I ponti crollano, il presepe resiste

Temo di diventare sempre più un bastian contrario fine a se stesso, ma, siccome non me ne è mai fregato niente di quanto gli altri pensano di me, proseguo imperterrito nelle mie personalissime reazioni a quanto l’attualità mi sbatte in faccia: non porgo l’altra guancia, anzi percuoto la società in quello che non mi convince. Parto dal concetto di tradizione e riporto da vikipedia quanto segue.

Il termine tradizione (dal latino traditiònem deriv. da tràdere = consegnare, trasmettere) può assumere diverse accezioni, fortemente interrelate:

  • come sinonimo di consuetudine (spesso è utilizzata in tale senso la definizione “tradizioni popolari” o “folclore”), intendendo la trasmissione nel tempo, all’interno di un gruppo umano, della memoria di eventi sociali o storici, delle usanze, delle ritualità, della mitologia, delle credenze religiose, dei costumi, delle superstizioni e leggende; in particolare è detta tradizione orale la trasmissione non mediata dalla scrittura;
  • come corpus più o meno coerente di credenze e pratiche condivise da un gruppo di persone all’interno di un campo di attività umano, come può essere ad esempio una tradizione religiosa o una tradizione scientifica;
  • in ambito filosofico (con la iniziale maiuscola: Tradizione), come concetto metastorico e dinamico, indicante una forza ordinatrice in funzione di principi trascendenti, la quale agisce lungo le generazioni, attraverso istituzioni, leggi e ordinamenti che possono anche presentare una notevole diversità.

Se ieri ho difeso strenuamente la tradizione interpretativa in riferimento al Macbeth di Verdi, violata e sfregiata da una messa in scena scaligera a dir poco inguardabile, oggi mi trovo a difendere chi osa trasgredire la tradizione del presepe. C’è infatti modo e modo di rispettare e violare la tradizione. Il presepe non è una tradizione da rispettare, ma “una realtà” da accogliere in tutta la sua “portata rivoluzionaria”. Mi affascina cioè la provocazione intesa come motivata e profonda revisione critica della tradizione.

Così diceva il mio caro e indimenticabile amico don Luciano Scaccaglia: “Il presepe dove giungono poveri e ricchi, pastori e magi ci ricordi che è arrivata l’ora del cambiamento del modo di vivere e di convivere, perché la gioia, che è un diritto, raggiunga tutti. E nel presepe, se non siamo discriminanti o falsamente scrupolosi, c’è posto per tutti. Gesù nasce per chi ne ha bisogno, per chi sente di averne bisogno e anche per chi sente di non averne. Per i nomadi e gli erranti, per chi è fuori elenco e chi sta in fondo alle liste, per chi è guardato con sospetto se non con avversione… e per chi vive nei lager che raccolgono gli immigrati. Perché o Dio lo si testimonia come amico del dolente e del fuori casta, solidale con chi soffre esclusione e avversione pregiudiziale, o Dio lo si nega.

Se questo è il vero Natale, tutti hanno il diritto di celebrarlo e di esserci, nel presepe: il tossico e la prostituta, chi ha perso fiducia, chi è in carcere, chi prende continuamente porte in faccia o è sempre messo da parte, le coppie “regolari” o “canoniche” e quelle di fatto o irregolari, cui si continua a negare la tutela e il riconoscimento giuridico e pastorale. Nel presepe c’è pure l’omosessuale discriminato e l’eterosessuale che cerca faticosamente di imparare ad amare, magari sbagliando i percorsi, e c’è lo straniero che non trova né casa né lavoro. Nel presepe c’è l’agnostico, l’ateo, il diversamente credente pieno di valori umani, universali e laici. E noi, Gesù, ci siamo nel presepe? Ci basta un piccolo angolo!”.

Ha fatto un certo scalpore l’idea di collocare il ponte Morandi in un presepe a Firenze. In un albergo del capoluogo toscano, sono stati raffigurati i monconi del viadotto crollato il 14 agosto del 2018 provocando la morte di 43 persone. Il comitato “Ricordo delle vittime” ha reagito con un “siamo allibiti”. «Un presepe, che vuole essere “alternativo”, con tutto il rispetto per il lavoro da cui è scaturito, risulta stonato e siamo allibiti che non si potesse immaginare prima. Ogni tanto non guasta lasciare in vita qualcosa di tradizionale perché il presepe ha un valore positivo, una nascita, una gioia che non vediamo nel crollo di un ponte per incuria, si può dare spazio alla fantasia in molti altri contesti». Lo dice Egle Possetti, presidente del Comitato ricordo Vittime Ponte Morandi, commentando l’allestimento di un presepe con scenografia che ricorda il crollo del viadotto di Genova, tra quelli esposti in un hotel di Firenze.

«Noi possiamo immaginare, anche se con fatica, che le persone che non hanno vissuto la nostra esperienza terribile possano pensare che un presepe con i monconi del Ponte Morandi possa diventare commemorativo. Vi assicuriamo che per le famiglie che portano nel cuore quelle maledette immagini non emerge nulla di commemorativo», aggiunge Possetti.

«Per noi il ricordo passa attraverso il memoriale futuro, il lavoro degli inquirenti e della magistratura, attraverso la percezione che quelle morti possano risuonare nelle orecchie delle nostre istituzioni per spronarle a fare molto di più, per non permettere mai più’ una tale vergogna», conclude Possetti sottolineando «della nostra tragedia si parla ormai troppo poco, restano i lamenti di chi invoca giustizia e di fronte a noi appaiono i presepi».

Io, con tutto il rispetto per i morti e per i superstiti, mi permetto di essere allibito di fronte a questa sconclusionata e incomprensibile reazione negativa. Non voglio vedervi un banale rigurgito laicista e tanto meno solo un reiterato e manierato appello alla giustizia umana. Pur facendo un certo sconto ai gratuiti esibizionismi, penso che l’evento drammatico del crollo del ponte Morandi non potesse trovare collocazione migliore e che la provocazione presepiale sia la migliore risposta a quanto affermato dalla presidente del Comitato. Il presepe non celebra una gioia da difendere scrupolosamente e non esorcizza la sofferenza esistente nel mondo, ma rappresenta un evento salvifico che accoglie tutto e tutti, soprattutto le vittime dell’ingiustizia umana, non per assolverla ma per combatterla.

