Il teatrino degli smidollati

Mi ero ripromesso di starmene zitto durante il rito parlamentare dell’elezione del Presidente della Repubblica, ma non posso assistere con indifferenza all’agonia della politica. Non mi scandalizzo del balletto delle votazioni andate a vuoto, non mi sorprendo dei forti contrasti tra le coalizioni e all’interno delle stesse e nemmeno della conflittualità interna ai singoli partiti: era prevedibile e scontato che l’appuntamento politico più importante mettesse allo scoperto tutte le differenti visioni e visuali.

La democrazia non deve avere timore delle contrapposizioni e delle discussioni. Visto che è spuntata l’analogia con il conclave per la nomina del papa voglio rifarmi al pensiero paterno. Mio padre non sopportava la faziosità in generale, detestava la mancanza di obiettività e nelle sue frequentazioni terra terra, nonché nel far politica a livello di base, lanciava missili fatti di buon senso più che di analisi politica. Durante il lungo conclave per l’elezione del papa che sfociò nell’elezione di Roncalli quale Giovanni XXIII, in caffè dal televisore si poteva assistere al susseguirsi di fumate nere e qualche furbetto non trovò di meglio che chiedere provocatoriamente a mio padre, di cui era noto il legame, parentale e non, con il mondo clericale (un cognato sacerdote, una cognata suora, amici e conoscenti preti etc…): “Ti ch’a te t’ intend s’ in gh’la cävon miga a mèttros d’acordi cme vala a fnir “.  Ci sarebbe stato da rispondere con un trattato di diritto canonico, ma mio padre molto astutamente preferi’ rispondere alla sua maniera: “I fan cme in Russia, igh dan la scheda dal sì e basta! “. Questo per dire che è sempre meglio una bagarre democratica di un’ordinata elezione di regime.

Qual è allora il punto dolente, il nervo scoperto della situazione attuale: la totale e generale incapacità della politica a svolgere il proprio ruolo. Sergio Mattarella, dopo averla rispettata fin troppo, la mise da parte provvisoriamente con l’operazione Draghi, sperando che la notte draghiana le portasse consiglio. Sono convinto che dietro il gran rifiuto di Mattarella non ci sia alcuna opportunistica “viltà”, ma il desiderio impellente di restituire alla politica ed ai partiti il proprio imprescindibile ruolo anche in vista delle elezioni politiche del 2023.   Ho troppo stima del presidente uscente per pensare che abbia ignorato la penosa situazione dei partiti: penso abbia messo sul piatto della bilancia il rischio di proseguire e istituzionalizzare una supplenza rispetto al pericolo di incancrenire l’incapacità della politica ad affrontare la situazione sempre più difficile. Il gesto di Mattarella è stato un estremo atto di fede nella democrazia e nella politica.

Senonché alla prova dei fatti i partiti si sono dimostrati incapaci non dico di nuotare, ma persino di galleggiare usando le ciambelle di salvataggio messe a disposizione nell’ultimo periodo di “vacanza”. Lo stesso Parlamento alla sesta votazione (nonostante 445 astensioni e 106 schede bianche) ha certificato questa incapacità, assegnando 336 voti a Mattarella nonostante la sua conclamata ritrosia: oltre i cittadini anche i loro rappresentanti guardano a Mattarella come punto di rifermento irrinunciabile, reagendo con uno scatto di dignità alle assurde direttive dei leader (?) di partito, che stanno giocherellando in modo vergognoso.

Forse Mattarella ha ritenuto che fosse comunque giunto il momento di buttare in acqua la politica per verificare se riusciva a stare a galla, anche perché prima o poi questo pur pericoloso riscontro andava comunque fatto. Disastro!

E adesso? Salvo un ritorno (personalmente ne sarei entusiasta) di Sergio Mattarella, sollecitato da una larga maggioranza parlamentare, non solo rischia di uscire un nuovo presidente della Repubblica frutto del caso, ma di andare a catafascio il delicato equilibrio governativo creatosi attorno a Mario Draghi. Troppo tardi per un ritorno in sella di Mattarella (anche se, come detto, non è mai troppo tardi), troppo tardi per un accordo di fine legislatura fra i partiti (sempre più rissosi), troppo tardi riprendere un corso onorevole della vita politica ed istituzionale (c’è rimasto Draghi con il suo prestigio).

La vicenda dell’elezione del capo dello Stato è sempre stata un delicato passaggio nella vita democratica del Paese. La differenza è che un tempo esistevano i partiti, i leader, gli accordi e le contrapposizioni strategiche e tattiche. Oggi si nota solo una gran confusione in cui la democrazia rischia di soccombere. La speranza è l’ultima a morire e forse la gente è più democratica e seria dei partiti che la rappresentano. Non so se i cittadini abbiano il Parlamento che meritano. In parte sì, se pensiamo alle distrazioni grilline e alle sirene leghiste: non è un caso che l’attuale situazione di stallo dipenda soprattutto dalla inconcludenza di queste forze politiche.

Poi però la gente ha capito Mattarella, stima Draghi, ma non può andare oltre: speriamo non si faccia catturare da illusioni populiste ed anti-parlamentari. Dopo la folle implementazione dei poteri regionali, dopo la sbrigativa sforbiciata alle Camere, si potrebbe profilare l’elezione diretta del capo dello Stato: scorciatoie alla disperata ricerca di una equivoca meta.  I cittadini avrebbero voluto a tutti i costi proseguire con l’equilibrio trovato nell’ultimo anno. I partiti hanno (giustamente?) paura di perdere il controllo della situazione, battono dei colpi, ma sono colpi a vuoto. C’è di che essere seriamente preoccupati. Speriamo in un rigurgito di responsabilità, ma temo il peggio. La storia insegna che all’ultimo minuto spesso c’è stato un colpo di reni. Il problema è che la politica è attualmente senza reni, proprio mentre la situazione è senza rete.

