Il dottor macchiato

Rammento l’intenzione manifestata alcuni anni or sono dall’allora ministro degli Interni, il socialista Giuliano Amato: voleva fare la guerra agli accattoni…con tanto di decreto ad hoc. L’acuto ed implacabile giornalista Marco Travaglio gli ricordò come forse fossero più gravi i suoi trascorsi craxiani, a servizio dell’accattonaggio tangentaro del socialismo italiano. Amato incassò e lasciò perdere. L’intelligenza, checché se ne dica, era, è e rimane il punto forte del dottor sottile. Oggi suonerebbe sempre più provocatoria ed intollerabile una simile tendenza: davanti ad una corruzione così radicata nei gangli vitali di certa burocrazia, di certa imprenditoria e di certa politica, gli accattoni dovrebbero essere portati, a dir poco, in trionfo. Tuttavia ogni tanto rispunta la questione, a livello nazionale (per combattere un fenomeno imbarazzante) o locale (per difendere il decoro dei monumenti o la tranquillità delle spiagge).

Il problema però che, cedendo alla tentazione del “totoquirinale”, intendo affrontare è o sarebbe la candidatura di Giuliano Amato al Colle, che sta prendendo quota: effettivamente nel piattume politico che ci attanaglia risulta essere forse l’unica possibilità di elevarsi al di sopra del nulla che offre il convento o per lo meno del niente che appare in superficie dal momento che nessuno ha voglia di scandagliare il tessuto sociale alla ricerca di personale politico nuovo e adeguato.

Chissà perché in questo periodo mi viene spontaneo fare riferimento a quanto affermava con grande spontaneità e convinzione mia sorella Lucia: il perché è in verità molto chiaro ed evidente, in quanto mi ha fatto da battistrada e da esempio sul sentiero impervio del pensiero e dell’impegno politico lontani da ogni compromesso col potere.

Ebbene Lucia aveva una considerazione immensa per l’intelligenza e la cultura di Giuliano Amato. Per lei faceva parte di quella categoria di personaggi per le quali aveva un debole, vale a dire i soggetti particolarmente dotati di intelligenza. Sosteneva che, quando una persona è intelligente, lo è sempre indipendentemente dal ruolo che è stata chiamata a ricoprire. Riteneva convintamente che quando una persona è intelligente è più che alla metà dell’opera, perché questa sua qualità, cascasse il mondo, non viene mai meno. Forse, esagerando, come talora faceva, subordinava alle qualità mentali persino certi comportamenti etici, preferiva, per estremizzare il discorso, avere a che fare con un cattivo intelligente piuttosto che con un buono stupido.

Il profilo di Giuliano Amato si è proposto all’attenzione in occasione dell’assegnazione di incarichi politico-istituzionali di notevole livello, compresa la presidenza della Repubblica e allora per mia sorella meritava indiscutibilmente la pole position. Se ne parlava insieme pacatamente ed io ero piuttosto scettico: mettevo molto sale sulla coda di Amato in quanto ne consideravo implacabilmente i brutti trascorsi craxiani, il coinvolgimento in una fase politica alquanto discutibile. Per me infatti Amato ha impressa una macchia indelebile, consistente nell’omertoso protagonismo filo-craxiano: al di là di qualsiasi anacronistico giustizialismo, non poteva non sapere a chi reggeva il moccolo, intellettualmente e politicamente, un dottore talmente sottile da mimetizzarsi all’interno di un andazzo affaristico sfociato drammaticamente in tangentopoli.

Il grande vignettista Giorgio Forattini, considerata la piccola taglia fisica del personaggio, lo mise nel taschino di Bettino Craxi come un elegante e profumato fazzolettino in una vignetta intitolata “Ghino di taschino”. Qualcuno potrebbe avere la tentazione di tirarla fuori e allora…

Ma ce anche un secondo motivo di carattere etico, che mi induce a non pochi dubbi sulla figura di Giuliano Amato. Non intendo fare del moralismo a buon mercato, ma qualche tempo fa vennero fuori prebende e pensioni accumulate da questo personaggio. Tutta roba legalmente meritata e maturata, ma un po’ troppa per dare l’idea di un politico rigoroso, che, come auspicava Montanelli, non si è arricchito. Una ulteriore “macchiolina” che si aggiunge e disturba l’immagine di Amato.

Sul resto niente da dire e tutto da ammirare. Il suo nome era spuntato anche sette anni or sono, sponsorizzato da Berlusconi (anche questo fatto la dice purtroppo lunga sui suoi trascorsi filo-craxiani), che anche oggi lo vedrebbe con piacere al Colle. Una candidatura di grande spicco sporcata dalle macchie suddette (per chi le vuol vedere) e targata in primis dal centro-destra (per chi lo vuol considerare un peccato originale). Forse sto facendo lo schizzinoso, sto cercando il pelo nell’uovo, sto usando un metro di giudizio troppo esigente. Con le arie che tirano bisogna essere più tolleranti, anche se “una macchia è qui tuttora… via, ti dico, o maledetta!…”.

 

Un doroteo per il Quirinale

Se la memoria non mi tradisce, esisteva un adagio goliardico che chiedeva a gran voce il “ripristino dei sani casini”. Il discorso alludeva ironicamente al controllo della prostituzione, auspicandone un frettoloso rientro in strutture controllate sul piano sanitario e difese dagli attacchi dello sfruttamento.

Giocando sulle parole, senza voler forzarne il significato, anche nella bagarre in vista della nomina del nuovo presidente della Repubblica spunta una profezia, quella di Umberto Bossi riapparso a Buguggiate in provincia di Varese per la messa di Natale: “Draghi o Berlusconi? La spunterà Casini”.

Mi ha fatto tenerezza e dato nostalgia la riapparizione fugace di questo personaggio, che di politica ne capisce certo molto più dei suoi successori. Se lo dice lui quindi sono portato a considerare seriamente (?) la candidatura al Quirinale di Pierferdinando Casini.

Conventio ad excludendum è una locuzione latina con la quale s’intende definire un accordo esplicito o una tacita intesa tra alcune parti sociali, economiche o politiche, che abbia come fine l’esclusione di una determinata parte terza da certe forme di alleanza, partecipazione o collaborazione.

