I Caifa, i Pilato, gli Erode, i Khan, le Parietti etc. etc.

“Purtroppo Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male trionferà sul bene”: firmato, Benjamin Netanyahu. Il premier israeliano ha pronunciato queste parole ieri durante una conferenza stampa sulla guerra in Iran, rivendicando la citazione dello storico Will Durant. Parole diventate virali su internet, considerate offensive per i cristiani da molti internauti.

Su X la clip ha superato 20 milioni di visualizzazioni. Su YouTube i video con il paragone tra Gesù e Gengis Khan hanno già incassato migliaia di click. Anche per questo oggi con un post su X Netanyahu ha precisato di “non aver denigrato Gesù Cristo” e che “non voleva offendere nessuno”. Ecco il passaggio incriminato: “C’è chi vuole essere ingenuo e non vedere il mondo in cui viviamo. In questo mondo non basta essere morali. Non basta essere giusti. Non basta avere ragione. Uno dei più grandi scrittori del XX secolo, lo storico Will Durant, scrisse che la storia dimostra che, purtroppo, Gesù Cristo non ha alcun vantaggio su Gengis Khan. Perché se sei abbastanza forte, abbastanza spietato, abbastanza potente, il male può sopraffare il bene. L’aggressione può prevalere sulla moderazione. Non abbiamo scelta. Se guardate il mondo di oggi, bisogna essere ciechi per non vedere che le democrazie guidate dagli Stati Uniti devono riaffermare la loro volontà di difendersi e contrastare i loro nemici in tempo”. (“Il Fatto Quotidiano” – Redazione Esteri)

Credo che l’esternazione, a dir poco stupida, di Benjamin Netanyahu possa essere considerata una sorta di lapsus freudiano: si sente e, tutto sommato incarna un Gengis Khan. La clip è stata oltre tutto divulgata in concomitanza con un fatto gravissimo.

Non accadeva da secoli che al Santo Sepolcro non potessero giungere i capi delle chiese cristiane. Questa mattina la polizia israeliana ha bloccato il patriarca di Gerusalemme e il Custode di Terra Santa quando stavano raggiungendo la Basilica nel cuore della CIttà Vecchia. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa e padre Francesco Ielpo stavano attraversando a piedi le vie che conducono al luogo sacro. Non era in corso nessuna processione né altre manifestazioni religiose esterne, quando un gruppo di agenti li ha fermati e ha respinto ogni tentativo di dialogo e mediazione. Una lunga nota congiunta del Patriarcato e della Custodia ricostruisce i fatti, esprimendo preoccupazione e rammarico davanti ai miliardi di cristiano che da tutto il mondo seguono i riti della Settimana Santa:  «Questa mattina, la polizia israeliana ha impedito al Patriarca latino di Gerusalemme, Sua Beatitudine il Cardinale Pierbattista Pizzaballa, Capo della Chiesa cattolica in Terra Santa, insieme al Custode di Terra Santa, il Reverendissimo padre Francesco Ielpo, Ofm, Custode ufficiale della Chiesa del Santo Sepolcro, di entrare nella Chiesa del Santo Sepolcro a Gerusalemme, mentre si recavano a celebrare la Messa della Domenica delle Palme».

I due sono stati fermati lungo il percorso, mentre procedevano «in forma privata e senza alcuna caratteristica di processione o atto cerimoniale». Sono stati costretti a tornare indietro, impedendo di avvicinarsi alla Basilica. «Di conseguenza, e per la prima volta da secoli, ai capi della Chiesa è stato impedito di celebrare la Messa della Domenica delle Palme nella Chiesa del Santo Sepolcro», si legge. (“Avvenire” – Nello Scavo, inviato a Beirut)

Siamo arrivati a questo punto: la logica bellica prevale su qualsiasi altra intenzione anche su quelle di carattere religioso. A nulla valgono le lacrime di coccodrillo del presidente israeliano Herzog; e che dire delle ciniche parole burocratiche del primo ministro Benjamin Netanyahu: «Non c’era alcun intento malevolo, ma solo preoccupazione per la sua sicurezza (quella di Pizzaballa, ndr) e quella del suo gruppo», e della penosa versione della polizia: «Città Vecchia e luoghi sacri costituiscono un’area complessa che non consente l’accesso a grandi veicoli di emergenza e di soccorso, il che mette a dura le capacità di risposta e rappresenta un rischio reale per la vita umana in caso di incidenti con un numero elevato di vittime»; non parliamo del sussiegoso rimbrotto dell’ambasciatore di Washington: «La  decisione è difficile da comprendere o giustificare. Negare al Patriarca latino Cardinale Pierbattista Pizzaballa e ad altri tre sacerdoti l’accesso alla Chiesa per impartire la benedizione la Domenica delle Palme è un’ingerenza eccessiva. Le linee guida del Comando del Fronte Interno limitano gli assembramenti a 50 persone o meno, pertanto i quattro rappresentanti della Chiesa cattolica erano ben al di sotto di tale limite»; poco più di aria fritta sono i rimproveri e i richiami giunti a Tel Aviv da tutto il mondo, a cominciare dall’Italia che ha convocato l’ambasciatore israeliano alla Farnesina per volontà del ministro degli Esteri Antonio Tajani; persino la diplomatica reazione della Chiesa Cattolica, preoccupata solo di difendere la libertà di culto e di trovare un compromesso onorevole al riguardo, mi ha profondamente sorpreso e deluso: non è infatti mera questione di culto, ma ben più saliente e coinvolgente questione di guerra e di pace.

Questo triste emblematico evento mi indurrebbe a taglienti considerazioni evangeliche: mi astengo per carità interreligiosa. Preferisco richiamare un episodio che la dice lunga sulla umana presunzione rispetto alla divina umiltà.

Alla triste vigilia della guerra del Golfo, vale a dire agli inizi del 1991, durante una trasmissione sportiva in televisione, la conduttrice Alba Parietti, bellissima donna e a quel tempo incantatrice di calciodipendenti, a commento di una notizia flash sulle trattative per evitare in extremis la guerra, notizia che riportava la richiesta di aiuto a Dio da parte dell’allora segretario generale dell’Onu, ormai deluso e scoraggiato dalle umane diplomazie incrociate, con atteggiamento a metà tra lo scettico e lo sprezzante, ha sciorinato, in tono aggressivo, questa battuta: “Se Dio c’è, è il momento di dimostrarlo”.

Certamente il Padre Eterno non ha bisogno di vedere accreditato il proprio ruolo da affascinanti donne di successo, da deprecabili uomini di potere, da personaggi ambigui e vomitevoli, la cui presunzione peraltro può arrivare fino al punto di lanciare un ultimatum a Dio richiamandolo alle proprie responsabilità. Povera Alba, povero Netanyahu, povero Trump e poveri tutti noi, che forse (?) ci meritiamo le guerre nonostante il nostro falso sentimento religioso, che si sfarina come neve al sole e si ritorce contro di noi.