 

Stupro ultimo atto

Il fenomeno dello stupro è un po’ come il coronavirus, sta assumendo connotati e caratteristiche variabili, che lo rendono ancora più sfuggente e difficile da combattere e soprattutto da prevenire.  Non esistono infatti limiti territoriali: si stupra a Milano e a Roma come in tutte le altre città e zone. Non ci sono limiti localistici: si stupra in piazza e nelle ville. Non si vedono limiti sociali: si va dallo stupro di massa a quelli della società bene. Non si hanno procedure particolari: si passa dai sabba allargati ai festini a base di sesso, alcool e droga. C’è lo stupro popolare e quello d’élite, quello dei ragazzi di strada e quello dei “bravi” ragazzi.

Un dato comune ed inquietante è la totale assenza e indifferenza genitoriali. Mia sorella, acuta ed appassionata osservatrice dei problemi sociali, nonché politicamente impegnata a cercare, umilmente ma “testardamente”, di affrontarli, di fronte ai comportamenti strani, drammatici al limite della tragedia, degli adolescenti era solita porsi un inquietante e provocatorio interrogativo: «Dove sono i genitori di questi ragazzi? Possibile che non si accorgano mai del vulcano che ribolle sotto la imperturbabile crosta della loro vita famigliare?». Di fronte ai clamorosi fatti di devianza minorile, andava subito alla fonte, vale a dire ai genitori ed alle famiglie: dove sono, si chiedeva, cosa fanno, possibile che non si accorgano di niente? Aveva perfettamente ragione. Capisco che esercitare il “mestiere” di genitori non sia facile ed agevole: di qui a fregarsene altamente…

Un altro presupposto drammatico è costituito dalla cosiddetta cultura dello sballo. La trasgressione, da che mondo è mondo, è tipica dei giovani e porta in sé anche degli elementi interessanti su cui costruire qualcosa di buono. La trasgressione invece è ormai diventata un modus vivendi, l’altra faccia della medaglia esistenziale, il contrappunto psicologico delle giovani generazioni, una fuga totale dai valori, il rifiuto del vivere da persone per ripiegare sugli istinti animaleschi. È inevitabile che a farne le spese siano i soggetti più deboli: le giovani e giovanissime donne e i ragazzi diversi per debolezza fisica, mentale e culturale. A volte scatta addirittura una sorta di sindrome di Stoccolma, in cui le vittime potenziali di un abuso, in maniera quasi paradossale, si immergono in situazioni che possono fare da prologo ai misfatti, salvo poi rimanerne sconvolte e distrutte. Mi capita di pensare a ciò, quando osservo le ragazze affascinate dall’emergente potenziale bullismo dei ragazzi e la loro smania di emulazione. Mi verrebbe spontaneo chiedere a queste ragazze, che si prostrano psicologicamente agli atteggiamenti violenti e presuntuosi dei loro coetanei: “Ma non capite che state andando incontro alla rovina? Svegliatevi!”.

Un ulteriore dato comportamentale riguarda l’assenza totale di interesse verso i problemi sociali e politici: i giovani che non discutono, ma sanno solo ridacchiare, non litigano sui problemi, ma sulle ragazzine da coinvolgere nelle loro scorribande sessuali. La valutazione dei problemi è infatti un grosso antidoto alla devianza ed all’alienazione. La politica è la grande assente non tanto in quanto incapace di elaborare una strategia di attenzione verso i giovani, ma in quanto totalmente fuori dalla portata dei giovani stessi, elemento ad essi estraneo, da non prendere nemmeno in considerazione.

La vita si incaricherà di metterli drammaticamente di fronte alla realtà: lutti, disavventure tragiche, delusioni cocenti, choc anafilattici a livello psicologico. Sarà comunque sempre tardi per svegliarsi, forse troppo tardi.

Non c’è più nemmeno lo scontro generazionale, perché le generazioni si ignorano reciprocamente, salvo accorgersi dei disastri a “stupro avvenuto”. È un quadro allarmante e sconfortante. Sono venuti meno tutti i riferimenti educativi: dalla famiglia alla parrocchia, dalla scuola allo sport, dalle amicizie agli innamoramenti, etc. etc. Il nulla che avanza e ci interroga. Cosa rispondere?

Da anziano, catalogabile come brontolone inconcludente, tento di reagire con la testimonianza, l’unica arma che alla lunga può almeno interessante se non vincente. Non la supponenza derivante dalle nostalgie del passato, ma l’umiltà frutto dell’esperienza e della cultura. La mia principale ansia è quella di comunicare qualcosa ai giovani, prendendolo dal mio bagaglio esistenziale fatto di errori, difetti ed elementi di vita vissuta. Tentare non nuoce, anche se le occasioni sono poche, in una società assurda nella sua frenesia e vuota nel suo struggente conformismo. Non mi scandalizzo, non piango e non rido, vorrei provare a dire e fare qualcosa. Sono a disposizione!

La clausura del gas

Viviamo in un mondo posto nelle mani di un autentico criminale politico, Vladimir Putin (la domanda che mi pongo su questo personaggio, in una sorta di macabra verifica contabile,  è se abbia più o meno cadaveri sulla coscienza rispetto a Stalin e Hitler), di una nazione, la Cina, che riesce a combinare  il peggior comunismo con il peggior capitalismo, degli Usa preoccupati solo di arginare in qualche modo lo strapotere cinese e governati da un deludentissimo Joe Biden, al quale va dato il merito di avere accantonato il trumpismo, ma che, oltre ai piedi, si trascina il cervello, di una fantomatica Europa disunita che ha paura di disturbare i “grandi” senza avere l’ardire di diventare “grande”.

