Il decisionismo di facciata

“Crescono le tensioni nella maggioranza per le misure anti-Covid e il voto sul Colle. Il capo del governo cambia strategia: non parla in pubblico e appare meno forte”. Così scrive Federico Geremicca su La Stampa. La sensazione è questa: fintanto che si può giocare in casa – vale a dire economia soprattutto nei rapporti con la Ue – tutto va ben madama la marchesa, ma quando si affrontano le trasferte politiche – vale a dire politica soprattutto nel tenere legata una maggioranza composita e sfilacciata – casca l’asino.

Temo che dietro un decisionismo di facciata si celi una titubanza di fatto. Si pensi ai tira e molla sull’obbligo vaccinale e su tutte le misure anti-covid, si pensi ai golosi tentennamenti sulla presidenza della Repubblica, si pensi ad un governo che sta dimostrando tutta la sua debolezza alla faccia di un premier così forte che più debole non si può.

Da mesi Draghi avrebbe dovuto chiarire di non essere minimamente interessato a salire al Colle, smorzando sul nascere ogni e qualsiasi balletto al riguardo e precisando di voler rimanere al proprio posto di combattimento. Invece è tutto un non dire che lascia intendere una voglia matta di fare il salto, tutto un ammiccare battutista che sa tanto di strizzata d’occhio alla politica, che, da parte sua, non sa che pesci pigliare. Da lui sinceramente non me l’aspettavo!

Tutto il draghismo si sta sciogliendo come neve al sole. Anche in materia pandemica abbiamo il (quasi) nulla dietro la figura del generale Figliuolo. Sono mesi che si gira intorno all’obbligo vaccinale, ammesso e non concesso che possa essere la carta efficace nella lotta al virus: possibile che una ministra come Marta Cartabia, costituzionalista provetta, persona ferrata come non mai in materia giuridica, in tutto questo tempo non abbia studiato i profili giuridici di un problematico obbligo vaccinale, lasciando che il governo arrivasse al dunque per forza d’inerzia, tardi nei tempi, in modo opaco nel metodo e sconclusionatamente nel merito? Se questa è la potenza della tecnica, preferisco di gran lunga la debolezza della politica.

Ricordo come, agli albori del governo Draghi, il filosofo Massimo Cacciari avesse evidenziato come, per avviare un percorso di riforme tanto radicali come quelle richieste dalla Ue oltre che dal drammatico passaggio storico che stiamo vivendo, ci sarebbe voluto un governo Moro-Berlinguer. Confesso che mi irritai pensando: dal momento che i Moro e i Berlinguer non esistono più, bisogna accogliere coi dovuti modi i Draghi. A distanza di qualche mese comprendo cosa volesse dire Cacciari: la politica non può essere bypassata, quando ci vuole, ci vuole. Il tempo gli sta dando ampiamente ragione.

Il problema non è tanto parlare o non parlare in pubblico: Giuseppe Conte parlava troppo, Mario Draghi all’inizio taceva poi ha cominciato a parlare, non sempre a proposito. Quando le situazioni sono difficili e ingarbugliate, a parlare si sbaglia sempre. A Mario Draghi non imputo quindi reticenza, semmai titubanza non tanto nel parlare, ma nell’agire. Non bastano l’esperienza e la preparazione tecnico-professionale, non basta l’autorevolezza acquisita nel tempo, non bastano il consenso popolare e mediatico, non bastano gli applausi parlamentari. La politica è un’arte e per esercitarla bisogna essere artisti. Purtroppo Mario Draghi non è tale. Finirà al Quirinale? Lo ammetto con un velo di delusione rispetto alle speranze che nutrivo: io non sono nessuno e sarò presuntuoso, ma da lui mi aspettavo molto di più. Veda di rimediare restando a Palazzo Chigi…

 

 

Simpatici pierini e insulsi capiclasse

Il governatore della Campania ha chiesto di mettere il lucchetto agli istituti scolastici «per 20-30 giorni», ma l’esecutivo non ha intenzione di rinviare la riapertura post-natalizia. «Se la situazione dovesse diventare drammatica la Regione farà quello che ritiene necessario per tutelare la salute pubblica». In questa frase contenuta in un’intervista rilasciata a La Stampa il presidente della Campania Vincenzo De Luca minaccia di chiudere le scuole da solo se il governo Draghi non gli darà retta. «Abbiamo proposto con grande pacatezza una riflessione che parte dai dati del contagio. Se si ritiene di ragionare, si possono fare le scelte più utili e meno dolorose nella situazione data. Se ci si chiude, ognuno si assumerà le proprie responsabilità. Io ho detto quello che penso. La decisione spetta al governo. Se poi la situazione dovesse diventare drammatica, la Regione farà quello che ritiene necessario», fa sapere De Luca. Che poi aggiunge: «Sarebbe ragionevole, in caso di breve chiusura oggi, recuperare i giorni sacrificati con una chiusura posticipata dell’anno scolastico».

Seguo con molto scetticismo le prese di posizione dei governatori regionali (già chiamarli così mi scatena una sorta di prurito allergico) in modo direttamente proporzionale alla sfiducia accumulata nei decenni verso le Regioni in generale (una riforma tanto attesa e poi mancata, che si sta addirittura ritorcendo contro il Paese). Questi signori giocano a fare i primi della classe (vedi l’emiliano Bonaccini) oppure i saputelli in salsa leghista (vedi il veneto Zaia) oppure i pierini (vedi il campano De Luca). Ammetto che fra tutti questi aspiranti padreterni quello che mi ispira maggiore simpatia è senza dubbio Vincenzo De Luca: mi piace la sua verve populista, accetto il suo pragmatico buonsenso, ammiro la sua capacità di interpretare l’umore della gente.

