Se la bomba atomica fa cilecca

Mi stavo malinconicamente convincendo di essere isolato nel mio scetticismo verso la strategia fondata (quasi) esclusivamente sulla vaccinazione, ignorando la necessità assoluta degli interventi a monte (vedi il potenziamento di sanità e trasporti pubblici) e dei provvedimenti di accompagnamento (imposizione di presidi, adozione di misure di contenimento, norme di comportamento), quando ho letto finalmente l’artico di Luca Ricolfi su La Stampa  intitolato “Covid, quegli allarmi inascoltati”, di cui riporto di seguito sommario ed incipit.

Il momento giusto per intervenire non è quando la gente è abbastanza spaventata per accettare ogni restrizione, ma è prima, molto prima. E questo per una ragione semplice: più si aspetta a correggere la dinamica dell’epidemia, invocando il principio che gli interventi devono essere “proporzionati” alla gravità della situazione, più si allunga e si indurisce il periodo delle restrizioni indispensabili.

Che il vaccino non basti, nemmeno se vacciniamo quasi tutti, nemmeno se facciamo la terza dose, nemmeno se vacciniamo i bambini, gli studiosi indipendenti lo dicono da parecchio tempo. La novità è che, da qualche giorno, lo riconoscono anche le autorità sanitarie europee. Il modo in cui questa consapevolezza si sta facendo strada, però, è alquanto fuorviante”.

Si capiva che per vincere la guerra si sarebbero dovute combattere e vincere molte battaglie contemporaneamente o in rapida successione, invece si è preferito puntare tutto sulla vaccinazione, scommettendo sulla sua efficacia, recitando quotidianamente uno scriteriato atto di fede nella scienza e confidando ciecamente nell’invincibile armata dei virologi.

Il covid ha relativizzato tutte le nostre assolutezze personali e di sistema e allora, anziché rivedere la strategia con una nuova scala di obiettivi e strumenti, si è preferito assolutizzare e sintetizzare la strategia stessa concentrandola sull’arma atomica della vaccinazione senza adeguatamente valutarne le difficoltà e le limitatezze applicative e le conseguenze socio-sanitarie.

Non sto a ripetere o a parafrasare quanto Luca Ricolfi afferma molto più autorevolmente di me, mi permetto solo di aggiungere come il comportamento dei governanti non sia stato tanto dettato da scomoda lungimiranza strategica, ma dalla miope e progressiva tattica dello stato di necessità conclamato. Non si tratta del senno di poi da parte di chi osa criticare, ma dell’ignoranza del prima da parte di chi dovrebbe governare.

Si continua a rinviare le decisioni adottandole a babbo morto, ad allertare ed angosciare le persone più per prepararle al peggio che per invitarle alla virtù. Il filo conduttore di questa pseudo-strategia è la difesa ad oltranza del “mercato”: non si vuole compromettere la ripresa economica senza capire che non si tratta di favorire la guarigione in atto, ma di accanimento terapeutico o peggio ancora di suicidio assistito. Temo che i dati sull’andamento della pandemia, relativamente migliori per quanto riguarda il nostro Paese rispetto agli altri, possano essere motivo per un ulteriore gioco al rinvio, che ci porterebbe allo scoppio ritardato di conseguenze disastrose. Spero vivamente di sbagliarmi.

 

 

 

Quando non si capisce che l’emergenza è normalità

“Chiudere la stalla dopo che sono scappati i buoi” è un’espressione piuttosto comune e dal significato intuitivo: prendere provvedimenti quando ormai il danno è stato fatto; preoccuparsi di qualcosa quando ormai non c’è più niente da fare.

Le Regioni corrono ad ampliare il numero di posti letto negli ospedali al fine di evitare il declassamento a «zona gialla» o «arancione» in materia di covid. Ma c’è chi fa due conti sul personale a disposizione. «Perché il letto di rianimazione o sub intensiva – ragiona Carlo Palermo, segretario del sindacato Anaao Assomed, che rappresenta i medici del servizio sanitario nazionale operativi perlopiù in ospedale – lo devi poter gestire».

Se quindi i padreterni governatori regionali (dei miei stivali), ammesso e non concesso che riescano in fretta e furia ad aumentare i posti letto per rientrare nei parametri in modo da non far scattare l’obbligo di restrizioni, si voltassero indietro, si accorgerebbero che l’esercito dei sanitari per far funzionare le strutture aggiuntive non c’è: all’appello mancherebbero 48mila medici e infermieri.

Già muoversi ora per allargare la “stalla” senza pensare che mancano i vaccari, dopo che da due anni si sono viste le disastrose carenze del sistema sanitario, con molti “buoi” morti forse più per le insufficienze strutturali ed organizzative che per la violenza del virus, è una colossale presa in giro. Se a ciò aggiungiamo il vergognoso gioco allo scaricabarile delle responsabilità fra regioni e ministero e la miopia del non vedere che i reparti ospedalieri camminano sulle gambe di medici e infermieri, rasentiamo la barzelletta tanto cara a mia nonna. Due ingegneri al termine dei lavori della costruzione di una porcilaia si scambiavano complimenti per la riuscita dell’impresa. Ad un certo punto qualcuno si accorse che mancava l’uscio e sciorinò una storica e paradigmatica battuta: “Méstor mi e méstor vu e la zana d’indò vala su?”.

A parte il poco delicato accostamento di medici e infermieri a vaccari e di cittadini ammalati a buoi e suini, di cui sinceramente mi scuso, il significato della suddetta paradossale storiella mi sembra molto chiaro. I nostri governanti centrali e periferici si danno un’importanza inversamente proporzionale alla loro capacità di programmare e gestire la cosa pubblica. Se ci angoscia la probabilità di ammalarci di covid, non ci consolano affatto gli ospedali insufficienti a prestarci le necessarie cure ed ancor meno ci rassicurano le sbruffonate dei governatori “ghe pensi mi”.

Il dato “politico” fondamentale emergente dalla pandemia è proprio la drammatica carenza del sistema sanitario, tarato sulla normalità, sul tran tran delle malattie. Addirittura, per rendere più accettabile l’accoglienza ai malati covid, siamo arrivati a buttare gli altri malati sotto il tappeto. L’imperativo da due anni è quello di non ammalarsi di altre malattie, perché tutto ormai ruota attorno al covid. Sarebbe interessante verificare quanta gente sia morta o abbia sofferto l’aggravamento per le proprie malattie extra covid. Una sorta di tragica guerra fra malati: mors tua vita mea. Roba da matti!