Per Casini ci potrebbe essere al contrario una conventio ad comprehendum. Per dirla brutalmente, sarebbe il candidato non sgradito a tutti per diversi motivi. Il centro-destra lo ha avuto per diversi anni tra i suoi esponenti di rilievo: dopo la fine della cosiddetta prima repubblica Casini si è furbescamente (di qui il soprannome di Pierfurby) riciclato nell’onda berlusconiana, garantendo ad essa un (ignobile) gancio con il passato democristiano.

Al fumoso e galleggiante doroteo, Pierferdinando Casini, acutamente e impietosamente soprannominato Pierfurby, mia sorella avrebbe saputo come rivolgersi (lo ammetteva lei stessa), dal momento che  lo conosceva bene e le friggeva la lingua: “Forlani aveva in tribunale la bava alla bocca, è stato condannato a due anni e quattro mesi di reclusione per finanziamento illecito ed affidato in prova al servizio sociale presso la Caritas di Roma…mentre tu sei ancora in pista a blaterare, a ricoprire incarichi prestigiosi e non hai il buon gusto di andartene a casa…”.

Negli ultimi tempi si è avvicinato al partito democratico, diventandone il candidato al Senato in un collegio bolognese e rientrando dalla finestra in nome della componente cattolica del Pd con cui Casini niente ha da spartire se non la viziosa e rovinosa digressione del potere per il potere.

E i grillini? Potrebbero sopportarlo proprio per la sua sfumata identità, ma soprattutto per la sua abilità a trovare un modus vivendi con tutti senza scontentare nessuno: con Giuseppe Conte, un novello doroteo in piena regola, si troverebbe benissimo, quindi…evviva il doroteismo di ritorno!

Nella galassia centrista Casini dovrebbe andare a nozze, anche se dovrebbe fare i conti col protagonismo renziano e con il pragmatismo calendiano: del centrismo, seppure in versione datata, lui se ne intende e quindi ci salterebbe fuori senza infamia e senza lode.

Forse avrebbe qualcosa da ridire l’area della sinistra estrema (Leu e dintorni), ma non riuscirebbe a disturbare più di tanto: un minimo di opposizione può addirittura fare comodo per scongiurare il rischio dell’immagine di una disgustosa ammucchiata.

In fin dei conti poi Casini ha rivestito ruoli istituzionali importanti. Nel corso della sua lunga carriera politica è stato Presidente della Camera dei deputati nella XIV Legislatura. Nella XVII legislatura è stato Presidente della Commissione d’inchiesta sulle banche.

In conclusione la candidatura casiniana potrebbe rappresentare un compromesso al più basso livello al fine di garantire la Costituzione, che rappresenta il compromesso al livello più alto: i paradossi della politica non finiscono mai. Una sorta di manifesto all’insegna del motto “dorotei di tutta Italia unitevi”.

Come detto all’inizio se gli studenti gridavano “ridateci i sani casini”, i parlamentari potrebbero mormorare fra i denti: “Vi ridiamo il sano Casini”. Che sia poi sano è tutto da scoprire. Non oso pensare cosa aggiungerebbe mia sorella.

 

 

Il vaccino dello status quo

Tutti i giorni immancabilmente i media si esercitano nella cinica ricerca della morte per covid di soggetti negazionisti (meglio se si tratta di soggetti molto noti) o comunque di persone non vaccinate. Dove si vuole arrivare?  Non credo affatto alla vocazione educativa del giornalismo da strapazzo che imbratta la nostra epoca. Ragion per cui mi sembra che si voglia soltanto fare una sviolinata al potere scientifico ed a quello politico a dimostrazione che il covid si combatte solo con la vaccinazione e chi non l’ha capito è un fesso o un delinquente da punire. Siamo cioè in presenza di una sorta di vendetta mediatica contro chi osa dissentire dall’andazzo vaccinale, proposto a mera difesa del mercato, non certo delle persone di cui, come ho già detto e scritto, non frega niente a nessuno.

Come minimo per obiettività e completezza informativa bisognerebbe che la stampa proponesse anche i casi più clamorosi ed eclatanti di morti abbondantemente e regolarmente vaccinati. Da questa penosa e macabra par condicio risulterebbe che la verità non è monopolio di nessuno e che le certezze, come le balle, stanno in poco posto.

Mi sono però chiesto se il discorso del difensivo e strumentale appiattimento mediatico in materia di covid non sia causa-effetto di qualcosa di ben più grande e profondo. Non ho trovato risposte esaurienti, ma seri dubbi sull’assetto etico della nostra società. Afferma al riguardo il vescovo di Parma Enrico Solmi (forse mi ci voleva il covid per trovare un po’ di sintonia con lui): «Se pensiamo ai due slogan che circolavano durante la prima fase, “andrà tutto bene” e “niente sarà come prima”, guardandomi intorno e leggendo i giornali, mi chiedo se davvero siamo cambiati. Credo che ogni persona abbia sperimentato qualcosa di diverso. Molte hanno vissuto esperienze traumatiche, hanno provato paura e angoscia, di conseguenza è aumentata la richiesta di sostegno psicologico per gli adulti e soprattutto per i minori. C’è stata anche tanta voglia di reagire. Ma cambiare è diverso. Parte da motivazioni profonde e non arriva automaticamente l’effetto pandemia, esso necessita di un ripensamento su di sé e di una scelta. Questa sarà una prova nella prova, decisiva per il futuro».

Molto probabilmente esistono due paure contrapposte: quella di ammalarsi, soffrire e morire di covid, ma anche quella di dover fare i conti con una realtà rivoluzionata, che impone a tutti una revisione di ruoli e un notevole cambiamento negli assetti di potere. Ecco spiegato l’accanito ossequio al ruolo della scienza ostentatamente e continuamente esibita sulle ribalte mediatiche, l’unica in grado di tenere saldi e salvi gli attuali equilibri e la genuflessione agli attuali governanti che, bene o male, rappresentano il convento che passa la minestra. Col cavolo “niente sarà più come prima”, al contrario “niente deve assolutamente cambiare”.

