Alla ricerca del Giotto populista

La politica sta scivolando inesorabilmente verso il populismo. Non voglio puntare il dito contro i regimi vigenti in parecchie Paesi europei e nel mondo, intendo concentrarmi sull’assetto politico italiano. I partiti hanno da tempo declinato al loro dibattito interno per puntare sul leaderismo più o meno spinto, spesso anche in mancanza di leader, inventandoli a volte di sana pianta. Le Istituzioni tendono a funzionare a prescindere dal Parlamento, ripiegando sbrigativamente su un presidenzialismo di fatto, giustificato con la necessità di affrontare incisivamente le emergenze e di assumere decisioni pronte all’uso.

La nostra Costituzione ha adottato lo schema di una democrazia parlamentare, che rimane, per dirla con Winston Churchill, il peggior sistema, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora e si stanno tuttora sperimentando. Il problema infatti non sono le lungaggini del Parlamento e forse nemmeno la sua anacronistica e larga configurazione rappresentativa, ma l’approccio alla politica, che tende a svicolare dal dialogo e dal dibattito per sputare facili e immediate sentenze governative. La politica per essere tale deve avere due caratteristiche fondamentali: l’arte della lungimiranza e il coraggio della impopolarità. Solo così si è paradossalmente popolari.

La lungimiranza viene mirabilmente spiegata dal noto aforisma degasperiano: “un politico guarda alle prossime elezioni, uno statista guarda alla prossima generazione”. Per rimanere agganciati alla drammatica attualità possiamo affermare che la lotta al covid è stata gestita con criteri da politici e non da statisti. Da Giuseppe Conte a Mario Draghi le decisioni sono state via via adottate sull’onda dell’evoluzione della situazione ed in base ai suggerimenti scientifici, senza alcun sforzo previsionale e programmatico tarato al peggio di una tremenda pandemia. Si è operato basandosi più sull’ottimismo vaccinale che sul realismo strutturale. Si sta girovagando vergognosamente intorno all’introduzione dell’obbligo vaccinale, tanto per fare qualcosa, ma senza una seria considerazione su tale disposizione, sulle sue controindicazioni e sulla sua efficacia. Da due anni si naviga a vista o, come sarebbe meglio dire, si brancola nel buio: un colpo al cerchio della salute ed un colpo alla botte dell’economia.

L’altra faccia della medaglia è costituita dalla totale mancanza del coraggio di assumere decisioni impopolari, di prescrivere medicine amare, ripiegando su pillole somministrate a babbo sempre più malato, giocando in difesa e di rimessa in un campo che richiede ficcanti anche se difficili azioni d’attacco. La domanda che si pongono i nostri governanti sembra essere “come reagirà la gente?” e non “cosa servirà veramente alla gente?”. Se non è vero e proprio populismo, ne è sicuramente la penosa anticamera. Si preferisce sviolinare su una inutile e nota sinfonia, piuttosto che orchestrare una composizione musicale nuova.

Tutti sostengono che la grave situazione sanitaria, sociale ed economica sia intrecciata con l’ingorgo istituzionale riguardante la nomina del nuovo capo dello Stato e la permanenza o meno dell’attuale assetto governativo. Spesso l’emergenza ha condizionato l’elezione del presidente della Repubblica: penso alla nomina di Oscar Luigi Scalfaro dopo l’attentato a Giovanni Falcone, alla nomina di Sandro Pertini in pieno clima di attacco terroristico e dopo la morte di Aldo Moro, alla elezione di Carlo Azeglio Ciampi per chiudere il cerchio della nostra adesione alla Ue.

Sarebbe un gravissimo errore pensare di risolvere gli attuali problemi emergenziali, collocando al Quirinale un padreterno, camuffato da nonno delle istituzioni (simpatica ma infelice espressione di Mario Draghi), capace di quadrare il cerchio (un Giotto a rovescio), un tuttofare in grado di cantare messa e di portare la croce, mettendo in sella un cavallo di razza per cavalcare l’emergenza, un medico che sappia curare la politica rendendola appetibile alla gente più che adeguata ai problemi. Una sorta di inaugurazione presidenzialistica del populismo all’italiana. Dio ce ne scampi e liberi. Ora e sempre Politica!

 

Un “maddaleno pentito” del draghismo

Un’autorevole commentatrice politica, Annalisa Cuzzocrea, sul quotidiano La Stampa così titola il suo pezzo: “Il doppio timore di Draghi: se la maggioranza si spacca sul Quirinale il governo rischia”. Sottotitolo: “Il premier teme le divisioni nella maggioranza”. Dalle parti di Palazzo Chigi, in queste ore confuse e difficili, ricordano quanto Mario Draghi aveva detto durante la conferenza stampa di fine anno. Una domanda retorica che era sembrata, ad alcuni, una minaccia, ma che altro non era che un dato di fatto: «È immaginabile una maggioranza che si spacchi sull’elezione del presidente della Repubblica e si ricomponga il giorno dopo sul governo?», aveva chiesto il premier.

Più i giorni passano e più mi accorgo che Mario Draghi con la politica fa una certa fatica: è infatti un grossolano errore forzare la situazione legando due discorsi che hanno una ben distinta valenza. Così facendo si rischia di fuorviare presidenza della Repubblica, parlamento e governo: una storica frittata istituzionale, che si giustifica soltanto con un discutibilissimo e subdolo disegno pseudo-presidenzialistico. In poche parole temo che Draghi voglia comunque garantirsi un futuro: da capo dello Stato con un suo attendente a livello governativo oppure da premier con un suo prono-ammiratore a livello del Quirinale.