La notizia di cui sopra mi conferma nel mio giudizio. La proposta di De Luca in ordine alla posticipata riapertura delle scuole, in modo da sfruttare un maggior indice di vaccinazione fra gli scolari e gli studenti, mi sembra ragionevole e coerente con l’importanza capitale che si dà alla vaccinazione. Se la vaccinazione è veramente l’unica arma a disposizione per combattere il virus nei suoi multiformi attacchi non capisco l’atteggiamento del governo, che sembra avere più la volontà di non creare disturbi e disagi alle famiglie che non quella di contenere la pandemia e difendere la salute dei cittadini.

Il ministro dell’Istruzione si è intestardito nella difesa della didattica in presenza e non c’è verso di farlo ragionare. Non colgo i motivi di una simile impuntatura se non il discorso di garantire la normalità di vita famigliare, sociale ed economica usando l’unica arma difensiva del vaccino: cosa che non sta funzionando. Rispetto agli altri Paesi europei si stanno invertendo le parti: chi prima era permissivo è diventato rigorista ai limiti dei lock down, chi prima è stato decisamente rigorista ora tentenna e non vuol rinunciare al bonus d’immagine accumulato fino ad oggi.

Penso sia inutile aggiungere che non mi piace questo modo incoerente, utilitaristico e strumentale di governare l’emergenza che sta diventando triste normalità. Basti riferirsi agli stadi e agli impianti sportivi nei quali si è, a mio incompetente giudizio, collocata gran parte della ripresa pandemica. Si ha paura a richiuderli: certo se non si chiudono gli stadi, diventa difficile chiudere le scuole. Un tira e molla che all’inizio poteva essere giustificato dalla sorpresa, ma che oggi non si giustifica affatto. Si abbia il coraggio di assumere delle decisioni precise senza rincorrere le contraddittorie sparate scientifiche: di tutto e di tutti si tenga conto e poi si decida per il meglio in un disegno che abbia un minimo di organicità nel tempo e nello spazio.

Se proprio vogliamo collocare Vincenzo De Luca tra i pierini del decentramento regionale, si ricordino due cose. Le barzellette di Pierino, che tutti ben conoscono, mettono a nudo non tanto la pochezza intellettuale di un ragazzino schietto, vivace e impertinente, ma la sciocca presunzione delle autorità che vogliono condizionarlo. In secondo luogo è da preferire un Pierino, che vuol prendere dappertutto e che gioca a carte scoperte, ai bravi governatori che non sanno cosa prendere e giocano a fare i primi della classe. Attenzione perché prima o poi bisognerà consegnare i compiti e sarà una zeppa di errori da segnare con la matita blu.

 

Il vaccino oltre l’ostacolo

Gira e rigira ci siamo arrivati, dopo un lungo, interminabile e inspiegabile giro di valzer: obbligo vaccinale per i cittadini dai cinquant’anni in su (chissà perché se una persona ha quarantanove anni non ha l’obbligo…).

Prometto di non gufare, ma di pormi soltanto alcune domande. Una l’ho già posta nella parentesi di cui sopra, ma mi sembra troppo banale per insistervi. Vado invece molto più in profondità. L’introduzione dell’obbligo vaccinale è costituzionalmente legittima? Non sono un giurista, mi permetto di nutrire molti dubbi, anche se spero che, prima di assumere una tale decisione, il governo abbia chiesto autorevoli pareri al riguardo. Al di là delle rispettabili e specialistiche rassicurazioni e del conclamato stato di necessità (se c’è, c’era da tempo…), rimango dell’idea che si tratti di una forzatura pazzesca foriera di discriminazione, disordine sociale e sfiducia nelle Istituzioni. Il discorso però è un altro: se la misura è inattaccabile, se il vaccino è veramente l’unica e indispensabile arma di difesa per la salute dei cittadini, se si è convinti non dico dell’innocuità del vaccino ma almeno del saldo altamente positivo fra costi e benefici in una sorta di sperimentazione a campione globale, perché si è aspettato tanto ad assumere questa decisione?

Si temeva una rivolta sociale, che probabilmente non si farà attendere? Si temeva di non essere preparati a sostenere l’impatto strutturale ed organizzativo di una vaccinazione globale e generalizzata, cosa che andremo presto a verificare nei fatti (speriamo bene…)? Si temeva di instaurare un vero e proprio regime vaccinale con somministrazioni a ripetizione ad ogni stormir di variante? Si temeva che i cittadini più avveduti potessero intentare cause contro lo Stato in caso di conseguenze deleterie derivanti dalla vaccinazione? Si temeva di avvalorare l’idea di uno stato di emergenza continuo tale da paralizzare la vita del Paese? Si temeva di non riuscire a controllare gli evasori vaccinali e di non poterli punire adeguatamente? Si temevano i contrasti più o meno strumentali tra i partiti politici sostenitori del governo, ridotti ora a più miti consigli dalla recrudescenza pandemica?

Di tutto un po’! Siamo seri. Se la situazione era ed è così grave da giustificare simili estremi provvedimenti, bisognava avere il coraggio di assumerli per tempo. Meglio tardi che mai? Non ne sarei così sicuro, anche perché gli effetti benefici, ammesso e non concesso che vi siano, si faranno attendere non poco, considerati i tempi burocratici dell’entrata in vigore dell’obbligo, considerate le reiterate somministrazioni e i loro intervalli temporali, considerato che dopo la somministrazione occorrono diversi giorni per rendere attivi gli anticorpi, sperando che la struttura sanitaria regga l’impatto organizzativo, che gli approvvigionamenti vaccinali siano sufficienti e non vada in tilt tutto il sistema (sarebbe una beffa colossale).

