La giustizia tra Mida-Giorgia e Befana-Nordio

Un provvedimento epocale e coraggioso, contro le forze della conservazione”; una norma che “rende omaggio” a Giovanni Falcone e Giuliano Vassalli. Il governo e in primis la presidente Giorgia Meloni rivendicano il “mandato popolare” avuto nelle urne per la riforma della Giustizia, dopo aver approvato in Consiglio dei ministri il disegno di legge sulla separazione delle carriere dei magistrati: saranno distinte tra quelle dei giudici e dei pubblici ministeri.
Ora comincia l’iter per la nuova legge costituzionale che attua – come spiega il Guardasigilli Nordio – “il principio fondamentale del processo accusatorio”, ovvero differenziare il percorso di chi è chiamato a giudicare da quello di chi, come il pm, ha l’incarico di muovere le accuse. Sotto i riflettori c’è anche lo sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in due diversi Csm, i cui membri saranno nominati per sorteggio.

“Questo organo di autogoverno della magistratura negli ultimi anni non ha dato buona prova di sé”, spiega il ministro stigmatizzando “la degenerazione correntizia” tra le toghe e citando gli “scandali come quelli di Palamara”. Il provvedimento, limato fino a pochi minuti prima del via libera in Cdm all’indomani dell’incontro dei rappresentanti del governo al Quirinale, è comunque frutto di una complicata mediazione che trova la sua sintesi politica nella regola dell’estrazione a sorte dei trenta membri, togati e laici, di ognuno dei due Consigli. “Con il sorteggio interrompiamo una serie di anomalie”, dice Nordio. Escono fuori le correnti dalle nomine del Csm ma resta ai margini pure la politica: anche la componente laica del Csm, ovvero i membri elettivi che attualmente vengono scelti per un terzo dal Parlamento in seduta comune, sarà interamente nominata sottoponendosi al principio di casualità.

Resta poi l’istituzione del nuovo organo disciplinare dei magistrati, l’Alta corte, composta da 15 membri (12 estratti a sorte, 3 nominati dal presidente della Repubblica) mentre salta dal provvedimento il riferimento sull’avvocatura in Costituzione, nonostante gli annunci del governo nei giorni scorsi. Fuori dal ddl anche l’ipotesi, sempre sostenuta da Nordio, di introdurre la discrezionalità dell’azione penale.

“Non abbiamo operato modifiche in quel senso perché abbiamo accolto le osservazioni dell’Associazione nazionale dei magistrati”, sottolinea il Guardasigilli riferendosi al sindacato delle toghe, fortemente contrario alla riforma, che invece valuta “una mobilitazione importante” senza escludere lo sciopero dopo una riunione urgente convocata in queste ore.

Per la premier Meloni si tratta invece di aver “rispettato un altro impegno preso con gli italiani. In molti hanno detto e scritto in questi mesi che non avremmo mai avuto il coraggio di presentare questa riforma attesa da trent’anni”, sostiene la presidente del Consiglio in un video, puntando il dito contro “le forze della conservazione si muoveranno contro di noi. Ma – dice non abbiamo paura”. Grida vittoria Forza Italia, nel nome di Silvio Berlusconi. “La riforma arriva a coronare trent’anni di impegno in prima linea” commenta il viceministro alla giustizia Francesco Paolo Sisto.  (da Ansa.it)

Mi scuso in premessa per la conclamata ignoranza che mi dovrebbe indurre a tacere. Mi limito ad un commento spassionatamente obiettivo, superficialmente imparziale e politicamente articolato.

Non sono d’accordo con l’esagerata e propagandistica enfatizzazione da parte del governo, che spaccia per epocale e rivoluzionaria una riforma di solo buon senso (meglio di niente), che puzza di redde rationem lontano un miglio, così come non mi trovo solidale con la magistratura che, più per il clima politico effettivamente ostile che per la portata dei provvedimenti in fieri, si limita a gridare “al lupo” per un attentato alla propria autonomia.

Separare le carriere tra magistratura inquirente e giudicante è garanzia di indipendenza fra i due livelli procedimentali: in parole povere, se ben comprendo, in teoria chi sarà chiamato a giudicare subirà meno condizionamenti da parte di chi inquisisce. Non è poco, ma non è tutto.

L’istituzione di un organo disciplinare separato dal CSM e lo sdoppiamento del CSM stesso sono le altre novità. L’elezione a sorteggio dei componenti dei Consigli Superiori della Magistratura toglie politicizzazione anche se la politica non è un pericolo da esorcizzare ma semmai solo uno stile da ripulire. Sorteggiare i componenti di organi istituzionali in democrazia non è il massimo anche se può servire ad evitare appunto il rischio della politicizzazione in chiave corporativa.

Riguardo al fatto che questa riforma, ancora agli inizi del suo iter, possa rappresentare una vittoria nel nome di Silvio Berlusconi stenderei un velo di pietoso silenzio su chi non voleva riformare la giustizia ma piegarla ai propri interessi. In filigrana emerge una sorta di intento punitivo verso le toghe sbrigativamente definite rosse: se il buon giorno delle riforme costituzionali si vede dal mattino, andiamo proprio bene. La magistratura ha senza alcun dubbio i suoi difetti, ma ho l’impressione che il governo voglia togliere le pur consistenti pagliuzze dei giudici mantenendo ferme le proprie travi. L’approccio riformista del governo Meloni è altamente divisivo e contrario allo spirito della Costituzione, che è fortemente unificante. Le regole del gioco non si possono cambiare unilateralmente, fregandosene altamente dei giocatori non in linea con gli intenti del governo.

Insospettiscono anche i tempi del varo governativo in concomitanza con la dirittura d’arrivo della campagna elettorale anche se è pur vero che in Italia siamo sempre in campagna elettorale e quindi per evitare strumentalizzazioni propagandistiche non si dovrebbe fare nulla. Sembra quasi la risposta missilistica alle indagini verso Toti e c., considerate un vero e proprio attacco politico.

È interessante riandare allo scorso autunno e all’intervista rilasciata dal ministro Guido Crosetto al Corriere della sera. “L’unico grande pericolo” per la continuità dell’esecutivo, aveva detto il ministro, “è quello di chi si sente fazione antagonista da sempre e che ha sempre affossato i governi di centrodestra: l’opposizione giudiziaria”. “A me – aveva spiegato – raccontano di riunioni di una corrente della magistratura in cui si parla di come fare a ‘fermare la deriva antidemocratica a cui ci porta la Meloni’. Siccome ne abbiamo visto fare di tutti i colori in passato, se conosco bene questo Paese mi aspetto che si apra presto questa stagione, prima delle Europee…”.

Crosetto aveva messo le mani avanti? Forse sapeva che c’era del marcio tra le sue file e temeva che potesse emergere in vista delle elezioni europee, ragion per cui ha tentato di squalificare in anticipo la Magistratura? I giudici tuttavia non si sono fatti intimidire e hanno proceduto contro il presunto malaffare annidato alla regione Liguria, peraltro nell’ambito di numerosi procedimenti aperti in diverse zone e verso esponenti politici di diversi partiti. Visto che le minacce anticipate non hanno funzionato, ecco spuntare il missile riformatore? Fantapolitica?