I suoi assordanti silenzi inducono a pensar male: dica cosa pensa di fare e si tolga dalla bagarre. Desidera proseguire il suo premierato? Si impegni e lasci perdere le combinazioni politiche verso il Quirinale. Non si rafforza il governo con la spada di Draghi sui partiti. Desidera salire al Colle? Lo dica apertamente e il Parlamento farà le sue valutazioni senza il ricatto del “così o pomì”. Diversamente rischia di passare alla storia come il premier tentenna.

Ipotizziamo che in Parlamento si crei una maggioranza per l’elezione del capo dello Stato non coincidente con quella che sostiene il governo. Niente di scandaloso! A quel punto Draghi se ne andrebbe a casa, ritenendo il suo governo indebolito e non più garantito da un presidente della Repubblica estraneo al disegno? Al contrario, se la maggioranza rimanesse compatta, tutto andrebbe bene e Draghi farebbe una sorta di pendolo tra Chigi e Quirinale?

I pasticci istituzionali non fanno bene al Paese. Draghi è stato designato e fiduciato come premier di governo con precisi scopi, che restano tuttora validi ed in gran parte incompiuti. Qui casca l’asino al di là delle ingegnerie istituzionali in cui ci si sta esercitando silenziosamente. Ho molte e crescenti perplessità sull’azione di governo draghiana, sono assai deluso, mi aspettavo molto di più.

Mi permetto al riguardo di riportare di seguito quanto scrive Giorgio Cremaschi su MicroMega con riferimento alle uscite in conferenza stampa di Draghi. Se dovessi quantificare in percentuale la mia adesione al giudizio di questo illustre personaggio del sindacalismo italiano, potrei dire di essere d’accordo al novanta per cento. Qualcuno riterrà che io sia un “maddaleno pentito” rispetto al giudizio positivo a suo tempo dato sull’operazione Draghi ideata da Sergio Mattarella. In teoria era un’ottima pensata, in pratica si sta rivelando un passaggio obbligato, ma troppo stretto e carente. Forse, lo ammetto, pretendo troppo. Ciò non toglie che Mario Draghi sia complessivamente sfuggente e sostanzialmente “allineato e coperto”. Ma preferisco cedere la parola a Cremaschi…

“Sono contro la logica del meno peggio, che porta sempre al peggio, e per questo confermo tutte le critiche di fondo al governo precedente. Ma quello attuale è sicuramente peggiore.

La conferenza stampa di Draghi era stata pompata da tutti i mass media come un appuntamento per tutto il paese. È stato un appuntamento a vuoto.

Un vuoto che corrisponde sempre di più a quello dello stesso governo che, per usare un’espressione del passato, pare aver esaurito la propria spinta propulsiva.

Governare una banca, anche la più importante in Europa, e governare un paese non sono la stessa cosa ed è un errore micidiale crederlo, soprattutto se poi si pensa di governare un paese come una banca. O come un’azienda di Confindustria.

Ho la sensazione che Draghi, con la sua sensibilità per i rischi fallimentari, voglia fuggire da un governo in cui non sa più cosa fare e con chi; e che per questo vorrebbe proprio diventare Presidente della Repubblica. Una ragione in più perché questo non succeda”.

 

Le disgrazie non vengono da sole e non finiscono mai

“Quirinale, scontro sui positivi. Destra in pressing per il voto, ma il centrosinistra fa muro”. Questo il titolo di un articolo de La Stampa. Siamo arrivati a questo punto?  Evidentemente il centro-destra si preoccupa di fare a tutti i costi il pieno dei grandi elettori e il centro-sinistra vuole evitarlo ricorrendo alle quarantene che colpirebbero diversi parlamentari.

Dietro questo scontro procedurale si intravede la candidatura di Silvio Berlusconi che sta trascinando nel ridicolo tutto il centro-destra. Evidentemente tutti si saranno accorti della buffonata a cui sono costretti, ma non potranno negare questa riconoscenza a Berlusconi: tali e tante devono essere state le elargizioni sparse a piene mani dal cavaliere da costringere i suoi pur recalcitranti compagni di avventura a sostenere, o a far finta di sostenere, una candidatura a dir poco assurda.

E il centro-sinistra? Ha paura di questa candidatura e intende stopparla sul nascere ricorrendo anche alla pretestuosa negazione del voto agli elettori positivi al covid? Parrebbe di sì. Roba da matti. Le sirene berlusconiane fanno paura al centro-sinistra e allora meglio mettere i bastoni fra le ruote ad evitare rischi? Se fosse così, bisognerebbe squalificare a vita molta gente totalmente incapace di fare politica e schiava di tatticismi boomerang.

Non so come finirà la partita, certamente è cominciata molto male, senza esclusione di colpi fra gli “scarponi della politica”. I media si stanno impegnando nel ricordare i precedenti storici più ingarbugliati e piccanti. Sono anziano e li ricordo benissimo. C’è però una differenza sostanziale. In qualsiasi scontro calcistico che si rispetti all’inizio ci sta una sorta di reciproca melina volta a studiare le mosse dell’avversario per meglio calibrare le proprie. Poi arrivavano le giocate vere e proprie, spuntavano i fuoriclasse, i tiri in porta, gli assist, gli interventi difensivi, le parate spettacolari. Questa volta ho la sensazione che la politica non abbia risorse tecnico-tattiche e giochi al tanto peggio tanto meglio, spedendo il pallone in tribuna, facendo falli da debuttanti allo sbaraglio. Nessuno ha l’asso nella manica e tutti giocano a casaccio.