Lo seguiva una grande moltitudine di popolo e di donne, che si battevano il petto e facevano lamenti su di lui. Ma Gesù, voltandosi verso di loro, disse: «Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. Ecco, verranno giorni nei quali si dirà: “Beate le sterili, i grembi che non hanno generato e i seni che non hanno allattato”. Allora cominceranno a dire ai monti: ‘Cadete su di noi!’, e alle colline: ‘Copriteci!’. Perché, se si tratta così il legno verde, che avverrà del legno secco?». (Luca 23,27-31)

 

Tornano di moda i giovani loggionisti della prepolitica

Il movimento “No Kings” lotta contro chi vuole pieni poteri…

Migliaia di manifestazioni in tutti i 50 Stati americani, e in decine di città nel mondo, hanno segnato sabato la più grande giornata di protesta del movimento “No Kings”, una mobilitazione senza precedenti contro il presidente Donald Trump e la sua “deriva autoritaria”.

Si tratta della terza serie di cortei di massa contro il presidente repubblicano e la partecipazione non fa che crescere. Ieri erano stati organizzati oltre 3mila eventi, durante i quali milioni di persone hanno attraversato grandi metropoli e piccoli centri negli Stati Uniti, ma anche in Europa, fino all’Asia. Negli Usa, a muovere la protesta è una galassia di sigle, associazioni e gruppi di base che si riconoscono sotto un’unica parola d’ordine: nessun “re”, nessun potere personale può porsi al di sopra delle istituzioni democratiche. (“Avvenire” – Elena Molinari, New York)

Negli Usa e non solo…

L’appuntamento era alle 14. Il punto di ritrovo piazza della Repubblica. Che comincia a riempirsi già da prima con bandiere della pace e della Palestina. Davanti alla basilica di Santa Maria degli Angeli viene posizionato un “missile” ricoperto di fiori e di prime pagine che ricordano le guerre in Medio Oriente e le conseguenze sui civili. L’allerta a Roma è massima. La città viene blindata per il corteo del movimento No Kings Italia, organizzato nell’ambito della mobilitazione globale “Together-Contro i re e le loro guerre”. Oltre alla Capitale, i manifestanti si riuniscono anche negli Stati Uniti, in Gran Bretagna e in molti altri Paesi europei.

Il corteo fila via liscio fin dall’inizio. Arrivano in migliaia. I promotori a un certo punto gridano «Siamo in 300 mila». Fonti delle forze dell’ordine parlano invece di circa 25mila persone. Comunque molto di più di quelle che ci si aspettava. Tra di loro, ci sono anche Bonelli e Fratoianni di Avs, Ilaria Salis e Maurizio Landini. Ma non c’è nemmeno un momento di tensione. Tutti camminano pacificamente.

Fanno discutere fin da subito, poi, le foto a testa in giù della premier Giorgia Meloni, del ministro della Giustizia Carlo Nordio e del presidente del Senato Ignazio La Russa che sono state esposte in piazza dell’Esquilino, accanto a una ghigliottina in legno. «Uno spettacolo indegno» per Augusta Montaruli di FdI.

La presidente del Consiglio, insieme a Trump, Netanyahu e anche Putin, è uno dei “bersagli” dei manifestanti. Che partono chiedendo le sue dimissioni. Un leitmotiv che si ripete per tutto il pomeriggio. Alla testa del corteo, un lungo striscione recita: «Per un mondo libero da guerre». A tenerlo stretto decine di giovani. Sono loro che conducono il pomeriggio. Da un camion si passano il microfono e aizzano la folla. La gioia per il risultato del referendum è ancora fresca. «Dopo la grande vittoria alle urne ora è il momento di dare uno stop reale alla svolta autoritaria di questo Paese», scandisce Pietro Clementelli, mentre dietro di lui il fiume di persone continua a scorrere. L’obiettivo è arrivare fino a Porta San Giovanni. Poi però i piani cambiano. «Non ci fermiamo», gridano, sovrastando anche la musica che risuona dagli amplificatori. Quando il sole sta per iniziare a tramontare, il corteo, scortato dalle forze dell’ordine, invade la Tangenziale Est e la blocca. Prima di imboccarla, fanno partire “Bella Ciao”. La nuova destinazione è piazzale del Verano. Da lì, la folla comincia a defluire. Le ultime persone prendono la via di casa quando il buio è sceso definitivamente sulla Capitale. (“Avvenire” – Giuseppe Muolo, Roma)

Queste manifestazioni hanno alcune caratteristiche su cui riflettere. Sono sparse in tutto il mondo a significare che di globale non c’è solo la guerra ma anche la protesta.  Hanno ad oggetto molti temi e problemi comunque riconducibili ad una presa di coscienza dei rischi che sta correndo la democrazia in tutto il mondo. Non hanno leader, capi-popolo, personaggi di riferimento: ciò vuol dire spontaneità collocata giustamente in ambito non anti ma prepolitico e soprattutto un po’ anti ma decisamente prepartitico.  Non sono violente anche se la tentazione è sempre dietro l’angolo e fortunatamente scaricano la tensione in contesti scenografici più goliardici che realistici.

Il rischio principale è che si tratti di una moda passeggera come tante se ne sono viste. Non credo, perché nasce spontaneamente ben lungi da qualsiasi condizionamento consumistico e mediatico, perché il malessere da cui parte è molto profondo (il clima di guerra esistente a tutti i livelli) e l’obiettivo è molto alto (pace e democrazia).

I rischi semmai vengono dall’esterno, vale a dire dal potere che gufa contro e/o tenta di squalificare la protesta prendendo a riferimento episodi marginali di intolleranza.

Siamo solo agli inizi di un’onda sociale che non so dove potrà portare, certamente ritengo sia un’onda benefica.

Il loggione di Parma ogni tanto ruggiva: il famoso e simpatico critico musicale Rodolfo Celletti ammetteva di godere, sotto sotto, allorquando i parmigiani spazzolavano qualche mostro sacro del bel canto. Però aggiungeva: «Ho la sensazione che a voi parmigiani piacciano un po’ troppo gli acuti sparati alla viva il parroco…». L’attuale protesta si propone di spazzolare i mostri sacri della politica. Sono in perfetta assonanza politica con Rodolfo Celletti, godo, la discontinuità mi dà una certa speranza, ma nello stesso tempo mi inquieta il nuovismo protagonistico ed improvvisato.

Starà alla cultura e alla società più che alla politica recepire le istanze, farle diventare, a livello valoriale, patrimonio allargato anche se non annacquato, tradurle, senza fretta ma senza pigrizia, in battaglie politiche concrete e stringenti.