Le riflessioni a caldo sono queste. In cauda venenum: non eravamo i migliori al mondo nella lotta al covid? Mi auguro che l’Italia, il primo Paese a introdurre l’obbligo vaccinale (non sarebbe stato meglio che una simile misura fosse concordata almeno fra i membri Ue?), continui ad essere la prima della classe e non, per eccesso di zelo o per smania di protagonismo, la cavia della situazione.

 

 

La pagliuzza nei protocolli e la trave nei bilanci

C’era una volta un mio conoscente iperglicemico, che tentava di combattere l’eccesso di zuccheri in uno strano modo. A tavola ingoiava di tutto, comprese abbondanti porzioni di dolce, poi, quando arrivava il caffè, estraeva meticolosamente dal taschino la scatoletta della saccarina per metterne una pillolina nella tazza e guardandosi in giro si scusava dicendo: “Ho la glicemia alta e devo stare attento…”.

Questo è un fatto vero che tuttavia assomiglia ad una barzelletta. Un tale mise ben undici cucchiaini di zucchero in una abbondante tazza di caffelatte. L’amico, che gli faceva compagnia, disse scherzando: “Perché non ne metti dodici? Dicono che porti fortuna…”. Rispose l’altro: “No, il caffelatte mi piace un po’ amaro…”. In dialetto è più bella, ma troppo difficile da elaborare.

Questione di gusti in vista della ripresa dei campionati seriamente condizionata dalla recrudescenza pandemica. Alla lega calcio preme la scrupolosa osservanza di regolamenti e protocolli al punto da mettere in discussione il comportamento di una squadra che non si rende disponibile a giocare una partita in quanto bloccata dalle autorità sanitarie per presenza di soggetti contagiati dal covid. Assomiglia a quel vigile urbano, che multò la madre, la quale spingeva faticosamente una carretta sul marciapiedi, dicendo con sussiego: “Cära la mè mama, la legia l’è legia!”. A proposito di protocolli gli arbitri ci hanno spiegato che esiste persino il fuorigioco attivo per un giocatore sdraiato a terra, che magari sfiora inavvertitamente l’avversario o lo disturba mettendogli il fiato sul collo.

Ebbene da una parte abbiamo i rigori protocollari, dall’altra abbiamo gli artifici contabili e le elusioni fiscali: queste ultime trasgressioni vanno benissimo anche perché forse così fan tutte le società calcistiche per sopravvivere formalmente rispetto a bilanci sempre più disastrosi. Cose peraltro risapute che improvvisamente la Guardia di Finanza ha scoperto mettendo a repentaglio lo squallido mondo del calcio. La Lega (quella calcistica) si riserva di (non) prendere provvedimenti al riguardo, anche perché probabilmente andrebbe in crisi tutto il sistema. Come noto, le disgrazie non arrivano mai da sole: al covid si accompagna il virus dei bilanci a fisarmonica.

Se volete scommetterci, il calcio sopravviverà al covid e alle relative restrizioni nonché alle inchieste sui rendiconti truccati, sulle plusvalenze inventate e sui contratti falsificati. Dopo la scorpacciata di irregolarità perpetrata dai ricchi, infatti, arriverà il tre a zero a tavolino per la povera Salernitana. “Tùtt a pòst e niént in órdin”.

Bisogna scherzare sopra le troppe cose che non vanno. «Parlèmma ‘d robi alégri», intimarono gli amici di mio padre alla compagnia in vena di discorsi penosi: uno di loro, accettando il perentorio invito, rispose: «Co’ costarala ‘na càsa da mòrt?».

 

“Pavonismi” a confronto

Finisce l’avventura di “Articolo 1”, il partito fondato da Massimo D’Alema e altri fuoriusciti dal Pd in polemica con Matteo Renzi nel 2017. Gli auguri di fine anno che lo stesso D’Alema ha rivolto ai suoi non lasciano spazio a dubbi, soprattutto quando ha parlato della necessità di una ricomposizione. Tutti d’accordo, compresi Pierluigi Bersani, il ministro alla Salute Roberto Speranza e il coordinatore Arturo Scotto. A maggio dovrebbe diventare ufficiale il rientro nei ranghi del Pd. Nei suoi auguri D’Alema ha criticato Draghi (“L’idea che il premier si auto elegge capo dello Stato e nomina un altro funzionario del ministero del Tesoro al suo posto mi sembra una prospettiva non adeguata per l’Italia”) e non è mancato l’affondo contro Matteo Renzi, che all’epoca della scissione bersanian-dalemiana era segretario del Pd. D’Alema ha definito la fase renziana del Pd, una “deriva disastrosa, una malattia che fortunatamente è guarita da sola, ma c’era. Pochi oggi potrebbero negare la fondatezza del giudizio sul rischio che quel partito cambiasse completamente natura nell’epoca renziana” (notizie apparse su “Il quotidiano del sud”).

In poche righe sono sintetizzati i pregi e i difetti di questo personaggio politico di notevole livello. Mia sorella aveva un debole per le persone intelligenti. Diceva che, quando una persona è intelligente lo è sempre indipendentemente dal ruolo che è stata chiamata a ricoprire. Riteneva convintamente che quando una persona è intelligente è più che alla metà dell’opera, perché questa sua qualità, cascasse il mondo, non viene mai meno. Forse, mescolando qualità mentali ed etiche, preferiva avere a che fare con un cattivo intelligente piuttosto che con un buono stupido.