Le disgrazie non vengono mai da sole: a quella enorme della diffusa e letale malattia del covid fa riscontro quella di una malattia politica altrettanto grave e invasiva, consistente nella totale incapacità di interpretare le situazioni e rispondere adeguatamente ad esse.  In assenza della politica ci si fa beffe della Costituzione, si sollevano polveroni pazzeschi intorno ai problemi, si gioca a “ciapa no”, si dividono i cittadini in buoni e cattivi per coprire la cattiveria di chi dovrebbe governare. La supplenza tecnico-scientifica, con tutto il rispetto che essa merita, non sta funzionando, con l’aggravante che nessuno osa criticare più di tanto i supplenti forse perché sa che i titolari del ruolo sono comunque peggiori. E non è ancora finita: si vedono dietro l’angolo ulteriori e paradossali disgrazie (per chi non l’avesse capito mi riferisco in primis, ma non soltanto, all’eventualità di Berlusconi come capo dello Stato). Infatti al peggio non c’è mai fine.

Sergio Mattarella credo abbia fatto un passo indietro per favorire una presa di coscienza ed un recupero di responsabilità dai partiti, messi giustamente ma provvisoriamente in panchina, se non addirittura in tribuna. Temo che non basti la spinta indiretta di Mattarella. Mia sorella usava spesso un’espressione dialettale, che tento di tradurre: “Quando non ce n’è, non se ne può spendere”.

Ecco perché alla fine diventa abbastanza probabile che Mattarella sia costretto a rivedere i suoi piani ed a restare al Quirinale, almeno per il tempo necessario a rimettere insieme i cocci dei partiti. Tireremmo tutti un sospiro di sollievo, ma la politica non può rimanere sempre in vacanza. Anche perché ne stiamo toccando con mano tutte le disastrose conseguenze.

Pensate un po’, l’altro giorno sono entrato in farmacia e ho sentito che per sottoporsi ad un tampone bisogna aspettare oltre dieci giorni. In due anni i nostri governanti non sono stati capaci di approntare un indispensabile sistema di screening anticovid. Non ho potuto tacere e ho così commentato ad alta voce: “Alla faccia di Draghi e Figliuolo…”. La farmacista mi ha regalato uno smagliante sorriso ed ha aggiunto: “Evidentemente questi signori non vanno mai in farmacia…”. Ho continuato con male parole, che non ripeto per carità di patria. E i partiti stanno a discutere sul diritto di voto per i parlamentari contagiati dal virus.

Per favore presidente Mattarella resti al suo posto, non si faccia scrupoli costituzionali, vada contro la sua sacrosanta discrezione. Però cominci anche a picconare, come diceva un suo illustre predecessore. Non abbia paura di esagerare. Ci aiuti a ritrovare il filo della matassa politica.

 

Un Sasso…li nella piccionaia politica

“Da un lato sono addolorato perché David era un amico. Dall’altro lato ero anche un po’ indignato, perché pensavo: possibile che ci accorgiamo del valore di queste persone, di quello che possono portare nel dibattito politico solo quando non ci sono più”. Il direttore de La Stampa Massimo Giannini ha ricordato così David Sassoli durante Metropolis, la trasmissione del gruppo Gedi. Sono perfettamente d’accordo con Giannini e confesso di sentirmi profondamente in colpa per avere considerato in modo distratto e approssimativo l’azione politica di David Maria Sassoli.

“Fäls cmé ‘na lapida” recita un noto detto dialettale parmigiano. Nel caso di Sassoli la lapide allestita con i funerali di Stato ha ridato a lui il maltolto, ci ha consegnato una persona poco conosciuta, ma molto valida su tutti i piani. Evidentemente la sua discrezione ne ha limitato la conoscenza in mezzo ad una politica sempre più gridata e sbandierata a vanvera.

Mio padre non era un ambizioso, si accontentava dei risultati raggiunti con onestà e laboriosità, non recriminava, non invidiava nessuno, sapeva godere delle piccole (grandi) soddisfazioni della vita. Di fronte a certe carriere fulminanti, senza scandalizzarsi e senza particolare acredine, commentava così: «In-t-la vitta pr’andär avanti, purtróp, bizoggna lavorär äd gòmmod…Mi an sariss miga bón äd färol». Quando qualcuno si pavoneggiava e si dava un contegno, tenendo, come si suol dire, su le carte, ammetteva sconsolatamente: «L’importansa s’a t’ spét ch’ a t’ la daga chiätor…bizoggna ch’a te tla dàgh da ti». Non parliamo delle onorificenze varie, dei premi alla carriera, al lavoro, al merito in genere: «J én robi chi ne m’ piazon miga, dil volti is compron…».

Sassoli nella sua vita ha rispecchiato perfettamente la mentalità di mio padre e purtroppo è finito nel (quasi) dimenticatoio. Di lui non conoscevo né vita né miracoli e devo ammettere che la sua vita merita di essere ripercorsa a livello famigliare, professionale e politico, piena com’è di “miracoli”, di segni, testimonianze e comportamenti degni di grande considerazione ed ammirazione. Un uomo proveniente dal mondo dei media che riesce a dribblare la ribalta dei vip e i suoi futili applausi per recitare la sua parte davanti al pubblico di chi ha fame e sete di giustizia, facendosi carico dei fischi e delle grida degli ultimi della pista.

Voglio doverosamente sottolineare due aspetti della sua vita politica così fortemente legata agli affetti ed ai valori famigliari ed amicali. Mi commuove e mi consola la sua appartenenza alla corrente del “cattolicesimo democratico”, che tanto ha dato e significato per il nostro Paese a livello di classe dirigente e di indirizzo politico. Se non ricordo male, si era timidamente accennato a lui per un’eventuale successione a Mattarella: ve ne erano i presupposti per una continuità umana, politica ed istituzionale. I migliori purtroppo se ne vanno sempre in fretta e in punta di piedi.