Allora è utile alimentare la prima paura, quella che fa novanta in capo al cittadino medio, per allontanare la seconda paura, quella del cambiamento: ecco la filosofia che caratterizza gli indirizzi con cui si sta (s)governando la pandemia. Attaccarsi alla struttura economico-sociale del nostro sistema per difenderla accanitamente, a tutti i costi, spazzando via ogni e qualsiasi voce e comportamento dissonante che possa direttamente o indirettamente creare spazi di disturbo alla quiete (?) del regime.  È brutto doverlo ammettere, ma il vaccino anti-covid è diventato non tanto il presidio contro il virus che cambia in continuazione, ma la salvezza per la società che non vuole e non deve cambiare.

La meditazione (dal latino meditatio, riflessione) è, in generale, una pratica che si utilizza per raggiungere una maggiore padronanza delle attività della mente, in modo che questa divenga capace di concentrarsi su un solo pensiero, su un concetto elevato, o un preciso elemento della realtà. Di qui il motto “meditate gente…”.

“Vaccinatevi gente” è il motto anti-pandemico, usato impropriamente e strumentalmente non tanto per salvare vite umane, delle quali, come ho già detto e ripetuto, non frega niente a nessuno, ma per esorcizzare una seria meditazione su quanto sta accadendo. E che a nessuno venisse in mente di ragionare: non c’è niente da discutere, bisogna vaccinarsi e basta! Il di più viene dai rompiballe!

Chi osa ragionare e riflettere viene immediatamente squalificato e catalogato come disfattista: anche quello della criminalizzazione del dissenso è un vizio storico dei peggiori regimi. In fin dei conti mi accontenterei che si dicesse: “Vaccinatevi se in coscienza ritenete sia utile farlo, non solo perché ve lo chiede il premier Mario Draghi o ve lo consiglia il professor Bassetti o perché vi stanno facendo il lavaggio del cervello o perché conviene per far andare tutto come conviene”.

La sinistra dormigliona

“Guardiamo ancora una volta al presepe e vediamo che Gesù alla nascita è circondato proprio dai piccoli, dai poveri. Sono i pastori. Erano i più semplici e sono stati i più vicini al Signore. Lo hanno trovato perché, «pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge» (Lc 2,8). Stavano lì per lavorare, perché erano poveri e la loro vita non aveva orari, ma dipendeva dal gregge. Non potevano vivere come e dove volevano, ma si regolavano in base alle esigenze delle pecore che accudivano. E Gesù nasce lì, vicino a loro, vicino ai dimenticati delle periferie. Viene dove la dignità dell’uomo è messa alla prova. Viene a nobilitare gli esclusi e si rivela anzitutto a loro: non a personaggi colti e importanti, ma a gente povera che lavorava. Dio stanotte viene a colmare di dignità la durezza del lavoro. Ci ricorda quanto è importante dare dignità all’uomo con il lavoro, ma anche dare dignità al lavoro dell’uomo, perché l’uomo è signore e non schiavo del lavoro. Nel giorno della Vita ripetiamo: basta morti sul lavoro! E impegniamoci per questo”.

È il passaggio più interessante dell’omelia della Santa Messa della Notte di Natale celebrata in S. Pietro da papa Francesco. Tutti vi hanno letto un forte richiamo per la politica ad affrontare i problemi sociali più drammatici e urgenti. Non voglio certo fare l’esaltazione papale a tutti i costi. Anzi, parto proprio da una stridente contraddizione.

Afferma il papa: «Ecco che cosa chiedere a Gesù per Natale: la grazia della piccolezza. “Signore, insegnaci ad amare la piccolezza. Aiutaci a capire che è la via per la vera grandezza”. Ma che cosa vuol dire, concretamente, accogliere la piccolezza? Per prima cosa vuol dire credere che Dio vuole venire nelle piccole cose della nostra vita, vuole abitare le realtà quotidiane, i semplici gesti che compiamo a casa, in famiglia, a scuola, al lavoro. È nel nostro vissuto ordinario che vuole realizzare cose straordinarie. Ed è un messaggio di grande speranza: Gesù ci invita a valorizzare e riscoprire le piccole cose della vita. Se Lui è con noi lì, che cosa ci manca? Lasciamoci allora alle spalle i rimpianti per la grandezza che non abbiamo. Rinunciamo alle lamentele e ai musi lunghi, all’avidità che lascia insoddisfatti! La piccolezza, lo stupore di quel bambino piccolo: questo è il messaggio».

Mentre risuonavano queste provocatorie parole le telecamere indugiavano sulla maestosità della Basilica di S. Pietro e sulla scenografia natalizia improntata alla ricerca “dell’effettaccio”, della grandiosità dell’immagine della Chiesa e non certo della sua piccolezza. A quando celebrazioni più sobrie e coerenti con il dettato evangelico? Quel papa che alla sua prima apparizione sulla balconata esterna della Basilica rifiutò categoricamente segni lussuosi, perché non ha il coraggio di sfrondare le celebrazioni liturgiche riducendole all’osso eucaristico?

È un vero peccato perché anche le più forti esortazioni rischiano di perdere mordente inserite in un contesto così spettacolarmente fuorviante, che non lascia trasparire il contrasto tra sacro e profano, ma si mette perfettamente in linea con il consumistico ritualismo pagano. Demagogia liturgica o coerenza evangelica?

Nonostante ciò il papa riesce a lanciare messaggi molto ficcanti e toccanti. Tutti hanno applaudito al forte richiamo per la dignità e la sicurezza del lavoro, salvo poi continuare a fare orecchie da mercante e occhi foderati di prosciutto davanti alla orribile e terribile sequela di infortuni e morti sul lavoro. Un caro amico, nell’ambito di una graditissima telefonata augurale, mi ha posto una domanda: “È possibile che solo il papa abbia il coraggio di dire qualcosa di sinistra?”. Non si tratta di invasione di campo, ma di opportuno richiamo alle coscienze di tutti, in particolare di chi ha responsabilità politiche ed imprenditoriali.