Indubbiamente Massimo D’Alema fa parte della categoria opzionata da mia sorella. A mio giudizio lo dimostra ad abundantiam quanto egli afferma sulle prospettive carrieristiche di Mario Draghi. Sono perfettamente d’accordo nel metodo che fa a pugni con la Costituzione e nel merito dal momento che mi permetto – a costo di attirarmi le antipatie di parecchia gente e di sembrare persino in contraddizione con me stesso – di giudicare Draghi inadeguato al ruolo di presidente della Repubblica. D’Alema ha colto nel segno e, a costo di andare contro corrente, ha sotterrato da par suo una prospettiva rischiosa ventilata sulle ali di un esagerato e scriteriato entusiasmo verso l’esperienza draghiana.

Purtroppo però c’è il rovescio della medaglia e sta nel sarcastico e unilaterale giudizio politico sulla fase renziana del Pd, definita “una deriva disastrosa e una malattia guarita da sola”.  Anche qui mi faccio aiutare da mia sorella Lucia e in un certo senso faccio riferimento al criterio sbrigativo suggerito dal grande giornalista Indro Montanelli per giudicare le persone: “guardategli la faccia…”. Si attaglia perfettamente a quella di Boris Johnson, il premier britannico. Mia sorella non ha fatto in tempo a visionare Matteo Renzi per filo e per segno, ma sono sicuro che, se fosse ancora in vita, non si rimangerebbe del tutto la prima impressione sputata a caldo: «Che facia da stuppid!». Siccome, se e quando uno è stupido, lo è sempre, Johnson si lascia sfuggire parecchie stupidate. Era grande ammiratrice di Indro Montanelli, non per le sue idee politiche, ma per il suo approccio ai fatti e soprattutto alle persone. Quindi, quando apparve in prima battuta sulla scena fiorentina Matteo Renzi con tutto il suo profluvio di ambiziose e bellicose mire, andò a prestito dal suddetto criterio montanelliano. E infatti mia sorella d’acchito sentenziò riguardo a Renzi: «Che facia da stuppid!». Non ebbe purtroppo tempo di vederne la scalata ai massimi livelli del partito e del governo e quindi non sono in grado di sapere cosa ne avrebbe pensato in seguito e cosa ne penserebbe oggi.

Se a mia sorella posso perdonare lo sbrigativo, anche se abbastanza profetico, giudizio a caldo, il giudizio a freddo di D’Alema è dettato più da rancore personale che da obiettiva analisi dei fatti. Se a Renzi può essere imputato un tentativo lancia in resta per una barricadera e superficiale ventata di svecchiamento della politica, sinistra in primis, a D’Alema mi sento di imputare un testardo e conservatore tentativo di ancorare la sinistra ad un passato che non può e non deve tornare più. È proprio vero che due pavoni non possono andare d’accordo. Ha fatto malissimo Renzi a rottamare a suo tempo D’Alema e a non recuperarlo, non candidandolo cioè al ruolo di ministro degli esteri europeo (funzione che avrebbe svolto in modo egregio nell’interesse italiano, europeo e finanche renziano), fa malissimo D’Alema a sputare veleno contro il passato renziano (contro il presente si potrebbe anche essere abbastanza d’accordo).

Lasciamo Renzi alle sue fantasiose giravolte e prendiamo da Massimo D’Alema quel che la sua intelligenza ci riserva nonostante la sfrenata presunzione ed ambizione. Ho sempre avuto un debole per questo esponente politico pur riconoscendone i clamorosi difetti. Posso spararla grossa? Non lo vedrei male nei panni di presidente della Repubblica: sono sicuro che, liberatosi finalmente dalle mire protagonistiche, lo saprebbe fare molto bene. Sarebbe un presidente alla D’Alema con tutti i difetti suddetti. Forse che gli altri personaggi, che si aggirano prospetticamente sulla scena quirinalizia, non ne hanno? In fin dei conti mia sorella, che la sapeva molto lunga, non aveva tutti i torti. Quando una persona è intelligente rimane tale sempre. E non è poca cosa.

La camera mortuaria del lavoro

Morti sul lavoro, i numeri di una strage italiana: sono oltre mille nei primi 11 mesi del 2021. A crescere è soprattutto il dato sui lavoratori extracomunitari. L’analisi per età rileva incrementi per gli Under 34 e la fascia 40-49 anni, sul lavoro si muore più al Sud.

In questo quadro tragico si leggono in filigrana un po’ tutti i problemi etici, sociali ed economici del nostro Paese. Innanzitutto non è assolutamente vero che, come recita la Costituzione, l’Italia sia una repubblica democratica fondata sul lavoro. Tutti gli elementi di questa definizione sono in discussione. Una repubblica o una oligarchia, vale a dire un sistema basato su una ristretta cerchia di persone che occupa una posizione di potere in seno a istituzioni, organizzazioni e simili, o anche gioca un ruolo di preminenza in determinati ambienti sociali o culturali. Democratica o governata da gente molto lontana dal farsi carico dei problemi dei cittadini. Fondata sul lavoro e sulla sana imprenditorialità oppure sull’affarismo e la speculazione finanziaria. Se il lavoro non è la base su cui costruire il Paese, ci può stare tutto, dalla mancanza di lavoro alle discriminazioni, alle inequità, alle morti. Tutto diventa inevitabile e accettabile con rassegnazione.

Il fatto che i morti sul lavoro siano poi spesso lavoratori extracomunitari la dice lunga sulla nostra prosopopea anti-stranieri, considerati come ladri di lavoro a danno degli italiani per poi essere sfruttati, trattati da animali e messi, come dice una nota ed eloquente espressione parmigiana, “cmé i rosp al sasädi”.