Mi colpisce la sua capacità di aprire il palazzo europeo ai bisogni della gente nella genuina fedeltà ad un europeismo che non guarda ai forti ma ai deboli, che non privilegia la burocrazia e la tecnocrazia, ma si preoccupa degli emarginati, degli immigrati e dei disoccupati. Dio sa quanto bisogno ci sia di tornare a questo spirito europeistico e solidaristico dei padri fondatori.

In buona sostanza un esempio di vera ed autentica politica a servizio dei cittadini italiani ed europei. Da cattolico qual era ha concretizzato nella politica la più alta espressione della carità cristiana, dimostrando che si può fare carriera nel senso di mettersi al giusto livello di ascolto verso chi ha bisogno di aiuto: una dimensione elementare ma sostanziale dello stare nelle Istituzioni non per scaldare le seggiole, ma i cuori.

Speriamo che il suo eloquente e, in un certo senso riparatore, funerale induca tutta la classe politica ad un serio esame di coscienza anche e soprattutto in vista dell’importantissimo appuntamento istituzionale che incombe. I giusti evidentemente ci sono ancora. Tendo a considerare Sergio Mattarella come l’ultimo di questa schiera di cui ha fatto parte anche David Sassoli. Spero vivamente di sbagliarmi.

 

Sala in cui dovrebbe ballare la vera politica

Parto da un piccolo e grazioso episodio, che fece andare in visibilio mia nonna materna (lei così austera si addolciva con un nipote che forse, in un certo senso, le assomigliava un po’). Ero andato con mia madre e mia nonna a trascorrere qualche giorno di vacanza a Fabbro Ficulle (paesino in provincia di Terni), ospite del convento dove viveva mia zia suora Orsolina. Avevo quattro-cinque anni, non ricordo con precisione. Pranzavamo in una saletta messa molto gentilmente a nostra disposizione ed in quella saletta vi era un apparecchio radio: la nonna gradiva ascoltarla durante il pasto, soprattutto le piaceva seguire il giornale radio. Un giorno, al termine del notiziario politico, me ne uscii candidamente con questa espressione: “Adesso nonna chiudi pure la radio, perché a me interessa il governo”. Lascio a voi immaginare le reazioni di mia madre, ma soprattutto di mia nonna, incredula e divertita, che rideva di gusto ma forse aveva anche fatto qualche pensiero.

Continuo con un altro episodio: la dice lunga sul mio interesse alla politica, che ho nel sangue e mi ha sempre affascinato e coinvolto fin da ragazzo. Conversando con una mia carissima amica ho recentemente sintetizzato le mie opzioni esistenziali fondamentali in quattro punti di riferimento: il Vangelo e la fede cristiana, a cui, con tanta fatica e scarsi risultati, mi ispiro; la politica, a cui mi interesso in modo estremamente convinto ma fortemente critico; la musica, l’opera lirica in particolare, in cui trovo il riferimento e il nutrimento per la mia debordante sensibilità d’animo; le donne, alla cui ricerca sono spasmodicamente impegnato in modo fin troppo passionale e sensuale.

Torno immediatamente nel campo della politica, agli albori della mia militanza, chiedendo umilmente scusa per la digressione di cui sopra, troppo delicata per essere confidenziale e troppo esistenziale per essere contenuta in un commentino qualsiasi.

Ero iscritto all’Azione Cattolica come aspirante e l’assistente nazionale era un sacerdote molto in gamba, don Pierfranco Pastore. Il fratello di questo sacerdote era Giulio Pastore, un importante leader politico, che era votato come candidato presidente della Repubblica da uno sparuto gruppo di deputati democristiani in contrasto con l’indicazione ufficiale del partito (non ricordo chi fosse in quel momento il candidato della DC). Allora non ero ancora a conoscenza degli schieramenti politici, ma tifavo visceralmente per Giulio Pastore, che naturalmente non venne eletto (eravamo nel 1964 e la spuntò Giuseppe Saragat).

Ebbene qualche anno dopo entrai in politica, mi iscrissi alla Democrazia Cristiana, aderendo alla corrente della sinistra sindacal-aclista, il cui fondatore era proprio quel Giulio Pastore la cui figura mi aveva affascinato quasi al buio. Questa corrente poi fu capeggiata da Carlo Donat Cattin: un gruppo politico di minoranza (a Parma il leader era Carlo Buzzi, che considero il mio padre politico) che faceva una politica di sinistra all’interno di un partito sostanzialmente di centro se non addirittura di centro-destra (la DC era un fenomeno politico strano, irripetibile e difficilmente catalogabile). Se si vuole, in questa mia collocazione politica c’è tutto il mio desiderio di andare contro corrente, non per esibizionismo o presunzione come qualcuno pensa, ma per onestà intellettuale.

Ho richiamato questi miei curiosi trascorsi per dimostrare come certe opzioni della nostra vita siano innate, facciano parte del nostro DNA: per quanto mi riguarda l’interesse alla politica, l’ansia per la giustizia sociale abbinata alla fede cristiana e la propensione a schierarmi in minoranza, all’opposizione, e mai con il pensiero dominante. In questo ci sono anche gli insegnamenti di mio padre e di mia sorella. Mia madre era su un altro piano, oserei dire un altro pianeta, quello della carità a tutto tondo.

Uno strano modo per giustificare l’ansia e la trepidazione con cui sto seguendo la preparazione dell’elezione del prossimo Capo dello Stato: ne parlo e ne scrivo continuamente, la mia lingua batte dove il dente duole e, mai come in questo momento storico, duole il dente della politica.