Cosa può capitare se queste sono le premesse? Di tutto e di più. Una guerra qui, una guerra là, una guerra continua, come dice papa Francesco. Non voglio fare l’idealista ad oltranza, ma, se la considerazione degli interessi economici prevale sul rispetto dei diritti dei popoli e delle persone, si può arrivare a ben miseri e squallidi equilibri internazionali.

La Russia invade l’Ucraina. Sono più importanti i diritti degli ucraini o il gas della Russia? A parole si attacca Putin, gli si affibbia qualche sanzione, che gli fa solletico, ma in realtà non lo si vuol disturbare più di tanto, perché non si può prescindere dalle fonti energetiche controllate dalla Russia. Gli Usa fanno finta di preparare una “guerretta”, gli europei trattano sotto banco, i cinesi ammiccano.

Qualcuno dirà che sto scoprendo l’acqua calda, che il mondo è sempre andato così, che è perfettamente inutile pensare alla pace, meglio accontentarsi di galleggiare sulla guerra.

Giustamente si ritiene che il prossimo presidente della Repubblica italiana debba essere un perfetto atlantista ed un convinto europeista. Io lo vorrei un po’ pacifista, anche perché l’atlantismo è ormai relegato da tempo nelle cantine della storia, mentre l’europeismo è collocato nelle soffitte dell’idealismo. Degli “ismi” l’unico che rimane valido è appunto il pacifismo, quello alla Giorgio La Pira, che andava a colloquio con i “grandi” a mani nude, armato solo delle preghiere delle suore di clausura.

In questi giorni rivedo in modo critico l’esperimento di Mario Draghi al governo ed ammetto di essere decisamente stanco del “draghismo” imperante: dopo essere stato l’antidoto della pandemia, l’artefice della ripresa economica, il simbolo della riscossa italiana, ora sarebbe anche il perno degli equilibri mondiali. Qualcuno ha ipotizzato che la crisi russo-ucraina possa spingere Draghi sul Colle, così come l’attentato mafioso a Falcone portò Scalfaro al Quirinale.

Stiamo facendo un pessimo servizio a Draghi, all’Italia, all’Europa ed al mondo. Teniamo i piedi per terra, la terra della testarda e irrinunciabile ricerca della pace. L’Italia non conterà solo nella misura in cui avrà un presidente forte ed autorevole, ma soprattutto se avrà il coraggio di essere forte ed autorevole nella sua politica di pace, guidata da personaggi che partano autorevolmente e coerentemente da idee di pace.

 

Acide riflessioni borderquirinale

Quando seguivo le partite di calcio dagli spalti ero solito osservare anche, oserei dire soprattutto, ciò che emergeva dal contorno, vale a dire allenatori, massaggiatori, dialoghi fra i giocatori, gesti arbitrali: tentavo di capire cosa succedesse oltre il puro fatto agonistico, dalle mere giocate passavo al mondo del pallone, accontentando in un certo senso un mio carissimo zio, il quale, snobbando il calcio, affermava che si sarebbe piegato a seguirlo solo nel caso in cui si trattasse di vedere 22 palloni che correvano dietro un uomo.

Ebbene ammetto di avere seguito le elezioni quirinalizie con questo spirito oscillante fra il curioso scetticismo e la critica border line. Ho fatto una scorpacciata di politica a costo di rimanerne stomacato. Ascoltavo, però soprattutto pensavo, e di queste pensate a bassa voce voglio rendere brevemente conto.

Innanzitutto ho scelto di appoggiarmi ai servizi speciali de La 7, facendo qualche sporadica capatina sulla Rai durante le pause pubblicitarie: una differenza abissale di qualità a sfavore della Tv di Stato, un vergognoso gap tra lo stile delle due emittenti. Niente di scandaloso, d’accordo, ma che un pubblico servizio si faccia così gravemente superare da un servizio privato, non è certamente un fatto positivo e la dice lunga su tutto l’assetto del nostro sistema.

Passando dal livello della critica a quello dei personaggi sulla scena, sono saltati molti schemi che storicamente ho messo nel mio bagaglio politico, soprattutto quello di destra e sinistra. Faccio un esempio molto eloquente. Ho sentito le dichiarazioni di Stefano Bonaccini, governatore emiliano di sinistra (?), ma anche quelle di Luca Zaia, presidente della regione Veneto, uomo di destra (?). Ebbene, se devo essere sincero mi piace molto di più Zaia col suo stile pragmatico e schietto rispetto a Stefano Bonaccini ed alla sua tronfia aria da saputello di periferia. Cosa mi sta succedendo? Cosa sta succedendo alla politica? Non so, forse non ci capisco più niente o forse sono saltati certi schemi a cui ero particolarmente affezionato. Fatto sta che se ipoteticamente dovessi scegliere fra i due non esiterei nemmeno un attimo a schierarmi dalla parte di Zaia. I casi sono due: o io, schiavo dell’arteriosclerosi galoppante, sto diventando “di destra” oppure la “sinistra” sta diventando inguardabile e insopportabile. Spero di guarire, anche se ci vorranno medici molto diversi dagli attuali dirigenti piddini.

Andiamo ai grandi elettori e loro leader. Al di là del miserevole livello dei parlamentari, da una parte si intravedono i calcoli renali della politica politicante, il cui esempio eclatante è il vergognoso riciclo di Pierferdinando Casini, dall’altra abbiamo il brancolare nel buio dei grillini, che però hanno almeno il buongusto di fare un nome adeguato alla mission quirinalizia, Andrea Riccardi. Da una parte l’impresentabile, dall’altra il presentabile. L’impresentabile forse raccoglierà i voti a destra e manca e finirà al Colle. Il presentabilee viene liquidato come un uomo di parte, un candidato di bandiera, un ballon d’essai.  Sono costretto a rivalutare i pentastellati: la politica non sanno nemmeno dove sta di casa, ma almeno sfoderano un po’ di fantasia. Complimenti.