Non è un caso se per lavoro si muore più al sud: il nostro meridione sconta un gap culturale, sociale ed economico che non si riesce a colmare, anzi forse tende ad accentuarsi in conseguenza di un modello di sviluppo che privilegia le aree più pronte a recepire le opportunità distribuite in malo modo.

Muoiono molti giovani costretti ad accettare, senza la dovuta preparazione professionale, lavori pericolosi e poco protetti. Anche il lavoro giovanile rappresenta un nodo centrale per la nostra società. O tutte le istituzioni pubbliche e private si impegnano a dare prospettive di lavoro serie ai giovani oppure la nostra società non ha futuro. Quando osservo i giovani, mi chiedo quale ruolo potranno e sapranno svolgere ed in quale società si troveranno a vivere.

Le morti sul lavoro sono il tragico terminale di un assetto socio-economico squilibrato e sconsiderato. Pensare di risolvere i problemi solo inasprendo le pene ed accentuando i controlli in materia di sicurezza è semplicistico e fuorviante. Tutti abbiamo grosse responsabilità e non bastano i superficiali titoloni mediatici, le commozioni del momento, le invettive d’occasione, le varie proteste, le promesse istituzionali.  Ci vuole un cambio di mentalità in tutta la società e una revisione profonda nei meccanismi di sviluppo economico e di strutturazione sociale.

Se per i morti da covid possiamo fatalisticamente imprecare contro qualcosa e qualcuno, nasconderci dietro l’impossibile previsione e preparazione, dietro l’enormità e la globalità del fenomeno, per i morti sul lavoro non ci sono scusanti e allora… li stiamo collocando in un sistematico e vomitevole dimenticatoio, magari assieme ai morti per suicidio in carcere: i motivi per voltarci dall’altra parte siamo maestri nel trovarli.

 

 

Cambiare l’ordine dei fattori altera il prodotto

Rosy Bindi: “Ora serve un accordo per Draghi al Quirinale e un premier politico”. L’ex presidente Pd nelle dichiarazioni rilasciate al quotidiano La stampa dice: «Sbalordita che si parli del Cavaliere. Contro di lui pronta a pensare a una mia candidatura di bandiera». Quanto allo sbalordimento non posso che essere d’accordo, in merito alla sua candidatura di bandiera spero tanto che non ce ne sia bisogno, anche perché trovo Rosy Bindi piuttosto in confusione, stando a quanto ha aggiunto e concluso.

«E ora come se ne esce? Con Draghi al Quirinale e un premier politico, tanto le elezioni non ci saranno». Dopo dieci minuti di lodi a Mattarella, al presidente che conosce da trent’anni, Rosy Bindi con la sua consueta schiettezza, spiega il perché della sua tesi: «Sarebbe opportuno a questo punto un accordo per eleggere Draghi capo dello Stato, ma per tutelare l’equilibrio delle istituzioni ed evitare un accentramento di poteri, i partiti dovrebbero trovare un accordo su un premier non tecnico, che non sia sua emanazione insomma».

La saggezza popolare vuole che ognuno resti al proprio posto e che ricopra il proprio ruolo senza distrazioni e senza puntare ad altro. In alcuni casi l’elettorato ha sonoramente bocciato questi giri di valzer istituzionali. Penso possa valere anche per Mario Draghi: prosegua la sua azione governativa senza strafare, senza forzature politiche e senza pretendere l’impossibile dai partiti che lo appoggiano. Il potere porta sempre con sé una certa “montatura di testa”, speravo tanto che Draghi ne fosse fisiologicamente esente, invece… Purtroppo c’è chi continua a tirarlo per la giacca volendolo trascinare al Colle. Come ho più volte detto e scritto non ritengo sia il personaggio giusto per fare il presidente della Repubblica: non ha la caratura politica e rappresentativa necessarie. Storicamente parlando fu un azzardo dalemiano la presidenza di Carlo Azeglio Ciampi, che potrebbe assomigliare a quella di Mario Draghi: allora andò, tutto sommato, abbastanza bene. Oggi, in una situazione diversa non ripetiamo l’azzardo e lasciamo Draghi al suo posto.

Il problema posto da Rosy Bindi è quello di tutelare l’equilibrio delle Istituzioni ed evitare un accentramento di poteri. Su questo sono perfettamente d’accordo. L’equilibrio rischia infatti di venire meno nel momento in cui Sergio Mattarella lascia la presidenza ed il pendolo si sposta inevitabilmente dalla parte di Draghi premier. La ricetta è però ben strana da quanto mi sembra di capire: visto che Draghi è molto forte promuoviamolo alla massima carica e rimuoviamolo dal ruolo di premier, da capo del governo a capo dello Stato in un anti-costituzionale gioco dei bussolotti.

E al governo? Secondo la Bindy dovrebbe andare un vero politico scelto di comune accordo tra i partiti e non di emanazione draghiana. Non so dove viva, ma non si è accorta che i partiti sono totalmente nel pallone al punto che Mattarella ha dovuto intervenire per toglierli dal pantano? E adesso si pretende che immediatamente e sbrigativamente tornino ad un largo ed incisivo compromesso di governo…

Che la politica debba riconquistare il suo spazio è questione capitale, ma la scorciatoia suggerita mi sembra alquanto schematica e impossibile da praticare. Molto meglio lasciare che Draghi concluda la sua opera governativa fino alla scadenza elettorale del 2023 e sforzarsi di individuare un presidente della Repubblica capace di restituire, delicatamente ma decisamente, alla politica i polmoni con cui respirare autonomamente. Solo così si potrà garantire un minimo di equilibrio senza Mattarella.