In questo clima da spedizione punitiva sarà mai possibile avviare processi riformatori seri? Ecco perché, al di là dei contenuti piuttosto limitati della riforma avviata dal ministro Nordio, non mi sembra di intravedere il toccasana di tutti i mali della giustizia né il modo decisivo per renderla più efficiente ed efficace: il discorso è molto più grande e complesso rispetto ad una riformetta trasformata da Mida-Giorgia in oro per i cittadini italiani, i quali nella loro calza non troveranno automaticamente i dolci premio della Befana-Nordio, mentre sarebbe buona cosa evitare accuratamente che i giudici nella loro trovassero il carbone della punizione e della prevaricazione.

Un Papa fuori dai denti perbenisti

Arrivano infine le scuse di Papa Francesco per le frasi pronunciate la scorsa settimana nell’incontro con i vescovi all’assemblea generale della Cei. «Nella Chiesa c’è troppa aria di “frociaggine“», i vescovi farebbero bene a «mettere fuori dai seminari tutte le checche, anche quelle solo semi orientate», aveva detto davanti ai prelati. E una volta che quelle dichiarazioni sono diventate pubbliche, l’entourage del Santo Padre si è dovuto attivare per gestire la crisi, provando a sgonfiare le polemiche parlando di uno scivolone linguistico, di chi non conosce perfettamente l’italiano, un “inciampo” causato dalla pesantezza della giornata e dovuto alla stanchezza. E però quelle parole hanno ferito una comunità, di fedeli e non solo, così la sala stampa vaticana ha voluto precisare la posizione del Pontefice diffondendo un suo messaggio. «Papa Francesco è al corrente degli articoli usciti di recente circa una conversazione, a porte chiuse, con i vescovi della Cei», si legge nella nota, «come ha avuto modo di affermare in più occasioni, “nella Chiesa c’è spazio per tutti, per tutti! Nessuno è inutile, nessuno è superfluo, c’è spazio per tutti. Così come siamo, tutti”». Quindi le scuse: «Il Papa non ha mai inteso offendere o esprimersi in termini omofobi, e rivolge le sue scuse a coloro che si sono sentiti offesi per l’uso di un termine, riferito da altri». (da Open giornale online)

Non c’è che dire, siamo belli come il sole, tutti si schifano di fronte al linguaggio criptico e reticente dell’alto clero vaticano, poi, quando il papa “parla come mangia”, c’è la corsa allo stupore se non addirittura allo scandalo.

Indubbiamente papa Francesco sta vivendo il periodo della vecchiaia in cui è naturale abbandonare certe prudenze e sottigliezze verbali per andare drasticamente e apertamente al sodo, anche e soprattutto in casa propria come può essere considerata l’assemblea dei vescovi italiani. Purtroppo c’è chi all’interno del Vaticano non si lascia scappare l’occasione di squalificare un papa scomodo e sincero come Bergoglio (chi ha divulgato la notizia ben sapendo che sarebbe stata strumentalizzata a livello mediatico?). Così come c’è chi corre a giustificarlo impropriamente e burocraticamente: ha detto quel che ha detto. Punto.

Vado al nocciolo della questione allargandola al rapporto tra Chiesa e sesso, improntato da sempre a reticenze e colpevolizzazioni. Questo discorso riguarda tutti i cattolici, figuriamoci i sacerdoti e i candidati al sacerdozio. Vorrei farmi guidare nel mio commento dal caro amico don Luciano Scaccaglia e dall’eredità cristiana che mi ha lasciato in materia di sessualità nella Chiesa.

Era da poco ritornato in parrocchia dopo la lunga degenza ospedaliera per un complesso intervento chirurgico. Andai da lui una domenica mattina prima della messa che non aveva ancora ripreso a celebrare, pochi giorni dopo lo scoppio dello scandalo dell’outing del monsignore della curia vaticana che ammetteva la sua omosessualità e la relazione con il suo partner, lanciando un bel sasso nella piccionaia omofoba (di facciata) degli ambienti clericale. Provai a introdurre en passant l’argomento con una battuta: «Hai visto Luciano che razza di casino ha fatto scoppiare quel monsignore della curia romana?». Sostanzialmente la risposta secca e immediata fu: «Ha fatto benissimo! È inutile continuare a nascondere la realtà dell’omosessualità presente anche fra i sacerdoti. Bisogna prenderne atto, smettere di criminalizzarla, toglierla dalla clandestinità e volgerla in positivo». Non volli battere ulteriormente il tasto, mi limitai solo a commentare: «Se mi volevi dimostrare di avere ripreso totalmente la tua lucidità e la tua verve, ci sei riuscito pienamente».

La materia sessuale la affrontava senza falsità, senza diplomazia, senza falsi pudori. Innanzitutto partiva col considerare il sesso come un grande dono di Dio da vivere come tale, senza paura e senza complessi. Quante volte don Luciano mi ha parlato, quasi con ribrezzo, dell’errata educazione e formazione ricevuta in seminario laddove si demonizzava la donna e si creavano i presupposti per una visione complessata della sessualità propria e altrui. Quante volte mi ha citato le agghiaccianti teorie di certi padri della Chiesa che straparlavano in materia. Quante volte abbiamo concluso rimarcando le grandi responsabilità che la Chiesa si è assunta in passato nella colpevolizzazione dei credenti assoggettandoli a vere e proprie vessazioni psicologiche in fatto di comportamenti sessuali.

Nelle sue ultime omelie, mettendo in contrasto la misericordia di Gesù con il moralismo della Chiesa, diceva: «Una cosa è certa: con Gesù è la fine della contrapposizione netta tra buoni e cattivi, è la fine “delle evidenze morali e dei concetti chiari e ferrei”, è la fine dei pregiudizi, a causa dei quali noi sappiamo sempre cosa occorre fare, però nella vita degli altri. Una cosa è certa: la severità della Chiesa, le sue rigide leggi pastorali, liturgiche, sacramentali verso i “diversi”, le coppie di fatto, o persone in difficoltà, o matrimoni in crisi, non aiutano né testimoniano la misericordia di Gesù; non fanno maturare, ma umiliano». E ancora, chiarendo come le distinzioni sessuali non vengono da Dio, sosteneva: «Dio ama tutti, tutte le persone e non guarda alla tendenza sessuale. Noi invece facciamo distinzione e alziamo steccati, laddove non è presente la misericordia di Dio, ma il nostro giudizio severo… Una parte della Chiesa, forte della difesa del matrimonio e della famiglia fatta giustamente da Francesco, veste i panni dei crociati e non ha stima, anzi, rifiuta le unioni civili. Il Family day e altre iniziative vanno in questo senso: difendono la famiglia, il matrimonio, ma condannano altre forme ed espressioni dell’amore. Strani questi cristiani, questi vescovi, discriminanti e penalizzanti, che pensano di parlare a nome di Dio e di Gesù».

Anche se già fortemente provato, don Scaccaglia, si esprimeva con accenti molto incisivi e, come al solito, fuori dal coro: «Dio non si interessa delle tendenze sessuali, stima tutte le coppie, sia etero che omosessuali, perché Lui è Padre e Madre di tutte/i. Non c’è solo la famiglia tradizionale, ma anche altre unioni dove regnano l’amore e altre forme di fecondità. Di questo amore hanno bisogno tutti i bambini: di uomini e di donne con la vocazione genitoriali presente nelle persone etero e in quelle omo. Di amore hanno bisogno: perché Dio è amore universale, per estensione e per qualità. Ama tutti, sempre, e di tutti rispetta l’identità. Non fa l’esame del sangue, ma inietta in tutti un amore viscerale, di Padre e di Madre, ci salva con il sangue del Figlio sulla croce».