Quando capiremo che le emergenze sanitarie, sociali ed economiche stanno diventando o, meglio, sono già diventate normali e imprescindibili, sarà troppo tardi. Almeno questi due ultimi anni avrebbero dovuto costringerci in tal senso, invece ci siamo illusi che l’etica potesse essere appaltata agli eroi, che la scienza potesse governare il Paese a furor di vaccino e che fosse sufficiente munire di bacchetta magica un pur bravo e solerte generale dell’esercito.

Speravo che Mario Draghi sapesse entrare nella logica del buongoverno. Mi aspettavo, in assoluta priorità, un immediato, urgente e concreto intervento di potenziamento della sanità dal punto di vista strutturale e funzionale in accordo con le regioni messe allo stretto nelle loro smanie autonomistiche, senza alcuna prudenza finanziaria: meglio andare in profondo rosso nei conti pubblici che in profondo nero nelle morti dei cittadini.

I suoi recentissimi appelli a farsi vaccinare danno la controproducente idea di un “andate a farvi benedire” scientificamente camuffato. Anche l’insistenza con cui il presidente della Repubblica enfatizza il ruolo della scienza non toglie le castagne dal fuoco a chi ci sta governando molto male, imbottendoci la testa di balle che stanno in poco posto.

Mi fa sinceramente pena chi pretende di consolarci nascondendosi dietro il dito delle cifre pandemiche italiane meno gravi rispetto al resto del mondo. Mi ricordano il calzante aneddoto che tutti conoscono: il baritono venne accolto da urla e fischi e, rivolgendosi al pubblico lo pregò ironicamente di pazientare ed attendere l’esibizione del tenore. «Fischiate me? Sentirete il tenore!». Chi siano il tenore ed il baritono non saprei: ognuno è libero di adattare la scena a suo piacimento. D’altra parte la devastante ulteriore ondata con l’inesorabile progressione di contagi e morti verrebbe affrontata con sarcasmo da mio padre: “Stiv miga preocupär l’é tutta questión ‘d pasensia”.

Purtroppo non ci resta che la “sperànsa di mäl vestì ch a faga un bón invèron”. E pensare che il governo, ironia della sorte, ha il ministro della salute che si chiama “Speranza”. “Fin ch a gh é i governatór regionäl a gh é sperànsa”.  E allora, sapete cosa vi dico? “Son adrè pèrdor la sperànsa”. A meno che non riuscissimo a trovare in fretta e furia un santo protettore contro il covid (san Draghi non sta rispondendo alle aspettative…). Da pessimo uomo di fede qual sono, credo che anche questa strada, pur religiosamente seria ed opportuna, non ci toglierebbe comunque dalle nostre manchevolezze.

 

 

 

Il cervello nel cuore

Quando si avvicinavano le feste di Natale mio padre registrava quasi con fastidio, con un notevole senso di sorpresa, una ricorrente domanda che gli veniva formulata “Indò vät par Nadäl “. Questo succedeva nel periodo delle vacche grasse, perché, quando regnava sovrana la miseria, tali richieste sarebbero risuonate assurde per non dire offensive. E la risposta, pronta e spontanea anche se un po’ risentita e giustamente provocatoria, fulminava l’interlocutore: “Tutti, s’ j én lontàn, i fan di vèrs da gat  par gnir a ca’, e mi ch’a són a ca’ vót ch’a vaga via?” . Si trattava, a ben pensarci, di un libero rifacimento del classico “Natale con i tuoi”, ma un po’ più ragionato e motivato da una logica stringente e indiscutibile che inchiodava, col buon senso, chi proponeva l’evasione in una pur legittima uscita dagli schemi. Per mio padre non se ne poteva neanche parlare: Natale=famiglia e basta così.

Queste battute, che spesso in vista del Natale mi capita di rammentare e riecheggiare, mi servono per affrontare il tema delle restrizioni anti-covid per chi viene dall’estero magari anche proprio per trascorrere le feste natalizie con parenti ed amici. Che mi scandalizza non è tanto il fatto in se stesso, ma l’approccio al problema che ha creato persino un piccolo (?) corto circuito nei rapporti tra il premier Draghi e la Ue risolto nell’incontro tra gli Stati membri con un ridicolo e formale compromessone.

Il primo infatti ha sostenuto convintamente la necessità delle misure restrittive per proteggere il sistema sanitario tramite l’imposizione della quarantena a chi rientra nel Paese e non è vaccinato e il tampone a chi invece è immunizzato. La Ue ha fatto valere il diritto comunitario a pretendere dagli Stati membri un approccio coordinato e coerente quando si adottano misure nazionali. In conclusione il Consiglio Ue ha scritto in un documento: «Le restrizioni devono essere basate su criteri oggettivi, non devono danneggiare il funzionamento del mercato unico e non ostacolare in maniera sproporzionata la libertà di circolazione tra gli Stati membri o di viaggiare in Ue».

In buona sostanza all’Italia premeva difendersi dall’invasione dei barbari, alla Ue interessava difendere le regole del mercato. Due approcci diversi ma sostanzialmente simili in quanto dettati da mero egoismo. Ne è uscito, come detto sopra, un compromesso ipocrita e inconcludente: in parole povere, al limite del volgare, tutti potranno fare i cazzi loro purché corrispondano anche ai cazzi europei.

E per le motivazioni umane che stanno al di sotto dei viaggi nessuna considerazione: “Natale con i tuoi” è una esigenza retorica da subordinare a interessi superiori (?). Siamo proprio sicuri che sia questo l’approccio giusto per combattere il covid? Non è piuttosto già in partenza la resa incondizionata al virus che rischia di rovinare il nostro animo prima di condizionare la nostra vita e la nostra morte? Dubbi di un sentimentale ad oltranza, di un poeta visionario, che vuole combattere a mani nude e cuore aperto contro un tremendo virus che ci mette a soqquadro?