Voglio soffermarmi solo un attimo sulla politica e sul partito che dovrebbe incarnare i valori del progresso sociale. Il partito democratico è afono e inconcludente su queste tematiche, preferisce divagare altrove, vale a dire alla ricerca di un benessere generale e indistinto, peraltro sempre più impossibile da raggiungere in una situazione di normalità emergenziale, senza capire che la difesa della propria identità consiste innanzitutto e soprattutto in queste concrete ed irrinunciabili battaglie sociali. Va benissimo (si fa per dire) sostenere il governo Draghi, schierarsi per la vaccinazione, brigare a livello istituzionale, ribadire la vocazione europeista, ma ai poveri cristi chi ci pensa? Attenzione perché i piccoli e i poveri possono anche prendere degli abbagli a livello populistico e rivolgersi incautamente a chi sbraita senza costrutto. E se succede, come poi dar loro torto. Se mancano gli annunciatori credibili, i poveracci possono rifugiarsi nell’illusorio luccichio dei falsi profeti.

Dal momento che siamo in periodo natalizio, accogliamo l’invito papale, guardiamo al presepe, quello tradizionale, e scegliamo la figura che meglio rappresenta la politica, la sinistra in particolare: quella del “dormiglione”. Lui della nascita di Gesù se ne sbatte altamente, sta vicino al fuoco, dorme della grossa, non si scompone minimamente.

Bottegai senza botteghe

La politica da parecchio tempo a questa parte è caratterizzata da un eccesso d’importanza attribuito al ruolo o alla figura del leader: questa discutibile tendenza è volta a colmare il vuoto ideale e valoriale dei partiti e a costruire il consenso elettorale sul fascino (?) dei capi e non sulla validità delle proposte.

In questi ultimi mesi la tendenza si è ancor più accentuata in conseguenza dell’emarginazione dei partiti dovuta allo strapotere governativo. Per la verità è difficile capire se venga prima la debolezza partitica o la forza del governo Draghi, fatto sta che i partiti non contano un cazzo e si illudono di giocare la partita solo con un allenatore carismatico piuttosto che con una squadra di qualità impostata su validi schemi. Il pubblico segue il tutto con l’atteggiamento del tifoso che rivolge le sue aspettative verso un allenatore vincente nonostante la squadra.

Il brutto è che all’esasperazione leaderistica fa riscontro la mancanza di leader degni di questo nome. In una recente apparizione televisiva l’ingegner Carlo De Benedetti, protagonista della vita socio-economica del nostro Paese, lo ha clamorosamente affermato arrivando ad ammettere che attualmente l’unico leader politico sulla scena italiana è Giorgia Meloni: dichiarazione che sulle prime mi ha scandalizzato, ma poi mi ha costretto a riflettere e ad ammettere che l’osservazione risponde al vero pur nella ristrettezza della visione destrorsa del panorama partitico.

Se si segue il dibattito a livello mediatico, dal momento che nulla avviene più nelle aule parlamentari e nelle sedi partitiche, ma tutto si svolge nei salotti televisivi, si assiste ad una girandola di nani, che, mettendosi in punta di piedi, pensano di poter sembrare dei giganti, mentre invece sono delle ballerine di infima qualità.

Chi parla più della Lega? Tiene banco Salvini! Chi capisce cosa bolle nella pentola del partito democratico? Il convento passa la minestra lettiana! Dove sta andando il movimento cinque stelle? Alla disperata ricerca di un leader in sostituzione di quello scaduto! Per non parlare dei partiti costruiti proprio attorno ad un personaggio che li tiene saldamente in pugno: vedasi Italia viva di Matteo Renzi e Azione di Carlo Calenda.

Mentre la leadership di Salvini scricchiola, quella di Letta è ancora tutta da scoprire, quella di Silvio Berlusconi è sempre più fantasiosa, quella di Giuseppe Conte è nata vecchia decrepita. Effettivamente, bisogna pur ammetterlo, Giorgia Meloni ha conquistato e mantiene una forte caratura leaderistica: è spaventosamente penoso doverlo ammettere. Persino i giochi per l’elezione del prossimo presidente della Repubblica sembrano passare da lei: roba da matti! I retroscena parlano di un fitto dialogo tra Enrico Letta e Giorgia Meloni per trovare la quadra nella nomina del futuro capo dello Sato, ma anche di un patto (scellerato?) sul sistema elettorale maggioritario e sul bipolarismo. Questi (ignobili?) connubi non possono portare niente di buono, sono solo la ricerca di una reciproca legittimazione leaderistica, sventolando la bandiera di ipotetici, assurdi e raffazzonati eserciti.

Non so come si possa uscire da questo tunnel.  Durante le animate ed approfondite discussioni con l’indimenticabile amico Walter Torelli, ex-partigiano e uomo di rara coerenza etica e politica, agli inizi degli anni novanta constatavamo che alla politica stava sfuggendo l’anima, se ne stavano andando i valori e rischiava di rimanerci solo la “bottega” ed al cittadino non restava che scegliere il “negozio” in cui acquistare il prodotto adatto alla propria “pancia”. Fummo facili profeti: dopo il craxismo, che aveva intaccato le radici etiche della democrazia, venne il berlusconismo a rivoltare il sistema creando un vero e proprio regime, da cui non ci siamo ancora affrancati del tutto. Strada facendo la situazione si è addirittura aggravata: non esistono più nemmeno le botteghe, ci sono solo dei personaggi che giocano a fare i bottegai.

Da tempo sono costretto a digiunare perché le botteghe e i bottegai non mi convincono, ma potrò continuare così? Le diete spesso sono salutari, ma non sempre. Meno si mangia e meno si mangerebbe. L’appetito politico non viene mangiando cibi avariati, ma nemmeno digiunando. Di cuochi e di cucine interessanti non ne vedo. Bisognerebbe ricominciare dalle ricette della nonna, le buone ricette di una volta…

 

Draghi non val bene un presidenzialismo

Pur mettendo in campo tutte le ironiche precauzioni del caso, Mario Draghi ha lasciato trapelare un percorso istituzionale adatto alla sua salita al Colle. Si fa un gran parlare giornalistico sul governissimo bis supportato nella continuità dall’attuale larga maggioranza parlamentare che sposterebbe Draghi al Quirinale quale garante di un governo presieduto da un personaggio di sua fiducia. Per dirla in parole povere e brutali, Draghi farebbe il presidente della Repubblica a tempo parziale in quanto metterebbe un occhio anche al governo del Paese, che risponderebbe più a lui che al Parlamento ulteriormente imbalsamato in un ruolo di mera ratifica politica.