Se qualcuno fosse mai interessato a sapere quale sia il mio candidato preferito, provo a fare l’acrobata senza rete. Vedrei molto bene al Colle Giuseppe Sala, attuale sindaco di Milano. Da tempo mi frulla in testa questa candidatura. Quando ho ascoltato la sua dichiarazione all’indomani della conferma a sindaco, mi sono ulteriormente convinto: un uomo politico, che concepisce la politica come un servizio, che va oltre gli schieramenti di partito, nella massima apertura al dialogo ed alla collaborazione con tutti e in stretta connessione con i bisogni di cittadini.

Il presidente della Repubblica non dovrebbe essere un uomo divisivo. Qualcuno equivoca questo discorso finendo col rovistare nel campo dell’extra-politica. Nossignori. Il capo dello Stato deve avere sensibilità, esperienza e capacità politica. Non deve essere uomo di parte, ma che sa mediare fra le parti, andando oltre e rappresentandole nell’interesse del Paese. Giuseppe Sala sta dimostrando, sul significativo e difficile campo di una città europea, la capacità di essere punto di riferimento per l’intera cittadinanza. Uomo moderno, ancorato a valori permanenti e proiettato in un futuro fatto di “glocalizzazione”.

Deve esser quindi persona in grado di rappresentare i cittadini cogliendone pregi e difetti, orientando i primi e contenendo i secondi.  Nel caso di Sala un personaggio capace di valorizzare le particolarità emergenti dal decentramento, dalle periferie dello Stato per farne la punta di diamante del progresso dell’intera nazione in una logica europeistica. Un uomo del nord a servizio dell’intera nazione. Un milanese che sa essere italiano ed europeo.

In esso tutti i partiti e i loro grandi elettori potrebbero ritrovare un importante pezzo di speranza e di opportunità. Un uomo sobrio, discreto, leale e corretto. Se fossi un grande elettore lo proporrei e lo voterei convintamente. Non sono un grande elettore, sono un piccolo patito della politica e mi limito a “tifare”: ieri per Giulio Pastore, oggi per Giuseppe Sala.

Chiacchierando con un carissimo amico, a cui ho confidato questa mia preferenza, ho concluso così: non succederà, ma se mai Sala dovesse diventare il nuovo presidente della Repubblica italiana, mi candido a fare l’opinionista e il corrispondente dall’Italia del prestigioso “Time”.

 

Le benefiche spaccature del fronte

Matteo Bassetti, primario di Malattie infettive all’ospedale San Martino di Genova, è intervenuto alla trasmissione “L’Italia s’è desta” su Radio Cusano Campus per criticare il bollettino serale con il numero dei contagi giornalieri. “Non dobbiamo continuare a contare come malati di Covid quelli che vengono ricoverati per un braccio rotto e risultano positivi al tampone. Bisogna – ha aggiunto – anche finirla col report serale, che non dice nulla e non serve a nulla se non mettere l’ansia alle persone, siamo rimasti gli unici a fare il report giornaliero”. “Anche nella registrazione dei decessi – ha continuato Bassetti – se il paziente entra in ospedale per tutt’altro, ma è positivo e muore, viene automaticamente registrato sul modulo come decesso Covid. Ma questi sono numeri assolutamente falsati”, ha concluso polemicamente il primario.

La muraglia cinese dei virologi e degli epidemiologi comincia a mostrare qualche crepa, qualcuno comincia a ragionare con la sua testa, che fino ad ora sembrava portata mediaticamente all’ammasso. Meglio tardi che mai… Qualcuno comincia persino a porsi domande e a dare risposte assai imbarazzanti, che dovrebbero scalfire la compattezza delle passerelle governative, diradate nel tempo ma sempre più insopportabili nel tono da “grilloparlanti” e nel merito da “orecchianti”. Ho attinto al riguardo dalle cronache del quotidiano La Stampa.

È il caso dell’analisi critica dell’epidemiologa Salmaso: “Tanti morti sono ingiustificati, il sistema sanitario ha delle colpe”. L’esperta ed ex direttrice del Centro nazionale di epidemiologia dell’Iss dichiara: «Mentre i vaccini sono offerti a tutti, gli antivirali sono disponibili in maniera diseguale. Vanno coinvolti i medici di base».

«Non sappiamo abbastanza dei decessi Covid». Per Stefania Salmaso, epidemiologa ex direttrice del Centro nazionale di epidemiologia dell’Istituto superiore di sanità, «bisognerebbe avere ulteriori informazioni, conoscere le comorbodità, le tempistiche dei ricoveri, l’eligibilità per trattamenti terapeutici, insomma se ci sono margini di miglioramento del terribile carico di casi fatali giornaliero».

Sulla questione che i tanti morti siano dovuti al fatto che siamo il secondo Paese più vecchio del mondo e il Covid è particolarmente perfido con anziani e fragili, la Salmaso osserva: «Questa è una delle motivazioni, ma non basta a spiegare la frequenza di decessi».

Mi stupisce meno Massimo Cacciari, che ha onestamente e pragmaticamente dichiarato: “Ho fatto la terza dose, la legge si rispetta o te ne vai”. E sui social partono le accuse No Vax. Da sempre critico anche nei confronti del Green Pass ha rispettato le norme. Il presidente della Fondazione Gimbe: «Ha protetto se stesso». Ha comunicato di aver fatto la terza dose del vaccino anti-Covid e ha invitato «chi può» a procedere alla vaccinazione, perché «queste sono le leggi e finché non si ha la forza di cambiarle bisogna rispettarle». Purtroppo c’è chi non ragiona su entrambi i fronti, i vaccinisti ante litteram e gli antivaccinisti per partito preso. In questo modo non si va da nessuna parte. Infatti l’annuncio di Massimo Cacciari – che negli ultimi mesi in molti talk show ha espresso posizioni critiche nei confronti di vaccini e Green Pass – ha scatenato prevedibilmente il web, tra indignazione, sarcasmo e ironia. Decine di post hanno addirittura fatto balzare il nome «Cacciari» in testa ai trend topic del momento.