Sono più retorico io con le mie assurde pretese di difendere prima le anime dei corpi o i governanti che in nome della scienza ci vogliono togliere l’anima per difendere il corpo.  Cos’è la “retorica” se non dire con enfasi cose più o meno scontate. A quanto pare niente è più scontato dell’assoluta necessità di difendersi, costi quel che costi, da un pericolo imminente e immanente. Non sono d’accordo e proseguo con la mia retorica.

Rita Scherillo è una mamma. Sua figlia Martina non c’è più, è morta a soli 14 anni dopo essersi ammalata di Covid. Ai microfoni della trasmissione di Massimo Giletti “Non è l’Arena”, ha raccontato la sua triste vicenda. «La mia bambina se ne è andata da sola, non ho nemmeno potuto salutarla. Spero che sia morta in pace e senza soffrire» sono le parole toccanti della donna che in lacrime rivive nel programma su La7, il terribile lutto che l’ha colpita pochi giorni fa. La sua Martina si è spenta nel reparto di rianimazione dell’Ospedale Salesi di Ancona.

Ebbene, sulla toccante esperienza nessuno si è posto il problema se sia giusto in nome delle restrizioni difensive costringere una ragazza di 14 anni a morire sola come un cane e sua madre a intuirne in lontananza la tragica fine. Tutti hanno colto e sottolineato solo l’onesto e nobile appello di quella madre: «Fate vaccinare i vostri figli, la mia io non ce l’ho più».

Ho appreso con grande interesse il fatto che avremmo tre diverse reti neurali complesse, perfettamente funzionanti: una è il cervello nella testa, l’unico a cui la scienza ha fatto riferimento fino a poco fa, una è il cervello dell’intestino, trascurato spesso dalle scienze ufficiali, ma ben noto alla saggezza popolare, e il terzo cervello nel cuore.

Io tendo a privilegiare il terzo cervello, quello nel cuore e sono molto dispiaciuto che nei rapporti intercorrenti fra le persone ad ogni livello non se ne veda traccia così come, ed è ancor più grave, che nei comportamenti dei nostri attuali governanti non venga mai messo in gioco. Prevale la freddezza politica: per il recente summit europeo ho percepito una temperatura da freezer, il contrasto era solo su qualche grado in più o meno.

Più passa il tempo e più mi accorgo, ad esempio, come Mario Draghi non riesca a coniugare la sua pur ammirevole freddezza tecnico-professionale con il calore umano di un navigante responsabile dell’equipaggio e dei passeggeri. Forse pretendo troppo, ma forse proprio per questo motivo non lo vedo adatto a ricoprire la carica di presidente della Repubblica. Quello, per conservarci sani e salvi, ci mette tutti in freezer…

 

Il virus dell’inequità fiscale

Basterebbe che tutti pagassero le tasse, è la ricetta di Landini: «Bisogna reintrodurre il principio che le tasse devono essere pagate da tutti e non essere abbassate a tutti, no. Bisogna rispettare la progressività e il principio che chi più ha, più deve pagare». L’accordo di maggioranza sul fisco proprio non gli piace e chiede che gli 8 miliardi vadano tutti al taglio delle tasse ai lavoratori e ai pensionati a partire dai redditi più bassi e non al taglio dell’Irap, anche perché – ripete – alle imprese «sono già stati dati in questi anni 185 miliardi, senza condizionalità».

Mio padre non era un economista, non era un sociologo, non era un uomo erudito e colto. Politicamente parlando aderiva al partito del buon senso, rifuggiva da ogni e qualsiasi faziosità, anche da quelle dei sindacati come ho recentemente ricordato, amava ragionare con la propria testa, sapeva ascoltare ma non rinunciava alle proprie profonde convinzioni mentre rispettava quelle altrui. Volete una estrema sintesi di tutto cio? Eccola! Rifletteva ad alta voce di fronte alle furbizie varie contro le casse pubbliche: «Se tutti i paghison col ch’l’è giust, as podriss där d’al polastor aj gat…».

C’è perfetta assonanza tra l’opinione di mio padre e quella di Maurizio Landini. Come mai? Il discorso è infatti talmente facile ed elementare da non poter essere contestato. Non è la scoperta dell’acqua calda come potrebbe pensare qualche commentatore snob: se acqua calda fosse mai, la sarebbe nel senso che scotta e, come tale, fa paura a molti.

È pur vero che tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare, ma tuttavia la necessità dell’equità fiscale è imprescindibile e, oltre tutto, resa ancor più evidente dal sistema sanitario alle corde per il quale in passato si sono fatti tagli in conseguenza della mancanza di fondi pubblici.  In questo senso il contenuto della protesta sindacale è condivisibile e attendibile. Sul metodo adottato, vale a dire quello dello sciopero generale, mi permetto invece di sollevare non pochi dubbi di opportunità ed efficacia. Prendo però distanze siderali rispetto alle triviali definizioni di certe forze politiche di destra e di certe forze imprenditoriali secondo le quali si tratterebbe di una farsa sindacale: ci puzza di berlusconismo (o fascismo?) lontano un miglio. Attenti a non esorcizzare i sindacati: non sono esenti da difetti, da errori, da scelte sbagliate, ma meritano comunque grande rispetto e considerazione per la funzione svolta nella storia e per il ruolo democratico da svolgere.

Come ho già scritto, il governo Draghi non dimostra di essere un mostro di attenzione verso le forze sociali e questo complica maledettamente il clima. Che dire infatti dell’enorme indice di gradimento registrato verso Mario Draghi e della consistente partecipazione di massa allo sciopero e alle manifestazioni indette dai sindacati. Da una parte è superficiale il consenso, dall’altra è sbrigativa la protesta.

La capacità riformatrice del governo Draghi è messa seriamente in discussione. Non v’è alcun dubbio che la riforma fiscale sia la madre di tutte le riforme e, se non si parte da lì, si va poco lontano. Non mi interessa più di tanto che l’Italia sia stata dichiarata il Paese modello per l’anno 2021. Tuttalpiù questa “onorificenza” può essere considerata una spinta a fare di più e meglio.