Ricordo le parole della sua ultima omelia pronunciata. Era quasi un testamento spirituale che riporto di seguito: «Quindi tu, Chiesa, non avere paura! Non avere paura dei diversi, anche dei diversi sessualmente parlando: sono una ricchezza e non un pericolo. Non avere paura delle coppie di fatto: il sacramento che le unisce è l’amore. Non avere paura delle coppie omosessuali perché sono segno di amore e non temere se i bambini saranno affidati a queste coppie che hanno la vocazione e l’impegno a livello genitoriale e possono andare ben oltre la procreazione biologica. Non avere paura delle leggi civili laicamente e democraticamente adottate dal Parlamento. Non avere paura del sesso, perché è un grande dono di Dio. Non avere paura degli stranieri, perché Gesù li andava a cercare ed aveva grande fiducia in loro. Non avere paura degli Islamici, perché Gesù non discriminava nessuno in base alla religione.  Signore! Aiutaci a non avere paura! Ad andare per le nostre strade con il coraggio dell’amore e non in piazza con la paura del nuovo!».

Devo ammettere però che con don Luciano, mentre ho affrontato spassionatamente il problema del celibato sacerdotale e del sacerdozio femminile, non ho mai approfondito quello delicatissimo del sacerdozio assegnato a persone omosessuali. Certamente non bisogna nascondere questo problema sotto il tappeto del perbenismo; va visto senza assurde reticenze in capo ai sacerdoti già consacrati, ma ancor di più va affrontato nei confronti dei candidati al sacerdozio e nei seminari.

Non mi nascondo dietro il bigottismo conservatore, ma nemmeno dietro il dito aperturista e mi chiedo: una persona omosessuale dà sufficienti garanzie di equilibrio sentimentale per svolgere il suo compito educativo e formativo nei confronti dei fanciulli, dei ragazzi, dei giovani, di tutti coloro che devono vivere positivamente la loro sessualità? Non ho e non credo ci sia una risposta valida per tutti i casi. Capisco le preoccupazioni papali per eventuali derive omosessuali a livello seminariale, ma non mi sento di escludere aprioristicamente la prospettiva sacerdotale per i soggetti a tendenza sinceramente e apertamente omosessuale. L’importante è uscire dall’atteggiamento ipocrita e da quello censorio: due modi per non affrontare il tema.

Se il Papa voleva porre il problema, c’è riuscito anche se in modo un po’ indelicato. Se voleva invitare chi di dovere ad occuparsene seriamente al di fuori di pregiudizi e schematismi, penso abbia fatto benissimo. Se voleva tranciare sbrigativamente un limite rigido e invalicabile al fine di evitare equivoci e scivoloni anche pedofili (è scientificamente, umanamente e cristianamente azzardata la teoria omosessualità=rischio di pedofilia), credo sia caduto nel solito vizio precettistico della Chiesa: non è con regole fisse e indiscutibili, che si affronta il problema della sessualità, ma partendo dall’amore che è il presupposto di tutte le tendenze ed esperienze sessuali.

 

 

Matteotti, Mattarella e poco più

Ho seguito con grande commozione la cerimonia celebrativa del centenario dell’assassinio di Giacomo Matteotti alla presenza delle massime cariche dello Stato. Mi sono emozionato fino alle lacrime riascoltando il suo ultimo intervento in Parlamento, quel coraggioso intervento che segnò la sua condanna a morte e che dovrebbe far riflettere: egli infatti seppe vedere con lucidità e lungimiranza il disastro antidemocratico che stava succedendo con l’avvento del fascismo.

Queste doverose rievocazioni non dovrebbero essere vissute solo come un formale tuffo antifascista nel passato, ma anche e soprattutto come una provocatoria nuotata antifascista nel presente. Ed eccoci allo spirito di contraddizione che emergeva: in prima fila un presidente del Senato che detiene con gelosa e demenziale cura un busto di Mussolini (è detto tutto!), un capo del governo che non si dice antifascista e che non ha il coraggio di recidere le proprie radici culturali che affondano nel neofascismo, una premier che presiede un governo che ripercorre  in modo inquietante strade rivedute e scorrette di stampo fascista (anche se l’intellighenzia con la puzza sotto il naso tende a negarlo), un governo sostanzialmente assente pochi giorni prima alla celebrazione dell’anniversario dell’attentato fascista di piazza della Loggia a Brescia, un governo che fra i suoi esponenti vanta la presenza di Isabella Rauti, figlia di tanto neofascista.

Mi sembra doveroso riportare di seguito il curriculum giudiziario di Pino Rauti.

Il 4 marzo 1972 il giudice Giancarlo Stiz, di Treviso, emette mandato di cattura contro Rauti per gli attentati ai treni dell’8 e 9 agosto 1969. Successivamente l’incriminazione si estenderà agli attentati del 12 dicembre (tra cui la strage di piazza Fontana), per cui fu anche incarcerato alcuni giorni, venendo scarcerato il 24 aprile 1972, prima di essere eletto deputato. Nel 1974, con la rivoluzione dei garofani in Portogallo, viene scoperta l’organizzazione eversiva internazionale fascista Aginter Press, con la quale ha stretti rapporti anche Rauti attraverso l’agenzia Oltremare per la quale lavora. Nessuna di queste inchieste ha mai accertato qualche reato a suo carico.

Successivamente Pino Rauti fu inquisito per la strage di piazza della Loggia a Brescia e in merito il 15 maggio 2008 è stato rinviato a giudizio.  Assolto “per non aver commesso il fatto” il 16 novembre 2010: nelle richieste del pm Roberto Di Martino, per quanto concerne la posizione di Pino Rauti, il pm chiede l’assoluzione, affermando che la sua è una “responsabilità morale, ma la sua posizione non è equiparabile a quella degli altri imputati dal punto di vista processuale. La sua posizione è quella del predicatore di idee praticate da altri ma non ci sono situazioni di responsabilità oggettiva. La conclusione è che Rauti va assolto perché non ha commesso il fatto”. (da Wikipedia)

Quando le telecamere andavano su Giorgia Meloni, Ignazio La Russa e altri personaggi assai poco raccomandabili a livello di antifascismo (non so se Isabella Rauti fosse presente), provavo un senso di disagio per loro (ci vuole un bel becco di ferro…) e scattava in me un senso di repulsione. Non è possibile assistere a uno scempio istituzionale di questo genere: al posto di Mattarella mi sarei alzato e me ne sarei andato o, meglio, avrei fatto sloggiare gli “usurpatori”.

Ormai però queste cose non le sente e non le dice (quasi) nessuno, nemmeno l’opposizione: Elly Schlein forse non può capire gli affronti al passato, ma non reagisce nemmeno a quelli al presente. Un tempo i parlamentari della sinistra non avrebbero partecipato a questa manfrina o almeno si sarebbero fatti accompagnare da una presa di posizione ufficiale. Invece applausi scroscianti in gran parte ipocriti o di mera circostanza.

Cosa avrebbe detto oggi Giacomo Matteotti? Cosa direbbe? Questo ci dobbiamo chiedere, questo gli dobbiamo. E il popolo italiano cosa ne pensa? Lascia fare tutto al Presidente della Repubblica sentendosi da lui rappresentato? Non basta! Possibile che non ci sia un sussulto di dignità per chi tace e un rossore di vergogna per chi acconsente?