 

Insieme (non in piazza) si soffre meglio

Lo scrittore Alessandro Baricco ha annunciato sui social: “Ho la leucemia. Trapianto di midollo tra un paio di giorni, i medici si sono messi in testa di guarirmi”. “Ehm, c’è una notizia da dare e questa volta la devo proprio dare io, personalmente. Non è un granché, vi avverto. Quel che è successo è che cinque mesi fa mi hanno diagnosticato una leucemia mielomonocitica cronica”, scrive lo scrittore in un post su Facebook.

Il post è accompagno da una foto in cui si vede un computer e una copia de Il Circolo Pickwick di Charles Dickens accanto a un letto d’ospedale. “Ci sono rimasto male – prosegue lo scrittore – ma nemmeno poi tanto, dai. Quando hai una malattia del genere la cosa migliore che puoi fare è sottoporti a un trapianto di cellule staminali del sangue, cosa che farò tra un paio di giorni (be’, non è così semplice, ci stiamo lavorando da mesi, è un lavoro di pazienza). A donarmi le cellule staminali sarà mia sorella Enrica, donna che ai miei occhi era già piuttosto speciale prima di questa avventura, figuriamoci adesso”.

“Molto altro non mi verrebbe da aggiungere – continua -. Forse, ecco, mi va ancora di dire che percepisco ogni momento la fortuna di vivere tutto questo con tanti amici veri intorno, dei figli in gamba, una compagna di vita irresistibile, e il miglior Toro dai tempi dello Scudetto. Sono cose, le prime tre, che ti cambiano la vita. La quarta certo non te la guasta. Insomma, la vedo bene. Per un po’ non contate su di me, ma d’altra parte non abituatevi troppo alla cosa perché i medici che si sono ficcati in testa di guarirmi hanno tutta l’aria di essere in grado di riuscirci abbastanza in fretta”.

Ho una grande ammirazione per Alessandro Baricco e quindi sono rimasto doppiamente colpito e dispiaciuto dalla notizia della sua malattia: questi personaggi, con i loro scritti, con le loro idee e con il loro stile comunicativo, entrano nella tua vita, diventano un po’ come un soggetto di famiglia e quindi fa ancora più male saperli ammalati. Questa la prima, non banale reazione, anche se, a dirla con il sarcasmo di mio padre, se a Baricco andassero a dire che Ennio Mora ha un tumore (facciamoci le corna persino con le dita dei piedi, come affermava simpaticamente una mia carissima zia alquanto superstiziosa), probabilmente risponderebbe con malcelato imbarazzo, chiedendo all’interlocutore chi sia mai questo signore gravemente ammalato, non per indifferenza alle sofferenze altrui, ma per i limiti posti ai rapporti umani.

Mi colpiscono il suo spirito combattivo, il suo ottimismo, la sua fiducia nella medicina, il suo ancoraggio ai sentimenti forti: sono le migliori reazioni possibili sul piano umano, delle quali molto probabilmente io non sarei capace. Quindi traggo dalle sue parole un insegnamento, un invito a non mollare, a combattere fino in fondo la buona battaglia, conservando la fede, certamente nella vita, non so se per Baricco si possa dire anche in Dio. Il cardinal Martini direbbe che è la stessa cosa: Dio è vita e amore alla vita, quindi… Senza esagerare, colgo nella reazione di Baricco alla sua grave malattia un messaggio positivo ed incoraggiante.

C’è però una domanda che mi faccio: è proprio necessario e utile mettere in piazza (oggi si dice sui social) questi fatti così personali e particolari? Cosa spinge ad agire così? Spero non sia una ricerca a tutti i costi del protagonismo e nemmeno una strumentalizzazione a scopo propagandistico della propria notorietà. Sarebbero veramente motivazioni inconsistenti e contraddittorie. E allora perché non autorispettare la propria privacy: gli animali quando stanno male tendono ad isolarsi. Non siamo animali e quindi abbiamo bisogno degli altri anche e soprattutto nei momenti più difficili e tristi, ma questi rapporti devono essere molto profondi e intensi, altrimenti rischiano di rimanere semplici esternazioni di maniera, di costituire una equivoca spettacolarizzazione del dolore o un pretenzioso esorcismo nei confronti della malattia.

Qualche tempo fa un amico medico mi fece osservare come nella cultura americana il tumore sia considerato un evento normale, da vivere e comunicare con tutti, mentre per la nostra cultura è l’anticamera della morte. Non mi piace l’idea di associare immediatamente la malattia grave alla morte, ma non mi piace nemmeno la sua banalizzazione mediatica. Le cose serie vanno comunicate e vissute seriamente. Sono sicuro che per Alessandro Baricco sarà così e mi auguro che la sua esternazione abbia il significato umano di amicizia con i suoi lettori. Io, che sono un suo lettore ed ammiratore, la colgo e la vivo così e mi permetto di esprimergli tutta la mia solidarietà, al di là e al di fuori della insulsa ritualità mediatica, di cui siamo ormai (quasi) tutti e sempre (più) schiavi.

 

 

La lotta al covid prescinde dalla carità

“Covid. Dallo stop al catechismo ai controlli. Nelle diocesi è l’ora della prudenza. L’impennata dei contagi modifica l’agenda ecclesiale. La sospensione degli incontri per i ragazzi. Green pass per le attività parrocchiali. I casi di non far distribuire l’Eucaristia ai non vaccinati”. Così il quotidiano Avvenire sintetizza l’atteggiamento della Chiesa di fronte alla recrudescenza pandemica.