Chiudo con un “episodietto” gustoso in materia calcistica risalente ai tempi in cui si giocava con un solo pallone, che doveva essere usato per tutta la partita, regola attualmente riveduta anche per non perdere tempo e dare adito a ostruzionismi vari. All’inizio di una partita giocata allo stadio Tardini, arbitro e protagonisti si accorsero con imbarazzo che mancava il pallone con cui iniziare il gioco. Mio padre sempre attento alle situazioni più comicamente strane, non mancò di ridacchiare alquanto: “I s’en scordè al fotbal…” (amava definire così il calcio e il pallone in una sorta di inglese parmigianizzato). Prendendo spunto da questo siparietto mi permetto di mettere un po’ di sale sulla coda elegante ed ammirata del governo Draghi: “I s’en scordé la riforma fiscälä”. Forse si potrebbe dire malignamente che stanno varando una riforma fiscale sgonfia per una partita truccata.

 

 

 

Letta rimandato in storia

“Nessun capo politico è mai stato presidente della Repubblica”. Così ha affermato frettolosamente e, oserei dire con un pizzico di professorale ignoranza, il segretario democratico Enrico Letta. E Giuseppe Saragat cos’era? Era stato il leader socialdemocratico, protagonista della scissione di palazzo Barberini, votato a fatica dai comunisti che non hanno mai apprezzato il suo anticomunismo e che avrebbero preferito di gran lunga votare un cattolico. Personaggio politicamente molto targato, anche se poi “presidenzialmente” molto garbato, equilibrato e imparziale.

E Romano Prodi non è forse andato vicinissimo al traguardo? Era il leader del centro-sinistra e fu bocciato dai franchi tiratori di casa sua, ma non per colpa della sua leadership, ma per colpa delle manovre sotterranee purtroppo sempre presenti all’appuntamento con l’elezione del presidente della Repubblica.

E Aldo Moro, se non fosse stato assassinato dalle Brigate Rosse, forse con la complicità di qualcun altro, non sarebbe stato eletto presidente della Repubblica? Lo ammise candidamente lo stesso Sandro Pertini nel discorso di insediamento di fronte al Parlamento. Aldo Moro era il prototipo del leader politico, non divisivo, ma comunque assai ben targato ed apprezzato per la sua capacità politica a livello strategico.

Consiglierei quindi ad Enrico Letta un rapido ripasso della storia repubblicana prima di avventurarsi in teorizzazioni che lasciano il tempo che trovano. Non è infatti l’abito che deve fare il monaco del Quirinale, ma la sua caratura culturale, morale, istituzionale e politica. Della politica non dobbiamo avere paura, semmai dobbiamo temere i pastrocchi dell’antipolitica e quelli dell’annacquamento politico dei finti unanimismi.

D’altra parte Enrico Letta non mi sembra affatto all’altezza di svolgere il ruolo di king maker, di orientare cioè i parlamentari verso un preventivo accordo per la scelta del futuro Presidente. Non ha il carisma e l’autorevolezza per farlo: un colpo al cerchio meloniano, un colpo alla botte grillocontiana, un colpo a Draghi uno a non si capisce chi.

Quando in una trasmissione televisiva, se ben ricordo condotta da Enzo Biagi, venne intervistato Roberto Benigni in piena campagna elettorale, questi mise le mani avanti facendo professione di equidistanza tra i candidati premier: “Non faccio propaganda elettorale…dico solo che Berlusconi non mi piace”. Per fare un accordo politico non occorre rinunciare alla politica, anzi.

Ebbene anch’io mi sento molto fuori dalla mischia politica…anche se a destra non voterei nemmeno se la sinistra candidasse Adolf Hitler. Equidistante quindi non sono, ma Enrico Letta non mi piace. Mancava solo che si improvvisasse professore di storia.

Altra magata lettiana. Il segretario Pd ha detto: “Io lo dico più netto che posso: l’elezione di un presidente della Repubblica con 505 voti, modello Leone, sarebbe una grave ferita istituzionale al Paese. Chi si assume la responsabilità di portare avanti un simile progetto fa un grande danno”. Qui la storia è rispettata, ma solo formalmente. Si deduce infatti che il metodo, per Letta e il presidente del M5S col quale egli sta facendo prove di dialogo, sia quello orientato alla scelta di una personalità condivisa dalla più ampia maggioranza, Fdi compresa. Cosa si vuole mettere fuori dalla porta Leone, per farlo entrare dalla finestra? Il presidente Leone (pace all’anima sua tanto ingiustamente perseguitata in vita) fu a suo tempo  eletto con il subdolo appoggio del Msi in soccorso ai partiti di centro, a cui venne meno una fetta di voti della sinistra democristiana (aleggiava fin da allora la candidatura di Aldo Moro, che rinunciò drasticamente per evitare nel modo più assoluto il pericolo di rompere il suo partito). So di dirla grossa, ma, tra i voti odierni meloniani e quelli missini di un tempo ormai lontano, non saprei quali scegliere. Motivo in più per togliere il pallino dalle mani di Letta che sta facendo un gran casino, seppure in punta di piedi. Ma fatelo tacere!

 

L’ozio parlamentare è figlio dei vizi politici

“Suicidio assistito, il ddl è alla Camera ma l’Aula è deserta”. “Fine vita, Parlamento ingolfato e irresponsabile”. Questi i titoli di articoli apparsi su La stampa a firma di Federico Capurso e Annalisa Cuzzocrea: esistono anche giornalisti che, più o meno timidamente, osano cantare fuori dal coro, che staccano la spina della corrente per guardare oltre il sempre più fuorviante alibi pandemico. Anche il Parlamento rischia di essere succube dell’emergenza rappresentata dai pur importantissimi decreti su Covid, Fisco, Pnrr e Giustizia e di rimanere paralizzato di fronte ai paralizzati.

La legge sul fine vita è rimasta ferma per sette anni nelle commissioni parlamentari. Nel frattempo, dj Fabo andava a morire in Svizzera aiutato da Marco Cappato, un processo sanciva l’innocenza dell’attivista radicale, la Corte Costituzionale chiedeva al Parlamento di agire, subito: per colmare i vuoti normativi che lasciano persone come Mario – il tetraplegico che ad agosto scorso ha lanciato il suo appello attraverso La Stampa – in balìa di un paradosso: hanno il diritto di mettere fine alle loro sofferenze, ma non ci sono le procedure per farlo.