Mi dispiace doverlo ammettere, ma, se dà fastidio collocare le vittime del crollo del ponte Morandi nel presepio, non si è capito niente del Natale e ci si accontenta magari delle pur sacrosante, ma rituali, promesse istituzionali. Certo, nel presepe ci sono anche gli inquirenti, i magistrati, i tecnici, gli imprenditori, i politici, tutti coloro che nel male del passato e nel bene del futuro devono raccogliere il testimone proveniente dal crollo del ponte. Ma proprio per questo i monconi del viadotto devono rimanere impressi nella memoria, fissati in una sorta di fermo immagine ben sistemato nei pressi della povera culla di Betlemme.

È morto assassinato Giuseppe Verdi

“San Giovanni non vuole inganni”: è un proverbio popolare a sfondo religioso, diffuso in molte zone d’Italia e la cui spiegazione varia da regione a regione. Non la faccio lunga: il proverbio si spiega sicuramente con il comportamento inflessibile di Giovanni Battista; il suo uso mi rimanda ai ricordi dell’infanzia durante la quale la correttezza dei giochi veniva sottoposta ad una sorta di verifica contro i tentativi di barare.

Ora i bambini non giocano più, immersi come sono nelle divagazioni informatiche, e la figura di Giovanni Battista non fa parte del loro misero bagaglio culturale e religioso. Forse qualcuno trasmette loro l’esatto contrario, vale a dire l’incoraggiamento a farsi furbi, facendosi beffe dell’intransigenza educativa di un tempo ormai lontano.

La mia insistente e persistente vena religiosa mi porta ad allargare la scopertura degli inganni ad un altro gigante della fede cristiana: sant’Ambrogio, patrono di Milano. Se avete tempo e voglia di proseguire nella lettura, vi spiego il perché.

Proprio nel giorno della celebrazione della festa di questo Santo, a Milano si sono tenuti due eventi, peraltro legati ai due templi storici della città lombarda: il teatro alla Scala e lo stadio di san Siro, laddove si è cercato di far finta che nel frattempo nulla di grave fosse successo, riprendendo a vivere nonostante tutto. Mi riferisco all’inaugurazione della stagione lirica e alla partita calcistica di coppa campioni tra il Milan e il Liverpool.

Sant’Ambrogio, prendendo spunto dalle fruste, false e penose ritualità ospitate in questi contenitori, ha scoperto gli altarini del nostro misero “ristoro ai tormenti di rassegnata disperazione” (il caro amico poeta a cui ho scippato questa espressione mi perdonerà sicuramente). Non c’è covid che tenga, esistono degli elementi che non temono l’usura del tempo e nemmeno quella pandemica. Mi riferisco alla sfrontata mondanità degli eventi teatrali, all’imperterrito tifo calcistico, alla rovinosa tenacia di scenografi e registi dell’opera lirica, alla penosa ribalta dei cosiddetti porte-coton.

Una cosa per volta. Dopo due anni di sofferenze virali non sarebbe stato male rinunciare allo sfarzo teatrale dell’evento scaligero riportandolo rigorosamente nei confini artistici e culturali che meriterebbe, invece, con la scusa di celebrare il virtuoso (?) ritorno alla normalità (?) è andata in scena la solita pantomima mondana camuffata, questa volta, dalla risurrezione post passione del lock down. Il sacerdote celebrante di lusso era nientepopodimeno che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, che ha benedetto l’evento, assolvendo cani e porci e santificando la festa profana (al suo posto me ne sarei rimasto tappato al Quirinale, anche se capisco l’esigenza di assecondare il ritorno del teatro nel teatro).

Non contenti della restaurata cornice di pubblico è stato proposto un “vomitevole” quadro con una rappresentazione al limite dell’osceno di un Macbeth in cui non è morto assassinato il re Duncano, ma è stato giustiziato Giuseppe Verdi. Siamo infatti giunti al secondo elemento che non teme vendetta: dopo il lusso della sala ecco l’inqualificabile e inossidabile smania modernista di registi e scenografi. Questi signori rovinano tutto con la loro presunzione interpretativa e con la complicità dei musicisti (leggasi la vergognosa omertà di Riccardo Chailly direttore musicale del teatro scaligero) che accettano il più grave dei compromessi tra musica, canto e…pisciate-cagate sul palcoscenico.

Mio padre amava l’opera rappresentata a teatro, perché l’opera lirica è teatro; era piuttosto scettico sugli spettacoli all’aperto (Arena di Verona compresa), non era molto portato all’ascolto delle incisioni discografiche, non gradiva affatto l’opera in TV (diceva che era come vedere lo spettacolo dal buco della serratura), la sopportava appena in radio. Ebbene per il Macbeth scaligero la Tv ha ingoiato il teatro, spalancando le sue porte sul palcoscenico, riuscendo a mescolare il tutto in un orrendo polpettone nel nome di una modernità a tutti i costi, anche a costo di trasformare il Macbeth di Verdi in un audiovisivo contenente una moderna storiella pseudo-sociologica.

Ma veniamo ai porte-coton. Cosa sono? Tempo fa Vincenzo Cerami, in un gustosissimo pezzo su l’Unità, ha scritto: “Ai tempi di Luigi XIV c’era una classe di persone privilegiate che venivano chiamate “porte-coton”. Di chi si tratta? Di nobili che avevano il privilegio di pulire il culo del re con un batuffolo di bambagia dopo che questi aveva fatto la cacca”. Ce ne sono in giro parecchi e l’altra sera alla Scala di Milano erano ben rappresentati da Bruno Vespa e Milly Carlucci, che si sperticavano negli ignoranti elogi di una vera e propria menata di regime, spacciando per operazione di alta cultura robe di infima cucina. Evviva la funzione educativa della televisione e della Rai in particolare!