C’è naturalmente chi lo difende, anche se sui social sono sempre più frequenti gli attacchi: «Chi attacca Cacciari non ha capito nulla del suo discorso», dice qualcuno». Anche il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, commenta su Twitter l’annuncio di Cacciari: «Ha fatto terza dose e protetto se stesso. A differenza dei #novax che lo seguono».

La spiegazione di Cacciari non si ferma a un telegrafico post sui social. Il filosofo spiega: «Chi può vada a vaccinarsi. Chi non è d’accordo ci vada lo stesso, perché queste sono le leggi». Risponde agli attacchi: «Non vedo alcun caso!». Cacciari resta comunque convinto della posizione assunta in questi mesi. «Si cerca di far capire l’insensatezza di una legge, si cerca di modificarla. Ma se non riesci a cambiarla la rispetti. Oppure te ne vai».

Non posso che essere d’accordo con Massimo Cacciari, il quale da sempre ha espresso ragionevolezza critica e prendere atto con soddisfazione come il pensiero unico trovi qualche temperamento anche nel fronte accademico più allineato. È il caso di richiamare Bohème di Giacomo Puccini e precisamente la battuta di Chaunard (il musicista) a Colline (il filosofo), allorché il secondo tenta di gestire al meglio il contorno amichevole all’agonia di Mimì: «Filosofo ragioni!». Mimì muore poco dopo. Speriamo non succeda agli italiani. Se devo infatti essere sincero mi preoccupa molto il morire di covid, ma mi terrorizza forse ancor più morire di “pensiero unico”.

 

Asl, aziende sanitarie (o sportive) locali

Non ho simpatia e fiducia per le regioni e i loro organi periferici: la pandemia ne ha messo ulteriormente in luce i gravi difetti e le inaccettabili differenze di comportamento tra di esse. Di qui a far mettere in riga le Asl (aziende sanitarie locali) dal mondo dello sport la distanza è lunga e oserei dire paradossale. Che le Asl stiano facendo un gran casino e abbiano tenuto atteggiamenti diversificati e confusi in ordine alla giocabilità delle partite di calcio è lapalissiano. Che le decisioni in questa materia siano indirettamente dettate dalle federazioni sportive, dalla Figc in particolare, è cosa ancor più inaccettabile e contraria ad ogni e qualsiasi criterio di rispetto delle Istituzioni.

Davanti alle proteste, le Asl sono andate dietro la lavagna prima di cominciare una partita dell’assurdo tra di esse e le federazioni sportive a suon di protocolli avallati dal Coni, dal Governo centrale e dalle Regioni: ne è venuto fuori vergognosamente un vero e proprio affare di Stato. Dopo mesi in cui si vedevano stadi affollati e tifosi ravvicinati, dopo mesi in cui il mondo del calcio faceva finta che il covid non esistesse, il ritorno pandemico ha costretto in fretta e furia, dopo una telefonata fra Draghi e i vertici della Federazione calcio, a ridurre a 5000 presenze la capienza degli stadi ed ha aperto un contenzioso sulle condizioni alle quali giocare o meno le partite di calcio.

Una percentuale di positivi nel gruppo squadra, raggiunta la quale far scattare automaticamente lo stop. Naturalmente stabilendo il momento in cui il dato andrebbe registrato. È la soluzione a cui sta pensando il Governo per arginare la discrezionalità delle ASL nel fermare o meno i club e conseguentemente le partite. Su questo e su altro i tecnici del ministero della Salute sono stati in costante contatto con il CTS e con i rappresentanti delle leghe e delle federazioni sportive, non solo calcistiche, in vista della conferenza Stato-Regioni, da cui dovrebbero uscire una volta per tutte il protocollo, anzi i protocolli dei vari sport, e i parametri in base ai quali fermare o meno i club con rischio di focolaio Covid.

Non entro nel merito, ma rimango letteralmente basito di fronte ad un tale attivismo governativo per un aspetto, non certamente il più importante della lotta(?) al covid. Se i nostri governanti avessero tenuto simili atteggiamenti ed una tale prontezza su tutta la problematica, forse le cose andrebbero meglio, invece… vuolsi così colà dove il calcio puote ciò che vuole.

Forse il governo non si sta rendendo conto del vulnus istituzionale che sta arrecando (uno più uno meno…): le regioni e le Asl messe con le spalle al muro su richiesta esplicita del mondo sportivo. Lo sport detta le regole sanitarie alle Asl: d’ora in poi ci possiamo aspettare di avere l’assistenza sanitaria previo nulla osta di Gravina e c.

La metafora calcistica è obbligatoria: abbiamo due squadre in campo, quella delle Asl e quella delle Federazioni calcistiche, con tanto di arbitraggio governativo (diversi ministri a fare da arbitro principale, segnalinee e quarto uomo), al Var le Regioni che dovranno moviolare i provvedimenti adottati dopo di che entrerà in ballo la conferenza Stato-Regioni. Alla fine la partita ha un vincitore incontrastabile: l’interesse economico dei pallonari. Due a zero a tavolino e non se ne parli mai più, nessuno osi mettere in discussione la continuità del calcio e delle sue strutture.

 

 

Rosalina e Super Mario

Una volta, mentre si aspettava l’inizio di una riunione di carattere professionale, i miei simpatici colleghi si esercitarono nel fare previsioni di carriera per i dirigenti del mondo in cui operavamo. Ad un tratto si rivolsero a me, che fino a quel momento me ne ero stato zitto, infastidito da quell’assurdo giochino, quasi per chiedere il mio parere e per scoprire quali fossero le mie eventuali puntate personali. Li gelai con una battuta eticamente inattaccabile: “Io punto molto molto più in alto rispetto ai vostri criteri…”. Ed accennai con un dito ad un piano assai superiore: intendevo riferirmi al Paradiso, quello vero e non quello dei potenti di questa terra. Mi guardarono con aria di compatimento mista ad un senso di sconsolato rispetto.

