli occhi agli interlocutori.

È sostanzialmente quanto è successo in materia di covid: non ci hanno capito niente. Lo si può tranquillamente affermare a distanza di due anni dallo scoppio della pandemia. Tutti, scienziati e governanti, hanno brancolato e stanno tutt’ora brancolando nel buio, inanellando una serie interminabile di contraddizioni. Ne riporto di seguito solo alcune, forse le più clamorose.

L’innocuità dei vaccini fu inizialmente garantita salvo sospendere la somministrazione di alcuni di essi a titolo precauzionale per poi riprenderla in breve tempo, lasciando tutti nel dubbio e nell’ansia. Certi vaccini furono inizialmente destinati a certe fasce di età per poi capovolgere drasticamente le indicazioni e i programmi.

L’obbligo vaccinale è sempre stato escluso salvo arrivarvi in modo surrettizio, scorretto e tardivo. Fin dall’inizio era chiaro che al 100% dei vaccinandi non si sarebbe mai arrivati e quindi bisogna ammettere che la vaccinazione di massa, reiterata ed allargata non ha dato i frutti sperati. I vaccinati si ammalano e muoiono. Un giorno si sostiene che il vaccinato ha poche probabilità di morire e che i decessi sono relativi a persone non vaccinate, un altro giorno si dice che siamo arrivati al punto che la maggioranza dei decessi riguarderebbe persone vaccinate. Un giorno si dice che gli ammalati guariti hanno una certa immunità, un altro giorno si ammette che esistono persone che si sono ammalate due o addirittura tre volte. Un giorno si prevede una rivaccinazione periodica generalizzata, un giorno la si circoscrive solo ai soggetti deboli, un altro giorno la si esclude dando valore definitivo alla terza dose già somministrata.

Non si capisce se il covid si starebbe depotenziando anche se diventerebbe sempre più contagioso fino ad assomigliare ad una influenza. Magari fosse così, ma i morti in continuo aumento come si spiegano?

Un giorno si promette che l’obbligo delle mascherine all’aperto finirà molto presto, il giorno dopo si afferma che le mascherine sono troppo importanti e difensive per essere dismesse. Un giorno si dà l’illusione di vedere la luce in fondo al tunnel, il giorno dopo tutto torna nel buio fitto.

Per non parlare dei numeri del macabro lotto, relativi ai ricoverati ed ai decessi. Soprattutto quello dei decessi, per stessa ammissione degli addetti ai lavori, sarebbe gonfiato e quindi poco attendibile. Questi dati vengono comunque divulgati giornalmente: sembrano sparati appositamente per spaventare e indurre la gente a vaccinarsi e a tenere un comportamento più lineare e controllato. Il fine “non” giustifica il mezzo.

Una continua contraddizione di cui fanno le spese tutti i cittadini a rischio e tutti gli operatori sanitari a rischio ed a stecchetto: in due anni il sistema sanitario è rimasto intatto, nessun miglioramento, nessun potenziamento, nessun significativo miglioramento.

L’organizzazione dei tamponi è sempre più in alto mare: per verificare la propria posizione e sapere se si è positivi al covid si rischia una polmonite restando in coda all’aperto davanti alle farmacie. Un modo come un altro per guadagnare il certo per l’incerto.

Arriviamo all’autentico casino delle scuole: tra didattica in presenza e a distanza, tra quarantene indicizzate e dad differenziata tra studenti vaccinati e non vaccinati si sta creando un autentico ginepraio al cui confronto i banchi a rotelle erano un gioiellino di razionalità gestionale. L’ultima e più clamorosa novità è proprio quella prevista per i non vaccinati messi dietro la lavagna: se il discorso del trattamento diversificato per le persone adulte poteva avere un senso (e non ce l’aveva), quello per i minorenni è un obbrobrio giuridico dal momento che la decisione se vaccinarsi o meno non è dei ragazzi ma dei loro genitori (una sorta di colpe dei padri scaricate sui figli). La didattica a distanza solo per gli studenti non vaccinati è una disposizione palesemente discriminatoria, assurda (anche le persone vaccinate con terza dose possono contagiare) e dannosa sul piano del diritto allo studio.

Tutti i nostri governanti, centrali e periferici, parlano di emergenza sanitaria, ma non fanno niente di concreto e positivo per affrontarla. L’informazione ci aggiunge del suo.  Ci vengono vomitate addosso valanghe di notizie, dati, pareri, provvedimenti, previsioni, consigli e istruzioni: una sorta di virus parallelo. Da tempo ho smesso di seguire la sarabanda giornaliera anche se è quasi impossibile “scapparla”. Forse ci vorrebbe una elezione presidenziale al giorno per levare l’informazione covid di torno.