Se non è uno stravolgimento sostanziale della Costituzione, cos’è? Una sorta di costituzione materiale che va ben al di là di quella scritta. Un passaggio, morbido ma deciso, da parlamentarismo a presidenzialismo. Vorrei sapere come farà Draghi a dare seguito alla bella e paradigmatica definizione che ha dato del settennato di Sergio Mattarella: dolcezza coniugata con fermezza.

Un giornalista ha chiesto: “In futuro il Quirinale può svolgere un ruolo di ‘accompagnamento’ dell’azione esecutiva?” Draghi ha risposto: “No, il governo è un governo parlamentare, questo è quello che prevede la Costituzione. Il Presidente della Repubblica non è tanto un notaio quanto un garante. L’esempio del Presidente Mattarella è forse la migliore guida all’interpretazione del ruolo del Presidente della Repubblica: ha garantito l’unità nazionale, dalla quale è venuta una maggioranza ampia che ha sostenuto la forza di questo governo. Questo governo, sostenuto e protetto da una maggioranza ampia, ha cercato di fare il meglio possibile”, ha spiegato il premier.

Ora il discorso può filare se il presidente della Repubblica e quello del Consiglio sono due personaggi ben distinti e totalmente autonomi nella loro funzione istituzionale, ma se uno diventa anche il “burattinaio” del secondo o, se volete, il secondo diventa un “burattino” nelle mani del primo, la distinzione dei poteri, il parlamentarismo e la Costituzione vanno a farsi friggere.

Il “nonno” delle attuali istituzioni diventerebbe il “padre” di nuove istituzioni, il playmaker di una strisciante riforma costituzionale dettata da esigenze emergenziali e non dal confronto tra le forze politiche. Il tutto garantito dalla maggioranza di un Parlamento sfilacciato e sconclusionato, preoccupato più di rimanere in carica che di dare un assetto corretto e credibile alla vita democratica del Paese. Il protagonismo draghiano (di fatto) combinato col presidenzialismo (di fatto) porta ad una torta di equivoco sapore, anche se su di essa viene apposta un’abbondante spolverata di zucchero velo parlamentare.

Concedo a Mario Draghi l’assoluta buona fede, ma purtroppo a volte si può sbagliare di grosso anche in buona fede e con le migliori intenzioni. Legare la nomina del prossimo capo dello Stato all’attuale maggioranza che sostiene il governo è un errore clamoroso: anche se la maggioranza è larga, è cosa totalmente diversa da quella che si dovrebbe formare per eleggere il presidente della Repubblica. Sono due binari paralleli, non può esistere un binario unico seppure sicuro e ad alta velocità.

All’insulso e coreografico toto-Quirinale si sta sovrapponendo infatti il penoso e pedissequo toto-Chigi: per fortuna, come è quasi sempre successo, le carte verranno scombinate e il Parlamento, volenti o nolenti, dovrà assumersi le proprie responsabilità e procedere per gradi senza indulgere a pateracchi istituzionali.

Non mi sembra valida la motivazione che, in mancanza di spessore del personale politico e in carenza di lungimiranza ed autorevolezza partitica, sia meglio ripiegare su un personaggio a cui affidarsi totalmente: discorso molto pericoloso. In un certo senso fu così per l’elezione a presidente di Carlo Azeglio Ciampi: andò, tutto sommato, bene, ma ciò non significa che l’eccezione possa tranquillamente diventare una quasi-regola. Ci si concentri sulla ricerca di un presidente della Repubblica che dia il massimo delle garanzie sulle funzioni che ad esso assegna la Costituzione: per il momento può bastare. Non credo possa essere Mario Draghi. Poi si vedrà di riprendere il gioco politico a biglie ferme.

 

 

La pubblicità è l’anima del vaccino

Sarei molto curioso di sapere a quanto ammonta il budget pubblicitario per la vaccinazione anti-covid su tutte le reti televisive. Se tanto mi dà tanto dovrebbe trattarsi di cifra notevole, che, considerati inutili se non addirittura controproducenti questi assurdi spot, diventa scandalosa.

Evidentemente non può bastare la canzone di Natale “Sì, sì vax”, interpretata dal trio Andrea Crisanti, Matteo Bassetti e Fabrizio Pregliasco a “Un giorno da pecora” su Radio uno Rai.  Sulla musica di “Jingle bells”, i tre scienziati hanno interpretato il testo che dice, fra l’altro: “Sì sì sì sì sì sì vax vacciniamoci”. Il fine giustifica i mezzi, non le stronzate.

Mia madre in certe cose era molto esigente, pretendeva dalle persone, investite di ruoli particolarmente delicati ed importanti, un comportamento rigoroso, arrivava persino ad auspicarne le phisique du role. Dai medici, che voleva vedere alti, distinti, brizzolati e occhialuti, non accettava divagazioni e battute di spirito. Ricordo una interpretazione televisiva del grande Sergio Fantoni, impersonificante un neurochirurgo di grande fama, nel contesto di una storia struggente. Di fronte a tale figura sbottai bonariamente verso mia madre dicendo: “At tazré! Al la sarà col li un dotor!”. Posso immaginare cosa avrebbe detto di fronte alla penosa performance dei virologi burloni. Pur partendo dal sostanziale rigore con cui impartiva i suoi pragmatici ma “dogmatici” insegnamenti, perdonava molto, ma era inflessibile con le persone attempate cui assegnava un compito educativo imprescindibile. Mio padre sentenziava: “Con to mädra se un vciot al tira su ‘na gamba le bélle ruvinè” .

Ritorno al discorso pubblicitario vero e proprio. I milioni di persone che hanno scelto di non vaccinarsi non penso siano cretini e/o disfattisti, stupidi e/o masochisti, sciocchi e/o retrogradi; credo abbiano valutato la situazione, soppesato i pro e i contro e conseguentemente scelto, non alla leggera, di non sottoporsi a vaccinazione. Non ne faccio una questione ideologica, né uno sfogo a copertura delle mie scelte personali. Chi mi conosce sa come sia scrupolosamente attento a non strumentalizzare a livello individuale i comportamenti generali. Mi limito a sollevare i miei dubbi e a prendere le mie precauzioni di fronte a chi sputa sentenze troppo insistenti per essere serie.