Mentre alla Scala si uccideva Verdi, a san Siro morivano le pretese europee del tanto osannato Milan: un funerale di massa, visto che il pubblico raggiungeva quasi le sessantamila presenze sugli spalti. Quando si dice tifo…E il distanziamento? E la lotta al Covid? La Scala e san Siro sono stati esentati e messi sotto la protezione di sant’Ambrogio, che, per chi ha occhi e orecchie, ha scoperto gli inganni di una gran brutta serata. Forse era meglio il lock down…e speriamo di non ricascarci dentro a furia di serate insulse celebrate per buttare fumo, anziché incenso, coi riti mondani in nome di virus contro i virus. Anche Sergio Mattarella, giustamente acclamato alle grida di bis, deve stare attento: non vorrei infatti che concludesse il suo settennato, esercitato in modo impeccabile al capezzale di un Paese in gravissime difficoltà, trasformandosi da medico autorevole, coerente e coraggioso in medico pietoso che fa la piaga puzzolente. Ma lui lo sa benissimo e forse è proprio per evitare questo rischio che se ne vuole andare.

 

L’uovo di Landini e la gallina di Draghi

«I gh’ la fan» diceva mio padre fra sé, seduto davanti al video, ma in seconda fila, come era solito fare, per dare libero sfogo ai suoi commenti al vetriolo senza disturbare eccessivamente. Stavano trasmettendo notizie sulle battaglie sindacali a tappeto. Mi voltai incuriosito, anche perché, forse volutamente, la battuta, al primo sentire piuttosto ermetica, si prestava a contrastanti interpretazioni. «Co’ vot dir? A fär co’?» chiesi, deciso ad approfondire un discorso così provocatorio e intrigante. «A ruvinär l’Italia!» rispose papà in chiave liberatoria, sputando il rospo. Badate bene, mio padre era un antifascista convinto, di mentalità aperta e progressista, un tantino anarchico individualista: tuttavia amava ragionare con la propria testa e si accorgeva, fin dagli anni settanta, che la strategia sindacale stava esagerando e rischiava di compromettere, in nome del “tutto e subito”, un processo di montante benessere da accompagnare con equilibrio e saggezza.

Questo episodietto, peraltro già ricordato e riportato, è tornato prepotentemente d’attualità. Cgil e Uil (la Cisl si è sfilata) hanno infatti proclamato per il prossimo 16 dicembre uno sciopero contro Draghi e le scelte del suo governo su pensioni fisco e lavoro. Se devo essere sincero, non ho capito quale sia la linea governativa sui grandi temi, che stanno a cuore al sindacato dei lavoratori, ma che dovrebbero interessare tutto il Paese. È vero che l’attuale governo è nato a causa dell’emergenza covid e della incapacità della classe politica ad affrontare anche e soprattutto il discorso dell’utilizzo dei finanziamenti Ue: ma non ci si può limitare a dipanare queste due matasse aggrovigliate e prioritarie, in quanto non esaustive, anche perché legate a tutto il contesto socio-economico in cui viviamo.

Posso capire pertanto l’insoddisfazione dei sindacati chiamati a sopportare grossi sacrifici senza vederne la fine e il fine. Faccio un lungo passo indietro che mi consente di evidenziare come siamo molto lontani dalla “concertazione” (termine mutuato dalla musica), vale a dire da una pratica di governo che tende a operare scelte economiche attraverso una consultazione preventiva delle parti sociali, principalmente sindacati ma anche associazioni di categoria o appartenenti al terzo settore.

È una pratica adottata alla fine del ventesimo secolo ed utilizzata per superare il famigerato binomio conflittuale tra sindacati e governo; infatti l’obiettivo della concertazione è la pace sociale. Tuttavia, questo sistema è entrato in crisi a causa delle politiche neoliberiste adottate dai governi di centro-destra e di centro-sinistra. In particolare la concertazione trova ampia applicazione in materia di mercato del lavoro, salari e contrattazione collettiva, organizzazione della previdenza sociale. Al metodo concertativo si è frequentemente fatto ricorso anche in relazione alle grandi scelte pubbliche sulla politica fiscale e della finanza pubblica, più in genere, sulla politica economica.

Si differenziava dal “corporativismo” perché non si proponeva di alterare il sistema economico-sociale e neppure di affermare un’indistinta ed assoluta cooperazione fra le parti sociali, ma di realizzare un sistema di consultazione e comune decisione sulle regole e le principali scelte della politica economica, all’interno di un sistema democratico e basato su un’economia di mercato.

Il modello della concertazione s’è affermato in Italia negli anni novanta, contribuendo in maniera significativa al risanamento dell’economia nazionale. La cosiddetta politica dei redditi che ne derivò permise di abbattere il tasso di inflazione e, indirettamente, i tassi d’interesse. Del modello concertativo sono stati grandi sostenitori Carlo Azeglio Ciampi e Romano Prodi e, tra i giuslavoristi, Gino Giugni.

Il sistema della Concertazione, che già mostrava numerosi limiti, è entrato in crisi col deteriorarsi dei rapporti fra governo (esecutivo Berlusconi) e parte del sindacato (la Cgil) e non ha ripreso pienamente quota neanche nel 2006 col successivo governo Prodi. In particolare già nel 2001, con il Libro Bianco sul mercato del lavoro in Italia, il Governo auspicava un superamento del metodo concertativo a vantaggio del cosiddetto “dialogo sociale”.

Attualmente non abbiamo la concertazione e nemmeno siamo in presenza di un costruttivo “dialogo sociale”, ma di una fredda e frettolosa consultazione del governo con le parti sociali. Il governo Draghi, al di là dell’autorevolezza del suo premier, non è in grado di offrire quel respiro politico-programmatico necessario per garantire un clima di riforme entro cui collocare una gradualità di sacrifici, di rinunce e di conquiste. Se da un lato i partiti sono “fuori come un balcone”, dall’altro lato il governo è troppo “dentro la stanza dei bottoni”. Se la politica vuole chiedere sacrifici, deve essere stabile, credibile, costruttiva e dialogante. Evidentemente non è il caso del governo Draghi e, ancor meno, della sua larga e brancaleonica maggioranza.

Se concedo ai sindacati il diritto di avere dubbi, perplessità critiche, contrarietà, non posso tuttavia tacere il loro dovere di adottare metodi d’azione consoni ad una situazione di gravissima emergenza: non mi pare che lo sciopero, in questa fase, si adatti ad una strategia seria e responsabile. Non so se sia nato prima l’uovo della credibilità politica o la gallina del senso di responsabilità sindacale: non vale la pena incartarsi in questo giochetto tattico. Ognuno assuma le proprie responsabilità. Certo che indire uno sciopero in questo clima è veramente assurdo e controproducente da tutti i punti di vista.