Quante volte mi sono chiesto se avessimo finalmente toccato il fondo della deriva anti-democratica. Finora non ho intravisto questo fondo. Vuoi vedere che me lo stanno mostrando i giovani con la loro spinta a risalire coraggiosamente da esso!?

 

 

 

Il rifugio anti bombe migratorie

Sui migranti, più del resoconto finale sull’esito della riunione tra 16 Stati membri, ha valore il tono della lettera firmata da Giorgia Meloni e Mette Frederiksen e inviata alla Commissione, resa pubblica per larghi stralci durante la giornata dalla stampa internazionale, soprattutto dalla testata tedesca Faz. In sostanza, Italia e Danimarca spingono perché vengano chiuse le frontiere esterne dell’Ue in caso di una nuova crisi migratoria legata al conflitto. Nella lettera congiunta alla Commissione, Meloni e Frederiksen hanno chiesto di «esaminare meccanismi che possano fungere da freno d’emergenza e attivarsi come caso di forza maggiore in caso di flussi migratori su larga scala verso l’Unione». Meloni e Frederiksen hanno spiegato, anche durante la riunione bruxellese, di non poter rischiare una ripetizione della crisi dei rifugiati del 2015/16. Per Italia e Danimarca è necessario impiegare tutti gli strumenti a disposizione per ridurre questo rischio, dagli aiuti umanitari alle persone colpite alla protezione delle frontiere. «Ciò significa rafforzare ulteriormente le nostre frontiere, in modo che tutti gli Stati membri siano adeguatamente attrezzati per garantire che l’Ue abbia il pieno controllo delle proprie frontiere esterne», si legge nella lettera. Si fa riferimento anche all’approccio adottato dalla Grecia nei confronti della Turchia all’inizio del 2020 e dalla Polonia nei confronti della Bielorussia dalla fine del 2021: potrebbero essere i modelli per la chiusura delle frontiere esterne. Un “modello” che prevede anche il respingimento senza esaminare le richieste di asilo. Si tratta di una soluzione estrema cui negli ultimi mesi ha accennato anche la Commissione Europea, ma solo nel caso di attacchi ibridi in cui le migrazioni vengono utilizzate come un’arma. Dal punto di vista concreto, nelle conclusioni del Consiglio Europeo confluisce la parte relativa al rischio di una situazione simile a quella del 2015, rischio che l’Unione dichiara di voler scongiurare e prevenire. Un passaggio che Meloni rivendica nel veloce confronto notturno con la stampa. (“Avvenire” – Marco Iasevoli, inviato a Bruxelles)

Quando un mio simpatico zio invitava qualche persona a casa sua, tra il serio e il faceto, era solito dire: «S’at vol gnir a catärom, sta a ca tòvva…». In fin dei conti è l’atteggiamento paradossale che adottiamo davanti al problema migratorio. Ci commuoviamo di fronte alle stragi in mare dei migranti, ma poi ripieghiamo frettolosamente sul criterio “dell’accoglienza respingente”, non osiamo andare fino in fondo: l’Europa, le istituzioni italiane, le persone singole, le famiglie, le comunità civili e religiose se ne “sbattono le balle”.

La cosa è ancor più clamorosa a margine della guerra in Iran: tutti i protagonisti si riempiono la bocca di aiuti agli iraniani al fine di abbattere il regime che li opprime, poi degli iraniani non importa niente a nessuno, ci si preoccupa delle ripercussioni economiche e commerciali, delle difficoltà nell’approvvigionamento energetico, degli equilibri geopolitici e, sotto-sotto, anche e soprattutto delle conseguenze a livello di flussi migratori. Milioni di persone stanno scappando da questa più che mai assurda guerra e da qualche parte dovranno pure rifugiarsi. Negli Usa non ci possono andare per motivi geografici e per la stretta imposta da Trump, in Israele sarebbero trattati come i cani in chiesa, resta l’Europa come destinazione agibile.

Ebbene in Europa abbiamo già dato e stiamo tuttora dando, ragion per cui i libanesi e quanti fuggono dai Paesi mediorientali, messi a soqquadro da Trump, Netanyahu e compagnia stonando, sarà bene che stiano a casa loro a morire sotto le bombe israeliane e statunitensi.

Capisco benissimo che diversamente rischierebbe di piovere sul bagnato, ma allora alle conseguenze di certi subbugli bellici bisognerebbe pensare prima di provocarli, occorrerebbe evitare gli interventismi pseudo-democratici che durano fino a mezzogiorno, sarebbe opportuno preoccuparsi prima di tutto di far cessare le ostilità per bloccare le emorragie a monte senza illudersi di poterle bloccare a valle.

Il ragionamento, a dir poco contradditorio, di Giorgia Meloni sembra essere il seguente: non possiamo rinunciare al rapporto “privilegiato” di alleanza con gli Usa anche se sono guidati da un pazzo scatenato; non possiamo mettere in discussione l’alleanza con Israele a pena di essere considerati antisemiti e/o antisionisti; dobbiamo barcamenarci viaggiando sul filo del rasoio tra presa di distanza e collaborazionismo, tra basi militari e diplomazia; ci dobbiamo sforzare di essere europeisti  solo quel pochettino che basta  per rimanere coinvolti a livello di Ue senza irritare e disgustare Donald Trump;  dobbiamo preoccuparci dei popoli che soffrono a causa di questa dissennata guerra purché se ne stiano buoni nelle loro case dopo che noi con le nostre omertà abbiamo contribuito indirettamente a distruggergliele.

Vediamo quali sono le diverse tattiche in campo: il bullo americano non vuol impantanarsi dopo essersi lanciato nel pantano; il bullo israeliano vuole prolungare la guerra fino a fortificare il suo predominio nella zona; l’Europa per problemi economici e migratori ha interesse che la guerra finisca presto, così anche ii Paesi produttori di petrolio bombardati da Teheran; Putin ha tutto da guadagnare perché la sua guerra sta passando inosservata, perché il suo compare ladro di notte ruba con lui e di giorno finge di litigare, perché l’economia mondiale finisce col battere cassa a Mosca; la Cina sta a guardare…  Alla fine, elettorati permettendo, a rimetterci sarà il bullo paranoico americano candidato al Nobel…e speriamo anche la sua maggiore alleata europea, la bulla e buffa furbetta di casa nostra…speriamo…

In questo periodo Netanyahu è silente, lascia parlare il bullo americano…intanto lui fa i fatti…invade il Libano, bombarda…Trump sta evidenziando tutta la sua incompetenza…mentre la furbetta di casa nostra, consapevole dei propri limiti e delle proprie paure, fa l’unica cosa che sa fare bene: video e interviste compiacenti. E tenersi buono Trump e le due mediocri donnette europee mezze destroidi: Metzola-Mestola- Mensola e Van der Kazzen…. Finirà questa storia? Per il momento no! C’è già pronta la via di fuga dialettica: il ripiegamento sul blocco agli immigrati, esca da infilare nell’amo a cui gli italiani non mancheranno di abboccare. Mentre impazza la guerra, è bene pensare alle bombe migratorie…