Vorrei capire perché il governo non faccia campagne pubblicitarie affinché i cittadini paghino le tasse, affinché si rispettino le norme in materia anti-infortunistica e via discorrendo. Non capisco l’accanimento pubblicitario in materia anti-covid. Temo che ci sia sotto un grosso business, una sorta di facoltosa prebenda concessa alle reti televisive tutte schierate, allineate e coperte a favore del vaccino, della sua utilità e dell’intero sistema.

Vorrei capire perché quei fondi sciupati in questi stucchevoli messaggi pubblicitari non vengano utilizzati per il potenziamento della sanità o per sostenere la ricerca scientifica, visto al riguardo il ricorrente massiccio ricorso alla beneficenza privata senza sufficienti garanzie di trasparenza.

Oggi, per essere bravi e buoni anche in vista del Natale, bisogna ricorrere alle direttive televisive, sottoporsi diligentemente a vaccinazione e dare la propria offerta a favore della ricerca scientifica. Rifiuto categoricamente questo buonismo del cavolo, funzionale al sistema, che assomiglia molto più alle strombazzate benefiche di scribi e farisei che all’obolo della vedova.

Si fa un gran parlare, anche da parte della Chiesa, di libertà ed obiezione di coscienza, in materie di rilevanza etica, mentre nessuno si pone il problema di difendere la coscienza dei non vaccinati, ritenuti esseri spregevoli e malvagi, meritevoli di sprofondare nel fuoco della Geenna.

Ricordo benissimo che alla partenza della campagna vaccinale si dava per scontato che una parte dei cittadini non avrebbe aderito, al punto che ci si accontentava di raggiungere quote alte, ma non corrispondenti alla totalità. Ora invece si ritiene che la parzialità del dato dei soggetti vaccinati sia il motivo fondamentale del flop vaccinale.

Se si è così convinti della indispensabilità della vaccinazione, perché non si introduce l’obbligo e si punta invece sulla persuasione a livello pubblicitario e sulla spinta delle restrizioni surrettiziamente imposte? Se negli ultimi tempi molte persone hanno rivisto la loro scelta e si sono presentate per essere vaccinate, non è per effetto della pubblicità, né per la forza di persuasione degli insopportabili e inconcludenti ciarlatani televisivi di turno, né per gli appelli altolocati sciorinati a livello istituzionale, ma perché la paura fa novanta. Generalmente la paura si dice che sia cattiva consigliera come la fretta. In questo caso non saprei: mi limito a capire e rispettare anche la paura dei miei concittadini.

La sarabanda mediatica continua a vomitarci addosso un fiume di “balle”, che certamente non aiuta a prendere delicate decisioni in modo sereno ed obiettivo. Un’autentica girandola di ordini e contrordini ci sta da due anni avvolgendo e fuorviando. Sarebbe ora di darci un taglio!

 

 

 

Mi manca tanto la Politica

Paolo VI amava ricordare che “la politica è la più alta forma di carità”, dove carità vuol dire amore per l’altro, a prescindere dalla religione professata, dalla propria cultura, dal colore della pelle, dalla lingua con cui si esprime. Alla luce della prassi vigente ed in una visione minimalista e molto disincantata mi accontento di molto meno e infatti sono portato a ripiegare sul concetto di politica come male necessario, come medicina amara ma utile a sopravvivere.

Ogni giorno che passa mi accorgo che la pur geniale e proficua operazione Draghi si sta rivelando, oltre che una benefica pausa di riflessione, una pericolosa scorciatoia. La politica sta infatti rientrando prepotentemente dalla finestra dopo essere stata provvisoriamente e giustamente messa alla porta: i partiti, terminata la loro libera uscita, stanno rientrando in caserma e, a torto o a ragione, scalpitano di fronte ad un comandante in capo che va per la sua strada.  I sindacati non trovano un punto di riferimento dialogico e sfogano in piazza le loro preoccupazioni. Le istituzioni sono scombussolate e scoperte davanti alla situazione anomala di un governo tecnico (lo si può definire altrimenti, ma la sostanza non cambia), ideato da un presidente della Repubblica che sta delicatamente togliendo il disturbo e sono in confusione al punto da ipotizzare un presidenzialismo strisciante che con la Costituzione c’entra come i cavoli a merenda.

Bisogna pur dire che non esiste una vera e propria compagine governativa, esiste un premier tuttofacente circondato da ministri che contano come il due di picche, in rapporto odio-amore con un parlamento sempre più insignificante e precario: fare delle riforme di sistema in una simile condizione appare (quasi) impossibile. Ci sono i soldi, è vero ed è importantissimo, ma non basta. Temo che paradossalmente il governo Draghi possa andare in crisi non tanto per mancanza, ma per eccesso di fondi.

La consueta conferenza stampa di fine anno, a parte la insopportabile e pelosa accondiscendenza dei giornalisti sempre più ossequiosi, ha evidenziato la forza di un Draghi autentico fuoriclasse per competenza, preparazione e abilità. Basta schierare un fuoriclasse, che magari svolga anche il ruolo di allenatore in campo, per vincere il campionato? Temo di no, dal momento che sta venendo a mancare il direttore sportivo (leggi Mattarella), gli altri giocatori sono piuttosto scarsi (leggi ministri), i supporter sono litigiosi e inconcludenti (leggi partiti), lo stadio è insufficiente (leggi Istituzioni), il tifo organizzato comincia a scalpitare (leggi sindacati), i tifosi sciolti guardano distaccatamente la partita in televisione (cittadini), la critica è fin troppo elogiativa (media).

Cosa manca? Manca la politica! Draghi può essere un ottimo traghettatore, ma non è uno statista. Ho colto due sue affermazioni, quasi due lapsus freudiani, che mi mettono in seria crisi: la politica antipandemica concepita e impostata a mero rimorchio dei dati emergenti e delle indicazioni scientifiche; lo sguardo governativo rivolto pragmaticamente al presente senza preoccuparsi del futuro. Sono scelte di metodo che hanno poco a che vedere con la politica, cioè con l’arte del governare, che presuppone una creatività al fine di cambiare dinamicamente la realtà. Si sta sempre più accreditando l’idea di un Draghi “deus ex machina”, vale a dire di una persona che inaspettatamente interviene a risolvere una situazione difficile, dell’artefice del buon andamento di tutto.