Ecco perché ritengo un passaggio fondamentale la prossima elezione del capo dello Stato, che dovrebbe favorire, nella continuità di un rapporto forte con i cittadini, la riassegnazione alla politica del suo ruolo senza ingerenze, ma mettendo i partiti di fronte alle loro responsabilità. Draghi lo sta facendo, ma ritengo debba lasciarlo fare al nuovo presidente della Repubblica, che non dovrà essere lui.

Una politica debole, gracile e malata non può in questa fase digerire un pasto governativo, deve accontentarsi di un brodino alla tavola draghiana e soprattutto di una flebo somministrata dal medico- presidente della Repubblica, magari consigliata dal suo predecessore. Invertendo l’ordine dei fattori proposto da Rosy Bindi, il prodotto cambia, eccome!

 

 

 

Un Presidente a cellette

Mio padre nella sua travolgente e coinvolgente passione per l’opera lirica riusciva a tenere le distanze rispetto ai fanatismi dei vociomani. Tanto per esser chiari non era un patito dell’acuto per l’acuto, men che meno dell’acuto sparato alla “viva il parroco”; apprezzava certamente l’esuberanza e la sicurezza vocali, che sintetizzava in un modo di dire curioso ma plastico, rivolto soprattutto ai soprani, “la va pr’aria”, ma soprattutto si entusiasmava per la frase incisiva, per l’interpretazione trascinante, per gli interpreti “chi fan gnir i zgrizór”, per i cantanti che lasciano un segno forte nel personaggio più che nel ruolo. Coniugando il calcio con il canto amava dire simpaticamente che un’azione di gioco senza tiro in porta è come una romanza d’opera lirica senza acuto, lascia il tempo che trova.

Il paterno e delicato messaggio di fine anno e di fine settennato del presidente Sergio Mattarella può essere interpretato come una romanza cantata con stile appropriato, con forza interpretativa molto credibile, ma soprattutto con un gran bell’acuto finale, che merita di essere di seguito riportato.

“Alle nuove generazioni sento di dover dire: non fermatevi, non scoraggiatevi, prendetevi il vostro futuro perché soltanto così lo donerete alla società.” Così il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, in un passaggio del suo discorso di fine anno, si è rivolto alle ragazze e ai ragazzi delle nuove generazioni. Il Capo dello Stato ha citato il professor Pietro Carmina morto nel drammatico crollo a Ravanusa, in un passaggio della lettera con cui si era congedato dagli studenti prima di andare in pensione. “Faccio mie – con rispetto – queste parole di esortazione così efficaci – ha detto Mattarella – che manifestano anche la dedizione dei nostri docenti al loro compito educativo” e citando il professore ha detto: “Usate le parole che vi ho insegnato per difendervi e per difendere chi quelle parole non le ha. Non siate spettatori ma protagonisti della storia che vivete oggi. Infilatevi dentro, sporcatevi le mani, mordetela la vita, non adattatevi, impegnatevi, non rinunciate mai a perseguire le vostre mete, anche le più ambiziose, caricatevi sulle spalle chi non ce la fa. Voi non siete il futuro, siete il presente. Vi prego: non siate mai indifferenti, non abbiate paura di rischiare per non sbagliare”.

Penso ci sia qualcosa di personale in queste parole di commiato: me ne vado, perché il peso degli anni oltre che la scadenza costituzionale me lo consigliano caldamente, ma voglio precisare di non essere vecchio e ve lo dimostro credendo nel futuro e nei suoi protagonisti, i giovani. Una lezione per me, che, invecchiando, ho la tendenza a dubitare se non addirittura a sparlare dei giovani.

Se andiamo oltre, troviamo anche l’invito pressante a immischiare sempre e comunque la politica non con gli affari, ma con i sentimenti. Tutto il messaggio è permeato di sentimenti di fiducia, di riconoscenza, di gratitudine, di incoraggiamento, oserei dire di amicizia. Mattarella ha preso a riferimento soprattutto i giovani, ma non solo: ha avuto un pensiero per tutti.

Il tono famigliare usato dal Presidente mi induce a collocare il suo messaggio finale tra mio padre (vedi sopra) e mia madre, la quale aveva un cuore grande, fatto a cellette come un alveare: un posticino preciso e deciso per ognuno, senza interferenze, senza assurde graduatorie, con il massimo dell’attenzione possibile per tutti. Anche Mattarella in questi anni non ha dimenticato nessuno, a tutti ha riservato un posto d’onore al Quirinale. Ha rispettato tutti, forse anche chi non lo meritava; ha rappresentato tutti, forse anche chi non ne voleva sapere. La politica incarnata nelle Istituzioni al più alto livello umano e democratico.

A noi non resta che dire grazie, non con le parole che immediatamente si sono scatenate, ma con i fatti, cominciando col scegliere il suo successore nel massimo della continuità, senza pretendere surrettiziamente un Mattarella bis, ma cercando un Capo dello Stato che, per dirla con mio padre, abbia la capacità di volare alto, d’andär  pr’aria e di toccare i migliori sentimenti, ‘d fär gnir i zgrizór” e poi – mi sia concesso di proseguire nella digressione famigliare – assomigli a mia madre nel cuore grande, tale da poter contenere tutti gli italiani, che ne hanno tanto bisogno.