 

 

Trump a colazione, Netanyahu a pranzo, vomito a cena

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha lanciato un duro attacco al presidente israeliano Isaac Herzog, definendolo «un bugiardo, debole e patetico» per non aver concesso la grazia al premier israeliano Benjamin Netanyahu, attualmente sotto processo per corruzione, frode e abuso d’ufficio. Intervistato dall’emittente israeliana Channel 14, Trump non ha usato giri di parole. Secondo il presidente americano, Herzog avrebbe inizialmente dato il proprio assenso a un provvedimento di clemenza per Netanyahu, per poi fare marcia indietro. «È una persona debole e un uomo patetico per non averlo fatto. Non è un leader», ha incalzato Trump. «Bibi dovrebbe potersi concentrare esclusivamente sulla guerra, non su queste sciocchezze giudiziarie», ha aggiunto. Per il leader della Casa Bianca, l’intera vicenda giudiziaria che coinvolge il premier israeliano non è altro che un processo «politico e ingiustificato».

L’attacco televisivo è solo l’apice di una pressione che dura da mesi. Già nel novembre 2025, Trump aveva inviato una lettera a Herzog chiedendo la grazia per Netanyahu. Nel documento, il tycoon descriveva il premier israeliano come un «primo ministro di guerra formidabile e decisivo», sottolineando l’importanza del suo ruolo per l’allargamento degli Accordi di Abramo e per la pace in Medio Oriente. Una richiesta che Trump aveva già anticipato di persona durante la sua visita in Israele nell’ottobre precedente, in coincidenza con l’accordo di cessate il fuoco con Hamas.  (open.online)

Questa mattina ho letto la succitata notizia: ne sono rimasto colpito, perché ho avuto la sensazione di vivere in un mondo tremendamente distante dalla mia mentalità valoriale ed etica: mi sento sempre più un pesce fuor d’acqua, un corpo estraneo rispetto ad una geopolitica completamente assurda regolata da uomini assurdi.

E cosa volete che siano i reati di corruzione, frode e abuso d’ufficio rispetto a quanto è avvenuto e sta avvenendo a Gaza e nel Libano. La Corte Penale Internazionale ritiene che ci sia in atto un vero e proprio genocidio da parte del governo israeliano e io dovrei sentire il presidente Usa che tesse gli elogi di Netanyahu definendolo un «primo ministro di guerra formidabile e decisivo». E io dovrei accettare che il governo italiano non faccia una piega di fronte a quello che sta avvenendo, nascondendosi dietro la foglia di fico del regime iraniano. E io dovrei sopportare che i Paesi europei giochino a nascondino con Trump e Netanyahu, spaccando il capello in quattro per barcamenarsi e soprattutto per riaprire lo stretto di Hormuz (se su questo altare muoiono migliaia di vittime chissenefrega), accettando la logica della pace dei sepolcri.

All’ora di pranzo ho visto, su “Rai 3 – Quante storie”, le testimonianze di chi opera in prima linea sul piano umanitario per alleviare le sofferenze dei palestinesi: immagini agghiaccianti. Gli israeliani bombardano a ragion veduta persino questi soccorritori e le loro strutture, alcuni di essi vengono addirittura arrestati. Questa è una sorta di shoah a parti invertite: le vittime che si trasformano in carnefici e tutti tacciono.

Alla domanda su cosa si possa fare, questi veri e propri missionari hanno risposto con tanta umiltà di provare almeno a togliere dal dimenticatoio questa situazione, a mettere di fronte alle proprie responsabilità i governi italiano ed europei.

All’ora di cena leggo quanto segue.

È, appunto, un’ulteriore prova del fatto che non si tratta tanto di quanto Israele fa o non fa, ma di odio verso gli ebrei in quanto tali. Nel momento in cui si invoca la distruzione di Israele, si supera una linea rossa fondamentale. Vorrei aggiungere un punto: c’è chi sostiene che la guerra in corso contro l’Iran sia stata “scelta” da Israele. Ebbene, niente è più lontano dalla realtà: Israele non aveva scelta. Per anni ho pensato che le dichiarazioni del regime iraniano sulla distruzione dello Stato ebraico fossero soprattutto uno strumento di pressione e provocazione; col tempo è apparso chiaro che si trattava di un disegno operativo molto preciso. Oggi è evidente ciò che Teheran stava costruendo, attraverso i suoi proxy nella regione, dal 7 ottobre alla dimensione nucleare. In questo contesto, l’azione preventiva è stata ritenuta necessaria. E considero significativo il fatto che gli Stati Uniti abbiano agito insieme a Israele. Non posso evitare di chiedermi come sarebbe cambiata la storia se nel 1939 i leader mondiali avessero avuto il coraggio e la lungimiranza di fermare Hitler prima che fosse lui ad attaccare. Forse l’Olocausto non ci sarebbe stato e le città europee non sarebbero state devastate dalla guerra. E oggi non esisterebbe Yad Vashem. Invece deve esistere. C’è. E custodisce, e trasmette, la memoria di sei milioni di ebrei sterminati nella Shoah. (dalla intervista rilasciata ad “Avvenire” da Dani Dayan, il presidente di Yad Vashem, l’Istituzione israeliana per la memoria dell’Olocausto, fondata nel 1953 con legge della Knesset, che ha sede a Gerusalemme, che è stato ricevuto in Udienza privata da papa Leone).

Sono in netto dissenso rispetto alle dichiarazioni di questo illustre personaggio investito di un nobilissimo ruolo e sono assai contrariato dal fatto che sia stato ricevuto dal Papa senza che Leone XIV sottolineasse la profonda dissonanza tra la tesi della guerra necessaria e lungimirante verso l’Iran e il dettato evangelico che non ammette vendette né preventive né successive tanto più se assumono il carattere di vero e proprio crimine genocidario verso intere popolazioni civili.

È ora di finirla col celebrare la shoah ripetendola pari-pari a danno di altre popolazioni: non c’è argomentazione che possa motivare un simile inaccettabile e disgustoso comportamento da parte del governo e dello Stato israeliani, accompagnati nella migliore delle ipotesi da omertosi silenzi, ma anche e soprattutto da velleitarie architetture geopolitiche, da spregiudicate alleanze internazionali e finanche da paradossali giustificazioni di carattere religioso.

Con la scusa dell’antisemitismo si vuole mettere la sordina alle sacrosante condanne e proteste contro l’eccidio di Gaza, contro l’aggressione all’Iran, contro l’invasione del Libano anticipate e corroborate da continue violazioni delle decisioni dell’Onu riguardo all’occupazione illegittima dei territori palestinesi.