Andrei quindi adagio anche ad auspicarne una lunga permanenza a palazzo Chigi. I più decisi sostenitori di questa eventualità sono infatti proprio i partiti più in difficoltà, che vedono in Draghi un utile diversivo alle loro irreversibili crisi, una sorta di tappabuchi di gran lusso, di coperchio a tenuta stagna che evita la fuoruscita del materiale sgradevole e imbarazzante. Il rischio è che l’amara medicina draghiana diventi solo un farmaco per tirare a campare, ma non per avviare e favorire il processo di guarigione. È pur vero che, come sosteneva Giulio Andreotti, è meglio tirare a campare che tirare le cuoia, ma non possiamo illuderci di poter vivere nel polmone d’acciaio draghiano.

Non vorrei che lo spostamento di Draghi da palazzo Chigi al Quirinale fosse proprio un maldestro tentativo di mettere le istituzioni sotto tutela o in terapia intensiva: occorre quanto prima un bagno politico rigeneratore e il nuovo capo dello Stato non dovrà essere un rianimatore e tanto meno un chirurgo, ma semmai un paziente e capace medico riabilitatore.

Chi ha la bontà e la pazienza di leggere queste mie quotidiane “masturbazioni mentali” avrà notato un lento e progressivo cambio di atteggiamento nei confronti dell’attuale assetto governativo. Sono passato da una convinta fiducia ad una preoccupata attenzione: la preoccupazione sta crescendo e la fiducia sta diminuendo. Forse è fisiologicamente giustificato, forse dipende dalle mie eccessive elucubrazioni pseudo-politiche. Fatto sta che penso con sempre maggiore insistenza ai De Gasperi, ai Fanfani, ai Moro. Se mi guardo intorno devo ammettere: meno male che c’è Draghi. Se sollevo gli occhi sulla Unione Europea, peggio che andar di notte: possiamo quindi contare indiscutibilmente sul meglio che c’è. Ciò non toglie che la politica esigerebbe qualcosa di diverso.

Siccome siamo a Natale, non mi resta che guardare a Betlemme dove nasce chi sa veramente governare il mondo: da una stalla e non dai Palazzi, da una mangiatoia e non dai tavoli istituzionali, dalla Carità che è la più alta forma di politica.

 

Lisciare il pelo non toglie i vizi

Covid, Mattarella: “Troppo risalto mediatico ai No Vax”: così il titolo de La Stampa che introduce una breve sintesi del messaggio augurale natalizio del presidente della Repubblica alle autorità istituzionali convenute per la rituale cerimonia al Quirinale. Riporto integralmente di seguito la suddetta sintesi.

“La prima difesa dal virus è stata la fiducia della stragrande maggioranza degli italiani nella scienza, nella medicina. Vi si è affiancata quella nelle istituzioni, con la sostanziale, ordinata adesione a quanto indicato nelle varie fasi dell’emergenza dai responsabili, ai diversi livelli. Le poche eccezioni – alle quali è stato forse dato uno sproporzionato risalto mediatico – non scalfiscono in alcun modo l’esemplare condotta della quasi totalità degli italiani”. lo ha detto il presidente Sergio Mattarella in un passaggio del suo discorso alle Alte cariche dello Stato.   “Credo che si possa riconoscere – ha aggiunto il Cap dello Stato- come in Italia si sia affermata una sostanziale unità. Unità di intenti di fronte alla pandemia. E unità di sforzi per gettare le basi di un nuovo inizio. Il tempo dei costruttori si è realizzato in questa consapevolezza”.

Se si vuole una chiara dimostrazione delle subdole forzature mediatiche sistematicamente perpetrate sui fatti e sulle parole emergenti dall’attualità, la troviamo senza alcun dubbio: un inciso, peraltro introdotto con un dubitativo “forse”, diventa l’asse portante di tutto un ragionamento assai più serio e complesso. Ma non intendo fermarmi alle strumentalizzazioni ed alle stucchevoli performance giornalistiche, di cui sono stanchissimo, al limite dell’umana sopportazione.

Se devo essere sincero tutto l’approccio presidenziale all’analisi anti-covid non mi convince fino in fondo: troppo trionfalismo nazionalistico, troppa enfasi concessa al ruolo della scienza e della medicina, troppa retorica verso il comportamento degli italiani, troppa sdolcinatura natalizia su un problema gravissimo, sconvolgente e drammaticamente aperto in tutti i sensi.

Capisco l’ansia mattarelliana nel voler lanciare messaggi di fiducia e nel lasciare un ricordo positivo del suo ammirevole settennato, ma attenzione a non stonare nel canto del cigno, a non steccare l’acuto finale dopo una meravigliosa romanza pluriennale. Visto che sono scivolato sul discorso vocale non posso esimermi dal ricordare al riguardo un episodio implacabile, facendo una caustica digressione.

Mi sovviene quanto raccontava mio padre relativamente al periodo della seconda guerra mondiale, dopo l’occupazione tedesca del nostro territorio. Per tenere occupata la gente e distoglierla dalla resistenza al nazifascismo, facevano lavorare gli uomini “al canäl”, vale a dire nel greto del torrente per fingere opere utili che alla fine venivano regolarmente eliminate con le ruspe. Di qui il detto “va’ al canäl” utilizzato per mandare qualcuno a quel paese in cui si fanno appunto cose inutili ed assurde. In quel triste periodo ritornò a cantare al teatro Regio il grande tenore Francesco Merli, che aveva mietuto allori negli anni precedenti a Parma e nel resto del mondo. Al riguardo è memorabile una sua esibizione in concerto assieme a Renata Tebaldi, accompagnati al pianoforte, al ridotto del Regio: alla fine l’entusiasmo raggiunse l’isteria e voglio credere a mio padre che rammentava come una parte del pubblico fosse in piedi sopra le poltroncine ad applaudire freneticamente dopo l’esecuzione del duetto finale di Andrea Chenier. Quando ritornò alla ribalta del Regio, però, Francesco Merli, piuttosto anziano, non era più in grande forma vocale e non venne trattato con i guanti. In modo pesante ed inaccettabile, dettato più da cattiveria che da inesorabile atteggiamento critico, il loggione nei confronti del grande tenore Francesco Merli, reo di essersi presentato sul palcoscenico del Regio, nei panni di Manrico nel Trovatore di Verdi, con voce ormai piuttosto traballante, usò la suddetta pesantissima espressione: “va’ al canäl”.