In un tardo pomeriggio mi sono recato in farmacia per acquistare alcuni prodotti: file su file. Ad un certo punto ho sbottato: sembra di essere in Russia ai tempi del comunismo! Una giovane e bella signora mi ha detto candidamente: “Forse è ancor peggio!”. Non so cosa intendesse dire e non ho avuto il coraggio di approfondire questo messaggio molto politico. Ognuno è libero di interpretarlo come vuole…

E Mario Draghi? Non mi sento di sparare sul pianista più di tanto, ma devo ammettere che in materia di covid non ha combinato nulla. In una delle solite inchieste terra terra, hanno chiesto ad un’attempata signora quale fosse a suo avviso la giusta collocazione di Draghi, a Palazzo Chigi o al Quirinale. La sibillina risposta è stata: deve stare a casa sua! A quel punto ho pensato che intendesse dire che è così ben sistemato al governo da doverci rimanere come se fosse la sua naturale abitazione. L’intervistatore però è tornato alla carica, chiedendo quale fosse la più importante riforma da chiedere a Draghi. A quel punto la signora è uscita da ogni equivoco: “la riforma di tornarsene a casa!”. È una risposta un tantino qualunquista e controcorrente, ma sono scoppiato a ridere di gusto, non so se perché ero d’accordo, perché ero stressato dal covid o perché mi sembrava di avere assistito ad una simpatica gag. Ci sto ancora pensando su e semmai mi pronuncerò.

 

Un Presidente “adorabile”

Un mio carissimo amico, di fronte a una donna meravigliosa di mia e sua conoscenza, espresse la propria ammirazione fino al punto di affermare convintamente: “Bisognerebbe collocarla nuda su un altare e adorarla”. Aveva ragione da vendere e non esitai a dirglielo. La cosa finì lì e quella stupenda ragazza fu preda di un fortunato e invidiabile uomo, che non la mise su un altare, ma la sposò, la sistemò reiteratamente su un letto e le fece fare parecchi figli.

Ebbene, di fronte al meraviglioso discorso di insediamento del presidente Sergio Mattarella, ho provato un tale senso di ammirazione da rimanere ammutolito e da evitare accuratamente e rigorosamente di ascoltare e leggere i commenti. Troppo bello per essere chiacchierato, persino troppo bello per essere applaudito: sarebbe molto meglio metterne il testo sulla scrivania e/o sul comodino per consultarlo prima di parlare e pensare di politica.

Don Luciano Scaccaglia, quando celebrava un battesimo, con una “genialata” provocatoria, metteva sull’altare la Bibbia e la Costituzione italiana e collocava il bambino in mezzo. Intendeva così dare questi due punti di riferimento al piccolo battezzando. In buona sostanza gli diceva: “Sei diventato un seguace di Cristo che ti si è proposto col Suo Vangelo. Sei un cittadino italiano e questa “travagliata” nazione ti accoglie con la sua legge fondamentale, piena dei principi di rispetto, uguaglianza, giustizia, pace e solidarietà, scritta da uomini che, con le loro sofferenze ed il loro impegno, hanno tracciato un percorso di civiltà e democrazia tuttora validissimo”. Forse, se fosse ancora tra di noi, aggiungerebbe il testo dell’intervento di Mattarella davanti al Parlamento riunito in seduta comune.

Dire che mi sono commosso è poco. A chi mi ha chiesto a caldo un parere ho risposto soltanto con espressioni così paradossalmente riassumibili: “È una grande persona in mezzo a una nazione di piccoli cittadini. È un grande politico in mezzo a un parterre di nani. È un grande uomo in un mondo di animali”. Non aggiungo altro, perché rischierei di rovinare tutto. Ognuno faccia “dignitosamente” quel che può e deve fare per ringraziare, oserei dire per “adorare” Sergio Mattarella.

 

 

Una federazione scotch…ciante

“Se Atene piange, Sparta non ride”: questa espressione usa le due antiche città greche (Atene e Sparta), note per essersi trovate spesso in conflitto, al fine di affermare che, sebbene le storiche differenze e i lunghi contrasti, qualora una delle due si trovi in una situazione difficile l’altra non ha vita più facile. È evidente dunque come il significato sia estendibile ai rapporti umani e a diverse situazioni di vita quotidiana. Mi permetto di estenderla anche alla politica.