Me ne sono ricordato con riferimento alle puntate carrieristiche di Mario Draghi, su cui molti commentatori politici si stanno esercitando mentre l’interessato risponde con assordanti silenzi.  Si capisce che punta, ma non è ben chiaro a cosa e in qual modo. Al termine della riparatoria conferenza stampa sulle novità introdotte dal recete decreto governativo in materia di covid, pur avendola seguita a spizzichi e bocconi, non per scelta ma per necessità casalinghe, penso di avere finalmente capito come Draghi veda il proprio futuro.

Chi è capace di mettere d’accordo cautela e speditezza, difesa della vita e sviluppo economico, salute ed istruzione? Sarei tentato di rispondere: solo il Padreterno può riuscirci! Invece Mario Draghi evidentemente ha le carte in regola per provarci. Ecco serviti e spiazzati quanti si interrogano sul futuro draghiano (Chigi o Quirinale?).

La sua bacchetta magica va bene in tutti i casi, consiste infatti nel non cambiare i meccanismi del sistema, salvaguardandoli: ecco il miracolo che ci viene proposto. A livello mediatico il miracolo sta avvenendo, nei fatti… Niente sarà più come prima? Tutto come prima, meglio di prima: è sufficiente che tutti si vaccinino e tutto andrà a posto, dalla scuola, istituzione fondamentale per la nostra democrazia (affermazione retoricamente sconvolgente), alla sanità, messa a repentaglio dalla testardaggine dei no vax (eloquente il grafico con cui si è pavoneggiato il ministro Speranza e da cui si evince che gli angeli ospedalieri non bastano a sconfiggere i demoni non vaccinati), all’economia, altare profano su cui sacrificare le vittime, allo sport, irrinunciabile carrozzone su cui si regge l’economia improduttiva ma beneaugurante.

Morale della favola: tutto sta ruotando intorno a Draghi a prescindere dal ruolo che gli verrà assegnato prossimamente sullo schermo italiano. Forse stiamo esagerando. C’è un detto parmigiano che recita: “i ‘daviz ien cme j insònni” (i pareri sono come i sogni). Anche le opinioni di Draghi? Credo proprio di sì.  Ricordo un sarcastico giudizio espresso parecchio tempo fa su Gianfranco Fini da parte di un importante intellettuale di destra (chiedo scusa ma non ricordo il nome): “non sa un cazzo, ma lo dice bene…”. Speriamo di non dover impietosamente capovolgere questo giudizio in riferimento a Draghi: “dice tutto bene, ma non conclude un cazzo…”.

La povera Rosalina viveva nella più assoluta miseria in un paesino di campagna. Un giorno gli diedero in dono una bella ricottina: Rosalina la mise in un cestello e se ne andò al mercato. Lungo il cammino cominciò a fantasticare, facendo i suoi progetti: andrò al mercato, venderò la ricotta, con quei soldini comprerò delle uova che metterò sotto le chiocce e nasceranno i pulcini che diventeranno polli; venderò i polli e comprerò delle caprette che mi daranno i caprettini: io li venderò e comprerò una vitellina che diventerà mucca e mi darà il latte per fare tante ricottine. Diventerò ricca e la gente passando davanti alla mia bella casetta mi dirà: “Riverita signore Rosalina, riverita!”. Nel dir così la svampitella fece un profondo inchino e la ricotta andò a finire in mezzo alla strada.

Draghi nel suo cestello ha una ricottina molto consistente, un gruzzolo di miliardi Ue da spendere: stia coi piedi per terra, non si monti la testa, non esageri. Della serie chi troppo vuole nulla stringe: pensate se alla fine della fiera ci trovassimo con Berlusconi al Quirinale e Di Maio premier.  A questo punto a Sergio Mattarella, che ha innescato virtuosamente la miccia, non rimane che restare ancora un po’ al Quirinale, giusto il tempo per evitare che l’esplosione della bomba si trasformi in una penosa e pericolosa cilecca.

In fin dei conti che differenza c’è tra le fastidiose e reiterate conferenze stampa di Giuseppe Conte e quelle di Mario Draghi? Conte sparlava bene e Draghi tace, ma ammicca fin troppo bene. Di Conte Mattarella ne aveva piene le tasche, di Draghi ne ha probabilmente fin sopra i capelli.

 

Buon casino a tutti!

Ad una situazione a dir poco drammatica, che dura ormai da parecchio tempo, si aggiunge una confusione pazzesca creata da continue e contraddittorie disposizioni di legge, da scontri tra i governanti a tutti i livelli (tra ministri, tra partiti, etc. etc.), da conflittualità istituzionali (tra governo e parlamento, tra governo e regioni, tra regione e regione, etc. etc.), da incertezze politiche (maggioranze in bilico, prospettive nebulose, giochi incomprensibili, etc. etc.).

Non ci si capisce più niente! Tra green pass base e green pass rafforzato, tra tamponi molecolari, test antigenici e sierologici, tra zone bianche, gialle e rosse, tra prime, seconde e terze vaccinazioni, tra obblighi e divieti vari, tra file davanti alle farmacie e davanti agli hub vaccinali, tra mascherine e distanziamenti, tra decreti governativi e pareri scientifici, tra dati di giornata e settimanali, tra notizie allarmanti e fake news, tra pronunciamenti e conferenze stampa, non ci si raccapezza più.