Purtroppo alla cerimonia tenutasi alla Camera dei Deputati troppi rappresentanti delle istituzioni erano fuori posto; la politica era sostanzialmente assente mentre la storia gridava; la gente era distratta dalle stronzate di turno o dalle riforme del cavolo mentre da parte di Matteotti e delle  vittime di piazza della Loggia si chiedeva discretamente (pensate un po’…) memoria attiva e condivisa; solo Sergio Mattarella garantiva la fedeltà all’antifascismo del passato remoto, del passato prossimo, del presente e del futuro. Non è un caso che dia fastidio a livello personale, politico e istituzionale. Le stanno studiando tutte per farlo fuori.

La stronzaggine non è un’opinione

Berlusconi e gli appunti su Meloni, nella foto esclusiva lui scrive di lei: “Supponente, prepotente, arrogante e offensiva”. La rabbia del Cavaliere appuntata su un foglietto dopo aver incassato il no a Ronzulli ministra e aver mandato al diavolo La Russa: “Giorgia non ha disponibilità ai cambiamenti, è una con cui non si può andare d’accordo”. Si è al Senato. I senatori a breve inizieranno a votare per eleggere il nuovo presidente. Il centrodestra è spaccato. Quelli di Forza Italia hanno deciso di uscire dall’ aula e Silvio Berlusconi espone in bella evidenza un foglietto, che terrà banco per diversi giorni.

Durante le consultazioni al Quirinale, Giorgia Meloni si autodichiara candidata premier e Berlusconi ridicolizza la situazione con un’eloquente espressione di scetticismo: l’alzata di un sopracciglio.  Lui lo ha fatto, anche se, in fin dei conti, quella candidatura era da considerare una conseguenza del berlusconismo, che ha spianato la strada al post-fascismo e alla politica come arte dei propri affari. Chi la fa l’aspetti.

Due ricordi per evidenziare come la stronzaggine di Giorgia Meloni non l’abbia inventata Vincenzo De Luca, il simpatico e fantasioso governatore della Campania, durante un pourparler con i giornalisti, ma venga da lontano, nientepopodimeno che dal suo gran mentore (?). Due indizi fanno una prova, due berlusconate fanno una stronzaggine.

La verità fa male, ma la si può solo rivoltare come una frittata: è quello che ha fatto Giorgia Meloni ribaltando la propria stronzaggine su un imbarazzato De Luca, utilizzando la prima occasione propizia. Piacere, ecco la stronza! Roba da osteria! La botte dà il vino che ha, Meloni si comporta come le viene spontaneo. Chiamatemi e votatemi, sono Giorgia. Molti diranno che fa bene. Non so se queste cavolate alzeranno il suo consenso elettorale. Staremo a vedere…

Forse si tratta di ulteriori assist all’astensionismo: molti astenuti molto onore… Provate a pensare se De Gasperi, Moro, Fanfani, La Malfa e Berlinguer si sarebbero mai potuti comportare così. Solo Craxi era talmente presuntuoso da mandare al diavolo un giornalista durante una tribuna politica: “Queste cose valle a raccontare a tuo nonno…”.

Il giornalista Francesco Specchia ha detto che anche negli anni cinquanta in campagna elettorale succedevano cose simili alla gag Meloni-De Luca: Palmito Togliatti avrebbe promesso agli elettori di dare calci nel culo a Mario Scelba, ministro degli Interni, con scarponi chiodati.

Non è la stessa cosa: infatti c’è una trivialità politica che può anche essere accettata, c’è una stronzaggine personale che dà molto fastidio.  Non riesco a ridere, m viene da piangere.

 

 

Atroce follia vendicativa israeliana

Domenica 26 maggio il ministro degli Esteri israeliano Israel Katz ha pubblicato un video su X (Twitter) che sta facendo molto discutere in Spagna. Il video è accompagnato da una scritta in cui Katz si rivolge al primo ministro spagnolo Pedro Sánchez e gli dice: «Hamas vi ringrazia per il vostro servizio». È composto da immagini di miliziani di Hamas durante l’attacco in Israele del 7 ottobre con in sottofondo un flamenco, intermezzate da due ballerini che danzano sulle note della tipica musica spagnola. Il tutto sormontato da una grande scritta «Hamas: gracias España» («Hamas: grazie Spagna»).

Con la sua frase Katz fa riferimento all’annuncio fatto il 22 maggio dal governo della Spagna dell’intenzione di riconoscere formalmente lo Stato di Palestina. Oltre alla Spagna, anche Irlanda e Norvegia hanno annunciato la stessa cosa: riconoscere uno Stato significa avviare relazioni diplomatiche ufficiali, ma nel caso della Palestina il riconoscimento internazionale ha soprattutto un alto valore simbolico e politico.

Il ministro degli Esteri spagnolo José Manuel Albares ha risposto a Katz durante una conferenza stampa a Bruxelles, in Belgio, dicendo: «Non cadremo in provocazioni. Il video è scandaloso ed esecrabile. È scandaloso perché tutto il mondo sa, compreso il mio collega in Israele, che la Spagna ha condannato le azioni di Hamas fin dal primo momento. Inoltre, mi sembra esecrabile per l’uso offensivo di un simbolo della nostra cultura, il flamenco, che è ciò di cui il mondo ha bisogno in questo momento, una lingua universale che ci ispiri e che ci avvicini a tutti i popoli del mondo».

Il 23 maggio Katz aveva pubblicato due video simili diretti ai primi ministri di Irlanda e Norvegia. Quello contro la Spagna lo ha pubblicato un giorno dopo che la ministra della Difesa spagnola Margarita Robles aveva commentato la guerra israeliana in corso nella Striscia di Gaza definendo l’uccisione di migliaia di civili palestinesi un «autentico genocidio». (da Il Post.it)

Siamo all’autentica follia diplomatica israeliana. Evidentemente quando non si hanno argomenti seri, la si butta in sciocca ironia. Al video-boutade israeliano di pessimo gusto si potrebbe tranquillamente rispondere con una danza ebraica ballata sulle macerie di Gaza. Ma lasciamo perdere…

Credo che la posizione del governo spagnolo meriti il massimo rispetto se non addirittura il desiderio di imitazione. Se andiamo avanti così lo Stato di Israele si troverà in un irreversibile e tragico isolamento. Evidentemente si sentono di correre questo rischio.

Avremo il diritto di reagire alla carneficina di palestinesi? Addirittura chi ha questo coraggio, riconoscendo a questo popolo il diritto ad esistere, viene sbeffeggiato…Cose dell’altro mondo! Negli israeliani e ancor più in chi li governa cova un odio incredibile, tale da obnubilare la mente.

Non oso pensare alle conseguenze che la provocazione israeliana del “flamenco” potrà scatenare nelle proteste in atto nelle università di tutto il mondo. I casi sono due: o il ministro israeliano è letteralmente impazzito oppure è un delinquente. Nel primo caso bisognerebbe sottoporlo a Tso, nel secondo caso sarebbe opportuno porne l’allontanamento come conditio sine qua non per ogni e qualsiasi rapporto con lo Stato di Israele; in entrambi i casi, a costo di essere volgare, lasciatemi dire che è una persona del katz.