Ho sempre usato la metafora famigliare per rendere l’idea dei sacrifici da sopportare: deve essere un carismatico e credibile capo-famiglia a proporli e non l’inquilino della porta accanto, per bravo, onesto e competente che sia. Ho certamente esagerato nelle critiche alle parti in causa, ma penso e spero di avere reso l’idea. Se il sindacato fa la voce grossa e sfoga con lo sciopero la sua scarsa capacità di presa sui lavoratori, Draghi nasconde dietro la sua prestanza tecnico-professionale un sostanziale “svaccamento sindacale e partitico”.

 

La “busnovela” vaccinale

Green Pass, le Regioni al governo: “Togliete gli obblighi per gli studenti sui bus”. L’accesso ai mezzi pubblici è riservato solo a chi ha il passaporto verde. I governatori chiedono in extremis una moratoria ma Palazzo Chigi dice no. Una moratoria almeno fino alle vacanze di Natale per garantire il diritto allo studio a tutti gli studenti (anche a quelli che avrebbero già potuto farlo ma non si sono vaccinati) utilizzando i mezzi pubblici. “Non tutti hanno una farmacia vicino casa dove fare i tamponi e visto che i tempi per le vaccinazioni sono stretti e che poi occorrono 15 giorni per la validità del Green Pass servirebbe una parentesi per non escludere nessuno dal diritto di andare a scuola”.

Così scrive Alessandra Ziniti su La Repubblica. IL solito pasticcio all’italiana, altro che primi della classe nella lotta al coronavirus. Primi nel fare il solito casino. Se in Italia si è ottenuto qualche risultato migliore rispetto al resto del mondo, lo si deve al senso di paura e responsabilità di molta gente (non tutta!), non certo al buongoverno nazionale e regionale.

Resto sul problema dei trasporti urbani. In questi due anni non si è fatto niente per potenziarli a dovere, dal momento che rappresentato, oltre che un fondamentale servizio pubblico (peraltro molto importante per le classi sociali più deboli), un’inevitabile occasione di contatto fra la gente. Ma quali distanziamenti? Provate a salire su un bus in un’ora di punta e vi accorgerete della buffonata governativa, che troverà una ulteriore ridicola conferma nei controlli contro i viaggiatori abusivi: alla beffa di non riuscire a controllare un bel niente si aggiungerà il danno di ulteriori rallentamenti e disservizi in un settore già comunque disastrato.

Ma la cosa più ridicola è la pantomima regionale: i governatori del piffero hanno spinto per avere un giro di vite contro i non vaccinati, l’hanno in parte ottenuto, ed ora si accorgono che è (quasi) inapplicabile per gli studenti dal momento che la campagna vaccinale per loro è appena partita in mezzo ai soliti casini, dovuti anche alla fretta con cui sono state smantellate le strutture precedenti. Un tira e molla vergognoso per il quale proporrei un lock down riservato agli amministratori pubblici, che dovrebbero andare tutti a casa e rimanerci, lasciando magari fare al rimanente buon senso della gente.

Ammettiamo poi che i controlli sui mezzi di trasporto pubblico funzionino: gli studenti delle più basse fasce di età non ancora vaccinate dovrebbero avere via libera (pena un tampone al giorno che leva la voglia di frequentare di torno), quindi ulteriori accertamenti documentali sull’età di questi giovanissimi passeggeri; poi il controllo sui green pass tra una gomitata a l’altra (speriamo che qualche anziano nel frattempo  non ci rimetta il femore); poi i furbetti che troveranno il modo di sgattaiolare su e giù dai bus prendendo tutti per il naso; poi i rallentamenti nella marcia già da lumaca dei bus (per arrivare in orario agli appuntamenti occorrerà partire con un congruo anticipo); poi le multe, al limite della legalità, la cui entità non è dato di sapere e quindi a mio modesto parere, inapplicabili oltre che inopportune ed ingiuste.

Questa è la strenna natalizia di Draghi, Speranza, Bonaccini e c. Chi può, bypasserà i nuovi assurdi divieti, utilizzando i taxi; chi rimarrà più o meno impigliato nel casino combinato da chi ci (s)governa, si sfogherà con una nuova (?) imprecazione: covid? governo ladro!

 

La morte non è il mestiere genitoriale

Sono stati arrestati a Detroit i genitori del 15enne Ethan Crumbley, accusato per la sparatoria di martedì all’Oxford High School, una scuola del Michigan, con un bilancio di quattro studenti uccisi e sette feriti. Lo riporta la Cnn. James e Jennifer Crumbley sono stati rintracciati al primo piano di un edificio lungo Bellevue Street, nei pressi del luogo in cui era stata trovata la loro auto nelle scorse ore, ha detto alla Cnn il portavoce della polizia di Detroit, Rudy Harper. Il ragazzo è stato incriminato per omicidio di primo grado, terrorismo e sette tentativi di omicidio. La coppia è stata invece accusata di omicidio colposo per aver lasciato all’adolescente la possibilità di utilizzare un’arma da fuoco. Per la strage Ethan Crumbley ha usato una pistola Sig Sauer calibro 9, acquistata dal padre quattro giorni prima. Poche ore prima della sparatoria, il ragazzo era stato convocato dai dirigenti scolastici con i genitori per i suoi comportamenti sospetti.

Per il commento a questa notizia di cronaca cedo la parola a mia sorella Lucia che era un’acuta ed appassionata osservatrice dei problemi sociali, nonché politicamente impegnata a cercare, umilmente ma “testardamente”, di affrontarli. Di fronte ai comportamenti strani, drammatici al limite della tragedia, degli adolescenti era solita porsi un inquietante e provocatorio interrogativo: «Dove sono i genitori di questi ragazzi? Possibile che non si accorgano mai del vulcano che ribolle sotto la imperturbabile crosta della loro vita famigliare?». Di fronte ai clamorosi fatti di devianza minorile, andava subito alla fonte, vale a dire ai genitori ed alle famiglie: dove sono, si chiedeva, cosa fanno, possibile che non si accorgano di niente? Aveva perfettamente ragione. Capisco che esercitare il “mestiere” di genitori non sia facile ed agevole: di qui a fregarsene altamente…

Quanto alle armi vado a prestito da mio padre, il quale rifiutava rigorosamente che mi venissero regalate armi giocattolo, in quanto riteneva che con le armi non si potesse scherzare, nemmeno per gioco: si comincia infatti giocando e si finisce ammazzando. Aveva fatto il servizio militare con spirito molto utilitaristico ed un po’ goliardico (per mangiare perché a casa sua si faceva fatica), cercando di evitare il più possibile tutto ciò che aveva a che fare con le armi (esercitazioni, guardie, tiri, etc.) a costo di scegliere la “carriera” da attendente, valorizzando i rapporti umani con i commilitoni e con i superiori, mettendo a frutto le sue doti di comicità e simpatia, rispettando e pretendendo rispetto al di là del signorsì o del signornò.