Pd, M5S e Leu chiedono l’approvazione del provvedimento dall’inizio della legislatura. La Corte Costituzionale invita il Parlamento ad occuparsi del tema da due anni. Persino il centrodestra, pur rimanendo contrario al testo partorito dalle commissioni parlamentari, ammette la necessità di affrontare la questione. Eppure, all’approdo in Aula del testo, sono meno di quindici i parlamentari presenti.

Non esistono motivi plausibili per giustificare simili ritardi ed inadempienze: è uno schifo! Bisogna avere il coraggio di ammetterlo: i parlamentari, fatte le debite eccezioni che purtroppo confermano la regola, fanno di tutto meno che il loro dovere di elaborare e approvare buone leggi. I partiti giocano a fare gli equilibristi mentre i cittadini sono costretti a fare gli acrobati in mezzo ai propri drammi ed a schiantarsi al suolo senza alcuna rete protettiva. Il Governo butta la palla nella metà campo parlamentare, il parlamento butta la palla in tribuna. E chi desidera mettere fine alle proprie immani sofferenze si trova a restare schiacciato in mezzo al rigore farisaico degli uomini di Chiesa e all’opportunistico ostruzionismo degli uomini politici.

In questo caso mi onoro di essere un qualunquista, se per qualunquista s’intende una persona che guarda ai problemi ed esige dalla politica risposte ad essi. Ricordo come, in concomitanza con disgustosi episodi di corruzione coinvolgenti esponenti politici, un mio conoscente mi pose una domanda retorica: è più qualunquista il cittadino che si scandalizza e protesta di brutto o il politico che ruba o tiene aperto il sacco di chi ruba? Non è forse rubare anche non fare il proprio dovere, scaldare i banchi di Palazzo Madama e Montecitorio e prendere per il sedere chi è sull’orlo del suicidio più o meno assistito.

Quando vedo le aule parlamentari stracolme di deputati e senatori in occasione di sedute che fanno audience mi chiedo: ma cosa fa tutta questa gente? Democrazia non è bighellonismo istituzionale! Quando al contrario vedo il parlamento deserto in occasione di sedute su problemi gravi ed urgenti che magari non colpiscono la pubblica opinione, mi pongo l’altra domanda: ma dove sono finiti i nostri rappresentanti democraticamente eletti? Democrazia non è operazione mediatica in cerca di applausi! Qualcuno, i soliti amici del giaguaro, mi dirà che fare il parlamentare è un mestiere molto impegnativo, difficile, oscuro e ingrato. Oscuro al limite dell’inesistente?!

Non so se la sforbiciata istituzionale assestata al Parlamento potrà dare frutti in termini di qualità, efficienza e impegno di deputati e senatori. Sono piuttosto scettico. Non sempre tagliare vuol dire infatti migliorare. Rimando tutto alla coscienza civica di elettori ed eletti, ad un bagno rigeneratore, ad una penitenza consistente nel rileggere le lettere dei condannati a morte della Resistenza. Proviamo a ricominciare di lì?! Da qualunquista a nostalgico? Gli atleti, quando prendono la rincorsa per la loro migliore prestazione, fanno un passo indietro per poi guardare seriamente avanti.

 

 

 

Il draghismo non c’entra niente con Draghi

L’operazione politica draghiana, così come concepita ed avviata da Sergio Mattarella, non voleva e non poteva essere l’anticamera dell’ultimo “ismo” della nostra storia politica. Interrotto bruscamente il renzismo, fallito miseramente sul nascere il “grillismo” non si può infatti andare alla disperata ricerca di un ancoraggio “ismico”, tanto per attaccarsi ad un massimo sistema che dia un senso alla politica.

Un governo di emergenza, fatto in fretta e furia per rispondere alle emergenze, deve restare coi piedi ben piantati in terra e nessuno deve pretendere di farne un paradigmatico panegirico, un nuovo stile per programmare e gestire la cosa pubblica, una concretizzazione di una sorta di pensiero unico galleggiante sulle crisi identitarie di tutti.

Alle situazioni emergenziali che stanno diventando la normalità della situazione socio-politica si tende a rispondere normalizzando il governo di emergenza, facendolo diventare lo strumento per trasformare la democrazia in “emergocrazia” (il potere funzionale alle emergenze e le emergenze funzionali al potere).

È quanto sta, almeno in parte e all’insaputa (?) dell’interessato, avvenendo sulla scia di Mario Draghi: un tecnico e il suo “ismo” costruito su misura. In questo esercizio, poco filosofico e molto opportunistico, si stanno cimentando cani e porci: stanno fiutando l’aria che tira e vanno dietro alla corrente che sembra spingere le vele di Mario Draghi.

Hanno inventato la bacchetta magica draghiana e spargono a piene mani l’illusione che possa funzionare. Il coro è molto diffuso ed è vietato stonare. Ho più volte scritto di avere salutato con soddisfazione il governo Draghi, o meglio Draghi al governo: ero sincero, così come lo sono oggi, quando vedo i limiti e i rischi di una vera e propria teorizzazione.

Ecco perché, al di là delle caratteristiche inadeguate della persona rispetto al ruolo, non vedo con favore la salita al Quirinale di Mario Draghi con l’eventuale conseguenza di un premier fantoccio nelle sue mani. In altri tempi si sarebbe gridato allo scandalo, al golpe dietro l’angolo, allo stravolgimento della Costituzione. Oggi va di moda far ruotare tutto e tutti intorno a Draghi e la suo futuro. Anche il più disincantato e distaccato uomo pubblico può essere indotto in tentazione dalle insistenti dichiarazioni amorose mediatiche e popolari.

Draghi resti a capo del governo fin che il Parlamento lo riterrà utile, poi si vedrà. Al Colle vada un personaggio che sappia interpretare adeguatamente l’attuale fase storica del Paese. Ognuno rientri nei ranghi e finiamola con l’affidarci ai padreterni. Draghi sta facendo un grosso servizio al Paese, ma non facciamone un presidentissimo alla Vladimir Putin (l’ho sparata grossa per rendere l’idea). In fin dei conti è il sostanziale argomento che porta Mattarella a rifiutare sdegnosamente il bis (forse non vuole diventare l’uomo del mattarellismo).