Mio padre si rifaceva a questo disgustoso episodio per bollare l’esagerata ed esibizionistica verve loggionista, ma anche per significare come qualsiasi persona, quando si accorge di non essere più in grado di svolgere al meglio il proprio compito, sarebbe opportuno che si ritirasse, prima che qualcuno glielo faccia capire in malo modo.

Non vorrei che Sergio Mattarella avesse messo le mani avanti, facendo la tara alle richieste di bis piovutegli addosso alla Scala di Milano e immaginando eventuali e successivi rischi di contestazioni clamorose: la gente infatti fa molto presto a cambiare clamorosamente opinione.

C’è infatti un inevitabile logorio e in Mattarella se ne intravede qualche segnale anche e non solo nell’acritico appiattimento sulle lisciature di pelo agli italiani: il suo pur comprensibile atteggiamento in ordine al discorso covid mi sembra piuttosto semplicistico e schematico. Non è tutto oro quel che luccica!

 

Più anti-democratico che anti-covid

“I medici No Vax? Cambino mestiere”. Perde la pazienza il presidente della Regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini che, sul tema dei camici bianchi non vaccinati, ha usato parole molto forti. “I No Vax sono irrecuperabili – ha detto il Governatore – se lavorano nella sanità, cambino mestiere”.  

Non sono mai stato comunista e non sono mai stato anti-comunista. Ho sempre rifiutato categoricamente questa semplificazione ideologica, anche se mi hanno spesso considerato un “comunista di sagrestia”: il modo sbrigativo e strumentale per (s)qualificare chi tende a schierarsi dalla parte dei poveri. Quando militavo nella democrazia cristiana, dal momento che aderivo ad una delle correnti più progressiste, ero bollato come “un vietcong”: la sezione da me presieduta aveva osato aderire alla raccolta del sangue per il Vietnam ai tempi della guerra contro quel Paese.

Nella mia vita ho cercato di esprimere l’anelito alla vera politica, aderendo all’azione della sinistra cattolica all’interno della D. C., in un impegno nel territorio, nelle sezioni di partito, nel consiglio di quartiere, laddove il dialogo col PCI si faceva sui bisogni della gente, delle persone, laddove si condividevano modeste ma significative responsabilità di governo locale, laddove la discussione, partendo dalle grandi idealità, si calava a contatto con il popolo. Quante serate impiegate a redigere documenti comuni sulle problematiche vive (l’emarginazione, la scuola elementare, l’inquinamento, la viabilità), in un clima costruttivo (ci si credeva veramente), in un rapporto di reciproca fiducia (ci si guardava in faccia prescindendo dalle tessere di partito). Mi sia permessa una caustica riflessione: forse costruivamo dal basso, senza saperlo, il vero partito democratico, molto più di quanto abbiano fatto e stiano facendo dall’alto i leader (?) dell’ultimo periodo di storia.

Ho avuto l’onore di essere allora presidente del quartiere Molinetto (io democristiano sostenuto anche dai comunisti) in un’esperienza positiva, indimenticabile, autenticamente democratica. Lasciatemi ricordare con grande commozione il carissimo amico Walter Torelli, comunista convinto, col quale collaborai in un rapporto esemplare sfociato in un’amicizia, che partiva dall’istituzione (quartiere) per proseguire nel dibattito fra i partiti, per arrivare alla condivisione culturale ed ideale di obiettivi al servizio della gente. Tutta la mia militanza politica e partitica è stata caratterizzata da questa convinta e costante ricerca del dialogo, a volte tutt’altro che facile, a volte aspro e serrato, ma sempre rivolto al servizio della popolazione in nome dei valori condivisi.

Questa lunga premessa per arrivare ad una spiacevole considerazione: i toni presuntuosi ed arroganti usati dal governatore emiliano mi riportano al peggiore dei comunismi, che speravo non esistesse più, ma che purtroppo invece cova sotto la cenere e nel sottobosco pseudo-ideologico della politica italiana. Si tratta di quella burocratica e insopportabile tendenza a ritenersi i depositari della verità, i “migliori”, i primi della classe. Bonaccini finisce col proporre la tronfia, e trinariciuta caricatura del comunista, la parodia del bravo e perbenista pubblico amministratore, che non fa sorridere, ma mette tanta tristezza.

Dico e ripeto paradossalmente che non voterei a destra nemmeno se la sinistra candidasse un redivivo Adolf Hitler, ma Stefano Bonaccini non ne approfitti troppo, la smetta di ritenersi il padreterno dell’Emilia-Romagna, di atteggiarsi a periferico uomo delle certezze, di insolentire chi si discosta dall’ormai sempre più incalzante pensiero unico. Veda di rispettare tutti, anche chi la pensa diversamente da lui: la democrazia è prima di tutto questo. O sbaglio?

Con grande amarezza mi permetto in conclusione di suggerire una riflessione: se, a prescindere dal merito del discorso vaccinale, a cambiare mestiere, invece dei medici no vax, fosse il governatore sì vax.  Se trasformiamo l’amministrazione regionale (già parlare di governo e governatori delle regioni mi irrita) in un ring dove vince chi si ritiene più forte facciamo un pessimo servizio alla democrazia.

Sandro Pertini affermava: “Dico al mio avversario: io combatto la tua idea che è contraria alla mia, ma sono pronto a battermi al prezzo della mia vita perché tu la tua idea la possa esprimere sempre liberamente”. E chi è Stefano Bonaccini per bollare sprezzantemente e insolentire provocatoriamente chi la pensa in modo diverso da lui? La pur importantissima e divisiva questione del vaccino anti-covid non vale una simile deroga ai principi democratici.