Le uniche armi che consentiva ai ragazzi che proprio volevano azzuffarsi erano “i bastón ‘d pàn francêz. Aggiungeva però un avvertimento con molta gustosa acutezza: «Se du i s’ dan dil plati par rìddor, a n’è basta che vón ch’a  guarda al digga “che patonón” par färia tacagnär dabón».

 

La cantata berlusconiana senza orchestra e coro

“Quirinale o no, c’è una cosa che Berlusconi di questi tempi ripete a tutti i suoi interlocutori: i no vax sono un pericolo per la salute e per la ripresa. Il Cavaliere quindi vede di cattivo occhio che ai nemici dei vaccini venga dato un microfono, che diventa facilmente un megafono. Se poi tutto questo avviene nelle sue televisioni allora non ci siamo”. Così dicono e scrivono i bene informati.

Affermava Nicola Tranfaglia agli albori del berlusconismo: “Giornali e televisioni sono oggi più’ efficaci e penetranti delle squadre di ribaldi che usò il Fascismo per conquistare le campagne e poi le città”.  Il Berlusconismo è decollato, si è affermato, ha messo le radici, si è riproposto una seconda e poi una terza volta basandosi soprattutto su questo strapotere mediatico, frutto di una legislazione clientelare varata durante la cosiddetta prima Repubblica, di una normativa successiva sempre più invasiva, di un conflitto d’interessi gigantesco e paradossale subìto, sottovalutato, stemperato nel gioco al massacro di “tutti hanno il loro conflitto d’interessi”, di opportunismo e di trasformismo da parte della casta giornalistica, di illusoria “par condicio” buona solo  a fare da specchietto per le allodole in campagna elettorale, di autorità messe a far la guardia alla stalla dopo che i buoi sono scappati o addirittura già macellati, di un menefreghismo legale che fa orecchie da mercante verso le contestazioni di provenienza UE e via discorrendo.

Le macerie del berlusconismo ci hanno comunque regalato uno strapotere mediatico che si è gradualmente trasformato in conformismo mediatico imponente e stomachevole, che tutto avvolge nell’ovatta, che tutto sfuma, che tutto stempera. É assai più fastidioso e subdolo chi tace per non dire, chi dice e non dice, chi fa l’equilibrista di maniera, chi si è specializzato nella critica sempre e comunque bipartisan, chi sostiene che il potere è sempre stato invadente (chiunque lo abbia esercitato), chi, esperto in matematica, fa le equivalenze che tornano sempre alla pari, chi fa di ogni erba un fascio.

Questo conformismo mediatico sta trovando una evidente manifestazione nel pensiero unico riferibile ai discorsi imperanti sulla vaccinazione e sul governo Draghi. Nessuno mi toglie dalla testa che il presidente Mattarella si sia accorto di essere diventato suo malgrado il perno di questo pensiero unico dell’extra-politica e che quindi intenda togliere un pericoloso alibi istituzionale a tale deriva cultural-mediatica.

Silvio Berlusconi si sta accorgendo di essere tagliato fuori da questo processo involutivo e sta sparando le sue ultime cartucce al fine di rientrare nel gioco che gli è sfuggito di mano. Le sue televisioni sono forse le uniche fuori da questo circuito sistemico: lui sta tentando un rientro piuttosto invasivo al limite del farsesco con la candidatura alla presidenza della Repubblica e si accorge che i media di sua proprietà cantano fuori dal coro e rischiano paradossalmente di ostacolare o, quanto meno, di non agevolare, la sua tattica di perfetta omologazione al sistema.

Lui un giorno sì e l’altro pure si schiera dalla parte dei “vaccinisti” e le sue televisioni osano stonare maldestramente nel coro mediatico osannante verso lo scientifico toccasana di tutti i mali. Lui suda sette camicie per affrancarsi da una destra rissosa e inconcludente e le sue televisioni fanno da cassa di risonanza ai Salvini e alle Meloni di turno. Lui la dà su alla grande a Mario Draghi e le sue televisioni osano mettere in discussione l’operato del governo di cui lui è il più convinto sostenitore e difensore. Lui punta al Colle e le sue televisioni si sbizzarriscono in dietrologie spurie e contrarie ai suoi, peraltro impenetrabili, disegni.

Se, come si poteva temere nella fase trionfante, il berlusconismo faceva il verso al fascismo, oggi Berlusconi, rimasto senza berlusconismo, fa penosamente il verso a Pietro Badoglio. C’era una canzoncina satirica che diceva: “O Badoglio, Pietro Badoglio, ingrassato dal fascio littorio, o Badoglio, Badoglio, Badoglio, tu ci hai rotto abbastanza i coglion…”.

Da tempo il cavaliere è stato sbalzato giù dal podio: gli è rimasto soltanto l’orchestrina dei suoi affari più o meno privati. È tornato a cantare a ruota libera sulle navi da crociera. Negli ultimi tempi sta provando a rimettere in piedi almeno un coro che lo possa accompagnare nelle sue scorribande solistiche. Niente da fare, i coristi stonano e lui si trova costretto a cantarsela tutta da solo. Oltre tutto non si riesce nemmeno a capire la romanza o la canzone che sta tentando di cantare. Chi ci capisce qualcosa è bravo.