Se in questo momento il centro-sinistra piange, leccandosi soprattutto le ferite pentastellate, il centro-destra non ride: dopo essere entrato nella recente vicenda parlamentare per l’elezione presidenziale con piglio oserei dire egemonico, ne è uscito con le ossa rotte. L’aperitivo è stata la fuorviante e incredibile candidatura iniziale di Silvio Berlusconi, poi è arrivato il primo piatto della ridicola conta sul nome di Elisabetta Casellati, tritata in pasta pseudo-istituzionale, poi il secondo piatto della improvvida accettazione della candidatura di Elisabetta Belloni, dal sen fuggita (di chi non si saprà forse mai), per poi arrivare al dolce ripiegamento sulla ricandidatura di Sergio Mattarella. Il tutto cucinato dallo chef Matteo Salvini con tanto di investitura leaderistica, che si è preso regolarmente le torte in faccia da destra e manca, più da destra che da manca.

Fatto sta che il centro-destra è identitariamente e politicamente spaccato in tre tronconi: uno all’opposizione del governo Draghi, uno con un piede dentro e uno fuori dal governo, uno incollato alle sedie del governo. A questa situazione abnorme, a cui si riesce a porre rimedio solo in periferia anche se con risultati piuttosto scarsi, si sono aggiunte le spaccature in itinere della recente maratona parlamentare per arrivare a quella addirittura sul nome di Mattarella stesso.

Se questa è una coalizione politica, che avrebbe peraltro la maggioranza nel Paese, io mi picco di essere papa Ennio primo. Non c’è argomento su cui le componenti del fantomatico centro-destra siano d’amore e d’accordo, non c’è una strategia comune se non quella di proporsi come forza di governo alle prossime elezioni. Su come e quando arrivare alla conta delle schede non c’è omogeneità di vedute: chi punta spregiudicatamente alle elezioni, intendendo trasformare il centro-destra in una destra-destra, chi preferisce aspettare la scadenza normale accontentandosi di un destra-centro, chi lavora per arrivarvi con un centro-centro. Sembra una barzelletta, ma non è così.

Su tutto domina la lotta per la leadership personale tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e un berlusconiano di ritorno ancora tutto da inventare.  Non c’è alcun dubbio che un minimo di stoffa da leader sia solo appannaggio di Giorgia Meloni: è penoso il doverlo ammettere. Salvini continua a scalpitare come un cavallo (?) pazzo assai restio ad accettare i morsi di Giorgetti, Zaia e c. (l’anima governista, autonomista e periferica della Lega).

Dopo i vari conigli della kermesse presidenziale, è spuntato quello di una federazione di centrodestra sul modello del Partito repubblicano americano. “La federazione di centrodestra delle forze che appoggiano il governo Draghi sarà uno spazio politico ove troveranno ospitalità le varie anime e le diverse sensibilità di una cultura politica alternativa al progressismo di sinistra, tutte diverse, ma tutte protese verso uno stesso obiettivo politico – dice Salvini, in un intervento su ‘Il Giornale’ – Ci troviamo a un bivio: vivacchiare può significare morire, decidersi per un cambiamento e federarsi è un rischio, ma anche un’opportunità. È l’occasione per cambiare il centrodestra e, con esso, trasformare, finalmente e in modo sostanziale, anche l’Italia. Ora o mai più”.

È pur vero che in molti casi la forma è sostanza, ma in politica tendo sempre a privilegiare la sostanza per poi vedere la forma. Non credo quindi che la forma federale possa superare le differenze sostanziali fra le forze politiche del centro-destra. Il tutto sembra più un escamotage formale per occultare i conflitti sostanziali. Oltre tutto, se ho ben capito le idee di Salvini, si tratterebbe di federare le forze che appoggiano il governo Draghi: e Fratelli d’Italia, il segmento numericamente più forte sarebbe quindi (auto)escluso dalla partita?

Non so gli elettori, ma io non ci vedo chiaro. Qualche tempo fa si discuteva del “trattino” delle coalizioni, nel caso centro-destra o centrodestra. Salvini sembra prendere atto delle diversità insanabili per combinarle positivamente in una politica alternativa al progressismo di sinistra: un progressismo (sic!) di destra o un conservatorismo di centro? Siamo sempre alle solite. Le etichette contano poco e anche il riferimento ad esperienze lontane lascia il tempo che trova. Quando militavo nella democrazia cristiana accettavo, seppure non entusiasticamente, un partito di centro che guardava verso sinistra come sosteneva Alcide De Gasperi. Gira e rigira mi sembra che Salvini ipotizzi un centro che guarda verso destra. E lui dove colloca la sua Lega? E cosa significa guardare verso destra, pensare ad un apparentamento con Giorgia Meloni? In conclusione il centro-destra “o famo strano”!