Il silenzio politico e religioso finisce col fare un regalo all’antisemitismo che cavalca la situazione: chi vuole veramente coltivare la memoria dell’Olocausto non può esimersi dal marcare un netto dissenso rispetto a quanto sta avvenendo in medio-oriente con le conseguenze che sono sotto gli occhi di tutti e che perpetueranno odi e divisioni irrimediabili nello spazio e nel tempo.

Chiedo scusa ma mi sto sentendo una merda e come vorrei e potrei riuscire a lanciarmi contro chi mi sta sgovernando fino a questo punto? Non è possibile continuare a vivere così. Non lo posso accettare. Temo di dover finire col giustificare Hamas ed Hezbollah. Prima che sia troppo tardi i popoli statunitense, israeliano ed europeo facciano qualcosa, almeno protestino, esprimano il loro netto dissenso. Io nel mio piccolo lo sto facendo, ma, come si suole dire, una noce in un sacco fa poco rumore.

Davanti a Dio pagheremo caro, pagheremo tutto! (lo dico io visto che persino il papa fa fatica a dirlo a chi di dovere.

 

 

La regina Giorgia è nuda, ma non attrae i giovani

Una volta arrivarono due impostori: si fecero passare per tessitori e sostennero di saper tessere la stoffa più bella che mai si potesse immaginare. Non solo i colori e il disegno erano straordinariamente belli, ma i vestiti che si facevano con quella stoffa avevano lo strano potere di diventare invisibili agli uomini che non erano all’altezza della loro carica e a quelli molto stupidi.

I truffatori finsero di lavorare sui tessuti, ovviamente inesistenti, ma nessuno osò denunciare la truffa in atto proprio per quel meccanismo che prevedeva che a non vedere i tessuti fossero gli incapaci e gli stupidi.

L’epilogo è noto: il re viene vestito con i vestiti inesistenti e sfila per la città nudo.
E così l’imperatore aprì il corteo sotto il bel baldacchino e la gente che era per strada o alla finestra diceva: «Che meraviglia i nuovi vestiti dell’imperatore! Che splendido strascico porta! Come gli stanno bene!»
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Nessuno voleva far capire che non vedeva niente, perché altrimenti avrebbe dimostrato di essere stupido o di non essere all’altezza del suo incarico.

«Ma non ha niente addosso!» disse un bambino «Signore, sentite la voce dell’innocenza!» replicò il padre, e ognuno sussurrava all’altro quel che il bambino aveva detto. «Non ha niente addosso! C’è un bambino che dice che non ha niente addosso!». «Non ha proprio niente addosso!» gridava alla fine tutta la gente. E l’imperatore rabbrividì perché sapeva che avevano ragione, ma pensò: «Ormai devo restare fino alla fine». E così si raddrizzò ancora più fiero e i ciambellani lo seguirono reggendo lo strascico che non c’era.

Come non associare le figure allegoriche della fiaba di Andersen, ai protagonisti che circondano la regina Giorgia, priva di verifiche concrete sui suoi comportamenti, circondata da collaboratori e da operatori mediatici, che vivono in uno stato di soggezione gerarchica?

Ci hanno pensato i giovani a scoprire l’inganno, a gridare che la regina Giorgia è nuda: hanno partecipato in massa al referendum e hanno votato “no”. Sono i giovani delle piazze a favore di Gaza e del rifiuto della guerra: è scattata una molla, una sfida a cui non ci si potrà sottrarre.

Se devo essere sincero non sono interessato più di tanto all’acrobatica resipiscenza meloniana, alla rapida riconversione al giustizialismo a suo uso e consumo, alla resa dei conti tra i partiti di governo, allo sbrigativo, tardivo e perbenistico repulisti ministeriale, al ripiegamento fazioso sulla legge elettorale, nemmeno all’affannosa ricerca dell’ago della leadership nel pagliaio del centro-sinistra e della prospettiva di elezioni primarie miranti ad allargare il campo rendendolo ancor più rissoso e combattuto.

Sarà perché sono anziano e politicamente logoro, ma il ritorno in primo piano del rapporto tra giovani e politica mi incuriosisce e mi scuote anche perché è segno di una ritrovata vitalità sociale e di una rinnovata spinta alla partecipazione (intergenerazionale, interprofessionale, interculturale, interreligiosa) di cui i giovani possono essere la punta di diamante.

È anche per la partecipazione della società civile se, più che sulla separazione delle carriere, si è votato per quella dei poteri, una questione cruciale per la democrazia. Comunque la si pensi, il coinvolgimento di tante diverse componenti sociali, professionali, culturali è un segno di vitalità democratica. Per capitalizzare questo successo della democrazia – importante, ma fragile – è necessario insistere su una presenza attiva della società civile nelle scelte grandi e difficili che questo tempo pone alle nostre società. Perché ci sia democrazia è decisivo che la voce del popolo si faccia sentire il più possibile, ma questa voce parla sempre al plurale (si deve diffidare di chi pretende che il popolo parli con una voce sola, abbia un’unica volontà e possa essere rappresento da un solo leader o da un solo partito). Il confronto culturale e sociale è perciò premessa indispensabile anche di un autentico pluralismo politico, come ha insegnato Habermas. Contrariamente a quanto spesso si pensa, la democrazia non è fatta solo di libertà individuale e di elezioni regolari, ma passa attraverso la partecipazione più estesa possibile dei cittadini a corpi sociali – associazioni, sindacati, gruppi culturali, comunità religiose ecc. – cui fa riferimento l’art. 2 della Costituzione. (“Avvenire” – Agostino Giovagnoli)

Elly Schlein aveva dato a suo tempo qualche speranza nel senso delle aperture civili e sociali della politica (la sua elezione era così caratterizzata), ma purtroppo non ha carisma e personalità sufficienti e quindi è stata ributtata nella logica partitica e correntizia. Ritorno ai giovani: se non sono attratti dai partiti, come si coinvolgono? Sono la vera novità che lascia sperare. Ci vorrebbe un personaggio carismatico che in questo momento non c’è: un Bob Kennedy per intenderci. Non dobbiamo deluderli, perché sono i più veloci a prendere le distanze. Ho sempre pensato e sperato che sarebbero stati loro a mandare a casa la Meloni, giovani universitari soprattutto.