 

 

 

 

Pari opportunità nella salita al Colle

Come si trattasse di una semplice quota. Come fosse un panda in via di estinzione, o un animale strano, ogni tanto – nei totonomi per il Quirinale – appare la possibilità nuova, inusitata, fantascientifica: «Una donna». Non un nome e un cognome, come per tutti gli uomini chiamati in causa, da Mario Draghi a Paolo Gentiloni, da Pier Ferdinando Casini a Giuliano Amato. Ma una casellina grigia senza volto e un immaginario punto interrogativo sopra. Appunto, una donna. «Ma chi?», sembrano chiedere sperduti commentatori come se l’ipotesi fosse così assurda da appartenere al campo dell’irrealtà.

Così scrive Annalisa Cuzzocrea su La Stampa ed ha perfettamente ragione. Il discorso delle donne candidate a cariche politiche oscilla fra due posizioni uguali e contrarie. Da una parte chi vorrebbe a tutti i costi che il sesso femminile facesse premio sulle effettive qualità e capacità della persona; dall’altra parte chi analizza col bilancino del farmacista le caratteristiche delle potenziali candidate per concludere che purtroppo nessuna donna è all’altezza del compito. Morale della favola: tanto vale ripiegare sugli uomini a prescindere dalla loro adeguatezza. Per le donne cioè si finisce col puntare al massimalismo sessista, per gli uomini ci si accontenta del minimalismo maschilista.

Dice un vecchio proverbio cinese: “Quando torni a casa la sera, picchia tua moglie. Tu non sai perché, ma lei lo sa benissimo…”. Quando devi eleggere una donna ad una carica importante, scartala in partenza, si può sempre trovare un perché, tanto lei lo sa che, gira e rigira, si tratta di mero maschilismo.

Cado spesso anch’io in questo tranello: per gli uomini mi accontento di quel che passa il convento, per le donne esigo una pietanza di primissima scelta. È una forma riveduta e scorretta di discriminazione sessuale camuffata con valutazioni di ordine qualitativo a senso unico. Naturalmente questo giochino vale anche per la candidatura a presidente della Repubblica. Purtroppo per entrambi i sessi l’elenco degli eventuali papabili non è molto interessante: il grave è questo, ma non per questo è serio ripiegare pregiudizialmente su una candidatura maschile.

Un amico mi faceva osservare come in campo culturale, scientifico e aziendale questo tabù sia caduto almeno per le cariche di alto livello e come le donne ricoprano importantissimi ruoli con grande preparazione ed autorevolezza. Se devo essere sincero, quando scelgo a chi rivolgermi per una consulenza di carattere professionale, sono portato a preferire una donna non per puro femminismo, ma nella sicurezza di avere rapporti con una persona che per arrivare ha dovuto fare i conti con una spietata e faziosa concorrenza maschile, mettendo in campo un di più di preparazione, impegno e scrupolo. Non è giusto, ma ben venga anche questa prova finestra per le donne in carriera, se garantisce una maggiore qualità a servizio della collettività. Alla lunga il discorso porterà forse al superamento di ogni e qualsiasi pregiudizio anti-femminista. La donna cioè vincerà senza regali e senza preferenze.

Perché in politica siamo indietro rispetto agli altri campi? C’è poco da fare, la politica resta comunque il terreno principale nell’esercizio del potere e, siccome le donne rappresentano quanto meno un’incognita per gli assetti esistenti, si tende ad evitare il rischio della contaminazione femminile. Anche le donne commettono errori accontentandosi spesso delle briciole che cadono dalla tavola dei maschi o, peggio ancora, comportandosi come i peggiori maschi, puntando, come sono solito affermare, più alla parità di difetti che di diritti. Questo però è un ragionamento rischioso, perché sottopone la donna ad una sorta di tortura preventiva profondamente ingiusta e basata solo sulla pretesa di una perfezione ante litteram.

Il discorso delle pari opportunità è sicuramente molto lontano dalla sua soluzione. Anche le prove al vertice, come quella quirinalizia, possono aiutare, ma il problema è molto più di base. Non mi illudo che una donna al Colle possa cambiare la mentalità della gente, però tutto può servire alla giusta causa.

In conclusione mi sovviene la barzelletta di quel padrone che manda il giovane garzone a comprare una bottiglia di vino. Lo assaggia dicendo al garzone: « Br…cmé l’é brusch. Par ti el ne va miga ben…». Al che il garzone risponde: «Speta un minùd. A voj fär br… ànca mi…». Detesto sempre e comunque “i padroni”, ma non capisco i garzoni che si accontentano di guardare le bevute del padrone sperando che qualcuno possa regalare loro il buon vino. Cosa voglio dire? Che potrebbe essere giunto il momento per una donna di avere l’opportunità di provare l’ebrezza del Quirinale.

Prima il vaccino, poi i soldi, poi…il ritorno del virus

Quando si vuole esprimere un atto di estremo disprezzo per la religione si pensa ad una bestemmia pronunciata in chiesa. Più dissacrazione di così… Ebbene mi sia consentito oggi di bestemmiare, non in chiesa, ma in un ipotetico laboratorio di ricerca scientifica.

Quando scoppiò, due anni or sono, la pandemia, una mia carissima amica contrapponeva al mio solito pessimismo al limite del catastrofismo una fiducia (quasi) assoluta nel vaccino, che nel giro di pochissimo tempo avrebbe rimesso le cose a posto. Più mi sforzavo di argomentare non tanto la fine del mondo, ma la fine di un mondo, più la mia amica si sforzava di calmare i miei bollenti spiriti garantendo seriamente un futuro di ritrovata serenità ad opera della scienza.

La società, in tutte le sue componenti, ha prevalentemente puntato su ricerca, distribuzione e somministrazione del vaccino, quale unica e decisiva arma per sconfiggere il covid 19. A parole si è blaterato sul “non sarà più come prima”, ma nei fatti si è pensato e agito come se “tutto potesse e dovesse tornare come prima”.

Se si ripercorre la strada intrapresa dai governi e da tutte le istituzioni pubbliche e private, si può risontrare che si è inteso vincere la battaglia illudendosi così di vincere la guerra. Si è puntato praticamente solo sulla vaccinazione, si è imbastita addirittura una contrapposizione sociale tra i pregiudiziali sì e i fuggiaschi no. Solo vaccinando tutta la popolazione ci si può salvare dalla catastrofe economica, madre di tutte le catastrofi e chi non la pensa così…emarginazione e discriminazione lo colga.