 

 

Dalle cinque stelle alle due stalle

Lo sfogo di Giuseppe Conte, l’avvocato del popolo: «Andrò fino in fondo, Luigi ha agito senza informarmi». Il ministro sospetta che il leader con Di Battista voglia uscire dal governo. «Questa volta non può finire a tarallucci e vino, questa volta andrò fino in fondo». La questione è semplice, a volerla guardare senza veli: Giuseppe Conte non si fida più di Luigi Di Maio. Di più, il presidente del Movimento 5 stelle è convinto che il ministro degli Esteri lo voglia disarcionare. Che intenda farlo rinunciare a guidare il Movimento.

Così scrive Annalisa Cuzzocrea su La stampa dopo le vicende pentastellate dell’elezione quirinalizia. Se tutti i protagonisti del sistema partitico ne escono malconci, ancor più di come vi erano entrati, il discorso vale in modo del tutto particolare per il M5S. Il grillismo è finito da tempo, la rivolta popolare, che aveva trovato in esso lo sfogo e la rappresentanza, si è sciolta nella pochezza oserei dire nella totale incapacità politica di questo movimento. La gente si lascia fuorviare, ma non esita a tornare sui propri passi. La crisi pentastellata è di tipo esistenziale: stare al governo e all’opposizione non ha funzionato, sedere nelle istituzioni e incarnare l’antipolitica non può reggere a lungo. San Beppe Grillo ha mostrato gli inganni e ricominciare daccapo è impresa (quasi) impossibile.

Si sono affidati a Giuseppe Conte, dietro il quale si erano nascosti durante il periodo governante, al suo stile da “coccodrillone”, al suo doroteismo di ritorno: non poteva e non può bastare. Senza storia, senza cultura, senza classe dirigente, senza legami seri col territorio non si va molto lontano. Dietro le schermaglie tra Conte e Di Maio non c’è nulla di interessante: sono due corvi che si litigano una misera preda. Conte vuole trasformare Gian Burrasca in Garrone: Di Maio vuole salvare l’insalvabile e breve storia del grillismo senza Grillo.

Non ho capito bene su cosa si siano scontrati prima e durante l’elezione del Presidente della Repubblica: probabilmente ha prevalso il minimalismo del “si salvi chi può fin che si può”, alludo alla salvaguardia della legislatura che sta per finire. Fortunatamente il tutto è servito a rilanciare la candidatura di Sergio Mattarella: tutto il mal non vien per nuocere. Adesso si è aperta la resa dei conti tra due leader di legno.

Il partito democratico dovrà riflettere su un alleato recalcitrante ed inesistente: scegliere fra una parziale caccia al voto grillino e la prosecuzione di un patto senza l’interlocutore. La crisi pentastellata rischia infatti di ripercuotersi sul cosiddetto centro-sinistra indebolendolo ulteriormente e creando confusione. Si chiude amaramente un periodo e se ne apre uno pieno di incognite. Credo non sia il caso di insistere.

Il rammarico riguarda il tempo sprecato e la delusione di tanti elettori che bene o male avevano trovato una casa in cui vivere l’antipolitica. Dietro Grillo non c’è niente, si diceva all’inizio dell’avventura: previsione azzeccata. I cessi di Mediaset restano in attesa di pulitori: così aveva sentenziato impietosamente Silvio Berlusconi, che voleva impiegare i grillini in questo “umile” compito. Rimane un dato positivo: l’elettorato raccolto da Grillo avrebbe potuto finire molto peggio. A qualcosa il M5S è servito. E ora chi lo ha votato non so dove andrà politicamente a finire. Signori, siamo al capolinea, si scende.

 

Prestigio e competenza non significano strapotere

I salotti mediatici che si occupano di politica, dopo avere influito negativamente sulla vicenda dell’elezione del presidente della Repubblica, spettacolarizzandola e soffiando sui fuochi fatui parlamentari e partitici, si stanno ora stucchevolmente interrogando sul futuro di Draghi e del suo governo con la stessa serietà con cui discutono su chi vincerà il campionato di calcio.

La domanda ricorrente è se Mario Draghi sia uscito rafforzato o meno dalla vicenda quirinalizia e di conseguenza ci si interroga sulle sue mosse a breve termine. Da una parte egli ritrova il suo “inventore”, ma dall’altra parte ha potuto verificare l’ostilità del Parlamento e la oscillante disponibilità dei partiti.

A mio giudizio chi esce decisamente e sostanzialmente rafforzato è Sergio Mattarella e questo mi consola e mi tranquillizza, perché vigilerà sicuramente sugli strafalcioni della politica in vena di riprendere quota a tutti i costi, ma anche sulle tentazioni draghiane di appiattimento sull’andazzo europeo e sulla visione mercatale, sul rischio di una forte accentuazione dell’approccio tecnico ai problemi mettendo la sordina ai problemi sociali, sulla ancor più forte intenzione di bypassare i partiti, fregandosene della loro vis polemica fine a se stessa.