La sinistra deve abbandonare le sue penose disquisizioni e buttarsi a capofitto verso le forti e pulite richieste di questi giovani, rispondendo alla loro sacrosanta indignazione. O così o il pomì dei soliti pateracchi. Non ho idea se le eventuali primarie del centro-sinistra per la scelta del candidato premier possano andare incontro a questa insofferenza giovanile. Temo di no. La figura più adatta a raccoglierne e portarne aventi le istanze sarebbe Maurizio Landini, partendo magari da una battaglia per la pace e per un giusto salario ai giovani: il cuore e il portafoglio che per una volta potrebbero andare d’accordo, un mix di programmazione riformatrice e di bagno costituzionale rigenerante. E se ci dovesse scappare qualche vetrina infranta, facciamo di tutto per evitarlo, ma non lasciamoci impressionare e condizionare dai predicatori dell’ordine.  Preferisco prevenire e combattere il rischio del ricorso alla violenza tramite l’ascolto e il dialogo piuttosto che assistere passivamente al tentativo di vuotare il mare della protesta con il bicchiere della repressione.

 

Le sporche pulizie di facciata

Lo spettro di una crisi politica vera e propria, nel day after referendario, nessuno intende evocarlo, né in maggioranza né nel Governo. Ma la vittoria del No ha lasciato un segno profondo. E, dopo i primi proclami di compattezza, in seno all’esecutivo è partito un “processo” interno sulle possibili responsabilità che avrebbero concorso alla sconfitta. Nessuno parla di repulisti, né tantomeno di un redde rationem in grande scala, ma par di capire che l’intenzione della presidente del Consiglio sia, nei limiti del politicamente possibile, di recidere tutte quelle situazioni che finora hanno reso la sua compagine di Governo meno credibile proprio sul vexato fronte della Giustizia. E così la giornata, apertasi inizialmente col Guardasigilli arroccato in difesa all’insegna del hic manebimus optime, si chiude con i primi scricchioli in via Arenula, seguiti da due dimissioni, quelle del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro Delle Vedove e della capo di gabinetto del ministro, Giusi Bartolozzi. E inizia un braccio di ferro con la ministra Santanchè, che non vorrebbe dimettersi. (“Avvenire” – Vincenzo R. Spagnolo)

Erano dimissioni dovute da quei dì, ora sono diventate “marce patocche”: si dirà meglio tardi che mai, io dico meglio mardi che tai. Il problema governativo evidenziato dal risultato referendario è ben più profondo e il malcontento della gente non si può placare tagliando qualche rametto secco o cespuglietto fastidioso e lasciando inalterate le radici e il tronco della pianta.

Sono convinto che Giorgia Meloni, letteralmente infuriata, starà mettendo un po’ tutti con le spalle al muro. In fin dei conti Nordio come ministro non è stata una sua opzione, la riforma della giustizia non era una sua priorità: il premierato è stato scambiato con la giustizia (vedi Forza Italia) e l’autonomia regionale rafforzata (vedi Lega). Certe cazzate come il Ponte sullo stretto non sono suoi pallini (vedi Matteo Salvini), certe pigrizie ministeriali non sono a lei ascrivibili (vedi Antonio Tajani il bello addormentato della politica estera), certi incidenti di percorso non la riguardano direttamente (tutti i giorni gliene combinano una…). Immaginando il suo piglio e il suo caratterino credo che a Palazzo Chigi voleranno gli stracci ed anche nel suo partito certi giochi di potere (La Russa-Santanchè) e certe incongruenze, inadeguatezze e strafottenze staranno venendo allo scoperto (dalle sbruffonate di Atreju all’ignobile attenzione ai nostalgici del neo-fascismo).

Fin qui le immaginabili e imbarazzanti sfuriate. L’unico gesto serio, responsabile e conseguenziale sarebbe presentarsi al Parlamento per chiedere una verifica sostanziale della fiducia. Giorgia Meloni ha continuato per quattro anni a puntare su un rapporto diretto col popolo, facendosi sempre e comunque scudo del voto elettorale favorevole. La ventilata riforma del premierato ha questa filosofia e allora quando il popolo dice “no” si dovrebbe ascoltarlo e andare a casa o almeno si dovrebbe ripiegare (si fa per dire) sulla repubblica parlamentare e quindi tornare in Parlamento per chiedere e decidere il da farsi.

Correttezza vorrebbe così. Se non lo fa la premier, lo faccia almeno il ministro Nordio. Mi si dirà che sarebbero comunque atti formali che non cambierebbero nulla e che paradossalmente potrebbero rafforzare il governo in un momento di grave debolezza. Forse per questo le opposizioni non chiedono le dimissioni e/o il relativo passaggio parlamentare.

Ero un giovane sprovveduto e facevo parte di un importante organo amministrativo presieduto da una collaudata funzionaria ministeriale, che piantava grane a tutto spiano sollevando questioni a mio giudizio marginali se non addirittura formali. Mi ricordo che ebbi l’ardire di osservare ad alta voce come si trattasse di questioni formali ed ebbi una lapidaria risposta: “Si ricordi che la forma è sostanza…”.

Il discorso potrebbe valere anche per il dopo-referendum: non ci si può limitare alle questioni marginali, ma occorrerebbe andare al sodo della forma-sostanza, facendo in modo che ognuno assuma le proprie responsabilità. La premier, previo confronto col presidente della Repubblica, si presenti in Parlamento mettendo sul piatto non tanto e non solo le dimissioni di sottosegretari e ministri, ma le sue. Stiamo a vedere cosa dirà il Parlamento. Si comporterà da Pirlamento o avrà un sussulto di dignità? Anche un rinnovato voto di fiducia potrebbe contenere qualche novità interessante (il cambio di qualche ministro?) e servire da verifica sugli sgangherati indirizzi governativi (una decisa scelta europeista ed una dignitosa presa di distanza dal trumpismo?). Le opposizioni battano il ferro intanto che è caldo e non giochino al tanto peggio tanto meglio, non si guardino l’ombelico, limitandosi ad incassare ed enfatizzare un risultato che alla lunga potrebbe rivelarsi illusorio se non profondamente ed adeguatamente considerato ed interpretato. Conte ha messo il turbo, Elly Schlein sembra Alice nel paese delle meraviglie, Dario Franceschini sta fiutando l’aria per un revival democristianeggiante, gli ex diessini pensano ad una improbabile riscossa, i cattolici democratici sono in cerca d’autore, Ernesto Maria Ruffini è sorpreso e spiazzato, Renzi in vena di smaccato protagonismo, Calenda tra color che son sospesi etc. etc.