 

 

La Cina non è molto lontana

Durante i primi giorni della lotta al coronavirus, con la zona di Codogno isolata e messa in quarantena, provvedimento che poi purtroppo dovette essere allargato all’intero territorio nazionale, un cittadino fece un’uscita clamorosamente trasgressiva, andò a sciare e si procurò una frattura che venne regolarmente curata in ospedale.  A Marcello Lippi, allenatore di calcio, impegnato per alcuni anni come commissario tecnico della nazionale cinese, è stato chiesto cosa pensasse della Cina e del coronavirus. Azzardò una similitudine paradossale, ma non più di tanto: al cittadino italiano in fuga dal lock down è stata sistemata la frattura alla gamba, in Cina lo avrebbero messo al muro.

La Cina non si smentisce ed è di questi giorni la notizia che quattro persone, non rispettose delle norme anti-Covid, sono state costrette a sfilare in strada per gogna pubblica, ognuna tenuta ferma da due guardie in tuta bianca e scortate da un gruppo di poliziotti armati. I quattro avevano anche il loro nome scritto su un cartello appeso al collo con la loro foto. Gli accusati sono stati poi costretti a sfilare in strada tra due ali di folla. La parata si è svolta a Jingxi nella provincia cinese del Guangxi al centro anche di altre controversie come il traffico di persone per l’attraversamento del confine (secondo la stampa locale due delle persone erano accusate anche di immigrazione clandestina). In rete molti commentatori hanno sottolineato la “prevenzione dell’epidemia in stile rivoluzione culturale”.

Tento di seguito un’ardita e provocatoria similitudine altamente sconsigliata ai deboli di cuore politico ed a chi non vuole muovere, intellettualmente parlando, freddo per il letto. Ognuno ha il suo modo di affrontare l’emergenza, più o meno duro, ma sempre e comunque riconducibile alla soppressione, più o meno clamorosa, dei principi di convivenza democratica. Ho la spietata impressione che tutta la legislazione anti-covid, varata dal governo italiano, sia, nel metodo e nel merito, ai limiti della Costituzione: nessuno o quasi nessuno (compresa la Corte Costituzionale e i rappresentanti delle massime Istituzioni repubblicane) ha detto e dice niente, ritenendo ammissibile sacrificare sull’altare di una fumosa e sconclusionata azione di contenimento pandemico le libertà delle persone, persino quella di morire senza essere isolato o criminalizzato. Sono pochissime le persone di un certo peso culturale, che osano dissentire dal sempre più invadente ed invasivo pensiero unico.

In Cina c’è la gogna pubblica, in Italia c’è la gogna mediatica camuffata da una vergognosa opera di disinformazione orchestrata tramite una continua e contraddittoria overdose di notizie, tramite l’inflazione e la spettacolarizzazione delle consulenze scientifiche, tramite la drammatizzazione a corrente alternata dei dati più statistici che reali, tramite la faziosa e omertosa analisi delle problematiche. Chiacchierare continuamente, anche e soprattutto a sproposito, non vuol dire fare informazione, ma il suo esatto contrario. Mio padre aveva un debole per le persone taciturne, le difendeva a spada tratta in quanto riteneva avessero meno probabilità di dire stupidaggini.

In Cina sono riusciti a coniugare il peggior capitalismo con il miglior comunismo: un autentico capolavoro, che sta infatti conquistando il mondo intero, sfilandolo progressivamente dalle tasche degli Stati Uniti. In Italia ci affidiamo sempre più al mercato con la scusa di non essere comunisti e, politicamente parlando, stiamo riducendo al lumicino la possibilità di criticare il potere: l’operazione Draghi sta purtroppo degenerando in tal senso, facendo risuonare le trombe della tecnostruttura a copertura dei primi tre poteri dello Stato assieme alle campane del quarto potere a copertura di ogni e qualsiasi democratico dissenso.

La trasparenza, fin dallo scoppio della pandemia, è un optional: non ci si è capito e non ci si capisce dentro niente. Al riguardo sono curioso di vedere il futuro che avrà l’uso degli anticorpi monoclonali.  Evelina Tacconelli (università di Verona), in una lunga e motivata intervista al quotidiano Avvenire, afferma: «Da noi già adottati su migliaia di pazienti fragili. Entro 72 ore dal test positivo congelano la malattia». Perché l’Italia non li usa e li lascia scadere?

«Una sola dose di anticorpi monoclonali, somministrata al paziente con Covid-19 nei primi tre giorni di infezione, in una sola ora riduce di oltre l´80% il rischio di ricovero ospedaliero: non solo evita la malattia severa, quindi la terapia intensiva o addirittura il decesso, ma costa infinitamente meno di un ricovero. Eppure in Italia in alcune regioni i monoclonali non sono stati utilizzati, addirittura sono stati trasferiti in altre regioni per evitare che scadessero». Uno spreco incomprensibile, che però non avviene nei reparti gestiti da Evelina Tacconelli, 54 anni, professore ordinario di Malattie infettive e direttore della clinica di Malattie infettive dell’azienda ospedaliera universitaria di Verona, responsabile del gruppo di ricerca sulle infezioni resistenti agli antibiotici dell’università di Tübingen in Germania. «Chi è positivo ci contatta, lo valutiamo clinicamente e se pensiamo che per lui i monoclonali possano essere utili gli diamo immediatamente l’appuntamento. Da noi basta una telefonata per ricevere la terapia e tornarsene a casa poco dopo con un’altissima probabilità di non sviluppare il Covid-19». In una parola, guariti. Non solo: «La notizia è che stanno arrivando anticorpi monoclonali in grado anche di fare prevenzione prima del contagio; e altri ancora potranno essere utilizzati subito dopo un possibile contagio, sempre per prevenire». Facciamo due conti: i monoclonali costano circa 1.500 euro e prevengono ricoveri che allo Stato costano decine di migliaia di euro a paziente. Per quale mistero allora non vengono usati?