Da Draghi non mi posso aspettare riforme corpose e profonde, per quanto concerne il fisco, la sanità, il lavoro etc., non ne ha la sensibilità, non ha la visione politica, programmatica strategica, entro cui collocarle e non può imbarcarsi in queste avventure che lo metterebbero immediatamente in balia dei pur sconclusionati partiti. Sarebbe sufficiente che potesse fare quel minimo necessario per guadagnarsi la fiducia della Ue, propedeutica all’ottenimento definitivo dei finanziamenti contenuti nel piano nazionale di ripresa e resilienza, per poi collocarli in un contesto gestionale credibile e funzionale.

Non saremo mai sufficientemente grati a Draghi per quanto sta facendo, ma non serve umiliare la politica, non serve svaccare i sindacati, non serve governare a prescindere da tutto, non serve spadroneggiare sentendosi in una botte di ferro: credo e spero che Mattarella gli tolga dalla testa ogni e qualsiasi tentazione in tal senso.  I ministri vanno comunque rispettati, i partiti vanno comunque considerati, i sindacati vanno comunque ascoltati. Le tentazioni presidenzialiste sono state almeno per il momento sconfitte: il Parlamento, checché se ne dica, ha avuto un orgoglioso scatto democratico, che non deve essere sottovalutato e dequalificato a mera conservazione delle seggiole. Siamo e restiamo una Repubblica parlamentare e non presidenziale, siamo uno Stato democratico e non tecnocratico, in Italia non comanda nessuno, ma tutti hanno il loro potere previsto dalla Costituzione.

Mattarella ha avuto il grande merito di saldare il sentimento popolare con il rispetto per le Istituzioni: sono sicurissimo che continuerà ad agire così. Si parla di riforma elettorale in senso proporzionale o maggioritario. Mi auguro che i partiti non si incartino in questa diatriba di mera ed opportunistica conservazione o conquista del consenso quantitativo, ma che si preoccupino di recuperare la loro fondamentale funzione, presentando programmi seri e costruttivi, confrontandosi su questi e trovando così il consenso qualitativo dei cittadini.

In politica occorre molta pazienza che non vuol dire immobilismo, ma capacità di mediare ai livelli più alti. Anche sul piano dei rapporti con l’Europa e il resto del mondo, se è vero che Draghi ha collocato l’Italia in una dimensione prestigiosa e forte come non mai, è altrettanto vero che Mattarella non gli è da meno e saprà vigilare contro eventuali montature di testa.

Abbiamo avuto per circa vent’anni il velleitario e tragicomico fago tuto mi’ di Silvio Berlusconi, non imbarchiamoci, per l’amor di Dio, nel ben più concreto e concludente ghe pensi mi’ di Mario Draghi. Il presidente Sergio Mattarella resta, nella sua umile dimensione di servizio al Paese, la grande garanzia al riguardo: ghe pensi la Repubblica!

Sistema politico: e pur non si muove!

Il filosofo Massimo Cacciari, in una intervista rilasciata al quotidiano La stampa, sintetizza in modo mirabile lo svolgimento e la conclusione della vicenda dell’elezione quirinalizia: “La soluzione è rassicurante ma la politica ne esce a pezzi. Siamo di fronte a una malattia mortale dei partiti. Salvini e Conte clamorosamente sconfitti, Letta è rimasto a guardare”.

Per la verità è una malattia che viene da lontano, ma forse la prova del Quirinale l’ha evidenziata in tutta la sua gravità. Diagnosticare il male è relativamente semplice, trovare la giusta terapia è invece molto difficile. C’è sicuramente una carenza di leadership che mette i partiti allo sbando. All’abbandono delle ideologie si è risposto con la personalizzazione delle forze politiche. Oltre l’acqua sporca delle anacronistiche dottrine abbiamo buttato il bambino dei sempiterni valori. Al confronto sulle idee abbiamo sostituito la manfrina mediatica delle sparate populiste. Dalla militanza fatta di impegno e partecipazione siamo passati all’adesione acritica in base all’aria che tira. La selezione della classe dirigente è passata dalle scuole di partito e delle organizzazioni cattoliche alla improvvisazione delle promozioni on line dopo la rovinosa tappa intermedia del “portaborsismo” imperante.