Domenica, un attacco aereo israeliano ha causato un incendio in un campo per sfollati a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, causando la morte di almeno 45 persone, secondo le autorità di Gaza.  Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha riconosciuto che c’è stato un “tragico errore” dopo che un attacco israeliano ha ucciso decine di persone a Rafah. In un discorso davanti al Parlamento, lunedì, ha dichiarato che Israele sta indagando sull’attacco avvenuto la notte precedente. Israele ha affrontato una nuova condanna per gli attacchi che, secondo i funzionari sanitari locali, hanno ucciso almeno 45 palestinesi, compresi gli sfollati che vivevano in tende inghiottite dal fuoco. (da Euronews)

Si potrebbe dire: dopo la beffa il danno. Nello stesso giorno in cui il ministro degli Esteri mette in scena una presa in giro contro la prospettiva della creazione di uno Stato palestinese, il primo ministro è costretto a scurarsi per un attacco israeliano che ha causato morte in un campo per gente sfollata.

Attacco a Rafah, gli Usa irritati: “Sono immagini devastanti. Israele faccia di più per proteggere i civili”. La Casa Bianca spinge per la soluzione due popoli, due Stati. (dal quotidiano “La stampa”)

Se tanto mi dà tanto dovrebbe partire un video con Hamas che balla sulle note del boogie woogie e con i ringraziamenti dei terroristi al presidente statunitense. Siamo capaci di trasformare la guerra in un evento tragicomico, di scherzare col fuoco delle bombe. Ci sarà ancora qualcuno che giustificherà la condotta israeliana?

Particolarmente atroci sono le violenze inflitte ai bambini, a partire dalla spaventosa cifra di 14 000 bambini uccisi – più che in tutti gli altri teatri di guerra nel resto del mondo degli ultimi quattro anni. Dal 7 ottobre a oggi Israele ha ucciso una media di oltre 70 bambini al giorno. Oltre a ciò, più mille bambini hanno subito l’amputazione di una o due gambe, quasi ventimila sono rimasti orfani e oltre cinquantamila soffrono di grave malnutrizione: 28 sono già morti di stenti dovuti alla fame, almeno due sono stati uccisi dal caldo delle tende in cui sono costretti a vivere dopo che quasi due milioni di persone sono state scacciate dalle loro case, deliberatamente distrutte dall’esercito israeliano. L’accanimento contro i bambini traspare anche dal fatto che è stato distrutto il 90% delle scuole, insieme a tutte le sedi universitarie di Gaza. In pratica, l’esercito israeliano da sei mesi a questa parte uccide, mutila, rende orfani, affama, asseta e priva di un futuro tutti i bambini di Gaza senza che questi abbiano la seppur minima colpa da scontare. Come sottolineato dall’Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari e la politica di sicurezza, Josep Borrell, Gaza si è trasformata da “una grande prigione a cielo aperto” a “un grande cimitero a cielo aperto”. Nonostante tutte queste atrocità avvengano alla luce del sole, nei media Occidentali continuiamo però a vedere opinionisti e politici giustificare ampiamente i crimini israeliani con il famigerato “diritto di difesa” al quale non viene posto alcun limite o condizione, neanche per tutelare i bambini palestinesi. Il sottointeso su cui si basano queste posizioni è evidente: le vite dei bambini israeliani valgono di più rispetto a quelle dei bambini palestinesi. Per ogni bambino israeliano ucciso il 7 ottobre sono stati uccisi oltre 400 bambini palestinesi. Incredibilmente, nonostante questa clamorosa sproporzione, non solo politici e opinionisti ma anche il 20% della popolazione italiana continua a volere la prosecuzione della strage fino a una fantomatica sconfitta totale di Hamas. Il sostegno incondizionato della civiltà occidentale a Israele poggia su un assunto: questo massacro di civili palestinesi non ci sarebbe stato senza gli attacchi di Hamas. In realtà, da più di mezzo secolo, Israele conduce massacri indiscriminati di cittadini palestinesi. Anche prima del 7 ottobre 2023, il bilancio di vittime palestinesi causato dalle “incursioni punitive” dell’esercito israeliano è inaccettabile. Tra il 2008 e metà 2023, sono stati uccisi circa 6000 palestinesi. (MicroMega – Roberto De Vogli e Alessandro Ferretti)

In pratica sta succedendo che le formali ed ipocrite mezze condanne occidentali agli eccessi difensivi (?) israeliani facciano il paio con le subdole ed opportunistiche solidarietà arabe, russe e cinesi verso gli sfoghi terroristici di Hamas. I nazisti lanciavano in aria i bambini per il tiro al piccione: Hamas li copia per atroce antisionismo ed antisemitismo ergendosi a difensore dei palestinesi, mentre Israele uccide o fa morire i bambini palestinesi in un folle e sproporzionato incrocio vendicativo che rischia di non avere mai fine.

Gira e rigira, come ha affermato acutamente Marco Impagliazzo, presidente della Comunità di sant’Egidio, la guerra distrugge direttamente o indirettamente l’infanzia e così pregiudica sul nascere le prospettive del mondo.

Tutto mentre il Papa in uno squarcio di pace e di speranza celebra la Giornata mondiale dei bambini. Per l’occasione Roberto Benigni nel suo geniale e commovente monologo ha detto: «L’unica cosa sensata che ho sentito in tutta la mia vita l’ha detta Cristo nel Vangelo, il discorso della montagna. È un incanto di bellezza, di una bellezza che non si resiste – ha sottolineato -. Quando Gesù dice tutti gli elenchi da imparare a memoria: “Beati i miti, gli operatori di pace, i misericordiosi”. Ecco, beati i misericordiosi, che poi vorrebbe dire prendersi cura del dolore degli altri, essere sensibili, perdonare, essere profondamente buoni. Siate profondamente buoni. Questo ha detto Gesù. Questa è l’unica buona idea che sia stata espressa nella storia dell’umanità. Che la vita è questo: amore, conoscenza e una compassione infinita per il dolore che attraversa l’umanità. E allora – ha aggiunto Benigni – non aspettatevi che il mondo si prenda cura di voi, prendetevi voi cura del mondo, almeno di quello a portata di mano. Amate chiunque avete a portata di mano». «I bambini sono amore diventato visibile. Ha detto un grande poeta: la mano che dondola la culla governa il mondo. Ed è vero».

 

 

 

 

 

Nato, avanti marsc’!

Jens Stoltenberg ha invitato gli alleati della Nato che forniscono armi all’Ucraina a porre fine al divieto di usarle per colpire obiettivi militari in Russia. Lo riporta il settimanale The Economist, che ha intervistato il Segretario generale dell’Alleanza. Il chiaro obiettivo di Stoltenberg, anche se mai nominato, è la politica del presidente statunitense Joe Biden – scrive l’Economist – di controllare ciò che l’Ucraina può e non può attaccare con i sistemi forniti dagli americani. (Ansa.it)

L’Ucraina sta perdendo la guerra in nome proprio ma per conto della Nato: non potrebbe essere diversamente. Non sono un esperto di guerre: mi inorridisce soltanto il parlarne. Tuttavia quelli che la sanno lunga sostengono che ci sia un gap tra i due Paesi in fatto di uomini da combattimento e allora ecco spuntare l’insano uovo di Macron che ipotizza l’invio di truppe Nato per combattere a fianco degli ucraini.