Dal momento che “si vive anche di ricordi”, la mia memoria, chissà perché, mi rimanda ai rapporti burrascosi o freddi, strani o eterei, intercorsi, direttamente o indirettamente, con la Gerarchia cattolica parmense ai massimi livelli.  Non ritorno su vicende passate: non è il caso di rivangare polemiche ed esperienze negative. Mentre mia sorella Lucia mi ha insegnato e testimoniato una partecipazione convinta ma critica alla vita ecclesiale, io ho stravolto il suo insegnamento, partecipando poco e criticando molto. Questo mio atteggiamento mi ha costretto in uno splendido isolamento con rare anche se fondamentali eccezioni a livello clericale e laicale: ho vissuto uno stupendo rapporto con pochi ma carissimi amici preti e laici, che bontà loro, hanno capito la mia buona fede nella critica e la mia ansia di carità nella pur distaccata ed episodica partecipazione alla comunità.

Cosa c’entra tutto ciò con l’atteggiamento prudenziale della gerarchia cattolica in merito al covid? Il fatto che la lettura delle burocratiche misure adottate abbia toccato un nervo scoperto inerente il mio rapporto con la Chiesa la dice comunque lunga, anche se voglio farla breve. L’approccio è purtroppo sempre lo stesso: prima vengono le fredde cautele burocratiche e poi i caldi rapporti con le persone. Come se Gesù, prima di guarire i lebbrosi, anziché toccarli, li avesse tenuti a debita distanza per paura che fossero contagiosi (e lo erano veramente!).

Un simpatico, acuto ed ironico sacerdote ha recentemente ridicolizzato le preoccupazioni clericali in ordine alla partecipazione all’eucaristia in clima pandemico: “L’importante è sanificarsi le mani, indossare la mascherina, rispettare le distanze. Poi, se uno non si confessa da dieci anni e/o pensa ai fatti suoi durante la celebrazione, non ha alcun rilievo…”.

E le persone lasciate morire sole come i cani? E il divieto di fare visita in ospedale ai propri cari? E la dimensione caritativa all’interno della lotta al virus? Tutto lasciato ai pochi o tanti eroi che bazzicano come assistenti religiosi le corsie degli ospedali? Beata la Chiesa che non ha bisogno di eroi, ma che predica e pratica l’eroismo della carità cristiana! Il bollettino comportamentale varato dalla gerarchia ha il sapore di un freddo e burocratico dpcm, niente di più e niente di diverso.  Se mi chiedessero: “Hai letto le direttive della Chiesa in materia di covid?”, non esiterei a rispondere: “Ho avuto l’impressione di leggere una circolare del ministro della salute!”.

Forse l’ho presa su un po’ troppo alla larga, forse sono stato, per l’ennesima volta, impietoso verso le gerarchie cattoliche locali e periferiche, ma sono arrivato al dunque: la Chiesa vuol fare o no il proprio “mestiere”, quello di predicare e praticare il Vangelo? Tutto il resto lasciamolo ai pubblici poteri, che di regole ne fanno già anche troppe.

Quando a mio padre rimproveravano di essere esageratamente permaloso di fronte a certe espressioni, era solito affermare convintamente: «L’ è al tón ch’a fà la muzica…». Il tono dei pronunciamenti anti-covid da parte dei vertici della Chiesa, da cui sono partito, fa una gran brutta musica: la freddezza che smorza sul nascere ogni e qualsiasi bisogno di aiuto e comprensione.

Ho citato mia sorella Lucia, persona cattolica, umile nella sua fede ma orgogliosamente spinta nella sua verve critica; voglio fare riferimento anche ad un altro grande maestro amico, Gian Piero Rubiconi, il cui ricordo mi accompagna e mi sostiene. Non ho mai capito e, per la verità non ho mai cercato di capire, fin dove si spingesse la fede di Gian Piero a livello religioso, se fosse credente, diversamente credente, ateo. Il suo atteggiamento di fronte alla religione lo colloco all’interno di due piccole ma significative coordinate. Un giorno ebbe a dirmi: «Non ho dubbi, il vangelo è il più bel libro che sia mai stato scritto…». A cosa intendesse alludere veramente non ebbi l’ardire di chiederlo.  Un’altra volta assistemmo silenziosamente ad un episodio sgradevole. Eravamo andati a colloquio, sui problemi culturali parmensi, con un pezzo grosso della curia diocesana. Nel chiostro del vescovado, appena prima di entrare nel salottino in cui saremmo stati ricevuti, si fece vedere un accattone che stando in disparte chiedeva l’elemosina. L’altolocato sacerdote mise sbrigativamente una mano in tasca, ne estrasse una monetina e la lanciò al poveraccio che si precipitò a raccoglierla. Né più né meno come si fa gettando un osso ad un cane. Al momento non facemmo alcun commento. Passò qualche giorno e Gian Piero, dopo avere evidentemente riflettuto sull’episodio di disgustosa indifferenza verso “i poveri cristi” da parte di chi in essi dovrebbe vedere Cristo, mi disse con alquanta indignazione: «Hai visto, l’altro giorno in vescovado? che roba! Non è possibile…». Da credente e praticante risposi amareggiato: «Vedi Gian Piero, non giudicare la Chiesa da questi assurdi comportamenti, la Chiesa non è quella…». «Certo, ho capito cosa vuoi dire, ma comunque…lo scandalo rimane…». Il discorso finì lì. Lasciammo perdere, ma aveva ragione da vendere.

 

 

 

 

 

In Parlamento, si parte!