Ebbene, sul più bello, vale a dire quando si sta avviando una terza fase di somministrazione vaccinale, che viene impropriamente chiamata di richiamo, mentre in realtà si tratta di una vera e propria nuova vaccinazione rafforzata ed allargata, arriva una variante che butta all’aria il castello: si spera di chiuderla fuori dalla porta di una società che è tutta una finestra.

Le borse finanziarie, che misurano lo stato dell’arte della nostra assurda società, si rendono immediatamente conto che stiamo tornando daccapo e cadono come pere cotte. L’industria farmaceutica capisce l’antifona dei propri affari e assicura a breve termine la fornitura di un nuovo vaccino riveduto e corretto contro le nuove varianti africane, prefigurando indirettamente un ingorgo vaccinale in cui sarà molto difficile districarsi, tra prime e seconde dosi, dosi di richiamo, dosi antiinfluenzali e nuove dosi.  Si intravede una sorta di vaccinazione scoordinata e continuativa in cui ci illuderemo di vivere in difesa del benessere (?) a suo tempo conquistato.

Non ci accorgiamo di perdere la guerra in casa, mentre crolla anche l’ultimo baluardo dialettico allestito, quello contro i no vax. Non potremo più dire che è tutta colpa loro, perché probabilmente la menata vaccinale fiaccherà la gente e cadrà il fronte del sì: anche il gioco vaccinale è bello quando è corto. A nessuno però passa per la testa di mettere in discussione una strategia frettolosamente varata, che sta facendo acqua da tutte le parti.

Anche la virtuosità del governo Draghi trova una spiacevole verifica: la sua azione è basata su due capisaldi, l’armata vaccinale capeggiata dal generale Figliuolo, quella economica condotta dal premier. Simul stabunt vel simul cadent.  Forse bisognava partire dal riformare la società colmandone i buchi più clamorosi che si chiamano struttura sanitaria, invece si è preferito partire dal vaccino e dai soldi: il primo sta dimostrando la sua caducità, i secondi, ammesso e non concesso che arrivino, non si capisce ancora a cosa serviranno. Sarebbe tuttavia ingeneroso addebitare a Draghi un peccato di omissione generale e globale ascrivibile al sistema, che non ammette deroghe nemmeno di fronte alle pandemie.

L’espressione “gli è tutto sbagliato, l’è tutto da rifare” del grande Gino Bartali, che così declamava quando parlava dei problemi del ciclismo su strada, è ormai entrata in uso comune, come quella di “piove governo ladro”. Mi rendo perfettamente conto di peccare di grilloparlantismo masochistico, ma, quando ho appreso dell’imminente arrivo della variante africana del virus, sono tornato agli inizi, ho telefonato alla mia amica che si sta apprestando, pur con qualche inevitabile perplessità, a farsi inoculare la terza dose del vaccino e ho fatto finta di niente. Avrei potuto dirle: come volevasi dimostrare. Ma non è giusto bestemmiare, non si deve nominare il nome della scienza invano. Se ho bestemmiato, chiedo umilmente perdono. Dio perdona, i virologi no (hanno troppe cose da farsi perdonare).

 

Buon Natale anche e soprattutto ai burocrati Ue

Dovevano restare un documento a uso interno – infatti non se ne rinviene traccia nei siti istituzionali –, ma le «Linee guida della Commissione europea per la comunicazione inclusiva – #UnionOfEquality» in questi giorni sono circolate in rete mostrando molte cose ottime – l’impegno per non ghettizzare i disabili, ad esempio – accanto ad altre che mostrano dove porta lo strenuo impegno per eliminare le identità producendo così nuove discriminazioni. Il caso più eclatante spunta nel capitolo «Culture, stili di vita o credenze» dove per sventare ogni «intolleranza» si invita a «evitare di dare per scontato che tutti sono cristiani» visto che «non tutti celebrano le festività cristiane, e non tutti i cristiani le celebrano nelle stesse date». Dunque, per «essere sensibili al fatto che la gente ha tradizioni e calendari religiosi differenti», è bene «evitare» di usare frasi come «il Natale può essere stressante» (chissà poi perché questo esempio) e preferirgli «le vacanze possono essere stressanti». Che agli auguri natalizi il mondo anglosassone affianchi i «season’s greetings» (alla lettera, «auguri di stagione») non è una novità. Lo è la disposizione che negli atti ufficiali dell’Europa unita la parola «Natale» sia considerata sconveniente.

Se mi è consentito esprimere “sommessamente” un giudizio, direi che si tratta di una “cagata pazzesca”, inventata da qualche burocrate burlone, che un bel mattino si sarà svegliato e avrà pensato: adesso faccio incazzare un po’ di gente, lancio una provocatoria cretinata per poi vedere di nascosto l’effetto che fa. Qualche effetto effettivamente l’ha fatto al punto che “la commissaria all’Uguaglianza Helena Dalli, che ha firmato il testo, afferma che il testo «non è un documento maturo e non soddisfa tutti gli standard di qualità della Commissione» annunciando che «lavorerò ulteriormente a questo documento» la commissaria conclude con una frase – «mi scuso per l’offesa involontaria che la pubblicazione di questo documento ha causato ad alcuni». Scuse (certo apprezzabili, visto lo scivolone) o non scuse, la notizia è che la Commissione Ue ha fatto dietrofront: non solo il Natale non si tocca, ma sono proprio tutte le Linee guida che vengono rimangiate dal governo europeo dopo che erano trapelati sui media di tutto il mondo alcuni contenuti pensati per evitare la benché minima ombra di discriminazione ma dagli esiti grotteschi, come l’invito a non usare nelle comunicazioni istituzionali nomi propri di origine cristiana o l’indicazione di evitare il tradizionale «signore e signori» quando si esordisce in un discorso pubblico, preferendo un generico «cari colleghi»”.