C’è però un’altra lapalissiana verità: la guerra non si può fare solo giocando in difesa anche perché la miglior difesa è l’attacco. Ed ecco allora che la Nato con il suo Segretario generale chiede, autorevolmente anche se sgarbatamente, di eliminare i limiti di utilizzo delle armi fornite a Kiev, consentendone l’utilizzo contro obiettivi militari in Russia (la prossima fase, non dichiarata per non cadere nelle grinfie della Corte penale internazionale, non potrà che essere quella di colpire anche obiettivi civili).

I nostri governanti hanno penosamente reagito con strumentale ed elettorale stizza negando l’evidenza delle obbligate prospettive: mai un militare italiano e mai il placet per missili verso il territorio russo. Della serie armiamoci e partite!

Cerchiamo di essere seri. Le possibilità erano tre. O si prevenivano diplomaticamente le cause che hanno portato all’invasione dell’Ucraina (lo spazio per le trattative c’era eccome, lo ammetteva persino Harry Kissinger, non certo un uomo di pace); oppure di fronte all’invasione occorreva un’azione diplomatica fortissima da parte dell’Onu, sostenuta fattivamente dall’Occidente (Usa, Nato, Europa con il possibile coinvolgimento della Cina) e accettata convintamente da Zelensky, che partisse dalla regolazione dei territori a vocazione plurima, lasciando perdere le inutili e controproducenti sanzioni ma operando sul pur delicato terreno delle concessioni; oppure una guerra fintamente difensiva ma sostanzialmente offensiva, portata avanti tra i due blocchi, quello russo e quello occidentale con tutti i tira e molla del caso, con le migliaia di morti sul campo e con le macerie a ingombrare il campo.

Siamo dentro fino al collo nella terza opzione con tutte le conseguenze del caso, ad un palmo dalla guerra mondiale nucleare. D’altra parte chi è che in occidente fa la voce grossa? La Nato, la Francia e la Gran Bretagna, le tre entità dotate di testate nucleari. L’Italia fa la parte del vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro: Giorgia Meloni dà i bacini a Biden, Matteo Salvini grida i suoi velleitari “mai”, Antonio Tajani fa il pesce in barile assieme a Guido Crosetto. La “donabbondiesca” opposizione il coraggio non ce l’ha e mica se lo può dare… Non parliamo nemmeno di Ue, perché ne dovremmo dire di grosse sul passato (a mosca cieca verso la Russia), sul presente (a nascondino verso la Nato) e sul futuro (alla sperindio senza l’aiuto di Dio).

Un copione bellicista pieno zeppo di contraddizioni! La strada segnata è piuttosto cinicamente chiara: mettere in difficoltà Putin, logorandolo con il logorio ucraino, per costringerlo, magari con l’aiuto della Cina (la convitata di pietra), a sedersi ad un tavolo di trattativa offrendogli molto di più di quanto si sarebbe fatto nelle due ipotesi diplomatiche di cui sopra.

L’Ue ospiterà le macerie ucraine, la Nato potrà dire di avere vinto, Putin potrà dire di non avere perso, la Cina potrà dire di essere la più furba, l’Onu proseguirà la sua inazione. E l’Italia? Da lè a niént da sén’na…

 

 


Urge un divano (di qualità) a Palazzo Chigi

La recente spacconata di Giorgia Meloni merita un supplemento di commento.  “Nessuno mi chieda di scaldare la sedia o di stare qui a sopravvivere, non sarei la persona giusta per ricoprire questo incarico”.

Mi sovviene l’aneddoto relativo alle disavventure professionali di un funzionario pubblico, che si dava da fare (non era un assenteista, tutt’altro), ma finiva col combinare disastri, al punto tale che il suo capo, dopo avere registrato lamentele e proteste degli utenti, fu costretto a chiamarlo a rapporto. Gli disse perentoriamente: «Lei non faccia niente, legga il giornale, guardi fuori della finestra, quando proprio non sa come fare a passare il tempo, dorma! Le farò mettere un comodo divano letto nella sua stanza…».

Mi sembra si stia scivolando verso questa paradossale china. Abbiamo un presidente del Consiglio talmente attivo da augurarsi che non faccia niente, altrimenti sono guai seri.

La premier Giorgia Meloni è tornata sui social con una nuova puntata della rubrica «Gli appunti di Giorgia», dopo un lungo periodo di assenza. La diretta social della leader di Fratelli d’Italia si apre con un primo attacco alle polemiche sulle presunte pressioni del governo sulla Rai. Così la premier ironizza sul nome della rubrica «che ho deciso di ribattezzare “Telemeloni”, perché l’unica “Telemeloni” è questa». (da Open giornale online)

In questa agenda del “faso tutto mi” sarebbe più che opportuno inserire la pubblicità di Poltronesofà (quella con tanto di passerella di vip osannanti alla qualità dei divani in costante vendita promozionale). Meloni potrebbe avere così la consacrazione di donna politica prestata allo spettacolo e di premier che si riposa a Palazzo Chigi su divani di qualità. Tutti tireremmo un sospiro di sollievo: meglio sprofondata in un divano di qualità che impegnata in lavori scadenti.

Si fa un gran parlare di populismo, di sovranismo, di democratura e di capocrazia: noi italiani stiamo già provando tutto, non abbiamo più carte da giocare. Gli elettori dormono, la politica non conta nulla, la premier non vuole essere disturbata.

In una famosa intervista uscita su un quotidiano il 26 marzo del 2001, Indro Montanelli, il più famoso dei giornalisti così rispondeva: “Guardi: io voglio che vinca, faccio voti e faccio fioretti alla Madonna perché lui vinca, in modo che gli italiani vedano chi è questo signore. Berlusconi è una malattia che si cura soltanto con il vaccino, con una bella iniezione di Berlusconi a Palazzo Chigi, Berlusconi anche al Quirinale, Berlusconi dove vuole, Berlusconi al Vaticano. Soltanto dopo saremo immuni. L’immunità che si ottiene col vaccino”.

Pensavamo di essere super vaccinati ed immunizzati rispetto al berlusconismo, invece ecco rispuntare il virus con la variante Meloni, che preoccupa perché è più trasmissibile e sfugge ai vaccini: gli italiani sono ammalati o rischiano di ammalarsi, ma non se ne accorgono e ascoltano ogni giorno presunti liberali tuttofare che operano da estremisti del “lasciatemi fare”.

Ci sarebbero tante cose urgenti di cui occuparsi al governo, invece per chi sta a palazzo Chigi è meglio (s)parlare di Costituzione. La Carta, che dovesse mai uscire dal massacro costituzionale iniziato in Parlamento e dalla mancata Resistenza al melonismo, avrebbe la seguente premessa: “Chi ci separerà dall’amore di Giorgia? Forse la tribolazione, l’angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di Colei che ci governa. Dobbiamo stare sicuri che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né altezza né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Giorgia” (irriverente ma eloquente parafrasi di un passo della lettera di san Paolo apostolo ai Romani).