Peraltro, se non erro, la storia insegna che il miglior modo per giubilare un personaggio importante è quello di trasformarlo in un’idea. Se vogliamo rovinare Draghi e quanto sta faticosamente facendo, trasformiamolo nel draghismo. Nessuno sa di preciso cosa sia e dove stia. Ci puzza comunque di regime, non per colpa di Draghi, ma di chi lo sta usando per i propri comodi. E sono tanti, troppi per i miei gusti.

Non un calcio, ma un calcetto ai gay

Leggo con un misto di pena e compassione la notizia apparsa su La Stampa: “Il Comitato dei Mondiali in Qatar: i gay sono benvenuti ma niente baci in pubblico. Il calciatore australiano Cavallo aveva detto di sentirsi in pericolo. Gli risponde il direttore esecutivo dell’organizzazione del torneo al Khater: «Non devi avere paura»”. Questi sono il titolo e il sottotitolo, ma riporto di seguito integralmente il testo.

«Josh Cavallo sarebbe il benvenuto in Qatar, nessuno è insicuro da noi. Ma vanno evitate pubbliche manifestazioni d’affetto, che sono disapprovate. È l’unica indicazione da rispettare, per il resto tutti possono vivere la propria vita». Alle prese con le polemiche per i diritti umani, il comitato organizzatore dei Mondiali Qatar 2022, attraverso il suo direttore esecutivo Nasser al Khater, risponde al calciatore australiano che il mese scorso fece coming out aggiungendo che avrebbe «paura ad andare a giocare» il primo Mondiale in un paese arabo, dove l’omosessualità è potenzialmente punibile con la morte. 

Nei giorni scorsi, l’associazione britannica Kick It Out aveva accusato BeIn Sport, l’emittente tv qatariota, di alimentare l’omofobia per aver invitato i calciatori musulmani della Premier League a boicottare l’iniziativa dei lacci arcobaleno in quanto l’omosessualità è «incompatibile» con l’Islam. Al Khater, intervistato dalla Cnn e dall’Indipendent, ha parlato della situazione dei diritti in vista del prossimo Mondiale, aggiungendo che «gli omosessuali possono venire in Qatar come qualsiasi altro tifoso – e possono comportarsi come qualsiasi altra persona. Quel che dico, semplicemente, è che dal punto di vista della percezione dell’affettività in pubblico, la nostra è una società conservatrice».

Secondo la sharia, l’omosessualità è punibile anche con la morte, ma le associazioni che si occupano di diritti umani sottolineano che non ci sono prove di condanne capitali eseguite per questo motivo. I matrimoni gay, le unioni civili e la propaganda sono in ogni caso vietate. «Sappiamo che il Mondiale è un possibile palcoscenico per proteste su questi temi, ma non siamo preoccupati», ha concluso Al Khater.

Il vocabolario alla voce “ipocrisia” recita: “Simulazione di virtù, di devozione religiosa, e in genere di buoni sentimenti, di buone qualità e disposizioni, per guadagnarsi la simpatia o i favori di una o più persone, ingannandole”. Se a questa definizione si volesse far seguire un esempio eloquente, eccoci serviti: il tentativo opportunistico di salvare la capra shariana con i cavoli dell’affarismo calcistico. Non mi si dica che si tratta di evitare le inutili e controproducenti ostentazioni, che peraltro finiscono col danneggiare seriamente un sacrosanto diritto a vivere serenamente la propria sessualità: qui c’è del bigottismo pseudo-religioso camuffato da rispetto per una perbenistica sensibilità collettiva.

D’altra parte è inutile andare a sfrugugliare nell’Islam e nei regimi ad esso collegati, stiamo vicini a casa, guardiamo all’atteggiamento della Chiesa cattolica nei confronti dei fratelli e delle sorelle omosessuali ed ai conseguenti balbettii etici dei nostri legislatori e governanti (pensiamo per analogia ai colpevoli ritardi nella regolamentazione del suicidio assistito). Per quanto concerne il pensiero più o meno ufficiale della gerarchia si va dalla (quasi) omofobia tinta di inesistenti regole evangeliche alla (f)rigida pretesa di un amore omosessuale contenuto nei paradossali limiti della castità.

Per fortuna esistono anche i preti di frontiera come don Alessandro Santoro, parroco alle Piagge nella periferia di Firenze. Dice cose importanti, interessanti e coraggiose: «Provo una tristezza profonda nel vedere che nel momento in cui una persona racconta se stessa, non si è capaci di dimostrargli amore, sostegno, cura. La Chiesa parla spesso di accoglienza, ma poi reagisce al contrario e si chiude in se stessa. L’accoglienza per omosessuali e transessuali è parziale, non avviene mai in modo pieno. Se guardiamo bene la Scrittura non troviamo mai una condanna dell’omosessualità, piuttosto si parla di amore e l’amore si può vivere ed esprimere in diversi modi. L’amore omosessuale ha bisogno di essere liberato. Come prete mi sono posto da tempo in una situazione di obiezione di coscienza rispetto alla Chiesa che non mi permette di vivere in piena comunione ecclesiale con gay e transessuali e per fedeltà al Vangelo».

Tanto per restare ai preti di frontiera e alle loro idee con le quali collimo sistematicamente, vado un tantino indietro nel tempo e faccio riferimento alle difficoltà ed ai bastoni infilati fra le ruote delle aperture teologiche e dello stile pastorale del parroco di S. Cristina in Parma, Luciano Scaccaglia, e della sua comunità. È fuori dubbio che un capitolo particolarmente delicato e contestato fosse quello della sessualità. Era da poco ritornato in parrocchia dopo la lunga degenza ospedaliera per un complesso intervento chirurgico: gli rendevo visita non troppo frequentemente per non affaticarlo, ma comunque cercavo di comunicargli la mia vicinanza con qualche breve puntata nel suo appartamento. Andai da lui una domenica mattina prima della messa che non aveva ancora ripreso a celebrare, pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo dell’outing del monsignore della curia vaticana che ammetteva la sua omosessualità e la relazione con il suo partner, lanciando un bel sasso nella piccionaia omofoba (di facciata) degli ambienti clericale. Provai a introdurre en passant l’argomento con una battuta: «Hai visto Luciano che razza di casino ha fatto scoppiare quel monsignore della curia romana?». Sostanzialmente la risposta secca e immediata fu: «Ha fatto benissimo! È inutile continuare a nascondere la realtà dell’omosessualità presente anche fra i sacerdoti. Bisogna prenderne atto, smettere di criminalizzarla, toglierla dalla clandestinità e volgerla in positivo». Non volli battere ulteriormente il tasto, mi limitai solo a commentare: «Se mi volevi dimostrare di avere ripreso totalmente la tua lucidità e la tua verve, ci sei riuscito pienamente». Ne riferii ai componenti della comunità di S. Cristina al termine della messa celebrata da un sostituto: rimase piuttosto perplesso, ma non disse nulla e incassò il colpo.