I cittadini hanno votato no alla politica politicante, inconcludente e incoerente, oscillante tra il neo-fascismo e l’Aventino, tra guerra e pace, e sì alla Costituzione: ritorniamo lì e ripartiamo di lì. Alle beghe governative non facciano riscontro quelle dell’opposizione. Alle pulizie pasquali nella sfilacciata maggioranza non (cor)risponda l’affannosa ricerca del capo-pulitore nel campo più o meno allargato del centro-sinistra. Attenzione a non perdere una storica occasione…

Le pernacchie costituzionali

Le leggi – e tanto più quelle di riforma costituzionale – non vanno mai valutate solo nello stretto merito tecnico perché non cadono in un vuoto pneumatico, ma si inseriscono in un preciso contesto politico che può “piegarle” in un senso o in un altro. Come abbiamo avuto modo di scrivere prima del referendum, questa riforma della magistratura (che non era una riforma della giustizia), era il primo tassello di un disegno più ampio che questa maggioranza aveva chiaramente in mente. Se avesse vinto il Sì, sarebbe stato un via libera politico per mettere mano all’intero impianto di pesi e contrappesi che caratterizza il nostro assetto costituzionale, non solo attraverso modifiche alla Carta, ma anche attraverso leggi ordinarie. (MicroMega – Cinzia Sciuto)

Credo che la risposta degli elettori vada innanzitutto indirizzata a chi si è in buona fede baloccato in una sorta di purismo legislativo, trincerandosi dietro un esame asettico della legge in questione, cogliendone soltanto gli aspetti meramente giuridici come se il referendum fosse un esame di diritto costituzionale.

Gli italiani hanno superato l’esame capendo, direttamente e/o indirettamente, che il disegno riformatore del governo Meloni è inaffidabile e in buona (anche se non schiacciante) maggioranza si sono comportati di conseguenza. La reazione governativa e della relativa maggioranza politica è stata immediatamente quella di alzare le mani, sostenendo che queste riforme erano contenute nel programma premiato alle ultime elezioni politiche.

Sono passati circa quattro anni da allora e cosa è successo nel frattempo? L’azione di governo alle prese con enormi difficoltà e problemi si è rivelata inadeguata e contradditoria e i nodi stanno venendo clamorosamente al pettine. La riforma della magistratura ha comportato la goccia che ha fatto traboccare il vaso della montante, anche se nascosta, onda di sfiducia e scetticismo verso un governo che sta smontando pezzo dopo pezzo i capisaldi della politica italiana: da una parte la Costituzione col suo assetto istituzionale, dall’altra parte la politica estera con i suoi rapporti internazionali. In mezzo la fuffa di promesse non mantenute e di scelte rivelatesi fragorosamente sbagliate, il tutto coperto da un’affannosa ricerca dell’immagine così smaccata e pedante da stancare ed irritare anche i cittadini più ingenui.

Per rendere l’idea di questa pur affrettata ed approssimativa analisi, utilizzo una barzelletta triviale ma simpatica. Una persona nota per la sua arrogante e petulante postura dialettica arriva a rispondere alle fastidiose critiche esponendo provocatoriamente alla finestra il proprio nudo e crudo deretano. Un passante piuttosto imbarazzato ed incredulo gli urla: “Va’ là ca t’ho conossù al mè guersón!”.

Non è il caso di insistere con questa similitudine facilmente applicabile alla contingenza referendaria. Basti dire che gli italiani per questa volta (non è il caso di illudersi più di tanto) hanno colto nel segno e hanno capito che il governo dimostra di avere un occhio solo, ma oltre tutto che quest’occhio non serve a visionare i problemi ma a deridere e pernacchiare (sic!) chi li ha.

Il governo prende, incarta e porta a casa

Quando una popolazione vota, si verifica sempre e comunque un fatto politico. La discesa in campo di Giorgia Meloni ha smosso le acque ed ha incassato un doppio schiaffo elettorale: innanzitutto una sconfitta per il governo. Checché se ne dica in discussione c’era una legge di iniziativa governativa, voluta e blindata a tutti i costi. I cittadini hanno detto “no”.

L’iniziativa legislativa è stata del Governo. Il 13 giugno 2024 l’esecutivo ha depositato alle Camere la legge di riforma costituzionale. Prima firma Giorgia Meloni, seconda firma Carlo Nordio. Durante il cosiddetto “iter rafforzato” previsto dall’articolo 138 della Costituzione, con doppia lettura nelle due Camere, il testo non è stato modificato. Il 20 ottobre 2025 il Senato ha dato l’ultimo voto a un testo identico a quello proposto dall’esecutivo. Immediatamente a seguire sono partite le richieste di referendum, un test tra l’altro voluto anche dalla maggioranza. (“Avvenire” –  Marco Iasevoli, Danilo Paolini)

In secondo luogo si tratta di un alt abbastanza preciso al progetto complessivo di revisione costituzionale ideato dall’attuale maggioranza di centro-destra: chi tocca la Costituzione muore (il presidente Mattarella non manca di ricordarlo seppure con stile e moderazione, ma con altrettanta puntualità), perché gli italiani la considerano la cosa più seria che esista in campo politico, che è da difendere, preservare, valorizzare ed attuare pienamente più che da cambiare.

Il governo Meloni esce oggettivamente indebolito da questo referendum: alle notevoli difficoltà e contraddizioni a livello interno e internazionale si aggiunge questa botta referendaria piuttosto pesante e significativa. Il referendum era politico, la mobilitazione governativa lo ha reso ancor più tale e sarà piuttosto difficile fare finta di niente, anche se sono (quasi) sicuro che ci proveranno. È diventato una sorta di referendum di mid-term sul governo: lo hanno voluto, spinti anche da un populismo strisciante e da una sicumera politica, e se lo devono tenere.

Quale possa essere l’impatto a livello politico-partitico è difficile a prevedersi. Forse si può dedurre che il risultato del referendum renda la battaglia politica molto più contendibile di quanto apparisse fino ad oggi: compattezza del fronte centro-destra e divisione del fronte di centro-sinistra. Non è più così? Qualche sassolino nelle scarpe di Giorgia Meloni potrebbe essersi insinuato. L’elettorato si è comunque risvegliato e mosso, vuoi per l’aumento notevole dei votanti, vuoi per il netto prevalere del “no”, vuoi per una spaccatura verticale dell’elettorato che rimette tutto in problematica discussione, vuoi per una certa riconquistata vitalità della società civile, vuoi per lo smascheramento della legge ritenuta insignificante per il miglioramento del funzionamento della giustizia e rischiosa per gli equilibri istituzionali. Da cosa nasce cosa? Si vedrà!

Le belliche convergenze parallele

Il conflitto in Medio Oriente assomiglia sempre più a due guerre parallele, dove, nella loro escalation contro l’Iran, Stati Uniti e Israele perseguono obiettivi diversi e non sempre conciliabili. Washington ufficialmente continua a indicare come priorità strategica impedire all’Iran di dotarsi dell’arma nucleare. «Non è il punto principale cambiare il regime», ha precisato Donald Trump. Ma è chiaro che la sicurezza energetica e il prezzo del petrolio entrano sempre di più negli sforzi americani di individuare una “exit strategy”.