Sette su dieci vorrebbero l’elezione diretta del prossimo presidente della Repubblica. I preferiti sono Mattarella e SuperMario. Queste in estrema sintesi le indicazioni emergenti da un sondaggio di Alessandra Ghisleri così come risultanti da una notizia Ansa, di cui riporto l’incipit.

“Dopodomani inizieranno le votazioni per l’elezione del presidente della Repubblica e, sebbene ogni giorno attraverso i media ci sia una narrazione pervasiva che sottolinea l’importanza del dibattito, gli italiani sono consapevoli di non esserne i protagonisti, ma semplici spettatori con l’unica e considerevole occasione di essere giudici di quello che la politica avrà il coraggio di esibire. Il voto in sé fa parte della nostra vita fin dalle prime valutazioni scolastiche portando con sé tutto il carico emotivo che si nasconde dietro al semplice numero”.

In effetti, di fronte al penoso spettacolo di un Parlamento incapace di porre nei giusti modi e termini una scelta fondamentale per la vita democratica del Paese, davanti al dibattito chiacchierone e sconclusionato, collocato, come del resto ormai tutto, a livello puramente mediatico, la tentazione di rimettere tutto nelle mani dei cittadini è forte come non mai.

Bisogna però stare molto attenti perché il populismo si può servire anche di argomenti seri per insinuarsi nelle vene democratiche della gente e del sistema. La Costituzione italiana ha in sé tutti gli antidoti al riguardo: in modo ineccepibilmente coerente e lungimirante ha previsto per la nostra democrazia un sistema parlamentare con poche e motivate deroghe a livello di democrazia diretta (referendum). Tale impianto istituzionale ha retto a meraviglia all’usura del tempo: le riforme alla Costituzione, disorganiche e improvvisate, fortunatamente non sono riuscite a stravolgerne l’assetto fondamentale, che mette al centro della vita democratica del Paese il Parlamento eletto dal popolo sulla base delle proposte dei partiti che concorrono a determinare la politica nazionale.

Al fine di evitare inutili e fuorvianti discussioni preliminari all’elezione del Presidente della Repubblica è previsto che la nomina avvenga trasformando il Parlamento in una sorta di seggio elettorale, in cui esercitano il diritto di voto i grandi elettori, vale a dire i deputati, i senatori e i delegati regionali. Data l’importanza e la delicatezza i costituenti l’hanno cioè sottratta, almeno ufficialmente, alla normale kermesse politica e partitica, trasformandola in una sorta di conclave laico, purtroppo violato con disinvoltura, dabbenaggine e strumentalità dai partiti e dai media.

Perso per perso viene spontaneo auspicare che il tutto venga rimesso nelle mani dei cittadini, saltando il Parlamento. Siccome il Capo dello Stato non ha funzioni governative e legislative, ma svolge un ruolo di rappresentanza e garanzia, non avrebbe alcun senso rimetterne l’elezione ai cittadini. Poi, diciamola tutta, le candidature uscirebbero da un ancor più squallido tritacarne partitico e mediatico: la cura si rivelerebbe peggiore della malattia.

Teniamoci stretto il sistema parlamentare e non rincorriamo, seppure in buona fede, le populistiche chimere di regimi presidenziali e di finta democrazia diretta. Ecco perché non vedo l’ora che si proceda all’elezione, terminando la bagarre che si è scatenata, a cui forse anch’io non mi sono sottratto. Adesso basta! Rispetto per il Parlamento riunito in seduta comune e invito ai grandi elettori ad essere tali in tutti i sensi: grandi perché a loro volta rappresentano tutti i “piccoli” cittadini che li hanno votati, grandi perché ad essi è affidato un compito delicatissimo, grandi perché grande deve essere la nostra Repubblica democratica fondata sul lavoro (e non sulle chiacchiere).

Ormai finalmente ci siamo. Buon voto a chi di dovere! Buono, attento e partecipe silenzio a tutti gli altri!

 

 

Il Travaglio dei parti di Marta Cartabia

Niente mi toglie dalla testa che l’introduzione dell’obbligo vaccinale con tanto di emarginazione per i soggetti non vaccinati sia incostituzionale e indegno per la legislazione di un Paese civile e democratico. Più ho l’occasione di parlarne con persone anche qualificate e in prima linea e più mi convinco che siamo completamente fuori strada da tuti i punti di vista. Molti lo pensano ma nessuno osa dirlo apertamente. Anche perché non mi risulta che siano state messe in atto quelle misure minime che dovrebbero agevolare il superamento delle perplessità e la considerazione dei rischi che molte persone corrono con l’inoculazione del vaccino. Si risponde con la solita menata del calcolo costi-benefici, con la teorica e frettolosa competenza dei medici addetti, con un perentorio invito a fidarsi della scienza, la quale giorno dopo giorno sta purtroppo evidenziando clamorosamente i propri limiti a livello di diagnosi e cura. Anche a livello organizzativo le cose marciano in modo penoso (basti pensare alle file davanti alle farmacie e davanti agli hub vaccinali).

Ma vorrei fare una caustica riflessione di carattere istituzionale. Più o meno tutti, quando venne insediato il governo Draghi,  osammo sentirci meglio garantiti su diversi piani: un economista come Draghi incoraggiava ad avere fiducia nella riformata e riformante ripresa economica; una giurista come Marta Cartabia, con la sua esperienza di componente e presidente della Corte Suprema, lasciava ben sperare in un sostanziale e sostanzioso miglioramento del funzionamento della giustizia e, ancor prima, in un rigoroso rispetto della Costituzione; un uomo d’azione come il generale Figliuolo rassicurava sui tempi e modi della vaccinazione di massa; lasciamo al momento perdere gli altri ministri per carità di governo e di patria.