Proprio Cacciari, alcuni anni or sono, ipotizzò ed auspicò un ritorno alla politica partendo dai minimi livelli, vale a dire dai quartieri, dalle piccole aggregazioni civiche e territoriali. Sarà possibile? In una società dell’usa e getta è piuttosto improbabile tornare alla paziente costruzione di un tessuto socio-culturale che possa rifondare e riavviare virtuosamente le forze politiche. D’altra parte più si aspettano soluzioni dall’alto è più si soffre la carenza della politica. Era eccessivo aspettarsi che dalla nomina parlamentare del presidente della Repubblica potesse scaturire una riforma del sistema politico. Non si può cominciare un’opera dalla fine, non si può ricostruire un edificio partendo dalla terrazza.

È indubbio che la società civile abbia in sé molto di sano da offrire alla politica, ma non si riesce a metterle in collegamento: da una parte si cerca nella società civile l’omologazione agli schemi della politica, dall’altra parte la società civile tende ad estraniarsi dalla vita politica non intendendo contaminarsi col malato sistema partitico.  Tutto rimane occasionale e improvvisato e non si innesca alcun procedimento efficace di revisione.

Anche la questione femminile rischia di rimanere alle dichiarazioni di principio: poteva avere un senso emblematico scegliere un capo dello Stato donna, ma non avrebbe certo significato cambiare radicalmente i meccanismi della politica. L’apporto femminile potrebbe effettivamente costituire la grande novità sistemica, ma non illudiamoci che la cooptazione di donne da parte del potere maschilista possa cambiare in profondità la politica. Chiedo scusa della plasticità dell’immagine al limite del volgare, ma il ricco e affascinante universo femminile rischia di fare “da foglia di fica” agli equilibri di potere sostanzialmente misogini.

E allora? Meno male che c’è Mattarella, ma, se rimaniamo inerti sotto il suo pur rassicurante ombrello, rischiamo grosso. Il presidente lo ha aperto diverse volte nel suo primo settennato: ultimo ombrellone, quello griffato Draghi. Evidentemente aveva pensato che fosse giunta l’ora di confidare forzosamente nell’impermeabile della politica. Purtroppo su di essa non cade una pioggerella, ma un autentico nubifragio. E allora rifugiamoci pure sotto la tettoia mattarelliana.

Riprendo il suo brevissimo ma nobilissimo intervento fatto immediatamente dopo la sua rielezione: “Ringrazio i presidenti della Camera e del Senato per la loro comunicazione. Desidero ringraziare i parlamentari e i delegati delle Regioni per la fiducia espressa nei miei confronti. I giorni difficili trascorsi per l’elezione alla Presidenza della Repubblica, nel corso della grave emergenza che stiamo tuttora attraversando sul versante sanitario, su quello economico e su quello sociale richiamano al senso di responsabilità e al rispetto delle decisioni del Parlamento. Queste condizioni impongono di non sottrarsi ai doveri cui si è chiamati, e naturalmente devono prevalere su altre considerazioni e su prospettive personali differenti, con l’impegno di interpretare le attese e le speranze dei nostri concittadini”.

Non illudiamoci, perché i moniti e gli esempi di Mattarella non basteranno. Sembra dirci: “Io continuo a pedalare, ma voi?”. Qualcosa deve cambiare. Non dico tutto, ma molto, molto di più rispetto alla riforma dei regolamenti parlamentari come auspica Enrico Letta, o all’elezione diretta del capo dello Stato come propongono, da sponde opposte, Matteo Renzi e Giorgia Meloni. Queste minimali ricette assomigliano tanto a la speransa di mäl vestì, ch a faga un bón invèron”.

 

 

I servizi segreti pubblici

Tutta la recente vicenda parlamentare inerente l’elezione del presidente della Repubblica è piena di aspetti piuttosto strani, non sempre automaticamente e completamente riconducibili all’imperizia dei leader di partito, che tuttavia è stata ampiamente dimostrata.

Elisabetta Belloni è una diplomatica e funzionaria italiana, dal 2021 direttrice generale del Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, il dipartimento presso la Presidenza del Consiglio dei ministri che ha compiti di coordinamento e vigilanza sulle attività dei servizi segreti italiani. Improvvisamente viene indicata, durante un summit tra Letta, Conte e Salvini, come candidata alla Presidenza, in nome della sua prestigiosa carriera, del fatto di essere una donna all’altezza del compito e di essere un grand commis di notevole livello ben conosciuta dal mondo politico per avere collaborato con ministri e governanti delle più diverse provenienze politiche.

Salvini imprudentemente si lancia a darla come cosa fatta, Conte invece pure, Letta sta sulle sue, ma lascia intendere che su quel nome si possa chiudere finalmente la trattativa. Nel giro di poche ore la candidatura salta. Matteo Renzi reagisce in modo scomposto, ma comprensibile, al paradosso istituzionale di un capo dei servizi segreti che diventa capo dello Stato. Di Maio spacca il M5S e l’asse conte-Grillo, continuando a puntare con le sue truppe alla riconferma di Sergio Mattarella. Sembra che nel Pd siano insorte difficoltà e contrarietà verso questa candidatura. Nel centro-destra Giorgia Meloni furbescamente si intesta questa operazione in nome di un assai poco credibile femminismo e contribuisce ad aumentare le perplessità dell’area centrista.