Israele invece dall’inizio punta, e continua a puntare, a smantellare in profondità il regime iraniano e a ridisegnare gli equilibri di potere nella regione. Perché per Israele l’Iran è una minaccia diretta e permanente, da neutralizzare anche al costo di destabilizzare l’intera regione. Per gli Stati Uniti, invece, disinnescare le ambizioni nucleari della Repubblica islamica deve quadrare con la sicurezza degli alleati del Golfo, la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz e l’equilibrio dei mercati energetici, per ragioni strategiche ed anche economiche e interne.

Le mosse militari dei due Paesi lo dimostrano. Se nelle prime due settimane gli attacchi congiunti hanno colpito infrastrutture strategiche iraniane, con il passare le scelte si sono separate. Washington ha concentrato gran parte dei suoi sforzi sulle capacità missilistiche, navali e sui sistemi che minacciano il Golfo e le rotte energetiche. Israele, invece, ha esteso il raggio d’azione a obiettivi interni, apparati di sicurezza e persino infrastrutture civili strategiche, come i giacimenti di gas. E qui è emersa la frattura più evidente.

L’attacco israeliano al gigantesco giacimento di South Pars – seguito da ritorsioni iraniane contro impianti energetici in Qatar e Arabia Saudita – ha costretto Trump a richiamare Benjamin Netanyahu, affermando che gli Stati Uniti «non sapevano nulla» dell’operazione. Negli ultimi giorni, infatti, Trump sembra aver gradualmente perso il controllo del conflitto. Il prezzo del petrolio, la tenuta dei mercati e il consenso elettorale sono strettamente intrecciati, ma Israele sembra spingere sempre più decisamente in direzione opposta. (“Avvenire” – Elena Molinari)

Da tanto tempo e sempre più mi chiedo in cosa consista l’enorme potere espresso dallo Stato di Israele, forte al punto da condizionare o addirittura determinare il comportamento degli Usa e dell’intero Occidente. Una delle conseguenze, forse la più rilevante, della presidenza Trump consiste proprio nella smaccata dipendenza da Israele: tutti ricorderanno la parodia alla Knesset in occasione della celebrazione della tregua (?) a Gaza. Si intuiva che gli Usa si consegnavano mani e piedi allo storico alleato.

Al di là del potere detenuto negli Usa dalla lobby israeliana, al di là dell’influenza economica esercitata in tutto il mondo, al di là della potenza militare raggiunta, al di là dell’efficienza dei sevizi segreti, al di là dell’intelligenza di un popolo sparso dappertutto e saldamente ancorato alle tradizioni religiose, al di là delle intelligenze culturali e scientifiche, al di là di tutto rimane l’interrogativo da cui sono partito?

Una ben strana democrazia in cui comandano i capi religiosi, in cui le leadership si fanno e si disfano a proprio piacimento, in cui prevale il terrore per il nemico piuttosto che la fiducia nell’amico, in cui il senso patriottico sembra togliere la capacità critica alla popolazione, in cui le contraddizioni interne vengono regolarmente risolte dalle azioni esterne, in cui la storia presente non riesce a superare i fantasmi del passato ma li esorcizza in continuazione, in cui prevale irrazionalmente l’occhio per occhio occupando lo spazio di ogni e qualsiasi compromesso politico, in cui viene brandito l’antisemitismo, impropriamente fatto coincidere con l’antisionismo, per tamponare sul nascere le opposizioni e le critiche, in cui la miglior difesa e sempre e comunque l’attacco.

Come si fa ad andare d’accordo con un simile alleato? Una sfida impossibile che sbocca immancabilmente nella guerra al nemico. Da sempre Israele considera l’Iran il nemico giurato da spazzare via e a stretto rigore può avere mille ragioni da accampare, ma da questo imbuto bellicista non si esce vivi. Marco Pannella ipotizzava l’ingresso di Israele nella Ue: era un apparente strafalcione geopolitico, che però poteva essere un’interessante modo per arginarne istituzionalmente e diplomaticamente l’incontenibile strapotere.

Il diritto internazionale e gli organismi ad esso preposti non sono riusciti a porre un freno ad Israele, figuriamoci ora che il multilateralismo è andato in soffitta…ora che negli Usa prevale inesorabilmente la logica del più forte…ora che si profila un globale e definitivo redde rationem…ora che le guerre si succedono, si sovrappongono, divergono e convergono ad un tempo…ora che le convergenze belliche sono schizofrenicamente parallele… ora o mai più…

 

 

Bossi, il leghista galantuomo

Quando si insediò il primo governo Berlusconi, durante il dibattito sulla fiducia alla Camera, mentre interveniva Massimo D’Alema si alzò una voce sarcastica nei confronti dei Ds: “Rimpiangiamo il partito comunista…”. Al che D’Alema rispose di getto: “E noi rimpiangiamo la democrazia cristiana…”.

Non è soltanto questione del famoso detto popolare “andava meglio quando andava peggio” o “del passato che sembra essere sempre migliore del presente” o “della convinzione che al peggio non c’è mai fine”; per la morte di Umberto Bossi viene spontaneo un paragone impossibile con i suoi finti e falsi eredi, con un centro-destra che non è più il suo, con una politica qualunquista che è lontana dai suoi pur discutibili valori, con un’arrendevolezza estremista al fascismo riveduto e scorretto che è ben lontana dalla sua pur discutibilissima revisione istituzionale federal-populista.

Non è un caso che la Lega lo avesse collocato da tempo in soffitta e che lui avesse dichiarato, con estrema onestà intellettuale, di non votare più la Lega.

Sarebbe bellissimo intervistare nell’aldilà Silvio Berlusconi e Umberto Bossi per strapparne un disincantato parare su Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani. Ne sentiremmo delle belle… Con una piccola (?) differenza: Berlusconi era un profetico furfante della politica affaristica, Bossi era un profetico galantuomo dell’anti-politica. Dei loro successori politici non saprei cosa dire se non che ne hanno tutti i difetti elevati all’ennesima potenza e nessun pregio nemmeno ridotto all’ennesima radice.

Umberto Bossi è stato il politico dei gesti. Il dito medio alzato, le corna, il pugno e l’avambraccio, la pernacchia, e soprattutto la celebre canottiera sfoggiata sulle spiagge della Sardegna nell’estate del 1994, esibita più volte in luoghi pubblici come se fosse un manifesto della sua irriverenza. Ogni gesto, ogni posa, ogni abito raccontava una politica diversa: diretta, provocatoria, fuori dagli schemi della Prima Repubblica, pronta a infrangere le regole e a conquistare l’attenzione del Paese nella Seconda Repubblica. (adnkronos – Paolo Martini)

E allora mi permetto di attualizzare Umberto Bossi (sono sicuro che mi perdonerà, perché gli piacevano certe trivialità…): cosa farebbe di diverso nei confronti di Donald Trump rispetto agli attuali ministri italiani e non solo italiani? Mentre loro gli leccano il culo, lui lo manderebbe a fare in culo. C’è una bella differenza…