 

 

 

Obbligo vaccinale, sì, no, se, ma, forse.

A gennaio 2022 potrebbe concretizzarsi l’ipotesi dell’obbligo vaccinale per tutti i lavoratori. Dopo le dichiarazioni di Von der Leyen e la scelta della vicina Germania, anche in Italia comincia a prendere piede l’ipotesi del vaccino obbligatorio.

Il motivo principale è sempre rappresentato dai contagi: se l’indice Rt non calerà nei prossimi quaranta giorni, si passerà alle “maniere forti”. Finora il presidente del Consiglio Mario Draghi era stato molto cauto riguardo la possibilità di imporre un obbligo generalizzato a tutta la popolazione, anche per non creare un problema di opinione pubblica. Ma l’impennata dei CONTAGI e soprattutto i rischi di un ritorno al lockdown stanno facendo rapidamente cambiare la prospettiva. Anche perché il 13% attuale di popolazione No vax non lascia tranquilli medici e tecnici. É quanto riporta il quotidiano La Repubblica.

Se la scelta dovesse essere quella dell’obbligo va fatta con una legge e quindi, nell’ipotesi di un decreto, serve il voto del consiglio dei ministri prima e del parlamento poi. Usando l’articolo 279 del decreto legge 81/2008, ovvero il Testo Unico sulla sicurezza sul lavoro potrebbe concretizzarsi l’azzardata manovra dell’obbligo. Il Testo prevede per i datori di lavoro l’obbligo di messa a disposizione dei vaccini per quei lavoratori che non sono già immuni. Altrimenti il dipendente deve essere allontanato in quanto dichiarato non idoneo al lavoro. E quindi licenziato. Con questo grimaldello potrebbe essere imposto l’obbligo di vaccinazione anti covid da gennaio 2022.

È quanto leggo sul sito “Il meteo.it”. Già la pur rispettabilissima fonte la dice lunga sul brancolamento nel buio di chi ci governa.  Soprattutto però, al di là dell’incertezza, che colpisce è il girare intorno all’obbligo vaccinale con un tira e molla vergognoso e inaccettabile. Se obbligo ha da essere, lo sia per tutti, senza discriminazioni nelle discriminazioni. Un tempo si cantava “chi non lavora non fa l’amore”, oggi si potrebbe cambiare l’approccio: “chi non lavora non fa il vaccino”. Mi vergogno di fare dell’ironia, ma meglio l’ironia delle proteste di piazza, che finiscono col creare alibi, col legittimare la patente illegalità in cui navigano il governo e il parlamento.

Lasciamo perdere se l’obbligo vaccinale possa contribuire veramente a risolvere o quanto meno a contenere la reiterante pandemia, discorso molto complicato e assai poco trasparente. Restiamo sulla legittimità dei provvedimenti rientranti in questo ambito. Ho letto e riletto da profano il testo della Costituzione e non ho trovato nulla che possa giustificare provvedimenti così invasivi sui diritti fondamentali dei cittadini. Sarò ignorante, ma nessuno finora è riuscito a proporre argomentazioni convincenti se non quella di una generica e velleitaria difesa della salute dei cittadini. Voglio essere provocatorio al massimo: siamo sicuri che l’obbligo vaccinale ridotto a gioco valga la candela dei diritti? Con le arie che tirano verrò sicuramente catalogato come “cretino no vax”. Pazienza, la storia è piena zeppa di catalogazioni di regime per gli oppositori scomodi…

In questi giorni, a proposito di illegalità, mi sono trovato a fare questa malinconica e grave riflessione: forse nel dopoguerra nessun governo ha fatto simili forzature. Ebbene, non è curioso che le stia facendo un governo il cui ministro della Giustizia è una costituzionalista di fama e di fatto, peraltro in odore di Quirinale? Marta Cartabia passerà alla storia come la ministra che ha sostanzialmente e prepotentemente violato la Costituzione dopo esserne stata la vestale. Così va il mondo…

Si continua a (s)parlare di un obbligo per poi praticarlo surrettiziamente e contraddittoriamente: si abbia il coraggio di introdurlo con gli strumenti e i procedimenti legislativi di uno stato di diritto, previa una seria e canonica verifica costituzionale, e non con artifici degni del peggior azzeccagarbugli. Perché un lavoratore sì e un pensionato no? È l’ultimo gran busillis giuridico partorito dalle menti fervide dei governanti anti-covid. Forse non sarà l’ultimo!

Quando si prende la strada sbagliata, le correzioni di rotta fatte durante il tragitto finiscono sempre per complicare ulteriormente il percorso e per allontanare la meta. Il grande Enzo Biagi citava spesso la storiella di quella madre che, per difendere la castità della giovane figlia, ammetteva che fosse incinta, ma solo un pochettino. Il governo italiano sta comportandosi in modo illegale, ma solo un pochettino…

 

 

 

I passi perduti del governo tecnico

Tassa sui volontari, Pd e 5S all’attacco della mossa leghista che elimina l’esenzione Iva per il terzo settore. Conte: “Le iniziative di solidarietà sociale devono essere incentivate con sgravi fiscali”.  L’ultima grana da risolvere è l’Iva alle associazioni del terzo settore. Prima il Partito democratico, poi il leader Cinque Stelle Giuseppe Conte si sono scagliati contro un emendamento leghista (ben visto dal Tesoro) che dal primo gennaio farebbe venir meno l’esenzione verso le associazioni di volontariato. Benché ci sia di mezzo una procedura di infrazione dell’Unione europea, l’asse giallorosso chiede un compromesso che tenga conto delle loro esigenze.