La più grande delusione è comunque arrivata da Marta Cartabia. Mi permetto solo di richiamare en passant quanto il giornalista Marco Travaglio sostiene col suo solito schietto e provocatorio atteggiamento: “La controriforma Cartabia, è un Salvaladri molto più grave del decreto Biondi. Con una furbata che finge di mantenere la Bonafede sulla carta, ma nella sostanza la spazza via: la prescrizione resta bloccata dopo il primo grado, ma solo se il processo non dura in appello più di 2 anni e in Cassazione più di 1 anno. Così l’automatismo salta e il potere di allungare i processi fino alla prescrizione torna nelle mani di avvocati e magistrati collusi”. Per Travaglio, dunque, i processi “dureranno ancor di più”. Mi sembra di ricordare che l’autorevole giornalista abbia concluso amaramente, sostenendo come da una giurista di alto bordo sia uscita la peggior riforma della giustizia della storia repubblicana. Certamente Travaglio non ha la verità in tasca e tende ad esasperare i toni della sua contro-informazione, ma qualcosa di vero in quanto afferma credo e temo proprio che ci sia.

Non ho la competenza e l’esperienza per giudicare le norme introdotte sulla giustizia. Ripiego sul discorso dell’obbligo vaccinale e di tutta la legislazione emanata nel corso della pandemia con reiterati vulnus procedurali mantenuti nello stile governativo (da Conte a Draghi il passo è stato molto breve) e con il coniglio dell’obbligo vaccinale uscito dal cilindro pandemico (un vero e proprio attentato alle libertà personali). Che a questa patente violazione costituzionale, relativa ad una cattura per sfinimento dei cittadini dubbiosi, si sia prestata colei, che era andata al governo nei panni di vestale della giustizia, farebbe ridere se non ci fosse da piangere.

A giudizio di alcuni Marta Cartabia avrebbe le carte in regole per sdoganare le donne al massimo livello istituzionale: sarebbe un ottimo presidente della Repubblica. Inorridisco al riguardo. Alla delusione sta facendo seguito una insopportabile provocazione. Non mi interessa il sesso di Marta Cartabia, mi interessa la sua incoerenza, la sua opzione per la ragion di stato a danno dello stato di diritto. Come biglietto d’ingresso al Quirinale, niente male… Non mi resta che sperare nella verve polemica di Marco Travaglio: ho l’impressione che la farà da grandissimo elettore, non solo per contrastare la Cartabia, ma anche altre ipotesi che si stanno profilando.

 

 

 

Mettiamo la Repubblica nelle mani dei Santi e dei Martiri

L’elezione del presidente della Repubblica del 2022 passerà alla storia per le situazioni anomale in cui avviene e che la stanno condizionando in modo decisivo e negativo. Sono tante e vanno valutate anche per tentare, nei limiti del possibile, di evitarne le tristi conseguenze.

Innanzitutto il parlamento allargato che ne sarà protagonista è un “mostro” istituzionale, in attesa di essere sforbiciato di brutto da una riforma costituzionale affrettata ed assai discutibile. Una riduzione all’osso del parlamentarismo per combattere costi, inefficienze e affarismi della politica, che lascia dietro di sé una scia di opportunismi deresponsabilizzanti: molti deputati e senatori non torneranno più sulla scena del delitto e allora tanto vale commettere qualche delitto per procacciarsi il massimo possibile dei vantaggi economici e pensionistici. Molti si stanno scandalizzando del fatto che Silvio Berlusconi, nella vergognosa ma coerente ricerca di consensi verso la sua paradossale candidatura al Colle, tenti di attingere al serbatoio grillino: i voti dei nemici giurati valgono doppio e si conquistano non in campo aperto ma in trattative inconfessabile e prosaiche. Parlamentari improvvisati, rimasti senza capo e senza coda, possono tranquillamente essere indotti in tentazione e liberarsi a suon di favori dal male che avevano individuato nell’odiato nemico.

Questo parlamento, oltre che essere istituzionalmente in bilico, non è rappresentativo degli attuali indirizzi popolari: è stato tenuto in piedi con le stampelle mattarelliane nella preoccupazione di ricorrere anzitempo ad elezioni col rischio di rendere ancor più precaria la situazione politica; forse, del senno di poi son piene le fosse, era meglio prendere il toro per le corna e tornare al voto staccando la spina ad una legislatura disgraziata. Politicamente parlando, c’era la preoccupazione che potessero cambiare gli equilibri a favore del centro-destra col rischio di rimettere la nomina del presidente della Repubblica alla mercé di un centro-destra sempre più di destra e sempre meno di centro, sempre più populista e sempre meno democratico, sempre più nazionalista e meno europeista. E ora siamo lì a fare i conti con l’armata Brancaleone dei pentastellati e con un centro-destra spiazzato e devitalizzato dal governo Draghi, ma condizionato dai bollenti spiriti di un redivivo Silvio Berlusconi e dalle confuse tattiche di un inquieto Matteo Salvini.

A fronte di un parlamento debole e inguardabile, abbiamo un Governo forte(?) e ingombrante, che col suo premier sta interferendo nella nomina del capo dello Stato, perpetuando l’opzione della tecnica al posto della politica, mettendo il Paese nelle condizioni di un gatto che si morde la coda. È indubbio che l’anomalia di un governo tecnico stia dilagando e diventando anomalia dell’intero quadro istituzionale. A complicare il discorso si è aggiunto l’atteggiamento rinunciatario di Sergio Mattarella, che giustamente non vuole fare ulteriormente il “reggicoda” di Draghi, ma che toglie al quadro, già di per se stesso complicato, l’unico elemento di chiarezza e garanzia. La gente, che capisce molto più di quanto si possa immaginare, ha colto i rischi di questo inopinato abbandono mattarelliano e fa voci e strepiti per mantenere un minimo di equilibrio alla situazione.