Dietro questa vicenda poco edificante c’è solo l’imprudenza e l’impulsività di Salvini, che stava cercando il modo di uscire dal tunnel in cui si era avventurato giocando a fare il leader di un fantomatico e sempre più diviso centro-destra e di farsi perdonare l’incauta mossa di candidare a spallate la seconda carica dello Stato, la presidente del Senato Alberti Casellati impallinata da Forza Italia, suo stesso partito?

C’è solo la scricchiolante leadership contiana a livello di M5S a cui non riesce a far fronte nemmeno l’intervento di Beppe Grillo, che saluta anzitempo, in un tweet, Elisabetta Belloni come presidente espressione del nuovo che avanza in gonnella? C’è solo la divisione correntizia all’interno del Pd, che Letta non riesce a controllare e men che meno a gestire oltre la crescente e comprensibile allergia piddina allo strapotere dei tecnici in parata?

I retroscena si stanno sprecando per tentare di spiegare un cortocircuito politico consumatosi nella notte tra il 28 e il 29 gennaio. Sì, perché al mattino successivo l’impalcatura allestita attorno alla candidatura di Elisabetta Belloni crolla miseramente. Posso immaginare il disappunto dell’interessata. Fatto sta che della Belloni non si parla più, se non per strascichi polemici, che impiegheranno parecchio tempo per essere smaltiti.

Come minimo una figuraccia della classe politica (una più una meno…), una mancanza di stile da parte di capi-partito che si muovono con l’eleganza di un elefante nel negozio di cristalleria, una ignoranza e una dabbenaggine istituzionali pazzesche, uno scivolone incredibile nella corsa all’annuncio mediatico fine a se stesso. Spero non ci sia qualcosa di più, molti si stanno esercitando al riguardo: questi retroscena non mi interessano e lasciano il tempo che trovano. Forse il capitombolo è servito a svegliare la politica, che stava prendendo una brutta piega.

Sinceramente non mi sarei sentito rappresentato da una pur brava e bella funzionaria, trasferita armi e bagagli sul più alto Colle. Il mondo dei servizi segreti mi ha sempre inquietato. A proposito di servizi segreti mi viene spontaneo ricordare come Guglielmo Zucconi sostenesse simpaticamente che gli Italiani vorrebbero “i servizi segreti pubblici”. Perfino Angela Merkel è caduta in questa contraddizione: si è accorta che la CIA spia tutto e tutti. Ma mi faccia il piacere… Chi è senza spie, scagli la prima pietra… Aldo Moro, dall’alto del suo scetticismo, non si scandalizzava e commentava: «Non sono forse le spie le peggiori persone che esistano in terra?». Può darsi che Elisabetta Belloni le stia controllando a dovere. Di qui a investire della funzione di capo dello Stato un personaggio proveniente, seppure da breve tempo, da questo settore ci passa molta strada.

Forse mentre i leader partitici discutevano e trovavano una combinazione, i parlamentari pensavano ad altre possibilità, vuoi per fare i bastian contrari, vuoi per garantirsi qualche mese in più di stipendio, vuoi per motivi di insubordinazione ai capi assai poco riconosciuti, vuoi per poter presentare ai loro elettori una scelta perfettamente in linea  con l’umore popolare, vuoi per gratitudine verso Mattarella che ha dato prova di rispettare il Parlamento molto di più di quanto non lo facciano i capi-partito, vuoi per un crescente prurito anti-tecnico serpeggiante nei Palazzi parlamentari, vuoi per un po’ di saggezza residua rispolverata per l’importante occasione.

Per quanto concerne la valorizzazione delle donne all’interno delle istituzioni, penso abbia più importanza il ruolo ricoperto da Elisabetta Belloni che non una sbrigativa e velleitaria spinta verso il Colle. Il problema della scarsa presenza femminile resta, ma non è il caso di risolverlo con paradossali scorciatoie istituzionali. E poi diciamolo fino in fondo: se la Belloni andava al Quirinale non era per dare un senso femminile all’operazione, ma per saltar fuori in modo poco dignitoso da un’impasse politica clamorosa.