 

 

 

 

 

Se la va, la spacca

Le riforme istituzionali come un esame su Palazzo Chigi. É già successo con Matteo Renzi. A lui andò male: dopo la sconfitta al referendum lasciò la guida del governo. Il precedente non preoccupa la presidente del consiglio Giorgia Meloni che, dal palco del Festival dell’Economia a Trento, ha usato toni definitivi sul premierato: “E’ una riforma necessaria in Italia – ha detto – o la va o la spacca: ma nessuno mi chieda di scaldare la sedia o di stare qui a sopravvivere, non sarei la persona giusta per ricoprire questo incarico”. (ANSA.it)

L’assemblea della Cei si è confrontata sul premierato e “qualche vescovo ha espresso preoccupazione. Quando si toccano gli equilibri istituzionali” è necessaria “molta attenzione”. Lo ha detto il cardinale presidente della Cei, Matteo Zuppi, in una conferenza stampa. “A mio parere occorre molto spirito della Costituzione: non è un problema di lettera ma di capacità di pensare qualcosa che non sia contingente e che non sia di parte”, “questo è indispensabile”, “mi sembra che la discussione sia aperta”, ha aggiunto. (ANSA.it)

Ho messo a confronto i due approcci al problema della riforma costituzionale del premierato non per gusto clericale né per retrogusto fascistoide, ma semplicemente per ragionare.

Cambiare la Costituzione (e che Costituzione) non è come giocare alla roulette, ma una questione di enorme portata che andrebbe affrontata con molta prudenza e saggezza.

Quando si cambia una cosa occorre pregiudizialmente sapere e capire da dove viene, chi l’ha fatta, su quali basi è stata concepita, quali erano gli scopi prefissati e quali gli effetti ottenuti. Bisogna ricordarsi innanzitutto che La Costituzione italiana nasce dalla Resistenza e dall’antifascismo e che è il risultato di un compromesso ideale ai livelli più alti tra le forze politiche impegnate nella ricostruzione del Paese sui valori maturati durante la Resistenza stessa.

Come fa a ritrovare lo spirito e la spinta costituzionali chi non si considera antifascista e di conseguenza non condivide gli ideali della Resistenza? Mistero della politica italiana! In effetti le proposte sul tappeto, premierato e autonomia differenziata, sono l’esatto contrario di quanto prevede la Costituzione, vale a dire democrazia rappresentativa, assetto regionale coordinato con la finanza dello Stato, rispetto dei principi di uguaglianza e pari dignità sociale di tutti i cittadini nonché il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Può darsi benissimo che la Costituzione abbia bisogno di una “rinfrescata” in modo da renderla ancor più adeguata ai tempi e capace di raggiungere gli scopi a cui tende, ma certamente non può essere stravolta in modo populistico e sconvolta negli assetti istituzionali.

Quanto al metodo occorrerebbe ritrovare e ricreare il clima post-bellico della Costituente: non ne vedo sinceramente la possibilità considerato anche l’infimo livello etico-cultural-politico della classe dirigente degli attuali partiti che puntano lancia in resta a cambiare purchessia la Costituzione a scopi di parte se non addirittura personali.

Credo che la premier, con il suo ridicolo ma inquietante “o la va o la spacca”, stia bluffando o millantando un credito e un consenso popolare che non ha: non dimentichiamo infatti che governa con una maggioranza che è minoranza del popolo italiano. Certe svolte antidemocratiche partono però da posizioni minoritarie e possono diventare strada facendo paradossalmente coinvolgenti: la strada maestra della democrazia è infatti difficile, mentre la scorciatoia dell’antidemocrazia può sembrare illusoriamente facile e comoda.

C’è da chiedersi perché Giorgia Meloni stia spingendo così tanto la macchina governativa col pericolo tutt’altro che peregrino di andare a sbattere. Avrà sicuramente le sue motivazioni squisitamente politiche, riconducibili a cogliere l’acqua intanto che corre e prima che gli italiani si sveglino: una tattica di puro consolidamento del proprio potere alla faccia degli interessi del Paese.

Se mai dovesse riuscirle la manovra, sarebbe estremamente difficile un domani tornare indietro e dovremmo continuare a mangiare la minestra senza nemmeno la possibilità di saltare dalla finestra.

Tutto sommato “o la va o la spacca” può valere scriteriatamente per lei, ma vale purtroppo anche per il Paese tutto: sarà bene tenerlo presente intanto che si è ancora in tempo.

 

Pregar non nuoce

L’Imam Brahim Baya ha tenuto un momento di preghiera, venerdì scorso, all’interno di Palazzo Nuovo, una delle sedi occupate nell’Università di Torino dai collettivi pro Palestina. Invitato dagli studenti musulmani in accordo con gli occupanti, la sua presenza sta suscitando non poche polemiche. A chiedere che Baya oltre che da Imam facesse da ‘Khatib’, ovvero l’oratore che rivolge una breve discorso prima dell’orazione, sono stati gli studenti stessi. Il discorso si è aperto con un ringraziamento a loro che stanno portando avanti la protesta per la popolazione di Gaza. L’imam ha parlato della resistenza del popolo palestinese e sono state ricordate le parole del profeta Muhammad, in cui si afferma di non accettare mai l’ingiustizia e il male, rifiutandolo sempre con il cuore, la parola e con le mani. Per Baya il popolo palestinese «ha resistito di fronte a questa furia omicida, questa furia genocida, uscita dalle peggiori barbarie della storia che non tiene in considerazione nessuna umanità, nessun diritto umano».

Stefano Geuna, rettore dell’Ateneo, ha condannato fermamente l’operazione rimarcando «il carattere di laicità dell’istituzione universitaria torinese». Sul caso è intervenuta anche la ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini, che ha contattato telefonicamente il rettore. Geuna ha precisato che «il fatto è avvenuto in una situazione di occupazione da parte degli studenti, i quali impediscono da giorni l’accesso a docenti e personale universitario». Insomma piena responsabilità degli occupanti. Alle critiche ha risposto il diretto interessato. «Sembra che alcuni professori (chi? quanti?) abbiamo scritto alla ministra Bernini per lamentarsi della preghiera del venerdì celebrata dagli studenti musulmani che, insieme agli altri, occupano Palazzo Vecchio – ha scritto Brahim Baya su Facebook -. Non aggiungo altro». A Roma, nel mentre, dopo l’Assemblea dei rettori è stato ribadito l’impegno a proseguire la collaborazione scientifica con le università straniere di ogni Paese ma è stato anche precisato che «il massacro di civili a Gaza ha superato ogni limite accettabile». I rettori hanno preso atto della lettera, firmata da docenti e studenti, in cui si chiede il cessate il fuoco sulla Striscia. Alcuni collettivi studenteschi, esclusi dalla delegazione a cui la segreteria della Crui ha permesso di consegnare la lettera, si sono accampati a pochi passi da Piazza Rondanini. (da Open – giornale online)

Una mia amica, che ha la bontà di leggere i commenti e le riflessioni personali postate sul mio sito, mi definisce bonariamente un bastian contrario: ammetto che la mia verve critica possa dare questa impressione. Forse è tale e tanta l’aria di omologazione ed assuefazione al potere dominante, che si respira, da indurmi ad esagerare provocatoriamente nei toni più che nei contenuti.

Assolto l’obbligo di questa excusatio non petita, che mi serve a mettere le mani avanti in ordine a quanto di seguito scriverò, mi tuffo in un fatto che, in netta controtendenza, non mi ha per niente scandalizzato e irritato. Mi ha infastidito invece il perbenismo delle reazioni scatenate dalla preghiera musulmana all’Università di Torino occupata per esprimere solidarietà al popolo palestinese. Sono stati accampati principi come la laicità e la democrazia a copertura della subdola e faziosa posizione filo-israeliana, che non si scompone nemmeno di fronte alla carneficina perpetrata sui bambini palestinesi.

Innanzitutto ben venga la preghiera in qualsiasi luogo, a qualsiasi dio venga indirizzata purché motivata da intenti pacifici ed espressa con toni non violenti.