Forse occorre aspettare di esaurire le scorte di vaccino su cui l’industria farmaceutica ha fatto una girandola di produzioni e di speculazioni? Può darsi che dietro l’uso degli anticorpi monoclonali si nasconda una certa qual frettolosa approssimazione scientifica associata ad un prospettico e mastodontico business. Siccome tutto è business, proviamo almeno a considerarli tutti mettendoli alla pari.

 

 

La comica finale, ricchi premi e cotillons

Quando si è cominciato a vociferare di una candidatura berlusconiana alla presidenza della Repubblica ho reagito, come penso molti altri, con incredula ironia: una fake new, una (quasi) barzelletta, una ridicola provocazione, un’ottima occasione per rialzare il morale in tempi di amari pianti.

Poi dal momento che la cosa sembrava prendere sempre più consistenza ho tentato di immaginare quali potevano essere gli intenti più o meno confessabili del cavaliere nel proporsi una simile paradossale scalata. Non sto a ripetermi. Preferisco invece analizzare con cinismo, sadismo, al limite del masochismo, le probabilità cha la candidatura di Berlusconi comincia sotto-sotto ad incontrare nello squallido panorama politico italiano.

La domanda che mi faccio è questa: chi potrà abboccare ad una simile esca, chi potrà cascare nella rete, chi avrà tanto pelo sullo stomaco da prendere in seria considerazione la salita al Colle del cavaliere con tante macchie e senza alcuna paura.

Innanzitutto partiamo dalla sconsolante constatazione che, gira e rigira, ai pirlamentari (non è un refuso, è la gustosa e qualunquistica battuta su un Parlamento, dove può succedere di tutto e di più, che può quindi essere tranquillamente ribattezzato “pirlamento”, come ho sentito dire a margine di una lucida e spietata analisi politica formulata da una simpatica anziana signora) interessa soprattutto e innanzitutto mantenere seggiola e stipendio il più a lungo possibile a prescindere da equilibri e squilibri della situazione politica. Aggiungiamoci che il prossimo Parlamento verrà letteralmente e costituzionalmente decimato, che certi partiti hanno buone probabilità di sparire dalla circolazione, che molti parlamentari hanno cambiato casacca in corso d’opera, e arriviamo ad una sorta di angoscia per la mera sopravvivenza di molti fra i grandi elettori del futuro capo dello Stato. Ebbene, chi più e meglio di Berlusconi può garantire loro la tranquilla prosecuzione della legislatura fino al 2023?

Andiamo avanti. Se è vero come è vero che Draghi non deve essere disturbato per il periodo più lungo possibile, Silvio Berlusconi non può che essere d’accordo sul garantire una continuità governativa che potrebbe e dovrebbe piacere a molti in Parlamento e nel Paese: il più draghiano dei draghiani al Colle. Il presidente senza presidenzialismo. Meglio di così?

Da tempo poi Berlusconi si è messo nella scia di Sergio Mattarella: gliela dà su sempre e comunque. Lo scorso 31 dicembre fu il primo e più convinto elogiatore del discorso mattarelliano agli italiani; disse, se non ricordo male, che condivideva al 100% il pensiero di Sergio Mattarella. Un becco di ferro simile chissà cosa arriverà a dire e fare il prossimo 31 dicembre dopo avere ascoltato le parole del presidente ormai uscente. Per proseguire nella metafora scaligera del bis richiesto a Mattarella, Berlusconi potrebbe presentarsi alla ribalda come tenore sostituto, un po’ logoro ed acciaccato, ma capace di cantare (non lo fece ad inizio carriera sulle navi da crociera?) in tutto e per tutto come artista delle mezze voci, delle smorzature, delle filature che tanto piacerebbero ai cosiddetti poteri forti, nonché delle gigionate che tanto piacerebbero ai loggionisti della politica. Più continuità di così…

Quanto al discorso della pandemia, Berlusconi è il più vaccinista dei vaccinisti: ha persino richiamato all’ordine le sue televisioni. Con lui probabilmente la vaccinazione diventerà una sorta di divertimento di massa: roba da regime e lui di regime se ne intende…

Aggiungiamoci una bella fetta di piaceri elargiti a destra e manca in un mercato dove le bancarelle storiche e tradizionale non esistono più e dove quindi il parlamentare affamato può essere catturato con una certa facilità a suon di cadeaux più o meno invitanti.

Mai dire mai! Prima di mollare l’osso Berlusconi le tenterà tutte e temo che in parecchi stiano cominciando a fare strani ragionamenti del tipo “in fin dei conti…”. La sua non è una candidatura di bandiera, non è una candidatura di schieramento, è una conclusione (in)degna di un percorso purtroppo non ancora finito.

La comica finale era quella che veniva proiettata alla fine di un film drammatico, avventuroso o sentimentale, giusto per sollevare il morale, stemperare la tensione, favorire il buonumore. Non stiamo forse vivendo un tempo drammatico e avventuroso, non siamo forse alla spasmodica ricerca di un rassicurante ritorno alla normalità? La medicina giusta? Un capo dello Stato che continuerà a negare la miseria e la povertà, un no-pat che ci farà sentire tutti più sicuri e tranquilli. E le sue condanne penali e i suoi processi ancora aperti e i suoi conflitti d’interesse e i suoi bunga-bunga? Acqua passata che non macina più! E all’estero cosa diranno di noi? Berlusconi saprà tranquillizzare tutti: Angela Merkel si è tolta di mezzo, l’imbarazzante controfigura statunitense l’hanno messa da parte, gli altri si rassegneranno, faranno buon viso a cattiva sorte. Ora e sempre Berlusconi!