Mattarella salvaci tu

“Il Signore li fa e poi li accompagna”, così recita un vecchio adagio. Salvini e Conte non li ha messi in pista il Signore, ma i cittadini distratti e sconclusionati, che hanno votato alle ultime elezioni politiche, con la complicità di Beppe Grillo, sempre più comico e sempre meno politico. Resta il fatto che sono stati i protagonisti della vicenda elettorale quirinalizia. In questi anni Sergio Mattarella se li è trovati fra i piedi e, con il suo ammirevole rispetto per tutti, li ha sopportati fin che ha potuto.

Nel campo del centro destra giganteggia (?) la figura di Matteo Salvini nonostante la sua fronda interna, nonostante i suoi governatori regionali, nonostante il vecchio e malandato Berlusconi: sta bullizzando la Repubblica, giocando a risiko con le istituzioni e tentando di accreditare la propria sgangherata leadership.

Nel campo del centro sinistra spadroneggia (?) Giuseppe Conte: non ha in mano e non rappresenta niente, ma si permette di pontificare a destra e manca, ammiccando alla Lega e persino a Fratelli d’Italia, condizionando il partito democratico in un patto cronicamente traballante.

Da una parte ci sono le forze che puntano alla continuità degli equilibri di governo, dall’altra quelle che puntano, più o meno apertamente, alle elezioni anticipate. In tutte le combinazioni però i partiti sono divisi al loro interno e aggiungono confusione e incertezza al (soq) quadro politico.

Nessun senso delle Istituzioni (un casino pazzesco fra parlamento, governo, etc. etc.), nessuna capacità di mediazione ai livelli più alti (c’è solo la ricerca dello scoop mediatico), nessun senso di responsabilità (sembra addirittura che prevalga la voglia di andare alle urne…). Non hanno voluto capire che il Presidente della Repubblica deve essere un personaggio politico e allora sono andati alla disperata ricerca di un tecnico (Belloni) oppure hanno ripiegato su un politico in senso deteriore (Casini) o hanno pensato di affidarsi al padreterno (Draghi). Basti dire che l’iniziativa politica è stata nelle mani di Matteo Salvini: peggio di così… Quanta nostalgia per la cosiddetta prima repubblica!!!

Mattarella aveva mille ragioni di chiamarsi fuori da questa gabbia di matti: vedere la politica ridotta così fa molto male a lui, ma anche a me. Solo lui però ha la possibilità di salvarci per l’ennesima volta. Lasci perdere le disquisizioni costituzionali sull’ammissibilità del rinnovo della massima carica dello Stato, abbia pietà di noi e ci dia una mano.

È partito finalmente un appello rivolto a Mattarella dai capi-gruppo dei partiti che sostengono il governo affinché ripensasse alla sua rinuncia e si rendesse disponibile ad un nuovo mandato. Credo che lui abbia apprezzato l’origine parlamentare di tale pressante richiesta, peraltro in linea con il sentimento popolare, rispetto ad una striminzita e penosa domanda partitica. La gente ne sarà oltremodo soddisfatta (vox populi vox dei). Resti al Quirinale senza limiti di tempo: sarà lui a decidere, ci fidiamo ciecamente.

La politica politicante, sotto-sotto, puntava alla nomina di Pierferdinando Casini, uno squisito doroteo, un uomo per tutte le stagioni: mi scappa detto che a lui avrei preferito paradossalmente addirittura Silvio Berlusconi (meglio la “pornopolitica” pura di quella perbenista). Per (s)qualificare Casini lo si definisce un democristiano. Non è un democristiano, è un doroteo vale a dire un democristiano in senso deteriore, vocato al potere per il potere. Però bisogna avere l’onestà di ammettere che, nel casino,  Casini ci faceva persino un figurone.

Chi voleva prescindere dalla politica è andato in cerca di un finto tecnico (ogni e qualsiasi nome veniva infatti immediatamente e inevitabilmente vagliato dal punto di vista politico) da spacciare come personaggio al di sopra delle parti. Il balletto delle candidature ha comportato anche la considerazione di facciata alle opzioni femminili (discorso peraltro molto serio), che sono servite a coprire i giochi: le donne hanno rischiato di fare da paravento o da pretesto alla bagarre istituzionale ed alle manovre in corso.

Ho spesso definito Sergio Mattarella come l’ultimo dei giusti della politica post-bellica, a lui poteva succedere l’ultimo degli ingiusti (Pierferdinando Casini) o il primo o la prima degli apolitici. Tutto è bene quel che finisce bene. Mattarella resta in sella con ancora maggiore credibilità e forza, concede alla politica i tempi supplementari per tornare ad essere protagonista seria della vita del Paese. Draghi rimane al coperto anche se leggermente indebolito, il governo, nonostante prevedibili ripercussioni politiche, resta comunque pienamente in carica, le elezioni si terranno alla scadenza prevista. Fra un anno si vedrà. “Tant nin nasa e tant nin móra”.