I rapporti tra israeliani e palestinesi risentono molto degli aspetti religiosi, che in realtà di religioso hanno ben poco; l’intransigenza della politica israeliana è condizionata dall’invadente potere religioso e dalle sue caste; il discorso vale anche per l’islam.

Sarebbe necessario sgombrare il campo dagli equivoci di cui è impastato il rapporto con l’Islam: ammetto che invece permangono le perplessità verso la teoria e la prassi di questo movimento. Si va dalle disposizioni coraniche che, come minimo, si prestano a notevoli storture interpretative ed applicative ai comportamenti di certi imam che si tolgono le scarpe per pregare, ma che culturalmente e tatticamente tengono i piedi in due paia di scarpe (l’Islam non violento e quello terrorista).

Non so fino a che punto la preghiera dell’Imam Brahim Baya avesse piena e totale autonomia rispetto al terrorismo di Hamas. Non per questo, facendo un processo alle intenzioni, si può squalificare aprioristicamente un piccolo ma significativo evento religioso. D’altra parte quando recito il “Padre nostro” assieme a cattolici, che magari non conosco, non sto a sottilizzare se siano veramente e sinceramente disposti a rimettere i debiti ai loro debitori. Sarà Dio a scrutare nelle coscienze e a cavare da esse tutto il bene possibile.

Se è vero che la religione diventa pericolosissima quando è strumentalmente legata al potere politico (vale per tutte le religioni e per tutte le epoche storiche), è altrettanto vero che può diventare una provocatoria e positiva spinta a rifiutare gli equilibri bellici di potere. Quindi, pur con qualche perplessità, mi sento di apprezzare l’iniziativa degli studenti dell’università di Torino. Meglio essere positivamente ingenui che negativamente prevenuti.

Le proteste studentesche, pur con tutte le inevitabili contraddizioni che portano con sé, hanno un senso e un peso da valutare seriamente. Gli studenti dovrebbero starsene buoni e zitti di fronte ai crimini di guerra per compiacere una vomitevole difesa dello status quo? Avrà pure un significato il fatto che in tutto il mondo gli universitari stiano protestando contro una guerra pazzesca che va al di là di ogni e qualsiasi regola.

Biden balbetta, Bernini telefona, Von der Leyen sorride, Meloni fa la trottola internazionale e i bambini palestinesi muoiono. Se è vero che i giovani dovrebbero protestare in ugual misura contro tutte le guerre (vedi invasione dell’Ucraina), è altrettanto vero che i governanti occidentali dovrebbero aiutare allo stesso modo (possibilmente senza armi) ucraini e palestinesi contro la Russia e contro Israele. Invece…

“Il massacro di civili a Gaza ha superato ogni limite accettabile”, ammesso che possano esistere limiti accettabili per il massacro di persone umane (militari o civili che siano). In molti lo affermano, anche i rettori delle università. Forse lo stanno facendo anche perché sentono sul collo il fiato delle proteste studentesche. Ben vengano queste occupazioni: so benissimo che hanno in sé qualcosa di trasgressivo, ma a volte serve trasgredire l’ordine costituito quando diventa disordine impartito.

Torno al discorso della preghiera: credo che contenga comunque in sé un valore inestimabile che va oltre eventuali contraddizioni. Dio, se ci crediamo, è capace di ripulire la preghiera dalle nostre incrostazioni mondane. Lasciamo che sia Lui a pulire le nostre preghiere; noi proviamo a gridare, magari sbracatamente e istintivamente contro l’ingiustizia e il male.

Il mio indimenticabile parroco don Sergio Sacchi prestava la sala parrocchiale agli islamici per le loro preghiere comunitarie che si tenevano in contemporanea con le messe celebrate in chiesa: alcuni lamentavano questa sovrapposizione di suoni e questo apparente disordine. Era invece un bellissimo contributo al dialogo interreligioso e al rafforzamento del rapporto degli uomini, di tutte le fedi, con Dio.

“In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglielo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi».  

Vale a maggior ragione per scacciare i demòni della guerra, dell’ingiustizia e della barbarie. Il rettore Geuna e la ministra Bernini se ne faranno una ragione, come tutti i benpensanti che si scandalizzano se gli studenti gridano e se gli imam pregano all’università, mentre se ne fregano altamente di chi muore.

 

 

 

La cucina politica induce all’anoressia

In questi giorni ho letto ed ascoltato autorevoli pareri sulle motivazioni dell’astensionismo elettorale che, nel nostro Paese, sta assumendo dimensioni crescenti ed allarmanti.

Due sono le cause a cui viene ascritto il fenomeno: l’impressione del cittadino-elettore di esprimere un voto che non incida sugli equilibri e sugli indirizzi politici; la mancanza nei partiti di precise e stimolanti identità tali da garantire un consenso da parte del potenziale elettore. Il discorso si può sintetizzare nel “non vale la pena di votare”.

Riconosco qualche verità in queste frettolose analisi anche se ne vedo la rischiosa utilizzazione a livello, tanto per essere sincero e lapidario, di istituzione del “premierato” e di opportunità del duello televisivo Melloni/Schlein. Stiamo ben attenti quindi a non mettere pezze nuove su un vestito vecchio, occorrerebbe provare a cambiare abito.

Ed è in questo senso che snobbo le motivazioni provenienti da una certa pericolosa avanguardia culturale per abbassarmi ai “banali” presupposti dello zoccolo duro dell’astensionismo, riconducibili alla mancanza di fiducia nella politica, vale a dire all’assenza di onestà, capacità, coerenza e concretezza della classe politica.

Il discorso si fa molto impegnativo e drammatico per le sorti della democrazia, che non può essere salvata con la minestra del premierato piena di sapori equivoci, né con la panna montata del personalismo a tutti i costi e del bipartitismo cucinato dall’alto, ricette sociologicamente plausibili, ma democraticamente devastanti.

Le imminenti elezioni europee stanno enfatizzando l’inadeguatezza della politica e di conseguenza incoraggiando l’astensionismo. L’Europa infatti c’entra come i cavoli a merenda, le candidature appaiono molto opportunistiche e poco mirate, le proposte in merito alla futura governance europea sono sbiadite, confuse e insignificanti.

Io stesso confesso di essere molto incerto. L’unico voto plausibile sarebbe per me quello alla lista “Pace Terra Dignità” per i valori e gli ideali che propone non in chiave meramente identitaria ma in senso profondamente etico-politico. La candidatura di Raniero La Valle, personaggio anziano ma di grande levatura, mi scalda il cuore ed è tale da promettermi una “scalfittura” nella corazza continuista della politica europea. Però mi spaventa lo sbarramento al 4% che rischia di rendere inutile il voto. Tutto sommato meglio un voto inutile del non voto, anche perché l’inutilità è relativa mentre il non voto è assoluto. Ci rifletterò.

Ritorno al discorso dell’astensionismo per sottolineare come le continue sporche vicende emergenti lascino effettivamente poco spazio alla pur buona volontà dell’elettore. Ci vuole coraggio a votare, è molto più comodo astenersi. Forse bisogna sforzarsi di trovare quel poco di saporito che esiste nelle minestre che passa il convento. Mettiamola sul piano terapeutico: la nausea e il vomito a volte si combattono mangiando. Cibi sani, leggeri e freschi, lontani dal premierato pasticciato, dalle pietanze riscaldate, da quelle surgelate e da quelle riciclate.