È pur vero che Gesù è storicamente nato in una stalla per colpa della burocrazia (censimento), è stato immediatamente rifiutato dal potere costituito (Re Erode), la sua famiglia è dovuta fuggire per sottrarsi all’ira dei potenti (fuga in Egitto), tutta la sua vita è stata una battaglia pacifica contro l’ordine civile e religioso dell’epoca. A distanza di oltre duemila anni evidentemente dà ancora molto fastidio al punto da vietarne la celebrazione del compleanno. Se non ci fosse da piangere, ci sarebbe da ridere.   Se c’è un personaggio religioso che si è battuto contro ogni tipo di discriminazione, questo è Gesù e che si ritenga elemento offensivamente divisivo il ricordarne la nascita è qualcosa di paradossale.

Qualcuno si è scandalizzato, qualcuno ha protestato, qualcuno ha strumentalizzato. Non cado in questa trappola. Qualcuno ha tirato un respiro di sollievo dopo la “grande paura”. Mi limito ad augurare a tutti, funzionari e politici UE compresi, un buon Natale, anzi, come consigliava il mio indimenticabile amico don Scaccaglia, un “Santo Natale”. La stupida vicenda dimostra che abbiamo bisogno del Natale come dell’aria che respiriamo.  Quest’anno ero intenzionato a contenere al massimo gli scambi augurali ritenendoli un po’ troppo formali e consumistici. Ebbene, devo ricredermi e non mancherò di indirizzarli in lungo e in largo. Quanto a testimoniare il Natale nella vita quotidiana…questo sì che è il problema!

 

Dietro il paravento dello sport

Paola Egonu e gli altri atleti di Treviso nudi sui calendari per beneficenza. I corpi degli atleti di pallavolo, basket e rugby che giocano a Treviso diventano la tela di frasi motivazionali sulla forza personale, sul superamento di prove, sul volersi bene qualsiasi cosa accada. Nel Calendario ufficiale dell’imbattibile Imoco Volley (squadra di Conegliano che, però, gioca a Treviso) c’è in copertina Miriam Sylla, la capitana della Nazionale. Il ricavato delle vendite, come negli scorsi anni, sarà devoluto a IOV – Istituto Oncologico Veneto a supporto dell’umanizzazione delle cure per i pazienti della radioterapia pediatrica dell’istituto. Oltre all’Imoco, hanno realizzato un proprio calendario anche le squadre maschili trevigiane del Benetton rugby e della Nutribullet basket. Le tre pubblicazioni sono prodotte dallo Studio Perazza e hanno il patrocinio del comune di Treviso. 

La cosa non mi interessa più di tanto (ho altro a cui pensare), queste foto non mi incuriosiscono (non mi ritengo un guardone, anche se da ragazzino mi piacevano le spogliarelliste nelle riviste a luci rosse), le frasi non le prendo neanche in considerazione (c’è di meglio a cui fare riferimento), non mi scandalizzo (sono pronto a ben altre provocazioni). Ricordo che, molti anni fa, monsignor Riboldi, vescovo di Acerra, durante una conferenza all’aula magna dell’Università di Parma, raccontò come avesse scandalizzato le suore della sua diocesi esprimendo loro una preferenza verso la stampa pornografica rispetto a certe proposte televisive perbeniste nella forma e subdolamente “sporche” nella sostanza. In fin dei conti la pornografia pura si sa cos’è e la si prende per quello che è, mentre è molto più pericoloso, dal punto di vista educativo, il messaggio nascosto che colpisce quando non te l’aspetti. Meglio la pornografia conclamata di quella subdola, meglio gli sporcaccioni e le sporcaccione in prima persona, nudi come mamma li fece, piuttosto degli sporcaccioni perbenisti e motivazionali.

Mi danno un certo fastidio le passerelle (salvo quelle storiche di cui sopra), vale a dire mi disturba l’esibizione clamorosa del proprio io sbattuto in faccia agli altri per conquistarne semplicisticamente il consenso o addirittura l’elogio. Volendo restare un attimo in materia di erotismo da strapazzo, ricordo quando il giovanissimo garzone del mio barbiere, in occasione delle feste natalizie, mi propose di scegliere un piccolo regalo tra un almanacco profumato grondante culi e tette e una insignificante agendina telefonica: scelsi provocatoriamente l’agendina telefonica, lasciando di stucco l’apprendista parrucchiere. Volli comunque spiegare, a scanso di equivoci, il senso della scelta: «Anziché “sgolosare” sulle piccole foto di donne nude, preferisco rischiare l’approccio con donne in carne ed ossa, annotandone il relativo numero telefonico…».

Tornando ai calendari benefici da cui sono partito, ci vedo, in modo esemplare, l’integrazione dello sport nel sistema: tutto torna perfettamente. Ciò che dovrebbe contribuire a ripulire il sistema, ne viene paradossalmente insozzato con la benedizione benefica. Non è questione di erotismo, è questione di affarismo.

Dai calendari profumati ai bilanci puzzolenti. Nei primi si mettono a nudo gli atleti, nei secondi si coprono le porcherie della gestione sportiva. Non mi sorprende l’odore di sporcizia che sembra salire dai rendiconti delle società calcistiche: è sotto battuta la Juventus. Nello sport, ridotto a mera combinazione affaristica, i bilanci, al di là degli stranoti escamotage plusvaloriali, non possono che essere lo specchio e la copertura del marciume sempre più radicato e diffuso. Resta curiosa la sporadicità degli interventi indagatori. D’altra parte un po’ di controlli bisogna pur farli, tanto per buttare fumo in faccia agli ingenui.

La sarcastica motivazione per la leggerezza dei controlli la dava mio padre con la sua interpretazione colorita e semplice delle situazioni aggrovigliate al limite della legalità. Diceva infatti: «Bizoggna butär in tazér parchè a s’ris’cia ‘d mandär in galera dal comèss fin al sìndich, tutti invisciè…». Se volete, una sorta di versione elementare della visione affaristico-massonica della nostra società, sport compreso. Forse aggiornerebbe la battuta in chiave calcistica: «Bizoggna butär tùtt in tazér parchè a s’ris’cia ‘d mandär in galera i presidént, i alenadôr, i zugadôr fin al masagiadôr e al magazinêr…, tutti invisciè…».

I bilanci verranno sepolti sotto la ragion di sport, coperti magari dagli almanacchi benefici, dalle partite del cuore, dai sentimentalismi mediatici e dai facili entusiasmi delle tifoserie, che magari continueranno a lustrarsi gli occhi con i piedi buoni di Cristiano Ronaldo e con le tette esotiche di Paola Egonu.