La grave difficoltà del momento storico non rappresenta una scusante, ma un’aggravante: è proprio nei momenti più difficili che occorrerebbe chiarezza e semplicità. In Italia è pur vero che esiste l’u.c.a.s. (ufficio complicazione affari semplici), immaginiamoci cosa può succedere per gli affari complicati.

Il coordinamento tra governo centrale e regioni non esiste più, ognuno va per la sua strada. Il rapporto fra politica e scienza è totalmente schiacciato sulla scienza, la quale continua imperterrita a sparare sentenze che durano l’espace d’un matin. Il cittadino ha la quasi certezza di essere preso in giro.

In mezzo a questo bailamme, politici e giornalisti si divertono al toto-quirinale contribuendo così ad un pericolosissimo gioco al massacro contro le Istituzioni. La gente si aggrappa a Sergio Mattarella che, però, se ne sta andando a casa: rappresentava l’unica certezza, il punto di riferimento a cui guardare.

Non stupiamoci poi se il disagio sociale si trasforma in rabbia, se lo stress psicologico diventa l’anticamera della rivolta, se la depressione personale compromette ogni e qualsiasi azione positiva e solidale.

Ci sono, storicamente parlando, due modi per tenere all’oscuro i cittadini: quello di avvolgerli nella pace dei sepolcri, tipico dei regimi dittatoriali, e quello di inondarli di false notizie e verità, tipico dei regimi mediatici. Non saprei quale sia la peggiore tra queste disgraziate opzioni. So che siamo immersi in un casino totale. Questo lo so con assoluta certezza! Sono più disfattista io, che mi accorgo della confusione che regna sovrana e tento di reagire protestando civilmente, o lo è chi crea la confusione stessa? Se non vado errato c’è una commedia dilettale parmigiana che si intitola “L’estrat äd confuzión”. Varrebbe la pena riscoprirla e rappresentarla almeno per alleggerire la tensione che si taglia col coltello, per provare a far sì che lo stress da covid diventi ironia.

 

La rendita di pos…izione e il tempo di pass…ione

“La data di avvio sanzioni a esercenti che rifiutano il pagamento elettronico è slittata a gennaio 2023: quindi di un anno rispetto al termine emerso in precedenza: lo stabilisce il decreto Recovery. E per molti esperti si profila il rischio di un rinvio o di una generale inapplicabilità della norma. Per le sanzioni a negozianti, professionisti senza pos si profila il rischio dell’ennesima beffa. Non partono più nel 2022; e dopo, chissà. Di certo la data di avvio è slittata, un po’ in sordina, a gennaio 2023: quindi di un anno rispetto al termine emerso in precedenza. È quanto si legge nella norma che è la conversione in legge del decreto Recovery, nella Gazzetta Ufficiale del 29 dicembre 2021”.

Cos’è il pos? Un POS o terminale di pagamento è un dispositivo elettronico che consente di effettuare pagamenti mediante moneta elettronica, ovvero tramite carte di credito, di debito o prepagate. Ne è stato introdotto l’obbligo per facilitare le transazioni commerciali, ma soprattutto per certificarle ai fini fiscali. Ogni obbligo prevede sanzioni per i trasgressori: quando si parla di lotta all’evasione fiscale tutti sono d’accordo, se dalle parole si passa ai fatti, arrivano tentennamenti vari e in pochi se la sentono di picchiare duro e quindi si finisce con l’applicare le leggi all’italiana.

E il pass? È una certificazione in formato digitale e stampabile, emessa dalla Piattaforma nazionale del Ministero della Salute, che contiene un QR Code per verificarne autenticità e validità: serve per consentire l’accesso a determinati luoghi e situazioni, sbarrando la strada alle persone non vaccinate ai fini covid. Non solo è sanzionato chi viola l’obbligo del pass, più o meno rafforzato, ma d’ora in poi anche e comunque chi non è vaccinato (al limite anche se vive in una sorta di lock down autonomo, vale a dire chiuso in casa come un carcerato). Non so come finirà la questione dei controlli e delle sanzioni in questo campo, probabilmente all’italiana, ma stupisce la rigidità legislativa in materia di vaccinazione rispetto alla morbidezza in materia di lotta all’evasione fiscale. L’evasore vaccinale è assai più tartassato, al limite della criminalizzazione e della discriminazione sociale, rispetto all’evasore fiscale, tollerato come un simpaticone capace di dribblare l’erario e aumentare il pil.

Mi si dirà che chi non si vaccina crea danni alla salute altrui, contribuendo a diffondere il virus e quindi è giusto trattarlo come un disertore. Ma fatemi il piacere! Demagogia per demagogia, rispondo che anche chi non paga le tasse non mette a disposizione dello Stato le risorse necessarie per la sanità pubblica: lo abbiamo detto tutti il giorno in cui sono scoppiate le carenze del sistema sanitario in concomitanza con il dilagare della pandemia. Quante persone sono morte a causa dell’insufficienza strutturale ed organizzativa della sanità in aggiunta al virus che li ha colpiti. Sarebbe interessante ed agghiacciante un simile calcolo. A distanza di due anni siamo ancora lì a conteggiare con angoscia i ricoveri nei reparti ospedalieri e nelle terapie intensive: niente è stato fatto per potenziare le strutture sanitarie, per aumentare il numero degli addetti, per rafforzare il sistema; alla carenza di fondi, ai ritardi storici, si è aggiunta l’inconcludenza dei governanti centrali e periferici, che continuano a battere il tasto vaccinale dimenticando tutto il resto.

Bastone per i no vax, carota per i no pos. Paradossalmente parlando, un commerciante distratto potrà essere sanzionato per non aver preteso l’esibizione del pass da un cliente e non per la mancanza di pos nei confronti di un cliente che glielo chiedesse. Uno strano e assai poco divertente scioglilingua all’italiana.