Di questa delicata problematica ho avuto modo di occuparmi a livello professionale in un passato ormai abbastanza lontano. Il discorso si è sempre impantanato nel contrasto, peraltro piuttosto pretestuoso, tra l’esigenza di agevolare l’attività di chi risponde privatamente a bisogni di carattere sociale e il timore di consentire impropri privilegi a danno della concorrenza e di una fiscalità perequata.

Lungi da me entrare nel merito della questione: mi farebbe ringiovanire, ma mi creerebbe angosciosi ritorni di fiamma. Mi accontento di fare una riflessione squisitamente politica: quando si dice governo tecnico, sembra di scoprire l’acqua calda della competenza e della efficienza. Non è proprio così se, come sembra, il ministro del Tesoro del governo Draghi (il più tecnico dei governi repubblicani?), che potrebbe addirittura in prospettiva diventare premier pur sotto la tutela draghiana, vuole mettere mano a cambiamenti fiscali penalizzanti per un mondo virtuoso e meritevole di grande considerazione.

Si starebbe formando un’asse tra ministro e Lega, alleati contro il cosiddetto terzo settore, il quale da una parte scombina l’impostazione egoistica salviniana e dall’altra tocca il principio dell’equità fiscale vissuto come un totem liberista. La tecnica purtroppo non è neutra, se deborda nella politica, rischia di combinare disastri in nome di un falso purismo, che diventa automaticamente presupposto per il governo dei forti.

Giorno dopo giorno mi accorgo (forse si tratta anche di un atto di pentimento per la mia eccessiva e sbrigativa accondiscendenza intellettuale verso l’operazione Draghi) delle contraddizioni presenti nell’azione governativa della compagine ministeriale di Draghi, fatta peraltro su misura assoluta del premier: la politica è confinata nel rissoso gioco parlamentare e lì finisce per diventare solo ed esclusivamente battaglia elettoralisticamente identitaria. Mentre il governo e certe forze politiche vedono il terzo settore come fastidioso concorrente o come pericoloso antagonista, altre forze politiche, seppure a parole e magari solo a titolo strumentale, si schierano in pedissequa difesa dell’opera del privato-sociale: una recita manicheistica che non serve a nessuno. La politica è ben altra cosa!

Riguardo ai rapporti fra Stato e forze operanti nel sociale mi sovviene una colorita esperienza fatta durante la mia vita professionale (peraltro più volte ricordata). Andai a rappresentare le cooperative parmensi (quelle sociali in particolare) aderenti all’associazione in cui prestavo il mio servizio. Dove? In Prefettura! A Parma si intende. Era stata convocata una riunione dei rappresentanti delle forze economiche e sociali in occasione dell’emergenza creatasi in Italia, ed anche a Parma, per la fuga in massa degli Albanesi dal loro Stato in piena bagarre post-comunista. Eravamo alla fine degli anni ottanta, se non erro. Era un afoso pomeriggio estivo: arrivai senza giacca e cravatta e con un po’ di ritardo (fatto strano ed eccezionale per la mia quasi maniacale puntualità) alla riunione, che si teneva in un’ampia sala della prefettura, ricca di stucchi ed affreschi. L’incontro si svolgeva attorno ad un grande e lungo tavolo. Non era in funzione l’impianto microfonico e quindi non si capiva nulla. Il collega a cui era seduto vicino, ad un certo punto mi chiese perché tutti parlassero a così bassa voce. Me la cavai con una stupida battuta: «Probabilmente, bisbigliai, non si può parlare ad alta voce per il pericolo che gli stucchi possano deteriorarsi in conseguenza delle onde sonore?!». Chi riuscì a sentirmi mi guardò scandalizzato: ero arrivato in ritardo, senza giacca e cravatta ed ora osavo fare lo spiritoso in Prefettura? Il dibattito si trascinò stancamente e francamente non ricordo granché dei contenuti: se gli Albanesi arrivati a Parma si fossero aspettati qualcosa di concreto da quell’incontro… Ad un certo punto il Prefetto (non ricordo il nome) fece un attacco nei confronti delle associazioni di volontariato e del privato-sociale in genere, sostenendo che, a suo giudizio, l’impegno non era all’altezza della situazione emergenziale. Non seppi tacere, non sopportai un simile “becco di ferro”. Non ricordo le testuali parole, ma dissi sostanzialmente: «Da uno Stato incapace di affrontare le difficoltà, non sono accettabili critiche a coloro che si stanno comunque impegnando. C’era solo da dire grazie e tacere…». Non ebbi molte solidarietà. Mettersi contro il Prefetto non è tatticamente il massimo dell’opportunismo, ma …

Concludo citando di seguito quanto leggo su vita.it, il portale della Sostenibilità sociale, economica e ambientale riguardo alle novità legislative che si profilano per la fiscalità in campo sociale.

La norma è l’ennesimo pasticcio all’italiana. È a tutti noto che esiste una procedura d’infrazione dell’Unione Europea nei confronti dello Stato Italiano (Procedura d’infrazione n. 2008-2010) con la quale si contestano le modalità di recepimento della soggettività passiva nell’art. 4 del D.P.R. IVA ed in particolare l’aver escluso dal campo di applicazione iva operazioni rientranti nel campo di esenzione dell’iva.

Quello che però è insopportabile è la tecnica legislativa che in Italia viene adottata e l’assoluta mancanza di considerazione nei confronti delle decine di migliaia di organizzazioni che compongono l’economia civile di questo paese. Una modifica così rilevante non può essere infatti adottata in tutta fretta e utilizzando un paradigma che rivela l’assoluta incapacità tecnica del legislatore di ricomporre un quadro armonico tra la Riforma del Terzo Settore, la disciplina da essa prevista ai fini delle imposte dirette e la disciplina prevista per le organizzazioni escluse o che resteranno al di fuori del Terzo Settore.

La norma va ritirata e riscritta tenendo conto dell’intero quadro normativo e dell’esigenza di fornire alle organizzazioni di Terzo Settore non l’ennesima bastonata ma un quadro stabile e ragionato sul piano tributario.