L’assenza della politica è poi causa effetto di una spaventosa carenza di classe dirigente: si fa molta fatica a individuare personaggi in grado di ricoprire degnamente la carica di presidente della Repubblica. Un tempo si parlava di riserva della repubblica e ad essa in passato si fece ricorso anche per nominare il capo dello Stato. Con Mario Draghi si è raschiato il barile di tale riserva. Resta solo una possibilità: quel Giuliano Amato per certi versi legato al passato inguardabile dell’affarismo craxiano, ma tuttavia dotato di qualità più che adeguate al ruolo presidenziale. La mancanza di una classe politica degna di questo nome è comunque una anomalia che ci sta condizionando e rovinando.

Aggiungiamo pure alla torta (sarebbe meglio dire alla ciambella senza buco) la tragedia della pandemia, in cui la politica sta inciampando in modo vergognosamente contraddittorio e scandalosamente evasivo: non cerchiamo un presidente che si limiti a mettere il coperchio sulla ribollente e fuorviante pentola vaccinale. Non facciamo sì che l’emergenza sanitaria copra le malefatte della politica con la benedizione del nuovo capo dello Stato. Alla gente interessa uscire dalla pandemia e non capisce la politica politicante: un motivo in più per dare ai cittadini una dimostrazione di serietà. Al momento ci siamo assai lontani.

Cosa può saltare fuori da un simile labirinto politico ed istituzionale? Non ho la più pallida idea. Ci vorrebbe un vero e proprio miracolo. Non resta che pregare i santi della politica italiana del dopoguerra: Alcide De Gasperi, Giorgio La Pira, Aldo Moro. E ancor prima i santi della Resistenza e i martiri delle battaglie per la giustizia e la pace. Dopo aver pregato, mi permetto di ipotizzare di partire dall’inizio, dalla classe dirigente, non dalla riserva della repubblica, ma da quel po’ di emergente che il Paese evidenzia al riguardo. Insisto sul sindaco di Milano Giuseppe Sala (non sto a ripetere i motivi di questa, per certi versi estemporanea, opzione: ne ho scritto in un precedente commento a cui rimando). Con lui non si partirebbe in quarta, ma in prima, come è giusto fare, senza che la fretta sia cattiva consigliera e senza rischiare di rovinare del tutto la logora macchina che ci è rimasta.

Lo sberleffo post-grillino

Quando sento odore di pornografia, mi viene spontaneo ricordare quanto affermò Monsignor Riboldi, battagliero vescovo di Acerra, durante un convegno: disse di preferire la pornografia pura a certi spettacoli televisivi ammantati di perbenismo. Credo che, provocatoriamente e in stile perfettamente evangelico, intendesse bollare l’ipocrisia dei falsi moralisti che in teoria fingono di scandalizzarsi e in pratica si esercitano nella peggiore delle pornografie, quella della violazione sistematica dei valori.

Durante un convegno sulla “Trasparenza nella pubblica amministrazione”, organizzato dalla senatrice del M5S, Anna Laura Mantovani, tenutosi nella Sala dei presidenti, a Palazzo Giustiniani, immagini porno hanno invaso i monitor, creando imbarazzo nei protagonisti e nei partecipanti all’evento, che, tra l’altro, vedeva la presenza on line di Giorgio Parisi, un fisico e accademico italiano, premio Nobel nel 2021 per i suoi studi sui sistemi complessi.

L’organizzatrice del convegno ha vinto l’iniziale imbarazzo ed ha provato ad archiviare la vicenda (“in attesa di avere novità dalla polizia postale che sta conducendo le indagini per risalire a chi ha condiviso il video sulla piattaforma Zoom”): “Qualcuno ci ha scherzato pure su, dicendomi che quella cosa è quasi una medaglia che mi devo appuntare, poi anche Giorgio Parisi, il Nobel che era online, è stato molto gentile, mentre scorrevano le immagini hard non ha fatto una piega, poi mi ha detto che non dovevo scusarmi di nulla e che il convegno era andato davvero bene».

L’incidente a ‘luci rosse’ è finito su tutti i giornali: «Non riesco a spiegarmi chi e perché possa aver fatto questo blitz», spiega Anna Laura Mantovani. «Non si capisce quale fosse il messaggio che volevano dare – riflette – ora bisogna vedere se la polizia postale riuscirà a risalire agli indirizzi Ip, da chiedere ai gestori di Zoom per arrivare a capirci qualcosa di più».

Verranno portate avanti le dovute indagini anche sulla base della denuncia sporta per danno di immagine. Non so se l’accaduto debba essere catalogato come una goliardata informatica con intento dissacrante verso scienza e politica, che, mai come in questo momento, sembrano andare “grilloparlantescamente” a braccetto o come una sorta di provocazione anarchica in una fase storica in cui le Istituzioni stanno rivelando tutta la loro debolezza oppure come un colorito “j’accuse” al M5S per il tradimento perpetrato rispetto ai suoi bellicosi iniziali scopi della protesta anti-politica, una sorta di sberleffo post-grillino. Non riesco a intravedere intenti criminali o delinquenziali.

Al di là di tutto, riandando allo schema culturale di monsignor Riboldi, penso che sia opportuno accettare la provocazione, interpretandola come un invito per il mondo politico tutto (e non solo…) ad uscire dagli schemi pornografici del potere fine a se stesso: pornografia per pornografia meglio quella che tenta grossolanamente di sfogare gli istinti rispetto a quella che li blandisce e li “perbenizza”. Ognuno può tirare le proprie conclusioni applicando questo concetto a ciò che sta avvenendo: non è il caso di insistere anche perché il discorso si farebbe troppo (in)delicato.